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The Witcher – Stagione 4

Rating FantasyItalia


Paese di origine: Polona, Stati Uniti (2025)
Genere: Fantasy Classico
Stagione: 4
Regia: Stephen Surjik
Attori: Episodi: 8

Cosa è stato The Witcher fino alla stagione 3

Le prime tre stagioni di The Witcher hanno provato a portare sullo schermo il mondo creato da Andrzej Sapkowski, alternando buone idee a scelte molto discusse. La stagione 1 puntava su atmosfere cupe e su una narrazione frammentata, cercando di trasmettere il lato più sporco e disilluso del Continente. La stagione 2 ha semplificato tutto, rendendo la serie più lineare e più “fantasy classico”, perdendo parte del cinismo originale. La terza stagione ha alzato la posta con intrighi politici e minacce più grandi, ma ha anche mostrato chiaramente una frattura tra lo spirito dei libri e quello della serie, tenuta in piedi soprattutto dalla presenza di Henry Cavill, diventato per molti il vero volto e l’anima di Geralt.

Stagione 4: un mondo che cade a pezzi

La stagione 4 riparte in un momento critico per il Continente. I regni sono sempre più divisi, le alleanze fragili e la guerra ormai inevitabile. Geralt non è più al centro dell’azione come un tempo: diventa una figura più marginale, trascinata dagli eventi piuttosto che capace di dominarli. Ciri è invece il vero motore della storia, consapevole del proprio potere e del pericolo che rappresenta, braccata da fazioni che vogliono usarla come arma o distruggerla. Yennefer si muove in una zona grigia, costretta a fare scelte sempre più dure per proteggere ciò che resta della sua “famiglia”. La stagione dedica molto spazio alla politica, ai complotti e alle conseguenze delle scelte passate, riducendo le classiche cacce ai mostri e puntando su un clima più teso e pessimista, anche se non sempre incisivo e talvolta diluito oltre il necessario.

Un classic fantasy che funziona a metà

Con l’uscita di scena di Henry Cavill, The Witcher perde gran parte della sua identità dark fantasy e scivola definitivamente verso un fantasy più generico. Il mondo resta pericoloso, ma manca quel senso costante di cinismo, sporco e fatalismo che rendeva la saga diversa da tante altre. E quando un attore rappresenta il personaggio, è difficile proseguire senza far finta di niente. Personalmente, la stagione mi ha lasciato sensazioni contrastanti: da un lato ho apprezzato il tentativo di raccontare una storia più politica e meno “mostro della settimana”, dall’altro ho avuto spesso la sensazione di guardare una serie che non sa più bene cosa vuole essere. Alcuni episodi riescono a costruire una tensione interessante, altri sembrano solo riempitivi, come se la serie avesse paura di osare davvero. I flashback dei personaggi non mi sono piaciuti e non hanno lasciato spazio a curiosità o a scoperte graduali. Visivamente, però, la stagione convince: costumi e scenografie sono curati e credibili, capaci di rendere il Continente un luogo vissuto e decadente. Più problematici i dialoghi, spesso disomogenei: si passa da toni cavallereschi e solenni a scambi che sembrano usciti nei nostri giorni, con un linguaggio moderno che spezzano l’atmosfera. Questo contrasto continuo rovina l’immersione e rende difficile affezionarsi del tutto ai personaggi e alle loro scelte.
Sul fronte attoriale, le prestazioni davvero convincenti sono poche. Laurence Fishburne riesce a dare spessore al suo personaggio, mentre Sharlto Copley che interpreta il nuovo villain Leo Bonhart restituisce una presenza minacciosa e inquietante, una delle poche figure davvero memorabili della stagione. Ciri Yennefer restano su una linea corretta ma mai brillante, con un Geralt che, con il nuovo volto di Liam Hemsworth ha ormai perso l’aria cupa, cinica e disillusa tipica del witcher dei libri.

Nel complesso, la stagione ricorda sempre più una campagna fantasy alla Dungeons & Dragons: grandi conflitti, personaggi potenti, fazioni in lotta e un mondo che rischia di crollare. Un paragone che funziona, ma che mette anche in evidenza il limite principale della serie: The Witcher non è più davvero The Witcher, ma un fantasy solido che ha rinunciato a essere unico.

Immagini dei rispettivi autori – © Netflix

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