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LIBRO DI NABRET - I) LA FINE DEI DOROMESUR

ADAMARAN



LIBRO DI NABRET



I)



La Fine dei Doromesur



Loren era uno fra i Cavalieri Neri di Nabret più esperti, ammaliava i giovani Lacerta con la sua voce morbida e calda: “Vandall era il Signore di Ugar, il cuore impervio della Darumsuria, un abisso sepolcrale della natura in cui giacevano le rovine della Contea Murata: un aggregato di piccolo borghi, cinto da fortificazioni. Venne edificato dai Doro Mes’Ur, antenati della sua razza.” Tracciò sulla lavagna quel nome in Kaloullal, la lingua dei Lacerta “Con il passare del tempo e nelle poesie narranti le loro storie, il loro nome venne tramandato come Doromesur.” Unì i segni staccati con il gessetto per formare un’unica fila di lettere e continuò “Erano creature molto diverse dai loro discendenti, i Draghi di Nabret: non avevano ali, né quelle zanne così mostruose da vedersi anche se volteggiavano nell’alto dei cieli, né possedevano una molte titanica.”

Parlava ai giovani raccolti nel piccolo giardino della scuola. Gli occhi neri del Cavaliere notarono come il suo uditorio su fosse ingrossato. Capitava, quando Loren scendeva dalla Masseria dei Cavalieri sulla collina, che una gran quantità di Lacerta adulti e adolescenti s’accalcasse sullo steccato del giardino, per ascoltare, assieme ai piccoli, le Storie di Nabret e dei Mondi dell’Adamath. Il suo viso scarno e aguzzo sorrise. Gli piaceva la compagnia dei Lacerta, Rettili il cui animo smaniava solo di correre dietro a un Frenni veloce e astuto, o di tuffarsi nell’acqua di montagna. La loro vita era tutta lì, in quel paese. La scuola, le storie, la scrittura scorrevano in loro come neve sciolta a primavera.

Loren continuò il racconto: “Ugar era stata l’ultima roccaforte della resistenza Doromesur durante il periodo più triste della loro civiltà. La Catastrofe: i Rettili - Lacerta compresi – chiamarono in questo modo la guerra portata dal Dio Uzzath nei loro mondi e la fine di molti popoli. Quando ogni cosa fu persa e la resistenza stroncata, Uzzath cantò vittoria. Gli Oscuri, i potenti signori delle Città di Ferro, perseguitarono gli ultimi Doromesur, credendoli colpevoli della loro rovina. Questi lottarono per non cedere alla loro estinzione. Sull’Erat persero tutto, mentre su Nabret riuscirono ad arroccarsi sulle impervie vette, riparandosi nello sprofondo delle oscure catene montuose di Ugar, al centro della Darumsuria. Lì costruirono, villaggio dopo villaggio, la Contea della Murata.

Stretti nelle loro mura, chiusi dalle montagne impenetrabili, si isolarono dal resto del mondo, costruendosi la loro storia e le loro fantasie. In seguito, scesero a patti con colui che li aveva combattuti prima della persecuzione, Uzzath, ammaliati dalla sua promessa di frenare la ferocia degli Oscuri incombente sulle loro case. Poco a poco vennero trascinati da Uzzath in un gorgo senza fine di odio e vendetta, cedettero ai suoi inganni, alle sue promesse; persero così la loro natura, divenendo quello che erano oggi, i Draghi di Nabret . Uzzath era uno dei quattro Signori della Luce, la cupola di comando degli Dei. I loro corpi furono trasmutati, perché divenissero ospiti del germe dei Koissegai, bestie della Luce Rossa, aggressivi e volubili, addestrati dagli Dei, per uno scopo: cacciare e catturare la Luce Blu.

I Doromesur divennero Draghi Rossi: i più aggressivi e letali predatori che Nabret avesse mai visto volare nei suoi cieli e correre sul suo suolo.

Arkan, per il sentimento d’affetto che da sempre legava Uomini e Luce Blu, decise di porre un argine alle brutali battute di caccia di quelle belve. Ottenne dagli Allaghèn, almeno da quelli che riuscì a consultare, il consenso di adoperarsi per tirare fuori i loro simili dalla schiavitù dei Draghi, ma a un patto, cioè che gli Allaghèn in catturati fossero consenzienti alla loro liberazione. Nulla sarebbe dovuto accadere sottomettendo la volontà di un innocente. Arkan e i Cavalieri di Nabret trascorsero in questo modo tutta la loro esistenza, forzando i tetri manieri dei Draghi, vestigia dei gloriosi castelli della Darumsuria, alla ricerca della Luce Blu segregata nelle loro prigioni.”

La voce trillante e stridula di un piccolo Lacerta agitò il silenzio grave sceso sulla piazza del Paese, per ascoltare il Cavaliere: “Maestro Loren, perché gli Allaghèn sono blu se sono fatti di luce come quella del sole?”

Loren raccolse il mantello sulla veste color crema e si sedette. Rispose: “Hai ragione, piccolo Groghol, nel domandarmi questo. Voi come vedete la luce del sole?”

“Certe volte è gialla e arancione, altre bianca!” rispose un piccolo coro confusionario.

Loren raccolse le loro voci: “Gialla? Ebbene sì, il sole è la stella del giorno e si chiama, per l’ appunto, stella nana gialla. Nel cielo esistono molte altre stelle, le vedete di notte. Ve ne sono alcune che brillano di un colore diverso dal sole, come il blu. Ma sono molto lontane e per questo non riuscite a vederle. Gli Esseri della Luce sono molti e diversi fra loro. La loro sostanza è la stessa di quella delle stelle, è vero. E come le stelle possiedono una moltitudine di diversi colori. Un tempo, quando tutti noi, Uomini, Lacerta, Draghi e Esseri di Luce eravamo una stessa cosa all’interno dell’Asse dell’Universo, la Luce emetteva tanti colori, come un arcobaleno. Gli Allaghèn si tinsero della parte Blu di quell’iride interiore, e quando uscirono dall’Asse mantennero l’azzurro del suo arcobaleno.”

“Ma perché i Draghi vogliono cacciare gli Allaghèn?” squillò un altro bambino

Loren si lisciò la barba argentea appuntita. Conosceva uno per uno i piccoli Lacerta del Paese. Rispose: “Giovane Harcoll, la Luce Blu che vive negli Allaghèn è un fonte senza fine di Energia. Sapete, ragazzi, cos’è l’Energia? È la forza necessaria per muoversi, pensare, fare tutte le cose che ci tengono in vita e ci divertono. Pensate se si potesse disporre di un fuoco che non si spegnesse mai, neppure con la pioggia! Un bel risparmio di fatica, non trovate? Non bisognerebbe più cercarlo né colpirlo con la scure per metterlo nel camino. E potremmo tenerlo acceso sempre” I piccoli annuirono, con aria concentrata .

“I Draghi cercano quest’Energia per non dover più andare a caccia o accendersi il fuoco nei loro castelli.” Continuò il Cavaliere.

“Allora perché non prendiamo anche noi gli Allaghèn, con la loro energia?” si alzò un’altra voce acuta.

Loren: “Perché non possiamo appropriarci di quello che non è nostro. L’Energia è negli Allaghèn e non possiamo obbligare una creatura a fare quello che non vuole. Noi siamo ciò che facciamo. Lasciando liberi gli Allaghèn lasciamo liberi noi stessi dalla crudeltà.”

“Maestro Loren, allora perché non ci aiutano e non ci lasciano un po’ della loro Energia? I Lacerta e gli Uomini li proteggono gli Allaghèn!”

“L’Energia dentro gli Allaghè non può trasmigrare fuori, l’unico modo per farla uscire è ucciderli e ingannarla, magari con la bugia che quel corpo non è il suo. E una volta assassinato l’Allaghèn, l’Energia viene condotta in una trappola, una specie di contenitore artificiale, una prigione.”

“Bisogna uccidere per quell’Energia, Maestro?”

“Proprio così, ragazzi. Capite perché non possiamo fare una cosa simile? E in qualche modo se li proteggiamo, gli Allaghèn ci sono grati e lo dimostrano in maniere non visibili da qui. Per esempio, ci aiutano con la navigazione spaziale, con la ricerca dei dispersi durante i naufragi stellari e in altri modi. A differenza dei Draghi, abbiamo scelto di non catturare la Luce Blu, rinunciando a degli agi. La via più difficile, spesso, è quella che fa riflette in modo migliore sulla nostra responsabilità nei confronti della Vita.”

Quando il tempo concesso alla sua storia si esaurì, Loren lasciò i piccoli, che lo salutarono in modo caotico e chiassoso, com’è normale per un gruppo di giovani Lacerta. Si diresse verso un vicolo del Paese al chiostro della locanda “L’Ala di Drago” del buon vecchio Gummellar. Una grassa lucertola dalla risata sonora.

Era seduto da poco tempo, e stava scrivendo alcune impressioni nel suo registro, quando si sentì chiamare. Era una voce femminile e familiare di Lucertola. Si voltò e capì: “Mia cara Erinne.” Si alzò per salutare.

“No, vi prego, Maestro Loren, non vi scomodate.” Fece la giovane Lacerta, dalla pelle verde e con spruzzi di rosso pallido, che le disegnavano sul volto un’interessante maschera floreale.

“Posso parlarvi?”

Loren la fece accomodare al suo tavolo e l’ascoltò.






Titolo: LIBRO DI NABRET - I) LA FINE DEI DOROMESUR
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Alessandra Biagini S
Aggiunto: July 13th 2011
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