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LA MASCHERA DEL DUCA

I mostri esistono. Giunsero a bordo di astronavi grottesche per il loro aspetto da gargoyle, puntuali allo scoccare del 21 Dicembre del 2012, come le profezie terrestri avevano previsto. Erano predatori di un esercito feroce, venivano una piega temporale della nostra galassia. Nessuna forza umana sembrò poter arginare quell’orrore. Poi un giorno il cielo venne illuminato dalle astronavi di Figli di Adam, uomini che riscattarono la colpa agli occhi di Dio, riconquistando il posto nell’Eden .Ma sino a quel momento nessuno di noi sapeva della loro esistenza. I “Fratelli Maggiori” arrivarono da un sistema di mondi ultradimensionale, dove era celato il cuore del regno di Re Adam, l’Eden. Quando si posarono dal cielo, maestose, sul mare, la più potente portaerei degli Stati Uniti, sembrava solo un minuscolo battello in confronto. Erano guerrieri poderosi con le barbe e dai capelli fluenti. Erano il Sangue Reale della razza umana.



Mi chiamo Peter Bang, sta parlando la mia mente che ancora per poco rimarrà lucida, nella speranza mi percepiate attraverso i vostri sogni. Non posso dirvi dove mi trovi, perché non arrivereste neppure a intuirlo. Ero uno studioso di Lingue Antiche all’Università di Aalborg, in Danimarca prima che mi accadde tutto ciò. Da quando i mostri attaccarono l’umanità, cominciai a scrivere un Diario personale. Non ne ho mai tenuto uno, neppure da adolescente, forse cominciai a scrivere per non sentirmi perso in quella tragedia. Un giorno di Novembre del 2013, in una notte insonne nell’albergo a pochi passi dall’Ateneo, il richiamo del mio Diario divenne un’attrazione folle. Sentii la sua copertina gonfiarsi di un respiro diabolico e affascinante. Su quello stesso quaderno qualche giorno prima, raccontai di un sogno che feci durante la sera appena trascorsa . Ero sulle sponde di un abisso. Quel gorgo era in mezzo a un’isola sconosciuta, e ribolliva come se una primordiale coscienza s’animasse nei suoi sprofondi. Guardai in terra e mi accorsi che sulla sabbia farinosa e biancastra dei suoi bordi, erano state vergate da una mano invisibile strane figure. Segni di un alfabeto ignoto. Il cielo divenne come carta velina, così tutt’intorno il panorama somigliava un teatro con un’immensa scenografia dismessa. Rimasi solo, senza più alcun pezzo di mondo riconoscibile. Toccando il suolo, questo sembrava sfaldarsi come un foglio bruciato. Una voce gorgogliante tuonò. L’eco delle parole incomprensibili scossero la terra tanto da farmi cadere.



Aspettate, debbo interrompermi! Passi dal corridoio! Ancora loro… Non so cosa sia questa gente, li chiamano i Custodi. Sono simili ai draghi delle favole. La loro voce è un ruggito rantolante e ti accorgi della loro presenza dall’odore immondo dei corpi. Ora mi sembra che questo morboso calpestio si sia allontanato. Riprendo a raccontare.



Dopo poche notti da quel sogno, caddi in una febbre insolita che non aveva lanciato segni premonitori. Rimasi intorpidito per giorni interi, quando una sera, un attacco compulsivo mi spinse verso il Diario. Aprì e rimasi chino sulle sue pagine e scrissi senza freno, un caldo tremendo m’infiammava. Sudai tanto da inzupparmi il pigiama. Poi i miei occhi per lo sforzo, presero a bruciarmi in un modo infernale. Feci scorrere acqua ghiacciata sul viso per trovare sollievo. Freghi di una mente malata mi scrutavano dalle pagine di quell’assurdo quaderno. La febbre cessò subito così come era entrata. Mi vestii in modo sbrigativo, preparai alcune cartelle per la mia lezione all’Università, il Diario giaceva sulla scrivania, gonfio di righi fitti e neri. Gli lanciai uno sguardo con l’angolo degli occhi, per non incrociare la pazzia di cui si era nutrito. Cercai di allontanarmi, fuggendo da casa. Chi poteva aiutarmi a capire la follia di quella notte senza prendermi per un malato di mente? L’istinto mi portò all’Università di Copenaghen, dal Professor Herman Pontoppidan il mio mentore e più fidato amico. Conoscevo la sua apertura mentale su certi temi, come i messaggi dei sogni e l’esoterismo. Oltre che un famoso linguista, si era laureato in psicologia, e avrebbe potuto darmi ascolto, senza giudicarmi.



L’atrio del Dipartimento di Scienze dell’Antichità appariva simile a un demone solitario con le due scalinate che s’elevavano come ali. “ore dieci e trenta del mattino” c’era scritto sull’orario del suo ricevimento. Guardai il grande orologio del corridoio, ero in tempo. Bussai. I rintocchi echeggiarono in uno strano silenzio. Mi guardai attorno. Non c’era anima viva. Sebbene dopo la guerra gli studenti fossero rimasti ormai in pochi, quella desolazione mi parve straordinaria. Fra non molto sarebbe cominciata la lezione del più famoso Professore di Letteratura Nordica della Danimarca, le aule sarebbero dovute essere già gremite di gente. Presi il mio telefono. I telefoni cellulari avevano da poco ripreso a funzionare. Chiamai Herman, ma il mio telefono non aveva ricezione. Vagai in uno stato d’inquietudine crescente per i corridoi deserti cercando anima viva.



Una voce di una calma profonda, d’un tratto ruppe quell’assurda atmosfera:



“Dottor Bang, è un piacere conoscerla di persona.”



Mi voltai, cercando di capire da dove provenisse. Dalla fine del corridoio apparve la figura maestosa di un Guerriero di Re Adam. La sua barba come oro lavorato rifletteva ogni più flebile raggio di luce, irradiando un’inumana luminescenza. Il respiro mi mise addosso un’ansia che non posso descrivervi. Deglutii e risposi: “è un piacere anche per me, ma dov’è il Professor Pontoppidan? Dovremmo tenere una lezione, fra poco.”



Il guerriero era sereno, ma il suo volto mi gettava addosso un senso di angoscia. “Dottor Bang, debbo scusarmi, ma temo che oggi e in futuro, lei non incontrerà più il suo amico.”



“Cosa sta dicendo? E sia cortese, si presenti! Conosce il mio nome, ma io non il suo!” dissi con voce tremolante, quel guerriero e l’atmosfera di attesa cominciavano a gettarmi nel panico. “Non si adiri, Bang. Sono Janas Erik Matthia, Duca di Kargaard. Sarò io a occuparmi di lei.”



“Ma cosa sta dicendo? E dove sono i professori, gli studenti? Oggi l’Università non è chiusa!” ero sconvolto, mentre lui rimase con la sua asettica espressione sul volto.



Poi farfugliai, atterrito per la sorpresa: “Duca? Duca di Kargaard? Lei è veramente il figlio di Re Adam?” il Duca, colui che ha condotto la Liberazione Finale con i suoi Cavalieri, non prendetemi per pazzo, l’ho incontrato per davvero.



“Stia tranquillo, Bang, in quest’Università la vita procede come sempre. È solo lei che si ‘è fermato’ sul nastro temporale.”Le sue parole mi colpirono come un maglio: “Si spieghi!”



“La nostra tecnologia può catturare il suo tempo, Bang, e trascinarlo in un limbo oltre il normale fluire della vita. Perciò lei adesso è come se si trovasse in un’intercapedine temporale, in una dimensione nascosta alla vostra percezione. Una delle tante che abbiamo occupato, liberandola dai suoi insignificanti abitatori.”



Il nervosismo era insopportabile. Inveii, stringendo i pugni: “Lei è un pazzo e mi dica subito cosa vuole da me!”



“Di questo discuteremo , ne avremo modo, visto che rimarrà nostro ospite per il resto della sua esistenza.”



“Ma lei è un povero folle! I miei amici e i colleghi dell’Università mi verranno a cercare!”



“Mi dispiace infrangere le sue aspettative. Fra pochi giorni, la polizia Danese e Americana firmeranno il documento della sua morte . Uccideremo un clone del suo corpo e faremo trovare il cadavere. Per il resto del mondo lei sarà quel fantoccio biologico.”



“Sei un pazzo!” gridai, cercai di colpirlo, ma lui mi bloccò il polso. Era di un vigore sovrumano, la sua mano stretta sul mio polso riusciva ad alzarmi da terra senza sforzo.



Mi scaraventò sul muro senza sforzo: “Mi creda, eviti di menare le mani con i Custodi, oppure il suo destino sarà segnato da una tragedia.” Disse, con il volto ghiacciato nella sua tranquillità. La parete in fondo al corridoio prese illuminarsi in modo così intenso che mi riparai gli occhi con un braccio. Era una luce bianca e fredda. Non so bene come accadde, ma entrammo nella parete. Un istante dopo la mia vita sulla Terra mutò per sempre. Mi alzai raccogliendo le poche forze e asciugandomi il sangue sul labbro.



“Mi dispiace, i Custodi non sono stati gentili con lei. Tenga, si riassetti.” Mi passò una sorta di asciugamano dall’acuto odore di disinfettante.



“Quei dannati draghi? No, non sono affatto ‘gentili’!” ringhiai, sentendo dolore a contatto con quel panno “Perché sono qui, dimmelo, dannato criminale!”



“Il motivo in realtà lei lo conosce bene.” Disse, ora il suo viso si era raffreddato in un’espressione imperturbabile mai vista su un uomo.



“Cos’è che dovrei conoscere bene?”



“Lei non ha dubbi su questo.”



“Ma dannazione, non mi rispondere come un ubriaco!”



“Lei sa già tutto, ha preso un’iniziativa coraggiosa, che noi non possiamo permetterle.” Replicò. Scattai sotto l’impulso dell’ira: “Tu sei un pazzo furioso! Dimmi cos’è che vuoi e lasciami andare all’istante! Nel mio mondo, questo si richiama rapimento!”



Rispose con quella sua irreale tranquillità: “Sa come si salva un campo di grano assalito dai pidocchi? Si irrora un robusto diserbante.”



“E con me? Avete usato il diserbante?”



“No, lei è salvo dalla nostra opera di ‘pulizia’, perché ha un talento nascosto, che la differenza dal resto pidocchi infestanti.”



“Adesso mi hai scocciato, uccidimi ora, perché io ti ammazzo!” mi gettai sul corpo gigantesco del Duca, ma com’era prevedibile m’immobilizzò, trascinandomi in ginocchio. Sentii un dolore intenso e poi caddi senza forze a terra.



Il Duca era ancora lì in quella stanza quando mi ridestai: “Mi dispiace farle male, Bang, ma lei cerchi di contenersi.” Fece.



Non ho idea della sua età. Il suo volto è quello di un uomo maturo, la barba e i capelli dorati, però non accennano a un minimo biancore.



“Cosa sta cercando da me? Cosa vuole?” feci, dolorante.



“Lei ha scoperto un segreto, la nostra lingua scritta.”



Alzai il volto verso i suoi occhi color acquamarina, scosso da un’intuizione orrenda.



“Adesso comincia a comprendere cosa sto cercando, vero?” continuò il Duca “E sono sicuro che presto mi dirà come ha fatto a capirlo.” Uscì dalla stanza, con un movimento solenne.



In quel limbo tombale, la notte è identica al giorno. Un biancore smorto alligna ovunque. Le pareti sono metalli di una strana e sconosciuta densità liquida. Li tocchi, ti avvolgono con un tepore cimiteriale la mano, ma non ti bagnano, non ti ungono. Non puoi oltrepassarli. Se lo provi a passarvi dentro t’invischi in una specie di gelatina viscida che ti risputa dentro la cella. Solo i Custodi entrano e escano da queste mura. Vedi comparire i loro grugni squamati dal nulla, irrompere nella tua squallida realtà, per fare quello che vogliono di te.



Il Duca tornò con due strani quaderni in mano. “Vorrei che rimanessi calmo, Bang.” Disse “Adesso parleremo fra noi di un segreto molto importante.” Mi irritò il suo tono paternalistico, aveva preso a darmi del tu e trattarmi come un adolescente idiota. Ma la sua raccomandazione non sortì l’effetto da lui desiderato, perché morii quasi per la sorpresa, quando lo vidi porgermi il mio Diario.



“Rimani sereno, Bang, ti ho già detto che non voglio eliminarti, nonostante quello.” Indicò col mento il Diario fra le mie mani.



“Dio mio…” farfugliai e la mia mente venne inondata dai ricordi della mia morbosa impresa. D’improvviso ricordai ogni pagina, sino alla singola lettera vergata in quel quaderno. Era come se nella mente non avessi altro che quello.



Il volto del Duca era nella sua solita odiosa calma inumana. Poi, come un pescatore che ha sentito tirare l’amo: “Vuoi dirmi adesso cosa hai scritto?”



“Io, tutto questo è folle, Dio aiutami!” balbettai, impazzito dall’ansia.



“Oh, Lui non t’aiuterà di certo, visto che è il mio datore di lavoro.”



Raccolsi ogni brano rimasto di forze, e con qualcosa di simile a un sorriso irrisorio sulla mia bocca:



“Vuoi far pensare alla gente che tu e la tua banda siete ‘santi’? Bene, il tuo marketing funziona, Duca, tutti ci credono.”



“Lo so.” Replicò senza una grinza sul suo volto “Tu, invece non ci credi.”



Le sue parole mi sconcertarono, in effetti avevo sempre nutrito dubbi sulle reali intenzioni del Re del Mondo, Adam, ma come la maggior parte della gente non ne parlavo, preferendo vedere il lato dorato dei Fratelli Maggiori, la Liberazione e la nuova era di progresso umano che gli alfieri di Re Adam ci donarono con il loro nuovo governo mondiale.



“Perché mi hai portato il mio diario?” sollevai il labbro, minaccioso.



Ma il Duca non raccolse la mia sfida:“Per noi la vostra mente non nasconde alcun mistero. Conosciamo chiunque sia tanto interessante dal nostro punto di vista, da valere una nostra ricognizione onirica.”



“E che roba sarebbe una ricognizione onirica?” ringhiai.



“Esattamente quello che hai fra le mani, Bang.”



Guardai il mio diario.



“Nel tuo sogno hai letto nelle nostre tradizioni, nei nostri più antichi segreti.”



Poi chiesi: “Dunque sono qui per un sogno?”



“La smania che ti ha assalito quella notte, segregandoti in casa per un’intera giornata a scrivere, non proviene solo da te. Noi abbiamo percepito l’emergere di un’intuizione pericolosa, e non abbiamo fatto altro che assecondarla. Soggiogare le vostre menti è un semplice esercizio anche per i meno esperti di noi.”



Mi mossi stizzito sentendomi violata la cosa più intima di un Uomo, la sua anima.



“Allora dimmi, cosa diavolo ho scritto quella notte?”



Il Duca irreprensibile: “Hai scritto ciò che hai visto nel tuo sogno. Apri il diario.”



“E’ pieno di sgorbi deliranti!” sbottai, con rabbia.



“Aprilo.” Mormorò con una voce suadente e calda.



Ebbi uno spasmo appena la sua copertina fu dischiusa sotto i miei occhi. Mi portai una mano sulla testa. “Tutto questo è assurdo…impossibile!” gridai ancora.



“Peter, abbi fiducia in ciò che hai visto quella notte, perché è tutto vero.”



Mi morsi i pugni nella disperata ricerca del dolore fisico perché una sensazione più forte coprisse il mio sconvolgimento.



Avevo scritto la loro storia. La storia dei Figli di Adamo. La mia anima e la mia mente erano scoccate come una freccia selvaggia lungo lo spazio e il tempo, disgregandone i tessuti precostituiti dalle credenze e dalle superstizioni. Avevo compreso in un baleno la loro lingua astrusa, piena di simboli mai visti, e avevo scritto usando questo linguaggio alieno al nostro mondo.



Ma non tanto mi sconvolse come scrissi, quanto ciò che scrissi. In quel momento vidi il viso del Duca contrarsi per la prima volta. Era un’emozione? Mi sorpresi. La mia anima era divenuta un rivo agitato e fangoso di immagini, sentimenti. Il Duca fece una cosa fuori da ogni previsione. Venne accanto a me e si sedette, con le ginocchia conserte. Ebbi un tremore.



“No, ti prego, non avere paura.” La sua voce era come il primo sole dopo la neve“è davvero ciò che hai letto?” chiese con una luce strana, interiore.



“Io, sì. Quello che ho visto l’ho scritto…Quello che ho scritto è accaduto.” Sospirai in uno stato quasi ipnotico.



Il Duca respirò in modo profondo e quasi dolorante: “Allora è questa la realtà dei fatti. Mancava solo la tua testimonianza al mio mosaico. Ora ho una visione molto completa.”



“Mosaico? Di cosa parli?”



“Non sei l’unico a possedere questo talento. Di certo siete in pochi. Ma la vostra voce è sufficiente perché si unisca alla mia intuizione e mi apra la vista su quello che sto cercando da tanto tempo. In questo momento, Peter, devo recitare una scena. Ecco perché ti ho trattato così male. Gli Dei vogliono che indaghi su di te. E non conoscono le mie vere aspirazioni. Ma se qualcuno dei miei scoprisse ciò che sto facendo, di certo sarei condannato subito all’Inferno. E credimi, l’Inferno è un ruolo reale, e quello che sai attraverso i tuoi poeti e i visionari della tua storia, è un insieme di racconti molto realistico. Si chiama Devaghanna, ed è il carcere di Dio.”



D’improvviso i miei sentimenti s’acchetarono. La tempesta che sconvolgeva la mia anima cessò, lasciando il passo a un’emozione calda, viva. Ebbi compassione per quel guerriero imponente, il suo sguardo d’acquamarina era divenuto innocuo.



“Cos’ è che stai cercando, Duca di Kargaard?” chiesi.



“Siamo marionette senza più vita.” Rispose “e qualcuno ci ha preso quello che ci rendeva vivi.”



Lessi ad alta voce ciò che era stato scritto nel Diario, in una folle notte d’inverno, con una lingua aliena, dalla mano di un visionario: “Poiché il talento dell’Uomo era la Creazione, egli era la creatura più potente generata dal seme dell’Uno Primordiale, l’Asse su cui permea ogni esistenza, persino quella degli Dei. E forte era il richiamo di alcune creature verso la voce dell’Uomo, tanto da sottrarle a loro doveri di servitù ai padroni divini. Conoscere, andare oltre le porte della ragione, rapinandola dalla preconcetta verità: ecco dove il Barbaro Poeta voleva trascinare il cosmo. Così si pensò di progettare una trappola per sventare questo pericolo…Cos’è questa trappola, Duca?”



“Tutto ciò che sai sulla tua razza, che attornia me e la mia gente. Noi siamo stai divisi, per un motivo, Peter.” Colse con una delicatezza inaspettata il Diario dalle mie mani “Ecco la causa della nostra dannazione.”. disse, accarezzandolo.



“Ma quello che ho scritto è solo un sogno, Duca, come può spiegare una semplice visione l’intera storia umana?” chiesi, ora cercavo di dargli conforto, ma anche di capire.



“Tu sei andato oltre l’esistenza del corpo. Hai visto cosa è accaduto. Hai infranto lo specchio che vuole il tempo e lo spazio come due limiti invalicabili. Loro, gli Dei, hanno congegnato il meccanismo che ti tiene intrecciato nel tuo piccolo panorama, segregandoti in una dimensione piatta, legata allo scorrere della storia.



“Peter, tu sei il padrone del tempo e dello spazio, la tua mente può navigare ovunque ne abbia voglia, verso qualunque dimensioni desideri approdare. Questa realtà è stata tenuta nascosta alla tua specie e alla mia, nei modi più orrendi, bruciando chi la comprese, o distruggendo interi popoli .” Tastò il Diario “Anch’io feci un sogno, una notte di molto tempo fa.” sospirò raccontandomi: “Una sala piena di specchi dalla superficie nera come la notte senza stelle. All’improvviso dall’esterno una saetta irrompe squarciando le pareti e si disgrega in una miriade di gocce luminescenti. Queste colpiscono tutti gli specchi, il fragore del loro infrangersi diviene insopportabile, sembra che la terra stessa si stia aprendo, e i frammenti di vetro confluiscono per formare un’unica immensa superficie circolare, un buco nero che inghiotte la realtà attorno a me.”



“Una superficie nera che divora lo spazio e il tempo…Abbiamo visto la stessa cosa, Duca.”



“Non solo noi, Peter, anche altri. Ti ho detto che tu non sei il primo che ha creato un Diario come questo.”



Nel Duca era cambiato qualcosa, lo percepì in modo intenso. Lo sentii in quella sua strana afflizione negli occhi. Compresi che eravamo destinati a essere in un prossimo futuro, infiniti frammenti di luce che avrebbero colpito gli specchi, creando una nuova superficie degli eventi.



Il Duca si alzò di scatto e mi disse imperioso: “Sta’ zitto, Peter!” Il suo viso e il suo corpo adesso erano tornati quelli di un guerriero. La chioma leonina avvolse lo sguardo da predatore. Il Duca si voltò verso di me e : “Peter, non fiatare!”



Ebbi un fremito, avvertii qualcosa di mortale fra noi. Il Duca si accorse del mio malessere: “Hai freddo, uomo?” mi chiese, con lo sguardo puntato in ogni direzione.



“Sì, sembrano brividi di febbre improvvisa.”



“Lo so. Sta’ attento d’ora in avanti a questa sensazione.”



“Ma cos’è?” domandai, scosso.



“Fa’ silenzio, ho detto!” ruggì “Sta’ dietro a me.”



Prese la sua spada e con un fendente deciso in un punto dell’aria assestò un colpo. Mi sembrò pazzo, visto che la lama affondò nel vuoto. Poi qualcosa accadde. L’aria nel punto in cui colpì si incendiò, fu un istante, poi la fiammata venne risucchiata in se stessa e tutto tornò come prima.



“Cosa sarebbe quest’affare?” farfugliai, sorpreso. “L’occhio degli Dei.” Disse. “Un aggeggio biologico creato da una sostanza a voi terrestri sconosciuta, uno stadio intermedio fra i gas e il plasma. Voi non potete vederli ma loro vedono voi. E attraverso questi diavoli, gli Dei spiano ogni vostra azione.”



“Santo Cielo, questi affari ci spiano…da quanto tempo?” Ansimai.



“Come faceva il Dio delle vostre Scritture a parlare con i profeti?” disse inguainando la spada.



Rimasi stordito nell’immaginare la storia umana e la saggezza sacra della sua tradizione ingannata da un prodotto di laboratorio.



“La potenza divina è una tecnologia insuperata. Ma gli Dei non sono riusciti a ottenere nei loro laboratori quell’energia che ti ha fatto percepire la presenza di quest’aggeggio.” Riprese il Duca.



“Ma ora sanno che hai distrutto questo piccolo mostro!”



“No, la mia spada lo ha colpito subito, bloccando il suo messaggio d’allarme. Ma non sempre si riesce a essere così rapidi nell’intercettarlo.” Divenne solenne: “Peter, ti prometto che uscirai da qui. Torneranno a cercarti, io dovrò recitare ancora il mio personaggio per non destare sospetti. Ora sai come ti senti, quanto percepisci la presenza di un ‘occhio divino ’ su di te, perciò mettiti in salvo, usa il tuo istinto. Non farti più prendere.” Fu l’ultima frase che udii dal Duca quella volta.



Come nel passaggio dal sonno alla veglia, tornai alla mia vita, in quel corridoio universitario. Ora era gremito di studenti accalcati alla porta dell’ufficio di Pontoppidan. L’aula 5 rigurgitava universitari persino nel corridoio. Decisi di tornare ad Aalborg, senza parlare al mio amico.



Dopo qualche mese, una smania perversa e un’oscura nostalgia mi ricondussero a Copenaghen. Lì vivevo alla giornata, vagando per la città, perché mia mente era intorpidita da una pesante sensazione. Un richiamo folle verso l’ atmosfera che nella mia mente presagiva il materializzarsi della luce. Di quella luce. Qualcosa nel profondo della mia memoria era alla ricerca del ricordo di quella sagoma imponente che apparve in fondo al corridoio dell’Università. Qualcosa mi aveva avvinghiato in una strana prigionia. Stavo cercando in modo disperato il Duca, la luce che lo avvolgeva, il timbro profondo della sua voce. Mi aveva lasciato andare via, proteggendomi dai suoi oscuri signori. Ma in qualche modo aveva avvitato la mia esistenza alla sua. E non sapevo spiegarmi il perché. Feci un sogno in quel periodo. Ero in una specie di chiesa sconsacrata, assieme ad altre persone. Una persona dall’aria persa disse: “Quelli come noi sono stati radunati”. Improvviso dall’esterno penetrò un fitto olezzo di benzina . E la carne divenne fumo come in un’ecatombe umana agli Dei. Venni svegliato da un freddo e da un bagliore improvvisi in fondo alla strada, sulla quale dormivo. Sentii colarmi la saliva alla vista della luce. Il mio cervello si nutrì di quel piacere in modo spasmodico. E oggi sono di nuovo in questo limbo senza tempo.



Mi chiedo se fosse reale il suo rimorso durante il nostro primo incontro, o se fosse una farsa recitata dal Duca per un’opera mefistofelica: lasciarne libero uno di cane randagio , perché attiri in trappola l’ intero branco. Cercai con la mente se accanto alla mia prigione vi fossero altri nelle mie condizioni, un brillio momentaneo, che mi facesse capire di essere vicino a un altro prigioniero. Ora li sento in modo cristallino quei frammenti di idee. Sono miriadi, e costellano un atrio cilindrico, attaccati alle sue pareti come lampadine. È un panorama sconfinato, di una tristezza inesprimibile.



Mi chiedo quale sia stato il prezzo imposto alla nostra liberazione dai Fratelli Maggiori e a quali istanze dei nostri governo abbiano presentato il loro conto. Perché il Duca mi sta facendo vedere queste cose?Attendo a queste risposte. E aspetto di udire il suo incedere maestoso e scorgere la sua chioma color oro in questo bianco torpore.



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per l'allagato "Il diario di Peter Bang"

si veda qui:

http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=5988

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Titolo: LA MASCHERA DEL DUCA
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Alessandra Biagini S
Link correlati: La Zona Morta
Aggiunto: July 5th 2011
Viste: 976 Times
Voto:Top of All
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