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Vuoto di Luce - Prologo

Questo dolore che ci fa soffrire

nessuno può prevederlo:

sforziamoci di guardare nel sole

assaporando ogni frutto del nostro presente.





Prologo

18.04.A892







Il vento soffiava leggero tra le fronde delle betulle poste ai margini della strada provinciale. Delukhan stava percorrendo il viale principale del nuovo quartiere di Hennon, un rettilineo poco trafficato in cui si tuffavano i vialetti uscenti dai giardini ben curati di tante casette a schiera. Una zona tranquilla, lontana dal traffico e dallo stress del centro della città di Bevyol, ma tuttavia ben servita sia dal punto di vista dei trasporti che delle attività commerciali. Negli ultimi anni il numero delle abitazioni che lo popolavano, per lo più case basse e villette a schiera, era quasi raddoppiato. Tutt’altra cosa rispetto alla selva di edifici moderni e palazzi che invece stavano lentamente colonizzando il centro, facendolo sempre più somigliare ad un alveare caotico e perennemente in fermento. Erano molte le famiglie che, attirate dalla tranquillità e dall’ordine che il quartiere sembrava promettere, avevano preso dimora da quelle parti, indebitandosi per molti anni a venire in cambio di villette di due piani di recente costruzione. Piccoli edifici dalle pareti colorate di bianco e rosso, abbastanza spaziose per ospitare almeno un paio di marmocchi vivaci. Fotografie di tranquillità, immagini di sereni focolari domestici. Un idillio, se raffrontato con quanto la televisione, quotidianamente, insegnava del mondo.

Delukhan procedeva a velocità moderata sulla propria berlina grigia, un po’ per non rovinare l’armonia di serenità che sembrava regnare, un po’ perché non aveva fretta alcuna. Il braccio destro pendeva fuori dal finestrino stancamente appoggiato alla portiera del veicolo. Nessun pensiero, nessun affanno. Tutto scivolava via placido come le note della canzone rock che si diffondeva dalle casse dell’autoradio. L’uomo era di ritorno dopo aver compiuto la missione che la Luce gli aveva assegnato: la guarigione di una donna che aveva perduto l’utilizzo delle gambe in seguito ad un incidente automobilistico.

Una persona qualunque, umile, una di quelle che a testa bassa sanno accettare le prove della vita e perseverare, ostinatamente, fino alla realizzazione dei propri sogni. La vittima ideale per i servitori del Vuoto, un’anima da proteggere secondo i luminosi piani della Luce: i Due Spiriti prevedevano grandi traguardi lungo il cammino della sua esistenza, per questo Delukhan era stato inviato in suo soccorso. Per guarirla, per aiutarla a superare l’oscurità del baratro nel quale la donna si sentiva sprofondata poiché oltre alle gambe aveva perduto anche un figlio. Si era spento con lui, ogni stimolo alla vita che ella serbava nel cuore.

Malgrado i piani orditi dai meschini seguaci del Vuoto, Delukhan era giunto in tempo recando con sé calore e speranza. E ora, forse, la tragedia ed il dolore che quella donna aveva patito potevano divenire stimolo a vivere, sforzarndosi per evitare ad altri ciò che lei stessa aveva provato. Esattamente l’opposto del pessimismo che i demoni avrebbero preferito trasmettere, innescando un meccanismo perverso di riflessioni e colpevolizzazioni in relazione all’incidente stradale verificatosi e al servizio sanitario incapace di guarire feriti ed ammalati.

Ora però i pensieri del guerriero della Luce non erano rivolti al ricordo di quanto compiuto in nome di un disegno superiore, bensì erano unicamente tesi all’incontro con la ragazza che amava.

Chissà se Tynderion è già tornata dal lavoro?

Chissà di che umore sarà, come reagirà nel rivedermi sull’uscio di casa?

Forse stasera potrei portarla fuori a cena.

In quel periodo, complice il trasloco nella nuova casa, Tynderion era un po’ stressata. In fondo, non si trattava certo di un cambiamento da poco, anzi, secondo alcuni esperti un evento del genere costituiva una delle fonti primarie di stress moderno.

La ragazza aveva cambiato casa spinta dal desiderio di dare una svolta alla propria vita, alla ricerca di maggior indipendenza. Non aveva mai pensato concretamente alla possibilità di sposarsi e metter su famiglia o, per lo meno, non rientrava negli obbiettivi che aveva catalogato come primari. Ma l’incontro e la relazione con Delukhan avevano lentamente cambiato ogni prospettiva e priorità.

Ora che la loro relazione maturava, seppur con alti e molti bassi, in cuor suo Tynderion sperava di riuscire a convincerlo a stabilirsi da lei. A patto, certo, che l’atteggiamento di Delukhan mutasse. Tra i due c’era amore, intensa passione e complicità; ma lui non era un uomo comune e non poteva garantirle quella vita normale che lei desiderava.

Un ostacolo che andava a complicare la loro storia e a cui Delukhan non poteva porre rimedio con immediata facilità.

Più volte ci aveva riflettuto ma senza riuscire a trovare un modo con il quale conciliare il proprio ruolo di servitore della Luce con l’amore che provava per la sua dolce Tynderion.

Lasciala perdere, le aveva addirittura consigliato Syrvild, il proprio mentore.

Cazzate, solo un mare di insensate stronzate: questo il pensiero di Delukhan in merito a consigli di un simile tenore.

Anche in quel momento, mentre guidava in quella strada di periferia, immerso nel clima familiare che quel quartiere possedeva, immaginava come sarebbe potuta essere la loro vita se lui non fosse stato quel che invece era. Anzi, a come la sua intera esistenza sarebbe stata se non fosse stato chiamato a diventare un servitore della Luce, costantemente in moto per aiutare questa o quell’altra persona in difficoltà, perpetuo nemico dei piani orditi dai servitori dalle tenebre.

Malgrado tutto ciò, Delukhan sperava di riuscire a conciliare le dinamiche della sua vita con quella di Tynderion, desiderava provare a renderla felice, a tentare una vita assieme. Chissà, magari un giorno loro due sarebbero diventati come una di quelle famigliole che abitavano da quelle parti, forse i Due Spiriti l’avrebbero aiutato nel perseguire quel suo desiderio così umano e comprensibile. In fondo, l’amore è uno dei principi che la Luce pone al centro di ogni suo agire, un vincolo sacro da difendere e far germogliare.

Ad un tratto però una volante della polizia lo superò distraendolo dalle proprie riflessioni. Era talmente immerso nei propri pensieri che si era accorto solo all’ultimo della vettura che sopraggiungeva a forte velocità e che ora lo precedeva poco più avanti.

Controllando sullo specchietto, notò quindi un altro mezzo giungere di gran carriera: le sirene dell’automezzo dei pompieri violentavano senza ritegno l’atmosfera pacifica del quartiere.

Era insolito vederne da quelle parti.

Dev’esser successo qualcosa di grave.

Un incidente d’auto forse.

Oppure semplicemente stavano sfruttando quella strada poco trafficata per raggiungere un altro punto della città in cui era necessario l’intervento delle forze dell’ordine. Anche se dubitava che la causa della presenza di un’auto della polizia fosse una di quelle da lui ipotizzate, stentava a credere che fosse invece dovuta a qualche crimine: era a dir poco improbabile che si verificassero in quel quartiere così tranquillo e densamente popolato. Sapeva che non era così, che le mele marce c’erano eccome, ma ugualmente preferiva pensare a Hennon come ad un luogo sicuro e affidabile per la sua Tynderion, un piccolo Eden moderno nella periferia di Bevyol in cui nulla di malevolo poteva esistere.

Poi, dritto davanti a sé, notò il fumo che saliva al cielo.

Un brivido gli corse lungo la schiena e accelerò d’istinto.

Mano a mano che procedeva lungo la strada, uno spiacevole presentimento giunse a turbarlo: quei sinistri rivoli di fumo scuro sembravano avere origine proprio nella direzione in cui si stava dirigendo.

No, no, ti prego, fa che non sia successo nulla …

A poca distanza dalla casa della sua Tynderion l’uomo scoprì invece che i propri timori erano drammaticamente fondati: un paio di volanti erano parcheggiate dirimpetto alla casa mentre i pompieri erano all’opera per spegnere l’incendio che divorava l’abitazione con fame atavica.

Sul marciapiede invece sostava un’autoambulanza.

Le fiamme stavano devastando la villetta con furia e bramosia: ogni cosa bruciava senza scampo e c’era il rischio che l’incendio si propagasse alle abitazioni limitrofe. Nel giardinetto stazionavano due poliziotti, giunti sul posto per controllare la situazione e garantire ordine e vigilanza, e un manipolo di curiosi, accorsi per osservare la tragedia, avvoltoi in trepidante attesa di smembrare la carcassa di un loro simile.

La porta dell’abitazione era spalancata e quel poco che si poteva scorgere dell’interno faceva presagire un inferno di fiamme e dolore.

Delukhan frenò bruscamente e si fermò ad una decina di metri dalla villetta. Teso e preoccupato, slacciò la cintura di sicurezza e si fiondò fuori dalla vettura, correndo in direzione dei poliziotti dopo aver praticamente abbandonato l’auto in strada. Il cuore gli batteva all’impazzata, la mente già ottenebrata dalla paura di conoscere quella verità che sospettava. Correva, soltanto questa la percezione che possedeva in quegli istanti, avanzava veloce verso la casa, passo dopo passo verso la scoperta di una verità che confinata solamente nei suoi incubi più cupi.

Istintivamente attivò i propri poteri ricoprendo il proprio corpo di una corazza di energia liquida. Al contempo, ampliò le proprie percezioni cercando di captare la posizione della sua Tynderion sulla base delle sue emanazioni vitali. Attorno a lui filamenti magici appena percepibili ad occhio nudo lo ponevano al riparo da calore e possibili ferite, uno scudo di energia mistica in grado di proteggerlo dagli attacchi più potenti ma del tutto inutile contro l’angoscia dilaniante che gli cresceva dentro.

La cercò, ma di lei non vi era traccia.

Quello che invece individuò fu una scia di magia tenebrosa, come un rivolo di malvagità che gli fece comprendere la natura dolosa dell’incendio.

No no no, non può essere vero, non può essere …

D’impulso si diresse verso l’edificio mentre già richiamava l’energia necessaria per disperdere le fiamme. Il potere che la Luce gli aveva conferito nel momento stesso della sua consacrazione non era inteso per usi personali ma solo in relazione alle missioni salvifiche che Delukhan, come gli altri guerrieri della Luce, era chiamato a compiere.

Ma in quel momento non vi era posto per la lucidità o per la cautela.

Che vedessero, che vedessero tutti: Delukhan pensava unicamente alla propria compagna.

- Ehi? Che vuoi fare?

La voce dei poliziotti non lo sfiorò nemmeno: erano insensati sussurri distanti. La mente e l’attenzione completamente volte ad un unico pensiero: doveva entrare.

Soltanto un uomo si staccò dal gruppetto dei curiosi e lo seguì rapidamente con l’intenzione di proteggerlo e di evitargli uno strazio inutile.

Delukhan entrò in casa con l’impeto di una belva famelica, il battito cardiaco accelerato per l’apprensione. Sotto il peso del suo sguardo le fiamme si disperdevano come ombre al sole. L’aria era calda e soffocante, densa di fumo, ma ciononostante il suo fisico sembrava non risentirne, sostenuto dall’adrenalina e dal potere magico che dominava. Rapido e deciso si fiondò in cucina, era la prima porta sulla destra: il tavolo, i mobili ed il frigo erano al loro posto, danneggiati e condannati.

Quindi fu il turno del salotto.

Fu qui che la rinvenne: Tynderion era a terra, riversa sul soffice tappeto a tinte beige e blu. Il corpo era supino, davanti al soffice divano a tre posti che a lei tanto piaceva sia per il colore che per la liscia pelle pregiata che lo rivestiva sulla quale adorava far scorrere le sue mani delicate. Ma le sue braccia erano immobili ora, scomposte nella sofferenza della morte, insozzate del sangue che, come una pozza, si estendeva sul pavimento: la ragazza aveva le vesti ed il ventre squarciato da una profonda ferita trasversale.

Il volto, una maschera di terrore infinito.

Delukhan si fermò paralizzato; la realtà gli rovinò addosso in un istante.

Il tempo stesso sembrò immobilizzarsi mentre realizzava quanto era accaduto.

Quanto aveva perduto.

No!

Delukhan cadde in ginocchio, incredulo e sopraffatto, lo sguardo fisso negli occhi sbarrati di lei.

Non può essere vero!

Fu allora che venne raggiunto dall’altro uomo, un signore rubicondo sulla cinquantina. Un guerriero della Luce che Delukhan conosceva molto bene. Questi gli appoggiò una mano sulla spalla, per invitarlo ad uscire: avrebbe preferito risparmiare al ragazzo la vista di tanta atrocità, ma non era stato abbastanza veloce.

Sorpreso e turbato per la sua comparsa, a Delukhan non uscì altro se non un burbero:

- Vattene!

Una parola soltanto, un comando dettato dal dolore e da quello sconforto inatteso che si erano impadroniti di lui, la mente ancora incapace di metabolizzare l’accaduto. Syrvild però ignorò l’ordine del ragazzo e, con voce calma ma profondamente scossa espresse il proprio cordoglio:

- Mi dispiace ragazzo, mi dispiace.

Il giovane chiuse gli occhi, sopraffatto, la gola stretta in una morsa di desolante tristezza.

- Tynderion è morta, non puoi fare più niente.

Cercando di ignorare le parole del proprio mentore, rifiutandole, Delukhan tentò quindi di alzarsi e di raggiungerla: voleva stringerla ancora una volta.

Ma Syrvild si frappose tra lui e Tynderion, trattenendolo e cercando di farlo ragionare.

- Mi dispiace … E’ troppo tardi ormai …

- Nooooo! Lasciami. Lasciami!!

L'uomo comprendeva il dolore di Delukhan, tuttavia non voleva che la sofferenza lo accecasse a tal punto da fargli compiere gesti insani ed immotivati. Contro se stesso, o nel tentativo di richiamare l’anima della propria amata in un estremo tentativo di guarigione, un incantesimo al limite della negromanzia.

Spostandolo di peso, cercò di spingerlo indietro, verso l’esterno. Al sicuro dal fuoco, al sicuro dal cuore. Al contempo, i vigili del fuoco, alacremente al lavoro per domare le fiamme, imprecavano contro la stupidità dei due e sbracciavano con foga, invitandoli a guadagnare l’uscita dell’edificio.

Ad ogni centimetro che andava ad aggiungersi alla distanza tra se stesso e il corpo di Tynderion, Delukhan sentiva infiniti aculei di sofferenza lacerargli il cuore, uno per ogni secondo che non le aveva donato, per ogni momento che avevano condiviso e per tutte le verità che le aveva taciuto.

E che l’avevano condannata.

E’ colpa mia, soltanto colpa mia ….

Tutto perse ogni significato: i colori del mondo si fusero in un caotico acquerello di tristezza e dolore mano a mano che Delukhan comprendeva quanto era accaduto.

- E’ colpa mia, soltanto colpa mia …

Syrvild gli mise le mani sulle spalle, nel tentativo di confortarlo e di scuoterlo. Spettava ai poliziotti e ai pompieri porre ordine in quella devastazione. Tutto ciò che poteva fare era agevolarli smorzando con il potere della Luce le fiamme che, lentamente, stavano divorando l’edificio.

Non potevano fare altro.





Nota: si tratta del prologo di un romanzo urban fantasy disponibile al seguente indirizzo web www.vuotodiluce.com




Titolo: Vuoto di Luce - Prologo
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Leonardo Colombi
Link correlati: Vuoto di Luce
Aggiunto: March 27th 2011
Viste: 361 Times
Voto:Best
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