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Marco Foscari Di Venezia

MARCO FOSCARI DI VENEZIA





La storia di Marco Foscari era così incredibile che, se non fosse stato lui in persona a raccontarmela, non l’avrei mai presa sul serio.

Marco venne da me, nel palazzo che avevo sul Canal Grande, una sera d’estate del 1753. Lo accolsi con affetto, perché egli è un mio caro amico e non lo vedevo da parecchio tempo, precisamente da quando, due anni prima, si era imbarcato per un viaggio a Costantinopoli.

Appena lo vidi entrare mi accorsi subito che in lui qualcosa era cambiato.

Nei suoi occhi brillava una luce che non avevo mai visto prima e, nonostante mi salutasse con affetto, allo stesso tempo sembrava distante in preda a chissà quali pensieri.

-Marco,- gli dissi, -Eravamo tutti preoccupati per te. Cosa hai fatto in tutto questo tempo? Hai viaggiato? Hai visitato paesi lontani? Dimmi.-

Mi sorrise. –Ho viaggiato, sì, ho viaggiato molto, ma non intendo raccontarti a voce le mie avventure. Ho scritto tutto qui dentro,- disse porgendomi un grosso pacco di fogli.

-Impiegherei troppo tempo a raccontarti tutto di persona, e inoltre preferisco non rievocare certi momenti. Ma troverai tutto scritto qui, da quando sono partito per Costantinopoli. Mi raccomando, amico mio,- e mentre diceva questo mi prese le mani,- tieni tutto questo per te, non parlarne con nessuno. Di te mi fido, Francesco, ma fai attenzione, perché lì dentro ci sono scritte delle cose che potrebbero interessare gli Inquisitori-.

Gli dissi che poteva contare su di me in ogni caso e che avrei avuto cura del suo manoscritto.

Marco andò verso la finestra, e rimase qualche momento in silenzio a guardare le stelle che brillavano sopra i palazzi di Venezia.

Poi si avvolse di nuovo nel suo mantello e mi salutò, dicendo che sarebbe tornato presto a trovarmi. Appena se ne fu andato, mi sedetti alla scrivania, accesi un lume, e incominciai a leggere le sue pagine…































1- IL PASSAGGIO





Ho visto piante e animali come non se ne trovano nemmeno nelle lontane Indie. Ho visto città splendide, con grandi mura e maestosi palazzi, che brillavano sul mare al tramonto come le immagini di un sogno. Ho incontrato popoli strani e affascinanti, di cui la Bibbia non ha mai parlato…

Ma racconterò tutto procedendo con ordine. L’estate del 1751 il mio amico Alvise Loredan mi chiese di accompagnarlo presso Costantinopoli, per acquistare una partita di spezie e tessuti pregiati. Gli risposi subito di sì, perché avevo compiuto da poco vent’anni e volevo viaggiare e conoscere genti e popoli. Assieme ad un altro amico di nome Tiziano ci imbarcammo a Venezia e dopo pochi giorni di navigazione arrivammo a Costantinopoli, un tempo baluardo della cristianità ed erede dell’Impero Romano, ora capitale dei domini del Turco. La città brillava sotto la luce del sole, con i suoi minareti e le cupole delle sue moschee, e non vedevo l’ora di visitarla. Il porto era un flusso continuo di genti e di merci di ogni provenienza, e da lì, seguendo stradine strette e sterrate, arrivammo presso una locanda dove avremmo passato la notte. Mentre i miei due amici contrattavano le merci in un bazar, io andai a esplorare i tesori artistici della città e ad osservare le danzatrici, gli incantatori di serpenti, i fedeli di Maometto in preghiera. La sera ci ritrovammo in una taverna, assieme ad altri marinai delle più diverse origini: fiamminghi, genovesi, portoghesi. Poi, quando era ormai notte fonda, un vecchio turco si accostò al nostro tavolo.

-Nobili signori, posso osare importunarvi con una richiesta? Mi è sembrato di capire che siete in viaggio. E’ possibile che vi interessi un ricordo da portare con voi a casa? Nel mio bazar ho degli oggetti di tutti i tipi-.

Di comune accordo io, Alvise e Tiziano seguimmo il vecchio commerciante fuori dalla taverna, prendendo l’occasione come un interessante imprevisto in quella serata.

Mentre camminavo in quel labirinto di strade, godendomi la notte stellata, guardavo di tanto in tanto la nostra guida. Il suo viso, bruciato dal sole, era segnato da un intrico di rughe, e sembrava vecchissimo. A un certo punto si fermò di fronte a una costruzione di mattoni di fango essiccati, col tetto piatto, e scostò la tenda posta sull’entrata.

-Entrate, prego, nobili signori,- ci disse sorridendoci, e noi entrammo.

Dentro la stanza, vidi tappeti arrotolati, statuette, armi decorate, stivali di pelle finemente lavorati, mappe miniate a mano. Una grande lampada ad olio, posta su un piedistallo, stendeva una luce fioca sulla mercanzia accatastata alla rinfusa. Un amuleto in particolare attrasse la mia vista e lo presi in mano per osservarlo meglio. Mentre lo stavo esaminando sentii un rumore soffocato alle mie spalle. Voltandomi vidi tre grossi turchi, all’entrata del bazar, armati di scimitarre.

-Consegnateci il vostro oro, nobili veneziani,- disse il vecchio, sorridendo in tono di scherno.

Per tutta risposta, sguainammo le nostre spade e nella stanza incominciò un furioso combattimento.

La mia schiavona era più sottile delle loro scimitarre, e dovevo stare molto attento.

Mi limitavo a parare e ad aspettare il momento buono. D’un tratto sentii un urlo e, alla mia destra, Tiziano crollò in un lago di sangue. Una nebbia rossa, di furore, mi offuscò la vista e balzando in avanti sferrai tremende stoccate al mio avversario, finchè lui, per un secondo, non abbassò la guardia, e io approfittai di quel momento per piantargli la spada in petto.

Mi rendevo conto che non poteva durare a lungo. Stavo pensando a una possibile via d’uscita quando, per evitare un colpo del mio avversario, andai a sbattere contro il pilastro che sorreggeva la lampada ad olio. Questa cadde a terra, andando in frantumi.

Si sprigionarono dense volute di fumo, che a poco a poco avvolsero tutta la stanza, al punto tale che non riuscivo più a vedere.

Persi i sensi, caddi a terra, e l’ultima cosa che sentii fu una strana musica levarsi in lontananza…







2- SIMONETTA



A poco a poco mi risvegliai. Sentivo sulla pelle il calore del sole, ed ero disteso sull’erba. Aprii gli occhi del tutto e mi ritrovai in una radura fra gli alberi. Guardando in alto fra i rami riuscivo a scorgere l’azzurro del cielo. Il mio primo pensiero fu: “Questo è il Paradiso. Io sono morto, e questo è il Paradiso di cui ho sempre sentito parlare.”

Ma sapevo che non era vero. Sapevo di essere vivo. E poco dopo lo capii, il pensiero mi attraversò veloce la testa: “ Io sono su un altro mondo”.

Nonostante la giovane età avevo viaggiato molto, sia nel Vecchio che nel Nuovo Mondo, eppure non avevo mai visto niente di simile a quegli alberi. Per cominciare erano altissimi. Dai loro rami pendevano grossi frutti rossi e arancione. I loro rami si incrociavano a formare quasi una cupola, dalla quale filtravano, qua e là, i raggi dorati del sole.

Dall’ altra parte della radura c’era uno stagno, o forse era meglio dire un lago, considerate le dimensioni. Mi avvicinai alla riva e vidi, sull’altra sponda del lago, una creatura da sogno. Aveva l’aspetto di una normale ragazza, con la pelle bianchissima e lunghi capelli biondi, e sedeva sulla sponda del lago, completamente nuda. Pareva una ninfa, una di quelle creature di cui ci parlano le favole degli antichi greci. Forse, in quello strano mondo, gli esseri fantastici prendevano vita. Quando mi vide, mi sembrò di vedere, nonostante la lontananza, i suoi occhi sbarrarsi per lo stupore. Alzai una mano in segno di saluto, e sorrisi, poi entrai in acqua e mi diressi verso di lei a grandi bracciate. Mentre stavo nuotando per raggiungere questa creatura misteriosa, questa ninfa, la vidi improvvisamente agitare le braccia, come per avvertirmi di un pericolo, e gridare. O meglio, aprì la bocca per gridare, ma quello che io sentii era pura musica, come se questa creatura magica si esprimesse con le melodie invece delle parole.

Mi guardai attorno, per vedere cosa fosse a farla agitare così tanto, e vidi un serpente avanzare verso di me, a pelo d’acqua. Era lungo circa due metri, di colore viola, con una testa sproporzionata. Fu proprio la testa a colpirmi, con quei grandi occhi gialli e quei denti aguzzi. Accellerai il ritmo delle mie bracciate nel tentativo di guadagnare la riva prima che quel mostro mi raggiungesse. Il fondale aveva cominciato a salire, e stavo quasi per toccare, quando sentii un dolore fortissimo alla gamba destra, sul polpaccio, come se mi ci avessero conficcato un mazzo di aghi. Voltandomi vidi il mostro attaccato alla gamba, e cercai di colpirlo con un pugno. Quello mollò la presa e mi ingoiò la mano, tutta intera, piantandomi i denti nel polso. Urlai di dolore e lo colpii con l’altra mano, sulla testa, sugli occhi, finchè non mollò la presa. Con altre faticose bracciate raggiunsi la riva e mi buttai sull’erba, mentre sentivo che il veleno di quel mostro cominciava a fare effetto. Perdevo sangue dalla gamba e dal polso, e mi sentivo invadere da una specie di sonnolenza…

Un viso stupendamente bello mi guardò dall’alto, vidi lunghi capelli d’oro ed occhi verdi, e mi venne spontaneo pronunciare quel nome: -Simonetta,- dissi, prima di scivolare in un sonno senza sogni.





Mi risvegliai, di nuovo, all’ombra degli alberi, e a fianco a me c’era la bella ninfa che mi guardava. Non riuscivo a capire quanto tempo fosse passato mentre ero svenuto.

La ninfa al mio fianco parlò.

-Sei stato fortunato. Sono riuscita a farti bere un infuso di erbe, prima che il veleno agisse. Starai meglio, sei fuori pericolo, ma per ora devi riposarti-.

Rimasi sbalordito. Parlava la mia stessa lingua!

Avrei voluto trovare una bella frase per ringraziarla, ma tutto quello che riuscii a dire fu: -Conosci la mia lingua?-

Sempre sorridendo, mi rispose: -Non sapevo di conoscerla, almeno fino a poco fa. Mi è venuto naturale parlarti in questo modo.

A quel punto, ero ancora più confuso.

-Da dove vieni? E come sei arrivato in questa foresta?

-Non riesco ancora a capirlo. Ero a Costantinopoli, era notte, siamo stati assaliti e una lampada si è rovesciata, poi tutto si è riempito di fumo…-

Mi fissava in maniera strana mentre parlavo. Era ovvio che non aveva mai sentito parlare di Costantinopoli, tuttavia mi sembrava che le mie parole le facessero venire alla mente ricordi lontani, perché per un attimo si perse in un altro tempo.

Infine pronunciai quella che sentivo, a quel punto, essere una certezza.

-Io vengo da un altro mondo.-

Ne ero sicuro ormai, come voi siete sicuri dell’aria e del sole che respirate.

Non stavo sognando, non ero in un’isola sperduta, non ero in paradiso.

Ero in luogo che né la Bibbia, né Omero avevano mai nominato, dove nessun uomo era arivato prima di me…

Alle parole “altro mondo” vidi negli occhi della mia nuova amica un turbine di emozioni. Prima si fecero vacui, come se stesse ricordando qualcosa, poi vidi gioia, malinconia, e terrore.

Vidi un terrore profondo nei suoi occhi, prima che tornasse a parlarmi.

-Dovevo immaginarlo. E’ da molto tempo che nessuno entra in questa foresta.

-Tu vivi, qui, Simonetta?- Mi era sembrato naturale chiamarla così, con il nome di una ninfa che avevo sentito durante uno spettacolo alla corte dei Medici.

-Simonetta,- disse lei provandone il suono, - E’ un bel nome. Mi piace. Puoi chiamarmi così. Tu chi sei?

-Mi chiamo Marco Foscari e vengo da Venezia. Ma immagino che questo non ti dica niente.

-Bene, Marco Foscari di Venezia, - disse sorridendo come se le piacesse il suono di quelle parole,- Io vivo in questa foresta, da molto tempo. Da tanto tempo.

E tu sei arrivato da un altro mondo, e potrai fermarti qui con me, e staremo assieme qualche giorno-.

Il suo tono caldo e affettuoso fece sparire, dentro di me, il ricordo del lampo di terrore che le avevo visto negli occhi.

-Ora riposati. Devi rimetterti in forze,- disse, accarezzandomi i capelli.





I giorni seguenti rimasi con Simonetta in quella foresta incantata, mentre pian piano l’idea di trovarmi lontano da casa, in un mondo sconosciuto, cominciò a sembrarmi familiare. Mi stavo abituando all’idea che qualche Dio mi avesse precipitato in un altro tempo e in un altro spazio, e presto sorse in me il desiderio di esplorare quel tempo e quello spazio. Mi sarei diretto verso la città più vicina, pronto ad ogni incontro, ad ogni imprevisto, ad ogni possibilità. Sentivo di avere fra le mani qualcosa di meraviglioso, che aspettava solo me per essere scoperto. Colombo doveva aver provato le mie stesse emozioni sbarcando alle Indie.

Sembrava che Simonetta non avesse bisogno né di mangiare, né di bere, ma mi procurava grossi frutti succosi per i miei pasti. Durante la giornata facevamo il bagno in un altro lago, dove non c’erano serpenti e quando calava la sera stavamo distesi sull’erba, godendo i profumi e le luci che si accendevano nella foresta, fra i rami. Erano degli animaletti simili alle lucciole, ma più grandi, di tutte le sfumature del viola e dell’azzurro. Poi, alla luce argentata della luna, tenendomi la testa in grembo, Simonetta cantava per me, e riempiva il verde silenzio della foresta con la sua voce di sogno. Non sembrava neanche che cantasse, ma che stesse suonando uno strumento, anche se non avevo mai sentito prima una melodia del genere. La notte dormivamo assieme, abbracciati, in mezzo all’erba, per svegliarci poi all’alba e incominciare un’altra giornata da favola. Sembrava che quella ragazza non si stancasse mai di cantare, di danzare in quella foresta, e un giorno, mentre la guardavo accarezzare un piccolo animaletto simile a una marmotta, capii di volerle bene. Lo capii tutto d’un colpo. Mi ero affezionato a quella piccola dea, quell’angelo nato in un altro mondo, che non aveva bisogno né di mangiare né di bere.

Ma per quanto belli fossero quei momenti presto mi resi conto che dovevo partire, per esplorare ancora la foresta ed arrivare a una città, a un popolo civile.

Quando le dissi che sarei partito l’indomani, mi sembrò molto triste, ma poi si disse d’accordo con me. Mi diede un perizoma bianco, ricamato in blu, col quale sostituii la mia casacca e i miei pantaloni da marinaio, e mi regalò un coltello e una cintura di pelle. Non avevo la minima idea di dove li avesse presi.

Dormimmo assieme quell’ultima notte, e mentre le stelle brillavano fra le fronde degli alberi, la sentii dire, nel sonno: -Le malattie vengono da altri mondi-.







CAPITOLO 6





Salutai Simonetta con un abbraccio e giurai che sarei tornato presto a trovarla. Mi raccomandò di fare attenzione e di tornare presto sano e salvo da lei. Mi sembrò di vedere delle lacrime salirle agli occhi mentre mi lasciava andare, mentre partivo per la mia esplorazione. Anche a me dispiaceva lasciare la mia amica, la prima e l’unica che avessi incontrato fino ad adesso in quel mondo, ma sapevo che avrei dovuto cercare di raggiungere una città dove poter scoprire qualcosa di più riguardo allo spazio e al tempo in cui mi trovavo. Forse avrei anche potuto scoprire cos’era successo a Costantinopoli quando quella lampada si era rotta e io ero caduto a terra per svegliarmi in quella foresta. I miei ultimi ricordi si facevano sempre più opachi, perdevo ogni giorno qualche dettaglio. Tiziano era morto sotto le scimitarre di quei banditi, e Alvise che fine aveva fatto? E io, come ero riuscito ad arrivare in quella foresta? Se avessi trovato una città forse avrei potuto interrogare qualche sapiente del luogo, che mi avrebbe fornito le informazioni di cui avevo bisogno.

La foresta splendeva attorno a me, con la luce del sole che filtrava dai rami di quegli alberi immensi, dalle cupole formate dalle foglie che si intrecciavano fra di loro., e giungeva a illuminare me che camminavo in quel sottobosco, nell’erba fina. Qua e là sentivo dei versi simili a quelli che fanno gli uccelli, e difatti alzando lo sguardo potevo vedere strane creature volteggiare fra i rami, stendendo le ali blu e rosse. Avrebbero potuto assomigliare a dei pappagalli, se non fosse stato per la lunga coda che avevano, che terminava in uno spuntone.Mi facevo strada fra piante che mi arrivavano al petto, tagliando col mio coltello le foglie larghe che mi impedivano il cammino. Per scavalcare le radici degli alberi, dovevo issarmi con tutte e due le mani, buttare le gambe al di là e lasciarmi cadere, proprio come si fa con un muro, e in effetti erano anche queste più alte e grosse delle radici degli alberi a cui ero abituato. Di tanto in tanto mi fermavo a mangiare qua e là qualche frutto. Poi, quando il sole era alto e camminare era stancante per il caldo, mi riposai stendendomi sull’erba, all’ombra di una pianta dalle foglie larghe.

Dovevo aver percorso ormai già un lungo tratto, ma ricordatevi, cari lettori, che non avevo la minima sensazione di dove stessi andando. Era per me come camminare nello spazio vuoto di una mappa che raffigura un continente inesplorato. Decisi di arrampicarmi su un albero per avere una visuale dell’orizzonte, e magari riuscire a scorgere qualche segno indicativo di una città. Un albero vicino a me si prestava bene allo scopo: i rami vicino a terra erano molti e riuscii ad arrampicarmi facilmente. Verso l’alto si facevano più larghi e dovetti issarmi con tutte e due le mani, a forza di braccia, per salire. Continuai nella mia arrampicata fino a raggiungere una ventina di metri d’altezza. Scostai le foglie che mi avvolgevano e provai a guardare oltre. All’orizzonte vidi un’infinita distesa di alberi, un lago di verde che in lontananza si stemperava nell’azzurro, fino a confondersi quasi con esso, e sopra a tutto il sole con i suoi raggi dorati. Davanti a me vidi un’area dove le chiome degli alberi erano spoglie, e nudi rami di legno si attorcigliavano verso l’alto. Sembrava che gli alberi in quella zona della foresta stessero marcendo, mentre tutto attorno la verzura splendeva di verde. Scesi dall’albero e continuai la mia marcia, facendomi largo fra le foglie e i viticci con l’aiuto della mia spada. Mi stavo inoltrando nel verde senza una meta precisa e lo sforzo continuo, unito all’umidità e al calore dell’aria, stava lentamente minando le mie energie. Cominciavo a disperare di riuscire a raggiungere una città o un villaggio prima che calassero le tenebre. Per un attimo mi fermai sconfortato. Attorno a me tutto taceva. La luce che filtrava attraverso il verde si era fatta più calda e morbida, più dorata. Era la luce del pomeriggio che anticipa il crepuscolo. Non avevo idea di cosa avrei potuto incontrare in quella foresta di notte. Forse, al calare delle tenebre, fiere mostruose, assetate di sangue, si aggiravano nel sottobosco cercando qualcosa di cui cibarsi. Me le immaginavo con corpi sinuosi, munite di zanne e artigli. Per un momento mi lasciai cadere a terra, poggiai la schiena contro un tronco, e ripensai ai miei ultimi giorni, e alle misteriose circostanze che mi avevano trasportato in quel luogo. Poi mi decisi ad andare avanti, pensando che sarebbe stato meglio utilizzare le ore di luce residue per coprire più spazio possibile, invece di disperarsi. Continuando a camminare, sentii che il terreno si faceva sempre più umido. I miei piedi non calpestavano più l’erba e la nuda terra, ma affondavano in una fanghiglia sempre più molle, un pantano, e ogni passo mi costava più fatica del precedente. Probabilmente mi stavo inoltrando in una palude. Anche gli alberi attorno a me erano cambiati: avevano assunto un colore nerastro e sembravano marcescenti. Alzando lo sguardo, vidi che i rami si erano fatti più spogli. Avevo raggiunto quella zona che avevo osservato dall’alto. Il fango ormai mi arrivava al ginocchio. Riuscii ad issarmi oltre un tronco crollato a terra e a raggiungere una riva. Lì mi distesi sull’erba umida, a prendere fiato. In quel momento, sentii la belva ruggire.







CAPITOLO 7





Mi voltai di scatto, la spada in mano. Il rumore proveniva da qualche parte dietro di me. Mi distesi a terra, al riparo dietro al tronco, mentre guardavo verso gli alberi al di là della riva. La verzura era troppo fitta perché riuscissi a vedere qualcosa, ma mi sembrò di vedere qualcuno muoversi in lontananza, e poi di nuovo il ruggito della belva, una belva a cui non potevo ancora dare un nome e una forma. Mi limitai a tenere la spada bene in pugno e pronto a balzare all’attacco. Stavo ancora aspettando che la belva si facesse vedere quando dagli alberi uscì correndo una creatura dall’aspetto incredibile.

Aveva come me due braccia e due gambe, un busto e una testa, ma le somiglianze fra i nostri corpi finivano lì. La sua pelle era azzurra, con striature più scure, come dei tatuaggi, e dai lati della testa le pendevano due appendici di forma tentacolare, più grossi alla base che andavano assottigliandosi verso la fine, più o meno all’altezza della vita. La creatura indossava un lacero perizoma e correva verso di me, inseguita dalla belva che uscì ruggendo dal folto degli alberi. Aveva la forma di un lupo, ma il corpo coperto di scaglie nere, con gli occhi gialli e le fauci irte di zanne lunghe come coltelli. Non potevo restare a guardare indifferente la fine che sarebbe toccata a quella creatura disarmata, destinata a soccombere a quel mostro d’inferno. Balzai fuori dal mio riparo, con la spada ben stretta nella mano, e corsi incontro alla belva. Questa smise di inseguire la sua preda e si volse verso di me, mostrandomi le fauci e sibilando. Cominciò a girarmi attorno, aspettando il momento buono per attaccare. All’improvviso si raccolse e spiccò un balzo, verso la mia gola. Riuscii a scartare di lato in tempo utile e la colsi a mezz’aria con un fendente, squarciandole il ventre a metà del salto. Ricadde pesantemente, fece qualche tentativo di rialzarsi, e spirò, ruggendo. Ripulii la spada dal sangue nell’erba. Quando alzai lo sguardo attorno a me, la creatura misteriosa era ancora lì.














Titolo: Marco Foscari Di Venezia
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Federico Ravasio
Aggiunto: January 5th 2011
Viste: 528 Times
Voto:Best
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