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Nuova Vita

Il cielo non era mai stato così bello.

L’intera volta celeste brillava nella notte ad appena un passo da lei, separata da pochi centimetri di vetro dai suoi occhi illuminati da un tale splendore, rapiti da una tale bellezza. La sua mano accarezzava quel pannello infrangibile con un tocco delicato, come se avesse potuto spostarlo solamente volendolo, continuando ad ascoltare dall’altra parte il richiamo che le stelle le stavano lanciando, inestinguibile, inafferrabile.

Poco distante da lei, la libertà infinita. Mai la felicità fu più vicina ma allo stesso tempo più lontana.

In quel corridoio, nella stazione orbitale che aveva segnato la sua esistenza fino ad ora, si sentiva prigioniera come nessun altro, perché non solo non poteva abbandonarla con il corpo, ma era consapevole che mai avrebbe potuto abbandonarla con i ricordi.

Perché non erano suoi.

Piegando leggermente il capo fece scivolare via i lunghi capelli biondi dalla pelle chiara, svelando la spalla scoperta. Ecco, il numero impresso a fuoco su di lei anni prima ora era visibile in tutto il suo scempio, in tutto il suo nero brillare. 34 diceva quel numero. Ma era veramente quello il suo nome?

No. Quello era solo un simbolo del suo retaggio, il codice della sua nascita. Da quello le altre persone, le “vere” persone, la potevano identificare e capire tutto di lei, trattandola di seguito come spiegava la legge. Una legge ingiusta e sbagliata, pensava, creata per imprigionare lei e quelli come lei, ponendoli al servizio di coloro che li avevano creati, legandoli e imbrigliandoli a padroni che si mascheravano da fratelli.

La legge parlava chiaro.

“Primo comma dello statuto dei Primis:

Un Primis non è un essere umano.

Un Primis è un costrutto dell’uomo, dato dall’uomo per servire l’uomo. Proteggerlo, accudirlo, aiutarlo.

Un Primis è carne perché gli è stata donata.

Un Primis è sangue perché gli è stato dato.

Un Primis è pensiero perché gli è stato concesso.

Qualunque azione di un Primis è nata per servire questo statuto.

Qualunque azione esca da questo statuto non può essere di un Primis.

Un Primis non è un essere umano.”

Così viene riassunta la loro storia, la sua storia. Primis, ovvero i primi figli dell’uomo, creati a sua immagine e somiglianza come dimostrazione del suo potere.

Cloni. Non abbastanza umani per camminare loro a fianco, ma abbastanza vicini per camminare nella loro ombra.

Quando nascono vengono subito marchiati con quello che diventerà il loro nome, con il quale verranno poi chiamati e usati. Nome che dovranno sentire come proprio, perché sarà l’unica cosa data loro per uso personale. Leggendo in antichi testi di nascosto era riuscita a scoprire una vecchia storia su un popolo che assomigliava molto a loro in questo. Un popolo assoggettato a un altro per raccoglierne gli errori e subirne lo scherno e la frustrazione. Ebrei, venivano chiamati.

Peccato che il libro fosse incompleto. Le avrebbe fatto piacere conoscere come era finita la loro storia, pensò.

La sua vita era stata programmata fin dalla nascita con tre semplici parole. Proteggere, accudire, aiutare. Niente doveva scavalcare questi tre compiti, nemmeno e soprattutto le azioni personali, i propri desideri o sogni. Ma erano veramente suoi? Come Primis aveva ricevuto i propri ricordi, i propri schemi di pensiero da sua madre, e quest’ultima da sua madre, e così via. La sua vita era stata scandita dall’orologio di un’altra, una giovane donna vissuta prima di lei parecchi anni fa, un membro della guardia reale. Essa aveva guardato, toccato e parlato in tutta la sua esistenza in un modo unico, come solo a un essere umano è concesso. E ora lei, il numero 34, poteva dire di aver fatto le stesse cose, sebbene non fosse così. Ma la cosa che la faceva stare male era un’altra.

Quella donna aveva fatto anche moltissime altre cose nella sua vita. Aveva sognato, riso, giocato. Aveva amato. E nell’indicibile tortura della creazione tutti questi ricordi erano stati trapiantati nei suoi discendenti artificiali, fino a raggiungere il numero 34, che pareva sola nell’accorgersi di quanto atroce fosse tutto questo.

Anche lei voleva amare. Anche lei voleva sognare, ridere, cantare, ballare.

Voleva essere libera. Ma non poteva, e non solo perché era un Primis.

Lei era speciale, le avevano detto. Nella sua nascita si erano verificate alterazioni chimiche a livello molecolare che le avevano permesso di cambiare strutturalmente il comportamento del proprio corpo. Queste alterazioni non si erano dimostrate importanti fino ai suoi diciannove anni, quando rimase incinta nella sua camera privata, completamente sola. Ecco in cosa consisteva la sua diversità.

Poteva rimanere incinta senza il bisogno fisico di un maschio o inseminazioni artificiali, cosa che non solo nessun Primis poteva fare, ma nemmeno nessun essere umano. Le era stato spiegato, dopo attente analisi effettuate su di lei, che il suo corpo riusciva a produrre non solo quello che necessitava per poter crescere un figlio al suo interno, ma anche quello per crearlo.

Crearlo? No, pensò. Costruirlo.

Perché lei non era umana, era “un costrutto dell’uomo” e non le era dato il privilegio di possedere le capacità degli esseri umani. I Primis erano stati creati come giocattoli, come burattini dai lunghi fili e non potevano vantare di possedere nulla se non il proprio numero. Perché mai degnarli di una discendenza? La sterilità chimica era stata imposta fin dalla creazione del primo Primis, e aveva funzionato per molti anni. Ma ora, con l’avvento di questo miracolo, come avrebbero reagito gli uomini? L’avrebbero considerata l’alba di una nuova era o un errore di laboratorio da cancellare?

Non sapeva darsi risposte per queste domande. Ora era lì, nel corridoio che circondava la sala del Consiglio Reale, il luogo dove venivano prese le decisioni più importanti per la stazione orbitale, ad aspettare il responso delle più alte cariche dell’Uomo di quell’astronave, a pregare per se e per la nuova vita che portava nel grembo.

Si accarezzò il ventre con affetto, pensando a quanto straordinario fosse quel momento e sorridendo ripensando a tutte le volte che lo aveva pensato. Era la sua terza figlia, e sarebbe stata forte e sana come le altre due, se lo sentiva.

Non lo credeva perché aveva già consultato i medici o perché aveva fatto della analisi, ma perché era sempre stato così. Non li aveva neppure consultati, i dottori. Sarebbe stata una femmina, come le altre due.

Si rattristì pensando a questo, togliendo lentamente la mano e appoggiandosi nuovamente alla vetrata.

Come le altre due. Sana. Forte. Femmina.

Uguale. Gemella delle sue sorelle in un parto diverso.

Non solo avrebbe dovuto lottare contro il fatto di non avere una vita fatta di ricordi propri, ma avrebbe anche dovuto convivere con il fatto di crescere assieme ad altre ragazze che negli anni avrebbe dimostrato di eguagliare in tutto. Non sarebbe mai stata sé stessa e nemmeno solo un numero. Sarebbe stata “un’altra delle altre”.

Questa era stata un’altra particolarità che aveva scosso il mondo attorno al numero 34. Non solo poteva rimanere gravida senza l’aiuto di nessuno, ma poteva avere solamente figli di sesso femminile, uguali e identiche a lei come era stata negli anni che aveva trascorso. Dei Cloni perfetti, che rimanevano uguali di generazione in generazione, l’ultima frontiera dei Primis. E nessuno sapeva spiegarne il perché.

Ma qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo, e nella sala a fianco del corridoio dove si trovava lei ora molte persone stavano tentando di farlo, con decisioni che avrebbero cambiato per sempre la vita di una madre e di sua figlia.

Il numero 34 poteva solo sperare, e pregare, che un giorno anche lei avrebbe vissuto la libertà. Ma per il momento poteva solamente guardare con aria sognante le stelle.

Un rumore tagliò l’aria di colpo, riempiendola con il tonante suono di un portone che si spalancava. Una figura femminile in divisa uscì dalla sala del Consiglio e richiuse frettolosamente la porta, avendo cura di fare meno rumore possibile, poi si avviò verso la Primis vicino alla vetrata.

Questa sfoggiò un sorriso di gioia nel vedere la sorella, sebbene fosse abbigliata nel modo in cui esercitava il suo lavoro nella Guardia Reale, e questo la spaventava un po’.

«Sorella 29, qual buon vento?» disse, tremando leggermente nella voce. «Il dibattito sta andando bene?»

L’altra le sorrise. «Hanno quasi finito di discutere, sorella 34.»

«E...»

«Ti tratteranno secondo lo statuto dei Primis. Non morirai per mano loro.»

Un senso di sollievo cominciò a farsi largo nella mente del numero 34. Era salva! Sua figlia era salva! Quale gioia più grande poteva esserci al mondo? Appellandosi alla sua maternità poteva cambiare le sorti che le erano state imposte, rimanere a crescere le proprie figlie! Poteva avere una sua vita ora, poteva dimostrare di poterne costruire una diversa da quella che le era stata imposta!

Lentamente, la mano del numero 29 si alzò dal fianco, tenendo una pistola e puntandola contro la sorella.

Il numero 34 sgranò gli occhi a vedere quella scena.

«Sorella! Ma... Avevi detto...»

Il numero 29 era in lacrime. «Ti tratteranno secondo lo statuto dei Primis, sorella! Prova a pensare a cosa significa! Qualunque azione di un Primis è nata per servire lo statuto!»

«E qualunque azione esca dallo statuto non può essere di un Primis...» disse con un filo di voce il numero 34.

Finalmente cominciava a capire, mentre il terrore si insinuava dentro di lei.

«Secondo lo statuto la tua gravidanza non è da Primis! Non verrai salvata come tale! Non capisci?» Le parole uscivano dalla bocca della sorella con difficoltà. «Per loro, le tue figlie sono un peso! Per loro non sei altro che un esperimento andato a male, un Primis che ha osato oltraggiare le leggi che era destinato a servire!»

Gli occhi del numero 29 erano così rossi e gonfi che dovette correggere più volte la mira mentre parlava, assumendo un tono serio tra le lacrime. «E non posso permettere che mia sorella e le sue figlie vengano trattati peggio di come vengono trattati già ora! Ti metteranno in un laboratorio! Ti studieranno come un animale! E questo non posso permetterlo!»

«E allora fammi scappare, sorella mia! Pensa a mia figlia!»

«E dove vorresti scappare? Tra pochi istanti l’intera stazione orbitale saprà della tua sentenza! Non esisterà un luogo sicuro!»

Tenne ferma la mano armata con l’altra e chiuse un occhio.

«Perdonami, sorella.»

In uno scatto dettato dalla disperazione, il numero 34 si lanciò in avanti, evitando di un soffio lo sparo che andò a finire nel muro metallico del corridoio. Un sibilo cominciò a riecheggiare nel corridoio, annunciando una falla nello scafo della stazione, un’apertura nelle mura che separavano quella zona vivibile dall’universo. Subito una sirena d’allarme cominciò a squillare, spiegando il pericolo che un tale danno poteva portare, mentre l’aria veniva risucchiata all’esterno della breccia.

Gli anni spesi nell’addestramento della Guardia Reale di colei che aveva donato i propri ricordi alle due Primis riaffiorarono in un lampo nella mente del numero 34. Non doveva temere l’esperienza maggiore della sorella, perché gli stessi pensieri si stavano formando in entrambe. Ma lei aveva una cosa in più. Il desiderio di proteggere sua figlia.

Con un calcio destro allontanò la mano armata dalla sua traiettoria, mentre con il pugno sinistro tentò di colpire il volto della sua avversaria. Questa lo parò con facilità, ma quando fece per colpire anche lei, guardando negli occhi della sorella si fermò di colpo, raggelandosi al pensiero di quello che stava facendo. Stava per colpire sua sorella, la madre dei suoi nipoti, l’unica Primis in grado di regalarle la gioia di diventare qualcosa di più di un Clone. La gioia di veder crescere una famiglia, di cui lei avrebbe potuto farne parte.

Il numero 34 ne approfittò. Avrebbe provato vergogna in un altro momento, ma non in questo.

«Perdonami tu, sorella.»

Fece tornare indietro il calcio destro di scatto, colpendo la sorella al volto e scaraventandola all’indietro, riuscendo a impugnare la pistola dalle sue mani al volo in un gesto rapido quanto controllato.

L’allarme derivante dall’apertura sullo scafo risuonava per tutta la stazione, e già i primi passi si sentivano avvicinarsi nel corridoio. Aveva poco tempo.

Si girò verso la breccia nel muro che il colpo di pistola di poco prima aveva aperto. Era stato un colpo fortuito, ma era riuscito comunque a colpire l’esatto congiungimento di due lastre metalliche, rendendolo un punto debole. L’intera stazione orbitale, dovendo sopportare la pressione derivata dal vuoto spaziale era protetta da spesse pareti metalliche, ma il muro in quel punto era spesso pochi centimetri, probabilmente perché una volta doveva servire come accesso a un corridoio, pensò. E se una volta c’era un corridoio poteva immaginare cosa c’era dall’altra parte in quel momento.

Vedendo le prime guardie sopraggiungere impugnò saldamente la pistola e sparò sullo stesso punto dove aveva sparato la sorella, più e più volte, gridando con rabbia.

Lo scafo si squarcio, risucchiando verso l’esterno tutto ciò che si trovava in quel tratto del corridoio, lanciandolo nello spazio profondo. Il numero 34 venne sbalzata fuori in un secondo, ed ebbe solo un secondo di tempo per individuare ciò che cercava.

Una nave di pattuglia del perimetro si trovava giusto lì davanti, a pochi metri da lei, proprio come aveva immaginato, con il portellone d’uscita aperto e presidiato da tre uomini che stavano giusto per lanciarsi con le proprie tute verso la falla, per ripararla.

Con lo slanciò acquistato il numero 34 li superò in un lampo, finendo dritta nel portellone d’uscita.

Aveva visto giusto. Le zone che una volta avevano altre stanze o corridoi che erano state successivamente rimosse, e quindi con una difesa nelle mura minore del resto della stazione, erano sempre sorvegliate da navi di pattuglia pronte a riparare il minimo danno in qualsiasi evenienza, e la sirena aveva fatto accorrere una di queste, che si era posizionata giusto davanti alla breccia per contenere i danni. Quelle navi erano dotate di un piccolo emettitore gravitazionale, lei lo sapeva, che permetteva di rendere la zona attorno a loro molto simile all’atmosfera terrestre, rendendo le persone che dovevano riparare i danni alla stazione immuni alla compressione e al freddo cosmico.

Esaurendo lo slancio e approfittando della poca aria che circolava attorno al portellone grazie all’emettitore, atterrò con grazia sugli scalini di questo, scattando in avanti per chiuderlo prima che i tre uomini potessero tornare indietro. Chiudendo il portellone d’uscita, aprì l’ingresso alla nave, e ci si infilò dentro ansimando.

Stremata per lo sforzo si appoggiò alla parete, tremante, e ancora reggendo l’arma che gli aveva procurato la salvezza. Ancora pochi istanti fuori da quella nave e nonostante l’atmosfera creata dall’emettitore sarebbe morta, priva com’era di una tuta.

Subito attorno a lei si formò un gruppo di persone, stupite quanto spaventate. Ognuna di loro aveva un numero ben visibile sulla spalla scoperta.

«Mia signora, ha bisogno di aiuto?»

«Cos’è successo, mia signora?»

«Oh, per i Creatori, ma lei è incinta!»

Il numero 34 fece per incamminarsi ma il tentativo si trasformò in una caduta, fermata dall’abbraccio dei Primis che la circondavano.

«Ques... questa nave... ha un... dispositivo di iperspazio?» chiese infine.

«Certo mia signora, ma ora lei deve assolutamente tornare nella stazione, ha bisogno di cure! Cosa è succ...»

«Non capite! Tra... tra pochi istanti verranno altre navi per abbatterci! Per abbattere me perché sono scappata e per voi che mi avete aiutato! Dobbiamo andarcene!»

Tutti gli altri inorridirono a quelle parole. «Ma non possiamo...»

«Dobbiamo spiegarci!»

«Cos’è successo?»

Il numero 34 si rialzò, cominciando a camminare verso la sala comandi, a qualche decina di metri da lei.

«Non c’è tempo, partiamo! PARTIAMO!»

«Ma non abbiamo coordinate! Finiremmo dispersi nello spazio!»

«Meglio, così non ci potranno raggiungere! Partiamo!»

Dalla sala comandi alcune donne la stavano guardando spaventate, inconsapevoli di tutto quello che era successo e ignare sul da farsi. Sibili di motori si stavano avvicinando alla loro nave.

«ORA!»

Con un ruggire assordante, i motori della nave si accesero di colpo, inghiottendo tutti gli altri rumori nel nulla, e tutti coloro che erano in piedi vennero sbalzati all’indietro, seguendo i contraccolpi dati dall’accelerazione iperspaziale. Il numero 34 si sentì rimpicciolire di fronte a quella forza, completamente impotente, schiacciata contro una delle pareti. Ma di colpo una contrazione la piegò in due dal dolore, facendole serrare i denti di scatto.

Le doglie! Stava nascendo sua figlia!

Non ora, si ritrovò a pensare, non ora. Non proprio in quel momento di pericolo, mentre la nave veniva sbalzata come se fosse finita in una tempesta! Non poteva far nascere suo figlia in quelle condizioni!

Ma un’altra contrazione seguì la prima, facendole capire che il momento era giunto. Strinse forte i pugni e allargò le gambe, gridando la sua frustrazione. Aprì gli occhi piangendo per cercare aiuto, ma l’unica cosa che vide fu una grande, immensa oscurità che la avvolgeva.

E fu il silenzio.

Dov’era finita? Non poteva essere morta, lo sentiva. Sentiva dentro di sé il cuore che batteva, ma non riusciva a vedere nulla. La paura si impadronì di lei, soffocandola. Dov’era? E sua figlia come stava?

L’unica cosa che riusciva a vedere, lontana e fioca, era una luce che sembrava dovesse spegnersi da un momento all’altro. Temendo per la sorte di sua figlia, tentò di alzarsi per cominciare a correre, ma non riusciva a muovere un muscolo.

Era finita? Era davvero finita?

Come in risposta a quella domanda la luce si intensificò, illuminando le tenebre che le si stagliavano davanti e confortandola con il suo abbraccio caloroso. Stava così bene, ora. Si sentiva come se...

Voci concitate la svegliarono dal suo sonno, ancora seduta appoggiata contro la parete. Tutti i Primis della nave erano raccolti attorno a lei, e si scambiavano sorrisi di sollievo.

«Oh, grazie ai Creatori! È viva!»

«Salva! Mia signora è salva!»

Riusciva a malapena ad udirli, altre erano le sue preoccupazioni.

«Do... Dov’è mi... mi...»

Una donna al suo fianco le sorrise, porgendogli un neonato avvolto in una coperta. Era lì! La stava stringendo, finalmente! Sua figlia era lì, sana e salva!

«Complimenti mia signora, è un bel maschietto!»

Un maschio? Com’era possibile? Non aveva mai avuto un maschio! Le era stato detto che non avrebbe partorito che femmine in tutta la sua vita! Com’era possibile!

«Do... dove ci troviamo?» chiese, rendendosi conto d’un tratto di quello che era successo ma rimanendo comunque sconvolta dalla notizia appena ricevuta.

In fondo al corridoio una luce naturale stava riempiendo la nave, e le forme di alberi e arbusti si intravedevano tra le finestre in parte a lei, rivelando boschi e prati immensi.

«Non lo sappiamo mia signora. Abbiamo controllate le mappe, ma questo pianeta non è registrato.»

Tutti la guardarono sorridendo, ma con un po’ di preoccupazione negli occhi.

«E ora cosa faremo mia signora?»

Il numero 34 sorrise, piangendo mentre stringeva a sé suo figlio.

Aveva finalmente raggiunto le stelle. Era libera.

«Ora cominceremo qualcosa che non ci è mai stata data la possibilità di fare. Cammineremo e parleremo, solo per noi. Sogneremo, canteremo, balleremo, rideremo. Vivremo.»

Guardò suo figlio, il suo bellissimo figlio maschio e la sua spalla liscia, bianca e libera.

«Una nuova vita.»




Titolo: Nuova Vita
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Erik&IlMax
Aggiunto: April 18th 2010
Viste: 616 Times
Voto:Top of All
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Posted by: Erik on 2010-04-21 23:08:53
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