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Il rosso della follia - l'esilio di Vortighern.

Alfonso Zarbo



LEGGENDE, STORIE E MONDI INCROCIATI.

Il rosso della follia - l’esilio di Vortighern.



- Muoviti, Theryos! Se supera lo montagne, lo perderemo!

- Che tu sia maledetto, Vortighern! - scandì inasprito il suo compagno in tutta risposta, ansimante per l’incessante corsa. - Dei dannatissimi cavalli: ecco che cosa ci occorreva per questa missione! Perché non mi dai mai ascolto quando parlo!? A quest’ora lo avremmo già raggiunto!

Vortighern scosse spensieratamente il capo e continuò a correre senza mai fermarsi, aspirando l’aria dal naso e concedendosi lenti, ma brevi respiri. Con tutta l’energia che aveva in corpo, avrebbe potuto proseguire per altre mille miglia, ne era convinto.

- Soldi buttati al vento - dichiarò per dare voce ai suoi pensieri. - I cavalli sono sempre le prime vittime in scontri così feroci e imprevedibili come quello che ci aspetta.

- Le prime vittime, dici? E che ne sarà invece del povero buon vecchio Theryos!? Se continuiamo di questo passo, puoi stare certo che mi verrà un infarto!

Vortighern si lasciò scappare un sospiro di rassegnazione e allungò lo sguardo su di lui per vedere quale sarebbe stata la sua reazione. Theryos era un uomo forte, nel pieno dei suoi anni, alto e al tempo stesso un po’ impacciato, non tanto per la terrificante mole che lo contraddistingueva, quanto per l’armamentario che si trascinava sempre sulle spalle durante le battute di caccia. Un elmo di bronzo ereditato dai gloriosi avi gli nascondeva parte del viso barbuto, largo e paffuto, sempre più paonazzo per il fardello metallico avvinghiato all’ampia schiena e sorretto da braccia possenti. Morire di crepacuore, adesso come adesso, era di certo l’ultimo dei suoi problemi.

- Hai soltanto un anno in più di me, vecchietto! - lo rassicurò con un’ampia risata, accentuando il ritmo della corsa. Theryos se lo vide sfumare davanti agli occhi in meno di un istante, percependo a malapena la sua sagoma snella balzare qua e là tra gli alberi come una lepre in fuga. Soltanto la sua voce roca restò indietro a fargli compagnia, riecheggiando tra le fronde della foresta. - Forza, amico mio! Un ultimo sforzo! Non manca molto ormai!

Il massiccio guerriero non vide il ghigno che si era dipinto sul volto dell’amico. D’altronde sarebbe stata una pazzia dirgli prima del tempo che i loro compagni si trovavano già dall’altra parte, ai piedi della vallata, dove erano pronti ad accogliere qualunque cosa gli si avventasse contro a braccia aperte, con lance e cuspidi d’acciaio… specialmente se si trattava di un drago.



Era terrificante. Kudrum, Egilof e Ariovisto non avevano mai visto nulla di così imponente. La creatura si librava con maestosità sopra la piccola valle, proiettando sulla boscaglia e i verdi prati sottostanti un’ombra cupa quanto le sue stesse scaglie. La corrente gelida scaturita dalle possenti ali del drago investì di colpo i tre compagni, che si avvolsero in pesanti mantelli di lana nell’attesa di vedere comparire Vortighern e Theryos dal fitto della boscaglia.

Uno dei tre, stanco dell’attesa, imbracciò l’arco alla svelta e incoccò una freccia, seguendo con la coda dell’occhio la traiettoria della preda. - C’è l’ho sotto tiro, quel bastardo! - sibilò, facendo scorrere la lingua sulle labbra con perfidia.

Ariovisto fermò il suo braccio con presa ferrea. - Solo quando mio fratello e Theryos saranno arrivati, Kudrum, e non prima - sentenziò, imperioso. - Rispetta il piano.

I due incrociarono lo sguardo per un lungo istante, consapevoli che, senza tenere conto del proprio mestiere, l’antipatia reciproca era la sola cosa che li accumunava. Socchiudendo gli occhi velenosi in sottili squarci di coltello, Kudrum osservò con riluttanza l’impugnatura della daga di Ariovisto, appena visibile sotto le pieghe del mantello e sempre a portata di mano per inconvenienze come questa.

Sputò a terra. - E va bene, d’accordo! - disse per assecondarlo. - Ma spero che tuo fratello riesca nel suo intento, altrimenti ti pentirai di avermi fermato! - E detto questo riprese a guardare il drago, lasciando perdere ogni prematuro attacco.

- Ne sono convinto - replicò Ariovisto, altrettanto seccato. - Vortighern non ci ha mai deluso.

Soltanto Egilof sembrava sereno. Se ne stava appollaiato un po’ più in alto sul bordo di un’altura, incurante dell’agitazione palpitante nell’aria. Era il più giovane del gruppo e, come per natura, fremeva di curiosità per tutto ciò che lo attorniava e ancora non conosceva.

- Non abbiamo mai incontrato un drago come questo. Da dove verrà, secondo voi? - domandò d’impulso, senza celare la passione per questo genere di questioni. Le rigogliose terre dell’Euwigenn, a nord del Mare Notturno e dei suoi arcipelaghi, pullulavano di bestie provenienti dai luoghi più remoti e misteriosi, e lui sognava spesso di poter viaggiare in lungo e in largo per ammirarle tutte, nessuna esclusa, anche se considerava tale ambizione un’utopia. La stessa Euwigenn, in confronto alla vastità del mondo, era un puntino nero tra le tante pagine d’inchiostro che narravano le sue svariate cronache. Per questo si era unito alla spedizione come studioso, acquistando in contemporanea all’acquisizione di nozioni anche una buona padronanza nell’uso delle armi.

- In piedi! Ferro alla mano! - tuonò Ariovisto inaspettatamente, brandendo un lungo giavellotto. Le iridi celestiali scrutarono la selva da un volto risoluto, incorniciato da una barbetta scura e da due cascate di capelli grigi. - Stanno arrivando!



Vortighern saltò fuori dall’ombra degli alberi e arrestò la corsa, assicurandosi che le borbottanti imprecazioni di Theryos non fossero poi così lontane. Fissò a lungo il drago: uno spettacolare ammasso di zanne, muscoli e artigli, pronto a rigurgitare fuoco dalle fauci spietate e ad aprirsi un varco con brutalità. Scuotendo il capo per cancellare ogni sorta di cattivo presagio, il cacciatore di draghi strinse fra le dita la sua coppia di scimitarre ricurve in avorio draconico e ne snudò le lame, come per trarne sicurezza. Conservava un ottimo ricordo di quelle spade: l’osso del quale erano fatte proveniva dal primo drago che aveva ucciso, e il fabbro a cui le aveva commissionate aveva impiegato molti giorni per estirparlo dalla carcassa della bestia, mesi e mesi per fare fronte alla sua durezza diamantina e addirittura un’intera annata per rifinirle nei dettagli e renderle degne di prestigio. Ora l’avorio risplendeva più del ferro: i raggi del sole gli conferivano una formidabile lucentezza.

- Theryos!

Il compagno lo raggiunse e gli appoggiò una mano sulla spalla, sfinito. Theryos grondava sudore dalla testa ai piedi. Anche piegato in due per la stanchezza, superava Vortighern in altezza di almeno una testa.

- Accidenti a te! Spero che ci sia un motivo valido perché tu mi abbia costretto a correre sin qui!

Vortighern annuì. I lunghi capelli scuri, gli occhi grigi come l’acciaio e freddi come il ghiaccio, il viso magro, duro e spigoloso sul quale si disegnava un sottile strato di peluria, ne facevano un personaggio dall’espressione scaltra, fredda e distaccata. Ma nemmeno quei lineamenti da guerriero esperto potevano nascondere l’eccitazione che gli martellava il cuore nel vedere una creatura simile.

Sorrise. - Guarda tu stesso.

Theryos sollevò lo sguardo tra un respiro boccheggiante e l’altro. Per quanto fosse stato grande, forte e minaccioso, il drago non avrebbe resistito alla sua formidabile balestra, si convinse. Rimase senza fiato. - Per tutti gli déi!

Il drago vorticava in cerchio al di sopra della valle, muovendosi a gran velocità e coprendo quasi tutto il cielo con la sua enorme massa. Spirali di fumo nero si levavano nell’aria e mentre i due compagni lo osservavano, una sottile lingua di fuoco proruppe dalle sue narici. Theryos non aveva mai veduto un essere così maestoso.

Con una nuova luce negli occhi, scaricò il pesante armamentario e inchiodò subito la balestra al suolo con robusti pali di ferro, assicurandola per di più agli alberi circostanti con delle catene.

Chissà se il mostro si stesse accorgendo del pericolo, s’incuriosì Vortighern mentre incrociava le lame sopra la testa per dare il segnale di attacco ad Ariovisto e agli altri.



- Ci siamo! - gridò l’anziano cacciatore. Piegandosi armoniosamente su un solo ginocchio, attese che Egilof e Kudrum fossero al suo fianco, poi prese bene la mira e con uno slancio deciso scagliò il suo giavellotto. - Ora!

Come secondo i piani, le aste chiodate sibilarono nell’aria e trapassarono direttamente la membrana delle ali, originando squarci volti a danneggiare la stabilità del drago in volo. La creatura lanciò un grido agghiacciante e, accecata dalla rabbia, planò maldestramente verso uno spiazzo al centro della valle, poco distante dalla posizione di Vortighern e Theryos. Luminosi occhi rossastri saettarono qua e là in cerca del pericolo, le zanne serrate in una morsa d’acciaio. Pronta al combattimento, richiuse le ali di scatto e sollevò la coda ornata di spine. Chiunque aveva osato sfidarla, avrebbe patito una lenta e atroce vendetta firmata col sangue.



Fu davvero una fortuna riuscire a imprigionare il drago nella valle: se invece di fermarsi, il mostro avesse risalito le maestose vette che cingevano le montagne dell’Euwigenn per fuggire, gli sforzi congiunti della spedizione sarebbero stati vani e Kudrum avrebbe riversato tutta la sua collera su Vortighern e Ariovisto, incolpandoli del fallimento. Il presuntuoso cacciatore aveva impugnato nuovamente l’arco e ora si divertiva a scagliare frecce nel cielo per infastidire la creatura, il volto distorto dall’ira e reso ancora più selvaggio da un’ispida barba rossa. In gioventù i draghi avevano sterminato la sua famiglia, ottenebrando per sempre la sua vita. Da quella volta in poi, ogni strillo agonizzante emesso dalle loro fauci in punto di morte aveva rappresentato per lui una piacevole soddisfazione.

Le sue risate diaboliche si spensero quando la voce severa di Ariovisto richiamò la sua attenzione.

- Ora basta, Kudrum! - gridò mentre sguainava il ferro della daga per dare man forte a Vortighern. - Siamo troppo lontani per riuscire a ferire il drago da questa distanza: dobbiamo scendere a valle e raggiungere mio fratello.

- Se lo dici tu - sghignazzò lui con una sfumatura di sarcasmo. Non aveva alcuna intenzione di assecondare i piani di Vortighern, quantomeno non nell’immediato. - Prendo le mie cose e vi raggiungo.

Ariovisto aggrottò la fronte, confuso. Non capiva ancora se quella dannata serpe lo stesse prendendo in giro oppure fosse semplicemente pazza. - Fai in fretta - ringhiò cupo e, seguito da Egilof, decise di lasciare solo Kudrum assieme alla sua sadica depravazione.



- Sei sicuro di non voler aspettare Ariovisto e gli altri? - insistette Theryos, specchiandosi negli occhi del compagno. - Più siamo e più possibilità avremo di batterlo…

- È meglio se vado soltanto io - lo corresse Vortighern, mentre ripassava nella mente ogni dettaglio del piano da lui ideato. - Più siamo e più corriamo il rischio di essere travolti dai suoi colpi, o ancora peggio, di essere divorati, soprattutto se ci si mette in mezzo quel buono a nulla di Kudrum.

Theryos deglutì. La battuta su Kudrum era ininfluente di fronte al tragico pensiero di essere inghiottiti dalle fauci del drago. Vortighern era l’unico tra loro in grado di farcela, non aveva dubbi.

- Tu limitati a rispettare il piano - sentì dire all’amico prima che si allontanasse. - Al resto ci penso io!

L’imponente guerriero accarezzò la sua balestra e vi si pose affianco. Avrebbe rispettato la sua promessa. - Buona fortuna, amico.



Il cacciatore di draghi rinfoderò le spade e si appiattì al terreno per mimetizzarsi tra le rocce e in mezzo all’erba alta. Aveva coraggio, ma non per questo era tanto pazzo da rischiare di essere incenerito prima del tempo. Avrebbe raggiunto il drago in punta di piedi come un assassino e solamente allora sarebbe uscito allo scoperto per attirarlo in trappola. Ripensò un istante a Theryos, Ariovisto, Egilof e Kudrum, meditando i relativi compiti che aveva assegnato a ciascuno di loro in funzione delle proprie doti. Non vi trovò mancanze. Lui stesso si sentiva perfetto per il ruolo scelto: al contrario delle protezioni ferree dei compagni, gli abiti di cuoio aderivano perfettamente al suo torace muscoloso senza produrre il minimo rumore sospetto. Guardò avanti: le pareti rocciose si interrompevano per un lungo tratto, lasciandolo privo di difese. Ma forse poteva ancora farcela. Il drago sembrava distratto, forse per il fatto che suo fratello e gli altri stessero ancora scendendo dalla valle. Ringraziò tacitamente i suoi tre compagni e si preparò a rischiare il tutto per tutto.

“Per gli déi, per i compagni, per la gloria!” urlò a se stesso, trattenendo il fiato. Fissò a lungo la fonte di salvezza, poi si decise. Sei lunghi passi, una capriola, e già si era lasciato alle spalle tutte le sue paure. Concedendosi un breve sospiro, si acquattò dietro la nuova roccia e attese in silenzio, il cuore che batteva all’impazzata.

Una quiete innaturale regnava nell’aria: l’eco del vento tra le rocce, il fruscio dell’erba. Vortighern si alzò da terra, le dita che premevano contro la pietra. Chissà se il drago lo aveva sentito. Sollevò la testa...

Riabbassarla di scatto fu la scelta migliore che potesse compiere in tutta la sua vita. Un globo di fuoco incenerì tutto quello che gli stava attorno, dichiarando guerra al giovane senza troppi convenevoli.

Il cacciatore di draghi scattò di corsa da una roccia all’altra, tornando indietro sui suoi passi con l’aria fetida del mostro continuamente alle calcagna, senza nemmeno avere il tempo di vedere la propria scia inghiottita dalle fiamme. Gli occhi del drago perlustravano con avidità la prateria in cerca della sua agile preda, ansiosi di vederla ridotta in cenere e ossa. Ma Vortighern non voleva dargli questa soddisfazione.

Oramai erano vicini al bosco: riusciva a scorgere distintamente Theryos che, in preda all’impazienza, imprecava ad alta voce facendogli cenno di spostarsi per poter mirare al drago.

Vortighern sorrise. Sguainando nuovamente le sue lame, attese che la creatura vomitasse una nuova scia di fuoco e si scansò di lato all’ultimo secondo con una capriola, permettendo al suo fidato amico di premere il grilletto della balestra.



Le fiamme non si erano ancora estinte quando l’arpione dentellato centrò appieno il suo bersaglio, conficcandosi in profondità nella gola del mostro. L’impatto fu così immediato e violento che non poteva esserci alcun dubbio: l’enorme bestia crollò a terra agonizzante e strisciò nella sabbia polverosa prodotta dalle sue stesse fiamme, fissando con astio la figura superba di Vortighern che gli stava eretta dinanzi, un ghigno sprezzante dipinto sulle labbra.

Mentre il drago si dimenava ancora nel tentativo di azzannarlo o di sputare fuoco, il vincitore gli affondò le lame d’avorio nelle narici fino all’elsa, facendogli serrare le mascelle con uno schiocco sordo.

- Quante persone hai ucciso, drago? - principiò fiero, facendosi poco a poco più vicino sino a incombere su di lui. Ora che le affilate zanne della bestia non costituivano più una minaccia, il suo cuore riprese a battere regolarmente. Vortighern prese una breve pausa per dare enfasi alle sue parole, poi continuò. - Non vi è tribù che non tramandi i resoconti delle vostre crudeltà ai suoi figli. Quante case bruciate? Quante vite spezzate!? - domandò ancora nella vana speranza di ottenere una risposta, ma più che ragionevolmente le sue parole si persero nel vuoto e vennero inghiottite dal silenzio. Presto cominciò a piovere, cosicché l’unico suono percepibile divenne il persistente ticchettare delle gocce d’acqua sulle scaglie metalliche della creatura. Il drago rimase immobile, appartenente ormai più al mondo dei morti che a quello dei vivi. Ma i suoi occhi… i suoi occhi cremisi continuarono a fissare ciecamente Vortighern, traboccanti di tetro disprezzo misto a un furore selvaggio.



Il cacciatore di draghi ebbe un sussulto improvviso. Il mondo che lo circondava venne invaso da un vortice di sentimenti indecifrabili, memorie di un passato spietato che non gli apparteneva, tanto travolgente da mozzargli il fiato. Un’irrefrenabile voglia di frenesia s’impossessò di lui.

- Vortighern! - lo chiamò forte una voce familiare, ma a lui sembrò che quel rumore giungesse come da lontano, inghiottito dal caotico groviglio di emozioni che regnava nella sua mente.

L’uccisore del drago si voltò. I suoi occhi rilucevano di un rosso cremisi.

Theryos si fermò di colpo e impallidì. - Che cosa ti sta succedendo? - domandò, turbato. La sua solita vivacità venne spazzata via dalla circospezione... e dal terrore. - Non ti preoccupare - aggiunse subito dopo, più per rassicurare se stesso che il compagno. - Gli altri stanno per arrivare.

Il massiccio guerriero cercava di mantenere la calma in tutti i modi, ma il fremito della sua voce lo tradì e Vortighern se ne accorse.

Sentendosi invincibile come mai prima d’ora, sfoderò un ghigno malevolo e un’ombra di perfidia marcò ancora di più i suoi lineamenti. La paura trapelante negli occhi dell’amico inebriava la sua brama di uccidere. Sì… non esisteva al mondo nulla di più appagante. L’ego selvaggio dei draghi gli penetrò nella coscienza. Libertà, potere e sangue: le uniche cose per cui valeva la pena vivere. Prima che qualcuno o qualcosa potesse ostacolarlo, il cacciatore strappò le lame dalla carcassa del drago e, con un vortice di morte, si scagliò addosso all’amico, conficcandogli le scimitarre bianche dritte nel cuore.

Theryos si sentì strappare l’anima, come se la vita lo stesse repentinamente abbandonando. In preda all’orrore, cercò di lottare invano contro la furia omicida dell’amico, che lo teneva inchiodato al suolo con le lame senza eccessivi sforzi. Solo quando la morte giunse a reclamare la vita di Theryos, Vortighern riacquistò la padronanza delle proprie azioni.

Si ritrovò piegato sul corpo esanime dell’amico, incredulo, confuso, e con le mani sporche di sangue ancora strette all’impugnatura delle spade che avevano firmato la sua condanna.



Ariovisto, Egilof e Kudrum arrivarono quand’era troppo tardi. Vortighern piangeva, stringendo al petto la testa del compagno. Le palpebre socchiuse in segno di lutto non potevano nascondere le lacrime che gli rigavano le guance. Un lamento profondo giungeva dalla gola dell’eroe che aveva sconfitto il drago, quasi fosse stato il suo cuore e non quello di Theryos a venire trafitto.

Ariovisto fece per avvicinarsi. Cos’era successo? Il drago aveva ucciso Theryos? Eppure la sua carcassa giaceva esanime nel sangue con l’arpione della balestra conficcato in gola. No... qualcos’altro doveva essere andato storto. Non capiva: perché le spade di Vortighern erano piantate nelle sue spoglie? Forse Theryos era stato ferito a morte e suo fratello gli aveva risparmiato le sofferenze di una morte lenta? Arcuò un sopracciglio, disorientato. Avrebbe tanto voluto chiederlo a Vortighern, ma quest’ultimo sembrava dominato dalla disperazione.

- Fatti forza, fratello - gli sussurrò con affetto, poggiandogli una mano sulla spalla.

Vortighern si alzò di scatto, separandosi con uno strattone da quell’innocente gesto d’affetto.

- Stammi lontano! - gridò in preda all’angoscia. Fissò uno per uno i volti dei suoi compagni per l’ultima volta, le iridi scarlatte come il sangue di cui si era macchiato. - Statemi lontano! Tutti!

I presenti sussultarono: quegli occhi mettevano dannatamente i brividi.

- Calmati - mormorò Ariovisto, cercando di mascherare la paura. Vortighern la percepì ugualmente. - Cos’è successo?

Lui si morse le labbra: si aspettava quella domanda, ma non aveva il coraggio di rispondere e, se mai lo avesse avuto, non sarebbe riuscito a trovare le parole per descrivere la gravità dell’accaduto. Raccogliendo delicatamente le lame dal cadavere di Theryos, indietreggiò con piccoli passi.

- È stato un incidente - singhiozzò, prima di svanire lentamente nel bosco alle sue spalle. Mentre indietreggiava nell’ombra, le pupille cremisi si spalancarono in un’espressione di pura malvagità. - Me ne vado, fratello: non provate a cercarmi. Non è mia intenzione farvi del male, ma se mi costringerete, vi ucciderò.



Da quel giorno in poi, di Vortighern non seppero più nulla. Anche il suo nome scomparve dalle cronache di Euwigenn e degli altri regni, celato per l’eternità dentro gli abissi della disperazione. Solo i suoi occhi rimasero impressi nella memoria di Ariovisto e di tutti coloro che ebbero la fortuna - o la sfortuna - di incontrarlo, imbattendosi in un individuo braccato dagli incubi, freddo e taciturno, in compagna solo e soltanto del rosso della follia.



LEGGENDE, STORIE E MONDI INCROCIATI.



L’iniziativa letteraria e artistica, lanciata al termine del 2009 grazie al social network Facebook, si prepone di riunire scrittori, illustratori e appassionati di Fantasy in un progetto volto alla diffusione e allo sviluppo del genere. L’obiettivo è quello di creare SEPARATAMENTE una serie di racconti o di romanzi autonomi, mettendo però in gioco alcuni elementi che consentano di fare citazioni incrociate tra le rispettive opere. È importante fare presente che non si tratta di una raccolta di opere: ogni autore provvederà per sé a pubblicare le proprie storie o illustrazioni come meglio crede. In compenso, l’assoluta mancanza di vincoli legati alla tempistica consente a ciascun autore di godere della massima libertà creativa e, al contempo, garantisce un miglioramento collettivo dal punto di vista della forma sintattica, dell’originalità e dell’inventiva, soprattutto per i meno esperti che desiderano essere affiancati da scrittori e artisti con tanta voglia di immergersi nell’epica e nella leggenda. Chiunque è libero di partecipare, purché rispetti i pochi e semplici criteri stabiliti collettivamente nelle discussioni. Per maggiori informazioni sul progetto, si può fare riferimento ad Alfonso Zarbo, che ne è il curatore.



L’AUTORE.



Laureando in lettere moderne presso l’Università degli Studi di Parma, Alfonso Zarbo collabora con il sito Fantasy Magazine, recensendo libri e fumetti e lavorando anche nella sezione musicale, trattando quei particolari gruppi metal che fondono la musica con liriche e narrazioni fantasy.

Attratto sin da bambino dai poemi epici e da qualunque narrazione parli di mitologia, battaglie, incantesimi e mistero, ha esordito nel 2008, pubblicando un romanzo breve intitolato “Frammenti dal Mondo della Luce e delle Tenebre - Il destino di Akragas e della Grande Terra”. Da allora, attraverso la stesura di altri due romanzi, di alcuni racconti e degli articoli di Fantasy Magazine, non si è più fermato, nella speranza un giorno di diventare scrittore a pieno titolo.










Titolo: Il rosso della follia - l'esilio di Vortighern.
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Alfonso Zarbo
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Aggiunto: December 21st 2009
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