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L'Incubo di Ragnar Sigdrasum

Alfonso Zarbo



Scritto con la collaborazione di Paola Andreatta



Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.



Genere: racconto dark fantasy/horror/esoterico

Ispirazione: “Beowulf” (per il periodo storico e le atmosfere cupe tipiche della famosa opera letteraria), “Priest” (per l’ambientazione tipicamente horror ed esoterica presente nel manhwa, per il carisma e la personalità del protagonista Ivan Isaak), “Devil may cry” (per gli elementi sovrannaturali che tanto caratterizzano il videogioco).



Dedico questo racconto a Elisa e a Mauro per il loro preziosissimo aiuto.



L'INCUBO DI RAGNAR SIGDRASUM



1



Con l’avvento delle tenebre si eclissò il mio cammino verso la luce.

Vittima del mio passato funesto, prigioniero della rabbia che mi portavo dentro, cercai di porre fine alla mia sofferenza per dare inizio alla vendetta.

Tra tutti gli immortali dei del nord al quale mi rivolsi, Loki, signore degli inganni, fu l’unico ad accogliere la mia preghiera.

Non mi importava affatto che nelle sue vene scorresse il sangue dei giganti o che fosse stato castigato senza fine dagli Aesir per l’assassinio dell’amato dio lucente Balder: io desideravo solo dare sfogo al mio tormento. E per farlo avevo bisogno di lui.

Prima di compiere l’ultimo viaggio verso l’Oltretomba, avevo ancora un mucchio di questioni in sospeso. Questioni che andavano risolte assolutamente.



- Ragnar - mi chiamò quel giorno. - Ragnar.

Ridotto in fin di vita, detti retta a quella voce e acconsentii all’oblio. Le tenebre inghiottirono il mondo che mi stava attorno e nella mia mente si fece vivida l’immagine di una figura tetra e solenne dai lunghi capelli neri e un’espressione scaltra in volto.

- Perché sei così sorpreso di vedermi? Credevi forse che qualcun altro avrebbe ascoltato la tua supplica? Gli dei sono tutti falsi e meschini, Ragnar. Persino il sommo Odino.

Le sue parole mi lasciarono una sensazione amara in bocca. “Forse Loki dice la verità” mi tormentai. “Da secoli la mia famiglia venera il padre degli dei con ogni genere di dono. Perché non mi ha prestato ascolto nel momento del bisogno?”.

- Fidati e accetta il mio consiglio - proseguì il dio. - Non rinnegare la tua ira; affrontala e rendila parte di te! Le tenebre possono donarti una forza che nemmeno immagini, immensamente superiore al potere sprigionato dalla luce stessa!



Fu così che ottenni il dono dell’immortalità. Quella fu la ricompensa in cambio di metà della mia anima. L’ira mi aveva accecato a tal punto da essere disposto a far qualunque cosa pur di sancire il patto.

Come pegno della mia alleanza, accettai di essere incatenato ai polsi e alle caviglie con le viscere dei morti in una grotta al centro della terra, il Niflheimr, per condividere la straziante agonia del dio. Avrei dovuto assaporare e condividere il suo dolore e solo allora sarei stato libero di tornare nel Midgard, terra dei mortali.

Sopra di me fu posto un serpente velenoso, lo stesso che affliggeva Loki, affinché il suo liquido di fuoco potesse gocciolare sul mio viso, provocandomi profonde ustioni e bruciature.

È vero: stipulando quest’oscuro patto persi quasi completamente il dono della vista, ma al suo posto ottenni molto, molto di più.



Scroscia un fiume da oriente per valli di gelido veleno, con daghe e con spade - mi disse allora Loki, rivelandomi le sue intenzioni. - Questo è finalmente il giorno in cui metà della mia anima si libera dalle catene, precedendo la venuta di coloro che distruggeranno tutto e verranno per il Ragnarök.

“La fine del mondo…” meditai con inquietudine. “Cosa ha a che fare tutto questo con il nostro patto?”.

Il linguaggio mielato della sua oscura profezia giunse alle mie orecchie come una lama che trafigge a tradimento.



Si colpiranno i fratelli e

l'un l'altro si daranno la morte;

i cugini spezzeranno

i legami di parentela.

Crudo è il mondo,

grande l'adulterio.

Tempo di asce, tempo di spade.

Gli scudi si fenderanno.

Tempo di venti, tempo di lupi.

Prima che il mondo crolli,

neppure un uomo

un altro ne risparmierà.



All’inizio non compresi le sue parole, poi cominciai a riflettere. Possibile che Loki avesse fatto tutto questo solo per ingannarmi e che le Norne, eterne tessitrici della rete del destino, avessero scelto per me una sorte tanto amara? Già… Loki non aveva alcun rispetto dei miei sentimenti; a lui importava solamente distruggere gli dei, ma per farlo doveva trovare un modo per liberarsi da quest’eterna prigionia. Solo allora mi resi conto che il mio desiderio non era altro per lui che l’occasione propizia per ottenere la libertà e cominciare quindi a tramare per il Ragnarök. Ormai era troppo tardi per tornare indietro: il patto era stato suggellato col veleno del serpente che scorreva in me. Ero diventato suo: una marionetta appesa ai fili della dannazione. La mia mente venne sopraffatta da paure e incertezze a cui solo il futuro avrebbe potuto dare una risposta.



Il mio nome è Ragnar Sigdrasum. E questa è la storia della mia vendetta!



~~~~~~~~~~~~~≈≈≈≈≈≈ ö ≈≈≈≈≈≈~~~~~~~~~~~~~



2



Nelle gelide regioni dell’estremo nord il tempo era tiranno: tormente di neve erano solite abbattersi con fierezza sopra la montagne impervie, spinte da un vento roco che soffiava tra le rocce come un esercito spettrale in guerra. Nell’oscurità dei boschi primordiali, ancora incontaminati per volere dell’antica fede, la solitudine regnava incontrastata. Solo un misero villaggio di nome Skiringsal riusciva a sopravvivere a tali condizioni, un paese così sperduto, così remoto, che nessun mortale avrebbe mai potuto sperare di arrivarvi senza conoscerne in anticipo l'esatta ubicazione.

Era soltanto merito della fiducia riposta nei potenti dei di Asgard se i suoi abitanti trovavano la forza di andare avanti giorno per giorno, malgrado fosse giunta ormai la voce che nuove religioni stessero prendendo il sopravvento sui popoli scandinavi e sull’intero Midgard.

I primi segni della decadenza apparvero in una gelida serata d'inverno, quando l'elmo della notte si abbuiò, tenebroso, sulle loro teste. In un’atmosfera così cupa, fredda e agghiacciante da far tremar le membra persino al dio viandante Odino, l’arrivo inaspettato di un sacerdote alquanto sinistro provocò sconcerto nel piccolo sobborgo.



Era davvero uno strano individuo: né uno sciamano estatico né tanto meno un portavoce del nuovo dio romano Cristo.

O almeno non lo era più.

Già qualche giorno prima del suo arrivo ebbe luogo il primo incidente. Un pastore aveva condotto il proprio gregge al pascolo sulle montagne e passati alcuni giorni non era ancora tornato a casa. Anche il suo bestiame era scomparso, svanito misteriosamente in mezzo ai boschi primordiali che conducevano alle rovine ancestrali di Heimdall.

All’annuncio della sua scomparsa, i vecchi si accigliarono, angosciati. Il sentiero che portava alle rovine era un luogo inaccessibile, non tanto per la sua conformazione naturale, quanto per la sacralità che i posteri vi avevano conferito. Si pensava, infatti, che quella fosse la strada per il Bifrost, il ponte dell’arcobaleno che collegava il mondo dei mortali a quello degli dei, e che il suo custode Heimdall non vi lasciasse entrare alcun mortale, poiché, malgrado il senso di giustizia e di benevolenza che contraddistingueva la sua personalità, aveva l’obbligo di rispettare il proprio compito. Per questo era proibito accedervi e i familiari del pastore dovettero mettere da parte i sentimenti e abbandonare immediatamente la ricerca.

Ma le sparizioni continuarono.

In poco tempo più di sei persone svanirono nel nulla e il paese cadde nel terrore.

Fu solamente allora che l’ambiguo sacerdote si fece avanti tra la folla, il volto assorto in un’espressione maledettamente folle. L’ecclesiastico rivelò con sicurezza che in tutta la Scandinavia demoni del mondo antico stavano emergendo dalle tenebre per riscattare l’ira del loro oscuro dio, affinché potesse punire l’infedeltà degli uomini. Quindi scomparve nel mistero proprio come era venuto.



Naturalmente nessuno prestò orecchio alle sue parole. Con il permesso degli anziani, gli orgogliosi capofamiglia infransero le antiche leggi e afferrarono le armi per dirigersi alle rovine sacre.

Purtroppo, però, anche di loro si perse presto ogni notizia. Le settimane trascorse ad aspettare ansiosamente quegli uomini intrepidi sembravano non finire mai e gli abitanti di Skiringsal cominciarono a temere il peggio.

Colmi di preoccupazione, i vecchi e le donne chiesero immediatamente aiuto agli altri villaggi, sostegno che non fu loro concesso. La distanza era eccessiva perché qualche prode eroe si potesse interessare a questioni estranee al proprio territorio, soprattutto da quando circolavano strani voci riguardanti il fatto che sulle terre circostanti fosse calata una terribile maledizione.

La conferma di quest’amara verità si ebbe proprio quando i membri della spedizione tornarono finalmente alle loro case sotto gli sguardi increduli di tutti.



Quel giorno una tormenta furibonda imperversava nel sobborgo. All’ululare del gelido vento, risposero soltanto lenti passi che calpestarono la neve fresca. Per ironia della sorte, la verità dei fatti sarebbe uscita allo scoperto proprio nello stesso attimo in cui la gente del villaggio avrebbe conosciuto la disgrazia. L'oscurità incombeva sulle loro vite.



~~~~~~~~~~~~~≈≈≈≈≈≈ ö ≈≈≈≈≈≈~~~~~~~~~~~~~



3



Del nutrito drappello di coraggiosi si erano salvati solamente in tre. Nessuno sapeva cosa avessero visto laggiù, nelle rovine sacre. Il pensiero che probabilmente fossero giunti sino al Bifrost per andare in fondo alla faccenda era una benché misera consolazione di fronte all'immenso alone di oscurità e mistero che aveva avvolto Skiringsal durante la loro assenza.

Abbrutiti da una barba incolta, tutti e tre avanzano silenziosamente sulla neve fresca, la testa ciondolante rigorosamente volta verso il basso. Ricoperti da un sottile manto innevato, i vestiti che indossavano sembravano gli stessi di quando erano partiti: abiti rozzi, scadenti e insufficientemente caldi per proteggerli dal freddo. Le braccia ricadevano mollemente in avanti sotto il peso della stanchezza per il cammino compiuto, ma non era colpa di quest'ultimo se i tre apparivano diversi: qualcosa era cambiato in loro.



Finendo ormai per cedere all’oscura profezia del prete, le donne e i vecchi strinsero con forza a sé i fanciulli e sporsero timidamente lo sguardo dalle ante socchiuse, nella speranza che nel terzetto vi fosse anche il loro familiare. Tutti nel villaggio speravano di rivedere il proprio caro ritornare da quell'oscuro viaggio, ma nessuno osava avventurarsi là fuori, in mezzo alla tormenta, per chiedere che fine avesse fatto il resto della spedizione. Da quando il gruppo era partito, infatti, si respirava un’atmosfera cupa, carica di tensione. Gli abitanti erano così impauriti da non desiderare altro che restarsene al sicuro dentro la proprie case, confortati dal calore del focolare domestico.

Solo un ragazzino di sette anni osò uscire allo scoperto per correre incontro al padre, senza prestare ascolto agli ammonimenti dei suoi familiari.

La madre allungò invano un braccio per afferrarlo.

- Ianosh! Dove vai!? Stai qui!

Spinta da un sentimento protettivo, la sorella maggiore decise di inseguirlo per non lasciarlo solo, ma l'imperterrita bufera le permetteva appena di intravederlo.

- Aspettami!

Il bambino non rallentò il passo.

- Padre! - ripeté più volte, colmo di esultanza.

Nonostante la scarsa visibilità per colpa del maltempo, dietro alla sagoma indistinta di uno dei tre viaggiatori, riconobbe l'uomo benevolo che lo aveva sempre sostenuto con calore e affetto.

Anche la sorella parve accorgersene. Mille domande affollarono immediatamente i suoi pensieri: perché ci aveva messo tutto questo tempo per tornare? Che cosa era successo al di là delle rovine e, soprattutto, dov’erano finiti gli altri?

Il sospetto la stava divorando.



Rendendosi conto dell'avvicinarsi del figlioletto, l'uomo al centro del terzetto si fermò, il viso ancora chino a terra. Era stata la squillante voce del fanciullo ad attirarlo.

Frementi di conoscere la verità, le altre famiglie aprirono le porte per contemplare la scena con un meritato sospiro di sollievo. Forse il misterioso prete si sbagliava: non c'era nessun demone. Nessun mostro!

Gli altri esploratori erano semplicemente rimasti indietro e ora quel bambino avrebbe potuto finalmente riabbracciare il padre, squarciando la pesante coltre di inquietudine negli animi della popolazione.

Ma contro ogni aspettativa la gioia irrisoria si tramutò immediatamente in muto sgomento.

Sollevando il capo, l'uomo scrutò il figlio con perfidia e allungò un braccio su di lui per afferrarlo. Un urlo raggelante si alzò fra l’orrore di tutti. Artigli innaturali affiorarono dalla manica dell'uomo per dilaniare Ianosh, che s'irrigidì per la paura. Sarebbe certamente stato massacrato se la sorella non lo avesse tratto in salvo appena in tempo, strappandolo alla morte per un soffio.

Il padre ringhiò selvaggiamente ai due ragazzi. Altri ruggiti proruppero dagli uomini al suo fianco. Urla da far gelare il sangue, che nulla avevano di umano.

Occhi crudeli ed espressioni cupe scrutavano il mondo da volti innaturali e demoniaci, succubi di una malvagità antica quanto il mondo stesso. Sotto i capelli lunghi, iridi vermiglie scintillavano attraverso la tormenta, rosse come le fiamme della perdizione.



- Corri, Ianosh! Corri!

Una volta tratto in salvo il piccolo, la giovane si era voltata su due piedi e aveva cominciato a correre per sfuggire all'ira di quei mostri. Era sconvolta. Chi, d’altronde, dopo aver visto il padre diventare un demone non lo sarebbe stato?

Nemmeno il tempo sembrava essere dalla sua parte. Il vento le frustava il viso scompigliandole i capelli biondi, complice di una natura gelida e selvaggia, ma lei sembrava non accorgersi del freddo.

Correva. Correva all’impazzata come non aveva mai fatto prima in vita sua. Le lacrime le rigavano le guance. Il cuore le martellava nel petto con violenza, quasi sul punto di scoppiare.

- Ma cosa sta succedendo!? - le domandò ansimante Ianosh. - Che cosa vogliono da noi quei mostri!?

- Corri! - urlò lei in tutta risposta.

Voltandosi di scatto, si guardò le spalle, gli occhi sgranati dal terrore. Le tre sagome infernali si erano divise per devastare Skiringsal e sterminare i suoi abitanti. Suo padre si trovava proprio lungo la traiettoria dei due figli. E li fissava. Immobile.

“Sì, ma per quanto tempo ancora?” si domandò angosciata la ragazza.

Che cosa stava succedendo!? Stentava a credere all'immagine diabolica veduta: occhi rossi come il sangue e artigli neri come la notte avevano squarciato come un fulmine a ciel sereno il confine tra la realtà e il sovrannaturale; d'ora in poi sarebbe stato sempre più difficile distinguere il mondo vero da quest'incubo.

Erano stati i demoni di cui aveva tanto parlato il prete a trasformare il padre in quello stato!? si domandò più volte. E perché, tra tutti, si erano portati via proprio la sua anima!?

Ma tutto ciò non importava più oramai. O quanto meno non adesso. Sapeva che l'unica speranza di salvezza dipendeva da quanto veloce lei e il suo fratellino avrebbero corso.

- Non ce la faccio più! - si lamentò il bambino. La neve gli si infilava dappertutto e rendeva ogni suo passo sempre più faticoso.

- Non puoi fermarti adesso! Coraggio!

Dovevano lottare per mantenere a tutti i costi l’equilibrio. Se fossero caduti, quei mostri gli sarebbero piombati addosso nel giro di un istante. E allora non si sarebbero rialzati mai più.

Ancora pochi metri e avrebbero raggiunto la loro abitazione, unico posto che offrisse una speranza, per quanto esigua, di salvezza.

Ma al padre bastò un solo balzo per raggiungerli.



~~~~~~~~~~~~~≈≈≈≈≈≈ ö ≈≈≈≈≈≈~~~~~~~~~~~~~



4



Ragnar Sigdrasum abbozzò un sorriso sprezzante. Appena giunto nel villaggio, avvertiva già la presenza di quei dannati demoni: le sue cosiddette questioni in sospeso. Brandendo le fedeli scuri che lo accompagnavano lungo il cammino, sollevò lo sguardo al cielo, facendo sì che i lunghi capelli castani ingrigiti dal tempo oscillassero alla gelida brezza invernale. Il vento portava sempre saggi consigli, primo fra tutti quello di fiutare il lezzo nauseabondo della morte che incombeva su Skiringsal.

- Benvenuti nel mio incubo - esordì con un sussurro pensando a quella gente, mentre compiva il primo passo oltre la soglia.

Non era passata nemmeno un'ora dall'arrivo delle tre creature oscure che già il sobborgo rustico era ridotto in rovina. Gli effetti di quella violenza selvaggia erano visibili in lungo e in largo, duri e spietati come l’inferno stesso. Le fiamme delle torce con cui i villici avevano tentato invano di scacciare i demoni ora lambivano i tetti di legno dei loro stessi capanni. Il fumo saliva dai resti carbonizzati di forconi e randelli. Quantità strabilianti di sangue scarlatto erano riverse sulle vie ricoperte di neve, corrompendone il bianco candore con un'orrida poltiglia purpurea.

Le spoglie erano disseminate ovunque. Anziani, donne, bambini. Corpi trucidati in massa come per mano di bestie selvagge. Volti senza vita congelati in espressioni di strazio, di assoluto terrore. Mai e poi mai gli abitanti di Skiringsal si sarebbero aspettati di patire una sofferenza tanto atroce prima della morte.

Ragnar scavalcò con freddezza il cadavere di un contadino squartato con brutalità da un demone per andare alla ricerca delle sue prede. Il suo volto era ispido, quasi selvaggio, almeno quanto bastava per non riuscire a scorgere la benché minima traccia di compassione per quello che gli accadeva intorno. Marionetta in balia di Loki, oscura creatura in ribellione, aveva già assistito a una strage del genere per poterne rimanere nuovamente scosso. Dentro di lui, in questo momento, oltre al suo disinteresse si contorcevano personalità contrastanti: da una parte c’era l’odio incommensurabile verso coloro a cui dava la caccia, una rabbia che pian piano stava lacerando ogni brandello della sua felicità passata; dall’altra parte, invece, avvertiva un’inspiegabile soddisfazione, come se la visione di quel tetro scenario gli procurasse un senso di morboso appagamento. Ma non c’era nulla di cui sorprendersi in tutto questo. Ragnar conosceva bene il motivo del suo tormento interiore. L’intercessione di Loki si era impadronita dei suoi sentimenti, fondendosi con essi e insidiandosi dentro il suo cuore. Ciononostante era difficile per lui dare una definizione vera e propria di quello strano legame. Ragnar e Loki erano come luce e ombra: schiavi l’uno dell’altro eppure al tempo stesso giudici del loro destino, capaci di ottenere il successo insieme oppure di giungere entrambi alla disfatta.

“Dove sono finiti quei bastardi?” si domandò, sforzando di guardarsi attorno. Gli occhi grigi, resi quasi ciechi dal supplizio condiviso con il dio malvagio che albergava in lui, grondavano veleno malefico, un liquido bluastro misto a sangue che si perdeva nella folta barba brizzolata; malgrado tale privazione era ancora in grado di distinguere un mostro demoniaco quando gli appariva di fronte. Anzi: non vedeva l’ora di trovarsi faccia a faccia con esso.

Un’ombra di oscurità si addentrò furtivamente nei suoi pensieri.

- Non cercare di trovarli. Saranno loro a presentarsi al tuo cospetto.

Ragnar non rispose. Non era stata la sua mente a dare origine a quella voce: era Loki.

- Prima che quest’oggi la luce ceda il passo al silenzio delle tenebre, il sangue alimenterà la tua sete di vendetta. Ogni sentimento di pietà o discernimento cadrà vittima del tuo furore!

Ragnar scosse ripetutamente il capo come un cane bagnato, ribellandosi alle risate del suo oscuro compagno di vendetta.

Non appena la solenne voce si dissolse, l’uomo proseguì lungo il viale. Per diversi attimi al suo fremente desiderio di vendetta rispose unicamente un silenzio irreale, quasi illusorio. Poi, improvvisamente, al di là del crepitio delle fiamme e degli schianti delle travi che crollavano al suolo, si udirono in lontananza le prime urla di terrore, le disperate invocazioni di aiuto a quegli dei immortali dal cuore di ghiaccio che avrebbero potuto impedire questo scempio con la brevità di un solo sguardo e ciononostante li avevano abbandonati alla fragilità dei loro miseri corpi mortali.

Ragnar chinò il capo per riflettere. Le parole di Loki nel giorno del loro primo incontro risuonarono nella sua mente. Perché sei così sorpreso di vedermi? Credevi forse che qualcun altro avrebbe ascoltato la tua supplica? Gli dei sono tutti falsi e meschini, Ragnar. Persino il sommo Odino.

“L'incuranza degli Aesir per il Midgard valica ogni immaginazione” si disse. Un sorriso truce increspò le sue labbra sottili, anche se in quell’espressione non c'era alcuna traccia di umorismo. “Prima o poi dovrò fare i conti anche con loro”.

Avanzando lungo il percorso, si avvicinò al cuore della battaglia. La neve macchiata di sangue attutiva il rumore dei suoi stivali logori, sotto i quali indossava pantaloni di tessuto grezzo. Le mani strette all’impugnatura delle scuri, scrutò il villaggio in fiamme alla ricerca del nemico.

“Dove siete?”. La sola idea di affrontarli fece salire in lui l’adrenalina. L’odio per quelle bestie immonde ribolliva più ardente che mai. Prima le sterminava tutte e meglio era!

“Ma non subito” meditò a malincuore. Se voleva conseguire il suo vero obiettivo doveva lasciare vivi quei dannati demoni e seguirli fino al loro covo oppure costringerli a svuotare il sacco con la forza prima di farli fuori. Preferibilmente con quest’ultimo metodo.

I suoi pensieri furono interrotti da un rumore concitato di passi veloci. I profondi occhi plumbei individuarono una figura deforme che correva con impeto verso di lui, oltrepassando un vicolo buio tra due rozze casupole di contadini.

Tramite quell’attacco impulsivo, la creatura sembrava intenzionata a riversare tutta la sua ira sul nuovo arrivato.

Il vendicatore non ebbe bisogno di ulteriori incitamenti: sollevò una scure all'altezza della spalla e la piantò in mezzo alle orbite del mostro con un lancio eccezionale. Nel giro di un istante il demone ruzzolò nella poltiglia fermandosi a pochi passi da lui, il cranio spaccato a metà.

“Come non detto” si corresse. “Pazienza. Ne rimangono altri due a cui strappare di bocca la verità”. Poggiandovi sopra un piede con la massima naturalezza, estrasse la scure dal teschio del demone. Sangue nero colava dalla lama rugginosa sulle spoglie del nemico. Anche se non aveva ancora subito totalmente la mutazione, restava ben poco di umano in quei lineamenti mostruosi; pertanto non faticò a riconoscere con chi aveva a che fare. L'essere infernale con cui il capofamiglia era involontariamente entrato in contatto si era limitato a renderlo un semplice schiavo, una vittima insulsa priva di qualsiasi dote sovrannaturale, capace solo di mietere vittime tra pastori e contadini. Ragnar Sigdrasum si era imbattuto in esseri molto più minacciosi per temere quel cane rognoso. Persino un mortale ben addestrato sarebbe riuscito a contrastare un avversario simile senza troppa difficoltà.

“E gli altri demoni che infestano il villaggio? Saranno come questo?” si domandò, scrutando l’ambiente circostante.

La risposta sopraggiunse poco tempo dopo, quando il debole profilo di una sagoma indistinta comparve oltre il velo di foschia nevosa, non lontano da lui. Abbandonate totalmente le sue vesti da mortale, la creatura della notte era contorta sull’ammasso di cadaveri sopra il quale stava rannicchiata. Facce scarnificate, squartate e dilaniate con un'efferatezza senza pari la fissavano dal basso. Stravolte.

Il prescelto di Loki si avvicinò lentamente alla macabra montagnetta, attorniata da una vasta pozza di sangue, per osservare meglio il suo nemico. La ripugnante creatura stringeva in una mano un lungo segmento di spina dorsale. Nell'altra, il corpicino esanime al quale era stato sottratto obbrobriosamente. Sangue e midollo colavano dalle vertebre spezzate dell’infante.

Gettando a terra quegli orridi avanzi, il mostro sollevò il capo in direzione della nuova preda.

Gli occhi rosso cremisi infossati nelle orbite osservarono per un lungo istante il viso d’alabastro di Ragnar, che ricambiò lo sguardo con altrettanta intensità. A differenza del demone appena ucciso questo sembrava avere completato appieno la sua trasformazione. Un pentacolo rivolto verso il basso brillava di un pulsante rosso incandescente al centro della fronte, sotto i lunghi capelli corvini. La carnagione aveva assunto interamente una tonalità grigiastra, spenta, cupa come la notte. Piaghe ed escoriazioni varie presenti agli angoli della bocca erano ricoperte dal sangue delle vittime, che scorreva a rivoli sulle labbra e sul mento irsuto.

Se quella lugubre visione lo turbò in qualche maniera, Ragnar Sigdrasum non lo diede a vedere.

Esaminando il braccio sinistro, pieno di cicatrici proprio come sulla schiena e sul torace, cercò uno spazio vuoto e, incurante del dolore, vi incise due sottilissime lineette rosse con la punta della scure: una per il mezzo demone al quale aveva appena spaccato il cranio, l'altra per la sua prossima vittima. Quello era il resoconto della sua vendetta. Un rivolo violaceo fuoriuscì dalle ferite, a testimonianza del veleno del serpente che scorreva nelle sue vene.

- Scroscia un fiume da oriente per valli di gelido veleno, con daghe e con spade - sussurrò allora, sprezzante.

La creatura scricchiolò le ossa del collo e lo osservò con interesse, come ipnotizzata dalle sue parole. Quindi saltò giù dal mucchio di cadaveri e si scagliò contro di lui correndo.

- Il sole si oscura - continuò Ragnar con lentezza, le asce incrociate all’altezza del petto già pronte per il contrattacco. - La terra sprofonda nel mare. Scompaiono dal cielo le stelle lucenti.

Prima di andare incontro al mostro, la sua voce impetuosa aumentò intensità. - Sibila il vapore con quel che alimenta la vita. Alta gioca la vampa col cielo stesso!



~~~~~~~~~~~~~≈≈≈≈≈≈ ö ≈≈≈≈≈≈~~~~~~~~~~~~~



5



L’acciaio delle scuri incontrò gli artigli laceranti della belva, così temibili da porre resistenza persino alla durezza del metallo. Il cacciatore solitario si liberò da quella condizione di stallo con una spinta decisa, quindi scivolò di lato e agguantò il demone di spalle, strangolandolo col manico dell’ascia.

- Dove si nasconde!? Parla! - lo minacciò con risolutezza, le labbra serrate per lo sforzo.

Il demone digrignò i denti, la bava schiumante di rabbia e le dita deformi poste saldamente sulla scure per respingere la presa soffocante del nemico. Capì immediatamente cosa voleva sapere da lui, ma anche se avesse avuto la facoltà del verbo non gli avrebbe mai dato risposta.

Con uno sforzo sovrumano, riuscì a divincolarsi, si voltò di scatto e vibrò un colpo dall’alto verso il basso. I lunghi artigli tenebrosi squarciarono il torso nudo del vendicatore come se fossero rasoi affilati. Sangue bluastro schizzò sul volto della creatura oscura. L'inebriante sapore metallico gli impregnò subito le labbra, rendendola ancora più famelica e rabbiosa di prima.

Il prescelto di Loki non fu altrettanto soddisfatto. Crollò in ginocchio urlante di dolore.

“Evidentemente parlare con questi dannati bastardi non rientra nelle mie possibilità!” rifletté, ma dalla sua bocca fuoriuscì soltanto un grido sofferente, straziato per la profondità delle ferite.

Ancora una volta la rabbia prese il sopravvento sull’autocontrollo: recuperò la scure finita a terra dopo la colluttazione, prese di mira il mostro e senza tenere conto del dolore gliela scagliò addosso con tutto l’odio che avvertiva dentro di sé. La lama roteò nell’aria, sibilando all'unisono col soffio del vento.

“Pagherai cara la tua brama di sangue!”.

Gli avidi occhi grigi, accompagnati da un udito fine oltre la norma, seguirono la traiettoria della scure che sembrava destinata a penetrare a fondo nel torace dell’essere infernale. Ma all’ultimo secondo quest’ultimo riuscì a evitare l’arma, che si andò a conficcare nello stipite di una porta alle sue spalle.

Ragnar non demorse. Se il primo attacco non era andato a segno, quello successivo travolse in pieno il suo bersaglio, mozzandogli di netto la mano destra. Questa volta fu la creatura a urlare dal dolore, contorcendosi come un eretico sul rogo.

Ragnar si avvicinò con l’intenzione di porre una fine rapida alla sua esistenza, ma il demone gli balzò addosso, ruzzolando assieme a lui nella fanghiglia. Reso incontrollabile dall’odio per la perdita dell’arto, tentò invano di azzannarlo con la mano rimasta e con i denti aguzzi, imbrattati di sangue e marciume.

Bloccato in quella posizione svantaggiosa, Ragnar tastò rapidamente il suolo alla ricerca delle inseparabili scuri. Non le trovò, ma recuperò qualcosa che poteva essergli altrettanto utile.

Il moncherino insanguinato del demone, artigli compresi, penetrò la gola del suo ex possessore con la consistenza della punta di una lancia aguzza, trapassandola da parte a parte. La creatura si strinse il collo, il sangue nero che schizzava dalla giugulare, quindi spalancò la bocca e crollò in avanti sopra il corpo martoriato del suo spietato assassino.

Ragnar rimosse inorridito la carcassa e si rialzò. Del tutto indifferente al volto completamente imbrattato di sangue, indirizzò la mente all’enigmatica profezia di Loki. Prima che quest’oggi la luce ceda il passo al silenzio delle tenebre, il sangue alimenterà la tua sete di vendetta. Ogni sentimento di pietà o discernimento cadrà vittima del tuo furore!

- Dannate premonizioni - giudicò irritato tra sé e sé. Scostando un lungo ciuffo di capelli dietro le orecchie, scrutò ciò che restava del villaggio. Lingue di fuoco rosso vivo ardevano

le pareti di legno delle abitazioni e trasformavano i tetti in falò crepitanti. Nembi di fumo acre salivano verso la spessa coltre di nubi che ammantava Skiringsal. Sporadiche grida di disperazione si levavano dalle strutture incendiate.

Ragnar salvò appena in tempo la sua ascia dal fuoco, raccolse quella con cui aveva mozzato il braccio al demone e si voltò. Uno schianto secco aveva destato il suo interesse, seguito un istante dopo da urla raccapriccianti.

“Quindi qualcuno è ancora vivo” pensò. “Farò meglio ad affrettarmi, prima che il demone ritorni nelle tenebre da cui è comparso”.

Vagando impazientemente tra i capanni in fiamme, aguzzò la vista più che poteva e drizzò le orecchie alla ricerca del minimo rumore sospetto. Le tracce lo condussero in un vicolo che si affacciava sulla piazza del sobborgo.

Il cadavere di un robusto umano sulla cinquantina d’anni ostruiva la stradina in prossimità dell'ingresso di una modesta abitazione. Il cuore gli era stato strappato dal petto. Costole rotte affioravano dallo squarcio sanguinante, facendo breccia in una tunica da fabbro ormai ridotta a brandelli. Il volto inanimato era paralizzato in una smorfia di disumana e brutale agonia.

Vicino al corpo esanime del fabbro assassinato, una spada artigianale dai bordi ancora indefiniti giaceva abbandonata nella neve a tragica testimonianza della sua sconfitta.

Indipendentemente dalla sua volontà, Ragnar contemplò fiamme e resti umani con mirabile soddisfazione. Dentro di lui, Loki rideva crudelmente. Che differenza c’era in fondo nel vedere giungere al tramonto adesso quella miserevole plebaglia piuttosto che nell’imminente Ragnarök?

Nessuna, si convinse l’anima del dio, ebbra di eccitazione.

Un sorriso truce inarcò gli angoli della bocca di Ragnar. “Non c'è traccia migliore del sangue sulla neve fresca”.

Una lunga scia conduceva infatti dritta dritta nel capanno in rovina, dove non si udiva più alcun grido, ma solamente un disperato pianto. All'interno dell'abitazione, infatti, erano poche le parole pronunciate tra un singhiozzo e l'altro. Ragnar colse in quel lamento una serie di emozioni contrastanti: orrore, disperazione, rabbia.

Il vendicatore accostò un orecchio alla parete in legno, le scuri sempre a portata di mano.

- No... ti prego - implorava una giovane voce femminile strozzata dal pianto. - Lascialo stare... lascia stare mio fratello... lascia stare Ianosh!



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6



Sola come un animale in trappola, accasciata sul gelido pavimento in un angolo della stanza, Sarah, la giovane sorella di Ianosh, attendeva inesorabile la fine. Il cadavere del fratellino era riverso a terra a pochi passi da lei, brutalmente assassinato dallo stesso essere che sette anni or sono gli aveva donato la vita.

Restava ben poco del suo viso innocente, squarciato dagli artigli del demone. L’intero corpo era macchiato di sangue rosso vivo, in condizioni ancora peggiori di quelli massacrati là fuori. Le membra contorte erano rivoltate in posizione innaturale. Spezzoni di ossa affioravano da braccia e gambe fratturate.

Suo fratello era morto, insieme a tutto il resto della sua famiglia. Sua madre e suo zio, il fabbro ferraio che si era sacrificato per permettere a lei e a Ianosh di rifugiarsi in casa, erano stati uccisi con la stessa crudezza. Con l’infernale metamorfosi del padre, adesso era rimasta sola.

“Perché proprio noi?” si era domandata, afflitta, quando si era resa conto di essere rimasta sola. Il fratellino giaceva senza vita dinnanzi ai suoi occhi. “Che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo!?”.

Accasciandosi all’angolo della parete, si era lasciata cadere a peso morto vicino a Ianosh, incurante del sangue che si spargeva dai resti dilaniati e consapevole che la prossima vittima del padre sarebbe stata lei. “Ianosh non c’entrava nulla!”. Scossa da violenti singhiozzi, continuò a versare lacrime a pochi passi dal corpo massacrato del bambino.

Il demone torreggiava ancora sopra di lui. Mantenendo per metà l’aspetto umano, stava divorando con perfidia il corpicino del figlio, le iridi rossastre e il pentacolo pulsante di luce propria nascosto dai lunghi capelli biondi.

Anche se gravemente sconvolta dalla tragica visione a cui stava assistendo, la ragazza non riuscì più a trattenere dentro sé il desiderio di ribellarsi a tanta brutalità.

- No... ti prego - implorò il padre. - Lascialo stare... lascia stare mio fratello... lascia stare Ianosh!



Il demone si fermò. Nelle sue iridi spettrali ardeva un luccichio malvagio. Sì… avrebbe assaporato lentamente ogni morso di quell’innocente creatura, godendo nel sentirla urlare.

In fondo lei era l’ultima superstite del villaggio. O forse no?

Prima che l’essere infernale si levasse in piedi, Ragnar lo agguantò per il braccio e gli affondò le dita nella spalla destra, penetrando a fondo nella carne. La sua preda lanciò un gemito straziante, quindi si voltò infuriata verso l’assalitore.

- Non hai sentito la ragazza? - gli domandò con ironia perversa Ragnar non appena i loro sguardi si incrociarono.

L’unica risposta che ottenne fu solamente un grido di sfida, che investì con irruenza i due presenti. Alla ragazza tremavano le gambe. Il cuore le batteva nel petto con violenza, all’unisono con la sua paura. Per niente soddisfatto, il vichingo affondò ancora una volta le dita nella piaga, assaporando lo scricchiolio gratificante di ossa rotte.

- Ahhhh! - gemette il mostro, stridulo. La pressione delle dita gli procurò un dolore lancinante.

“Come può un semplice mortale essere dotato di una tale forza!?” si tormentò tacitamente, sconcertato dall’amara verità dei fatti.

- È inutile che fingi con me, lurida bestia! Tu non sei come gli altri due. Un demone del tuo livello è senz’altro in grado di parlare!

Ragnar aveva calcolato tutto. Due demoni inferiori e uno superiore: di solito era così che gli esseri infernali di alto rango inviavano i loro servitori a compiere le stragi in loro nome.

Governate solamente dalla rabbia, le dita grezze del mortale penetrarono crudelmente fino all’osso. Un sorriso perfido affiorò sotto la barba folta, degno dell’assassino più crudele.

- E io ho un sacco di cose da chiederti - concluse con freddezza.

Il demone alzò lo sguardo, un guizzo ribelle negli occhi. Uno spasmo violentissimo lo colse dalla testa ai piedi. Per un lungo attimo sembrò cadere vittima di strane convulsioni, come se qualcosa di ancora più malvagio stesse ribollendo nelle sue viscere. Poi una voce roca e senza tempo scaturì irruente dai suoi polmoni. Un sorriso scaltro balenò sul volto del capofamiglia indemoniato.

- Ti sbagli, umano. Lui non può parlare. Ma io sì!



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7



Ragnar sussultò. “Questa voce… non sarà…!?”.

Distrattosi completamente, allentò la presa sull’avversario che non perse un attimo (di tempo): afferrò il vendicatore per entrambe le braccia e si gettò con lui addosso alla parete della stanza che dava sulla piazza del sobborgo. Le assi cedettero con un sola spinta, riversando al suolo una pioggia di schegge di legno. Lo slancio li fece rotolare bruscamente nella melma sudicia finché Ragnar non decise di separarsi dal nemico per riflettere sull’accaduto.

Si rialzò. Ancora non credeva alle sue orecchie. Dopo tanti anni di ricerche e di efferati omicidi, la furia inestinguibile che ardeva in lui l’aveva condotto finalmente nel posto giusto!

Incurante delle condizioni fisiche della ragazza, sulla quale si erano abbattute violentemente le macerie del capanno, non aspettò nemmeno che il demone si mettesse in piedi.

- Tarchímache! - tuonò al culmine della sua rabbia. - Ti nascondi ancora dietro ai tuoi servi!? Mostrati, vigliacco!

Come unica risposta, un mostruoso ghigno di soddisfazione proruppe dalla gola del capofamiglia.

Ragnar serrò i denti. Chi si nascondeva sotto le sue spoglie se non l’acerrimo nemico a cui aveva dato la caccia sin dal principio del suo tormento!? La risata cavernosa del capofamiglia riempì il suo cuore di un bruciante desiderio di vendetta.

- Maledetto! - urlò brandendo le due scuri penzolanti dalla cinghia dei calzoni. Sapeva che chi aveva di fronte non era altro che una misera pedina. Anche se il demone sarebbe morto, l’anima di Tarchimache sarebbe trascesa in un altro degli svariati corpi sottomessi a sua disposizione.

Il prescelto di Loki perse la pazienza. - E va bene. Se non vuoi venire allo scoperto, ti costringerò a farlo con la for… - stava per terminare quando la sua voce si spezzò di colpo.

In pochi istanti, tutto attorno a Skiringsal il cielo si abbuiò come per effetto di un oscuro sortilegio. Il tempo parve contrarsi in un lasso infinito di tristezza e tetro splendore. Una sagoma indistinta comparve alle spalle della creatura demoniaca, alta, solenne e maligna. Ma all’apparenza celestiale.

Ali di angelo la avvolgevano dalla testa ai piedi, malgrado in esse non vi fosse traccia di candore. Le piume erano rosse come il sangue.



Ragnar fece un passo avanti, la fronte corrugata. - Tarchimache…

Il cherubino decaduto ricambiò lo sguardo severo del vendicatore con un sorriso superbo.

- Non puoi farcela contro di me, Ragnar.

I lunghi capelli neri pettinati ordinatamente di lato permettevano di contemplare un viso innocente; tuttavia la sua bellezza emanava un’aura di indefinibile perfidia.

- Abbandona i tuoi propositi. Ti concederò un posto speciale quando sarà il momento della fine, un posto accanto a coloro che più di tutti hai amato.

Il movimento leggiadro con cui si esponeva e il tono suadente pronunciato dalle sue labbra sottili celavano oscuri propositi. In fondo Tarchimache non era molto diverso da Loki.

- Proprio tu parli di amore!? - esplose in un impeto di rabbia il guerriero. - Tu che hai fatto della crudeltà e l’infamia la tua bandiera di conquista!? Ti scoverò, Tarchimache. Ovunque tu sia. E quando ciò avverrà, assaporerai il vero significato della sofferenza umana!

- Povero stolto. I tuoi ideali vaneggiano sulla fragilità delle tue emozioni.

Ora che le intenzioni del vichingo erano chiare, le sue parole si riempirono di austerità e arroganza. - Con quali speranze credi di affrontare il mio potere!? Sei solamente un semplice, misero, pagano infedele. E nulla lo potrà cambiare!

Ragnar chinò il capo, silente.

“Loki” lo chiamò nella sua mente. Silenzio. Nessuna risposta. Per un attimo la sua fiducia vacillò. Il signore degli inganni aveva forse paura del suo sovrannaturale nemico? “No”. Si rifiutò di accettare una simile verità. “Loki!” ripeté di nuovo, questa volta con maggiore decisione.

- Sono qui, anima spezzata.

Anima e parole uscirono dall’ombra dei pensieri di Ragnar per trascendere in qualcosa di più grande. Proprio come per lo schiavo di Tarchimache, il dio scandinavo si manifestò nel Midgard a sostegno del suo seguace. Loki, figura di impalpabile entità incorporea sospesa nell’aria appena sopra Ragnar, inevitabilmente incatenata al suo destino, si preparò a dare man forte al suo prescelto. Ma naturalmente lo avrebbe fatto più per sé stesso che per lui. Se voleva veramente aprire le porte al Ragnarök, infatti, doveva prima disfarsi del suo alter ego malvagio “Cristiano” e di tutti i figli dell’Apocalisse che avessero tentato di opporsi alla sua egemonia sul Mondo di Mezzo.

Conosceva bene il passato di Tarchimache e in qualche modo ne era rimasto affascinato.

“Tarchimache…” si disse mentalmente senza rivelare i suoi pensieri a Ragnar. “L’angelo che dopo l’insurrezione di Lucifero si rifiutò d’ inchinarsi davanti ad Adamo quando Dio presentò la sua creatura alle gerarchie celesti. E per questo fu cacciato dal paradiso”.

- Era da tanto che aspettavo questo momento! - lo interruppe il suo prescelto, entusiasta.

- Lo so, anima a metà - replicò il dio con voce orgogliosa. - E ti dirò di più: non vedo l’ora di sbarazzarmi di lui!



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8



Ragnar sorrise. “Ora siamo pari, Tarchimache. Non è più come quella volta!”.

Attorno a Skiringsal l’atmosfera si fece gremita di tenebre e furore.

Il capofamiglia lo guardò dritto negli occhi, veemente. Venne avanti. Lasciandosi travolgere da un istinto selvaggio, si abbandonò all’oscura metamorfosi che lo avrebbe reso degno di affrontare il suo nemico.

La trasformazione fu istantanea. Sfoderando un mutamento quasi raccapricciante, il corpo acquistò peso e volume nel giro di un lampo. Gli stracci laceri e imbrattati di sangue si sfaldarono dalle cuciture, lasciando scoperta una carnagione levigata, quasi trasparente. La carne pallida, macchiata di sangue, si tinse di un rozzo grigiore prima che le costole si incrinassero e fuoriuscissero dalla carne. Le ossa emersero come lame per dare posto a qualcosa di più terrificante. Lasciando Ragnar stupefatto, i volti delle vittime di Skiringsal spuntarono copiosamente appena sotto la pelle su tutto il torace e sulla schiena del demone, come se fossero state rinchiuse all’interno di quell’oscuro corpo. Nonostante fossero celati dal sottile strato di epidermide, lo stretto contatto permetteva di intravedere le bocche spalancate in espressioni di terrore. Il vendicatore osservò ancora più sorpreso una sconcertante moltitudine di dita umane premere costantemente verso l'esterno nel vano tentativo di liberarsi da quella prigionia opprimente.

“Non ho mai visto niente di simile” meditò, colto alla sprovvista.

Anche la testa cambiò repentinamente forma: barba e capelli caddero a terra come foglie morte. Gli occhi si infossarono nelle orbite. Il cranio e il volto mutarono fino a rassomigliare vagamente a un teschio animale. I denti si estesero dalle gengive e si distanziarono l’uno dall’altro, divenendo lunghi e acuminati come zanne d’acciaio. Alle estremità degli arti crebbero artigli affilati, pronti a seviziare con estremo sadismo l'avversario.

Il vichingo serrò le labbra e strinse così forte le impugnature delle asce da far diventare le nocche esangui. “Dannazione!”.

Questa volta non c’era spazio per diabolici sorrisi. Anche se non aveva mai incontrato nulla di simile, quella diabolica visione non gli piacque affatto. Secondo Loki, il nuovo avversario ricordava molto i Nephilim allo stato primordiale della loro creazione: creature maledette, figlie del peccato generato contro la volontà di Dio.

In un intenso istante che sembrava interminabile, il vendicatore tese le ginocchia e trattene il fiato per colpire, nell'attesa che il rivale si decidesse a compiere la prima mossa.

- Ci siamo - mormorò con ansia sotto la barba ingrigita. Se provava paura, non lo diede minimamente a vedere.

Il diabolico capofamiglia non perse tempo: si lanciò alla carica contro il suo persecutore, accompagnato dal coro disumano di voci spettrali che giungeva dalle vittime al suo interno.

Per guadagnare tempo, Ragnar fece scorrere le dita sul manico ondulato della scure e la scagliò con forza. Sapeva che, anche se andato a segno, un colpo come quello non avrebbe danneggiato più di tanto il suo nemico, ma voleva rallentarne l'avanzata per scorgere una breccia in cui attaccarlo mortalmente una volta a stretto contatto con lui.

Sfortunatamente non ci riuscì. Il demone, difatti, avanzò senza indugiare, incurante del dolore provocato dall'accetta conficcatasi nel fianco. L'imponente Nephilim si abbatté contro il vendicatore proprio nell'istante in cui quest'ultimo poneva dritta innanzi a sé la scure rimasta per difendersi dal tremendo impatto.

Artigli spietati affondarono con efferatezza nel petto di Ragnar. Ma anche la sua scure andò a colpire il mostro, aprendo numerosi squarci nel suo torace muscoloso e selvaggio. Oltrepassando i limiti della sofferenza di un comune essere umano, i due guerrieri ultraterreni si scambiavano fendenti micidiali. Ovunque si spargevano schizzi di sangue. Il liquido nero del demone si unì istantaneamente con quello avvelenato del prescelto di Loki. Macchiando il campo di battaglia, si riversò a fiotti attorno ai loro corpi in costante movimento.



Strisciando lentamente tra le assi di legno, Sarah si trascinò tra le macerie, distrutta dal dolore ma fortunatamente salva. Un lungo rivolo di sangue le colava dalla tempia. Trovando rifugio sotto alcune travi ancora parzialmente intatte, in una piccola nicchia nella penombra, scorse una figura demoniaca che affrontava il misterioso salvatore. Sobbalzò. “Quello è mio padre!? No… lui non esiste più. Un mostro: ecco cos’è diventato!”.

Per un lungo attimo desiderò guardare altrove, lontano da quell’infima creatura. Poi, però, la curiosità prese il sopravvento sulle sue emozioni, costringendola a voltarsi nuovamente in quella direzione. “Non è possibile!”.

Sotto la membrana quasi trasparente del demone riconobbe i volti degli abitanti del villaggio. Una serie di sentimenti discordanti la sconvolse quando si rese conto che tra loro c’era anche il suo fratellino. Annaspava agonizzante nell’eterno oblio di cui era prigioniero.

“Ma allora forse c’è ancora una speranza di salvarli!” si convinse Sarah. La ragazza respirava con affanno. Le faceva male tutto il corpo. Guardò Ragnar con un’espressione speranzosa mista ad ammirazione per lo sconosciuto guerriero. “Quell’uomo… è tutto nelle sue mani!”.



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9



Ragnar Sigdrasum barcollò. Il demone era più forte di quello che immaginava. Un manrovescio del Nephilim lo scaraventò all’indietro contro le macerie del capanno. L’impatto violento lo lasciò un momento stordito. Rialzandosi da terra si voltò, ma non riuscì a restare in piedi per più di qualche secondo. Gli si offuscò la vista. Il profilo del possente capofamiglia gli stava velocemente sfumando davanti agli occhi. Ora che non era concentrato sullo scontro, un bruciore lancinante gli opprimeva il petto ricco di ferite traboccanti di sangue violaceo.

“Devo fare qualcosa!” si convinse. “Altrimenti non ce la farò”. Ogni movimento gli costava dolore e fatica. Stava perdendo i sensi.

- Coraggio, anima spezzata! Uccidilo! Fallo per noi!

Ragnar si riscosse, inconsapevole di essere osservato dalla giovane ragazza sdraiata a terra a pochi passi da lui. La sua mente venne sopraffatta dal dolore e dalla rabbia. Il solo sentire la voce del dio gli fece saltare i nervi!

- Sta zitto! Non è per te che ho intrapreso questo viaggio!



“Ma che cosa gli sta succedendo?” si accigliò Sarah, ancora nascosta nella misera e ombrosa nicchia. Dal punto in cui si trovava, intravedeva solamente gli stivali logori del vendicatore, ma era difficile che ci fosse qualcun altro accanto a lui. “Con chi starà parlando?”.



Il signore degli inganni sogghignò. - Non puoi cancellarmi così dalla tua vita come se nulla fosse. Io rappresento il tramite della tua rabbia, l’ira che si cela dentro il tuo cuore, l’irruenza delle tue parole, il culmine della tua follia!

Ragnar digrignò i denti, infastidito dalla sua irruenza.

- La tua anima mi appartiene - fece presente il dio senza girarci attorno. Nella sua voce non c’era ombra di dubbio. - Ormai siamo una cosa sola. Che cosa rimarrebbe di te altrimenti? Misera cenere sparsa sopra il sangue della tua famiglia.

Il vendicatore ebbe un sussulto improvviso. Un brivido gli corse lungo la spina dorsale. Le mani tremarono, facendo cadere a terra le asce. Senza volere, riaffiorarono alla mente ricordi sepolti nel tempo.



Bambini spaventati, una ragazza poco più che adolescente, dei vecchi… gole squarciate senza il minimo risentimento. Una coppia che scende di corsa le scale di casa tenendosi per mano. L’uomo che afferra le scuri con le quali è solito lavorare per difendersi da un’oscura minaccia. Una creatura innaturale che gli artiglia il petto. Lui perde i sensi, lei urla dalla disperazione. Il buio…



Ragnar si riscosse. Scrollò il capo per liberare la mente dal doloroso ricordo. Un impeto di rabbia irrefrenabile s’impadronì di lui. - Lascia fuori la mia famiglia dai tuoi oscuri propositi! - gridò nell’aria con voce carica di emozione. - Hai capito, Loki!?



“Che cosa ha detto? Loki!?” ripeté a sé stessa Sarah, confusa più che mai. Conosceva il nome del disonesto dio malvagio appartenente alla propria religione, ma cosa c’entrava lui in tutta questa storia?



- Ricorda il male che hanno fatto ai tuoi cari! - lo tormentò ancora il dio. - Ricorda l’anima della donna che è stata trascinata via urlando invano il tuo nome! Ricordati gli dei che ignorarono la tua preghiera! Rinnegando la tua fede, mi giurasti eterna fedeltà. Offrendomi metà della tua anima, hai preferito continuare sul sentiero tenebroso che condurrà il Midgard al Ragnarök piuttosto che intraprendere l’ascesa verso un mondo fatto di eterna luce e di perdono. Ora affronta le tue decisioni, Ragnar! Risveglia in te la rabbia con cui sei riemerso dagli abissi della tua disgrazia! Uccidi, Ragnar! Vendicati!

Sentendo un fuoco di odio puro ribollirgli nelle vene, Ragnar Sigdrasum diede sfogo alla frenesia omicida che ardeva dentro di lui. Rifiutando di cedere alla supremazia del Nephilim, impugnò le scuri e si preparò ancora una volta a dar battaglia.

- Non sarai tu a fermarmi, sporco bastardo! - gli gridò.

Ma il demone non aveva alcuna intenzione di sottomettersi al rivale. Reggeva tra le mani una lunga striscia di metallo lucente: la spada del fabbro ferraio ritrovata accanto al corpo dello zio di Sarah.

Divorandosi con gli occhi, i due nemici si avventarono simultaneamente l’uno sull’altro. Spada contro scuri; buio e oscurità in sfida per l’egemonia e per la vendetta. Lo schiavo di Tarchimache e il seguace di Loki si schiantarono l’uno contro l’altro con forza devastante.

Malgrado la grinta del vendicatore, l’energia sovrumana del Nephilim ebbe di nuovo la meglio su di lui e lo travolse in pieno. L’acciaio affilato della lunga lama affondò nel ventre di Ragnar, che crollò di schiena nel fango, la spada infilzata nella carne sin dentro le costole. Il suo respiro ansante si affievolì di colpo come la flebile luce di una candela morente spenta dal vento. Le palpebre si chiusero.



Pena e sconforto strinsero il cuore di Sarah quando vide Ragnar riverso nella melma, immobile.

“Che cosa faccio?” si afflisse. “Ormai è troppo tardi per soccorrerlo… e poi cosa potrei fare io contro quel mostro? Mi ucciderebbe all’istante!”.

Ma Ragnar non era morto. Era troppo presto per andarsene. Inoltre la consapevolezza dell’eterno oblio dopo la morte non lo soddisfava affatto. Sapeva a cos'era andato incontro rinnegando Odino: non avrebbe mai raggiunto il regno dei morti. Non avrebbe mai più rivisto la sua famiglia scomparsa. Il risentimento gli attanagliava il cuore, ma non aveva paura del suo destino. Tutto ciò che lo attendeva dopo la morte non era peggio di quello accadutogli nel corso della sua esistenza.

Aprì gli occhi e si alzò in piedi. Con la spada ancora infilzata nel petto, abbandonò dubbi e paure per concentrasi solo sulla vendetta, sua implacabile compagna per l'eternità. Mosso dalla volontà e incurante delle ferite aperte che gli marcavano l'intero corpo, corse inarrestabile lungo la piazza impregnata di sangue e balzò in spalla al Nephilim, cogliendolo nettamente di sorpresa. Le lame arrugginite di tutte e due le scuri affondarono risolute nella membrana argentata.



Sarah trasalì, sorpresa e inorridita al tempo stesso. “Ma… com’è possibile!? Io l'ho visto morire! La spada lo ha trafitto in pieno! C'è solo un motivo per spiegare una cosa simile: quell'uomo è uguale a loro! È un mostro!”.



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10



Ragnar non mollò la presa, nonostante gli sforzi disperati del diabolico capofamiglia per levarselo di dosso, annaspando con gli artigli nel vano tentativo di colpirlo.

“È ora di farla finita!” giudicò, ancora saldamente aggrappato sulla sua schiena.

Al sicuro, fuori dalla portata di fauci e unghie affilate che volevano impossessarsi di lui, il prescelto di Loki gli strappò una scure dalla spalla e gli tagliò la gola. Sangue caldo sgorgò rapido dalla carne del mostro. Una fontana nerastra sprizzò dalla sua giugulare recisa.

Il grido bestiale del Nephilim si spense non appena crollò faccia avanti nel fango. Ragnar si staccò con un salto dalla schiena dell’avversario, trionfante. Rimase a osservarlo in silenzio mentre il suo corpo si contorceva spasmodicamente a terra.

Un sorriso beffardo gli arcuò le labbra increspate. - Per te, Tarchimache!

Bramosa di supremazia, l’entità incorporea di Loki si manifestò immediatamente alle sue spalle.

- Ben fatto, brandello di anima nera. Distruggilo! A monito della nostra forza!



Sarah rimase di stucco. Adesso vedeva anche lei l’oscuro essere che tormentava il misterioso guerriero! Loki, signore degli inganni, dio bugiardo, spietato ed egoista, era apparso alle spalle di quel folle ammazza demoni. “Avevo sentito bene allora… c’è davvero qualcuno!”.



Strappandosi la spada dal petto con le sue stesse mani, Ragnar si avventò sul cadavere insanguinato del nemico e gliela infilzò ripetutamente nella schiena, guidato dalla voce maligna di Loki.

- Uccidi, Ragnar! Uccidi!

Una sfumatura di eterna follia luccicava negli occhi di ghiaccio della sua marionetta mentre schizzi di sangue gli imbrattavano il viso.

- Non credere di andartene via così! - esclamò Ragnar rivolgendosi alla carcassa del demone. - Tu e i tuoi luridi simili patirete la stessa sofferenza che ha dovuto sopportare la mia famiglia! Vi farò carico dell'agonia straziante di cui mi avete fatto portatore!



Sarah si sollevò sui gomiti, lo sguardo immobile su Ragnar.

“E ora che cosa faccio?” si chiese. “Esco allo scoperto o resto nascosta qui?”.

Una lieve scossa destò la sua attenzione, segno che le travi pericolanti sopra di lei stavano per crollare. Colta dall’indecisione e dal timore, osservò ancora una volta l'uccisore del demone.

Il vichingo torreggiava ansante sopra la carcassa del possente Nephilim. Loki era scomparso e, con la vittoria, il suo prescelto aveva finalmente riacquistato la coscienza delle proprie azioni.

Si guardò attorno: il villaggio era ridotto completamente in macerie. Ovunque si scorgevano resti carbonizzati, ossa, sangue. Il silenzio più assoluto dominava sui profili delle case in fiamme. Solo il debole contorno di una figura in movimento catturò il suo sguardo. Ragnar fu sorpreso nel vedere quella gracile creatura andargli incontro con tanta fatica.

“La ragazza del capanno…” meditò. “Allora si è salvata”.

Un sorriso perfido e un po’ triste gli increspò gli angoli della bocca. “Sarebbe stato meglio per lei se fosse morta. Nessuno dovrebbe sopravvivere alle conseguenze di questa strage”.

Facendosi improvvisamente serio, raccolse un’ascia dal cadavere del mostro e si diresse verso di lei.

Forse ucciderla immediatamente sarebbe stata la soluzione migliore, ma qualcosa dentro di lui lo spinse ad aspettare.

- Chi sono quei mostri? - fu la domanda che venne spontanea alla ragazza quando finalmente strinse con forza una gamba del suo tenebroso salvatore.

Ragnar esitò. C'era ancora forza in quella giovane esistenza spezzata dal dolore, la stessa forza che era divampata in lui dal giorno della sua rabbiosa rinascita!

La ragazza respirava con affanno, la fronte imperlata di sudore. - Perché hanno fatto questo!? Dimmelo, ti prego. Tu devi saperlo!

Ragnar affondò il mento nel petto. Cosa poteva dirle? Ci rifletté sopra. Aveva passato tutti questi anni in cerca della vendetta senza conoscere nemmeno il perché di tutto questo. Rabbia, odio, rivalsa. Queste erano le sole cose alle quali aveva dato importanza sinora.

Fissò Sarah. Un ghigno folle gli si disegnò sul volto.

- Consolati: il massacro di questo misero villaggio rappresenta solamente il preludio delle tenebre!

Sarah aggrottò la fronte. - Che vuoi dire?

- Per scoprirlo devi scegliere - controbatté lui con tono sprezzante, ponendola davanti a una vitale decisione. Chinandosi verso di lei, la guardò dritto negli occhi, uno sguardo che non mostrava la minima compassione. - Ti concedo due possibilità.

Una mano sollevò la micidiale scure, l'altra le fu offerta in segno di aiuto. Gli occhi di Sarah si spalancarono in un'espressione di paura e di incredulità.

- Una morte rapida o il tetro cammino verso la verità - sentenziò Ragnar. - Decidi!




Titolo: L'Incubo di Ragnar Sigdrasum
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Alfonso Zarbo
Aggiunto: June 8th 2009
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