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Iveonte - 5



5-LO STATO MAGGIORE DELLE DIVINITÀ MALEFICHE



Lo Stato Maggiore delle divinità negative o malefiche era formato prima di tutto dal suo comandante in capo, ossia il dio Buziur, il quale in precedenza si era autoinsignito del titolo d'Imperatore delle Tenebre. Veniva poi la dea Clostia, la quale era da ritenersi la sua degna compagna perché non la dava per vinta a nessuno, certe volte neppure all’autorevole consorte. Entrambi agivano da Tenebrun, siccome era loro vietato di trasferirsi nel regno del tempo e della materia. Quanto alle altre divinità dello Stato Maggiore che operavano in Kosmos in prima persona, esse erano sei. Le prime tre erano rappresentate dai seguenti loro tre figli: il dio Pren, il loro primogenito; il dio Korz, il loro secondogenito; il dio Sunk, il loro terzogenito. Le altre tre divinità, invece, erano rappresentate dai seguenti tre figli del dio Osiep e della dea Elcen: Fuat, il loro primogenito; Brust, il loro secondogenito; Zerf, il loro terzogenito.



Fino adesso abbiamo conosciuto un Buziur nei panni di divinità dell’Empireo, dove ci si è rivelato un dio intraprendente, renitente ad ogni rigore di Luxan e a volte pure simpatico. Ma ora conviene apprendere com’egli era diventato nella realtà di Tenebrun per conoscere se il suo carattere, in seguito alla sua cacciata da Luxan, era cambiato oppure no. Ebbene, in lui il cambiamento c'era stato senz'altro, dopo essere stato confinato nel nuovo regno. Si aveva a che fare con un personaggio completamente diverso da quello che egli aveva impersonato durante la sua esistenza luxaniana. Da allora, di tempo ne era trascorso parecchio e il suo carattere, con il tempo, si era andato modellando in un bagno di asprezza e di rabbia, per cui ora ci troviamo di fronte ad un dio scontroso, irascibile e perfidamente calcolatore. Non appena era avvenuto il suo ingresso in Tenebrun, il dio Buziur non aveva accettato di buon grado la massa tenebrosa che gli si spaziava tutt’intorno tirannica e prepotente. Specialmente nei primi tempi, egli si era ritrovato a vivervi in balia della stizza, della disperazione e di un’ansia profonda di uscirne. Ovviamente, ogni suo sforzo era risultato vano; aveva contribuito solo ad incattivirlo, a trasformare la sua natura in un qualcosa di mostruosamente repellente. In lui si erano andate annidando le pecche peggiori, avevano lievitato i vizi più ripugnanti, era esplosa la furia più distruttrice. Quest'ultima, per fortuna, in quel luogo non poteva esprimersi come si sentiva di agire. In seguito, Buziur era stato raggiunto prima dalla sua amata Clostia e, poco più tardi, dai suoi amici. Per ultimi, si erano fatti vivi suo fratello Osiep e sua moglie Elcen. Allora c’erano stati in lui sia un ridimensionamento delle sue escandescenze contro il niente sia un affievolimento del suo penoso esistere. La sua natura, però, non era più ritornata ad essere quella dei tempi andati. Cioè, non era stato possibile scardinarvi la malignità e la perfidia che erano diventate le roccaforti del suo nuovo concepire, il quale si presentava diabolico e scellerato all'ennesima potenza.



Riguardo alla dea Clostia, pure abbiamo già appreso alcuni particolari rilevanti della sua esistenza che ci hanno permesso di capire bene il suo personaggio, però quello radicato su Luxan. Ora è importante venire a conoscenza del più recente ruolo da lei assunto in Tenebrun, accanto al suo venerato marito. Gli esordi della sua esistenza tenebrunese si erano rivelati anche per lei grami e privi di soddisfazioni, sebbene le avesse cercate a qualsiasi prezzo in ogni angolo di quel luogo tenebroso. In seguito, nel vedersi accanto il suo Buziur, ella aveva rinunciato alle sue brame e ad ogni forma di appagamento, visto che solo il consorte rappresentava lo scopo della sua vita. In Clostia, com’era già accaduto nel marito, la natura psichica ed esistenziale si era andata trasformando, divenendo a poco a poco diametralmente opposta a quella posseduta su Luxan. Prima era stata un tipo di dea amabile e solare, massimamente aperta al dialogo e alla socialità. Al momento attuale, si mostrava una dea scontrosa, introversa, misantropa ed irosa. Stando alle prese con la nuova esistenza che digeriva fino ad un certo punto, il suo carattere era diventato inaccostabile, intrattabile ed inconciliabile con tutti. Soltanto con il suo Buziur riusciva a cambiare notevolmente, per cui non gli faceva mancare la sua dedizione assoluta, nel fargli concessione delle sue infinite moine e delle sue dolcissime carezze. Invece, al di fuori del suo rapporto coniugale, la dea Clostia vestiva l’abito di una entità sadica, inclemente e pronta a tenzonare con chicchessia e con qualunque cosa. Ogni volta era spinta da una malevola voglia di aggressione; per questo motivo, molte divinità del Regno delle Tenebre la giudicavano degna consorte del loro capo supremo. Perfino il suo temperamento, divenuto ormai incostante, volubile ed irascibile, non prometteva niente di buono nei suoi rapporti con gli altri. Esso navigava nell’assoluta discrezione e nella permalosità, senza mai far leggere i suoi pensieri del momento e far prevedere ciò che ella avrebbe deciso l’attimo dopo.



Come già abbiamo avuto modo di apprendere, facevano parte dello Stato Maggiore delle divinità malefiche operanti in Kosmos le sei divinità maggiori rappresentate dai tre figli del dio Buziur e dai tre figli del fratello Osiep. Essi, una volta in Kosmos, avrebbero dovuto guidare e soccorrere le altre divinità malefiche maggiori e minori che già vi risiedevano e potevano aver bisogno del loro aiuto. Ma ora, a cominciare dal primogenito del dio Buziur, conviene descrivere alla meglio tali personaggi divini per conoscerne il carattere e le pecche.



Il dio Pren, il figlio maggiore del dio Buziur, non era del tutto sano di mente; si mostrava facilmente collerico e sempre pronto ad attaccare brighe. Egli era il prediletto della madre Clostia, la quale scorgeva in lui il suo degno discendente perché riscontrava nella sua personalità tutta la sua indole stizzosa, malvagia, incontentabile, diffidente ed intrattabile. I suoi rapporti con i due fratelli minori non si poteva affermare che fossero eccellenti. Ritenendo la loro compagnia una vera noia, egli si sentiva meglio quando si rintanava nella sua solitudine. Ma, nonostante la sua antipatia nei confronti dei germani, questi lo tenevano in grande considerazione perché egli rappresentava il loro idolo e il loro campione. La stima illimitata, che essi nutrivano verso di lui, era dovuta al fatto che il beniamino della madre possedeva ingenti doti negative, difficilmente rinvenibili nelle altre divinità. Tali vizi, che erano della peggiore specie, facevano di lui un dio tanto rispettato quanto temuto. Inoltre, lo presentavano con un’aureola d’iniquità che era proprio del personaggio carismatico capace di procurarsi molti proseliti. Le sue relazioni con il padre, invece, lasciavano molto a desiderare. In alcuni momenti, esse erano apparse inconciliabili e prossime alla rottura. Al riguardo, neppure una divinità era in grado di affermare con certezza quale dei due congiunti volesse ed alimentasse quel contrasto, quasi a dar sfogo ad un risentimento latente. Anche se nessuna di loro sapeva spiegarsene il motivo, tra il padre e il figlio il dissapore c'era e vi restava. Qualche divinità aveva insinuato che l’astio venisse covato unicamente dal dio Buziur. Il quale aveva iniziato a nutrirlo verso il maggiore dei suoi figli, da quando aveva avuto sentore di una compenetrazione di tipo sessuale avvenuta tra la consorte Clostia e il suo primogenito. A dire il vero, c’erano anche di quelli che imputavano il rancore paterno all’esagerata ascendenza che il figlio godeva sia in ambito familiare sia al di fuori di esso. Vivendo all’insegna di tale tensione, tra il dio Buziur e il figlio Pren non erano mancati battibecchi che il più delle volte si erano rivelati molto aspri. In seguito ad un ennesimo rabbuffo paterno, il dio Pren aveva osato ribellarsi all’autorità del genitore, usando perfino un tono di aperta sfida. Allora Buziur, sentendosi fortemente offeso, si era adirato come un ossesso ed aveva deliberato di punirlo, ricorrendo ai suoi iperpoteri secondari. Però, prima che egli attuasse il suo proposito, era intervenuta la moglie Clostia a calmare le acque e a rabbonirlo. Alla fine, ella aveva fatto perfino riconciliare gli animi del marito e del figlio, facendoli rappacificare.



Veniamo ora al secondogenito del dio Buziur che era il dio Korz. Si dice che buon sangue non mente e, in questo caso, il proverbio calzava a pennello al nuovo figlio dell’Imperatore delle Tenebre. Per questo il padre ne andava molto orgoglioso ed intratteneva con lui degli ottimi rapporti. Il carattere del dio Korz non era né forte né energico, poiché si presentava emotivamente fragile. Egli dimostrava di avere un temperamento comune che spesso lo faceva apparire un dio debole e povero d’iniziativa. Non la stessa cosa, invece, poteva affermarsi di lui, quando ci si riferiva alla sua natura. Per costituzione, essa era subdola e perfida; mentre la sua forza principale risiedeva nell’inganno a cui egli ricorreva per incrementare le altre sue potenzialità. Il dio ne faceva un’arma esclusivamente offensiva e diretta a distruggere le capacità difensive dell’avversario. Spesso il divino Korz usava la buonafede altrui come trampolino di lancio per dar luogo ai suoi tranelli con azioni fallaci e manovre capziose. Ciò gli recava un’enorme soddisfazione e lo faceva giubilare per il sommo piacere; ma soprattutto innescava nel suo animo una sorta di delirio forsennato. I suoi rapporti con i genitori, specialmente quelli con il padre, potevano definirsi di massimo livello. Giammai il secondogenito di Buziur si permetteva di contravvenire ad una decisione paterna, né tantomeno osava discuterla anche nel modo più sottomesso. Per lui, il padre rappresentava il dogma di Tenebrun, la divinità assoluta ed incontestabile, nonché degna della venerazione più eclatante e più celebrata. Per questo motivo, lo si ritrovava molte volte a difendere le sue ragioni contro l’insubordinato fratello Pren. Il quale, come abbiamo già visto, era solito assumere un atteggiamento litigioso nei rapporti con il padre. Il dio Korz, pur ammirando il consanguineo in forma osannata, mai gli riservava una stima superiore o uguale a quella che aveva per l’insigne genitore. Verso il fratello minore, invece, preferiva assumere un atteggiamento di cordialità e di mutuo rispetto. In nessun caso, pretendeva da lui le attenzioni e la deferenza che la consuetudine gli riconosceva da parte del fratello più piccolo. Quanto all’amore viscerale che la madre manifestava al solo primogenito, il dio Korz non se ne mostrava particolarmente geloso; né se ne faceva un problema. Ma, dentro di sé, spesso si andava domandando il perché di quella preferenza materna per il fratello maggiore e il conseguente diverso trattamento usato da parte di lei nei confronti degli altri due figli. In verità, egli non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo, essendo timoroso di turbare la suscettibilità di lei.



Del dio Sunk, il terzogenito del dio Buziur, si diceva tutto e niente; ma tutte le altre divinità, a cominciare dai genitori, gli riconoscevano l’intemperanza e l’inaffidabilità. Egli non era mai contento di nulla e, a qualunque cosa si dedicasse, vi faceva sempre mancare la moderazione. Smodato e sregolato per natura, il dio Sunk andava in continuazione a caccia di nuove esperienze per riviverle ogni volta con la sua proverbiale incontinenza. In realtà, di simili evenienze, in Tenebrun se ne potevano reperire ben poche, pure a volerle cercare con il lanternino! Volendo essere realistici, le occasioni per non trovarle erano tantissime; come pure le circostanze per incontrarle mancavano in senso assoluto. Perciò il dio intemperante, finché fosse rimasto nel Regno delle Tenebre, aveva ben poco da dimostrare del suo decantato difetto. Nel ruolo di dio inaffidabile, invece, riusciva ad avere più fortuna, non mancandogli le evenienze per dimostrarlo. Perfino i genitori e i fratelli avevano sperimentato questa sua prerogativa, rimanendone scottati un sacco di volte. Il dio Sunk avendo il dono della persuasione, faceva dimenticare perfino la sua popolare inaffidabilità. Perciò, puntualmente, finiva sempre per convincere ed imbrogliare quanti gli concedevano la loro fiducia, anche quando non ricevevano da lui la garanzia che egli poi sarebbe stato ai patti contratti. In relazione al suo carattere, c’era da far presente che esso era instabile e volubile. Anche il dio Sunk, come i suoi fratelli, era privo di una personalità forte e tenace, garante di un modo di vivere stabile e non esposto a continui ripensamenti. Egli palesava in forma accentuata l’ansia di primeggiare su tutte le altre divinità e di avere dalla sua parte l’unanimità dei loro consensi. Continuava ad esserci in lui una pretesa del genere, anche dopo averli esposti in precedenza ai suoi raggiri ed essere venuto meno ogni volta alla fede giurata! Il grado dei rapporti con i fratelli era altalenante, ossia talora basso talora alto. Durante la fase positiva, intavolava con loro piacevoli conversazioni; mentre, durante quella negativa, non mancavano diatribe aspre e furiose. Di solito, queste si avevano, dopo essere venuto meno alla parola data per l’ennesima volta. Di regola, i genitori accettavano quel difetto del loro terzogenito e non se la prendevano più di tanto. Quella loro accettazione era valida, anche quando le sue vittime designate venivano ad essere esattamente loro due perché essi avevano preso coscienza che per lui il non mantenere le promesse fatte risultava un bisogno del tutto insopprimibile.



Ultimata la presentazione dei tre figli del dio Buziur, passiamo ora a presentare la prole del fratello Osiep che pure era costituita da altrettanti figli. Essi, a differenza dei loro cugini paterni, formavano un terzetto bene assortito; inoltre, caratterialmente, non presentavano problemi di alcuna sorta. Tra di loro, c’erano più accordo e solidarietà; mentre i litigi erano quasi nulli. Affinché ce ne fossero, doveva capovolgersi Tenebrun. Ciò, perché venivano a mancare quegli appigli particolari che li facevano scoppiare e ne motivavano la ragion d’esserci. Volendo considerare pure la loro indole e raffrontarla con quella dei loro cugini paterni, i figli del dio Osiep se ne distinguevano in senso positivo. Essi si mostravano più animosi, più combattivi, più fieri, più determinati, più intraprendenti, più ostinati e più concludenti; essenzialmente, erano dotati di una ferocia e di una crudeltà inflessibili. Ecco perché lo zio Buziur li aveva voluti nel suo Stato Maggiore perché, in caso di un conflitto con le divinità benefiche, avrebbe fatto affidamento più su di loro che sui propri figli. Il loro modo di fare appariva più elastico e rassicurante; ma soprattutto si dimostrava capace di far fronte alle difficoltà più dure. Tali qualità negative, che essi possedevano, avevano convinto l'Imperatore delle Tenebre a porre sui tre nipoti la fiducia più cieca, sicuro che avrebbe riscosso da loro delle grandissime soddisfazioni. Ma ora cerchiamo di conoscerli individualmente.



Il dio Fuat era il primogenito del dio Osiep e la sua dote principale era quella di combattere la concordia per sostituire al suo posto la discordia. La sua bravura consisteva appunto nel seminare zizzania in quei luoghi, dove sembrava che le divinità andassero d’amore e d’accordo. Al riguardo, in Tenebrun si raccontava che egli un giorno era capitato in casa dello zio Buziur. In quel momento, i due consorti, intanto che erano intenti a vezzeggiare il loro divetto Furor, si facevano anche delle coccole e si scambiavano qualche effusione di compiaciuta tenerezza. Insomma, quella dimora appariva un idillio, grazie al quale la serenità sposava l’atmosfera calorosa profusa nell’ambiente, dando luogo ad un connubio di spensieratezza e di gaudio. Ma poi era arrivato lui, il nipote Fuat in persona, il nemico odioso di tanta estrinsecazione di concordia e di giubilo. In un primo momento, egli aveva cercato di non infrangere quel magnifico clima che suo zio imperatore stava vivendo con la sua deliziosa imperatrice. La quale, in quegli istanti, stava facendo la dolce moglie più del solito, largheggiando nel primo dei suoi doveri coniugali. Il poveretto aveva perfino puntato i piedi, pur di non lasciarsi coinvolgere e partire in quarta, con lo scopo preciso di guastare la festa all’illustre fratello del padre. Ma non c'era stato niente da fare perché era stato più forte di lui fare il suo indebito intervento. Alla fine, egli aveva dovuto rinunciare ai suoi buoni propositi, estrinsecando la sua vera natura. In un battibaleno, essa gli aveva intimato di spegnere i riflettori su tanta rasserenante armonia che i suoi zii stavano vivendo con appagato compiacimento. Così, dopo essersi presentato alla coppia di zii, si era rivolto al fratello del proprio genitore ed aveva cominciato a dirgli:



- Pensi ancora, zio Buziur, all’affascinante dea Lux? Mio padre ogni tanto ne parla in famiglia. In proposito, egli racconta che tu andavi pazzo per lei. Ma era sul serio tanto bella la dea della luce da farti diventare ebbro d’amore, ogni volta che pensavi a lei oppure la incontravi?



- Altro che bella, nipote mio! Ella era una dea avvenente. Sono certo che molti degli dèi di Luxan la corteggiavano, sperando in una compenetrazione con lei di tipo sessuale! Non posso negarlo, anch'io ero tra quelli. Ancora oggi, a volte, mi ritrovo con una simile voglia addosso!



- Ah, così stanno le cose?! – era intervenuta furiosa nel discorso anche Clostia – Vedo che il ricordo di lei tuttora occupa la tua mente e te la mette in subbuglio. Inoltre, noto che seguiti a bramarla con intenso ardore. E magari continui ancora a sognarla! Ciò dimostra che quel giorno il figlio non mentiva, quando disse che tu avevi tentato di sedurre sua madre! Ma mi vuoi spiegare, Buziur, che cosa ella avesse più di me? Se ci tieni a saperlo, nella dea Lux non ho mai scorto il fascino che tutti voi dèi le attribuivate! Per questo me ne sono sempre stupita.



- Eh, no, mia cara, non puoi parlare così di lei! Lux è stata sempre una dea di classe. Ella aveva dei modi che la rendevano perfino più seducente di Leris, la dea della bellezza!



- Allora, Buziur, – tutta risentita, la consorte gli aveva fatto presente – visto che io non valgo niente al confronto di Lux, sai che ti dico? Pianto baracca e burattini e me ne vado insieme con il mio Furor, togliendo per sempre il disturbo da questa casa. Quanto alle mie coccole, da oggi potrai soltanto sognartele, siccome per l’avvenire dovrai accontentarti unicamente di quelle immaginarie che ti proverranno dalla tua adorata dea Lux! Così imparerai a rispettarmi!



- Ma che dici mai, mia cara Clostia! Non essere così permalosa! Lo sai che sei stata sempre tu la mia dea preferita! Dove mai potrei trovarne una più brava di te nel rendermi felice? Tu ti dimostri ogni volta una vera maestra nel far diventare bollente la mia lascivia, sai trascinarmi nel vortice della passione amorosa come nessun’altra dea. Ti supplico: non abbandonarmi!



A quel punto, Fuat, prima ancora di prendersi un bel rimbrotto dall’adirato zio per l'inopportuna ingerenza, aveva ritenuto molto meglio per lui squagliarsela alla chetichella. Allontanandosi dalla loro casa, egli aveva lasciato gli zii che litigavano ancora di brutto a causa sua.



Anche il secondogenito di Osiep, che era il dio Brust, aveva una fissazione, ossia quella di voler distruggere ogni cosa esistente. Tale sua idea maniacale era più forte di lui, l’avvertiva dentro di sé come un qualcosa a cui gli era impossibile rinunciare. Ad essere più chiari, gli si proponeva come un’esigenza vitale ed ineliminabile. Come vediamo, la sua era una mania che non ammetteva le mezze misure e non era disposta a concedere sconti a nessuno. Ciò che contava per lui era soddisfare pienamente la sua insaziabile voglia di distruzione. Ma, sfortunatamente per lui, Tenebrun aveva ben poco di distruttibile, siccome il niente vi dominava assoluto ed incontrastato. Per questo motivo, Brust trascorreva la sua esistenza nella speranza che nel futuro gli sarebbe stata data l'opportunità di dimostrare la sua furia distruttiva. Come? Facendolo trovare davanti a cose che permettessero un qualunque tipo di demolizione. Intanto però egli si sarebbe dovuto accontentare di distruzioni irreali, quelle che gli offriva la sua immaginazione. Quindi, era costretto a demolire e a sfasciare prototipi di costruzioni che la sua stessa fantasia gli proponeva, secondo schemi corrispondenti alle sue esigenze interiori. Un giorno, addirittura, il dio negativo si era presentato dal fratello del padre e gli aveva chiesto:



- Zio Buziur, come posso soddisfare questa mia sete di distruzione che in me giganteggia in modo spropositato? Vorrei un mondo tutto mio per poterlo distruggere come mi detta l’animo, ossia da cima a fondo! Tu non potresti crearne uno tutto per me per permettermi di distruggerlo a modo mio? Se mi dici che sei in grado di farlo, sono disposto a fare tutto per te!



- Purtroppo, Brust, non mi è consentito creare una cosa simile; non è permesso neppure alle due eccelse divinità Kron e Locus. Forse molto presto, nipote, sarà creato qualcosa di simile da parte di Splendor, il quale è la sola divinità che ha la facoltà di poterlo creare!



- Tu come fai a saperlo, zio, se è da un tempo incalcolabile che non vivi più su Luxan? Magari fosse vero quanto hai affermato! Ma poi noi divinità malefiche potremo accedere ad esso?



- Me l’ha riferito Octus, il dio dell’odio, che è stato da poco espulso da Luxan. Quando è venuto a farmi visita per fare le sue presentazioni, mi ha detto che le divinità luxaniane hanno chiesto a Splendor di creare per loro un mondo materiale a cui potremo accedere pure noi. E, a quanto pare, la loro richiesta è stata accolta. Quindi, ben presto verremo a disporre della nuova realtà concreta di cui noi riusciremo ad avvantaggiarci più delle divinità dell’Empireo.



- Questa splendida notizia, zio, mi conforta e mi risolleva. Spero che il nuovo mondo venga ad esistere il più presto possibile anche per noi divinità di Tenebrun, come per quelle di Luxan! Io non vedo l’ora di sconvolgerlo e di straziarlo conformemente ai miei propositi distruttivi. Ma ti prometto che ne lascerò una parte anche alle altre divinità per viverci!



Dopo l’incontro avuto con lo zio Buziur, l’attesa del dio Brust si era manifestata esaltante e speranzosa allo stesso tempo. Era sembrato che essa affogasse in un’ansia incredibile perché il dio della distruzione era impaziente di trovarsi faccia a faccia con quella realtà che faceva esattamente al caso suo. Egli aveva continuato a sentirsi in quello stato sovreccitato per tutto il tempo che non era stato creato Kosmos che era apparso, fin dal suo primo esistere, un‘opera d’incanto, stupendamente bella ed attraente. Esso poteva permettere anche la distruzione di una sua parte, se qualche divinità lo avesse voluto per qualche suo capriccio.



A questo punto, ci resta da parlare dell’ultimo dio che faceva parte dello Stato Maggiore delle divinità negative, cioè di Zerf, il terzogenito del dio Osiep. Egli esecrava ogni tipo di autorità costituita e mostrava una forte idiosincrasia verso qualsiasi comunità basata sul rispetto delle leggi. Non riusciva a farsene una ragione e, se fosse dipeso da lui, subito avrebbe spazzato via da ogni comunità l'ordine gerarchico che si era stabilito al suo interno. Secondo il nostro bizzarro dio, in una collettività, l’anarchia doveva essere ritenuta l’unica forma di governo accettabile. Venendo meno in essa l’esistenza di un governo, al posto suo, s’instaurava la vera libertà dei singoli individui che così si vedevano affrancati da ogni legge e non più oberati d’imperativi di vario tipo. A dire il vero, non gl’importava un fico secco della libertà del singolo, siccome erano ben altre le sue mire. Al posto della pacifica convivenza, Zerf preferiva scorgervi il caos sociale, una baraonda di punti di vista, la ridda dei sospetti reciproci, l'abbattimento del potere deliberante, la confusione dei principi morali, l’assenza assoluta delle leggi, la lotta di ognuno contro tutti e il marasma generale delle istituzioni. Si vociferava che lo zio Buziur gli avesse proibito di frequentare la sua dimora perché, tutte le volte che Zerf vi entrava, vi suscitava un gran subbuglio. Egli non appena varcava la soglia di casa, cominciava subito a creare forti dissapori tra i cugini. Inoltre, quello che era peggio, li faceva ribellare alla sua autorità sia di padre che d’imperatore. A volte, poi, non risparmiava neppure lui e la consorte Clostia, poiché in brevissimo tempo li metteva l’uno contro l’altra e li faceva accapigliare di brutto, come se fossero due divetti! Per la verità, anche gli altri nuclei familiari e i capannelli di divinità cercavano di tenerlo alla larga e facevano di tutto per evitarlo. I primi erano intenti a salvaguardare la loro serenità familiare e i secondi a difendere la tranquillità delle loro pacifiche conversazioni. Ma, purtroppo, non sempre riusciva agli uni e agli altri di scaricarlo e di farla franca perché spesso si trovavano nella situazione di non poterlo fare. Allora, messi con le spalle al muro, essi erano costretti a sorbirselo, ritrovandosi alla fine in un mare di liti e di contestazioni. Il dio Zerf, scorgendoli che si dimenavano nelle loro beghe senza fine, si mostrava estremamente soddisfatto. Né disdegnava, intanto che essi litigavano forte, di sbellicarsi dalle risa. Egli si comportava con i genitori e con i fratelli identicamente, mettendo ogni giorno in un orrido caos anche il proprio focolare domestico. Dopo però, prima che fossero i suoi familiari a sbatterlo fuori di casa, egli, lasciandoseli dietro tutti impegnati in aspre contese, se ne usciva di sua volontà. Mentre andava in cerca di altre sue vittime, dentro di sé faceva festa e gongolava di gioia per l’intima soddisfazione raggiunta. Alcune dicerie, da parte di divinità sconosciute, volevano far credere che il dio Zerf non dormisse mai per il piacere di andare ad insidiare la tranquillità degli altri anche nei loro sogni. Cioè, sempre secondo tali voci ignote, egli, dopo essere entrato nei sogni che gli amici o i parenti stavano facendo, riusciva a rovinarglieli senza alcun problema. Ingaggiava con loro delle aspre contese, durante le quali li punzecchiava fino a farli agitare enormemente, facendo perdere a tutti la pazienza ed intossicandoli in maniera terribile. Poi, a danno fatto, usciva dai loro sogni e lasciava i poveretti a vivere i loro contenuti onirici senza pace e in preda al loro malessere. Intanto egli, al solo pensiero di averli privati di un sonno tranquillo, si sentiva sommamente soddisfatto; ma anche si preparava a combinarne qualcun’altra delle sue a danno di qualche altra divinità che egli non digeriva.






Titolo: Iveonte - 5
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Luigi Orabona
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Aggiunto: February 20th 2009
Viste: 419 Times
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