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Il diario della Strega Eremita [parte I]

Era una giornata uggiosa. Ricordo che il freddo mi pizzicava fin sotto le coperte sotto le quali mi ero rifugiato, godendo segretamente dei brividi che mi si arrampicavano sulla schiena. I miei compagni assaporavano l’ora di riposo concessaci, svaccati sulle poltrone degli appartamenti del castello che erano riservate a noi maghi fatti o mancati. Col tempo ho imparato a capire che non esiste una via di mezzo, per noi eredi, ed in quel pomeriggio deprimente non potevo far altro che annoverarmi nella schiera dei maghi mancati.

Quasi percepii il pizzicare sotto le narici dell’aura d’autorità che emanava Sellez, quando entrò. Era il Mago, con la M maiuscola, che ognuno di noi sarebbe voluto essere. Era uno dei Sette, quello che gestiva il nostro reparto e, soprattutto, era il nostro maestro. I capelli neri e scompigliati gli si avvinghiavano attorno ad un viso del color della porcellana e sembravano volergli divorare la testa. Gli occhi castani guizzarono in un momento su tutti noi. Scattammo in piedi, lui rise sotto i baffi e mi fece cenno di seguirlo nel corridoio.

''Ho una missione per te…'', disse con un tono di voce che non riuscii bene a classificare. ''devi scortare una persona fino a Tavit, non è un’esercitazione ed è un compito rischioso tanto che me ne occuperei io stesso, se solo potessi.''

Mi ritrovai catapultato nella schiera dei maghi fatti in un attimo, e non potei far altro che sorridere come un ebete.

''Mi stai ascoltando, Raevel? Non devi prendere la faccenda sottogamba.''

''Chi è il mio compagno?'', domandai.

''Navharre, un ottimo empatico. Partirete domani all’alba, vai a riposare, sei congedato dai toi oneri per oggi.''

Spesi il tempo fantasticando e fingendo di dormire per non farmi notare dagli altri, mentre lasciavo galoppare la mia immaginazione sulle ali della fantasia. Vedevo quell’incarico come il biglietto da visita per diventare, un giorno, il Primo Erede di Sellez, in modo da poter occupare il suo posto nei Sette alla sua morte.

L’Ordine dei Sette, un gruppo di angeli custodi che ha il compito di proteggere la pace tra il regno dell’Est e quello dell’Ovest. Impresa non certo facile, vista la volubilità del senato di Itastar che mette spesso alla prova la pazienza dell’Imperatore di Tavit. Per non parlare della guerra millenaria appena terminata e del clima teso che è proprio dei tempi che seguono a grandi sofferenze.

Sebbene avessi informazioni nulle sulla mia missione, se non l’obiettivo, mi trovai più volte, nei miei vaneggiamenti, a dare un volto alla persona da scortare e a donare a quel volto una storia.



Fui svegliato da un sole rosso che mi accecò. Indossai sopra la maglia di metallo la divisa invernale: una pesante tunica di un colore che si perdeva nel limbo tra l’azzurro e il grigio. Ed infine mi girai attorno il mantello da viaggio. La mia immagine allo specchio rideva del mio sguardo assonnato ed opaco, dei miei capelli che erano di una tonalità castana fraintendibile col biondo e delle mie labbra carnose e troppo rosse, si scompisciava anche del nuovo foruncolo sulla guancia che deturpava la già compromessa bellezza di venti anni di fatiche. Faceva un freddo cane ed i piedi mi si ghiacciarono quando li infilai negli stivali di cuoio. La luna spariva nella volta quando raggiunsi i cancelli del castello, battendo i denti, e salutai il mio maestro, Nahvarre, il mio compagno per la missione, ed una donna che suscitò in me una curiosità puerile. Con quei suoi capelli ricci e rossi e gli occhi di un inquietante corvino, in contrasto con la pelle pallida. Non dimostrava più di trent’anni.

''Mi raccomando…'', fu l’unica cosa che mi disse Sellez, con una voce che riconobbi preoccupata. ''La strada la sapete, il viaggio è lungo e pericoloso e dovrete proteggerla a costo della vita. Buona fortuna, ragazzi.''

Si allontanò come un’ombra che volteggia nella sottile bruma dell’inverno, lasciandoci soli, in compagnia del vento.

Scrutai la donna che ricambiò il mio sguardo. Indossava un ampio manto nero che impediva di intuire le se forme e le sue labbra asserragliate mi stregarono tanto da non farmi percepire il freddo per qualche secondo.

''Come ti chiami?'', le chiesi.

''Andiamo, siamo già in ritardo…'', tagliò corto lei, precedendoci.

Il mio compagno, Nahvarre, era un ragazzo della mia età. Grosso come un armadio a due ante, con dei capelli corti e neri che coronavano una fronte ampia e scura. Gli occhi che raccontavano la sofferenza che aveva provato ed il volto segnato dalla pesante cicatrice dell’espressione vuota che funge da maschera. Dei lobi molto più lunghi del normale e bucati da due orecchini rossi e pesanti, caratteristica dei figli del regno del Nord, ora ridotto ad una regione bruciata dalla maledizione di un perenne inverno. La carnagione abbronzata lo identificava come un meticcio, frutto nato dall’incontro, probabilmente proibito, tra due culture lontane. La divisa verde degli empatici si intravedeva sotto il mantello.

Ci avviammo in silenzio, camminando per chilometri e chilometri nella desolazione che circondava il castello e era terra di nessuno: il confine tra l’Est e l’Ovest. Lingua di terra bagnata dal sangue di innumerevoli uomini, caduti per conquistare pochi metri, e prosciugata della vita dal sale cosparso alla fine della guerra.

Il cammino era lungo, e io ero troppo esaltato per accorgermi dei rischi cui andavamo incontro, troppo impegnato a mostrarmi sicuro di me per provare l’ansia e la paura che si ascoltava in ogni respiro di Nahvarre…




Titolo: Il diario della Strega Eremita [parte I]
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Zeno Toppan
Aggiunto: January 1st 2009
Viste: 753 Times
Voto:Top of All
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