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Il Ghaor - Capitolo VI

L’EREMITA

-Ti prego! Ti supplico, portami giù!-
Ormai Rohym aveva perso la voce a furia di gridare. Il mondo di fronte a lui sfrecciava in maniera caotica, e il fatto che non vi stesse posando i piedi accresceva il suo panico ad ogni secondo che passava. Sebbene la stretta che lo teneva inchiodato al torace della bestia fosse ferrea, si era allacciato con le braccia al suo collo tenendosi pronto nel caso quella presa lo abbandonasse nel vuoto.
Il guaio era che la bestia non sembrava assolutamente intenzionata a scendere. Continuava a sorvolare le pendici del Picco Oblungo, girandovi attorno in una spirale ascendente. Il volo era irregolare, compromesso dall’ala ferita, oltre al doppio carico, che non garantiva la stabilità della planata. Ogni tanto dalla gola del mostro proveniva un brontolio di dolore accompagnato da uno scossone che dava l’impressione al ragazzo che sarebbero precipitati da un momento all’altro.
Lassù il freddo era l’unico padrone del cielo, e Rohym credeva che presto si sarebbe ritrovato coi polmoni trasformati in due cubi di ghiaccio. Sembrava che l’aria gelida gli si fosse appiccicata alla pelle, come una ventosa, e i brividi che lo scuotevano, mischiati a quelli del terrore, arrivavano a fargli battere i denti. Le dita ormai non se le sentiva più, tuttavia manteneva la presa temendo di ritrovarsi a cadere quando meno se l’aspettava.
-Scendi!- urlava a pieni polmoni. –Scendi subito!-
Parole buttate al vento. La creatura si ostinava a mantenersi in alta quota, e soprattutto, non sembrava intenzionata assolutamente ad abbandonare i dintorni del Picco. Per quelle poche volte che aveva dato uno sguardo di sotto e aveva scorto la terra così piccola e lontana, Rohym era stato colto da un tale senso di vertigini che aveva dovuto chiudere gli occhi per non sentirsi male. Nelle sue fantasticherie da ragazzino, riuscire a volare era un sogno, come per tutti i fanciulli – e anche tutti gli uomini – che doveva essere sicuramente splendido da realizzare... chissà perché, in quel momento l’unica cosa che desiderava era poter posare i piedi al suolo. Sentirsi in completa mercè dell’aria, e della creatura, era una sensazione che gli opprimeva l’animo e lo rendeva completamente incapace di reagire, in qualsiasi modo... se non urlando.
-Scendi! SCENDI!-
D’improvviso, la bestia cominciò a buttarsi in picchiata. A Rohym parve che lo stomaco salisse fino in gola minacciandogli di uscirgli dalla bocca. Strinse i denti soffocandovi un grido di terrore, mentre il vento gli schiaffeggiava implacabilmente la faccia. Sfrecciavano veloci come un dardo, così veloci che l’aria gli fischiava nelle orecchie e gli mordeva la pelle con tali denti di ghiaccio da rendergliela praticamente insensibile. Forse, se si fossero schiantati al suolo, non avrebbe nemmeno avvertito il dolore...
Ma Rohym non voleva che accadesse. Il fatto che avesse l’impressione che la creatura si fosse lasciata andare in caduta libera, non mitigava di certo il suo terrore, anzi. Il manto della vegetazione del Picco Oblungo si avvicinava sempre più, ed ora, dalla macchia verdognola e indistinta riusciva a riconoscere perfettamente ogni singola cima d’albero.
-NO! NO!-
Con un ultimo sforzo della disperazione, slacciò un braccio per poi percuoterlo sul petto della creatura. Solo allora la guardò in volto, e si raggelò. La bestia teneva gli occhi chiusi, strizzati, come a contenere un’estenuante sofferenza. In quell’istante Rohym si ricordò delle ferite all’ala e alle braccia, ferite il cui sangue gli stava macchiando le vesti. Ma la creatura lo teneva ancora stretto. Non lo aveva lasciato andare, non si era ancora abbandonato completamente. Lo teneva serrato a sé, come una mamma stringeva al petto il proprio figlio.
-Vola! VOLA!-
D’improvviso, la creatura aprì gli occhi. A Rohym il ringhio che partì dalla sua gola sembrò anche troppo furioso. Proprio quando mancava meno di una decina di metri alle chiome degli alberi, la bestia diede un colpo d’ali che rallentò la picchiata, e con una torsione del busto capovolse la sua posizione, girandosi di schiena. Rohym si sentì improvvisamente avviluppato dalla membrana delle ali, che gli coprì completamente la visuale. Capì istantaneamente: la bestia lo stava proteggendo per evitare che si ferisse.
Ma stavano cadendo lo stesso.
L’impatto fu tremendo. S’udì una serie di schiocchi lignei, quando si infransero contro la barriera dei rami degli alberi, poi ancora un attimo di silenzio prima dello schianto definitivo. Sebbene il mostro gli avesse fatto scudo col proprio corpo, Rohym temette davvero di essersi spezzato la schiena. Gridò involontariamente, e d’improvviso si sentì volare davvero, mentre il mondo riapparve di fronte a lui, vorticando in maniera pazzesca. L’ urto era stato tale da averlo sbalzato dalla presa del mostro, scagliandolo parecchi metri più in là. Rotolò al suolo, provando dolore in ogni parte del corpo, finché non batté violentemente la spalla contro un basso arbusto, fermando la sua corsa.
Per un minuto buono tutto fu silenzio, tutto fu immobile. Un minuto... o una vita? Rohym non seppe dirlo con esattezza. Per qualche tempo la sua mente galleggiò nella più totale inerzia, e soltanto quando riuscì a dominare il dolore che gli pervadeva le membra riuscì anche a riavere coscienza di sé e di ciò che gli stava attorno.
Il sole non riusciva a giungere laddove erano atterrati, o caduti, che dir si voglia. Il crepuscolo dominava il mondo circostante, e il freddo della sera cominciava ad insinuarsi sotto le sue vesti. Rohym cercò di alzare la testa, e non si stupì di vedere il paesaggio vorticare, come impazzito, per qualche secondo prima di decidersi a fermarsi. Aveva lo stomaco completamente sottosopra, e minacciava di fargli qualche scherzo da un momento all’altro. Il ragazzo riuscì finalmente ad alzarsi a sedere, e subito si portò una mano al petto, sentendoselo bruciare. Le ferite, provate nell’impatto, si erano riaperte, e gli facevano male. Rohym imprecò contro la propria sfortuna... e soprattutto contro la bestia.
Già... dov’era la bestia?
Per un attimo autentico panico si impadronì di lui. Al principio non la vide da nessuna parte. Solo dopo qualche secondo ne udì il pesante respiro provenire ad una decina di metri da lui. Con uno sforzo considerevole, Rohym si alzò in piedi, e cercando di non badare troppo alle vertigini che ancora si impadronivano di lui, la raggiunse chinandosi al suo fianco.
La creatura non era certo messa meglio di lui. Aveva assorbito l’impatto col proprio corpo, ed ora giaceva con le ali scomposte – forse fratturate - sul terreno, il volto al suolo, con la polvere che si sollevava appena ad ogni suo respiro. Tagli superficiali costellavano la sua pelle, ma ciò che colpì immediatamente l’attenzione di Rohym fu un grosso ramo conficcato nella spalla, proprio sotto l’ala.
Oh no, pensò febbrilmente. No, no, no.
Allungò una mano sopra di essa, ma uno sbruffo concitato gliela fece ritrarre di scatto. Aveva sfidato una volta la fortuna, forse non era conveniente farlo di nuovo... eppure non se la sentiva di restare lì senza far niente. Il problema è che non aveva la minima idea di cosa fare... considerando anche il fatto, come gli ricordava il dolore delle ferite al petto, che anche lui aveva bisogno di cure...
Dei rumori, poco lontano.
Rohym si voltò di scatto. Ormai aveva i nervi così a fior di pelle che non gli sfuggiva alcun suono. La mano corse subito al machete, senza sfoderarlo dalla guaina, tuttavia tenendosi pronto a farlo. Girò lo sguardo senza scorgere altro che la macchia immersa nell’ombra del crepuscolo.
-Chi va là?- intimò, con voce quanto più possibile ferma.
Temeva un altro attacco. Ancora le piante carnivore, o qualche altra singolare bestia, un altro bizzarro esemplare della fauna del Picco Oblungo. Scrutava con attenzione i dintorni, ma non scorgeva nulla. Dopo qualche secondo udì ancora qualcosa, e si paralizzò, non dal timore, quanto dallo stupore: era una risata.
-Chi va là?- ripeté, stavolta con più energia.
Si aspettava il silenzio, invece la voce che aveva esordito in una risata gli rispose subito: il timbro rispecchiava anzianità e... che altro? Qualcosa di indecifrabile.
-Oh, Dèi, Dèi, Dèi! Giovani, giovani e incoscienti! Tanto impazienti di urlare, di spaventare, quando sono loro che tremano come foglie, oh sì! Incutere timore quando sono i primi ad appiattirsi come cuccioli! Il tempo cambia, ma le storie sono le stesse, per i numi e gli inferi!-
Quella bizzarra parlantina rispecchiava appieno l’aspetto della persona che sbucò da oltre il fusto di un albero. Per poco Rohym non rimase a bocca aperta per la sorpresa, perché di tutte le creature che si era aspettato di veder sbucare dalla macchia, l’ultima della lista era proprio un essere umano. E una femmina, per giunta: una vecchia. Vestiva una lunga veste consunta, lisa fino al limite consentito per essere considerato un abito, con sopra una mantella a mo’ di poncho. I capelli grigi le ricadevano sulle spalle, ispidi come la paglia e dall’aspetto poco ordinato: probabilmente era parecchio che non conoscevano sia pettine che forbici. Teneva le mani allacciate dietro la schiena, in bonaria contemplazione del giovane, che a quella apparizione non aveva saputo reagire in altra maniera che rimanendo immobile senza più proferire parola, il volto irrigidito in un’espressione di autentica sorpresa.
-Bene! Bene, direi!- esordì ancora la misteriosa vecchietta, una vocina stridula anche se non sgradevole, vivace come quella di una ragazzina sebbene le rughe che le solcavano il volto fossero una vera e propria ragnatela. -Un giovane! Ardito, armato, eppure terrorizzato!- Osservò la mano del ragazzo ancora ferma sul machete e scoppiò in una breve risata. -Se mi muovo, lo userai? Lo lancerai contro di me? Per il trono degli Dèi! Hai mani robuste, ma probabilmente non hai mai lanciato altro che palle di neve in vita tua!-
Quel leggero tono di strafottenza non irritò Rohym più di tanto, anche perché era rimasto troppo perplesso da quella strana apparizione. La strana vecchietta avanzò. Per ora non stava minimamente degnando di uno sguardo la gigantesca creatura alle spalle del ragazzo. Sembrava interessata a lui, e lo squadrava da capo a piedi.
-Uhm... uhm... - rimuginava, come parlando a se stessa. Gli girò attorno in circolo per un paio di volte prima di piazzarsi nuovamente di fronte a lui. -Non vedo fronzoli da guerriero... e d’altronde, da quando i guerrieri vengono a disturbare la quiete del Gharra? Quali guerrieri vorrebbero calcare le pendici del Picco Oblungo... a parte per fama, o desiderio di ricchezza, gloria, tesori o semplice pazzia?- Reclinò la testa da un lato assottigliando gli occhi leggermente vitrei, così opachi che Rohym cominciava a chiedersi se ci vedesse davvero. –Quindi... quindi, uno stolto! Solo un povero contadino stolto, con la pazzia più grande del suo cervello!-
Dopo quelle parole, scoppiò in una risata sguaiata che degenerò ben presto in un accenno di profonda tosse. Ma anche tra i singulti, la vecchietta continuava a ridere. Rohym ci capiva sempre meno, e sebbene quelle parole l’avessero un po’ toccato nell’orgoglio, non riusciva a capire se ciò che aveva davanti agli occhi era davvero una donna o uno scherzo della sua mente. Una vecchia nel bel mezzo del Picco Oblungo... da sola, per giunta, o almeno così ipotizzava. Com’era possibile?
-Beh, bambino? I corvi ti hanno divorato la lingua?-
Per la prima volta, la vecchietta sembrò rivolgersi davvero a lui. Rohym fece per parlare e si accorse di avere la bocca secca e arida, e dovette tossire prima di riprendere la voce. –Io...- balbettò prima di arrivare ad una domanda cruciale. –Chi saresti...?-
La vecchina scoppiò nuovamente a ridere, sebbene non in maniera tanto canzonatoria. –Chi sono, è questo che chiedi...? Bugiardo, bugiardo, bugiardo! Ti chiedi cosa sono, ed è differente. Ti chiedi che ci faccio da sola, ti chiedi anche come sia possibile dato che tu, prode giovane, sei sperduto come un cucciolo!-
Rohym passava di sorpresa in sorpresa... e anche sgomento. –Riesci a leggermi nel pensiero...?-
Le risate dell’anziana si fecero più sonore. –Leggere nella mente...? No, no, basta guardare l’espressione del tuo volto per capire tutto! Il volto di chi non sa nemmeno che ci fa in questo luogo!-
Si piegò in due dal ridere, per la sua stessa battuta. Ci volle un minuto buono perché si calmasse, e riprendesse lucidità, o almeno la minima indispensabile, dato che agli occhi di Rohym non appariva del tutto sana di mente.
-Di nuovo muto come i sassi, bambino? Non dirmi che hai paura pure di me?!-
-No... io...- Rohym si accorse solo in quell’istante di stare balbettando. Allora scosse la testa come a scuotere lo spirito e la sua voce prese nuovamente vigore. –Insomma, chi sei? E smettila di burlarti di me!-
Ci fu ancora l’ombra di un sorriso di scherno sul volto della bizzarra vecchietta, ma almeno aveva smesso di ridere, e cosa più importante, lo stava guardando, gli stava prestando attenzione. -Un nome ha così importanza per te? Sciocco. Sciocco e stolto. Puoi dare ad una creatura il nome più altisonante che puoi trovare, ma non conterà nulla se ciò che lo porta si dimostra indegno di farlo. Ma ti accontenterò, bambino. Tirka è il mio nome.-
-Piantala di chiamarmi bambino...!-
La vecchietta nascose un’altra risata dietro la mano rugosa. –Certo! Vent’anni o poco più sul groppone... un vero carico rispetto all’età del mondo, o di molti appartenenti al creato...!-
Rohym stava cominciando a perdere la pazienza. Contro quel sarcasmo si trovava completamente disarmato. Colmo di tutte le cose, la vecchina si stava approfittando di quel suo smarrimento. Dopo qualche secondo, tuttavia, il suo tono si fece meno strafottente, e parve notare per la prima volta l’enorme creatura alle spalle del ragazzo. –E a proposito di appartenenti al creato... abbiamo qui tra noi un degno rappresentante...-
Si avvicinò a passi lenti ai due, e sorpassò Rohym senza nemmeno degnarlo di uno sguardo, accostandosi invece all’essere che giaceva ancora a terra ferita, il respiro ancora più lieve. Quando allungò una mano verso di lui, Rohym scattò istintivamente a bloccarlo. Per un attimo ebbe un moto di ribrezzo: attraverso le vesti consumate, il braccio dell’anziana donna era equivalente ad uno stecco avvizzito. –Ferma! Non toccarlo!-
La vecchia si voltò verso di lui sgranando gli occhi con falso stupore. –Fermarmi, dici? Curiosa situazione... vi state invertendo i ruoli, in questo momento...-
Rohym rimase senza fiato e staccò la mano dal braccio della donna. –I ruoli...? Cosa...? Come fai a sapere di...- Rivolse uno sguardo alla creatura che non dava segno di muoversi. –Conosci per caso cosa sia questa bestia?-
Ci fu un istante in cui l’espressione della vecchia fu talmente terribile che si scoprì di averne paura. Quegli occhi appannati sembravano più svegli, accesi, e soprattutto carichi di rabbia, così come la sua voce quando parlò poco dopo: -“Bestia”? Non usare quell’appellativo per ciò che non conosci. Credi che l’uomo sia meglio? Ha un viso, due braccia e due gambe. Anche altri esseri li hanno. Ma a differenza dei primi, questi hanno anche un cuore, a volte.-
Accompagnò l’uscita delle sue parole con una teatrale scrollata di spalle e si accovacciò di fronte alla creatura. Questa volse solo per un istante lo sguardo verso di lei prima di abbandonare il capo al suolo. Aveva perso i sensi. La donna osservò le ferite di cui era cosparso, compreso il ramo che ancora spuntava dal corpo, con occhio attento e una serietà che quasi le stonava, in confronto al suo comportamento di poco prima.
-Certo... certo!- sputò ancora con quella sua parlata cantilenante, mentre si rialzava in piedi, fissando nuovamente il ragazzo, che era rimasto imbambolato ad osservarla. Inclinò la testa di lato e sbottò: -Ah, Dèi aguzzini! Credi che il ruolo di custode debba essere soltanto a senso unico?- Si voltò verso la creatura scuotendo la testa e continuò a bassa voce, anche se essa non poteva udirla: -Bel protetto che ti è capitato... non sa nemmeno badare a se stesso, come puoi aspettarti che possa prendersi cura di te?-
Accompagnò le sue parole con uno strano gesto della mano. A Rohym per poco non sfuggì un urlo quando sentì la terra tremare leggermente sotto i piedi. Si ritrasse dalla strana figura, che gli rivolse uno sguardo carico di boriosa rassegnazione. –Ma c’è qualcosa che non ti faccia paura, bambino?- lo apostrofò, e subito dopo un altro gesto. Dal terreno, in corrispondenza della bestia crollata al suolo, sorsero una serie di rampicanti, molto simili a quelli che avevano appena combattuto. Al ragazzo scappò un gemito di rabbia e terrore, e fece per slanciarsi col machete alzato per reciderli, ma la vecchia lo arrestò scuotendo la testa. –Che diavolo fai? Non sono quello che pensi, o almeno, non la specie aggressiva. Non crederai che intenda portarlo a spalla, vero?-
Rohym osservò con tensione crescente i verdi steli che avvinghiavano il corpo della bestia inerte e lentamente lo trascinavano giù nel sottosuolo, attraverso una galleria comparsa dal nulla. –Portarlo dove? Parla!- sbraitò. Per quanto non si fidasse della bestia, non avrebbe permesso che una vecchia stramba potesse disporne a suo piacimento.
L’anziana donna scoppiò a ridere. –Ma dove vuoi che lo porti? Alla mia dimora, ovviamente! Non ho qui gli ingredienti necessari per curarlo... e stare qua fuori, di notte, è parecchio pericoloso, non lo sai?- Lo squadrò nuovamente da capo a piedi. –Per essere un abitante del Gharra, sembri non sapere assolutamente nulla del luogo in cui vivi!-
Quell’affermazione toccò Rohym nell’orgoglio. –Sono già stato sul Picco Oblungo... e di notte- proferì alzando il mento. –Dieci anni fa. E non mi accadde niente.-
-Di notte...! Ah ah ah!- e la vecchia scoppiò ancora a ridere, scuotendo la testa. –Allora, bambino, o sei incredibilmente fortunato, o incredibilmente pazzo e stupido. Il Picco ha una sua anima. Esso vede. Caccia. Si nutre, proprio come te, quando vai in giro con arco e frecce.-
Quell’affermazione raggelò Rohym più di ogni altro avvenimento nelle ultime ore.
L’anziana liberò un sospiro. –Cosa credevi? Che questo monte si sia procurato la sua fama dal nulla? Ah, giovani... pazzi e ingenui...- continuò a bofonchiare. Si mise a camminare, a braccia conserte, in una precisa direzione, e dopo qualche passo si girò ancora verso di lui. –Beh? Hai intenzione di rimanere a fare lo spaventapasseri? Ti decidi a seguirmi, o pensi di sapere la strada ancora prima di percorrerla?-
Il rapido susseguirsi di avvenimenti aveva lasciato Rohym completamente spiazzato. Balbettò qualcosa, forse una risposta, prima che potesse anche solo riflettere sul da farsi. Chi diavolo era quella vecchietta, che poteva evocare rami e sterpi con un solo comando? Era davvero prudente seguirla? Poi volse lo sguardo al cielo, notando l’imbrunire, e gli strani rumori che cominciavano a popolare l’aere. Forse stare al riparo, almeno per quella notte, non sarebbe stata un’idea così malvagia.



Ma forse potrei anche sbagliarmi.
Fu il primo pensiero non appena si rese conto della bizzarra dimora in cui si trovava. Era stata scavata in un tumulo di roccia e terriccio, una sorta di collinetta alluvionale con alberi secchi sulla sommità ad intrecciare una corolla di rami morti. Di fronte alla porticina di legno usurato dalla muffa e dagli animali, Rohym aveva esitato per un bel pezzo. Non sapeva cosa poteva trovare al di là, e a dire il vero non era così ansioso di scoprirlo. Era stato uno sguardo interrogativo di Tirka a spronarlo ad entrare. Con tutta sincerità, quella misteriosa vecchia lo intimoriva più di quanto riuscisse ad ammettere, e non sapeva cosa poteva comportare rifiutarsi di entrare, soprattutto se ciò avesse gettato un’onta alla dignità del suo rifugio. Che giustificazione avrebbe potuto fornire, a parte quella più ovvia? Così trasse un sospiro profondo, lo trattenne, e varcò l’ingresso, sprofondando immediatamente nel buio più completo.
Udì Tirka che si affaccendava accanto a lui come in cerca di qualcosa. –Ma dove diavolo si è cacciato... Dèi infami... ah, eccolo, finalmente!- S’udì il crepitare di due pietre focaie, e la fiamma di una candela portò il beneficio della luce in quel luogo che puzzava di fango e muffa, e di qualcos’altro non meglio identificabile. Rohym iniziò a respirare con la bocca per evitare quanto più possibile di avvertire gli odori. Era sicuro che prima o poi la nausea lo avrebbe ucciso.
-Vieni! Vieni!- lo incitò Tirka, spostando il cero verso uno scaffale su cui ne erano stati posati altri, per accenderli. Ben presto il chiarore delle candele fu sufficiente a rischiarare l’interno, mostrando agli occhi del ragazzo nuovi particolari di volta in volta. La dimora consisteva in un unico locale, con un tavolaccio al centro e diversi scaffali e mensole fissati alla bell’e meglio sulle pareti alluvionali, al punto che era impossibile capire in che maniera riuscissero a rimanere in quella posizione senza franare da un momento all’altro, soprattutto considerando la maniera in cui erano stipati di fiale, bottigliette e ampolle colme di misture dai colori più strani. In una di esse vi riconobbe un grosso occhio immerso in una soluzione color porpora, e dovette lottare contro il voltastomaco. Non riusciva a capire a quale creatura appartenesse, tuttavia l’iride vitrea che lo puntava come ad osservare le sue mosse gli faceva salire i brividi sulla schiena.
Tirka lo scrutò di sottecchi, e il suo sguardo lasciava intendere che sguazzava felice in quella situazione, come una rana in un acquitrino. –Bambino, sei forse vissuto in una casa di oro e gemme? Quando è la natura a dare riparo, non c’è da fare tanto gli schizzinosi!-
Rohym parve riscuotersi. –No... io...- Solo in quell’istante si rese conto dell’appellativo odioso con cui l’anziana si era rivolto a lui, e sbottò: –Insomma, la vuoi smettere di chiamarmi in quella maniera?-
-E come vuoi che ti chiami?-
-Il mio nome è Rohym- proferì lui, con decisione.
-Rohym! Rohym!- La vecchia sogghignò divertita come se avesse appena udito una barzelletta. –FogliaTremula ti chiamerei, invece. Non fai altro da quando hai messo piede qua dentro, e non credere che non me ne sia accorta! Ora siediti, mentre accendo un po’ il fuoco, prima che ti metta a battere i denti anche per il freddo!-
Rohym fece per replicare aspramente, poi decise di lasciar perdere. Non aveva letteralmente la forza per mettersi a litigare. S’avvicinò al tavolo e prese posto su uno sgabello, storcendo il naso quando lo sentì scricchiolare sotto il suo peso. Quanto ci sarebbe voluto per ritrovarsi col sedere a terra?
A Tirka sfuggì un ghigno divertito, come se tutta quella situazione fosse un gioco per lei, dopodichè si avvicinò ad un focolare situato in un angolo, versando il liquido di una boccetta su un mucchio di sterpi. A Rohym sfuggì un’esclamazione di sorpresa quando vide le fiamme sorgere spontanee. Tirka si voltò riponendo la boccetta vuota sullo scaffale prima di appropriarsi di un mortaio e di alcuni piccoli recipienti, riempiendosene le braccia, e quando si accorse dell’espressione del giovane si mise a scuotere la testa. –Hai la faccia di un pesce! Occhi sgranati e bocca aperta! Non è magia quella che hai visto... quindi puoi anche rilassarti. Sempre così, ogni volta che qualcuno vede qualcosa che non ha mai visto in vita sua e che reputa impossibile, subito grida al prodigio!-
Rohym non replicò. Era troppo stupefatto per trovare le parole giuste. La vecchietta sembrò non dare più peso al suo stupore e si accostò al tavolo deponendo tutti i recipienti sul piano per poi sedersi a sua volta. –Allora... Rohym...- cominciò enfatizzando il nome del ragazzo quasi ad intendere che dal suo canto avrebbe preferito un altro appellativo, -... è davvero la pazzia, o la sete di gloria, che ti ha portato fino alle pendici del Picco Oblungo?-
A Rohym occorse qualche secondo prima di tornare totalmente lucido e fornire una risposta. –Io... no. Non è quello che pensi. Sono...- si interruppe, mentre l’amarezza dipingeva i tratti del suo volto, -... ero un abitante di Damshar. E’ stato distrutto la notte scorsa.-
-Damshar!- ripeté annuendo l’anziana donna, mentre apriva un vasetto di terracotta. Subito un odore penetrante si sparse nell’aria, mettendo a dura prova l’olfatto di Rohym. Era letteralmente aberrante. –Distrutto, annientato, sterminato! Raso al suolo, spazzato via dalla faccia della terra!-
Quella cantilena toccò i sentimenti di Rohym con lo stesso effetto che avrebbe fatto del sale su una ferita sanguinante. –Piantala!- urlò sbattendo i pugni chiusi sul tavolo, e la sua stessa voce gli parve aumentata anche troppo di volume in un colpo solo. –Come puoi parlarne così? Delle persone sono morte, ieri! Uccise, senza un motivo! Sono morti i miei amici, i miei affetti! Tutti quanti... quindi non osare mai più prenderti gioco di una cosa simile!-
Tirka parve non prendere nemmeno in considerazione la sfuriata del giovane, concentrandosi invece maggiormente su ciò che aveva davanti. Dal vasetto estrasse una manciata di erbe secche che depose nel mortaio insieme a qualche goccia di uno strano e denso liquido biancastro, e si mise a triturare il tutto. –Ma non sono io a farlo. E’ la morte che si prende gioco di tutti noi. Viviamo con l’illusione che nulla potrà spezzare la nostra esistenza, e ogni giorno trascorre portandosi dietro una menzogna talmente grande, quella che il giorno seguente, e l’altro, e l’altro ancora sarà così. Invece arriverà quel giorno in cui non ci sarà il domani, il giorno in cui tutto si fermerà e cadrà inesorabilmente nel buio. Morire fa parte della nostra natura, eppure la maggior parte degli uomini continua a rifiutarsi di accettare la cosa e si dispera quando ciò accade, a sé o agli altri.-
La voce di Tirka era passata gradualmente dai toni scherzosi a quelli seri. Per tutto il tempo non aveva smesso di lavorare col mortaio, e in quel mentre, i pugni di Rohym si erano lentamente rilassati. Ancora gli bruciavano le parole irrisorie pronunciate dalla vecchia, tuttavia quel suo discorso gli aveva punzecchiato l’animo, e sebbene non riuscisse di certo a far tacere le sue emozioni, quantomeno aveva contribuito a calmare la rabbia che lo dominava.
-Parli come uno dei tanti saggi...-
-O come coloro che si spacciano per tali- replicò l’anziana donna, rimescolando gli ingredienti nel mortaio. –Io dico solo quello che vedo, e quello che ho passato nella mia vita. E quello che so è perché l’ho provato sulla pelle. Non sto a perdere tempo in filosofie o altro. C’è ben altro da fare, nel poco tempo che ci è concesso.-
Rohym rimase in silenzio. Quella strana donna si avvolgeva di uno strato di mistero ad ogni minuto che passava. Fu la voce di lei a ridestarlo: -Quindi...? Sei fuggito quassù per scampare alla morte? Senza sapere che invece di averla alle calcagna, avresti potuto gettarti nelle sue braccia aperte?-
Il suo leggero tono strafottente cominciava a diventare un’abitudine, ma Rohym cercò di non badarvi. –Esattamente. Non che avessi molta scelta. Erano dappertutto. Quelle bestie...- Il ragazzo contrasse ancora i pugni mentre rivangava i recenti ricordi. –Non ci hanno nemmeno dato il tempo di fuggire. Sono piombate dal cielo. Hanno distrutto tutto, ucciso tutti!-
-Ghaor.-
La parola sorse tra loro come un colpo di mannaia inaspettato. Rohym sbatté le palpebre più volte prima di rendersi conto che era stata la vecchia a parlare. –Cosa hai detto...?-
Tirka aggiunse una goccia di una specie di melassa rossastra nel composto che stava preparando. –Oh, Dèi... prima sembravi tanto affannato per l’importanza dei nomi, ed ora sembri cascare dal pero quando te ne viene pronunciato uno!- sbottò con un’impazienza che era difficile dire se fosse artificiale o meno. –Non chiamare bestia tutto ciò che è diverso da te, te l’ho già detto. Vuoi dare un nome a quelle creature? Risparmiati la fatica di inventarlo, ce l’hanno già: Ghaor.-
Rohym ebbe l’impressione che il cuore gli avesse fatto un balzo in gola prima di ritornare al proprio posto. Quel nome riusciva a pietrificare i suoi pensieri, al punto che non sapeva proprio cosa dire. –Ghaor...?- si limitò a ripetere. Perché quell’unica parola aveva quell’effetto su di lui?
Tirka lo scrutò da sotto i capelli spettinati. –Sempre più incredibile... davvero! Abitante del Damshar, o come diavolo ti classifichi... possibile che tu non sappia nemmeno la storia della tua terra?-
Il giovane passava di sorpresa in sorpresa. Benché non si fidasse totalmente delle parole della donna, cominciava a chiedersi se fosse stato uno sbaglio ignorare i racconti degli anziani quando la gente si radunava ogni sera di fronte al falò centrale. Tuttavia era più sicuro che nemmeno i suoi compaesani erano al corrente dell’esistenza di quelle creature, e tantomeno del loro nome, realtà o leggenda che fossero.
-La storia non mi interessa- decretò infine, tormentandosi nervosamente le dita. –Ciò che importa è che ci hanno aggrediti. Hanno attaccato il villaggio, solo per uccidere!-
-Ha!- fu il solo commento quasi sdegnato di Tirka, che si passò il mortaio sotto il naso come se l’odore potesse dirla lunga sullo stato di preparazione del composto. –Ne parli come se fossero loro gli invasori! Esistono in queste terre da centinaia di decadi prima ancora che il primo colono mettesse piede nel Gharra...-
-Non è vero! Non li ho mai...-
-Certo che non li hai mai visti, sciocco bambino! Ci vogliono almeno dieci lustri perché una generazione si schiuda, ma il fatto che per molto tempo non se ne veda neanche un esemplare in circolazione non vuol dire che non esistano!-
Era impossibile capire se Tirka fosse spazientita o divertita. Dal canto suo, Rohym era stato preso in trappola da mille verità di cui non poteva nemmeno sapere se fidarsi o no. A dire il vero, perché la vecchia dovrebbe mentirgli? Gli sovvenne il sospetto che magari si stava soltanto prendendo gioco di lui.
-T’ho detto che non mi interessa!- sbottò alla fine. –Sono solo...- Cercò le parole giuste, e alla fine usò quella che più aveva usato e che meglio si prestava allo scopo -...bestie!-
Tirka proruppe in una sonora risata che spense a Rohym la voce in gola. –Bestie, oh, certo! Qualcosa da cui è meglio stare lontano, qualcosa da uccidere a vista! Però, FogliaTremula, a quanto pare metti da parte tutte le tue convinzioni nel momento in cui la forza di queste “bestie” ti possono far comodo per portare a casa la pelle, o mi sbaglio?-
Un’altra domanda che punzecchiò l’orgoglio di Rohym come un ago incandescente. –Non ho chiesto io di farlo! Quella... creatura... quel Ghaor... è stato lui a seguirmi e a non mollarmi! Non so nemmeno perché!-
-Perché non glielo chiedi direttamente?-
Dopo quella parole, Tirka si avviò verso un angolo in penombra della dimora. Solo in quel momento Rohym fece caso al rumore di sottofondo che colmava il silenzio caduto tra loro due. Era un respiro pesante, roco, carico di sofferenza. Dopo qualche secondo, riuscì a capire a chi appartenesse.
-Da quando...-
-E’ sempre stato qui prima ancora che varcassi quella porta- lo anticipò l’anziana donna, mentre con il mortaio in mano si avvicinava ad un lato della stanza immerso nella penombra, recando con sé una delle candele. La luce tremola colpì il corpo del Ghaor, disteso in maniera più composta possibile a pancia in giù su un giaciglio di paglia che risultava troppo piccolo per la sua stazza. Respirava debolmente, e per quello Rohym provò un’inspiegabile fitta di disagio.
-Se la caverà...?- gli sfuggì, a bassa voce.
Tirka si voltò con un’espressione stupita stampata sul volto. –Oh, Dèi capricciosi... Prima sputavi ogni genere di sentenze su queste tue cosiddette “bestie” ed ora sei lì tremante come un leprotto a preoccuparti della sua sorte. Bugiardo persino con te stesso! La peggior specie...!- e scuotendo la testa si accoccolò accanto alla creatura. Dopo aver immerso le mani nell’impasto, cominciò a spalmarlo sulle ferite aperte che ancora perdevano sangue. Rohym non disse una parola per tutto il tempo; quasi non respirava, mentre seguiva con lo sguardo le mosse della donna. Infine Tirka osservò con occhio attento il braccio che ancora presentava il moncherino di ramo conficcato nella carne. –Vieni.-
-Cosa...?-
-Vieni qui, bambino! Oh, bisogna proprio dirti tutto! Ti credevo molto più sveglio... Vieni qui, mi serve il tuo aiuto.-
Con la voce spenta in gola e l’animo completamente scombussolato da tutta quella situazione al punto da non riuscire a trovare le parole per replicare, Rohym si avvicinò a Tirka accovacciandosi a sua volta. L’anziana gli indicava il ramo: -Tira con tutta la forza che hai. Uno strappo secco. Io cercherò di tenergli fermo il braccio. Ricorda, uno strappo secco! Usa quei muscoli, non fare il pappamolle e cerca di non farlo soffrire più del necessario!-
Rohym stava iniziando ad irritarsi per i continui epiteti che gli rivolgeva la vecchia. –Insomma, smettila! Chi ti credi di essere per trattarmi in questo modo!?- sbottò all’improvviso, alzando la voce.
-Bravo! Vedi che la grinta ce l’hai? E’ questo di cui ho bisogno. Forza, adesso, sbrigati e tiriamo fuori dal suo braccio questo dannato ramo!-
Dopo un attimo di perplessità, Rohym scosse la testa ancora disorientato dallo strano comportamento di Tirka, ma fece come gli era stato ordinato. Afferrò con decisione il ramo, e dopo qualche respiro di preparazione tirò con tutte le sue forze. Sentì immediatamente la reazione del Ghaor sotto le sue mani, e non ci volle molto perché il ruggito di dolore di quest’ultimo echeggiasse in quel piccolo antro percuotendogli dolorosamente le orecchie. Dopo quello sfogo, la creatura si rilassò nuovamente sul pagliericcio, gli occhi chiusi e il respiro lieve ma regolare.
Rohym scagliò via il ramo insanguinato in un ultimo gesto di nervosismo. Tirka si chinò sull’essere e ricominciò a lavorare di unguento fino a ricoprire ogni centimetro di ferita. Infine si sfregò le mani per ripulirle. –Il più è fatto. Una notte di riposo dovrebbe rimetterlo in sesto.-
-Dici che si riprenderà?-
-Certo! I Ghaor hanno una fibra eccellente. Più forti degli orsi delle caverne, più resistenti dei tronchi d’albero. Hanno un animo d’acciaio, e soprattutto sono testardi come i muli. Se si ostinano su qualcosa, stai pur certo che nulla e nessuno potrà farli desistere nell’intento...-
Rohym storse il naso. –Ne parli come se li conoscessi bene...-
Tirka si mise a ridere. –Le leggende sono piene, anche se spesso nessuno li menziona col loro vero nome. Sono i Ghaor gli autoctoni del Gharra, non lo sapevi? Noi uomini non siamo solo che invasori. Ah, certo che ci riempiamo di illusioni sul dominio delle terre... mentre invece i veri padroni della valle sono coloro in cui ci nascono da centinaia di anni...-
Le riflessioni di Tirka avevano il potere di confondere Rohym, come se finisse ingarbugliato in quell’intreccio di ragionamenti apparentemente senza capo né coda.
-Padroni...? Quindi è per questo che ci hanno attaccato? Ci hanno considerato intrusi?-
La domanda di Rohym scatenò in Tirka un vero e proprio attacco d’ilarità. La vecchia si piegò sulle ginocchia cercando di non soffocarsi dalle risate. Il ragazzo rimase a fissarla aspettandosi da un momento all’altro che le venisse un colpo, finché l’anziana donna si rimise infine in piedi massaggiandosi lo stomaco come se le facesse male. –Dèi... ancora tu e la tua ostinazione a considerarle semplice bestie aggressive ed ottuse! I Ghaor non bramano certo la carne umana... cinghiali e cervi sono prede molto più allettanti di qualche bambinello tutto pelle e ossa, oh sì!-
-Ah, ne sei così sicura?- Stavolta fu Rohym a sbottare di colpo. –Allora scendi giù da questa dannata montagna e guarda! Vai a vedere cosa ne è rimasto del Damshar, grazie a questi Ghaor!-
L’urlo del ragazzo fu così potente da far sussultare la bestia anche nel suo stato di semincoscienza. Per tutta risposta Tirka inclinò la testa da un lato, poi dall’altro, scrutando Rohym come non avesse visto nulla del genere prima d’ora.
-E tu sei così sicuro che l’abbiano voluto loro?-
Quella domanda spiazzò Rohym, che rimase per qualche istante con le labbra tremanti senza sapere come replicare. Tirka lo fissò per poi avvicinarsi a lui. Protese la mano, e fu un gesto che al principio prese Rohym così di sorpresa da farlo indietreggiare, ma la vecchietta mostrò il palmo come a voler esprimere le sue intenzioni: era imbrattato della poltiglia curativa. –Fatti curare quelle ferite, bambino. Stanno invecchiando abbastanza male. Questo le cicatrizzerà senza farle infettare.-
Il giovane, pur riluttante, lasciò che la donna spalmasse il suo intruglio sugli squarci che aveva sul petto. L’olezzo di quella sostanza era così sgradevolmente penetrante che credeva che prima o poi gli si sarebbe rivoltato lo stomaco, ma resistette senza fiatare, anche quando le ferite iniziarono a bruciargli in maniera estremamente fastidiosa. Tirka completò la medicazione, per poi sfregarsi le mani sulla veste già lisa e sporca. –Bene... ciò che potevo fare l’ho fatto. Ora dobbiamo solo attendere.-
-Che intendevi dire prima?-
-Intendevo, cosa?-
-Prima. Quando ti ho detto dell’attacco. Mi stai dicendo che qualcuno li controlla?-
Tirka sembrò diventare seria per i primi istanti dacché Rohym l’aveva incontrata. Fece schioccare le nocche in un gesto distratto mentre pareva riflettere sulle parole del giovane. –Può essere- rispose infine. –So soltanto che i Ghaor non si cibano di carne umana. Cacciano esattamente come gli uomini, si nutrono esattamente come loro... Considerali delle specie di uomini con le ali, gli artigli... e, beh, la coda. Con una sola differenza: per loro natura, attaccano solo per cacciare, non per uccidere senza scopo. O per difendere. Nient’altro.-
-Come fai a sapere così tante cose su di loro?-
-Leggende, storie, conservate tutte qui dentro- mormorò la vecchia tamburellandosi la tempia. –Sta a te però crederci o meno. Mi è stata tramandata la conoscenza in modo che sopravviva di generazione in generazione: quella conoscenza che mi permette di sopravvivere qui, al sicuro, protetta dallo stesso Picco che potrebbe uccidermi... protetta da chiunque potrebbe voler la mia morte per un assurdo capriccio di potere o sadismo...-
Pronunciò quelle parole come se recitasse un sermone imparato a memoria negli anni. Eppure non erano parole così tanto oscure. Rohym l’aveva vista dominare la vegetazione, e aggirarsi per la foresta della montagna come niente fosse. Chissà da quanto viveva lassù...
-Allora come si spiega ciò che è accaduto ieri notte...?-
A quella domanda Tirka non diede risposta e si limitò a scuotere la testa. Rohym non insistette. O non vuole dirmelo o non lo sa davvero, rifletté. In tal caso, dovrò scoprirlo da solo...
La prospettiva gli fece rizzare i capelli in testa senza motivo. Vi si passò la mano cercando di nascondere il proprio nervosismo alla vecchia, cosa che alla fine si rivelò inutile perché ad un certo punto non la vide più da nessuna parte, come se fosse sparita nel nulla. Girò allarmato lo sguardo attorno e infine la scorse all’uscio, che socchiudeva la porta alle sue spalle.
-Ehi! Dove stai andando?-
Tirka si riaffacciò con un’espressione di falso stupore in volto. –Cosa credi che faccia? Devo pur trascorrere la notte! Non c’è posto per tutti qui dentro, e non oso né fare uscire la bestia, né mandare te all’aperto. Il Picco ti avvertirebbe immediatamente, gli basterebbe udire il rumore dei tuoi denti che sbattono per individuarti e cacciarti come un agnellino!-
Rohym rimase per un attimo a bocca spalancata. –Ma... tu cosa credi di...-
La donna sogghignò. –Ah, quanto sei ingenuo! Credi davvero che chiunque sia affamato abbia intenzione di nutrirsi di pelle e ossa quale sono io? Ormai la montagna è abituata alla mia presenza. Vi lascio soli, FogliaTremula!- e con quelle parole quasi gioviali Tirka sparì all’esterno, lasciando Rohym e il Ghaor soli nella luce incerta delle candele.




Titolo: Il Ghaor - Capitolo VI
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Akhayla
Aggiunto: February 28th 2008
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