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Il Ghaor - Capitolo V


IL CUSTODE

Rohym mugolò, come infastidito. L’aria lo toccava con dita gelide, penetrando fin sotto le vesti. Respirò a fondo e quel gesto fu sufficiente a stringergli il petto in una mossa tutt’altro che piacevole. Digrignando i denti, drizzò la schiena cercando di rendersi conto dove si trovasse.
Si ricordò, e bastarono le scene che aveva nella memoria a farlo scattare in piedi.
Si trovava ancora alla base del cumulo di rocce, e ad un primo sguardo, doveva aver dormito per mezza giornata. Il sole stava declinando rapidamente, andando a finire la sua corsa oltre l’orizzonte visibile. Attorno a lui, solo silenzio, come se tutta la natura avesse cercato di rimanere zitta per non disturbare il suo riposo, aspettando che si risvegliasse per poter continuare il proprio corso.
Solo una specie di brontolio soffuso, come un russare appena pronunciato.
Rohym si voltò alzando lo sguardo e sobbalzò, anche se ciò che aveva davanti agli occhi non era una sorpresa per lui. La creatura alata dormiva profondamente, accovacciata sul lastrone di pietra, immobile nella stessa identica posizione in cui l’aveva vista l’ultima volta. Il volto posato di lato sulle zampe anteriori, le ali a coprire la schiena come una coperta, la coda a cingere il resto del corpo. L’enorme torace si alzava e si abbassava al ritmo del respiro, pacato e controllato; solo un lieve brontolio di tanto in tanto, come se qualcosa nel sonno gli desse fastidio.
Rohym arretrò di qualche passo. Senza accorgersene, non aveva smesso di fissare la creatura nemmeno per un secondo, tanto da dimenticarsi di sbattere le palpebre. Dopo qualche secondo, si mise a ridere, quasi un sussurro; lo aveva colto un’ilarità assurda, come assurda era tutta la situazione in cui era incappato. Eccolo là, bello e pacifico, appena desto da un sano pisolino con un mostro assassino a guardia della sua persona. Cosa doveva aspettarsi? Di vedere volare cervi e cinghiali nel cielo, e senza ali per giunta? Di vedere la neve cadere nel pieno dell’estate?
E adesso cosa faccio?
A dire il vero non ne aveva la più pallida idea. Si trovava in un punto imprecisato del Picco Oblungo, ad un’altitudine considerevole, sufficiente a far sì che la temperatura dell’aria fosse rigida abbastanza da farlo rabbrividire. Continuava ad osservare la creatura addormentata, continuando a chiedersi cosa fosse, e soprattutto che intenzioni avesse.
Come sarebbe a dire? L’hai visto di persona. Hai visto cosa ha fatto.
No. Non posso credere che l’abbia fatto davvero.
Svegliati, stupido! Se avesse voluto ucciderti, a quest’ora non saresti ridotto meglio del cinghiale che hai mangiato stamattina.

Era come se nella sua testa ci fossero due voci discordanti: i suoi diversi punti di vista. Parte di sé non credeva a quanto accaduto; parte invece… si fidava della creatura? Poteva dire così?
No. No. Non mi fido. E’ pur sempre un mostro.
Ti ha salvato.
E’ un mostro, non è nient’altro che un mostro.

Fu quell’ultimo pensiero a riscuoterlo. Azzardò un passo indietro, sussultando violentemente quando con lo stivale andò a rompere uno stecco abbandonato al suolo. S’irrigidì, trattenendo il fiato. Ma la creatura non si mosse. Continuava a dormire, come se nulla potesse scalfire il suo sonno.
Rohym indietreggiò ancora, prima a passi incerti e attutiti fino al massimo, poi con andatura sempre più sostenuta. Non cessava di tenere d’occhio la bestia, ma essa non accennava a destarsi. Quando fu sicuro di aver messo abbastanza distanza tra lui e la creatura, allora si voltò e iniziò a correre, addentrandosi nella macchia. Non si voltò indietro. Se per paura o per altro, non seppe dirlo.


Bella mossa…
Continuava a ripeterselo, con i pugni stretti in un gesto di stizza. Stava camminando da parecchio, e cominciava a risentire della fatica, per non dire delle ferite sul petto: non sanguinavano più, ma il dolore che arrecavano non cessava di tormentarlo.
E adesso?
Non conosceva quella zona. Cercava di discendere il più possibile, ma non v’erano sentieri in quel luogo, e il passaggio diveniva via via sempre più intricato. Tra alberi, fitti cespugli e ammassi di muschio e lichene di mole impressionante ormai non sapeva più dove mettere i piedi.
Per dirigersi poi dove? Non lo sapeva. Scendere dal Picco, per andare dove? Il suo villaggio non esisteva più. Non sapeva esattamente cosa fare. Voleva solo allontanarsi da lì.
E’ strano… fin da bambino ho sempre desiderato visitare questo posto… e ora che mi si presenta l’occasione non vedo l’ora di andarmene via…
Quel pensiero non migliorò il suo stato d’animo. Provò ad affrettare il passo, cercando di farsi strada col machete, ma in alcuni punti la fitta boscaglia si trasformava in una vera e propria giungla verde che sbarrava il passo. Alti rampicanti avvolgevano gli spessi tronchi d’albero, a volte avvinghiandosi da una pianta all’altra, e la ragnatela che creavano era così robusta che a volte occorreva più di un colpo di coltellaccio per aprirsi un varco e riuscire a passare.
Dove vado? Dove vado?
Non lo sapeva. Continuava a camminare, più velocemente che poteva. Il silenzio che dominava la boscaglia era talmente profondo che il suono dei propri passi sembrava persino troppo forte alle sue orecchie.
Devo scendere da qui. Poi vedrò il da farsi. Ma non posso restare…
I suoi piedi sembravano inarrestabili. A volte dovette sostare per riprendere fiato, con la mano premuta contro il petto. Si esaminò gli squarci: non promettevano niente di troppo serio, e per quanto ne sapeva di arti mediche, non dovevano metterlo in pericolo di vita; tuttavia erano lì, costantemente causa di dolore. Se solo avesse avuto un po’ degli intrugli di Maugor… anche solo qualcuna delle sue erbe curative… un minimo palliativo in cerca di un rimedio più serio… o anche solo di un aiuto…
Aiuto… Come posso sperare in un aiuto? Il Gharra è sempre stato deserto… C’era stato sempre e solo Damshar, e la sua piccola presenza sembrava essere sufficiente per la valle. Ma ora non c’era più nemmeno quello, e il Gharra, così silenzioso nel giorno morente, sembrava la cavità di una tomba che aveva accolto il sangue dei suoi abitanti.
Gli occhi di Rohym si velarono di lacrime. Per quanto cercasse di farsene una ragione, non riusciva a far tacere quella sua voce interiore che continuava a bisbigliargli all’orecchio sei solo, sei solo. Era maligna, quasi beffarda, e quel che è peggio, sapeva che era solo un parto della sua mente, un lato di sé che cercava di accettare quanto accaduto in maniera del tutto fredda ed indifferente. Per il resto, invece, si sentiva letteralmente distrutto, e non per la fatica. Sentire il proprio cuore, che quasi faticava a battere per l’affanno e per la disperazione, non era tanto diverso da avere un peso di molte libbre legato al petto.
Si fermò un istante, boccheggiando. Le ferite gli facevano male, parecchio. Si tenne il petto con un braccio, dando un’occhiata nei paraggi. La boscaglia era completamente inerte nei raggi del tramonto. Quel silenzio era così opprimente da sembrare innaturale, come se tutta la natura circostante stesse aguzzando l’udito per seguire ogni sua mossa. Rohym si scostò i capelli ricaduti sugli occhi e cercò di intravedere l’orizzonte, ma da quella posizione non riusciva a dare uno sguardo alla valle, e l’intreccio di alberi e rami non consentiva una visuale soddisfacente. Era come essere rinchiusi in una gabbia.
A che altitudine era? Non ricordava di essere salito così in alto. Evidentemente il volo della creatura doveva averlo condotto in alta quota. Digrignò i denti in un gesto di stizza. Ottima idea, bestia. Mi hai reso le cose sicuramente più facili, pensò sarcasticamente. Quanto avrebbe impiegato per ritrovarsi nuovamente in pianura? Un giorno di cammino? Due?
Un rumore attutito. Come qualcosa che striscia.
Rohym interruppe il flusso caotico dei suoi pensieri e si fermò ad ascoltare. Girò lo sguardo attorno più volte, ma non scorse nulla. Per un attimo ebbe il vago timore che si ripresentasse davanti agli occhi l’orso che lo aveva attaccato all’alba, o qualche altro strano animale.
O la creatura stessa.
Il rumore si ripeté ancora, e stavolta parve provenire da molteplici direzioni. Rohym sfoderò lentamente il proprio machete, tenendo continuamente d’occhio i dintorni. La fitta macchia d’alberi era silenziosa, e tra i rami non si muoveva nulla.
Ma in basso…
Rohym calò lo sguardo appena in tempo per scorgere dei filamenti verdastri strisciare lentamente come serpi verso di lui. Erano rapidi, numerosi, e con tutta l’intenzione di voler avvolgersi ai suoi piedi.
Gridò senza volerlo, per la sorpresa e lo spavento, e compiendo dei salti cercò di allontanarvisi. I rampicanti sembravano seguirlo, senza sosta, e volgendo lo sguardo al suolo tutt’attorno, Rohym si accorse con sgomento che di quelle specie di tentacoli verdi ce n’erano a decine. E stavano puntando tutti verso di lui.
Uno di essi si avvinghiò ad una gamba. Rohym si chinò e con un colpo di machete lo troncò di netto, scrollando il piede per disfarsene completamente. Ma ne sopraggiunsero altri, troppi. Cominciarono ad avvolgergli le caviglie come tante catene verdi, e per quanto il ragazzo menasse fendenti su fendenti, mozzando e tagliando qualsiasi cosa gli capitasse a tiro, per ogni rampicante reciso ce n’era sempre uno che prendeva il suo posto.
Il panico iniziò ad afferrare Rohym con dita gelide. Quando all’improvviso si sentì le gambe immobilizzate, cercò di strattonarle, ma anche i rampicanti sembrarono esercitare una forza propria e ben presto perse l’equilibrio. Cadde malamente sulla schiena, e subito quei tentacoli gli si fecero addosso, cercando di impastoiarlo. Rohym continuò a sferrare colpi a destra e a manca, ma non riusciva a liberarsene. Ben presto si ritrovò il braccio sinistro bloccato, e rimase a lottare solo con la mano armata, mentre altri tentacoli cominciarono ad avvinghiargli il torace. La morsa ben più tenace della paura gli faceva scoordinare i movimenti, e molti colpi iniziarono ad andare a vuoto. Non ci volle molto, infine, perché alcuni rampicanti gli immobilizzassero anche la mano armata, fermandogliela in una presa a mezz’aria.
Ormai totalmente impotente, a Rohym non rimase altro da fare che dibattersi nel disperato quanto vano tentativo di riuscire a liberarsi contando sulla forza fisica. Si sentì stringere sempre più, mentre altri tentacoli verdi presero ad arrampicarsi sul suo corpo. Il ragazzo strattonava a più non posso, con brevi grida a sottolineare i suoi sforzi, finché ad un certo punto una vibrazione nel terreno non attirò la sua attenzione. Poco più avanti il suolo parve sussultare, e il muschio sussultare, gonfiarsi, per poi ritirarsi precipitosamente in più punti lasciando che qualcosa emergesse lentamente dal sottosuolo.
Per poco Rohym non si soffocò con le sue stesse grida. Era come se dalla terra fossero emersi giganteschi baccelli, simili a dei grossi girasoli la cui corolla superava di gran lunga la ruota di un carro. I petali erano color arancio vivo, con sfumature rossastre, ma in quel momento era altro che era saltato all’occhio di Rohym: nel cuore del fiore, anziché stami e pistilli, c’era una specie di mandibola irta di denti che schioccavano gli uni sugli altri…
Rohym urlò, un grido breve, acuto, disperato. Come se avesse dato il via ad una sequenza inesorabile, nell’istante successivo i rampicanti si mossero, e con una forza inaudita lo trascinarono in quella direzione, sollevandolo persino da terra. Rohym era completamente pietrificato, sia dalla paura, sia dai tentacoli. Provò ancora una disperata resistenza, ma non riusciva a muoversi di un millimetro. Una delle bocche floreali si aprì rivelando la fila di denti aguzzi. Rohym chiuse gli occhi di fronte all’inesorabile. Era sopravvissuto ad una strage per morire divorato da una pianta carnivora…?
Un ruggito, carico di ferocia, spezzò l’aria.
Qualcosa piovve dall’alto, spezzando rami e fronde per poi andarsi a schiantare dritto sul baccello, schiacciandolo letteralmente al suolo in una spruzzata di linfa viscosa e giallastra che andò ad imbrattare Rohym dalla testa ai piedi. Dopo il tonfo dell’impatto, qualcosa di immenso andò ad oscurare i raggi del sole morente che penetravano attraverso il varco aperto tra i rami: ali immense, spiegate al massimo.
La creatura ruggì, un fragore che fece quasi male alle orecchie, un suono che parve essere udito dalle altre piante carnivore, che come un solo essere gli rivolsero la loro attenzione.
Rohym batté violentemente la schiena al suolo. Era ancora imprigionato dai rampicanti, ma sembrava che ora la preda non fosse più lui. Attorno a lui altri tentacoli arborei saettarono strisciando al suolo, in direzione della bestia. Questa ringhiò sordamente e alzò una zampa artigliata per poi cominciare a mulinare colpi su colpi. Una grande quantità di rampicanti veniva mozzata senza tante cerimonie ad ogni colpo d’artiglio.
Dalle piante carnivore proruppe un sibilo così vagamente animalesco da far venire la pelle d’oca al giovane. La sua visuale era impedita da alcuni tentacoli che gli bloccavano il collo, dandogli appena la possibilità di respirare, ma con la coda dell’occhio riusciva lo stesso a seguire i movimenti della creatura. La vide raccogliersi su se stessa, accovacciandosi sulle quattro zampe, prima di spiccare un balzo in direzione del fiore più vicino. L’enorme bocca si spalancò, come ad accogliere la sua caduta, ma all’ultimo istante, con una rapida apertura di ali che ne modificò la traiettoria, la bestia atterrò sul retro del fiore e calò gli artigli, spolpandolo letteralmente, mentre con le zampe posteriori e con la coda si reggeva al gambo, che era spesso quasi come il tronco di un giovane albero. Ci vollero pochissimi secondi perché della corolla non restasse altro che un moncherino mutilato, che dopo aver ondeggiato come uno stelo d’erba in balia del vento si schiantò fragorosamente al suolo.
Rohym scorse movimento alle spalle della creatura. Un altro fiore si era proteso con la rapidità di una serpe, e le fauci si erano spalancate al massimo, silenziose e letali.
-Attento!- gridò di riflesso.
L’urlo di avvertimento giunse alle orecchie della creatura in tempo per non farla finire nella bocca della pianta, ma non abbastanza per impedire l’attacco. La bestia si voltò di scatto proprio nell’istante in cui il fiore irto di denti le si avventava addosso. Ci fu un ruggito sordo quando alcuni dei denti penetrarono nella carne della zampa sinistra che la creatura aveva alzato per puro riflesso. Strattonò con forza, come a liberarsi di un cane da guardia che non intendeva mollare la presa, poi si rizzò sulle zampe posteriori e con una torsione violenta liberò il braccio dalla morsa. Sangue rosso scuro schizzò al suolo, e anche qualche dente. Il baccello ondeggiò all’indietro, con un sibilo sinistro. Una vera e propria ragnatela di rampicanti approfittò di quell’istante per farsi sotto ed immobilizzare la creatura, ma la forza della creatura sovrastava di gran lunga quelle dei filamenti verdi, ed ogni volta che gli si avvinghiavano alle zampe bastava un gesto secco per strapparli via.
Un altro, l’ultimo dei fiori carnivori, si protese nella direzione della creatura, spalancando le fauci. Allo stesso tempo, quello che essa aveva di fronte si stava riprendendo dal colpo, rizzandosi nuovamente come un serpente guidato dal flauto di un incantatore. La bestia ringhiò, osservando le piante che cercavano di prenderlo tra due fuochi. Con un ruggito, si avventò su quella mutilata, afferrando la corolla come se si trattasse di una testa, e cominciando a stringere col chiaro intento di soffocarla. Nello stesso istante, la pianta ancora sana compì il suo assalto. Le fauci si chiusero su una delle ali, perforandone la sottile membrana.
La bestia rovesciò la testa all’indietro e ruggì di dolore, ma continuò imperterrito nella sua azione, finché, dopo qualche secondo che a Rohym parvero interminabili, la corolla fra le sue mani non chiuse le mascelle e si afflosciò, priva di ogni forza. Solo allora la scaraventò via più lontano possibile e si concentrò sull’altro avversario. I denti della pianta avevano bucato su più punti l’ala destra. La bestia alzò una delle zampe anteriori e la calò a velocità vertiginosa. S’udì uno schiocco flaccido quando gli artigli penetrarono nel cuore del fiore, facendo schizzare liquido giallastro e sostanze ovunque. Non appena avvertì l’allentarsi della presa, non perse tempo a sfilare via l’ala ferita e si gettò sulla pianta, afferrando il gambo appena sotto la corolla con entrambe le mani. I muscoli delle braccia si gonfiarono in maniera spasmodica ed incredibile, mentre la bestia tirava con tutte le sue forze. Dopo un paio di secondi, il fiore venne praticamente sradicato. La testa monca venne gettata lontano, andando a sbattere contro il tronco di un albero e liquefacendosi letteralmente ai suoi piedi. Solo in quel preciso istante i rampicanti che avvolgevano Rohym persero la loro forza, e si accasciarono mollemente, inerti, senza più vita.
Il ragazzo non perse altro tempo. Non appena il braccio armato ebbe libertà d’azione, si mise a tagliare ogni filamento che lo imprigionava, scrollandoseli poi di dosso reprimendo a fatica un conato di disgusto. Era imbrattato di linfa dalla testa ai piedi, e l’odore che emanava gli stava facendo rivoltare lo stomaco. Era tanto preso dalla smania di liberarsi che soltanto quando fu finalmente in piedi si ricordò della creatura. Girò velocemente lo sguardo, e non vedendola subito, lo afferrò uno strano senso di panico. Ma subito dopo scorse movimento appena oltre un albero, e scorse la sua figura arrancare stancamente, sulle quattro zampe, allontanandosi in quello spiazzo pieno di fiori e rampicanti morti.
Rohym la seguì finché non sparì alla vista, occultato da un gruppo di alberi, poi sembrò ricordarsi lo stato in cui si trovava e cominciò a schiaffeggiarsi gli abiti nel tentativo di ripulirsi da quel liquido dall’olezzo nauseabondo. Avrebbe dato chissà che per un rivolo d’acqua, che avrebbe potuto anche calmare la sete che cominciava a far sentire la sua voce. Solo quando ritenne di essersi scrollato di dosso quella roba in maniera abbastanza soddisfacente, si incamminò nella stessa direzione della creatura. Non la vedeva ancora, ma fin da dove si trovava riusciva ad udire il respiro: grosso, affannoso. Sofferente. Rohym aggrottò la fronte. Udirlo gli metteva addosso una strana inquietudine.
Non mi starò mica preoccupando per…
Eppure non cessava di camminare. Si arrestò soltanto quando la bestia comparve nel suo campo visivo. Era accovacciata sulle quattro zampe a ridosso di un basso tronco d’albero, raccolta e rannicchiata su se stessa nella stessa posa di un cucciolo che aveva appena ricevuto una sonora sgridata e cercava di raggomitolarsi il più possibile cercando di proteggersi. L’ala ferita era abbandonata scompostamente a terra, così come il braccio segnato dai denti della pianta carnivora sembrava inerte, senza forze. Sangue scuro fuoriusciva dagli squarci, andando a macchiare i licheni che crescevano al suolo.
Sul volto della creatura si leggeva dolore puro. Con gli occhi strizzati come a voler contenere gli spasmi, con le zanne strette a voler reprimere i ringhi sordi di sfogo, non era mai apparso a Rohym così umano come lo era stato fino ad allora.
Dopo qualche secondo di silenzio, Rohym compì un passo. La creatura non si mosse.
Il ragazzo continuò ad avanzare, alternando lo sguardo dalle ferite sanguinanti al volto della bestia, che però non dava alcun segno di reazione. Quando fu a pochi passi da essa, si arrestò, con un brivido. A così poca distanza, la sua mole avrebbe messo soggezione a chiunque, e il respiro affannoso sembrava più sonoro del vento quando batteva nelle orecchie.
Un attimo di perfetta immobilità, poi Rohym allungò una mano. La arrestò a pochi centimetri dalla spalla del mostro, tenendola a mezz’aria, dopodichè, con estrema delicatezza, la pose sulla pelle. Era ruvida, tesa sotto la tensione dei potenti muscoli. La creatura aprì un occhio sbirciando nella sua direzione, ma non fece nulla. Dal canto suo, Rohym era sorpreso dal suo stesso gesto. Anche se non del tutto.
-Ehi…-
La voce era praticamente un sussurro, neanche si accorse di aver pronunciato quella parola. Il mostro sembrò trarre un sospiro profondo, prima di distogliere il volto, come a voler nascondere stoicamente quanto soffrisse.
Rohym rimase perfettamente immobile. La sua mano era ancora lì, sulla spalla della creatura, eppure non era assolutamente intenzionato a ritrarla. Sentiva di doverlo fare. Si sentiva… in debito? Sì, forse era quella l’espressione giusta. Per quanto cercasse di negarlo, quella creatura, mostruosa fin dove si voleva, per la seconda volta gli aveva salvato la vita, e per poco non aveva rischiato di rimetterci la propria. E quel gesto, così carico di solidarietà, era lo specchio di tutte i pensieri che gli stavano bombardando la mente senza attimo di sosta.
Gli occhi di Rohym si posarono sulle numerose ferite che spiccavano pallidamente nelle ultime luci solari che riuscivano a penetrare la barriera delle fronde. Quelle sul braccio erano profonde, simili a colpi di coltello, mentre la membrana dell’ala aveva subito tante piccole lacerazioni, e in alcuni punti la carne era stata completamente trapassata. Il ragazzo si figurò la stessa situazione rapportata a se stesso, cosa che gli risvegliò quasi di riflesso il dolore al petto. Eppure la vista di tutte quelle ferite faceva tacere ogni sua lamentela, come se in quel momento avesse capito che c’era qualcos’altro che stava soffrendo molto più di lui, e mantenesse il silenzio per dimostrare rispetto.
Rispetto ad un mostro…
Un mostro che mi ha salvato la pelle.
Quel pensiero fece zittire ogni coro di protesta nella sua mente che si aggrappava ad ogni filo logico per disprezzare quel suo gesto di conforto… e anche quello che seguì subito dopo. Lentamente, si strappò la manica sinistra a mezz’altezza, aiutandosi col machete, e usandola a mo’ di panno l’avvicinò alle ferite sulla zampa anteriore. Quando la stoffa venne in contatto con lo squarcio, la creatura mugolò di dolore con uno spasmo tale che per poco Rohym, per lo spavento, non rinculò all’indietro, finendo seduto per terra. Ma non ci fu alcuna reazione ostile. La bestia si limitò a voltarsi nella sua direzione, stavolta con entrambi gli occhi aperti, che oltre il velo del dolore tradivano anche una sorta di dubbiosa curiosità.
Rohym si fece coraggio. Prima con movimenti lenti e cauti, poi con tutta la sicurezza di cui era capace, o almeno in grado di dimostrare, si avvicinò nuovamente e premette il panno su una delle ferite cercando di fermarne l’emorragia. La bestia sussultò con un lieve verso soffocato tra i denti, ma il ragazzo non desistette. Certo non avrebbe mai potuto curarlo con un semplice lembo di stoffa, e di sicuro non aveva la benché minima idea di come intervenire per gli squarci sulle ali, tuttavia non demorse. Tenne premuto finché il rivolo di sangue non si ridusse in maniera soddisfacente; quando cercò poi di eseguire la stessa operazione sulle altre ferite, la creatura si voltò verso di lui, accovacciandosi di fronte. L’espressione sul volto umanoide, pur rimanendo contratta per il dolore, si dipinse di una serietà strana, che Rohym non seppe interpretare. Riconoscenza? O che altro? Sto pensando a questo essere come se fosse un mio simile, si rimproverò nella propria mente. Ma a quel pensiero, storse il naso. Dopo tutto quello che aveva fatto per lui, il che comprendeva avergli salvato la pellaccia per ben due volte di fila – mentre invece a rigor di logica avrebbe dovuto ucciderlo al pari dei suoi simili – continuava a considerarla una bestia comune?
-Cosa sei?- fu ancora la domanda che scaturì dalle sue labbra, una domanda a cui premeva dare una risposta.
La creatura si limitò a fissarlo a lungo. Quegli occhi erano enigmatici, e Rohym non riusciva a smettere di fissarli, nel disperato tentativo di leggervi una verità sopita. Guarda che sto facendo… forse mi aspetto persino che sappia parlare, si schernì.
L’espressione del mostro improvvisamente cambiò. Alzò il collo, con le orecchie tese. Rohym fu segretamente spaventato da quella reazione e cominciò freneticamente a guardarsi intorno, alzando di riflesso il machete, pronto a colpire. Dal canto suo, la creatura rimase immobile, poi sgranò impercettibilmente gli occhi. Nello stesso istante, il ragazzo avvertì la terra tremare lievemente sotto i piedi. Qualcosa si stava avvicinando, e se la sorte gli era avversa, erano probabilmente gli stessi baccelli che l’avevano aggredito poco prima…
Accadde tutto in un attimo. Un istante prima si vide arrivare addosso la gigantesca mole della creatura, che era scattata prima ancora che lui potesse rendersene conto; l’attimo dopo si era sentito sollevare da terra, e il mondo cominciò a sfrecciare di fronte ai suoi occhi. La bestia lo stava tenendo in braccio con una delle zampe anteriori, quella ferita, proprio come se fosse un bambino, mentre con un’andatura claudicante ma rapida correva utilizzando la piena potenza delle altre tre, lasciandosi alle spalle lo spiazzo delle piante carnivore.
-Ehi!- urlò, preso improvvisamente dallo spavento. –Lasciami andare! Lasciami!-
Cercò di dibattersi, ma la creatura sembrava di tutt’altro avviso che obbedirgli. Anzi, se lo strinse di più al petto: il suo braccio era sufficiente per reggerlo senza problemi. Rohym si accorse improvvisamente della direzione che aveva intrapreso, e notò che la macchia si stava diradando sempre più. Quando davanti a lui si aprì uno spazio aperto, in cui riuscì a inquadrare l’intera visuale del Gharra negli ultimi raggi morenti del tramonto, allora intuì. Bastò un ulteriore occhiata al tratto di terreno di fronte a sé. Non c’era. Erano giunti alle falde di un promontorio che dava direttamente sul vuoto.
-NO!- urlò, pestando coi pugni sul petto della bestia, ma non sortì alcun effetto. La creatura divorò a velocità sorprendente lo spazio che lo separava dal ciglio dello strapiombo, dopodichè in piena corsa si diede una spinta con le zampe posteriori. Rohym urlò, fuori di sé, quando entrambi si proiettarono nel vuoto. Anche la bestia ruggì, un suono che penetrò i timpani di Rohym in maniera dolorosa, facendogli vibrare il petto, ma sembrò quasi un verso liberatorio, di fierezza. La terra si allontanò da loro in maniera vertiginosa… poi le possenti ali si spiegarono all’improvviso, e si ritrovarono in volo, in balia del vento della sera che stava lentamente calando sul Gharra.




Titolo: Il Ghaor - Capitolo V
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Akhayla
Aggiunto: December 4th 2007
Viste: 505 Times
Voto:Best
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