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Il Ghaor - Capitolo IV


LA BESTIA

La testa gli faceva male, e pulsava lievemente a ritmo del battito del suo cuore. Qualcosa faceva puntello sulla sua schiena, appena sotto la scapola, intorpidendogli il muscolo della spalla. Rohym gemette e si portò una mano alla tempia. Gli occhi faticavano ad aprirsi: le palpebre sembravano incollate. Si sentiva addosso un senso di umido gelo, come se gli avessero steso una coperta fatta di brina e neve.
Era morto? Era quello il freddo abbraccio della morte?
Perché allora sentiva ancora dolore?
Morte. Era l’ultima cosa che ricordava. O meglio, che non faticava a ricordare. Gli ultimi momenti, in cui si lanciava nel vuoto, per non cadere vittima di zanne ed artigli. L’aria che lo abbracciava, senza però arrestare la sua caduta. Era precipitato nello strapiombo, perdendo i sensi prima di raggiungere il fondo.
Doveva essere morto. Non poteva salvarsi da una caduta simile.
Allora come…?
Finalmente aprì gli occhi. Ci volle una buona manciata di secondi prima che cominciasse a mettere a fuoco le cose. Alberi alti e contorti, dalla corteccia decadente, immersi in una caligine che si stendeva a perdita d’occhio, rendendo la macchia circostante impenetrabile alla vista. Il terreno roccioso era ricoperto di strani licheni grigiastri, che insieme ad un muschio color ardesia ricopriva come un tappeto le radici di fusti e cespugli. La nebbia era tale che era quasi difficoltoso scorgere il cielo, ma quella strana luce che filtrava attraverso la foschia, così tenue e diffusa da non riuscire a creare nemmeno un’ombra, gli infuse la convinzione che l’alba fosse imminente.
L’alba dopo una notte di morte.
I ricordi si affacciarono con violenza nella mente di Rohym, e con esso il dolore. Come richiamato dalla memoria, il petto intorpidito cominciò a dolergli in maniera insistente. Rohym gemette sordamente portandosi una mano al torace. Gli squarci avevano smesso di perdere sangue, tuttavia davano un fastidio non certo trascurabile. Altro dolore, sebbene più lieve, gli pizzicò la spalla. Il ragazzo cercò di drizzarsi come meglio poteva, rendendosi solo in quel momento della propria posizione. Era seduto con la schiena poggiata ad un tronco d’albero; ciò che sentiva premere sulla scapola era in realtà una delle tante escrescenze nodose che costellavano la corteccia.
Ma dove sono…?
Tentò di alzarsi in piedi, ma le gambe risposero pigramente. Allora rimase seduto, sistemandosi meglio perché le sporgenze del tronco e del terreno non gli fossero troppo scomode, e cercò di rappezzare gli ultimi ricordi. In verità non ci volle molto, e un dolore, non fisico ma molto più lancinante, gli percosse il cuore.
Damshar non esisteva più. Tutto quello a cui teneva, tutte le persone a cui teneva, erano scomparsi nell’arco di una notte.
Era solo.
Rohym strinse un pugno fino a farselo crocchiare e lo sbatté più volte con forza al suolo, come se quel gesto riuscisse a far sfogare il suo tormento o anche solo a farlo capacitare di quanto avvenuto. Forse non ci sarebbe mai riuscito. Tutto quello che era accaduto nella notte precedente era una sorta di incubo nella sua mente, ma troppo vivido e reale perché potesse confondersi coi sogni. Era accaduto davvero. Rapidamente, ingiustamente, ma era accaduto sul serio.
Tutti morti, tranne lui.
Ma com’è possibile? Com’è possibile che sia ancora vivo?
Cercò di riesumare gli ultimi ricordi. Sì, la caduta, il freddo, quello se lo rammentava anche troppo bene. Era convinto che fossero gli ultimi istanti della sua vita… ma qualcosa doveva essere successo. Qualcosa che gli aveva permesso di sopravvivere.
In un lampo ricordò il ruggito, una sagoma alata che si proiettava nel vuoto, artigli che si avvicinavano.
No, non può essere. Sarebbe stata morte certa. Stava per uccidermi.
Scrollò la testa cercando di schiarirsi le idee. Quando puntellò le mani al suolo per cercare di rialzarsi, sentì qualcosa di tagliente sotto il palmo destro. Ritrasse immediatamente la mano, e vi posò lo sguardo, rimanendo poi a bocca aperta. Era il suo machete. La lama era incrostata di un liquido denso color rosso scuro, a cui si erano appiccicati foglie e terriccio. Era sangue.
I ricordi di Rohym si fecero più chiari. Gliel’aveva scagliato contro per difendersi. L’aveva colpito, aveva visto il coltellaccio impiantarsi nella spalla della creatura. E lì era rimasto. Non aveva avuto alcun modo di riconquistarlo…
Uno scricchiolio sommesso. Come di rami calpestati.
I sensi di Rohym si destarono all’improvviso, come scossi da un pizzicotto. Impugnando all’istante il proprio machete, cercò di rialzarsi, ma ci riuscì solo a metà: le ferite sul petto limitavano ancora troppo i suoi movimenti, e gli facevano male. Allora si accontentò dell’appoggio del tronco, scrutando nervosamente la nebbia che come una coperta lo avviluppava impedendogli gran parte della visuale.
La creatura…
Il rumore persisteva, incessantemente, e si avvicinava, ma non riusciva a capire da quale direzione. Il ragazzo continuava a far saettare gli occhi da una parte all’altra, cercando un qualsiasi movimento rivelatore. Nulla. Solo quello scricchiolare, che pareva provenire da tutte le direzioni.
Poi, un brontolio sommesso, soffocato, animalesco.
A Rohym sembrò che il cuore fosse collassato nel petto. Lo aveva riconosciuto, sebbene non fosse quello che si era aspettato. Aveva previsto di veder comparire delle ali, e una bestia umanoide con coda e corna. Invece ciò che fuoriuscì dalla bruma lo colse di sorpresa. Una folta pelliccia bruna, un muso tozzo. Rohym strinse i denti. Un orso, e a giudicare dalla stazza, se si rizzava sulle zampe posteriori doveva toccare sicuramente i tre metri di statura.
Il respiro gli si mozzò per la tensione. Il machete nella sua mano sembrava ben misera cosa. L’animale si aggirò intorno a lui, le zanne appena sfoderate in un verso sommesso, cupo. Rohym si schiacciò contro il tronco d’albero. Forse correndo aveva una speranza, ma i tagli sul petto gli facevano troppo male, e sapeva bene che gli orsi non erano certo le creature lente o goffe che il loro aspetto dava ingannevolmente a immaginare. Se soltanto avesse avuto il suo arco…
L’orso sbruffò con forza, rallentando il passo. Rohym strisciò con la schiena sulla corteccia, cercando di frapporre l’albero fra lui e la bestia. Si muoveva lentamente, evitando ogni gesto brusco, sebbene sapesse perfettamente che l’animale che aveva di fronte era in piena battuta di caccia. Le vedeva, le zanne scoperte, vedeva anche gli artigli sfoderati che graffiavano il suolo. Immenso, in lenta avanzata, che si avvicinava.
L’orso emise un verso sbruffante, prima di precipitarsi all’improvviso verso di lui. Rohym scartò di lato, tuffandosi, ma fu una mossa di cui non aveva previsto gli effetti. Le ferite sul petto protestarono vivamente, e la sua movenza si trasformò in un gesto goffo. Rotolò a terra, e rimase supino, vinto dal forte dolore. Sotto di lui il terreno vibrava impercettibilmente, ad ogni passo dell’imponente bestia.
Aprì gli occhi. L’orso era a pochi metri, e si avvicinava. Alzò il machete, in un ultimo disperato tentativo di difesa.
Fu allora che si udì il ruggito.
Un forte spostamento d’aria che sollevò le poche foglie sparse sul terreno disegnando un cerchio di perfetto suolo roccioso, dopodichè qualcosa piovve dal cielo come un’improvvisa folgore. Enorme, spaventevole, si frappose nello spazio tra l’orso e il ragazzo puntando a terra tutte le quattro zampe, agitando la coda e spalancando le enormi ali membranose.
Agli occhi di Rohym parve un’allucinazione. Se ne convinse in tempo reale. Anche quando il ruggito rintronò nelle sue orecchie, anche l’essere quando cominciò a muoversi verso l’orso, che si mise ad indietreggiare di un paio di passi prima di alzarsi sugli arti posteriori, in un atteggiamento d’attacco.
Era la stessa creatura che l’aveva seguito fino allo strapiombo.
S’udì un profondo ringhio. La bestia alata si accovacciò sulle quattro zampe, contraendo gli artigli, che graffiando la roccia produssero un suono fastidioso alle orecchie. La coda si agitava, lenta, fendendo silenziosamente l’aria, mentre le ali spiegate lo facevano apparire ancora più maestoso. Le due bestie si scrutarono per qualche attimo. L’orso, ritto sulle quattro zampe, sbruffava e mostrava le zanne. Dopo un brontolio sordo, anche la creatura sfoderò le proprie, mentre l’espressione del viso umanoide si contraeva in un ringhio minaccioso.
Per un attimo il tempo trascorse lento. Rohym non riusciva a rialzarsi, sia per il dolore, sia per il senso di inerzia e di attesa che gli aveva infuso l’intera scena. Vide l’orso fronteggiare la creatura, che rimaneva immobile in una postura di guardia. Gli dava le spalle, e la punta della lunga coda affusolata danzava a poche spanne dal proprio volto.
Possibile che lo avesse totalmente ignorato…? Lo aveva cacciato fino alla notte scorsa, possibile che ora la preda più appetibile fosse l’orso che ora fronteggiava…?
La coscienza di Rohym si risvegliò in un sospetto che tanto sapeva di consapevolezza. La posizione che aveva assunto la bestia; l’essere sopravvissuto alla caduta di qualche ora prima… Si condensò tutto in un solo pensiero, che per quanto assurdo fosse, gli penetrò nella mente in maniera ineluttabile.
La creatura stava cercando di salvargli la vita.
No, non è possibile.
Un ruggito paralizzante, vibrante, squarciò la nebbia. La bestia alata spiegò maggiormente le ali prima di avanzare, sempre a quattro zampe, accovacciato col ventre al suolo. Dal suo canto l’orso vi si avventò contro. All’ultimo istante la creatura misteriosa compì un giro su se stessa menando un colpo di frusta con la lunga coda: Rohym avvertì benissimo il fischio che provocò mentre tagliava l’aria e lo schiocco che produsse quando sferzò l’orso sul muso, che indietreggiò barcollando sulle due zampe posteriori. Il mostro non si fermò a questo attacco, e d’improvviso si fece avanti rizzandosi nel frattempo in una postura bipede. Gli artigli della mancina graffiarono l’aria, per poi colpire nuovamente l’animale, piantandosi nel grasso e nella carne di una delle zampe anteriori.
L’orso mugolò e si piantò sulle quattro zampe arretrando ancora. La creatura si acquattò nuovamente nella posizione iniziale e lo scrutò con un ringhio basso che vibrava in gola. Ogni muscolo era teso, pronto a scattare in un balzo d’attacco, e le zanne erano sfoderate al massimo. L’orso sbruffò un paio di volte, compiendo qualche passo in direzione laterale, una mossa che non venne persa di vista nemmeno per un istante; infine si avviò lentamente tra gli alberi, sparendo pian piano nella nebbia.
Tutto questo era accaduto in una manciata di secondi in cui Rohym non era riuscito nemmeno a muovere un muscolo. Non era stato in grado di rialzarsi, sia per il dolore sia per l’incredulità. Fu solo quando la creatura si volse dalla sua parte che parve ritrovare il controllo di sé. Nello scorgere gli occhi lucenti, come quelli dei felini nelle ore notturne, autentico terrore si impadronì di lui. Alzò la mano armata, tremante, protendendola nella sua direzione, come una tacita minaccia. Le gambe si rifiutavano di muoversi, o anche solo di rizzarlo in piedi, e riuscì solo a strisciare sulla schiena sul suolo roccioso ricoperto di muschio, finché non si ritrovò l’ostacolo di un albero. Allora rimase immobile, sempre col machete teso, gli occhi fissi sulla creatura a studiarne ogni mossa. Si aspettava che balzasse su di lui in un lampo, si aspettava di vedere la mano artigliata calare su di lui, le sue zanne aprirsi dritte verso il suo collo, pronte a mordere e a colpire.
Non accadde nulla del genere.
La bestia alata strisciò lentamente sulle quattro zampe fino ad avvicinarsi a lui. L’espressione sul muso umanoide non era di minaccia; piuttosto, appariva rilassata, sebbene i suoi occhi non lo perdessero mai di vista. Avanzò, un passo dopo l’altro, mentre le ali spiegate cominciavano a ritrarsi sul corpo, rimpicciolendo di gran lunga la sua stazza. Rohym si appiattì contro il tronco d’albero, il machete tremante che lo puntava come una freccia pronta a scoccare. Avrebbe potuto fare ben poco con quella misera arma, ma era tutto quello che aveva a disposizione.
La creatura si fermò a pochi metri da lui. Ora che era vicino, Rohym riusciva ad osservarlo bene. Si soffermò su dettagli che finora non aveva ancora considerato. La bestia era più umanoide di quello che aveva immaginato: una lunga criniera di quelli che potevano essere capelli neri ricadeva sulla schiena nerboruta, proprio tra le ali. Anche il corpo mostrava affinità con quello umano, sebbene la conformazione delle zampe posteriori non fosse identica. Placche cornee, come di pelle indurita, ricoprivano le spalle e la zona del bacino e dell’inguine, mentre due spuntoni aguzzi adornavano i suoi gomiti, protendendosi all’indietro. Sotto un certo aspetto, sembrava che indossasse un’armatura fatta di escrescenze cornee.
La creatura compì ancora un passo, portandosi ormai a non più di un paio di metri dal ragazzo. Fu come una scossa per i nervi ipertesi di Rohym, che cercò nuovamente di alzarsi in piedi usando l’albero come appoggio, tuttavia fallendo miseramente. Era alla mercè della bestia, e per quanto avesse reagito, non avrebbe mai potuto sostenere uno scontro alla pari. Il machete non era nemmeno da considerarsi un’arma, contro una bestia simile, e il suo colpo più violento era riuscito solo a provocare una lieve ferita: la vedeva spiccare sull’avambraccio della creatura, un taglio che in quel corpo gigantesco sembrava di gran poco conto.
Il suo braccio tremava, sempre più privo di forze. Infine si abbandonò al suolo, con un tintinnio della lama quando cadde sulla roccia. –Fai quel che devi fare…- bisbigliò il ragazzo, e chiuse gli occhi, attendendo l’inevitabile.
Passarono i secondi. Non accadde nulla. Solo il silenzio tutt’attorno, il freddo umido della caligine che entrava nelle ossa, e null’altro.
Poi avvertì qualcosa calare su di lui. Una lieve ombra, e un manto di calore. Aprì gli occhi e si ritrovò addosso una delle ali membranose della creatura. Si era avvicinata lievemente accovacciandosi proprio accanto da lui, e aveva steso l’ala mancina in modo che lo coprisse al pari di un mantello o una coperta.
Quel gesto, incredibilmente, spaventò Rohym più di quanto avesse potuto fare un ringhio o un ruggito.
Strisciò sulla schiena, cercando di allontanarsi da quell’abbraccio. Ci riuscì, e con la forza della disperazione ce la fece anche ad alzarsi in piedi, seppur su gambe malferme, col rischio di cedere da un momento all’altro. Dal suo canto, la bestia non si oppose ai suoi movimenti, ma si limitò a fissarlo, come a voler capire le sue intenzioni. Il suo fiato possente, ma calmo, si condensava in pennacchi di vapore, che sparivano ben presto nell’aria.
Rohym indietreggiò ancora di qualche passo. Di quella situazione cominciava a capire sempre meno. Perché non l’aveva attaccato? Era una bestia simile a quelle che avevano appena distrutto il suo villaggio natio, tuttavia anziché sbranarlo o staccargli la testa sembrava di tutt’altre intenzioni.
Cosa voleva?
Il respiro di Rohym stava divenendo sempre più concitato, e l’aria fredda gli feriva i polmoni. Gli squarci sul petto cominciavano a dolere in maniera insistente, quasi insopportabile.
-Cosa… vuoi… da me…?- ansimò, sfinito, il machete teso.
La vista dell’arma non sembrò minimamente turbare la creatura. Continuava a fissarlo, con gli occhi che adesso avevano perso quel bagliore strano. Le iridi erano ampie, color ardesia, e la pupilla si ampliava a scatti, come quella dei felini. Tuttavia non si mosse di un millimetro, come se fosse in attesa di una sua mossa; non per attaccare, quanto per sapere quali fossero le sue intenzioni.
Dopo qualche secondo, Rohym abbassò il braccio. Nessuna reazione da parte della creatura. Occhi negli occhi, nel mezzo del silenzio della bruma. Tutto quanto avvenuto negli ultimi minuti continuava a sfrecciargli nella mente, e cercava di riunire tutti i ricordi in un filo logico. Quanto accaduto rasentava i limiti dell’assurdo.
Tuttavia, aveva sempre di fronte un esemplare della stessa stregua delle creature che avevano completamente raso al suolo Damshar. Bastò questo pensiero a far sì che il machete si risollevasse, benché il braccio che lo sorreggeva tremasse come se compisse uno sforzo estenuante.
-Stai lontano…-
La bestia lo contemplò ancora per qualche secondo senza muovere un muscolo prima di rizzarsi in piedi. Rohym indietreggiò di un passo, come se si fosse accorto in quell’istante quanto enorme fosse la sua stazza. Un passo dietro l’altro, si accostò al ragazzo, fronteggiandolo. Con un movimento lento ma deciso, le grandi ali si ripiegarono in avanti allacciandosi sullo sterno tramite due speroni; in quella posizione, sembravano quasi formare un mantello, con i lembi che sfioravano appena il suolo.
Rohym osservò ogni sua mossa senza muovere un muscolo. Le ferite sul petto gli facevano un male d’inferno, e cercava a tutti i costi di rimanere sveglio. Sbatteva a ripetizione le palpebre, avvertendo la vista farsi sempre più labile. Non riusciva a capire il comportamento del mostro. Stava lì a guardarlo, e basta.
-Tu…- mormorò quasi senza senso. -Il villaggio… maledetto, tu…-
Le forze lo abbandonarono in un colpo solo, tradendolo miseramente. Il braccio s’abbandonò stancamente ed egli barcollò fino a sbilanciarsi all’indietro. In quel brevissimo istante, si aspettò di incontrare il duro suolo, ma qualcosa gli afferrò una mano trattenendolo prima che cadesse.
Era la bestia. Attraverso le palpebre semichiuse, Rohym la fissò in volto, scrutando debolmente quell’espressione impassibile. Poi scivolò nell’oblio.


Un tonfo sordo.
Rohym si svegliò di soprassalto. Ciò che si presentò davanti agli occhi lo destò più di quanto avrebbe potuto farlo uno schiaffo al volto. Si ritrovò seduto con la schiena poggiata ad un grosso macigno, e dopo l’attimo di smarrimento iniziale si accorse di essere ancora nella boscaglia: riconosceva le piante, e il caratteristico suolo muschioso. La bruma si era diradata, e il sole stava trapelando tra le fitte fronde.
Ciò che invece stonava con tutto il paesaggio, invece, era il cadavere dell’enorme animale sventrato che gli era piovuto proprio di fronte ai suoi occhi, a pochi passi da lui. Sembrava un cinghiale, ma la stazza abnorme e il muso leggermente mutato, con zanne più pronunciate e le orecchie più grandi e pelose, lo contraddistingueva da tutti quelli che aveva visto o cacciato prima d’ora. Squarci multipli gi attraversavano il collo e il fianco, e gli occhi vitrei sembravano guardare in direzione di Rohym, come se lo identificasse il responsabile di quanto accaduto.
Il ragazzo non fece a tempo nemmeno ad inorridirsi che il tratto di terreno in cui giaceva si adombrò improvvisamente. Un forte spostamento d’aria, e la creatura alata sfrecciò nel varco aperto tra i rami provocato dalla caduta del corpo del cinghiale per poi atterrare violentemente, sulle quattro zampe, a pochi passi da esso e dal ragazzo. L’improvvisa apparizione destò completamente i sensi di Rohym, che ebbe l’impulso di alzarsi in piedi ed allontanarsi da lì. Immediatamente, il dolore al petto frenò ogni sua mossa, costringendolo ad accasciarsi nuovamente contro il masso.
La creatura alata lo contemplò a lungo, uno sguardo fisso, dritto nei suoi occhi. Rohym non distolse il viso, e lo ricambiò. Era come se la bestia pensasse, proprio come lui. Come se stesse valutando qualcosa. Poteva farlo? Alla sua stessa maniera? Non lo sapeva. Di sicuro, l’unica cosa che ora martellava la mente di Rohym era il perché fosse ancora vivo. Non che gli dispiacesse, tuttavia il comportamento bizzarro della creatura lo stava letteralmente confondendo.
La bestia compì qualche passo in direzione della carcassa, e con una mossa secca delle possenti braccia, ne strappò via le zampe, una ad una, gettandole senza alcuna cura accanto a Rohym, che si ritrasse quanto poté, sorpreso quanto spaventato dalle sue azioni. Dopodichè afferrò il corpo mutilato, e con un balzo si allontanò di qualche decina di metri, acquattandosi dietro un agglomerato roccioso e scomparendo così dalla vista del ragazzo. Fin da lì si udiva chiaramente il rumore di carne che veniva strappata a morsi: i suoni del pasto dopo la caccia.
Rohym rimase immobile per un bel pezzo. Solo i suoi occhi si muovevano, passando dalla roccia dietro la quale si era acquattata la creatura agli arti del cinghiale che giacevano accanto a lui. Dire che era confuso era dire poco. O meglio ancora, non riusciva ad accettare ciò che si presentava così palesemente.
Mi ha portato da mangiare?
La situazione si faceva sempre più incredibile. Sempre più difficile da realizzare. Sorprendentemente, a Rohym sfuggì una risata nervosa, che faticò a reprimere tra le labbra. Si era aspettato di tutto: essere ucciso, essere sbranato, o peggio.
Si era aspettato la morte, forse per questo la prospettiva della vita gli pareva così fuori luogo.
E soprattutto, per merito dell’ultima creatura da cui si sarebbe mai aspettato.
Come di riflesso alla vista della carne, lo stomacò brontolò sonoramente. Quel suono così stonato per tutta la situazione gli strappò un’altra risata tesa, artificiale. Rohym scrollò la testa, cercando di scacciare via gli ultimi strascichi dell’intorpidimento.
Beh, se doveva ragionare, tanto valeva farlo a pancia piena. La fame non avrebbe certo giovato.
Si portò vicino alle zampe mutilate, storcendo il naso: l’odore della pelliccia dell’animale era molto più penetrante di quello a cui era abituato. Avvicinò il machete e prese a scuoiare parte dei quarti posteriori, mettendo a nudo la carne. Affettò alcune strisce e si mise a mangiare. Il sapore e la pastosità della carne cruda gli irruvidirono la lingua, ma non era certo il momento di fare troppo lo schizzinoso. Dubitava, fra l’altro, che sarebbe stato in grado di accendere un fuoco in un luogo umido come quello.
Oltre l’ostacolo visivo della roccia, continuavano a provenire i rumori del pasto, un gran lavorio di zanne e mascelle, che producevano schiocchi e altri suoni non definibili. Era il suono della bramosia della fame. Rohym trasse un respiro affannoso, accorgendosi solo in quel momento di averlo trattenuto mentre prestava orecchio al rumore del pasto. Ingollò qualche boccone, poi smise di mangiare: benché avesse avuto fame, era come se lo stomaco si fosse improvvisamente chiuso, ostinato e capriccioso come un bambino.
Dopo quella che gli parve un’eternità, finalmente Rohym trovò la forza e il coraggio di alzarsi in piedi. Le ferite sul petto dolevano, altrochè… Vi si portò la mano, constatandone le condizioni. Non sanguinavano più, e non erano nemmeno molto profonde, ma gli percuotevano il torace con fitte improvvise che gli facevano digrignare i denti. Dubitava fortemente di riuscire a trovare qualcosa per medicarsele in maniera appropriata, o perlomeno per evitare che si infettassero. Pulì alla bell’e meglio la lama del machete strofinandolo contro il tronco d’albero, e mantenendo un equilibrio più o meno stabile si avvicinò all’ammasso di rocce, sbirciando appena oltre.
La creatura stava accovacciata sulla carcassa, e gli dava le spalle. Di ciò che era una volta un superbo cinghiale ora non restavano che le ossa e la pelliccia, che era stata strappata a forza dalla carne e scaraventata più in là, rimanendo penzolante dal ramo basso di un albero. Sentendo i passi del ragazzo, la bestia arrestò per un istante il suo pasto, e si voltò di scatto nella sua direzione. Il muso umanoide era sporco di sangue, e ancora masticava un grosso boccone, mentre nella zampa destra reggeva un trancio sanguinolento, che aveva l’aria di essere stato strappato a forza.
Rohym trasalì, col cuore che gli martellava nel petto. Ebbe come l’impressione di aver disturbato un momento privato della creatura, e subito si diede dello stupido. Ne stava parlando come se fosse un uomo.
Qualche secondo di perfetta immobilità, poi la creatura si voltò nuovamente e riprese a mangiare. Rohym continuò ad osservarla, scoprendo via via dettagli nuovi: le orecchie leggermente più grandi di quelle di un uomo, appuntite verso la sommità, e gli speroni ricurvi sui talloni e sui gomiti. Ogni zampa contava quattro dita, o meglio, quattro artigli ricurvi e possenti. Tutto il suo essere garantiva che, in uno scontro corpo a corpo, sarebbe stato un avversario micidiale.
Se così era, perché lui non era ancora morto, anzi al contrario, sembrava l’unico per cui la creatura si preoccupasse di mantenere in vita?
Era un enigma che Rohym non riusciva a risolvere, tuttavia continuò a guardare le mosse della creatura come se da esse si aspettasse la risposta. Nell’aria echeggiava solo il rumore del pasto, il macinare delle mandibole, il suono della carne che veniva strappata dalla carcassa.
-Che cosa sei tu?- domandò improvvisamente Rohym. Una parte di sé si maledisse per un’azione simile: sperava davvero di potersi rivolgere alla bestia come se fosse una persona? Si aspettava davvero che parlasse, che ragionasse, esattamente come lui?
La creatura non diede segno di aver sentito o capito la domanda, e continuò a nutrirsi. Rohym attese, col fiato sospeso, poi parlò di nuovo.
-Che cosa sei?-
Stavolta ricevette attenzione. La bestia alata interruppe il pasto e si voltò lentamente dalla sua parte. Si limitò a fissarlo negli occhi, con la pupilla che si stringeva e si allargava fin quasi a coprire tutta l’iride. Trascorsero quattro, cinque secondi di perfetto silenzio, in cui Rohym si sentì le orecchie percosse dai battiti del cuore. Lo sguardo della creatura era quasi ipnotico; impossibile distogliere il proprio.
-Perché mi hai salvato…?-
Anche questa domanda risultò ignorata. La bestia si limitava a guardarlo, come se volesse trasmettergli le risposte solo con esso. La coda si agitava lievemente, posata al suolo. A Rohym per poco non sfuggì un’altra risata. Stava cercando di conversare con una bestia che avrebbe potuto ucciderlo con un colpo d’artiglio, e la cosa esilarante, era che credeva che gli rispondesse davvero. Una situazione interessante, altrochè.
Poteva uccidermi, ma non l’ha fatto. Per quale ragione?
La creatura infine si alzò in piedi, mollando il boccone che teneva nella zampa mancina. Di riflesso, Rohym indietreggiò di un passo, e lo face in maniera così brusca che le ferite al petto protestarono con violenza. Boccheggiò, e si appoggiò alle rocce per sorreggersi. La creatura si avvicinò, camminando sulle due sole zampe posteriori. Per quanto si sforzasse di convincersi del contrario, le sue mosse erano fin troppo umane: il ciondolare ritmico delle braccia opposto al movimento delle gambe, la schiena eretta, il viso che ricalcava, seppur con tratti più marcatamente bestiali, quello di un umano.
Ma quella era una bestia. Nient’altro che una bestia…
Rohym scivolò al suolo strisciando con la spalla sulla roccia. Era letteralmente sfinito, nonostante il pasto: le ferite lo stavano provando più di quanto si aspettasse. Se fossero peggiorate, con molta probabilità avrebbero fatto male anche soltanto al respiro…
La creatura si arrestò. Rimase a guardarlo per qualche secondo, poi, con una mossa che sfuggì allo sguardo di Rohym, spiccò un balzo atterrando perfettamente sulla sommità del gruppo di massi. Dopodichè si raggomitolò su se stesso, accovacciandosi sulla pancia e appiattendosi sulla roccia. Durante tutte queste azioni, non aveva tolto lo sguardo dal ragazzo. Infine cominciò a guardare attentamente i dintorni. Nei primi riflessi del sole dell’alba, la sua pelle grigiastra non lo rendeva tanto distinguibile dalla pietra sul quale si era appostato come un segugio di fronte alla propria cuccia.
Come un cane da guardia.
Il paragone strappò a Rohym una smorfia di incredulità. No. Mi sto sognando tutto, non può essere. Gli scappò una risata sommessa, che si interruppe bruscamente quando gli squarci sul petto si fecero sentire. Allora appoggiò la testa al masso, cercando di riprendersi. Camminare non poteva di certo, in quelle condizioni, e di certo non poteva mettersi a correre… per dove? Scappare? Non avrebbe fatto dieci metri senza che quella creatura se ne accorgesse. Doveva in qualche modo riposare, recuperare le energie, anche solo per pensare. Il pensiero di avere una bestia letale accovacciata a pochi metri sopra la sua testa non lo aiutava di certo a stare tranquillo…
… o no?
Rohym si stupì del suo stesso pensiero. Per poco. Il dolore che aveva al petto lo stava provando parecchio, stordendo praticamente la sua coscienza. Prima di chiudere gli occhi, volse ancora lo sguardo sopra di sé. La bestia era rimasta immobile; quasi non respirava, mentre le pupille scattavano da una parte all’altra ad esaminare i paraggi.
Una bestia da guardia.
Rise, gemette per il dolore, per poi piombare pian piano nell’incoscienza.




Titolo: Il Ghaor - Capitolo IV
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Akhayla
Aggiunto: October 23rd 2007
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