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Il Ghaor - Capitolo III

L’ASSALTO

L’alba era appena sorta. Uno, due, tre giorni si erano susseguiti dopo la notte del falò delle grandi decisioni. Nulla s’era mosso, nulla era cambiato, se non il fatto che almeno un terzo della popolazione di Damshar aveva lasciato il villaggio portandosi dietro quanto possibile. Tutti gli altri abitanti si erano praticamente rintanati in casa, e solo la sera prima qualcuno si era arrischiato a valicare i confini del centro abitato. Tuttavia la situazione sembrava tranquilla. Il Picco svettava silenzioso e immoto come sempre, possente guardiano della valle, e il cielo era rimasto completamente sgombro. Nulla di insolito, nulla di inquietante. Tutto calmo.
Rohym mugolò quando i primi raggi del sole andarono a colpirgli il volto. Si rannicchiò con la faccia sul guanciale, premendola per ritornare al buio. Sotto di sé avvertiva una sporgenza rigida. Il machete. Ormai non se ne separava mai, nemmeno per andare a dormire. Con uno sbuffo, portò la mano sotto il cuscino tastandone l’impugnatura. Se suo padre avesse visto una cosa del genere, chissà come avrebbe commentato… Strinse i denti. Suo padre non poteva. Cieco, impossibilitato a vedere. In una parola, indifeso. L’unica difesa era lui, e il machete che ora teneva serrato nel pugno, come fosse un tesoro.
-Rohym… è tutta la notte che ti agiti. Datti una calmata…-
Artysh dormiva in un giaciglio improvvisato sul pavimento dall’altra parte della stanza. O per meglio dire, era sdraiato con gli occhi chiusi, ma era evidente che era sveglio. Si rigirò nel pagliericcio e fissò l’amico, come ad invitarlo a spiegare il suo nervosismo. Dal suo canto, Rohym si limitò a sospirare sfoderando il coltellaccio da sotto il guanciale e rimirandolo nella luce dell’alba. Lo aveva affilato nei giorni scorsi, rendendolo tagliente al solo tocco, e lucidato fino a togliere ogni minima impurità. Probabilmente aveva accudito quella sua piccola arma come nemmeno molti guerrieri facevano con la propria spada.
-Non hai dormito?- chiese.
-Con te che continui a rigirarti nel letto, non ho nemmeno preso sonno. E’ stato lo stesso la notte scorsa. Ora dimmi cosa c’è.-
-Lo sai.-
-Certo che lo so, ma voglio sentirlo da te.-
Rohym carezzò il machete con la stessa delicatezza con cui avrebbe toccato un puledrino appena nato. -E’ un’attesa snervante. Continuo ad aspettarmi che potrebbe succedere di tutto.-
-Potrebbe non succedere niente.-
La semplice risposta di Artysh per un istante disorientò i pensieri di Rohym. Si voltò verso l’amico, chiedendosi come facesse a rimanere tranquillo. Anche nei giorni trascorsi, nulla aveva scosso la sua imperturbabilità, e aveva continuato a vivere le giornate come se gli ultimi avvenimenti non fossero mai accaduti. Se vestiva una maschera per nascondere il suo nervosismo, la calzava in maniera eccelsa. Nella mente di Rohym, invece, continuavano a scorrere immagini a successione continua: la ferita sul petto del guerriero, la minaccia di cui aveva parlato e che aveva già colpito altra gente, altre persone; la gente in fuga o asserragliata nelle case. Tutto questo continuava a scuotergli i pensieri quasi impedendogli la consueta lucidità e lasciandogli a strascico un’inquietudine che non riusciva a scrollarsi di dosso.
-Potevi andare via- mormorò sottovoce. -Era tuo desiderio partire, in fondo. Volevi lasciare il Gharra. Perché ora sei rimasto?-
Incredibilmente, Artysh si mise a ridacchiare. -E me lo domandi anche? Un conto è partire in tempo di pace, un altro in tempo di avversità. Andare via col pensiero che fossi in pericolo non mi avrebbe certo reso il viaggio né la destinazione più piacevole…- Un attimo di silenzio, poi continuò con tono più sordo. -Non ti lascio quando probabilmente avresti bisogno di me più che mai…-
Rohym si voltò verso di lui inarcando un sopracciglio in maniera palesemente teatrale. -Sempre il solito modesto…-
Per tutta risposta Artysh appallottolò l’ampio panno che fungeva da lenzuolo e lo lanciò dritto al volto di Rohym, che scese a sua volta dal proprio giaciglio e si gettò sull’amico. Mimarono una lotta per qualche minuto, ridendo come ragazzini, finché non si sdraiarono infine schiena a terra, l’uno accanto all’altro, ansanti, lo sguardo al soffitto.
-Stai diventando forte- ridacchiò Artysh.
-Non credo…-
-Una volta ti battevo con più facilità…-
Rohym alzò le spalle. -Una volta ti lasciavo vincere.-
Ancora un attimo di silenzio, poi i due giovani si scrutarono nuovamente e scoppiando a ridere ripresero a lottare.



Il sole del tramonto era caldo. Rohym alzò lo sguardo al cielo, appena oltre le fronde. Gran parte del cielo era sgombro, ma oltre i picchi ad ovest era possibile scorgere le prime nubi pesanti, sospinte dal vento che sferzava la valle. Probabilmente, entro la notte si sarebbe scatenato un temporale. Sospirò e si deterse la fronte, quasi allettato dall’idea. Mancava ormai una settimana alla stagione delle piogge, e quei giorni erano di norma i più caldi dell’intero ciclo dell’anno.
Fedra era particolarmente nervosa, nonostante la lunga galoppata, e il poderoso gyrth di Artysh non lo era di meno. I due giovani li guidarono presso un grosso tronco d’albero in cerca di ombra e di un po’ di frescura. Rohym trasse dalla bisaccia legata alla sella una borraccia colma d’acqua e dopo averne bevuto un paio di sorsi la porse all’amico.
-Sembra che i cervi siano restii a farsi vedere, oggi.-
-Già…- concordò l’altro. -Nemmeno una traccia. Può darsi che il branco non abbia aspettato a muoversi, in vista della stagione dei monsoni.-
Rohym sospirò. Depose a terra l’arco da caccia e si sdraiò con la schiena al tronco per godersi l’ombra. -Un bel guaio… Ho bisogno di carne fresca. Non ho voglia di andare a farmi rapinare da Kleath. Tra l’altro, di recente non è in preda al migliore degli umori…-
L’altro giovane si accovacciò accanto a lui rivolgendogli uno sguardo strano. -Perché, ultimamente chi di noi lo è?- Quando l’amico lo fissò con aria interrogativa, si limitò a scuotere la testa. -Ti vedo durante la notte, Rohym. Continui a stringere quel coltellaccio anche nel sonno- continuò ammiccando all’arma che il ragazzo portava legato alla cintura.
Rohym accostò il proprio mantello come a nascondere il machete alla vista dell’altro. Artysh scosse nuovamente la testa. -La tua è un’ossessione, Rohym. Sono giorni che la valle è immersa nella quiete più completa…- S’udì un tuono in lontananza, e il ragazzo alzò lo sguardo al cielo con un mezzo sorriso divertito. -… temporale a parte ovviamente…-
-Forse gli abitanti di Morphis pensavano la stessa cosa…-
Dopo quelle parole, Artysh rimase a contemplare distrattamente il terreno erboso. Calò il silenzio tra loro, finché il ragazzo non rispose, con voce più pacata, come se non volesse farsi udire da qualcuno nei paraggi: -Se pensi che il pericolo sia alle porte, Rohym, perché non te ne sei andato?-
Per qualche istante Rohym rifletté sulla risposta, e si stupì di faticare a trovarla. Non c’era una ragione precisa… Voleva rimanere con suo padre, ma a dire il vero non era del tutto sicuro delle motivazioni che spingevano Ramosh a non abbandonare Damshar…
Artysh interpretò quell’attesa nel rispondere come un segno di incertezza e per la terza volta in pochi minuti si limitò a scuotere la testa. -Sei sempre il solito, Rohym. Agisci d’istinto, senza nemmeno chiederti le ragioni dei tuoi gesti. Se non usi la testa, prima o poi finirai per cacciarti nei guai.-
-Da che pulpito…- scherzò Rohym, pur senza troppa allegria nella voce. -C’eri anche tu con me, direi tutte le volte…- Fissò un punto imprecisato verso l’orizzonte, in direzione del Picco Oblungo. -Anche quella volta…-
Artysh scrollò le spalle e si appoggiò allo stesso tronco di Rohym. -Te l’ho detto. In quell’occasione siamo stati anche troppo fortunati.-
-O pazzi.-
-Beh, direi entrambe le cose.-
Risero insieme, una risata sgombra di pensieri. Rohym chiuse un attimo gli occhi per rilassarsi. Si era alzato un venticello fresco, probabilmente l’aria del temporale imminente, che faceva stormire dolcemente le fronde, producendo un suono così tenue e rassicurante che pareva quasi una ninna nanna. Se fosse rimasto in quella posizione a lungo, probabilmente si sarebbe addormentato.
Un nitrito.
Aprì gli occhi e si voltò verso Fedra. La cavalla scalpitava nervosamente, e anche il gyrth di Artysh era inquieto, al punto da strattonare con forza le redini con le quali era stato assicurato al tronco d’albero. Rohym aggrottò la fronte, mentre Artysh si alzò rapidamente in piedi, avvicinandosi al destriero. -Che c’è, Namhor? Che ti prende?-
Per tutta risposta i due stalloni mostrarono i primi segni di imbizzarrimento. Rohym scattò subito verso Fedra, nel tentativo di tranquillizzarla. Allo stesso tempo non smetteva di scrutare i dintorni nel tentativo di scorgere qualcosa. Che fossero finiti nel territorio di caccia di qualche fiera? Ne dubitava. Non erano molto lontani dal villaggio, e di solito i predatori si tenevano abbastanza alla larga da Damshar. Mentre Artysh cercava di calmare i due cavalli, Rohym si riappropriò dell’arco da caccia e incoccando una freccia tenne d’occhio la boscaglia circostante. Non udiva alcun rumore, a parte lo stormire delle fronde mosse dal vento.
-Rohym…-
Il ragazzo diede appena retta al richiamo dell’amico. Concentrava ogni senso nel tentativo di scorgere o udire qualcosa avvicinarsi. I suoi occhi guizzavano da una parte all’altra, pronti ad accorgersi di qualsiasi movimento sospetto, che fosse stato lo scuotersi di un cespuglio o altro…
-Rohym!-
La voce di Artysh questa volta tradiva un sordo timore. Finalmente Rohym si voltò dalla sua parte, rimanendo inebetito non appena lo fissò in viso. Artysh era completamente paralizzato, le mani rigide nell’impugnare le redini del gyrth, l’espressione raggelata, gli occhi sgranati rivolti al cielo. Prima ancora che potesse chiedersi cosa mai gli fosse preso, Rohym seguì la direzione del suo sguardo, strizzando le palpebre per vincere il fastidio dovuto al forte vento.
E vide.
Le nubi che stavano avanzando da ovest viaggiavano veloci e sarebbe mancato poco affinché coprissero interamente il cielo, ma il fronte compatto stava mutando. Era come se le nuvole fossero tagliate qua e là da giganteschi coltelli. I due ragazzi rimasero a guardare, allibiti, cercando di capire la causa dello strano fenomeno, mentre intanto i cavalli strattonavano disperatamente le redini per cercare di liberarsi. Ma prima che potessero scorgere qualcosa, un suono sgradevole e acuto giunse alle loro orecchie, costringendoli a tapparsele convulsamente. Era un verso indefinibile, ma insopportabile da udire, e si ripeteva in continuazione, moltiplicandosi di intensità… come se provenisse da molteplici direzioni.
Se Rohym avesse distolto lo sguardo, non avrebbe visto ciò che emerse dalle nubi temporalesche che stavano per mollare il loro carico di pioggia; non avrebbe potuto scorgere ciò che sfrecciava come dardi impazziti, come foglie guidate da un vento furioso. Non avrebbe nemmeno capito che il frastuono veniva da lassù, da quelle nubi… e non si trattava dei tuoni.
Ma Rohym aveva continuato a guardare, con occhi sempre più sgranati. Il terrore che provava gli si era serrato in gola, ed era rimasto completamente paralizzato, mentre riconosceva nelle forme indistinte dei particolari che via via si rivelavano sempre più angoscianti.
Ali. Code. Creature.
-Artysh!- urlò. -Via! VIA!-
Fu come se si fossero risvegliati solo in quel momento. Fedra venne liberata in pochi secondi, e il ragazzo vi montò sopra con un solo balzo. Attese che l’amico sciogliesse le redini della propria cavalcatura prima di lanciarsi al galoppo. Sopra le loro teste, l’aria sibilò in maniera innaturale, e per un istante Rohym non ebbe nemmeno il coraggio di alzare nuovamente lo sguardo.
Il cuore gli batteva come un martello sull’incudine, vittima di una paura che lo attanagliava come una morsa rovente.
Cominciò a cadere una pioggia fitta, dapprima portata dal vento, poi dal peso stesso delle gocce. -Corri, Artysh!- continuava a gridare Rohym, incessantemente, come se bastasse la sua voce a mettere le ali alle zampe dei cavalli. Oltre il frastuono del galoppo, echeggiò sinistro quel suono sgradevole che fece quasi gemere entrambi dal dolore che percosse loro i timpani. Era una specie di ruggito multiplo intercalato da sibili acutissimi e versi meno identificabili.
Nel cielo, una saetta zigzagò perdendosi fra le nubi. Quell’attimo di luce fu sufficiente a proiettare sul terreno erboso delle ombre inquietanti. Ad Artysh si bloccò il respiro nello scorgere le sagome. Una moltitudine di ali spiegate, che sfrecciavano nell’aria, proprio sopra di loro. Fedra nitrì, colta dal terrore più estremo, e aumentò l’andatura al punto che se avesse corso per altri cinque minuti in quella maniera, le sarebbe scoppiato il cuore dalla fatica.
-Al riparo!- gridò Artysh. –Tra gli alberi…!-
Rohym non se lo fece ripetere. Diede dei veloci e sostenuti colpi di tallone sul fianco della cavalla, e la guidò cercando di percorrere sentieri non troppo scoperti. Dopo qualche decina di metri si imbatté in una macchia più fitta, composta da alberi con fronde così cariche di fogliame che i rami sembravano sul punto di piegarsi per il peso. Rohym tirò le redini arrestando Fedra proprio sotto un albero nodoso dal tronco rossiccio, e Artysh lo affiancò, tenendosi quanto più possibile nascosto. Smontarono da cavallo senza comunque mollare le briglie, e si acquattarono usufruendo anche del riparo di alcuni cespugli. Sopra di loro l’aria venne tagliata in rapida successione, mentre i ruggiti e gli stridii si fecero a dir poco insopportabili. Tuttavia, in quel momento l’unico suono che riempiva le orecchie di Rohym era il battito del suo stesso cuore…
-Rohym…-
-Non ci hanno visto…-
-Cosa sono…?-
-Sta’ calmo, giù, non ci hanno visto!- La voce di Rohym era quasi strozzata dalla sua stessa concitazione. Con un braccio, fece accovacciare maggiormente Artysh, mentre non cessava di sbirciare tra le fronde che costituivano il loro riparo. Sopra di loro sfrecciò una moltitudine di figure alate, ringhianti, ruggenti. Era impossibile seguire il loro volo con lo sguardo; non appena uno saettava nel cielo, un altro arrivava a prenderne il posto.
Il passaggio fu rapido, tuttavia il numero delle creature era considerevole, ad occhio e croce almeno un centinaio. Rohym si appiattì quanto più poté al suolo cercando di non farsi notare mentre cercava di scorgere qualche particolare, ma qualunque cosa fossero, erano troppo veloci nel volo perché si potesse distinguere qualche particolare in più.
Artysh teneva le briglie di entrambi i cavalli, che ormai avevano gli occhi stralunati dal terrore. Il cuore del ragazzo batteva all’impazzata: i nitriti delle bestie spaventate poteva essere sufficiente a rivelare la loro posizione… Tuttavia, dopo una manciata di secondi, l’ultima creatura sferzò l’aria con le ali e con i propri versi raccapriccianti, lasciando il temporale ad accrescere il proprio vigore, incontrastato e cupo signore del cielo.
Ci fu un minuto di perfetta immobilità e silenzio prima che i due giovani si arrischiassero a uscire dal loro riparo. Nessuno dei due riuscì a spiccicare parola, anche perché era impossibile farlo senza che la voce tremasse per il timore.
-Rohym…- sussurrò infine Artysh.
-Li ho visti…-
-Erano… quelle cose…? Quelle di cui parlava il guerriero?-
Il ragazzo aveva quasi paura a rispondere, tuttavia cominciava a nutrire sempre meno dubbi. Volse lo sguardo all’orizzonte, oltre le fronde degli alberi, e li vide, in lontananza. Volteggiavano nel cielo, ad una discreta quota, come uno stormo di pipistrelli impazziti. Sembravano fermi su una zona particolare…
A Rohym si ghiacciò il sangue nelle vene, e lo stesso accadde ad Artysh. Si guardarono in volto. Non c’era bisogno di dire nulla: era bastato un fugace sguardo perché ognuno capisse le intenzioni dell’altro. E non ci voleva certo un negromante per intuire che entrambi stavano pensando la stessa cosa…
-Damshar!- gridò quasi Rohym, un urlo che proveniva dritto dalla sua mente sconvolta. -Bisogna avvertirli…!-
Mentre si voltava per rimontare in sella a Fedra, Artysh lo bloccò per le braccia. -Fermo! Non faremo mai in tempo a metterli in guardia! Fermati!-
-Lasciami!- ringhiò Rohym, scrollandoselo di dosso. -C’è mio padre laggiù!!-
Un urlo disumano, ed entrambi si voltarono verso est, in direzione del villaggio. Lo stormo di creature sembrava essersi compattato in una formazione vagamente congeniata… finché all’improvviso tutti gli esemplari non scesero in picchiata, uscendo dalla visuale coperta dalle fronde degli alti alberi.
-PADRE!- urlò Rohym, ormai fuori di sé. Si divincolò definitivamente dalla presa di Artysh, facendolo finire a terra per l’impeto del gesto, e montò in groppa alla cavalla, per poi spronarla al galoppo verso il villaggio sotto attacco.
-Rohym!- urlò Artysh, rialzandosi dal suolo fradicio. -Rohym!-
Fu inutile. Trattenne un moto di stizza e, recuperato Namhor, lo incitò alla corsa nella stessa direzione intrapresa dall’amico. -Rohym, fermati! FERMATI!-



Fedra ormai schiumava per la corsa. Rohym la incitava, disperato, con gli occhi che non si staccavano dall’orizzonte. La pioggia sferzante lo accecava, ma non ci badava. Non distoglieva lo sguardo dalle creste degli alberi, cercando di scorgere movimento.
Il sentiero del ritorno non gli era mai parso così lungo.
Poi cominciò a sentire. Urla. Gemiti. E ruggiti di bestia echeggianti tra un grido e l’altro che via via spegnevano tutte le altre voci. La luce di un lampo improvviso riuscì a schiarire la sua visuale, e in quell’istante fugace Rohym riuscì a scorgere qualcosa nel cielo. Un battere d’ali, una creatura che si librava in aria, e trasportava qualcosa. Qualcosa che si dimenava, scalciava. E che quando lasciò andare nel vuoto, urlò disperato precipitando e sparendo oltre la visuale…
Un uomo.
Rohym urlò a sua volta, con la voce che si perse nel fragore del tuono.
Le fronde chiusero la sua visuale. Ma i suoni che gli arrivavano all’orecchio ormai dipingevano la realtà nella sua mente. Rohym strinse i denti con il cuore che minacciava di scoppiargli nel petto, e spronò Fedra in maniera furiosa, incurante anche dei rami che gli schiaffeggiavano la faccia, finché non emerse dalla macchia, sul lieve declivio che conduceva a Damshar.
E lì si bloccò, con gli occhi che non volevano credere a ciò che mettevano a fuoco.
Il cielo sopra il villaggio era un turbinio in continuo movimento. Un turbine di ali, di grida, di morte.
Una moltitudine di esseri alati, quasi indistinti nell’oscurità, che si abbattevano come uno stormo di pipistrelli feroci sulla gente che cercava riparo, sulle persone che tentavano invano di barricarsi in casa o di fuggire nella foresta. I tetti di molte casupole erano sfondati, le porte completamente divelte o ridotte in pezzi. Dalla fattoria di Kleath, che si ergeva poco distante dai confini del centro abitato, si levava un fumo acre, mentre il bestiame, già in parte decimato, si stava precipitando in ogni direzione, completamente fuori controllo. Sotto gli occhi di Rohym una delle capre sfrecciò davanti a Fedra, correndo come impazzita, e un istante dopo si ritrovò a voltare in aria, scalciando disperatamente, mentre una delle creature la portava in alta quota. Alle orecchie del ragazzo arrivò chiaro e distinto gli ultimi suoi lamenti prima che la bestia alata le tranciasse la gola con un solo morso…
La gente. Immobile, riversa a terra. Colpi d’artiglio, morsi. Teste spaccate, schiene spezzate dalle cadute o dai forti colpi. Davanti allo sguardo pietrificato di Rohym si stava consumando una mattanza in piena regola… Nulla era riconoscibile in quel frastuono: solo le urla, i ruggiti, i colpi d’ala che facevano sfrecciare le creature in mezzo agli abitanti che correvano per salvarsi la vita o che opponevano - inutilmente - una strenua resistenza. Rohym vide distintamente Kleath uscire fuori dalla sua fattoria, che stava per essere lambita dalle prime fiamme, urlando e brandendo un pesante forcone, che agitava in gesto di sfida verso il cielo. Dopo nemmeno qualche secondo una delle creature in aria si fermò, come a soppesare la prossima mossa, poi scese in picchiata, dritto verso di lui. Rohym non ebbe nemmeno il tempo di seguire il suo movimento: la sua discesa era stata a dir poco fulminea. Kleath se ne accorse e di riflesso sferrò un colpo, che andò completamente a vuoto. La creatura fu su di lui in un lampo, e alzò una zampa costellata di artigli che calò sul volto dell’uomo. Praticamente gli staccò la testa in un solo atto.
Fu come se il normale scorrere del tempo venisse ripristinato con quel gesto.
Rohym urlò, mentre Fedra manifestava con ogni gesto possibile il suo desiderio di allontanarsi da lì. Il ragazzo era completamente pietrificato di fronte a quello scenario d’orrore e sangue. Attorno a lui sfrecciarono alcune bestie da fattoria, ma nessuna persona riuscì ad allontanarsi anche solo a qualche decina di metri dalla radura in cui sorgeva Damshar… Nemmeno una. Tutte le persone stavano morendo laggiù, di fronte ai suoi occhi.
Un forte spostamento d’aria…
Alzò improvvisamente lo sguardo, con la pioggia battente che gli schiaffeggiava il volto. Un’ombra, un lampo, un tuono. La vide solo all’ultimo istante, e d’istinto tirò le redini per fare indietreggiare Fedra. Non fu comunque sufficientemente rapido. Qualcosa di imponente piovve letteralmente su di lui. Il movimento del destriero compiuto all’ultimo istante era stato sufficiente perché non gli cadesse proprio in testa. Artigli luccicarono alla luce dei lampi, mentre calavano. Il fianco di Fedra venne solcato in profondità, e con un nitrito di dolore la cavalla si piegò su un lato per poi perdere l’equilibrio sia per la ferita che per la violenza del colpo.
Rohym rovinò malamente a terra, e ci mancò poco perché la gamba non restasse schiacciata sotto il corpo di Fedra. Lo schiocco umidiccio del fango alle sue orecchie fu anche troppo forte. Davanti a lui, qualsiasi cosa si stesse muovendo, lo stava facendo rapidamente. La visibilità non era delle migliori, ma alcuni dettagli saltavano anche troppo all’occhio: grandi ali membranose, un’andatura bipede ma che in qualche modo malcelava la natura bestiale della creatura, dalla stazza enorme.
Rohym strisciò all’indietro. Il suo sguardo corse a Fedra, che era rimasta adagiata sul fianco, e non dava segno di volersi rialzare. Qualcosa la scavalcò, ma non del tutto… la creatura compì un passo praticamente sopra di lei. Alle orecchie di Rohym giunsero chiaramente gli schiocchi delle costole che si spezzavano sotto il peso, e i versi disperati della cavalla che non aveva nemmeno più la forza di reagire o anche solo di alzare il collo.
Poi un altro nitrito. Alle sue spalle.
-ROHYM!-
Si rialzò a fatica in piedi, proprio mentre la creatura ormai era pronta a balzare su di lui. Non ebbe quasi il tempo di voltarsi. Qualcosa lo strattonò per la collottola sollevandolo da terra. Il ragazzo urlò involontariamente, mentre tutto si allontanava a velocità vertiginosa. Scorse la creatura alata ruggire prima di librarsi nuovamente in volo. Era stato issato sulla sella di un cavallo che ora galoppava a gran velocità lungo il margine del villaggio.
-Artysh…-
-Tieniti forte!-
Il gyrth aumentò l’andatura. La sella sbatacchiava dolorosamente sulle costole di Rohym, che cercò ogni appiglio disponibile per cercare di mettersi almeno seduto. Ci riuscì, non senza fatica. Artysh stava alle sue spalle, e guidava lo stallone lungo il pendio, spronandolo praticamente ogni secondo. Sopra di loro il cielo era sferzato da ruggiti che fondendosi tra loro parevano formare un’unica, furiosa voce bestiale. Davanti agli occhi di Rohym, sfrecciavano mille cose: case distrutte, recinti ridotti a frammenti, distruzione ovunque, il sangue che si mischiava al fango. Nella mente rivedeva ancora Fedra che cadeva al suolo, la creatura che la calpestava come se fosse un ramoscello.
E davanti agli occhi di entrambi, la gente moriva.
Artysh gridò per incitare Namhor, battendo col tallone sul suo fianco. Rohym si accorse solo in quel momento della rotta intrapresa: non stavano dirigendosi di nuovo al riparo nella foresta, ma stavano risalendo la collina. Artysh lo stava portando alla sua dimora.
Sopra di loro ringhi sommessi, il battere incessante di pesanti ali… Il gyrth divorava la china, procedendo attraverso le ultime casupole che delimitavano il villaggio. Poi un ruggito. Dovevano averli visti. Quando percepì il forte spostamento d’aria, Rohym nemmeno si azzardò ad alzare lo sguardo, e si limitò a tenersi aggrappato alla criniera del destriero per sorreggersi. Una mano era corsa d’istinto all’elsa del machete. Così piccolo, disperatamente piccolo. Troppo.
Artysh urlò qualcosa e strattonò le redini a manca. Il cavallo cambiò repentinamente rotta infilandosi tra due pareti decadenti di due case vicine, per la maggior parte ormai ridotte in macerie. Tuttavia quella mossa fu sufficiente a garantire un attimo di riparo: attraverso la luce di una folgore fuggente, Rohym vide l’ombra della creatura alata sfrecciare sopra di loro, impossibilitata ad attaccare in picchiata in quello spazio così ristretto. Alle sue orecchie giunse un ruggito che parve di disappunto, sebbene non potesse credere che quelle creature potessero provare emozioni simili a quelle umane… Solo allora sollevò lo sguardo, e la vide sfrecciare via, nuovamente nel cielo, risalendo di quota.
-Vai, Namhor!- urlava Artysh senza sosta. -Vai!-
Nel momento in cui oltrepassarono il gruppo di abitazioni distrutte, Rohym alzò lo sguardo verso il limitare della collina, con la pioggia che gli riempiva gli occhi costringendolo a tenerli socchiusi. Ora la vedeva. Casa sua era a poche centinaia di metri di distanza dal nucleo di Damshar, e si ergeva solitaria sul pendio. La porta era ancora intatta, e se suo padre non si fosse recato nel villaggio al momento dell’attacco forse il massacro non l’avrebbe toccato. C’era solo da sperare che fosse rimasto in casa come gli aveva consigliato di fare…
Dopo qualche metro, notò però un particolare agghiacciante. La staccionata che delimitava la proprietà era stata completamente abbattuta; la tettoia che riparava la legnaia era stata completamente ridotta in frantumi, e parte del tetto risultava mancante. Prima ancora che potesse dar voce al suo timore, da quella direzione si elevò un ruggito agghiacciante ed una creatura alata si librò verso l’alto, uscendo dallo squarcio sulla tettoia. Tra le zampe recava qualcosa, che si dibatteva ferocemente… per poi urlare non appena venne lasciata cadere da un’altitudine vertiginosa, schiantandosi miseramente sul tetto e facendone crollare la metà, rovinando all’interno.
-NO!- urlò Rohym, a pieni polmoni, e i tuoni sembrarono schernire la sua disperazione. –PADRE, NO!-
Se Artysh non l’avesse trattenuto con un braccio, molto probabilmente l’amico si sarebbe gettato giù dalla groppa di Namhor, in piena corsa, col rischio di rompersi una gamba nell’impatto. Anche lui era rimasto impietrito dalla terribile scena che gli si era presentata, tuttavia non aveva ancora perso il sangue freddo, e non appena si accorse che ormai non avrebbero più potuto fare nulla, aveva strattonato repentinamente le redini della cavalcatura, facendole cambiare completamente direzione.
Nella sua morsa, Rohym si dibatteva come una furia, urlando dalla disperazione. Da qualche secondo aveva iniziato a non ragionare più. Voleva solo scendere, voleva solo arrivare fino alla dimora, entrare, e cercare. L’aveva visto precipitare, l’aveva visto morire. Eppure non se ne voleva convincere.
-NO!- continuava ad urlare. -NO! NO! NO!-
Artysh strinse i denti reggendosi con una mano alle redini, cercando di mantenere l’equilibrio. Ripiegò nuovamente verso la foresta, divorando la discesa in pieno galoppo. Erano in una zona scoperta, sebbene la velocità della corsa non li tramutasse in un facile bersaglio. Proprio in quell’istante vide qualcosa piombare dal cielo. Due esemplari stavano per scagliarsi su di loro, in piena picchiata. Artysh strattonò le briglie per far scartare il cavallo all’ultimo momento, e la mossa gli riuscì per un soffio. Una delle due creature s’abbatté al suolo impiantando violentemente nel fango gli artigli di tutte e quattro le zampe, mentre il secondo si librò nuovamente in quota per riguadagnare la rincorsa. Per evitare il secondo attacco, Artysh fu costretto a deviare in direzione del villaggio, in mezzo a uomini che urlavano, morivano, abbattuti uno dopo l’altro come ramoscelli.
-Reggiti!- urlò Artysh in direzione di Rohym, mentre scartava nel centro della piazza, cercando di evitare quanto più possibile i cadaveri riversi a terra. La maggior parte di essi era ridotta in uno stato tale che era quasi impossibile riconoscerli. Namhor galoppava rapido, sotto un cielo che si stava coprendo per una causa diversa dal temporale. Attorno a loro ancora urla, ma sarebbe bastata una manciata di minuti perché ben presto fossero messe a tacere anche quelle…
D’improvviso, una creatura si fiondò di fronte a loro, sbarrando la strada. Artysh fu lesto a spronare verso destra, ma il cavallo inciampò in un corpo e rovinò pesantemente al suolo. I due ragazzi vennero praticamente scaraventati nel fango, che li accolse morbidamente, come una fredda coperta. Rohym fu lesto ad alzarsi, e aiutò Artysh a risollevarsi mentre la creatura, ignorando il cavallo dalla zampa spezzata che nitriva di dolore, riverso a terra, atterrò per poi avanzare rapidamente su di loro, poggiandosi su tutte e quattro le zampe. I suoi movimenti così rapidi ricordò a Rohym quello delle lucertole che si arrampicavano sui muretti.
In un attimo fu loro addosso. Artysh cercò di ritrarsi, ma inciampò nuovamente all’indietro. Proprio mentre la zampa stava per calare su di lui, Rohym sfoderò il machete e sferrò un colpo disperato. La lama affilata scavò un solco nella pelle coriacea della creatura, che si ritrasse rapidamente mugolando. I due non persero nemmeno un istante e si misero a correre a rotta di collo, in cerca di un riparo.
-Qui!- urlò Rohym.
Spalancò una porta laterale fondandosi dentro e attendendo che Artysh entrasse prima di chiuderla, assicurandola con delle spranghe. Indietreggiarono dall’uscio, consci che comunque quella porta non avrebbe retto a lungo. Artysh si rese conto solo in quel momento del luogo in cui si trovavano. La stalla di Bills.
-Non ce la faremo…- bisbigliò.
-Zitto, Artysh…- lo rintuzzò Rohym, con la voce strozzata dal fiatone e dal dolore. Un fianco gli faceva male, laddove aveva battuto cadendo dalla groppa del cavallo. Girò vagamente lo sguardo nel locale. Il tetto era intatto, ma tutti i box erano vuoti. Ringhiò quasi per il disappunto. Se avessero avuto a disposizione un cavallo, forse sarebbero riusciti a fuggire, ma a piedi le speranze si riducevano di gran numero. Stava per chiedersi dove si trovasse Bills, quando notò una chiazza di sangue che si stava allargando oltre il portone principale, solidamente sbarrato. Rabbrividì e distolse lo sguardo.
Poi udì qualcos’altro. Un respiro concitato, strozzato, provenire dall’angolo opposto della stalla. I due si guardarono e con un cenno di intesa si diressero da quella parte. Quasi si sorpresero nel trovarsi di fronte quell’uomo, rannicchiato contro la parete come un bimbo impaurito. Era Valgar. Teneva in pugno una pesante vanga, con entrambe le mani, e si era raggomitolato al riparo con occhi sgranati. Artysh guardò Rohym inarcando un sopracciglio ad esprimere la sua perplessità, poi si chinò su di lui. -Vieni.-
L’uomo si scrollò il braccio posato sulla sua spalla come se fosse un insetto molesto. I suoi movimenti erano bruschi, rigidi.
Rohym lo squadrò più volte prima di chinarsi a sua volta. -Ce la fai ad alzarti? Dobbiamo andarcene da qui!-
Il guerriero scosse la testa, anche se non si riusciva a capire a quale frase stesse rispondendo. Rohym si rialzò in piedi con uno sbuffo quasi infastidito, prima che un tonfo sul tetto di scisto lo facesse trasalire violentemente. Un altro. Un altro ancora.
-Sanno che siamo qui…- mormorò Artysh fra i denti.
Fu come se a quell’affermazione, la mente del guerriero si fosse risvegliata. Cominciò ad agitarsi puntando la vanga di fronte a sé e schiacciandosi ancora di più verso la parete. -No! Indietro! Indietro!- gridò, ormai senza più razionalità.
Dal canto suo, Rohym non cessava di fissare il tetto, cercando di capire in che punto avrebbe potuto cedere. Nel mezzo del tamburellare secco della pioggia, spiccarono ben presto dei forti colpi ritmici, come se qualcuno stesse cercando di sfondare la pietra. Il ragazzo indietreggiò di qualche passo, continuando a scrutare il soffitto, per poi girarsi verso Artysh con uno sguardo che valeva mille parole. Non avrebbero potuto godere di quel riparo a lungo.
-Il Picco…- mormorò infine.
Artysh aggrottò la fronte. Non capì immediatamente il senso di quelle parole, finché non vide l’amico fissare la porta sbarrata. -Che hai intenzione di fare?- Quando vide che l’altro non gli rispondeva, gli si avvicinò e lo scrollò per le spalle. -Rohym? Mi hai sentito? Per inciso, che avresti in mente?-
Rohym lo fissò con uno sguardo gelido. -Non potremo stare qui per sempre. Quindi tra poco io apro quella porta. E comincio a correre, verso il Picco. Se riusciamo a raggiungere la macchia delle sue pendici, possiamo farcela: è piena di nascondigli, e gli alberi ci riparano. Te li ricordi anche tu, no? Sono come una ragnatela… -
-Rohym, non abbiamo nemmeno un cavallo! Credi di riuscire anche solo a fare un passo senza che ti siano subito addosso?-
-Preferisco tentare, e mettermi a correre, piuttosto che rimanere qui ad aspettare che sfondino il tetto…- Un calcinaccio piovve ai loro piedi e il ragazzo lo fissò quasi con rabbia. -E non mancherà molto, credo…-
Artysh si morse il labbro con così tanta forza da tagliarselo coi denti. Fissò il guerriero fuori di sé. -E lui?-
Senza dire una parola, Rohym si avvicinò a passi lesti, mentre intanto i tonfi sul tetto si moltiplicavano di frequenza ed intensità. Valgar brandiva la vanga in maniera quasi patetica. Come poteva essere un guerriero? Al ragazzo cominciò a balenare l’inquietante dubbio che forse Morphis era caduta in una notte sola per altri motivi…
-Vieni! Andiamo!- e cercò di afferrarlo per un braccio. Dovette farsi indietro quando per poco il soldato non gli piantò la vanga nel volto. Digrignò i denti e si fece di nuovo sotto, mentre sopra di lui i tonfi cominciavano a fare scricchiolare l’intera costruzione.
-Dai! Alzati! Muoviti!-
-NO! NO!- urlò il guerriero agitando l’attrezzo per tenerlo lontano. Artysh si avvicinò per dare man forte all’amico, quando ad un certo punto notò qualcosa di strano nel muro. Una crepa, che si allargava sempre più.
-Rohym!- gridò, e lo strattonò all’indietro, lontano dal guerriero. Lo slancio fu tale che entrambi finirono sul terreno cosparso di paglia. Uno scricchiolio sordo si fece strada nell’aria. Valgar urlò in maniera incontrollata quando ad un certo punto dal muro alle sue spalle sbucarono all’improvviso due braccia possenti, che lo trapassarono come se non fosse esistito. Ghermirono il guerriero vociante tirandolo contro il muro ormai rotto in più punti, e lo trascinarono all’esterno. Alle orecchie dei due ragazzi giunsero le sue grida disperate, finché uno schiocco, come una mascella che scatta al pari di una tagliola, pose fine alla sua voce. Dopo qualche secondo, attraverso l’apertura fecero capolino due occhi rossi come il fuoco, rilucenti nell’oscurità. Un lampo alle spalle della creatura ne fece risaltare maggiormente la possente sagoma: muscoli, ali, artigli, ed una coda che sferzava l’aria come un serpente in collera.
-Andiamo!- urlò Rohym.
Si alzarono rapidamente correndo verso il portone per poi togliere la spranga. Spinsero con forza, mentre alle spalle si udiva lo sgretolarsi dei calcinacci mentre la bestia cercava di penetrare all’interno. Non appena il passaggio fu sufficientemente ampio, Rohym vi si gettò fuori, seguito a ruota da Artysh. Di nuovo il mondo si riempì di pioggia, di urla sempre più scemanti.
Dal tetto della stalla s’accrebbe un ruggito che dominò la valle, e ben presto alle orecchie dei ragazzi arrivò il suono di qualcosa che si levava in volo. Stavano arrivando, dritti su di loro, come falchi verso le prede. Rohym accelerò il passo, cercando i guadagnare i primi alberi, e Artysh lo affiancò ben presto. Già sentiva il respiro mozzo, già le gambe gli bruciavano dal gran correre, ma non osava fermarsi, né tantomeno guardarsi indietro. L’umidità dell’aria gli stava ferendo i polmoni come la lama di un coltello.
Artysh urlò qualcosa che nel frastuono del temporale non riuscì a capire. Continuò a correre, senza voltarsi. Poi accanto a lui un albero. Un altro. Una moltitudine. Un principio di foresta. Rohym sapeva che mancava ancora almeno un miglio prima di cominciare a percorrere le pendici del Picco Oblungo. Così tanta distanza… così pochi i mezzi a disposizione, solo la forza nelle gambe e la loro volontà. E anche il terrore.
Sopra di loro, attraverso le fronde, i lampi a tratti facevano scorgere delle forme in volo, che si aggiravano come uno stormo di avvoltoi che avevano fiutato la carcassa di un cadavere.
E in lontananza, le grida di Damshar, le ultime urla di un villaggio morente. Rohym non poté mai dire con certezza se ciò che gli rigava il volto fossero lacrime o gocce di pioggia. La morte del padre… quella scena… una morte che non meritava, che non doveva accadere… che non poteva essere successa in maniera così indegna…
Stavolta, quando Artysh urlò, il ragazzo capì bene le sue parole.
-Rohym! Sopra di noi! Sopra!-
Alzò lo sguardo appena in tempo per poter reagire a quanto stava accadendo. Qualcosa stava letteralmente precipitando addosso a loro. Rohym agì d’istinto e scartò di lato, e per l’impeto della corsa quasi non finì a terra. Una massa informe cadde al suolo, frantumando ogni ramo che incontrò durante la sua caduta, finché non si impiantò al suolo, proprio in mezzo ai due ragazzi. Era il cadavere di un uomo, orrendamente mutilato in più punti. Ad Artysh scappò un grido quando riconobbe Bills.
E dopo qualche secondo, un ruggito di belva, dolorosamente prorompente, annunciò qualcos’altro in piena caduta libera.
Atterrò proprio di fronte a Rohym, piantando gli artigli nel petto del cadavere maciullato, quasi come se l’avesse usato per attutire l’atterraggio. La prima cosa che il ragazzo vide fu le sue zanne, che risplendevano nella luce dei lampi che riusciva a trapelare attraverso le fronde. Per il resto, la notte lo ammantava quasi come un mantello, e pochi dettagli colpivano l’occhio. Ali immense, artigli, una coda saettante… la sagoma di un paio di corna, forse…?
Non ci fu tempo per realizzare l’aspetto della creatura. Questa gli balzò addosso.
L’istinto fu la sola cosa a salvare Rohym da quella mossa. Anziché indietreggiare, il suo primo impulso fu di scartare di lato, tuffandosi più lontano possibile. Si imbrattò di fango da capo a piedi, mentre il ruggito di fallimento della creatura risuonava nelle sue orecchie. L’attacco però non fallì del tutto. Si sentì trattenere per il mantello, e il legaccio che lo chiudeva gli strinse il collo, togliendogli il respiro. Gemette e se ne sbarazzò rapidamente, liberandosi dalla presa e rotolando al suolo. Non ebbe nemmeno il tempo di alzarsi che il mostro gli arrivò addosso.
Qualcosa raggiunse la nuca della creatura, con uno schianto secco. Un pesante ramo. Artysh gliel’aveva lanciato con tutta la forza che aveva in corpo, ed ora ne brandiva un altro, a mo’ di mazza. Quel gesto, seppur di poco conto, riuscì a distrarre il mostro dai suoi intenti. La bestia si girò lentamente, verso di lui, e ringhiò, sfoderando le zanne. Lo scrutò per un bel pezzo, come se stesse valutando la preda che si trovava di fronte.
-Artysh!- urlò Rohym, strisciando all’indietro. -Vattene! VATTENE! CORRI!-
Parole gettate al vento. L’amico non si mosse, e serrò maggiormente la presa sul ramo viscido di pioggia. La creatura acuì il ringhio, come ad accettare la sfida, e accovacciandosi sulle quattro zampe si preparò a saltare.
-NO, ARTYSH!- fu l’urlo disperato di Rohym.
Sguainò il machete in un attimo e si lanciò verso la creatura, cercando di colpirla alle spalle. Fu rapido, ma non abbastanza. La creatura si voltò con un ampio gesto fulmineo. Rohym non ebbe nemmeno il tempo di realizzare quanto stava accadendo. Un dolore bruciante gli afferrò il petto, e la violenza del colpo lo fece volare all’indietro di almeno una mezza dozzina di passi. Rohym batté la schiena al suolo, sprizzando fango ovunque. Il petto gli doleva al respiro. Vi portò una mano tremante percependo delle ferite, e sentì il calore del sangue.
-Rohym!- urlò Artysh, poi la sua visuale venne oscurata dalla creatura incombente. La rabbia e la paura lo fecero scattare, e sferrò un colpo col pesante ramo. La creatura alzò un braccio, e la mazza improvvisata vi si infranse spezzandosi in due di netto. Artysh indietreggiò, terrorizzato, col moncherino ancora stretto in mano. La bestia umanoide ringhiò e saltò. Si gettò su Artysh, afferrandolo per un braccio, e con un balzo si proiettò oltre le fronde, spiccando il volo.
Lo stava trascinando nel cielo.
-NO!- urlò Rohym, cercando di alzarsi in piedi. -ARTYSH!-
Scivolò, cadde, si rialzò di nuovo, e tenendosi un braccio schiacciato contro il petto provò a correre, invano. Li vide sparire nel cielo, entrambi, e le grida di Artysh si persero nei tuoni.
Scomparvero.
Rohym era rimasto solo. Quattro squarci, seppur lievi, sul petto, spiccavano vividi e dolorosamente pulsanti. Continuava a fissare il cielo come se sperasse di poter rivedere l’amico… ma non scorse altro che nubi pesanti, cariche di pioggia, di fulmini.
No. No. No, no, no.
Non cessava di ripeterselo. La sua mente stentava ad accettare quanto si era appena presentato ai suoi occhi…
-NO!- fu il suo urlo di disperazione. Cadde in ginocchio, pestando un pugno nel fango, con l’unico risultato di imbrattarsi anche il volto con gli schizzi della melma. Urlò ancora, di rabbia, di disperazione, mentre la pioggia sferzava la foresta, incurante di lui o di quanto stava accadendo.
Artysh non c’era più. Era stato trascinato via davanti ai suoi occhi. Quella consapevolezza gli martellava nella testa come se gli facessero gocciolare un unguento bollente su delle ferite ancora aperte.
Si alzò dopo quella che sembrò un’eternità. Non riusciva quasi a sollevare il volto. In lontananza, avvertì qualche rumore ancora: forse un crollo, o un’esplosione. Chissà. Non riuscì a capirne la natura. In un certo senso quasi non gli interessava.
Un ruggito, un po’ più in lontananza. Rohym si voltò lentamente, come se ci avesse fatto appena caso, come se non gli importasse più nulla di quanto stava accadendo. Il suo sguardo era vacuo, il suo animo greve come le nubi.
Poi mosse un passo. Incerto, debole, pesante. Poi un altro. Un altro ancora. Cominciò a camminare, piegandosi per vincere l’inclinazione del terreno che diveniva sempre più ripido. Si diresse alle falde del Picco Oblungo, mentre i ruggiti si facevano sempre più lontani, come echi di quella notte di morte.



Da quanto camminava, da quanto stava salendo, era impossibile per lui dirlo. Non riusciva a rendersi conto nemmeno che direzione aveva imboccato. Semplicemente continuava a percorrere il declivio che si faceva sempre più impervio. L’aria carica di pioggia gli rendeva difficile il respiro, e lo squarcio sul petto, sebbene non fosse molto profondo, non lo aiutava di certo.
Rohym continuava a fissare il terreno, la bocca mezza aperta intenta a respirare, o meglio, boccheggiare sempre più faticosamente ad ogni passo che faceva. Sfinito dalla stanchezza, dal dolore, dall’orrore, l’unica cosa che lo faceva andare avanti era la forza di volontà. Dopo qualche metro, oscillò pericolosamente, e fu costretto a sostenersi ad uno dei tronchi nodosi per non cadere a terra.
Solo allora si guardò indietro, per la prima volta.
Era salito di quota, forse qualche centinaio di metri, e da quel versante era possibile scorgere l’intera valle del Gharra. Nella notte temporalesca, non si riusciva a scorgere altro che un ammasso informe scuro al posto della foresta. Solo un punto era illuminato, ma nel cuore di Rohym si faceva strada l’amara consapevolezza che non erano le luci delle fiaccole che rischiaravano il villaggio, né tantomeno il grande falò delle serate dei racconti. Quello che vedeva erano fuochi di distruzione. Damshar era caduto in una sola notte, la sua gente uccisa come bestie. Come Morphis, prima di esso.
E lui, con quella ferita al petto, era Valgar. Ferito, in fuga, con l’orrore negli occhi e nella mente.
Rimase a fissare la valle per un bel pezzo. Fumo nero saliva verso il cielo, mentre la pioggia, ora più sottile, cominciava a smorzare le fiamme. Doveva essere saltato il deposito di pece o quello dell’olio per le lanterne. La luce fugace illuminava un paesaggio completamente devastato, ora silenzioso, innaturalmente quieto.
Tutto, in una notte. In una sola notte.
Rohym gemette. Le ferite al petto ora cominciavano a fargli veramente male. Vi pose una mano sopra: l’emorragia stava scemando, ma gli squarci non andavano assolutamente trascurati. Era però troppo distrutto per porvi pensiero. Altri pensieri gli stavano torturando la mente, dolorosi come colpi di coltello.
Suo padre. Artysh. La sua gente.
Tutti morti, tutto il suo mondo era sparito in un lasso di tempo lungo come un respiro.
Continuò a salire. Ormai non sapeva perché lo facesse. Il Picco Oblungo non era forse un luogo più sicuro delle creature che avevano sterminato Damshar, tuttavia c’era qualcosa di protettivo in quelle piante che si attorcigliavano sopra di lui, in quegli spazi oscuri così silenziosi e cupi. Anche la valle, ormai, era immersa nella quiete. Nubi a parte, il cielo ormai era sgombro, e nessun ruggito sferzava il Gharra da almeno una manciata di minuti. Solo il silenzio della morte e dell’immobilità regnava sul territorio, e laddove prima c’era un villaggio, ora si ergeva solo un ammasso di macerie.
E Rohym saliva, saliva.
La pioggia battente si era tramutata in una pioviggine di cui appena percepiva la presenza. Ben più grosse, invece, erano le gocce che cadevano dalle fronde che lo sovrastavano, e battevano duramente su di lui. Ben presto si ritrovò letteralmente a trascinare i piedi. Era completamente sfinito.
Non sapeva dove andare, non sapeva cosa fare. Camminava e basta. Ormai era la forza di volontà a farlo proseguire, non quella fisica.
Artysh è morto.
Morto.

Come tutti. Tutto il suo mondo era morto.
Tranne lui.
Il declivio stava diventando sempre più ripido, o così almeno gli sembrava. Il respiro continuava a farsi sempre più pesante. Il terreno ricoperto di erba e muschio si stava facendo sempre più spoglio, con massi che pian piano sbucavano tra un albero e l’altro. I momenti in cui doveva appoggiarsi a qualcosa per sostenersi stavano diventando sempre più frequenti, tuttavia proseguiva imperterrito, senza nemmeno sapere da che parte stesse andando o dove cercasse di giungere.
Cosa cercava? Aiuto? Speranza? Nemmeno focalizzava cosa continuasse a spingerlo sempre più verso la sommità…
Un rumore. Come di rami spezzati.
Rohym alzò finalmente il capo dal terreno. Si guardò intorno, ma le tenebre erano fitte e non riusciva a capire molto del paesaggio circostante. Se solo il cielo si fosse aperto un po’ di più avrebbe potuto godere della luce della luna, ma non beneficiava nemmeno di quella. La mano strinse con forza il machete; non l’aveva abbandonato un solo istante da quando l’aveva sguainato l’ultima volta.
Movimento. A destra.
Il cuore del ragazzo sobbalzò. Continuava a saettare con gli occhi da una parte all’altra, nel tentativo di scorgere qualcosa. Improvvisamente avvertì un mutamento nell’aria, come qualcosa che sfrecciava rapidamente. Qualcosa che stava volando sopra di lui.
No.
Fu un attimo, e si ritrovò a correre, sebbene ormai non avesse quasi le energie per reggersi in piedi. Sentiva il cuore che sembrava volesse sfondargli le orecchie. Non osava ancora alzare lo sguardo, tuttavia riuscì perfettamente ad udire l’aria che veniva tagliata da qualcosa, sibilando.
Ali.
L’avevano trovato.
Il terrore che cresceva in lui si stava impadronendo anche degli ultimi brandelli di lucidità. Si mise a correre senza criterio, cercando di infiltrarsi nella macchia, nel tentativo di far perdere le proprie tracce. Tuttavia, per quanto corresse, sentiva che qualsiasi cosa lo braccasse non era in difficoltà nel seguire le sue mosse.
Sbucò improvvisamente in un tratto senz’alberi e si fermò di botto.
Davanti a lui, si affacciava uno strapiombo, ampio e profondo. Rohym imprecò sordamente, con la disperazione che cominciava a soffocarlo più dell’aria carica di pioggia. Si era cacciato in trappola praticamente con le sue mani. Quando si voltò per tornare indietro, si bloccò prima ancora di compiere un passo.
Un’immensa creatura alata lo fronteggiava, a circa sei metri di distanza. Un altro esemplare della stessa risma di quelli che avevano attaccato Damshar. In quel preciso istante la luna fu così misericordiosa da riuscire a far filtrare i suoi raggi attraverso le nubi sempre più rade, permettendo un minimo di luce. Vennero così in risalto alcuni dettagli della bestia che non aveva notato prima. Il colore della sua pelle era di un grigio roccia, e la posizione eretta lo faceva assomigliare molto ad un uomo, sennonché poggiava il peso sulle dita delle zampe posteriori, alla stessa stregua dei gatti. Le gambe erano leggermente più piegate di quelle di un uomo, ma la stazza della creatura era pressoché enorme: superava Rohym almeno di due o tre braccia. Le quattro zampe erano dotate di artigli, la bocca era piegata in una sorta di ringhio silenzioso, e Rohym riuscì a scorgere quattro zanne al posto dei consueti canini. Il muso della creatura, comunque, gli ricordava molto quello di un umano, sebbene i lineamenti degli zigomi e della mascella fossero molto più duri, bestiali, per non parlare anche delle doppie corna, di piccole dimensioni, che aveva al posto delle sopracciglia.
E quegli occhi… lo fissavano incessantemente. Due occhi che sembravano forieri di luce, tanto brillavano nell’oscurità.
Rohym indietreggiò, a pochi passi dallo strapiombo. Lo sforzo della corsa stava cominciando a reclamare il suo tributo: le ferite al petto gli dolevano in modo pazzesco, e al posto dei polmoni si sentiva due sacchi colmi d’acqua. Alzò la mano armata, tremante, puntandogliela contro.
-Sta’ indietro…- sibilò.
Per tutta risposta la creatura avanzò di un passo. Rohym indietreggiò ancora, e quando la vide avvicinarsi nuovamente, reagì d’istinto, e scagliò il machete cercando di colpirla alla testa. Mancò di una spanna, e la lama si impiantò nella spalla dell’essere, che ringhiò, non si poteva capire se per il dolore, la rabbia, o entrambe le cose. Ma sembrò quasi non accusare il colpo, e continuò ad avanzare imperterrito, portandosi ormai a pochi passi da lui.
Rohym non sapeva più cosa fare. Lo avvolse una specie di calma protettiva, una sorta di consapevolezza, la sicurezza che non poteva fare nient’altro, né reagire né scappare. Ferito, esausto, senza scampo. Gettò un vago sguardo allo strapiombo alle sue spalle, poi guardò nuovamente la creatura, con una vista sempre più appannata dalla fatica. Stava per svenire? Forse. Ma ormai non aveva più importanza…
-Non mi avrai, maledetto…- mormorò quasi beffardamente, con un mezzo ghigno dipinto sulle labbra.
Si lasciò cadere all’indietro. L’aria lo accolse, fredda, come un cuscino di ghiaccio. Stava perdendo i sensi, forse sarebbe caduto nell’incoscienza prima ancora di morire. Per mezzo secondo, il frastuono del vento fu l’unico suono che gli riempiva le orecchie, finché non si udì un verso molto più agghiacciante. Un ruggito. Rohym se ne rese conto, ma era lontano, distante, insignificante. Nell’ultimo brandello di vista concessogli, gli parve di vedere qualcosa spiegare le ali e gettarsi nel cielo.
Di nuovo il ruggito. Stavolta era più vicino.
Due braccia protese nella sua direzione, due mani artigliate che si stavano avvicinando a lui.
Infine il buio, e il silenzio.




Titolo: Il Ghaor - Capitolo III
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Akhayla
Aggiunto: October 4th 2007
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