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Il Ghaor - Capitolo II

IL MESSAGGERO

Fedra scalpitava guardando il suo padrone con un’espressione che, se rapportata ad un viso umano, poteva benissimo essere l’immagine della perplessità. L’alba era appena nata sul mondo, e sulla valle, e lei era ben consapevole che di lì a pochi minuti sarebbe stata imbastita coi finimenti e sarebbe stata lanciata al galoppo per la radura del Gharra, una corsa che l’avrebbe spinta fino a metà della valle per poi deviare e tornare indietro, una lunga corsa liberatoria. Ma era da qualche giorno che il suo padrone non la tirava fuori dal box, giorni in cui si limitava al massimo a portarla nel recinto esterno per farle sgranchire i muscoli. Giorni lunghi ed estenuanti, in cui le prudevano le zampe dalla gran voglia di correre, dalla gran tentazione di saltare oltre la palizzata che rimpiccioliva il suo mondo.
Tutto a partire da quella notte.
Rohym passava con energia la spazzola sul pelame di velluto della cavalla, con lo sguardo perso nel vuoto. L’aria frizzante del primissimo mattino gli solleticava le guance, facendogliele arrossare. Avrebbe dovuto radunare il covone di fieno al riparo, in vista dell’imminente stagione delle piogge. Avrebbe dovuto trasportare la legna sotto la tettoia della stalla, per evitare che si infradiciasse, dato che il porticato non era sufficientemente robusto e ampio per poterla riparare dai forti acquazzoni che da lì al massimo un paio di settimane avrebbero scosso l’intera valle, ottenebrandola in un tetto di nubi nere e temporalesche. Avrebbe dovuto fare molte cose… eppure eccolo là, a strigliare distrattamente la propria cavalla, che ogni tanto sbruffava come se si rendesse conto che non le stava dando la giusta attenzione, con la mente che vagava in tutt’altre direzioni, che si ingarbugliavano fra loro in una matassa difficile da districare finendo per fondersi in una sola linea di pensiero che lo portava indiscutibilmente al Picco Oblungo, e a ciò che era successo solo una settimana prima.
Dalla notte in cui si era verificato quello strano fenomeno, tutti quanti nel villaggio avevano alzato la guardia, non solo lui. La memoria storica di Damshar, o almeno degli anziani che vi abitavano, non custodiva nulla di simile; per questo a poco a poco le finestre avevano cominciato ad essere sbarrate, e le porte rinforzate con ogni contrappeso o puntello di sorta. Questo stato d’ansia era durato cinque o sei giorni, durante il quale molti non avevano nemmeno voluto mettere il naso fuori di casa; ma dopo una quiete pressoché immota, la tensione si era man mano sciolta, e non essendo avvenuto alcun fatto strano nel frattempo, la questione, seppur non dimenticata, era pian piano passata in secondo piano, pur rimanendo nella testa di molti come un evento da ricordare e comunque da non trascurare.
Ciò nonostante, Rohym non riusciva ancora a togliersi quel senso di oppressione che aveva addosso. La cosa che lo inquietava maggiormente era il fatto che ne era segretamente affascinato. Prima di allora nessun evento particolare aveva segnato la sua vita: le giornate trascorrevano tra il lavoro nelle stalle, le battute di caccia nella boscaglia, le faccende quotidiane, le galoppate e le chiacchierate con Artysh. Non aveva mai risentito della monotonia di questo ritmo, tuttavia si sorprendeva come un evento così inquietante avesse scatenato in lui quella strana eccitazione. Forse era quello che innervosiva più del timore del pericolo stesso.
Andiamo... Non puoi sapere se rappresentava un pericolo. L’hai visto, non è accaduto nulla da allora. Quindi smettila, e non porvi più pensiero.
Tuttavia non riusciva a pensare ad altro. Dormiva ancora col machete sotto il cuscino, sebbene non sapesse nemmeno se potesse essergli davvero utile. Eppure lo faceva. Quel semplice gesto gli infondeva una specie di sicurezza, la sensazione di essere pronto ad ogni evenienza, sebbene sapesse che in effetti non rappresentava una grande difesa.
Fedra sbruffò. Era inquieta. Rohym le diede una pacca affettuosa sulla schiena carezzandole il collo con energia prima di riprendere a strigliarla. Sapeva che voleva galoppare e in effetti anche a lui mancavano le scorrerie nella valle; erano giorni, ormai, che non provava più l’ebbrezza che scandiva l’inizio delle sue giornate, quando lanciava la cavalla al galoppo. Eppure ora qualcosa lo tratteneva anche soltanto dall’allontanarsi da Damshar. Come se non volesse perdere d’occhio la situazione, come se temesse che nel momento in cui non fosse stato presente sarebbe accaduto qualcosa. Forse era così. Rohym si morse il labbro. Forse ne capiva anche il motivo, inconsciamente. Voleva trovarsi pronto non tanto per se stesso quanto per suo padre. Se fosse accaduto qualcosa, qualsiasi cosa, qualcosa che al momento non riusciva ad identificare in qualcosa di preciso, lui sarebbe stato totalmente indifeso. Era un’idea che non riusciva a sopportare.
-Rohym!- si sentì chiamare. Come evocato dai suoi pensieri, Ramosh fece capolino nella stalla. -Sei qui?-
Rohym si voltò verso l’ingresso, senza smettere la propria mansione. -Sì, padre. Hai bisogno?-
Per tutta risposta l’uomo avanzò verso l’interno. Ricordava a memoria la disposizione dell’interno della stalla, tanto che non ebbe bisogno di tastare o di appoggiarsi ad alcun muro. Giunse al box di Fedra, poggiandosi con i gomiti al cancello. -Abbiamo esaurito la carne. Dovremmo fare provviste. Se sei impegnato faccio una capatina da Kleath per comperare qualcosa…-
-No, andrò io. Ne approfitterò per passare a salutare Artysh. Da l’altro ieri è così impegnato nella fucina che non ha nemmeno il tempo di venire alle stalle.-
Ramosh sospirò come se la risposta del figlio non l’avesse soddisfatto.
-E’ parecchio che non vai a caccia. E Fedra è qui che scalpita tutto il giorno. Non è da te, Rohym. Ora dimmi cosa c’è che non va. Sarò cieco, ma capisco quando qualcosa ti turba.-
Rohym gettò la spazzola in un cantuccio e fissò il padre, senza sapere cosa dire. A dire il vero non riusciva a trovare le parole per spiegarsi, nulla che non includesse un significato ambiguo. Forse avrebbe risolto la questione semplicemente dicendo che non c’era nulla che lo preoccupasse, ma non era abituato a mentire. D’altronde, mostrare indifferenza avrebbe acuito i sospetti del padre, facendolo elucubrare sul motivo del suo comportamento, il che avrebbe comportato maggiore preoccupazione. Scelse quindi per la cosa che più desiderava, anche dagli altri: la sincerità.
-E’ vero, sono preoccupato. Per via di quanto è successo una settimana fa.-
-Ti riferisci alla luce rossa, e agli strani suoni che si sono sprigionati dal Picco?- Ramosh inarcò un sopracciglio. Conosceva ogni dettaglio: per qualche giorno a Damshar non si era parlato d’altro. Chi più, chi meno, ovviamente, aveva ingigantito la cosa.
-Esatto. Magari è stato qualcosa di isolato, qualcosa di… di… “naturale”… ma finché non riuscirò a spiegarmelo non voglio allontanarmi dal villaggio. Preferisco essere qui con te se le cose si dovessero mettere male…-
Suo padre si drizzò incrociando le braccia. -Non credi di esagerare?-
-Forse. Ma preferisco trovarmi pronto che impreparato… - Rohym si morse il labbro. In effetti quanto accaduto lo aveva letteralmente preso di sorpresa, e se ne era reso conto proprio in quell’istante.
La risata di suo padre che scoppiò improvvisa lo prese altrettanto alla sprovvista. -Per gli Dèi, Rohym, non ti riconosco più. Dov’è finito il ragazzino che sognava di scalare il Picco Oblungo? Dicevi di non averne paura. Dicevi che tutte le storie sono fandonie, e avresti dimostrato il contrario calcandone le pendici. E ora ti ritrovo qui a tremare come una foglia.-
-Io ho paura per te- disse Rohym di getto. -Non tanto per me.-
Quelle parole galleggiarono a lungo fra loro due. Fu Ramosh a spezzare il silenzio. -Apprezzo la tua preoccupazione, figliolo. Ma non puoi condurre una vita da recluso solo perché temi che possa accadere qualcosa. Considera che sono passati alcuni giorni, e nulla ha turbato la quiete del villaggio. Non un solo evento strano. Anche gli animali sono tranquilli. A parte Fedra: è parecchio che non le dedichi l’attenzione adeguata… La si sente scalpitare e nitrire fin dentro casa!-
Rohym volse uno sguardo rassegnato alla cavalla, che sbruffò come ad avallare le parole dell’uomo. Sapeva che il padre aveva ragione, tuttavia non riusciva a togliersi quell’inquietudine di dosso.
-Ora va’ pure a caccia. Abbiamo bisogno di carne fresca, e non sempre mi fido della qualità della carne di Kleath… non se si ostina a non far brucare le mucche ai pascoli adeguati… Va’, ora, subito. Altrimenti prendo Fedra e la vendo.-
Lo disse con un tono così serio che Rohym fu colto da panico autentico. -Non puoi farlo!-
-Sì, se non la tratti come si conviene. Non ho bisogno della vista per capire che sta soffrendo dell’inattività. Quindi se non la sento galoppare nei prossimi cinque minuti, vado da Bills per vendergliela.-
Rohym sospirò e rimase silenzioso per qualche attimo prima di parlare di nuovo. -Agli ordini. Ma almeno fammi un favore: resta in casa mentre io non ci sono. Almeno questo.-
-Accordato. Ma ora va’…-
Ramosh fece voltafaccia e senza più aggiungere altro si diresse verso l’uscita, con un passo quasi troppo sicuro per essere un cieco. Rohym lo guardò uscire dalla stalla prima di cominciare ad imbastire Fedra con i finimenti. -Ora capisco da chi ho preso la mia cocciutaggine- commentò a bassa voce, e Fedra sbruffò arricciando le labbra e scoprendo i denti, come a rimproverarlo.



Il silenzio dominava la boscaglia. Non un alito di vento, non un muoversi di foglia o ramo. Nemmeno i passi di Rohym erano udibili, attutiti dal soffice muschio che tappezzava il suolo del sottobosco. Teneva un fiero arco da caccia in mano, la freccia incoccata. Aveva lasciato Fedra ad abbeverarsi presso il torrente Hator, e si era addentrato da solo nel folto, tutti i sensi all’erta. Era stato finanche fortunato: dopo appena mezz’ora di cammino, aveva scovato delle tracce fresche: orme di cervo. E a giudicare dalla grandezza delle impronte, doveva anche trattarsi di un fiero esemplare che avrebbe di certo assicurato una scorta di carne per parecchio tempo.
In quel particolare punto del bosco, la vegetazione non era molto intricata, tuttavia gli alberi erano prodighi di fogliame, che molto spesso era sufficiente a nascondere la visuale panoramica del cielo. Rohym cominciava a diventare nervoso. In tutti quei giorni, teneva d’occhio il Picco Oblungo ogni qual volta gli si presentava l’occasione. Ora non poterlo vedere gli infondeva un senso di soffocamento che si stava tramutando in ansia.
Scosse la testa e cercò di concentrarsi quanto più possibile nella battuta di caccia. Continuava a fissare il tratto erboso di fronte a sé per non perdere le tracce, fermandosi di tanto in tanto per trarre un sorso d’acqua dalla borraccia che portava a tracolla. Il clima torrido in quei giorni non dava tregua, e l’umidità del bosco non aiutava certo la situazione, tuttavia Rohym sapeva benissimo che doveva godersi quel periodo: presto sarebbe giunta la stagione delle forti tempeste, e avrebbe rimpianto quel caldo e il sole cocente che filtrava attraverso i rami degli alberi, inondando il mondo di luce e calore.
Quanto si era allontanato? Quando tempo era trascorso? Troppo. Il sole era già alto. Esaminò attentamente le tracce che agli occhi dei più dovevano essere invisibili, ma che non potevano ingannare la sua vista esperta. Erano piuttosto fresche: forse l’animale non poteva essere lontano che qualche centinaio di metri. Incoraggiato da questa prospettiva, accelerò il passo, soffermandosi il tempo necessario per tenere sotto controllo l’ambiente circostante e prestare orecchio ad ogni rumore.
Un fruscio. Si bloccò, col cuore in gola, e d’istinto si appiattì contro il tronco di un albero vicino pregando di essersi messo sufficientemente al riparo. Sbirciò oltre l’ostacolo visivo della pianta, addentrando lo sguardo nel folto e umido sottobosco, fino a che non scorse movimento, verso sinistra. Aguzzò la vista, mentre intanto le dita tesero impercettibilmente la corda dell’arco con la freccia incoccata. Un rumore di ramoscelli calpestati lievemente. Una camminata da quadrupede. Rohym trattenne il respiro per poter udire distintamente. Ben presto la sagoma di un cervo sbucò da alcuni alti cespugli. Chinò il muso al suolo, la piccola coda che saettava da una parte all’altra, perennemente nervosa.
Il ragazzo sorrise mentre pian piano posizionava l’arco e lo tendeva sempre più, trasalendo ogni qualvolta la corda che veniva tesa emetteva qualche suono di troppo. Prese la mira, studiando attentamente ogni mossa della preda, intuendo ogni più piccolo movimento. La sua posizione era ottimale per riuscire a colpirlo in qualche punto vitale. Quando l’arco fu teso al massimo, trattenne il respiro per non pregiudicare l’esito del colpo.
Improvvisamente il cervo drizzò il collo tendendo nervosamente le orecchie. Ci volle un solo secondo perché scattasse via, correndo e infilandosi nuovamente nel folto, ad una velocità tale che fu quasi impossibile seguirlo con lo sguardo. Rohym abbassò l’arco, reprimendo a fatica un gesto di stizza. Ce l’aveva a tiro! E gli era sfuggito da sotto il naso. Forse aveva fatto troppo rumore e si era spaventato, o forse era stato così ingenuo da porsi sopravento…
Uno scricchiolio. Il ragazzo sobbalzò e tese le orecchie a sua volta. Il rumore si ripeté, stavolta anche più forte. Rohym imbracciò nuovamente l’arco. Questa volta il suono era caratteristico: i passi cadenzati e pesanti di un uomo, quasi trascinati. Un altro cacciatore? Ne dubitava. Non avrebbe fatto tutto quel baccano. Per di più non c’erano molti cacciatori nel Damshar, erano tutti prevalentemente agricoltori e allevatori. Non tutti anelavano a trascorrere le giornate nella foresta, specialmente a faticare per trovare il cibo.
-Chi va là?- esordì, con voce ferma.
Alcuni cespugli si mossero davanti a lui. La freccia sull’arco di Rohym tremava sia per la tensione dell’arco sia per quella del ragazzo stesso. Infine qualcosa sbucò da oltre gli arbusti, e quando accadde, la sorpresa e lo sgomento del ragazzo fu tale che per poco non lasciò andare il dardo. Abbassò l’arco, rimanendo immobile, impreparato a ciò che aveva davanti agli occhi.
Un uomo era a pochi metri da lui. Un volto nuovo, che non apparteneva a Damshar. Dalle vesti che aveva sembrava un guerriero: due rozzi paraspalle, qualche protezione che gli riparava le braccia, ma nessuna arma. Avanzava lentamente, trascinando i passi, con un’espressione quasi assente sul volto. Ciò che davvero stonava in lui era ciò che aveva sul petto: cinque squarci paralleli correvano dalla spalla destra fin quasi al fianco sinistro, e spiccavano lucidi e vermigli sulle vesti lacere dell’individuo. L’uomo lo fissava, la bocca aperta come se volesse parlare, ma senza dire una parola.
Rohym fu talmente preso alla sprovvista che all’inizio non seppe davvero cosa fare. Fu quando vide l’altro barcollare che si precipitò da lui. Lo sorresse tenendolo per le ascelle, e si accovacciò accompagnandolo fino al suolo in modo da reggerlo con le braccia. -Ehi!- lo chiamò, mentre lo sguardo si posava sulle ferite. Non erano molto profonde, ma nemmeno trascurabili. Sotto le sue mani, l’uomo tremava come in preda alla febbre, ed era ricoperto da un sudore freddo.
Agì d’istinto afferrando la borraccia a tracolla e facendogli bere qualche sorso. Lo straniero aprì leggermente gli occhi fissando il ragazzo. Cercò di articolare qualcosa, ma era come se ogni singolo respiro gli costasse un’enorme fatica. Alla fine sussurrò solo una parola, -… Attacco…- prima di abbandonarsi svenuto tra le braccia di Rohym.



Fuori dalla casupola si era radunata una piccola folla. Molti di loro, specie i ragazzini, si accalcavano cercando di occupare il posto migliore per sbirciare attraverso le persiane semiaperte. L’arrivo dello straniero a Damshar aveva subito acceso gli animi. Non era una novità che transitassero persone esterne alla valle, ma mai prima d’ora si era visto un guerriero, tantomeno ferito a quel modo.
Rohym ravvivò le fiamme nel focolare, cercando di scaldare un altro pentolone d’acqua. Contemplava l’uomo sdraiato nella branda, che gemeva lievemente, pur restando in stato di incoscienza, e le mani di Maugor, l’unico guaritore del villaggio, correvano sul suo petto spalmando una strana poltiglia biancastra che aveva ricavato da un impasto d’erbe. Definire Maugor un guaritore era in effetti un eufemismo, dato che gli effetti collaterali dei suoi intrugli a volte erano più insopportabili del male stesso; tuttavia era l’unica persona nel centro abitato che avesse un minimo di cognizione su come si curassero alcune malattie, e si era specializzato nella cicatrizzazione delle ferite, dato che non era raro che gli uomini si ferissero, tanto banalmente quanto seriamente, con gli attrezzi da lavoro.
-Rohym, vieni qui. Aiutami a tenerlo fermo.-
Il ragazzo si rialzò in piedi affiancando il guaritore. Per terra giacevano alcune bende sporche di sangue, che aveva usato per pulire e tamponare gli squarci. Maugor se ne sbarazzò con una pedata mentre intanto preparava una piccola garza su cui aveva spalmato una strana poltiglia biancastra. -Devo chiudergli quelle ferite, o non guariranno mai. Tienilo fermo, altrimenti potrebbe allargarle più di quanto già non lo siano. Tienilo per le braccia.-
Rohym ubbidì e si posizionò sulla testiera del letto, afferrando le braccia dell’uomo per immobilizzarlo sul letto. Maugor strofinò per qualche secondo la garza su se stessa per distribuire uniformemente il denso impiastro per poi chinarsi sull’uomo ferito. Passò qualche secondo di completa immobilità prima che improvvisamente il corpo dell’uomo, seppur incosciente, si contrasse in uno spasmo di dolore. Rohym lo tenne inchiodato al letto cercando di non farlo agitare, mentre Maugor si affrettava ad applicare l’unguento per chiudere gli squarci, ammorbidendo la pelle di tanto in tanto con un panno imbevuto d’acqua calda.
-Dici che sopravvivrà?-
-Forse. Sembra un uomo di forte fibra, ma le ferite sono serie. E per di più vecchie, almeno di qualche giorno. Se ha perso troppo sangue, non vedrà l’alba di domani…-
Rohym si morse il labbro udendo quelle parole che tanto sapevano di sentenza. Trattenne i movimenti dell’uomo finché Maugor non terminò di medicarlo, spalmando l’impacco in maniera uniforme. Solo allora lo liberò dalla stretta, constatando che comunque il ferito non aveva alcuna intenzione di muoversi. Non riusciva a capire se fosse svenuto o meno.
Udì delle voci concitate all’esterno. Alzò lo sguardo e vide parecchi volti sbirciare cercando ogni minimo spiraglio di visuale concessa dalle persiane. Rohym digrignò i denti, un poco seccato. Comprendeva la curiosità della gente, ma così era esasperante. Già quando era giunto a Damshar col ferito caricato sulla groppa di Fedra, era stato circondato da una vera e propria folla di persone, tutte a chiedere chi fosse e da dove venisse. Quasi si erano dimenticati che aveva bisogno di cure, ed era stato Rohym stesso a portarlo a casa del guaritore. Come a leggergli nel pensiero, Maugor indicò la porta con un cenno del mento. -Cacciali via, Rohym. Non può riposare come si deve con questo vociare da mercato!-
Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte. Abbandonò il capezzale del ferito e sgusciò rapidamente fuori dalla casupola, storcendo il naso quando venne accerchiato dalla gente avida di sapere che lo affollarono con mille domande.
-Ma chi è?-
-Dove l’hai trovato?-
-Da dove viene?-
-Sei sicuro che non sia un ricercato in fuga?-
Rohym fu costretto a tapparsi le orecchie con le mani. Lo stavano letteralmente assordando, e dire che non erano più di venti persone. Dopo qualche secondo di fitto vociare, fu lui ad alzare la propria e a dominare le altre: -La volete smettere? Lasciatelo riprendere! E’ inutile che vi ammassiate qui come le galline sulle briciole. Ne so quanto voi. Le risposte a tempo debito: prima lasciatelo guarire, sapete meglio di me che i morti non parlano!-
Quella semplice frase fu sufficiente a calmare la maggior parte degli animi, seppur non tutti. Rohym sospirò e invitò anche i recalcitranti ad allontanarsi dal porticato. In tutta sincerità, se il ferito fosse stato lui, gli avrebbe dato un gran fastidio essere oggetto di tale curiosità. Sospirò mentre tutti, seppur controvoglia, tornavano alle regolari mansioni. Rohym sospirò per sciogliere i nervi, passandosi una mano nei capelli. Era già stanco. Ed era solo a metà giornata.
Rientrò lentamente nella dimora. Maugor stava bollendo delle bende nel paiolo d’acqua. Il ragazzo lo affiancò accovacciandosi di fronte al focolare. -Prima ancora della salute si preoccupano dell’identità…-
-Non è poi così strano. Chi può sapere chi percorre il Gharra, di questi tempi? E’ una terra libera, e il fatto che Damshar sia l’unico villaggio non significa certo che noi siamo gli unici abitanti della valle…-
Rohym fece spallucce osservando il giaciglio del ferito. -Secondo te cosa può essere stato? Un orso? In questa stagione sono spesso a caccia.-
Dopo qualche secondo di silenzio, Maugor scosse la testa. -Non credo proprio.-
Tre parole che fecero aggrottare la fronte al ragazzo. Come a leggergli nel pensiero, il guaritore gli fece cenno di alzarsi e seguirlo fino al capezzale del guerriero. -Osserva bene- disse indicando gli squarci che aveva sul petto. -Sono ben cinque, e gli orsi al massimo ne lasciano quattro. E poi guarda…- Protese la mano contraendo le dita, e posandosi qualche pollice sopra le ferite la fece scorrere come ad artigliarle. -Diversa profondità, quindi diversa forza per ognuno. E’ come se fosse stata una mano… ma molto più grande della mia…-
Rohym non disse niente. Rimase solo a guardare gli squarci, riflettendo su quelle parole. E per un attimo, capì che forse la gente che prima era là fuori non era la sola che desiderava scoprire la verità su quell’uomo.



-Una mano, hai detto?-
Ramosh aggrottò la fronte. Il racconto del figlio lo aveva lasciato parecchio perplesso. Dal suo canto, anche Rohym non avrebbe saputo spiegarsi meglio, e si stava via via convincendo che l’ipotesi di Maugor fosse più che azzeccata.
-Già. In effetti tutto fa sembrare come dice lui. Non sembra una ferita da animale. Troppo grossa.-
-Come fai a dirlo?-
-Non lo so. Forse perché non so dargli altra spiegazione…-
Rohym continuava a fissare il fuoco. Nella testa galleggiava l’unica parola che lo straniero era riuscito a mormorargli prima di perdere conoscenza. Attacco. Poteva dire qualsiasi cosa, ma dette dalle labbra di un guerriero il cerchio si restringeva, e di parecchio anche. Tuttavia non sapeva trovare una versione della storia che potesse convincerlo.
-Tu credi che…-
Ramosh alzò un sopracciglio in attesa che il figlio terminasse la frase in sospeso. Ma Rohym non lo fece. Non riusciva a dare voce ai suoi timori. Quei cinque squarci continuavano a danzargli davanti agli occhi allo stesso modo in cui lo facevano le lingue di fuoco di fronte a sé.
-Niente…- disse infine.
L’uomo liberò un lungo sospiro, e stava per rispondere al figlio, quando entrambi vennero distratti da qualcuno che bussava alla porta. Rohym andò ad aprire e si trovò di fronte Artysh, che ansimava come se avesse corso.
-Che è successo?- si affrettò a chiedere, vedendo lo stato in cui era.
-Si è svegliato- rispose semplicemente l’amico. Bastò quella risposta ad accendere in Rohym una febbrile eccitazione. -I capifamiglia si sono radunati da Maugor. Vogliono sentire tutti la storia di quest’uomo. E credimi, non hanno bisogno di un interrogatorio. Si vede lontano un miglio che quello vuole parlare.- Fece alcuni passi indietro. -Sbrigatevi! Non abbiamo molto tempo!-
Rohym si voltò. -Padre…!-
Ramosh si morse il labbro. -Vai tu, Rohym. Farete più in fretta. Poi mi riferirai. Su, correte, ragazzi, correte!-
Non c’era bisogno di incitarli. I due giovani non se lo fecero dire due volte e si proiettarono fuori dal pergolato della dimora per poi divorare la china in piena corsa.



La casupola del guaritore e la stradina antistante erano illuminate da una serie di fiaccole. A Rohym sembrò di rivivere la stessa scena di qualche ora prima. Un gruppo di persone, seppur più esiguo, era radunato lungo tutte le finestre, e attraverso la porta aperta c’era un via vai di persone. Contò almeno una dozzina di uomini, e nessuno parve fare caso al loro arrivo. Erano tutti concentrati sull’uomo ospitato nella dimora. I due ragazzi riuscirono in qualche modo a sgusciare all’interno, procurandosi le proteste di qualcuno, per poi piazzarsi praticamente ai piedi del letto.
L’uomo giaceva seduto, le spalle appoggiate al guanciale sistemato sulla testiera del letto. Era molto pallido, ma era cosciente, e soprattutto, vivo. Le ferite che spiccavano sul petto ora erano celate alla vista da delle bende che gli avvolgevano interamente il busto. Maurog era accanto a lui, e gli stava somministrando una bevanda fumante in una tazza, che il guerriero bevve a piccoli sorsi. Non sembrava in pericolo di vita, e ciò strappò inconsapevolmente a Rohym un sospiro di sollievo.
Tutti erano in attesa, in un rigoroso silenzio. Sembravano come tanti fanciulli che si radunavano attorno all’anziano di turno per ascoltare una storia prima di andare a dormire. Sebbene ognuno di loro fosse sulle spine, nessuno osava spronare il racconto se non fosse stato l’uomo ad iniziare. Fortunatamente la loro tortura fu breve: non appena il guerriero ebbe finito di bere l’intruglio, girò lo sguardo intorno a sé.
-Dov’è quel…- Si accorse di Rohym quasi subito e gli sorrise debolmente. -Sei stato tu a portarmi qui… Grazie. Ti sono debitore. E sono debitore a tutti voi…-
Rohym fece spallucce, limitandosi ad alzare il pollice in segno di ringraziamento. Ci fu un leggero mormorio nel gruppo esterno. Il ferito continuò. -So che vi state chiedendo chi io sia. Mi chiamo Valgar, militante nella falange delle difese esterne del Gwhir.-
Rohym aggrottò la fronte. Per lui quel nome era completamente nuovo. Cosa poteva essere? Una città? Un territorio, una valle, una montagna? Prima ancora che potesse elucubrare eccessivamente, Valgar continuò a parlare: -Si trova ad ovest, ad un centinaio di leghe dal confine della vostra valle. E’ un territorio che conta circa sei o sette piccoli nuclei abitati, e un nucleo maggiore che controlla e amministra gli altri: la città di Morphis.-
-La conosco- intervenne uno della folla. -Il mio commercio di pelli mi ha portato fin là. Vi si fanno anche buoni affari. E’ un ottimo punto di ritrovo per i commercianti.-
-Lo era…- mormorò sordamente il guerriero.
Quelle parole gelarono tutti. Uno dei capifamiglia fece un passo. -Cosa intendi?-
Sul volto di Valgar si dipinse una maschera di dolorosa rassegnazione. -Morphis non esiste più…-
Nessuno osò replicare. Il silenzio calò come un sudario su di loro. Artysh guardò Rohym in volto, leggendovi la sua stessa costernazione. Dal canto suo, il ragazzo non staccava gli occhi dallo straniero, che riprese a parlare solo dopo qualche secondo.
-Una città fiorente, protetta da mura e da guarnigioni che si alternavano giorno e notte. Avevamo catapulte, balestre, un consistente corpo di fanteria e persino un drappello di cavalieri che potevano vantare anni di esperienza in combattimento.- Scosse la testa, come se lui stesso stentasse a crederci. -Tutto quanto, tutto è caduto in una notte sola. Il territorio del Gwhir è stato devastato completamente. Non so nemmeno se qualcuno è scampato al massacro… almeno, qualcun altro a parte me…-
Questa volta la folla fu attraversata da un mormorio consistente, finché qualcuno di loro non impose il silenzio. Lo stesso Maugor, così impassibile, era rimasto letteralmente spiazzato da tale notizia, e sorprendentemente la voce quasi gli tremò mentre parlava: -Ad opera di chi?-
Valgar si carezzò il petto. -Non lo so.-
Questa volta il vociare fra le persone si fece ancora più animato. Gli sguardi dei due ragazzi si incrociarono, esprimendosi l’un l’altro mille taciti dubbi. Qualcuno nel gruppo prese la parola. -Come sarebbe a dire? E’ stata un’armata senza stendardo, o dalla ignota patria? Una falange di mercenari, di predoni?-
Il guerriero scosse la testa. -No… quelli erano…- si interruppe, come se cercasse di trovare le parole giuste prima di continuare. -Quelli… non erano uomini.-


Di nuovo il silenzio. Persino i mormorii più ostinati caddero nel vuoto. Gli sguardi di Artysh e Rohym si incontrarono, colmi della medesima incredulità. Nella mente di quest’ultimo echeggiavano ancora le parole di Maugor. Una mano. Ma molto più grande della mia.
Una donna che stringeva un paffuto bimbo pacificamente dormiente fu la prima a spezzare quell’innaturale silenzio, con la voce tremante. -Mostri?-
Valgar sospirò e contrasse appena il viso in una smorfia quando quel gesto diede fastidio alla sua ferita. -Non so dire cosa fossero. Ma non erano umani, di questo sono più che certo.- Si interruppe un attimo quando Maugor gli diede ancora da bere l’infuso, poi continuò. -Sono giunti dal cielo, di notte. Ci hanno letteralmente presi alla sprovvista.- Ancora un istante di pausa. -Ci hanno massacrati.-
Questa volta il mormorio che nacque era di un’agitazione tale che la piccola casupola del guaritore sembrava inadatta a contenerlo. Tra tutte le voci si alzò quella di Kleath: -Verranno qui?-
-Non so- rispose il guerriero. -Ma posso supporlo. Forse potreste passare inosservati, forse no… il vostro villaggio è piccolo, io stesso ne ignoravo l’esistenza… - Per qualche secondo sembrò che le sue condizioni fossero peggiorate, perché impallidì e dovette appoggiare la testa sullo schienale del letto. Maugor gli si avvicinò posandogli una mano sulla fronte sudata. Arricciò il naso e si voltò per preparare altri intrugli.
-Dovreste lasciarlo fiatare un po’- borbottò ruvidamente. -E’ un miracolo che sia vivo, vediamo di non ammazzarlo con la nostra sete di sapere…-
Parole buttate al vento. Ormai la concitazione nella piccola folla era quasi palpabile. Artysh si agitò ai piedi del letto, inquieto, e raccogliendo il coraggio prese parola. -E quindi… cosa dovremmo fare?-
Quella semplice domanda sembrò far tacere tutti. Aveva perfettamente reso il pensiero di ogni persona.
Valgar cercò di drizzarsi, fallì, tentò ancora, stavolta con successo. -Ascoltate… qualunque cosa fossero, hanno sterminato una città in una sola notte. Se Naahrat lo vorrà, potrebbe essere solo quella il loro obiettivo, anche se non comprendo una valida ragione per distruggerla… - Si interruppe, con lo sguardo perso nei terribili ricordi. -Non hanno razziato… ma hanno cacciato. Uomini, donne e bambini. Li ho visti coi miei occhi mentre venivano uccisi senza alcuna distinzione. Uccisi come bestie.-
Rohym ormai aveva smesso di respirare da qualche secondo. Nella sua mente le parole del guerriero si erano trasformate in scene ed immagini. Il buio, qualcosa che pioveva dal cielo. Colpi su colpi. Urla, gente in fuga. Qualcuno che cercava difesa, per poi perire miseramente. Le grida delle donne, il pianto dei bambini. Morti. Tutti morti.
Quando Valgar continuò a parlare, ormai nessuno fiatava più. -Non sono io a dirvi cosa dovete fare, ma per quanto ho visto, ci sono due strade… Fuggire lontano, anche se non saprei nemmeno quale direzione consigliarvi, o barricarvi nelle case pregando gli Dei che il vostro villaggio sia sufficientemente piccolo da non essere notato. In entrambi i casi, la vostra unica alleata è la sorte…-
Tossì, mentre una leggera coltre di sudore gli imperlava il viso. Maugor avvicinò una tazza alle sue labbra.
-Adesso fuori- ordinò, con tono che non ammetteva replica. -Deve dormire, o non farà altro che peggiorare.- Quando si accorse che nessuno si era mosso, alzò lo sguardo penetrante su tutti quanti. -FUORI!-
Stavolta gli diedero retta, e poco alla volta, le persone sgusciarono fuori dall’abitazione. Anche i due ragazzi, seppur a malincuore, dovettero abbandonare la casupola. Quando l’aria fredda gli colpì il viso, Rohym sembrò riprendersi. Aveva ancora in testa il prodotto della propria immaginazione: una città distrutta, un’intera popolazione cacciata come se fosse bestiame. Ne era rimasto quasi terrorizzato.
Artysh lo affiancò, contemplando distrattamente le altre persone che all’esterno non avevano smesso di mormorare su quanto detto dal soldato.
-Non credo che al falò di stasera si racconteranno leggende- sussurrò nell’orecchio dell’amico. Rohym si limitò ad annuire, contemplando il cielo stellato. Già, Artysh aveva ragione. Quella notte, anziché la leggenda, si sarebbe discussa la realtà.



-Questo mi rifiuto di accettarlo!-
Kleath si era alzato di scatto, coi pugni serrati, e con occhi rossi di rabbia si mise a scrutare il cerchio di persone attorno a lui. Quel suo grido improvviso e possente aveva zittito la quasi totalità delle persone. Solo le fiamme della grande pira continuavano imperterrite a crepitare. La piazza non era mai stata così gremita di persone come quella sera. C’erano tutti, nessuno escluso. Stavolta non erano gli anziani a parlare, ma ognuno diceva la sua, e riuscire a dare la parola o la precedenza al pensiero di ciascuno, contando che in quel villaggio c’era qualcosa come almeno duecentocinquanta persone, non era certo impresa da poco. Solo in quel momento il grido di Kleath aveva messo a tacere tutti quanti. Rohym e Artysh erano seduti sopra una staccionata, e Ramosh in piedi dietro di loro, a qualche passo dal macellaio che pareva fuori di sé. D’altronde come dargli torto? Era giunto un messaggero che portava notizie di morte, ed ora nessuno sapeva più cosa fare. Loro compresi.
-Calmati, Kleath…- mormorò un vicino.
Il gigantesco uomo cercò di rilassare almeno i pugni, ma l’espressione sul suo viso non mutò, e riprese a parlare, anche se con voce più controllata. -Vi rendere conto di quello che avete detto? State parlando di lasciare tutto, per fuggire! E per dove? Non sappiamo nemmeno che direzione prendere!-
-Ma non sappiamo nemmeno da che cosa dobbiamo difenderci!- urlò un altro, a contraddirlo. -O meglio, lo sappiamo! Hai visto il guerriero in che stato era? Ed è un guerriero, per gli Dèi! Come potremmo avere qualche speranza noi, se venissimo attaccati?-
-Certo che l’ho visto! Ma ciò non toglie che il pericolo potrebbe anche non toccarci!- Le vene spiccavano sul collo e sulla fronte di Kleath. -Io non abbandonerò la mia fattoria. E’ tutto quello che possiedo. E nessuno di voi mi costringerà a mollarla per fuggire chissaddove, forse verso la morte stessa!-
Ci fu un acceso mormorio generale. Rohym fissò il padre con aria perplessa. Non riusciva a decifrare l’espressione sul suo volto, così rigida e fredda. Voleva chiedergli cosa ne pensasse, o quale fosse il suo parere, tuttavia aveva quasi il timore che lui potesse rivolgergli la stessa domanda. A dire il vero non sapeva cosa fare. Stava continuamente pensando ad ogni pro e contro che comportava l’una o l’altra decisione. E a giudicare dalla sua espressione, anche Artysh probabilmente stava condividendo gli stessi suoi pensieri.
-Io non resterò qui a farmi ammazzare!- gridò una donna, alzandosi in piedi a sua volta. -Abbiamo una foresta, delle montagne su cui trovare rifugio. Anche a me duole abbandonare tutti i miei averi, ma la mia vita vale molto di più!-
Il mormorio s’accrebbe, chi a confutare le parole della donna, chi a sostenere la sua causa. Ci fu un momento in cui praticamente non si riuscì a discernere una sola parola, come se le frasi si fossero ingarbugliate fra loro mischiando le parole.
-Dobbiamo andarcene!-
-Non abbandonerò la mia casa per le parole di uno straniero! D’altronde potrebbe anche essersi inventato ogni cosa!-
-Potrebbe essere anche un fuggitivo!-
-Ma siete impazziti tutti? Dobbiamo lasciare Damshar!-
Fu la voce di Maugor a spezzare quel trambusto. -BASTA!- urlò, e attese qualche secondo perché si ripristinasse il silenzio e tutti gli prestassero orecchio, controvoglia o meno. -Ascoltatemi, adesso. Ho esaminato le ferite del guerriero, e posso provare quanto egli stesso ha detto. E’ il colpo di una bestia, ma non comune. Una bestia umana. Possiamo credergli o meno, e sappiamo benissimo che potremmo pagare il fio dell’una o dell’altra decisione. Inoltre, adesso, nessuno deve convincere nessuno. Chi gli crede potrà agire come meglio ritiene opportuno. Damshar non ha un capo che decreti un verdetto per tutti, quindi ognuno di noi farà la propria scelta. Nessuno è vincolato a rimanere, nessuno è obbligato a partire. Questo è il mio pensiero. Quindi tanto vale sapere qui e subito chi va e chi resta.-
Si risedette, e la maggior parte delle persone fece lo stesso. Ci fu un lungo silenzio, in cui non erano le voci ma i pensieri a riempire la radura. Ognuno rifletteva, per conto proprio. Fu Kleath a prendere la parola nuovamente.
-Io resto- decretò.
Dopo qualche secondo, altri fecero lo stesso, chi con più chi con meno convinzione. Altre persone, specialmente donne e giovani, si alzarono esprimendo il parere contrario.
Ramosh trasse un profondo respiro prima di parlare. -Io rimarrò qui.-
Rohym chiuse gli occhi. Si aspettava quella risposta. L’aveva prevista. Ed era pronto a rispondere a sua volta. -Anche io.- Si sentì immediatamente addosso lo sguardo di molti, ma non lo incrociò. Continuava a fissare le fiamme del falò, quasi ipnotizzato dal loro movimento. Era come se non si rendesse conto dell’intera situazione. Forse se ne sarebbe accorto dopo, eppure in quel momento ragionava in maniera così fredda che si chiedeva se davvero avesse compreso la gravità della cosa…
Quando la voce di Ramosh gli giunse alle orecchie, non spostò lo sguardo. -Non devi rimanere per proteggermi. Va’, se è quello che vuoi fare.-
-Io voglio rimanere con te- fu la risposta di Rohym. Secca, decisa, senza ripensamenti. Nel dirla, la sua mano si portò istintivamente al machete che teneva legato alla cintura. Era diventato inseparabile. Toccarlo gli infuse una strana sensazione. Inquietante, raggelante. Come un cattivo presagio. Cercò di scacciarla via dalla testa, e lo fece solo quando udì la voce di Artysh in mezzo al mormorio delle persone: -Vale anche per me. Io rimango.-
Rohym guardò l’amico con aria sorpresa, inarcando un sopracciglio. Artysh si limitò ad una scrollata di spalle. -Mi venga un colpo se ti lascio proprio in un momento così. Se c’è qualcosa di pericoloso, tanto vale affrontarlo assieme.- Gli strizzò l’occhio. -L’abbiamo già fatto, ricordi?-
Il giovane ricordò l’occasione e un lieve sorriso sfiorò le sue labbra. Dietro di loro, Ramosh cinse loro le spalle. -Allora, Artysh, vieni a stare da noi. Qualunque cosa accadrà, nessuno dovrà rimanere solo.-
Parole che tradivano il latente timore. Rohym sospirò, fissando nuovamente il fuoco, rimanendone ancora ipnotizzato. E la mano sul machete ne accarezzava l’impugnatura. Ancora, ancora, e ancora.




Titolo: Il Ghaor - Capitolo II
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Akhayla
Aggiunto: September 25th 2007
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