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Il Ghaor - prologo

Il sole tramontava fra le creste della catena montuosa del Gharra. Il clima era stato particolarmente mite, in quel periodo; sebbene fosse stata prevista una lunga siccità, le piogge avevano moderato la calura estiva, e i torrenti d’alta quota scorrevano limpidi e veloci, irrigando le terre circostanti e permettendo alla vegetazione di colorire il paesaggio e di promettere a breve frutti preziosi. Ora le nuvole dell’ultimo temporale si attardavano ancora attorno al disco solare, che sfondava la barriera plumbea andando ad inondare di luce rossastra le terre della valle sottostante. Ombre lunghe si protendevano sul terreno, e le pozzanghere luccicavano gioiose sotto gli ultimi raggi solari che però instillavano ancora vigoroso calore.
Rohym si attardò sotto la tettoia della propria casupola, guardando con sollievo il mitigarsi della violenza della tempesta. Sapeva che la stagione delle piogge era ormai alle porte, tuttavia era la prima volta che aveva visto una furia del genere. Vento, fulmini in interminabile successione, e grandi gocce di pioggia avevano tamburellato incessantemente sulle travi del tetto per due lunghi ed estenuanti giorni. Se non avesse avuto soltanto dodici anni, avrebbe saputo che ben più feroci tempeste si erano già abbattute nella valle del Gharra; ma Rohym non dava molto ascolto ai racconti degli anziani che si sedevano attorno ai fuochi del villaggio raccontando le proprie esperienze di vita. A dire il vero era un ragazzino vivace, che dava poca importanza ai moniti dei grandi, confidando in una straordinaria sicurezza di sé che molti gli riconoscevano prematura per la sua età.
Sbadigliò. Quei due giorni erano stati interminabili. Per lui rimanere chiuso in casa era equivalente ad essere tenuto in prigione, e sotto sorveglianza. Gettò uno sguardo all’interno, quasi temesse che sarebbe bastato formulare quei pensieri perché li potessero udire anche chi aveva intorno, come se li avesse pronunciati ad alta voce. Inquadrò la visuale di suo padre, Ramosh, che si stava fabbricando con estrema cura un nuovo arco da caccia; quando si accorse che il ragazzo lo stava fissando, sospirò e alzò lo sguardo al cielo. -Per l’amor di Naahrat, Rohym! Ne abbiamo già discusso. E’ inutile che continui ad appostarti sulla porta; non cambierò idea. Ora vieni dentro e dammi una mano, per gli dèi!-
Rohym sbuffò, indispettito, e in principio non accolse l’ordine del genitore. Incrociò le braccia e tornò a fissare fuori, dando le spalle a Ramosh. L’uomo sospirò ancora di rassegnazione; non aveva mai esagerato con la severità, né tantomeno aveva mai peccato di indulgenza verso suo figlio; sapeva che era l’età a spingere il ragazzino ad intraprendere sempre cose nuove. Tuttavia non nutriva sfiducia nelle capacità di Rohym; anzi, era proprio la sua eccessiva sicurezza di sé a rendere Ramosh apprensivo. Rohym non aveva mai esitato a cacciarsi nelle più disparate quanto pericolose situazioni, da cui era comunque sempre uscito indenne, e sempre con le proprie forze; in effetti sembrava che vivesse le sue giornate soltanto per quello. Non erano state rare le volte in cui Ramosh veniva avvertito dagli altri abitanti del paese, che bussavano allarmati alla sua porta ad informarlo su fatti e conseguenze delle imprese del figlio.
Ramosh aggrottò la fronte. In effetti aveva notato una particolarità di Rohym: nelle sue scorribande, era sempre solo, o al massimo, portava con sé Artysh, un suo coetaneo. A dire il vero, il paese in cui dimoravano, Damshar, era poco più di un raggruppamento di modeste casupole, in cui si era radunata molta gente di diversa stirpe, per lo più nomadi che avevano deciso di arrestare il proprio peregrinare, che conducevano mestieri e stili di vita estremamente semplici. I veri e propri nuclei familiari si potevano contare sulle dita di una mano; di conseguenza c’erano veramente pochi bambini ad allietare con le loro voci gioiose le strade del paese, e Rohym era una di queste. Tuttavia, appunto, il bambino non trovava alcun divertimento tra le vie di Damshar e molto spesso preferiva addentrarsi all’esterno, penetrando nella foresta che ricopriva la valle del Gharra. Ramosh gli aveva proibito assolutamente di avventurarvisi da solo, o senza la compagnia di un adulto; ciononostante aveva trascorso parecchie ore, in diversi giorni dell’anno, gridando il suo nome mentre percorreva il sentiero della foresta e pregando tutti gli dei del Nevardhas che non gli fosse capitato niente.
-Non mi credi all’altezza?- la voce del figlio lo riscosse dai suoi pensieri. Ramosh abbandonò il lavoro e si avvicinò al ragazzino, posandogli una mano sulla spalla.
-Non si tratta di essere all’altezza, Rohym. Nessuno è mai troppo all’altezza per affrontare una montagna. Il Picco Oblungo non è un cortile di gioco, e non è nemmeno da considerarsi una sfida. Credi che nessuno abbia seguito il tuo ragionamento? In tanti, credimi, e sono periti tutti, perché si sono sentiti superiori alla sua potenza e alle insidie che la popolano.-
Rohym sbruffò in maniera più sonora e volse lo sguardo nella direzione in cui probabilmente stavano puntando anche i suoi pensieri. Ramosh seguì l’occhiata del figlio, mirando la montagna che si ergeva come la punta di una lancia e svettava maestosa su tutte le sue sorelle. L’ombra del Picco Oblungo si protendeva per centinaia e centinaia di braccia sulla valle, disegnando la propria sagoma nera, come nera e oscura era la fama che lo accompagnava. In verità era quasi paradossale che molte persone avessero eretto la loro dimora proprio alle falde di quel monte dalla reputazione così sospetta e misteriosa… loro compresi. A dire il vero Ramosh si era insediato in quel paese prima ancora che venisse a scoprire l’alone di mistero che circondava il Picco Oblungo. All’epoca la sua sposa era incinta di Rohym, e dato che anche loro erano di abitudini nomadi, non aveva avuto cuore di farle continuare quello stile di vita ora che aveva anche il gioioso affanno di una gravidanza. La nascita di Rohym era costata la vita alla madre, e superato il dolore iniziale, Ramosh si era preso cura del figlio, decidendo di stanziarsi stabilmente a Damshar per poter farlo crescere in mezzo ad altre persone. In effetti aveva prestato orecchio alle voci del villaggio: storie di inquietanti apparizioni, e di arcani segreti custoditi nel ventre della montagna. Si narrava spesso di avventurosi che avevano sfidato la potenza del Picco Oblungo per impadronirsi (si diceva) di ineguagliabili tesori; tuttavia Ramosh non aveva mai visto alcun viandante percorrere il sentiero che si inerpicava sulle pendici della montagna, né tantomeno credeva che la montagna stessa nascondesse qualcosa di prezioso che potesse valere di più della vita stessa.
L’aspetto più curioso e paradossale della situazione era che dimorare vicini a quella montagna offriva stranamente una protezione ulteriore: nessuno era così ardito da bramarne le eventuali ricchezze, dato che non era territorio ospitale, e quindi la gente poteva contare sulla protezione della superstizione e del folklore. Nessun viandante che transitava a Damshar, fosse esso commerciante o altro, si tratteneva a lungo in quelle terre, e la vista del Picco Oblungo, che sembrava essersi autoproclamato sovrano della valle del Gharra, scoraggiava i più a progettare qualsiasi cosa che potesse minare la sicurezza del villaggio.
Rohym invece era segretamente affascinato da quel picco. Sebbene non avesse quasi mai partecipato alle lunghe notti di veglia in cui la gente del villaggio si riuniva davanti al grande falò ad ascoltare le esperienze di vita degli anziani, di sicuro prestava orecchio a ciò che gli riferiva Artysh, che di quei racconti non si perdeva nemmeno una sillaba. Passavano interi pomeriggi ad immaginare e a fantasticare su cosa si potesse celare sulla sommità di quella montagna, e su quali erano le possibili maniere per avventurarvisi senza farsi scoprire dai grandi. Artysh era intraprendente almeno quanto lui, e Rohym a volte temeva quasi che la sua eccessiva curiosità potesse trasformarsi in vera e propria incoscienza, senza sapere che in effetti lui non era da meno. Il Picco Oblungo, per entrambi, era un affascinante mistero, troppo avvincente per poterlo lasciare tale a lungo. E sebbene Rohym in fondo capisse la preoccupazione del padre, ogni volta che si svegliava al mattino correva alla finestra e contemplava il Picco Oblungo come se fosse una dolce visione, mirandone la maestosa potenza e guardandolo scintillare nella luce del sole, con le nevi eterne che baluginavano sulla sua cresta, e sognando il giorno in cui avrebbe affrontato quelle pendici insieme ad Artysh, o magari, anche da solo.
-Vieni dentro adesso, Rohym. Mi serve una mano con gli archi da caccia.-
Rohym sbuffò e lanciò ancora uno sguardo alla montagna oscura prima di voltarle le spalle. Posò sul padre i suoi grandi occhi azzurri, fissi in un’espressione di mesta delusione. -Tu hai paura di quella montagna, vero?-
-Sì, Rohym. E’ vero, la temo, come qualunque abitante di Damshar. E non si tratta di essere vigliacchi, ma di avere buon senso.-
-Io non temo il Picco Oblungo- declamò il ragazzo con orgoglio, alzando il mento in segno di sfida.
E’ questo che mi fa ancora più paura, pensò Ramosh. Gli scompigliò i capelli castani che gli incorniciavano il volto e lo accompagnò all’interno.


-Rohym!-
Il bisbiglio arrivò alle sue orecchie. Rohym aprì gli occhi e si drizzò a sedere sul giaciglio di paglia e pelle di bue. Sbirciò fuori dall’apertura che fungeva da finestra, con la vista ancora annebbiata dal sonno. L’alba era ancora giovane e una densa nebbiolina avviluppava il territorio, rendendo il paesaggio un’unica coltre grigia e umida.
Si sentì chiamare ancora e riconoscendo la voce ruppe ogni indugio e balzò giù dalla branda. Sbirciò oltre il davanzale; la minuta figura di Artysh era accovacciata appena sotto la finestra. Rohym si sporse e con un finto scapaccione sulla nuca informò l’amico che era presente.
-Ah, è cosi? Bella accoglienza!- ridacchiò Artysh. Si alzò in piedi e afferrò la mano di Rohym, mimando una sfida a braccio di ferro, poi i due risero sommessamente, con complicità. Artysh era un ragazzino molto simile a Rohym, con la sola differenza che i suoi occhi erano di un deciso grigio acciaio. Non erano state poche le volte in cui avevano ingannato i grandi, basandosi sulla loro effettiva somiglianza, per scambiarsi di posto nei lavori o per permettere all’altro di allontanarsi simulando la sua presenza.
-Zitto!- sibilò infine Rohym, mettendo una mano sulla bocca dell’amico. -Mio padre ci sentirà…-
-Allora sbrigati. Se anche il mio non mi trova nel letto al cantare del gallo, mi terrà in casa per tutta la stagione…-
-Novità dal fronte?-
Artysh sghignazzò. Rohym aveva imparato quell’espressione tramite una delle tante storie che entrambi avevano appreso, e la usava praticamente sempre.
-Il vecchio Bills ha commerciato, ieri sera. Un mercante del sud. Tre magnifici stalloni, uno nero e due bianchi. E non sono da soma, te l’assicuro!-
Il volto di Rohym si accese per l’eccitazione. -Dove sono?-
-Penso li abbia tenuti nella stalla per tutta la notte. E fa bene. Sono irrequieti. Girano già delle voci nel paese…-
-Fammi indovinare… è il Picco Oblungo a renderli così nervosi, giusto?-
-Così dicono. Ma io non ci credo, Rohym. Non riesco a credere che i grandi siano così fifoni. E’ tutta la vita che vivo all’ombra del Picco e non ho mai visto nulla di strano. Sono solo fandonie.-
Rohym ridacchiò. Stava per calarsi dalla finestra quando la mano dell’amico lo fermò. -Ehi… io ho fatto la mia parte, non credi che tu debba fare altrettanto?-
L’altro ragazzino lo guardò senza capire.
-Non stavi lavorando su qualcosa, in questi giorni?- lo stuzzicò l’altro.
Rohym comprese e sghignazzò, abbandonando per un attimo la finestra e dirigendosi in un angolo della sua stanza. Sollevò un mucchio di coltri sotto il quale aveva accuratamente nascosto la sua ultima creazione; un robusto arco da caccia costruito su misura, a cui aveva lavorato nelle ultime cinque notti, corredato con una modesta scorta di dardi. Aveva osservato suo padre per un lungo periodo, mentre fabbricava strumenti da caccia e altri utensili, e la curiosità aveva infine prevalso sull’obbedienza. Se Ramosh avesse solo sospettato dell’esistenza di quell’arco, che giustamente reputava un’arma ancora pericolosa per l’età del figlio, sarebbe sicuramente montato su tutte le furie. Perciò Rohym aveva trascorso pazientemente una notte dietro l’altra, utilizzando soltanto la luce della luna per evitare che l’eccessivo consumo delle candele potesse in qualche modo insospettire il padre, e con pazienza certosina aveva intrecciati rami e corde, realizzando un arco robusto dalla tensione accettabile e con una discreta potenza di tiro. Rohym immaginò la sua prima battuta di caccia: cosa avrebbe abbattuto per primo? Una lepre? Uno scoiattolo? O addirittura un cervo?
-Rohym, sbrigati!-
Il ragazzino si arrampicò con agilità sulla finestra e con un balzo silenzioso passò dall’altra parte. Si era caricato l’arco a tracolla insieme alla grezza faretra di frecce e Artysh ammirava meravigliato il lavoro eseguito dal compagno. -Accidenti! Posso provare a fare qualche tiro?-
-Non qui- bisbigliò Rohym di rimando, accovacciandosi nella nebbia che danzava loro intorno, tanto fitta da nascondergli le gambe. -Avremo tutto il tempo dopo. Ora portami da Bills. Voglio vedere quegli stalloni!-
I due ragazzini si allontanarono correndo nella foschia che avvolgeva il villaggio ancora addormentato.



-Mi fai male…-
-Vuoi stare fermo?-
-Ma mi stai spezzando le spalle, Rohym!-
Rohym ignorò le ultime parole del compagno. La stalla di Bills, uno degli allevatori di cavalli e altre bestie di Damshar, si ergeva al confine del paese, e non aveva molte aperture a parte una feritoia situata appena sotto il tetto, riparata da una serie di assi. Rohym aveva usato il piccolo pugnale smussato che suo padre gli concedeva di portarsi appresso, discostando le piccole travi che servivano più che altro a non far passare vento e pioggia; Artysh si agitava sotto di lui, mentre lo sorreggeva in piedi sulle proprie spalle.
-Artysh, stai fermo! Fammi aggrappare!-
Afferrò con entrambe le mani il bordo della finestrella e riuscì ad issarsi in maniera tale da potersi sorreggere con gli avambracci, ponendo il peso sulle braccia conserte e appoggiate sul piano. Il locale era avvolto nella penombra, ma l’allargamento dell’apertura aveva consentito ad un po’ di luce di entrare ed anche Rohym si era appiattito il più possibile contro il lato della finestra per non essere d’ostacolo.
Udì lo sbruffare degli animali provenire dall’interno. Molti alloggi erano vuoti; più in fondo, riuscì a scorgere i tre stalloni. Artysh non aveva esagerato: erano degli esemplari a dir poco notevoli. I due stalloni bianchi erano accoccolati a ridosso della staccionata divisoria ed erano appisolati, mentre il destriero nero scalpitava nervoso nel suo box. Rohym lo osservò con crescente meraviglia. Era affascinato dai cavalli; li considerava creature fiere nel portamento e nella loro maestosa forza. Sebbene fosse consapevole che i loro possedimenti non avrebbero mai permesso a suo padre di comprarne uno, il sogno di Rohym era di possederne uno tutto suo, di cui aver cura e con cui attraversare un giorno tutta la valle del Gharra al galoppo, lasciandosi trasportare fin oltre l’orizzonte, verso nuovi territori. Per lui quell’animale era il simbolo vivente della libertà e quasi non sopportava la vista di un così fiero stallone relegato in una stalla che poteva a malapena contenere cinque o sei esemplari.
-Li hai visti?- sussurrò Artysh. Continuava a guardarsi intorno nervosamente; mancava forse meno di un’ora all’alba e sicuramente Bills si sarebbe diretto alle stalle per controllare lo stato dei suoi cavalli. L’ultima cosa che voleva era farsi scoprire da quelle parti: l’allevatore non aveva una grande fama per la sua pazienza.
Rohym non rispose subito. Non riusciva a distogliere lo sguardo dallo stallone nero. L’animale sbruffò, muovendosi inquieto nel box, e per un attimo il ragazzino credette che gli avesse ricambiato l’occhiata. L’eccitazione crebbe in lui. Osservò il pelame lucente, nerissimo, la criniera lunga e ondulata che sfiorava la spalla e la coda che si agitava nervosa. Il portamento era elegante, del tutto differente dalla tozza figura delle bestie da soma che era abituato a vedere al villaggio.
-Rohym!-
Il ragazzo volse lo sguardo all’indietro, verso l’amico. -Aspetta! Voglio vederli più da vicino!-
-No! Sei pazzo?... Cosa… Rohym! Rohym!-
Ma Rohym non gli dava più ascolto. Si alzò sui gomiti e fece passare il busto attraverso l’apertura. Scrutò l’interno, cercando di individuare ciò che gli serviva, e scorse una scala a pioli deposta a ridosso di un muro. Perfetto. Poteva sgusciare nella stalla con la sicurezza di poter nuovamente uscire fuori. Alle sue spalle Artysh continuava a richiamarlo, la voce sempre più contaminata dal panico crescente.
Senza sforzo, Rohym si lasciò cadere giù, usando l’appiglio del bordo della finestra per capriolare nell’aria. Atterrò in piedi silenziosamente sulla paglia che ricopriva il brullo pavimento naturale. Udendo quel suono, i cavalli che si erano appisolati si scossero lievemente, ma bastò qualche istante perché si rimettessero a dormire, seppur fosse un sonno superficiale. Lo stallone nero, invece, batté uno zoccolo a terra. Era immobile, ma da come dilatava le narici era evidente che era teso per il nervosismo.
Rohym si avvicinò con passi estremamente lenti fino al cancelletto che teneva chiuso l’animale nel box. La luce che filtrava all’interno era appena sufficiente per poter distinguere forme e colori. Il ragazzo non aveva occhi che per lo splendido animale che aveva di fronte. Il suo sguardo corse sulla possente muscolatura che vibrava sotto il manto lucido. Ora che gli era di fronte, gli sembrò che la stazza del cavallo fosse ancora più imponente. -Bellissimo…- gli sfuggì dalle labbra, e in tutta risposta il cavallo sbruffò, scuotendo il capo, ancora nervoso.
All’esterno, Artysh continuava a chiamarlo, seppur sottovoce. Ma Rohym non vi badò nemmeno. Pose un piede su una delle assi del cancello e lo usò come gradino in modo da innalzarsi allo stesso livello del muso dell’animale. Lo fissò negli occhi più neri del suo mantello. Il cavallo fece un passo indietro con un nitrito sommesso, scuotendo il muso dall’alto verso il basso, e battendo con lo zoccolo per terra. Era un gesto di avvertimento che avrebbe scoraggiato i più dall’avvicinarsi ulteriormente, ma non Rohym. Ridiscese a terra per poi sbloccare il meccanismo di chiusura del cancello. Il cavallo nitrì udendo lo scatto, e indietreggiò ancora. Il suono fu abbastanza forte da essere udito anche al di fuori della stalla, e Artysh corrugò la fronte cercando di capirne, e infine indovinandone, la natura. -Rohym! Sei impazzito? Esci da lì, esci!-
Parole sprecate. Rohym socchiuse il cancelletto alle sue spalle e si avvicinò all’animale, che cominciò a scalpitare. Al contrario dello stallone, il ragazzo non era per nulla spaventato. Continuava a fissarne la linea e il portamento, e si immaginava come doveva essere fantastico traversare la valle del Gharra al galoppo di un cavallo simile. Doveva correre sicuramente come il vento, se non di più…
Un nitrito. Il cavallo era irrequieto… alla stessa stregua della voce di Artysh: -Rohym! Arriva Bills! Vieni fuori! Presto, vieni fuori!-
Questa volta Rohym lo udì chiaramente. Tuttavia non demorse da quello che stava facendo. Voleva accarezzare quello stallone… immaginando che fosse suo, immaginando che sensazione avrebbe provato salendoci in groppa… Allungò una mano verso il muso dell’animale, non ottenendo altro che una sbruffata e un nitrito di avvertimento. Lo stallone indietreggiò, fino a toccare il muro. Sentendosi come chiuso in trappola, cominciò a scalpitare, e la sua inquietudine ben presto fu sufficiente a destare gli altri due animali, che rimasero tuttavia tranquilli nel loro box. Ma Rohym non si scoraggiò e protese la mano… pochi centimetri mancavano per poter toccare il muso del cavallo, proprio in mezzo agli occhi.
Un tonfo all’esterno, e l’armeggiare di un pesante chiavistello. Rohym ne fu talmente sorpreso che commise l’errore di ritrarre la mano di scatto. Quel gesto fu la goccia che fece traboccare i nervi già provati dello stallone, che si impennò sulle zampe posteriori facendo indietreggiare il ragazzo così repentinamente da fargli perdere l’equilibrio. Rohym cadde di schiena e dovette rotolare rapidamente su se stesso quando vide l’animale fiondarsi di corsa verso di lui. Lo sorpassò lanciato al galoppo, spalancando il cancello con il solo impeto della corsa. Nello stesso istante il portone principale si aprì, e un uomo tarchiato fece il suo ingresso nella stalla. -Cosa diavolo…?-
Non finì la frase. Gridò e si scanso di lato quando lo stallone nero si proiettò di corsa fuori dalla stalla, galoppando come un fulmine. L’uomo ne osservò la fuga con occhi iniettati di sangue, e ben presto cominciò a vociare maledicendo ogni dio di cui fosse a conoscenza, mentre correva tanto inutilmente quanto disperatamente nella stessa direzione.
Rohym era rimasto a terra per qualche secondo, sinceramente sorpreso dalla velocità con cui si erano dipanati gli eventi. Aveva gli occhi spalancati, fissi al soffitto, e il fiato mozzo. Fu così che Artysh lo trovò, approfittando della lontananza di Bills per sgusciare all’interno dalla porta principale. Si precipitò da lui, temendo che fosse ferito. -Oh, no! Rohym!-
Il ragazzo girò lentamente il viso dalla sua parte. Poi si alzò a sedere, tastandosi il capo laddove aveva ricevuto il colpo dovuto al ruzzolone all’indietro. Ben presto riacquistò la lucidità sufficiente a poter comprendere il guaio che avevano appena combinato. -Maledizione… usciamo da qui, presto!-
Artysh aiutò l’amico a rialzarsi ed insieme corsero fuori dalla stalla. Giunsero presto al villaggio, dove si separarono per tornare, non visti, ognuno alle rispettive dimore, mentre intanto il sole del primo mattino faceva la sua apparizione nella valle del Gharra, dissolvendo la nebbia che vi si era posata sopra come una coperta. Prima di rientrare attraverso la finestra, comunque, Rohym volse lo sguardo verso il Picco Oblungo, contemplandolo con la fronte corrugata. Era sicuro di aver udito il nitrito dello stallone provenire proprio dalle sue pendici.


La sera calava su Damshar. Le luci nel villaggio si spegnevano quasi contemporaneamente, lasciando che fosse soltanto la luce del falò nella piazza centrale ad illuminare le strade. Lo avrebbe comunque fatto ancora per poco: nubi nere si stavano accavallando a coprire luna e stelle, e già in lontananza il brontolio del tuono stava preannunciando che sarebbe stata un’altra nottata di tempesta.
Rohym se ne stava appoggiato coi gomiti sul davanzale, osservando l’avanzata del temporale incombente. Non era riuscito a vedere Artysh per tutto il giorno, e quella sua assenza lo aveva preoccupato. Di solito era l’amico a farsi vivo, e non vedendolo arrivare era passato nei pressi di casa sua, notando con stupore che le serrande erano completamente chiuse. Dove poteva essere andato? Artysh viveva col padre, che faceva il fabbro, ed era solito trovarlo al massimo a lavorare insieme a lui alla piccola forgia che produceva punte di freccia, ferri per cavalli e altri utensili. Tuttavia nessuno dei due si era mai allontanato dal villaggio, tanto più per una giornata intera. E, cosa più importante, Artysh l’avrebbe avvisato se fosse partito. Tutti quei particolari gli mettevano addosso un nervosismo non indifferente.
Dietro di lui, la porta si socchiuse per qualche istante, prima di spalancarsi completamente. Ramosh si introdusse nella camera del figlio, recando con sé un fagotto contenente pane e formaggio. -Non hai fame?-
Rohym si voltò per guardare il padre. Anche lui era scomparso per tutto il giorno, senza una spiegazione. Si gettò sulle cibarie contenute nell’involto: era tutto il giorno che non metteva qualcosa sotto i denti. -Dove sei stato?- chiese, con ancora la bocca piena di pane.
-Ho aiutato il vecchio Bills- rispose Ramosh, sedendosi sul pagliericcio del ragazzo, e bastò quel nome a far trasalire Rohym, che per poco non mandò giù il boccone tutto intero rischiando di ingozzarsi. Cercò di dissimulare il suo nervosismo e inarcò un sopracciglio come ad attendere altre spiegazioni.
-Stamattina il suo stallone migliore è fuggito dalla stalla. Non sa come possa essere successo. Ha chiamato a raccolta alcune persone, me compreso, per poterlo andare a cercare. Probabilmente è un’idea folle, dato che quel cavallo poteva già essere al limitare della valle, ma sinceramente, con la ricompensa che ha messo in palio per il suo ritrovamento, non me la sono sentita di dire di no.-
-E sei andato da solo con Bills?-
-No, c'era anche il figlio del falegname, insieme a suo zio. E Giakon, insieme al figlio.-
A quelle parole, molte cose combaciarono nella mente di Rohym. Giakon era il padre di Artysh. Ecco a cosa era dovuta la loro repentina sparizione…
-Perché non mi hai portato con te?- protestò il ragazzo, sbattendo il formaggio nel panno che lo avvolgeva. -Persino Artysh ha avuto questo onore!-
Ramosh si accostò al figlio e lo scrutò negli occhi. -Onore? Non confondere l’onore con l’onere, figliolo. Li ho incontrati mentre ero a caccia nella macchia, e non c’era tempo per poter tornare indietro a chiamarti. Non è stato nulla di intenzionale. E comunque, non ti sei perso nulla: la ricerca è andata a vuoto. Tanta fatica per niente. Abbiamo trovato le impronte dello stallone, e le abbiamo seguite per un po’. Poi ci siamo fermati.- Ramosh sospirò. -Non c’era modo di andare oltre, e probabilmente, quello stallone è sicuramente spacciato…-
Rohym indirizzò uno sguardo interrogativo al genitore, che scrollò le spalle. -Il Picco Oblungo. Le tracce conducevano dritti alle sue pendici. Bills è infuriato, al punto che scuoierebbe chiunque gli capitasse a tiro. Continua a sbraitare di aver perso il migliore stallone su cui abbia mai messo le mani in tutta la sua attività…-
Rohym chinò il capo, segretamente in colpa. Era ancora troppo giovane per comprendere appieno la gravità della situazione. Più di tutto, gli spiaceva per lo stallone. Tutti lo davano già per morto. Quel magnifico esemplare forse si era inconsapevolmente gettato da solo al suicidio… o forse no? Ramosh non seppe interpretare il silenzio del figlio. -Cerca di dormire, domani mi servirà il tuo aiuto. Ho dovuto interrompere la battuta di caccia per aiutare Bills, e siamo a corto di provviste.- Scompigliò i capelli del ragazzo prima di alzarsi e uscire dalla stanza, socchiudendo la porta dietro di sé.
Rohym rimase immobile a rimuginare, il pezzo di formaggio nella mano sospesa a mezz’aria che si stava ammorbidendo a causa del calore della pelle. Poi riavvolse tutto nel panno, nascondendolo sotto la coperta di pelle, e si gettò al nascondiglio del proprio arco. Se lo caricò in spalla, insieme alla piccola faretra che si era fabbricato nella giornata trascorsa in solitudine, e si inerpicò al di fuori della finestra, calandosi lentamente al suolo. Si guardò intorno: a parte qualche ritardatario che stava chiudendo le imposte, la frenesia diurna del villaggio stava lasciando spazio al silenzio della notte, una quiete interrotta ogni tanto dai tuoni che ad ogni minuto che passava sembravano avvicinarsi sempre più.
Rohym sgattaiolò come un gatto fino a giungere all’abitazione di Artysh, cercando di non far notare la propria presenza. Le serrande erano chiuse, ma attraverso le persiane riusciva a scorgere il lieve chiarore delle candele. Con un passo quanto più possibile silenzioso, avanzò rasente al muro, assumendo una postura curva quanto il suo arco per poter passare sotto le finestre senza essere scorto. Giunse infine alla finestra della camera di Artysh, dove regnava il buio, e chiamò più volte sottovoce il nome dell’amico, senza ricevere risposta. Bussò delicatamente alla persiana di legno macilento per farsi udire, ma niente. Stava abbandonando l’idea quando infine la finestra si spalancò con lentezza, e il viso assonnato di Artysh fece capolino. -Che cosa vuoi?- bisbigliò con un tono non troppo amichevole.
-Ehi!- protestò Rohym. -Ti sembra questo il modo di salutare?-
-Forse te lo meriti! Grazie alla tua “prodezza” ho trascorso tutto il giorno a seguire piste nel fango… mi fanno male i piedi da impazzire.- Represse un moto di stizza. -Perché hai voluto toccarlo? Tu devi sempre fare di più del consentito, devi sempre esagerare nelle cose! Non ti bastava guardarlo? Avresti potuto cacciarti nei guai, e cacciarci dentro anche me!-
Rohym scosse la testa sbuffando. -Se Bills non fosse arrivato, probabilmente da un momento all’altro avrei potuto anche saltargli in groppa. E comunque basta con questi piagnistei! Non ti riconosco più….-
-Già. Perché ho sonno, sono stanco morto. E domani mi aspetta una giornata in fucina, quindi non dovrei nemmeno stare qui…-
-Nemmeno io. Ma ho una proposta da farti…- avvicinò il volto a quello di Artysh sussurrando nel suo orecchio, come un congiurato. Quando si ritrasse, il volto dell’amico era una smorfia di incredulità. -Ma ti ha dato di volta il cervello?-
Rohym gli pose per un attimo una mano sulla bocca per invitarlo ad abbassare la voce. -Per niente. Ho bisogno di te. Tu sai fin dove sono arrivate le tracce...-
-No, non ci penso nemmeno. Rohym, non abbiamo trovato lo stallone in un giorno di ricerca, come pensi di trovarlo in una notte… senza nemmeno la luna?-
-Ma sappiamo dov’è andato. Il Picco Oblungo. Pensaci, Artysh! Pensa che con la ricompensa di Bills potremo finalmente permetterci i cavalli che abbiamo sempre sognato…-
Quella prospettiva sembrò quasi convincere Artysh, ma solo per qualche secondo, dopodichè scosse la testa con veemenza. -No. Non voglio ascoltarti. Per oggi mi hai cacciato già abbastanza nei casini…-
-Oh, insomma!- stavolta fu Rohym ad alzare la voce. -Di’ la verità: non c’entra nulla il fatto dello stallone. Tu hai paura del Picco Oblungo…-
-No! Non è vero…-
-Ammettilo…-
Per tutta risposta Artysh gli allungò uno scapaccione dietro il collo. -Smettila! Non verrò con te. Semplicemente non voglio. Sono stanco, e oggi abbiamo avuto già abbastanza sfortuna. Se ci tieni tanto, perché non ci vai da solo?-
Rohym rimase sinceramente deluso dalla risposta dell’amico. Chinò il capo e strappò un ciuffo d’erba contemplandolo distrattamente mentre lo sbriciolava tra le dita. -Perché ho sempre desiderato calcare le pendici del Picco insieme a te, almeno la prima volta…-
Artysh rimase spiazzato da quelle semplici parole. Un lungo silenzio calò tra loro due. Infine fu Rohym a spezzarlo: -Senti… facciamo così… se mi dai una mano…- e si picchiettò l’arco che sbucava alle sue spalle, -…te lo regalerò.-
L’altro ragazzo fece una smorfia come a valutare la proposta. -E’ un affare, signore?-
-In tutti i sensi.-
-Allora affare concluso. Ma devo tornare prima dell’alba, o mio padre stavolta mi scuoierà vivo…-
Rohym ridacchiò in risposta e aiutò l’amico a sgusciare fuori, facendolo atterrare accanto a lui. -Beh, se succede, chiedigli se mi vende la tua pelle… sarebbe carino poterci fabbricare un tamburo …-
In risposta, Artysh gli diede uno scappellotto affettuoso, che li fece ridere entrambi. Poi, in silenzio, si allontanarono dalla dimora per poi sgusciare fuori dal villaggio, verso il Picco Oblungo, mentre il primo lampo andava ad illuminare la valle del Gharra, accecante e minaccioso come lo sguardo irato di un dio.



La pioggia torrenziale ticchettava sulle piante nodose. Si era scatenato un temporale che nulla aveva da invidiare ai suoi predecessori. Ormai i minuti venivano scanditi da folgori e tuoni che si alternavano a cadenza quasi regolare.
Rohym girò lo sguardo attorno constatando la situazione. Avevano impiegato un paio d’ore per salire di qualche centinaio di metri rispetto alla valle. Da lassù, Damshar appariva come un’ombra grigia dai contorni indistinti che si perdeva nella notte. A quell’altezza, poté in effetti rendersi conto di quanto il villaggio fosse in realtà piccolo e insignificante rispetto al resto della valle. E questo valeva anche per lui.
Artysh arrancò nel fango, raggiungendolo. Era distrutto, senza fiato, tuttavia non aveva protestato nemmeno una volta durante il tragitto. Rohym cominciava a chiedersi se lo stesse facendo per una questione di amicizia o perché l’arco gli faceva gola. Forse anche per tutti e due. Sorrise al pensiero e si scrollò i capelli bagnati dalla fronte, cercando di far penetrare lo sguardo nell’oscurità della notte. L’unica loro fonte di illuminazione erano i fulmini che rischiaravano di tanto in tanto il loro percorso, tuttavia non era facile seguire delle tracce, già pregiudicate, in quelle condizioni….
-Perché ci siamo fermati?- chiese Artysh, col fiato mozzo.
L’amico studiò attentamente il terreno, gli occhi ormai abituati alle tenebre. Passò una mano esaminando ogni indizio, infine si rialzò in piedi scrollandosi il fango di dosso e un’espressione contrariata sul volto. -Maledizione… non riesco a capire che direzione abbia preso…-
-Fantastico… e adesso che facciamo?- e per tutta risposta il tuono rombò proprio sopra di loro.
Rohym sbruffò infastidito e si voltò verso il compagno. -Che vuoi che ne sappia? Dammi il tempo di rifletterci!-
-Allora pensa in fretta. Il temporale sta peggiorando…- Artysh si guardò a sua volta intorno. -E’ questo di cui hanno paura gli adulti? Tutto qui? Questo posto non sembra tanto diverso dalla foresta… -
In effetti quello era un pensiero che aveva toccato anche Rohym. Non avevano incontrato un solo ostacolo durante il tragitto, e in tutto e per tutto quel luogo non gli sembrava così estraneo e oscuro come se lo era immaginato. L’unica cosa che lo contraddistingueva era la vegetazione: più nodosa, contorta, intricata. I rami di molti alberi si toccavano fra loro, formando una vera e propria ragnatela lignea che svettava sopra le loro teste. Non riconosceva alcuna specie a lui familiare nelle piante che vedeva, e si guardava bene dall’anche solo toccare le bacche che spuntavano dai cespugli del sottobosco coi loro colori vivaci…
-Proviamo da questa parte- decise infine, indicando verso destra.
Prima che potesse muoversi, Artysh lo afferrò per un braccio. -Ehi, aspetta! Stai tirando ad indovinare. Qua rischiamo di perderci noi!-
-E allora sentiamo!- gridò Rohym, sinceramente spazientito. -Tu cosa proponi di fare? Tornare indietro? Forse non aspetti altro da quando siamo qui!-
-Ti ho già detto che non ho paura del…-
Una luce improvvisa spezzò la notte. Un lampo piombò al suolo a poche centinaia di metri da loro, penetrando come un enorme scalpello di luce nel tronco di una pianta, annerendola ed incenerendone i rami. Il tuono che ne seguì fu così dirompente che parve il ruggito di una bestia esploso proprio nelle orecchie.
I due ragazzi gridarono involontariamente per lo spavento, e si misero a correre. Rohym era più veloce, e afferrò il braccio dell’amico per trascinarlo con sé senza rischiare di perderlo per strada. Ancora un lampo, stavolta in cielo, ma il fragore successivo non fu meno inquietante del precedente.
-Non combineremo nulla così!- profetizzò Artysh. -Torniamo indietro!-
-No! Voglio trovare quello stallone!-
-Sei pazzo!-
-Voglio trovarlo! E non mi fermerò finché non…-
Come a contraddirlo, fu sufficiente un piede in fallo perché entrambi scivolassero. La terra cedette sotto di loro, e si ritrovarono senza nulla su cui avere appoggio. Ruzzolarono per qualche metro, tra fango e radici, finché non si arrestarono bruscamente laddove sbucava un agglomerato roccioso. Rohym fece appena in tempo a puntarsi con la schiena sulla roccia che Artysh gli arrivò addosso con un tonfo sordo. Gemette, e imprecando sordamente fece rialzare l’amico prima di risollevarsi a sua volta. Erano imbrattati di fango dalla testa ai piedi, come se vi si fossero immersi.
-Fantastico!- esclamò Artysh, lasciando cadere le mani sui fianchi in un gesto di estrema contrarietà. -Non fa che andare di bene in meglio!-
-Smettila di parlare come se fosse colpa mia!-
-E di chi è allora?-
Rohym era sempre più stizzito, e stava per rispondere per le rime all’amico, quando intravide qualcosa alle sue spalle, proprio in corrispondenza della roccia. Un chiarore rossastro. Bloccò le parole che gli stavano per sfuggire dalle labbra e con sguardo rapito scostò lentamente Artysh per poter liberare la propria visuale.
-Che ti prende?- chiese Artysh, notando lo strano comportamento dell’amico. Infine si voltò e poté constatare coi propri occhi ciò che aveva completamente conquistato l’attenzione di Rohym, e dopo un istante anche la sua. Il bagliore soffuso era appena visibile, e sembrava provenire da un piccolo anfratto nella roccia sporgente, che assomigliava ad un piccolo cocuzzolo.
I due ragazzi si avvicinarono, a passi lenti, con circospezione. Rohym fu il primo a gettare uno sguardo all’interno, la mano comunque poggiata sempre sul pugnale che aveva alla cintura. Sebbene sapesse che con quella lama smussata avrebbe potuto combinare ben poco in caso di un attacco, stringerne l’impugnatura gli infondeva sicurezza. Aggrottò la fronte, mentre cercava di capire la natura di quella luce, e ben presto anche Artysh sbirciò oltre le sue spalle, altrettanto incuriosito. Al principio il chiarore era troppo diffuso nella cavità per poter discernere bene qualcosa. Poi Rohym notò qualcosa che apparve eccezionale ai propri occhi: un ammasso di pietre color sangue, raccolte in fondo all’anfratto, accatastate una sopra all’altra. Erano quelle ad emanare la luce che illuminava l’interno.
-Ehi… guarda che roba…-
Si inoltrarono entrambi nella cavità, abbassandosi quel tanto che bastava per non cozzare con la testa sul soffitto ricoperto di muschio. Rohym si accovacciò di fronte alle pietre, studiandole attentamente. Erano completamente lisce, ovali, non più grandi del suo pugno. Allungò la mano.
-Fermo!- lo arrestò Artysh. -Non so quanto sia prudente toccarle…-
Ma Rohym era troppo affascinato per potersi fermare. Le sue dita carezzarono la superficie della pietra che svettava in cima. La sentì liscia, ed incredibilmente calda. Provò ad afferrarla, ma non riuscì a smuoverla di un millimetro: era come se fossero fuse l’una con l’altra. Sul volto del ragazzo aleggiò una smorfia di disappunto: sarebbe stato fantastico se avesse potuto portarsene una con sé come trofeo…
Artysh strattonò la spalla del compagno. Aveva trattenuto il fiato mentre Rohym sfiorava la pietra, temendo qualcosa che nemmeno lui sapeva immaginarsi. -Tu devi sempre toccare, vero?-
-Ma sono fantastiche! Guarda che luce!-
-Lo so!- Artysh era segretamente ammaliato, tuttavia il suo sesto senso lo avvertiva di stare attento. E quello non aveva mai sbagliato, nemmeno una volta. -Ma vediamo di non sfidare la fortuna!-
Improvvisamente un suono caratteristico giunse alle loro orecchie, facendoli trasalire. Lo riconobbero. Un nitrito. Artysh fu il primo a scuotersi, proiettandosi all’esterno. Girò lo sguardo intorno, e fu la luce delle folgori ad aiutare la sua vista. Poté così scorgere movimento appena poco lontano. Il nitrito si fece più insistente.
-L’ho visto! Rohym, vieni, è poco distante! Vieni!-
Si girò verso l’amico e lo vide ancora chino davanti alle pietre. Sulle prime si spaventò e corse nuovamente dentro per scuoterlo, temendo quasi che fosse ipnotizzato; poi vide quello che stava facendo in realtà. Il pugnale di Rohym correva velocemente sulla pietra in cima al mucchio, incidendo qualcosa. Il suo nome.
-Ma che stai facendo?!-
Il ragazzo si alzò contemplando soddisfatto la propria opera. - Così almeno è garantito che nessuno potrà privarmi del primato di aver scoperto questo posto!- sentenziò, prima di girarsi verso il compagno. -Ora andiamo!-
Si gettarono di nuovo all’aperto, sotto la pioggia battente. Artysh gli indicò la direzione da prendere. Entrambi corsero spruzzando fango e pezzi di foglie secche, seguendo il nitrito attraverso il fragore dei tuoni. Ben presto arrivarono alle pendici di un grosso albero che una folgore aveva praticamente tagliato a metà. Nella caduta, i suoi rami avevano intrappolato il cavallo in uno spazio troppo stretto perché si potesse liberare scavalcandoli. Nitriva spaventato, scalciando nel tentativo di spezzarli. Rohym scrutò con attenzione e scorse una brutta ferita alla zampa che probabilmente gli aveva impedito di correre per mettersi al riparo. L’unico punto a loro favore era il fatto che non sarebbe scappato una volta libero…
-Artysh, aiutami!-
Si accovacciarono sui rami e li afferrarono tirando con tutte le loro forze. Scivolarono un paio di volte sul terreno sdrucciolevole, ma lentamente, un passo dietro l’altro, riuscirono a scostare il pezzo di tronco abbattuto in maniera sufficiente per poter aprire un passaggio. Rohym fu lesto ad avvicinarsi al cavallo. Era spaventato, furioso, e sofferente. Scalpitava senza sosta.
-Fermo… Fermo!- cercò di placarlo, mentre guadagnava terreno, un passo dietro l’altro. Alle sue spalle, Artysh assisteva alla scena coi muscoli rigidi per la tensione. Era pronto a scattare se le cose si fossero messe male. Rohym si avvicinò fino ad arrivare ad un metro dall’animale. Allungò la mano. Lo stallone nero sbruffò in segno di estremo nervosismo. Evidentemente il temporale lo aveva terrorizzato.
Rohym non si fece scoraggiare e protese il braccio fino a carezzare il muso dell’animale. Stavolta fu attento a non compiere gesti bruschi, sebbene fosse teso fino allo spasimo. Dopo un ultimo nitrito soffocato di labile protesta, il cavallo cominciò ad acquietarsi. Rohym compì qualche passo portandosi di lato, alla larga da qualche possibile scalciata, che però non arrivò. Artysh si rilassò definitivamente, mentre si avvicinava a sua volta. -Che Naahrat mi fulmini! Credevo che volesse ribellarsi…-
-Già… ma fossi in te, nella situazione in cui siamo, non parlerei di fulmini…- fu la risposta di Rohym, che contemplava inquieto le nubi temporalesche che si addensavano sempre più, correndo nel forte vento d’alta quota. Guardò l’amico negli occhi. -Ora torniamo a casa. Abbiamo finito.- Il suo volto si illuminò nel pregustare la ricompensa che avrebbe potuto soddisfare il sogno di entrambi.
-Strano che tu non voglia esplorare i dintorni…- lo stuzzicò Artysh, socchiudendo gli occhi in un’espressione falsamente provocatoria.
-Non stanotte. Avremo altre occasioni, non credi?- ridacchiò l’amico, prendendo il cavallo per la criniera e conducendolo con sé. -Piuttosto, meglio non dire che lo abbiamo scovato al Picco Oblungo. Mio padre mi farebbe la pelle…-
-Sono d’accordo- rispose Artysh, mentre pian piano discendevano cercando di orientarsi in mezzo alla fitta pioggia per ripercorrere la stessa via dell’andata. -Altrimenti finiamo davvero come due tamburi… non sarebbe certo un glorioso destino…- e le risate dei due ragazzi si persero nell’eco del tuono.



Nella caverna, la luce rossastra si spense a poco a poco, come la fiamma morente di una candela. Lentamente, l’oscurità cadde. Sulla pietra rosso sangue in cima al mucchio delle sue gemelle spiccava l’incisione del nome del ragazzo. Dopo qualche secondo, su quella scritta nacque una lingua di fiamma che percorse in un guizzo lo sfregio nella pietra, quasi a sigillarlo. Quel fenomeno durò un solo istante, per poi svanire nello stesso lasso di tempo. La pietra era nuovamente liscia, splendente, immacolata.
Poi si scosse, una volta.
Solo una volta.




Titolo: Il Ghaor - prologo
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Akhayla
Aggiunto: June 13th 2007
Viste: 589 Times
Voto:Top of All
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