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La Guerra dei Morti

Prologo
Il mio nome è Alassius e sono il narratore di questa vicenda. Ho intrapreso quest’arduo compito nel timore che gli avvenimenti di cui ero stato testimone si affievolissero, un male che colpisce immancabile la memoria umana, ma che la pergamena o il papiro permette di mitigare. Mi auguro che abili copisti possano, dunque, contribuire a perpetuarla.
Nel nostro tumultuoso mondo, sono numerosi coloro che possono affermare di aver combattuto almeno una volta nella loro vita, ma ben pochi sono stati testimoni di una battaglia senza avervi preso parte alcuna. Non sto parlando del codazzo di mercanti e prostitute che segue di solito gli eserciti, ma di un mago, forse il più potente che sia mai visto. Fra coloro che avevano sentito parlare di lui, nessuno riusciva a spiegarsi perché frequentasse i campi di battaglia: alcuni sostenevano che amasse gli spettacoli cruenti e lo scorrere del sangue; altri, invece, credevano che fosse una sorta di messaggero della morte e gli avevano affibbiato l’inquietante nome di “Ladro d’Anime”. Ben pochi avevano comunque avuto la possibilità di scorgerlo o addirittura di incontrarlo da vicino; per questa ragione le voci sul suo conto sfociavano spesso nel romanzesco, venendogli attribuiti, di volta in volta, i più turpi misfatti e le azioni più incredibili. Non esistevano, d’altra parte, nemmeno versioni concordi riguardo il suo aspetto e le uniche indicazioni più o meno coerenti riguardavano la sua tunica, che veniva descritta come simile a quella indossata dai druidi anche se priva delle rune di cui questi ultimi si fregiavano.

Egli, dunque, come tante altre volte, attendeva con impazienza che lo scontro avesse inizio, ma, come tutte le attività umane, anche la guerra aveva le sue imprescindibili regole da seguire. I preliminari dello scontro furono in quella occasione insolitamente lunghi: i contendenti appartenevano, infatti, a popoli antichi e orgogliosi delle loro tradizioni. Gli eserciti si schierarono l’uno di fronte all’altro con esasperante lentezza, reggimento dopo reggimento. I due generali erano soldati esperti, giacché disposero le proprie truppe cercando di godere di un vantaggio sull’altro: chi si preoccupò di occupare una posizione leggermente sopraelevata, chi, invece, posizionò il proprio schieramento con il sole alle spalle.
Conclusi questi preparativi giunse il momento dell’arringa. Il mago non poté trattenere un sorriso di disprezzo: entrambi i condottieri avrebbero usato parole come onore, gloria o forse avrebbero fatto appello all’avidità dei propri uomini evocando ricchezze e saccheggi. Era in questa occasione che si poteva distinguere i veterani dalle nuove leve: gli sguardi dei soldati più giovani erano ancora in grado di illuminarsi di fronte a simili promesse, mentre i più anziani erano ormai insensibili a esse. L’esperienza aveva loro amaramente insegnato che non c’era gloria e onore in una battaglia ma solo sangue e morte. Nemmeno la prospettiva del saccheggio riusciva più a stimolarli: sapevano bene che non sarebbe toccato a loro la parte migliore del bottino, ma a nobili e ufficiali.
All’improvviso tutto tacque, e una calma irreale si sostituì all’illusoria euforia di quei vuoti discorsi.
Finalmente era giunto il momento…
Nei due gli schieramenti il suono delle trombe annunciò l’inizio dello scontro e gli eserciti si avventarono violentemente l’uno contro l’altro con un moto lento, coordinato dalla rigidità di schematismi appresi con fatica e sudore in sede di addestramento. Ben presto anche quell’incantesimo, quella parvenza di ordine s’infranse e lo scenario divenne confuso: fanti e cavalieri frammischiati in quella bolgia erano ormai un tutt’uno e quasi non era possibile distinguere le peculiarità delle casacche e delle armature. Dall’alto il mago osservava lo spettacolo con distacco, sembrava non preoccuparsi dell’andamento degli eventi. Le sorti dello scontro rimasero a lungo incerte, infine un reparto di cavalleria, tenuto sapientemente di riserva, riuscì ad aggirare l’esercito avversario e a metterlo in fuga. Nel caos generale molti si sbandarono e vennero uccisi, ma alcuni reggimenti rimasero miracolosamente intatti. Uno di questi attirò l’attenzione del mago: coloro che lo componevano non apparivano affatto sconfitti, anzi, conservavano ancora la parvenza di soldati nonostante le vesti lacere e le ferite riportate nella recente battaglia. Li guidava un giovane ufficiale, forse un subalterno, succeduto al vero comandante morto nello scontro. Dopo averli osservati allontanarsi per qualche minuto il mago scomparve.
Come un fantasma, egli seguì quel reggimento di fuggiaschi senza destare in loro alcun sospetto, cosa che nella precaria situazione psicologica in cui si trovavano avrebbe creato soltanto panico. Anche per questa ragione, quando ormai lontani dalla furia del nemico essi si accamparono per riposare e per fare riprendere fiato ai cavalli, si presentò allo sparuto gruppo di sentinelle camminando tranquillo e non comparendo all’improvviso in mezzo a loro come avrebbe potuto fare.
“Portatemi dal vostro capo.” disse soltanto e quella scarna richiesta bastò a dissuaderli da ogni atto ostile. Il mago confabulò con l’ufficiale in maniera spiccia, poi, com’era giunto, si allontanò scomparendo alla loro vista.
All’imbrunire nel campo di battaglia tutto era ormai finito e gli ultimi focolai di resistenza erano stati debellati. La pianura traboccava di cadaveri che nessuno si era ancora degnato di seppellire e fu proprio allora che il mago fece la sua apparizione. Avanzava con lentezza, senza preoccuparsi del terribile spettacolo di morte che lo circondava. Sembrava, anzi, trarre forza da esso, perché dal suo corpo cominciò a levarsi un’impressionante aura oscura. Nonostante questo, nessuno parve accorgersi di lui: il campo di battaglia era, infatti, preda della frenesia dei ghoul e di altri divoratori di carogne che avevano trasformato quel funereo contesto nel teatro di un orrido festino. All’interno dell’accampamento dei vincitori risuonavano, invece, canti e grida di festa. Il vino scorreva in abbondanza e ormai anche le sentinelle, solitamente all’erta e pronte a tutto, barcollavano stordite dall’alcool. Il nemico non incuteva più alcun timore e molti già presagivano un lungo periodo di pace e il ritorno a casa. Ciascun soldato, in quel momento di euforia, aveva la sua storia da raccontare e i suoi sogni da realizzare. I contadini pensavano al prossimo raccolto, che si auguravano ricco e fecondo, gli artigiani vantavano le loro qualità professionali e anche i detenuti, arruolati a forza per la battaglia, erano pieni di buoni propositi per il futuro che con ogni probabilità avrebbero dimenticato alla prima occasione.
Il mago passò in mezzo a loro senza essere visto né sentito, ascoltando frammenti di queste storie pur non soffermandosi mai troppo. Solo una volta giunto al di fuori dell’accampamento si volse come in attesa di qualcosa. Proprio in quel momento una serie di incendi scoppiò ai margini del campo tramutando tutte le manifestazioni di gioia in urla di disperazione e terrore. Era in corso un attacco, ma chi mai poteva essere il nemico? Si chiedevano sgomenti i pochi ancora sobri dopo i bagordi appena interrotti. Alcuni riuscirono a imbracciare le armi, ma resi lenti e malfermi dai fumi del vino vennero in breve tempo eliminati. Altri vennero addirittura uccisi nel sonno, trafitti dalle spade o bruciati dagli incendi. Un giovane ufficiale, lo stesso che aveva guidato alla salvezza il reggimento di fuggiaschi, comandava gli assalitori e urlando a squarciagola li incitava a non avere pietà. L’ecatombe sembrava non avere mai fine: il numero degli attaccanti era relativamente esiguo, ma nel caos che si era creato nessuno se ne accorse. Il destino era stato davvero crudele con coloro che si ritenevano vincitori, catapultandoli dalla vetta del trionfo al baratro di una rovinosa sconfitta.
Lo sguardo del mago rimase indecifrabile: forse anch’egli era rattristato dalla loro sorte o forse aveva visto troppe volte scene del genere per poter provare qualcosa. Quando tutto ebbe fine e del campo non rimasero che macerie fumanti, egli si allontanò. Dal suo corpo, ancora una volta, si levò un alone di oscurità che, in breve tempo ricoprì la sua figura. Sarebbe andato per la sua strada ma un forsennato scalpiccio di zoccoli destò la sua attenzione: qualcuno lo stava seguendo. La cosa lo incuriosì: nessuno avrebbe dovuto percepire la sua presenza, dal momento che si celava dietro a una fitta rete di incantesimi; ma poi si ricordò di essersene liberato dopo la distruzione del campo. Attese, dunque, che l’inaspettato inseguitore gli fosse innanzi e riconobbe in lui l’uomo che aveva guidato il recente attacco all’accampamento. Egli procedeva al galoppo e in breve tempo lo raggiunse facendo impennare in maniera spettacolare il suo cavallo.
“Mi stavi cercando, per caso?” domandò il Ladro d’Anime, per nulla intimorito da quella smargiassata.
Con fare sprezzante, il nuovo venuto rimase in sella: era evidente che non nutriva affatto simpatia per il mago, ma quando gli rivolse la parola, si sforzò di essere cortese:
“Ti ringrazio per il tuo aiuto, il mio re saprà ben ricompensarti per quello che hai fatto.”
“Non ce n’è bisogno.” gli rispose lui. “Io non ho fatto nulla in fondo.”
La risposta lasciò interdetto l’ufficiale: non si sarebbe mai aspettato che quel mago, in genere così arrogante e pieno di sé, ostentasse della falsa modestia.
“Cosa vuoi dire?” gli domandò. “Non è forse grazie al tuo intervento se l’attacco è risultato così inaspettato?”
“Niente affatto” gli rispose con voce divertita. “Io mi sono limitato a incoraggiare un poco te e i tuoi uomini, ma il merito della vittoria è soltanto vostro.” E vedendo la sua espressione sorpresa continuò:
“Vedi, spesso la forza di una convinzione è più potente di tutte le magie. Tu e i tuoi soldati non avreste mai attaccato un esercito così superiore al vostro senza la sicurezza di un aiuto soprannaturale e io non amo adoperare invano i miei poteri.”
L’ufficiale si adirò molto per questa risposta: era chiaro che a lui non importava nulla della sua causa, ma allora quale interesse lo legava alla tragedia che si era appena conclusa, si chiese.
“Cosa sarebbe successo se i miei nemici fossero stati all’erta e avessero sventato l’attacco? Tu saresti intervenuto in nostro aiuto?”
Il silenzio del mago fu più eloquente di ogni risposta facendo montare ancor di più la rabbia dell’uomo. Come si permetteva di deriderlo così, pensò, come aveva potuto giocare con la sua vita in questo modo? In preda all’ira snudò la spada e sferrò un violento fendente contro di lui. Prima, però, che la lama potesse colpire il suo corpo, il metallo gli si sfaldò letteralmente fra le mani.
“Dov’è finito il tuo codice cavalleresco?” lo canzonò. “Ora cerchi di uccidere un uomo disarmato?”
“Taci, le persone della tua risma non sono in grado di combattere da uomini, con il nudo acciaio.”
“Ma guarda?” gli rispose lui sbuffando di disprezzo. “Dopo aver ucciso una massa di ubriachi torna a galla l’onore…”
Imbarazzato l’ufficiale tacque ma questa volta, in maniera del tutto inaspettata, fu il mago a perdere la calma.
“Come osi farmi la morale? Guardati attorno, quanta povera gente è morta per soddisfare le brame del tuo re? Quanti sogni sono stati infranti da questa battaglia? Riesci a scorgere un briciolo di onore e di giustizia in tutto questo? Ho visto uomini commettere i crimini più innominabili, eppure erano considerati dei perfetti gentiluomini. Persone della mia risma, per usare le tue parole, non si nascondono dietro l’ipocrisia di termini come l’onore per giustificare le proprie azioni.”
“Cosa vuoi dire?” gli chiese l’ufficiale.
“Non lo capisci da solo?” gli domandò il mago. “Non mi pare che tu abbia molta esperienza di guerra, è forse così che ti aspettavi una battaglia? Hai mai udito ballate descrivere quello che è successo oggi?”
L’ufficiale rimase senza parole: nulla di ciò che gli era stato insegnato lo aveva preparato a una simile esperienza. Era abituato a tornei e giostre e aveva pensato che la guerra fosse un altro modo per dimostrare la propria abilità, ma si sbagliava. Molti dei suoi amici che condividevano le sue stesse illusioni erano morti e lui stesso era consapevole di non essere più lo stesso uomo di prima.
Notando la sua espressione il mago riprese:
“Vedo che inizi a capire.” E poi, con un tono quasi paternalistico, aggiunse:
“Ora vai! Raggiungi i tuoi uomini. Vorranno acclamarti come meriti, anche se temo che dopo le mie parole non ti godrai più tanto questi festeggiamenti.”
L’ufficiale stava già per andarsene, ma poi ebbe un ripensamento, si volse ancora una volta e guardò il mago in maniera decisa.
“Rispondi alla mia domanda, che cosa ti spinge a frequentare i campi di battaglia, quali sono i tuoi scopi? Dalle tue parole mi pare di capire che odi la guerra e allora perché mai assisti alle lotte degli uomini?”
“Tu mi sopravvaluti: cosa dovrei fare, secondo te, entrare in campo e dividere i contendenti? Sappi che la guerra, non importa le ragioni dalle quali scaturisce, è il passatempo preferito dei mortali da secoli. Invano profeti e sovrani illuminati hanno cercato di sradicare questa disumana pratica, cosa potrei fare io?”
“Questa non è una risposta.” gli disse l’ufficiale.
“E non intendeva esserlo.” gli rispose lui di rimando.
“In fondo” aggiunse con un sorriso. “Tutti i maghi hanno i loro segreti: se venissero meno prederebbero quell’alone di mistero che li contraddistingue.”
Detto questo il Ladro d’Anime scomparve e l’ufficiale non poté far altro che allontanarsi a sua volta.




Titolo: La Guerra dei Morti
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Stefano
Aggiunto: July 8th 2006
Viste: 694 Times
Voto:Top of All
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