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I Due Maghi - La Famiglia Perduta

Si tratta del 13 capitolo del primo libro di una trilogia fantasy che sto scrivendo.

Angor: giovane mago partito da una lontana foresta per ritorvare la sua vera famiglia che lo abbandonò alla nascita.

Zyl: creatura goblster (mezzo uomo e mezzo goblin), compango di viaggio di Angor, é in cerca di vendetta e odia disperatamente il mondo.


XIII - LA RABBIA DI ANGOR – XIII



Rosea, la luce del mattino filtrava attraverso la veste frondosa, tra gli spacchi di foglie e le scollatu-re di fiori, gli ultimi della stagione rimasti a profumare l’aria.

Il cavaliere dalla spada azzurra era chino su una vecchia mappa, che stava esplorando con un di-to. «Se ho calcolato con esattezza, fra non molto il Bosco Solitario esaurirà la sua linfa e cederà il passo alla Contea di Herlin» dichiarò, ripiegando la cartina e riponendola nella sacca. «È tanto che non ammiro un’aurora a cielo aperto.»

Infatti, poco dopo, la vegetazione prese a diradarsi e gli unicorni poterono sgranchirsi le gambe con un trotto leggero. Poi, per alcuna ragione apparente, gli alberi si rimpicciolirono sino a mutare in arbusti, gli arbusti in fili d’erba, i fili d’erba si unirono in un manto che crebbe in un colle, il colle s’inginocchiò ad un pianoro e oltre il pianoro…

…la Contea di Herlin!

Ad oriente, il sole era un abbagliante fuoco bianco che divampava da un crinale, i suoi raggi mille pennelli intrisi in altrettanti colori. Per lui il cupo cielo notturno si stava stemperando in un mare cobalto solcato da formosi nembi, indomiti velieri dallo scafo platinato di malva e governati da un equipaggio di correnti e brezze. Più in basso il Satin, il vento del mattino, increspava il volto sinuoso di un lago, le cui acque erano alimentate da un ventaglio di rivoli, vene azzurre che scintil-lavano a perdita d’occhio sull’altopiano.

Angor stava ammirando rapito il paesaggio e al contempo cercando dei punti di riferimento per orientarsi. «Siamo fortunati: questo lago è disegnato sulla mia mappa. Ma é strano… secondo la via che abbiamo seguito attraverso il Bosco Solitario, avremmo dovuto giungere più ad est. Uhm… Probabilmente la bussola si é danneggiata durante il viaggio» concluse, stringendosi nelle spalle. In realtà era stato Zyl a manometterla affinché sfasasse il nord, ma questo lui non poteva saperlo. «Comunque non è grave» dichiarò in tono allegro. «Da qui, oltre l’orizzonte nebbioso, intravedo già i primi colli, segno che le Montagne Gloriose non sono lontane.»

Il goblster, sebbene fosse al suo fianco, non lo stava a sentire.

Angor aveva notato che quel mattino portava una maschera diversa dal solito, invero più inquie-tante del solito: i muscoli del volto erano contratti, cristallizzati in uno sguardo cupo, machiavellico, a tratti avvelenato da schegge di sorriso.

«Ehi, Zyl» tentò di penetrarlo il mago. «Va tutto bene?»

Il goblster tese le orecchie affusolate e le roteò di qualche grado. Poi diede una risposta alquanto bizzarra. «Il richiamo di un’allodola… tsk! …scontato.»

Angor non aveva sentito niente. «Il richiamo di un’allodola?» chiese, preoccupato per la salute mentale del compagno. «Sei certo di aver sentito bene? Quelli sono uccelli notturni e… insomma… ora è mattino.» E poi cosa c’entrano adesso le allodole? pensò tra sé.

Una scheggia di sorriso. Un sibilo. La depravazione negli occhi. «Adoro la Contea di Herlin.»

Il mago fu percorso da un brivido. Adoro la Contea di Herlin? Ma se non l’hai neanche guarda-ta, avrebbe voluto dirgli. Tuttavia non ne ebbe il tempo, perché il cavaliere dalle due spade partì al galoppo e fu costretto a tenergli dietro.

Aggirarono il lago verso oriente e poi si lanciarono alla volta dei colli.

Rabbioso, Zyl spronava Tempesta e questi rispondeva strappando al suolo zolle di terra simili a meteore, che costrinsero Folgore a togliersi dalla sua scia.

Più oltre il paesaggio iniziò a mutare forma e, senza che nemmeno se ne accorgessero, la loro corsa non fu più libera, ma governata da falde rocciose che crescendo minacciose ai loro fianchi li stavano chiudendo in una morsa fatale. Infine furono sovrastati da due possenti promontori, simili a giganti di pietra, che da sempre si guardavano senza toccarsi: un’interminabile fenditura li divideva e oscura si lanciava nelle viscere della montagna per rivedere la luce chissà dove.

Zyl lo sapeva.

Fu lui a condurre Angor lì.

Alla Gola dei Briganti!

Troppi agguati erano stati perpetrati ai danni di carovane, perché gli uomini vi passassero anco-ra. Gli stessi briganti avevano abbandonato da anni quel luogo, dove il sole di rado giungeva e il vento non smetteva mai di fischiare.

Il goblster smontò da Tempesta.

«Che posto è questo?» Angor trepidò di fronte a quelle mura di fredda pietra. «E poi perché ci siamo fermati?» Zyl gli dava le spalle. «Ehi, parlo con te!»

Questi girò appena il capo, la sua voce una folle promessa. «Non cercare di capire, stregone. L’ho fatto anche per te. Vedrai… fra non molto mi odierai, proprio come tutti gli altri.»

«Odiarti? Perché mai dovrei odiarti? Certo non andiamo d’amore e d’accordo, ma questo non…»

«RASH!!!» urlò il goblster, strappando alla gola un eco che fece piovere granelli di roccia. «VIENI FUORI! SIAMO ALLA RESA DEI CONTI! DUE FREDDE SPADE ATTENDONO LE TUE CALDE VISCERE!»

Rash? Il dubbio si stava insinuando nella mente di Angor. «Cosa sta succedendo, Zyl!»

Il guerriero dagli occhi violacei addentò un sigaro e da uno stivale un cerino prese fuoco. Una boccata, due boccate,… Il Tabacco degli Angeli inondò i suoi polmoni, fu risucchiato dalle narici e poi soffiato via. No, non era nervosismo. Solo dolce attesa.

All’improvviso una voce sovrastò il sibilo del vento. «LA MORTE TI SALUTA, MIO RE!»

Angor fissò Zyl, spaesato. Mio re???

Poi un ghigno sguaiato crepò l’aria e da cespugli, rovi e anfratti nelle pareti rocciose apparve-ro…

«Goblster!!!» esclamò il mago.

Sì, proprio loro. Proprio goblster. Una ventina almeno. Stavano sopraggiungendo da ogni parte, con passo silenzioso e sguardo truce. Ognuno portava un’arma diversa. Alabarde, lance, asce bi-penni, mazze chiodate, spadoni dalle lame interminabili rifulgevano nelle loro mani, ancora incro-state di sangue. Le armature erano di scaglie di drago, di cotta di maglia, di semplice ferro battuto, in alcuni casi inesistenti. Non aveva importanza. Loro erano i guerrieri più micidiali che esistessero e il loro scopo uno solo: mietere più vite possibili.

Angor si guardò attorno, sempre più sbigottito. Erano circondati.

Un goblster dagli occhi gialli come quelli di un lupo vampiro e dai capelli rasati intorno ad una spinosa cresta corvina, avanzò, distinguendosi dagli altri. «Ciao, Zyl. Quanto tempo è passato.» Del lupo vampiro aveva anche il ringhio.

«Rash, lerk traijsh . Ho contato ogni dannatissimo giorno…»

Il goblster dagli occhi color topazio appoggiò lo spadone su una spalla e si mise a volgergli in-torno con portamento borioso. Sul cranio aveva tatuato un serpente nero dalle scaglie rosso fuoco, che spalancava le fauci in mezzo alla fronte. «Sai a che stavo pensando, mentre ti guardavo arriva-re?»

«Illuminami…» fece Zyl sarcastico.

«Stavo pensando che quel tabacco che ti fumi ti ha spappolato il cervello. Non che mi dispiace, certo. Devo ammettere che quei carboni fumanti giù al vecchio mulino e quello strappo di tunica al Bosco Solitario mi sono stati utili. Ma così mi rendi tutto troppo facile.»

Zyl forzò una risata. «Fammi il favore, non dire idiozie!» Il suo tono ostentava una sicurezza i-naudita. «Tutti sanno che il tuo cervello da traditore non ha mai fatto scintille. Senza quei regalini sparsi in giro non mi avresti mai trovato. Ricorda che se oggi siamo qui, riuniti come una bella fa-migliola, è solo per mio volere.»

Angor impallidì: ognuna di quella parole era per lui un brutale tassello del mosaico. Ecco per-ché al mulino abbandonato volle mangiare del pesce: per accendere un fuoco e lasciare una trac-cia ben visibile! Ecco perché ha fatto di tutto per accelerare il viaggio: per non mancare a questo appuntamento! Non ci posso credere… fin dall’inizio era la vendetta il suo unico scopo. Chissà da quanto la stava progettando. Io… io avevo intuito qualcosa, la rabbia nei suoi occhi era troppo grande perché rimanesse a lungo prigioniera. Ma no… no… non avrei mai pensato che potesse giungere a questo. A coinvolgermi nella sua battaglia personale. A mettere a repentaglio la mia vi-ta, che aveva giurato di proteggere. Sono stato un ingenuo. Uno stolto! Ma non gliela darò vinta. No, questo mai! Indignato, il suo sguardo puntò contro Zyl. «Dunque è per questo che mi hai porta-to con te: per dimostrarmi una volta per tutte che il tuo cuore è nero come la notte.» In quel momen-to si dimenticò che una schiera di goblster sanguinari era pronta a farli a pezzi.

Zyl tirò un’ampia boccata dal suo toscanello e staccò lo sguardo da Rash. «Tutto questo riguar-da solo me. Tu non dovevi esserci.»

«E allora perché mi trovo qui?»

«Lo sai benissimo il perché.»

«Sì, ma voglio sentirlo da te.»

Il goblster sputò per terra. «Che tu sia dannato!» ringhiò, puntandogli contro indice e mignolo a guisa di corni. «Prima di conoscerti andava tutto alla perfezione: avevo le mie certezze, la mia vita, la mia libertà. Ma poi no! Dovevi arrivare tu a sconquassare tutto! Lo Spirito della Bontà!» Allargò platealmente le braccia, come se accogliesse una creatura divina. «Così quando mi salvasti dai go-blin colsi l’occasione al volo. Ero certo che Rash e i suoi mercenari avrebbero impiegato poco ad annusare le mie tracce. Ma io non chiedevo di meglio. Tre piccioni con una fava: finalmente avrei ottenuto la mia vendetta, avrei avuto il tuo odio e mi sarei liberato di te salvandoti la vita.» I suoi occhi furono colti da un lampo di folle genialità.

Angor ebbe una stretta al cuore e distolse lo sguardo. Perché… perché io alcune cose non riesco neppure a pensarle? Ma poi serrò i pugni e replicò. «Mi dispiace deluderti, Zyl. Ma la tua fava si è rivelata inutile, giacché nessuna vendetta allevierà mai il tuo dolore, nessun odio divamperà mai dai miei occhi per te e mai ti concederò di salvarmi la vita!»

Il goblster gli scagliò un’occhiata furibonda, ma non ebbe tempo di ribattere siccome Rash vo-mitò un ghigno sgangherato.

«Forte l’umano!» esclamò, tenendosi la pancia. «…nessuna vendetta allevierà mai il tuo dolore, nessun odio divamperà mai dai miei occhi…» La sua imitazione di Angor fu pessima, ma strappò alla torma di goblster una salva di grugniti e versi striduli, alla pari di vili risate d’osteria. «Ho senti-to un bardo farfugliare versi simili tempo fa… per la morte nera!... quello sbomballato però si era fatto di tube d’aspide , non so se mi spiego.» Rash afferrò brutalmente il mago per i capelli, torcen-dogli il collo all’indietro per scrutarlo meglio. «Mi piacciono i tuoi occhi» sibilò, emanando un o-lezzo che costrinse Angor a trattenere il fiato. «Quando avrai un ferro piantato nelle budella te li ca-vo con le unghie, li svuoto e ci bevo del Whiskey Loch Mohr .» Infine affondò un pugno nel suo stomaco, lo afferrò per la tunica sollevandolo da terra e lo gettò via come se fosse un fantoccio. «Uh! Uh! Guarda che volo!» grugnì, rivolgendosi a Zyl. «Ancora mi chiedo come ha fatto a salvarti dai goblin.»

Zyl guardò Angor che si rialzava tossendo, ma non rispose.

«Te lo dico io come ha fatto. Ha avuto fortuna, il kraik !»

Il mago si accigliò di colpo: aveva già udito quella voce.

«E scansatevi, luridi sangue sporco!»

I goblster che si ergevano alle spalle di Rash si spostarono per lasciar passare una figura alta po-co più di una iarda e mezza, portante anelli d’oro all’orecchio sinistro e un elmo a forma di sparvie-ro.

«Capitano Skar» fece Rash, forzando un inchino. «Vi consiglio di tornare dietro: non è prudente stare qui.»

«Ah, falla finita sangue sporco! Ho voglia di divertirmi anch’io.»

Angor non sapeva più cosa pensare. Cosa ci faceva Skar in combutta con i goblster? Lui era un goblin. Loro si odiavano. Non aveva senso! Cercò lo sguardo di Zyl, ma come sempre notò che non era affatto sorpreso, anzi stava sorridendo.

«Povero Rash. Guarda come sei caduto in basso: lì a leccare i piedi a un goblin.»

«Almeno io non sono costretto a nascondermi come un cane rognoso e in più sono pagato per servire i goblin. Ma sai che ho risposto a Razel, quando mi ha chiesto di trovarti e ammazzarti? Gli ho detto che lo avrei fatto per un pugno di spighe di ferro.»

«Complimenti… che spirito di devozione…» replicò mordace Zyl. «Allora ascolta la mia pro-posta: battiamoci! Tu ed io! Fino alla morte! In fondo è solo te che voglio.»

Rash scrollò il capo. «Ti sembro pazzo, forse? Sei sempre stato il più forte di noi, devo ammet-terlo, e non avrei scampo. Però, al contrario di quello che pensi, non sono neppure stupido e questa volta mi sono organizzato. Sei forte, certo. Ma contro venti di noi non hai speranze. E una volta che i miei ragazzi ti avranno lavorato per bene per me sarà un giochetto finirti.»

«Sei un vile, Rash. Nonché un povero illuso. In quest’ultimo anno mi sono allenato duramente e non ti sarà facile piegarmi. Vedrai… spazzerò via i tuoi guerrieri come cenere al vento e alla fine ti strapperò il cuore.» Zyl piegò le falangi di una mano a guisa d’artigli e mimò quel gesto nell’aria. Dopodichè sollevò fugacemente gli occhi al cielo, tirando un altro paio di boccate dal sigaro: degli avvoltoi stavano girando in cerchio sopra le loro teste, come se già avvertissero l’odore della carne morta. «E pensare che avremmo potuto fare grandi cose insieme» disse poi in tono vagamente no-stalgico. «Mi fidavo di te. Avresti solo dovuto aspettare un altro po’, e sia gli umani che i goblin ci avrebbero dato ciò che ci spettava. Ma tu hai trovato più conveniente ammutinarti, non è così?»

«Mork ! Finiscila con questa lagna!» berciò Rash. «Tu e il tuo stramaledetto codice morale. Non l’ho mai sopportato. E vuoi sapere la verità? Ti ho sempre odiato per questo. Sì, è così: ti odio ferocemente! Ti odio per quello che sei e per quello che io non sarò mai.» Un’invidia atroce dar-deggiava nei suoi occhi topazio. «Un tempo facevo di tutto per somigliarti, ricordi? Già… Ma nes-suno poteva essere come il nostro re.»

«Non ho mai voluto esserlo» si difese Zyl con freddezza.

«Però ci riuscivi bene e sono certo che godevi nell’avere tutto quel potere.»

«Ti sbagli. La gente mi seguiva solo perché credeva in me e nei miei ideali.»

Rash storse le labbra. «Ideali… Puah! Tu sei sempre stato un visionario e grazie a me alla fine tutti l’hanno capito. Per questo sei rimasto da solo.»

Tutto ciò che Angor riuscì ad intuire da quella conversazione, fu che Zyl, un tempo, era stato al-la guida dei goblster e che in quel periodo lui e Rash erano stati amici. Avrebbe voluto ascoltare an-cora per farsi un’idea più chiara del passato di Zyl, ma Skar non lo permesse.

«Siete ridicoli! Tutti e due!» stridette il goblin. «Parlate di re e ideali, quando non siete neppure un popolo. Ma guardatevi… Siete solo un branco di sangue sporco, uno scherzo della natura, buoni solo come mercenari. E la sai una cosa, Zyl? Avresti fatto meglio a seguire l’esempio dei tuoi fratel-li e sottometterti anche tu al grande Razel. Perlomeno avresti avuto salva quella misera vita.»

«Qui di misero ci sei solo tu, Skar. Tu e questa ciurmaglia di traditori che ti protegge le spalle. Ma per quanto mi riguarda, preferirei bruciare nel Loch Mohr piuttosto che vedere l’anima a Ra-zel.»

«E brucerai, sangue sporco, stanne certo! Ma prima di lasciarti in pasto ai tuoi cari fratelli, vo-glio occuparmi personalmente dell’umano.» Skar puntò la daga in direzione di Angor. «Te l’avevo detto, giù all’Uncino, che ti avrei ritrovato e che te l’avrei fatta pagare. Avanti, dimostrami che allo-ra non fu solo fortuna!»

«Non così in fretta» intervenne Zyl, mettendosi tra i due. «Io e te abbiamo ancora un conticino in sospeso, o te lo sei già dimenticato? E visto che hai rievocato i bei momenti trascorsi all’Uncino, ricordi cosa ti dissi in quell’occasione?»

«E come vuoi che me lo ricordi!» fece Skar con aria di sufficienza. «Poi se non sbaglio…» e sorrise beffardo «…quella volta ti avevo ridotto piuttosto male e hai farfugliato un mucchio di cose senza senso.»

Zyl ricordava ancora con chiarezza come il goblin lo avesse umiliato, picchiato e pugnalato alle spalle, ma rimase impassibile: adorava assaporare con dolce freddezza quello squisito piatto chia-mato vendetta. «Ti dissi che in un combattimento vero non riusciresti neppure a menare un colpo di spada, che già la tua testa starebbe ruzzolando al suolo, come un fetido guscio vuoto.»

Skar si strofinò nervosamente il naso. «Sì, sì… può darsi.» Indietreggiò di qualche passo. «Co-munque che diavolo c’entra? Io e te non combatteremo.»

«Tu dici?» La voce di Zyl era come miele avvelenato.

Il goblin allora inarcò un sopracciglio e un goblster si parò dinanzi a lui. Aveva mascelle spor-genti, il collo taurino e un ampio sfregio sulla guancia destra. Barbarici occhi rossi luccicavano die-tro un elmo d’osso, ricavato dal cranio di un rinoceronte. Tra le mani, un gigantesco martello da guerra.

Zyl liberò le spade dalle guaine. «Pensi di essere al sicuro, così?»

Skar, dietro quelle mura di carne, si sentiva intoccabile. «Fatti sotto, sangue sporco! Vediamo di cosa sei capace.»

Zyl forzò un’aria pensosa. «Di cosa sono capace… uhm… vediamo un po’…» Lasciò trascorre qualche secondo per accrescere la tensione e poi finse di illuminarsi. «Ecco, ci sono!» Una delle sue spade cadde nel vuoto. Rapidissimo, la colpì con un pugno sull’elsa, dove il gargoyle di giada allar-gava le ali, e la riprese al volo, lasciandola girandolare sul palmo della mano sinistra. «Questo colpo si chiama “Grido del Falco”» annunciò. «Preparati!» Scagliò la spada al cielo, trasformandola in un turbine di luce che in un istante divenne uno scintillio lontano. Istintivamente, gli astanti proiettaro-no gli occhi verso di esso ed egli ne approfittò. Fulminea, l’altra spada disegnò un fendente semicir-colare. Schegge d’osso e fiotti di sangue schizzarono ovunque. Il goblster dagli occhi rossi cadde in ginocchio. Un tonfo. Ancora del sangue sprizzò. Il martello da guerra gli scivolò di mano e piombò sulla sua testa mozzata, spappolandola. Infine il caduto crollò in avanti, coprendo quel disgustoso scenario.

Skar non si lasciò impressionare e si apprestò ad invocare la protezione di un altro goblster, ma prima di farlo commise un errore: punzecchiò Zyl. «Bel colpo, non c’è che dire. Tuttavia, come puoi vedere, la mia testa è ancora attaccata al collo. Quindi, mi dispiace, hai fallito!»

Sibillino. Scintillante. «Non se ho mentito» lo contraddisse il goblster.

«Che vuoi dire?»

«Ti svelerò un segreto, Skar. Non ho mai voluto decapitarti. In fondo il tuo brutto muso sta bene dov’é.»

«E allora cosa…»

«Ssst… ascolta…» lo interruppe Zyl. «Non lo senti?»

«Sentire cosa?» fece Skar, cominciando ad innervosirsi. Ma poi lo sentì: era un sibilo che anda-va crescendo. «E questo suono da dove diamine arriva?» Si guardò attorno. Stava sudando. Incrociò gli occhi eccitati di Zyl e udì la sentenza: «Il Grido del Falco!». Allora si ricordò. Ma era troppo tar-di. Allorché levò lo sguardo al cielo, un sibilante sfarfallio lo travolse, inchiodandolo a terra. Il gar-goyle di giada ora spuntava dalla sua bocca, mentre la lama scendeva nel terreno dietro la nuca, pu-lendosi.

Zyl sfilò la spada dalla testa del goblin e la puntò contro Rash. «Adesso tocca a te!»

Il goblster si voltò e passò attraverso i suoi guerrieri. «Uccidete l’umano e lasciate lui in fin di vita.» Era sorprendentemente tranquillo.

La battaglia ebbe inizio.



I goblster si disposero strategicamente, in modo che le loro prede non potessero fuggire.

Schiena contro schiena, i due guerrieri erano pronti a difendersi.

«Questi non sono goblin, stregone. Con loro non puoi competere. Stammi vicino se vuoi portare a casa la pelle!»

«Te l’ho detto, Zyl, non ti permetterò di salvarmi la vita.»

«Allora che tu possa bruciare nel Loch Mohr! Addio!» Su quelle parole si lanciò contro un go-blster tre volte la sua stazza, che brandiva una titanica ascia bipenne. Schivò in scioltezza il suo at-tacco a spiovente e spiccò un salto, gridando: «Questo è un Colpo della Mannaia!». Poi piombò su di lui, ancora chino a sfilare l’ascia dal terreno, e gli mozzò di netto le braccia, all’altezza delle cla-vicole. Le arterie del mercenario presero ad agitarsi come serpenti che sputassero sangue a fiotti, mentre gli occhi si riempivano di pietrificante sgomento. Non riuscì a gridare. Solo un grugnito. Zyl gli squarciò i polmoni e torse le spade nelle carni. «Meno tre!» proclamò, sempre più esaltato dalla battaglia.

Raccapricciato, Angor lo osservò lanciarsi in un nuovo attacco, ma non vide altro, perché un si-bilo all’orecchio destro calamitò i suoi occhi contro un proietto chiodato. Fece appena in tempo ad abbassarsi.

«Ti schiaccio come un insetto, schifoso umano!» stridette un goblster dai capelli intrecciati a mo’ di serpi.

Il mago guadagnò spazio e si mise in posizione di combattimento. Il volto del suo avversario era oltremodo inquietante: il mento appuntito come una lancia e gli occhi neri solcati da bianche pupille scheggiate, lo rendevano assai simile a un demone.

«Che c’è? Hai paura?» lo beffeggiò il goblster. «Fatti sotto, che ti scanno!»

Farsi sotto é una parola, pensò Angor. Era alto sette piedi e ondeggiava minacciosamente un mazzafrusto: la portata dei suoi attacchi era molto superiore alla sua. Se avesse tentato di attaccarlo frontalmente, avrebbe avuto ben poche speranze di andare a segno. D’altra parte, l’arma che bran-diva era lenta e questo gli dava un vantaggio: avrebbe potuto avvicinarsi usando l’agilità. Si portò quindi nel suo raggio d’attacco.

Il mercenario reagì immediatamente.

La sfera chiodata si sollevò da terra, facendo crepitare la catena cui era attaccata, roteò sopra la sua testa per acquisire violenza e infine si scagliò contro il fianco sinistro del mago. Questi la guar-dò arrivare con la coda dell’occhio, e meditò che se lo avesse colpito di lui sarebbero rimasti due moncherini deformi. Ma in quel caso potenza era sinonimo di lentezza. Un istante prima dell’impatto si lanciò in una capriola e per qualche battito di cuore perse di vista il goblster. Quando si rialzò, con Séphir tesa a colpirlo, scoprì d’averlo sottovalutato. Questi infatti era sgusciato all’indietro, chiamando a sé la sfera chiodata, e ora stava per eseguire un Colpo della Mannaia.

Angor fece uso di tutta la sua destrezza.

La meteora di ferro esplose sul terreno, sollevando erbe, fiori e rocce maciullate, ma lui riuscì a scattare di lato. Il goblster barcollò in avanti, come se quel colpo gli avesse fatto perdere equilibrio. Il mago si lasciò ingannare e pensò bene di approfittarne: menò un poderoso affondo mirando allo stomaco. Il guerriero dalle pupille bianche lo schivò con una rotazione antioraria dell’anca. «Preve-dibile» fu il suo giudizio. «Questo invece no!» La lama serpeggiante di un kriss brillò e d’istinto Angor si gettò a terra. Quando si rialzò avvertì un bruciore al braccio sinistro: era stato ferito.

Il goblster infilò il kriss nella fibbia del cinturone e lasciò penzolare il mazzafrusto dietro la schiena. «Ti è andata bene, umano: avrei potuto staccarti il braccio» gracchiò burbanzoso. «Ma così mi diverto ancora un po’. Anche se… eh sì, bisogna proprio dirlo… non sei un granché. Ho già vi-sto larve e lombrichi muoversi più in fretta.»

Purtroppo aveva ragione: Angor era troppo lento rispetto a lui, e se avesse continuato ad attac-carlo così, presto o tardi avrebbe avuto la peggio. Il mago volse un’occhiata fugace a Zyl e notò che stava avendo la meglio su tre mercenari: la sua furia e la sua destrezza erano spaventose. Tuttavia, per lui non era una questione personale e gli riusciva difficile combattere con convinzione.

«Ehi, umano!» lo arpionò una voce. «È inutile che guardi il tuo amichetto, tanto non viene a salvarti. E poi… tranquillo… fra non molto crolla in ginocchio anche lui.»

«Ti sbagli» replicò serafico il mago. «Nessuno crollerà in ginocchio.»

«Ah, no? E allora dimostralo! Sono qui, che aspetti?»

Non c’era altra soluzione: doveva far uso della magia. Senfir gli aveva più volte ricordato che essa andava adoperata solo quale ultima risorsa, in special modo nel suo caso. Infatti, l’amuleto che portava al collo proteggendolo dall’occhio spirituale di Xenel, diveniva inutile allorché liberava la sua aura magica. Ma c’era una scappatoia: se la potenza e la durata dell’incantesimo non erano ec-cessive, la probabilità che Xenel percepisse la sua presenza era minima.

«Questa non è la mia battaglia, guerriero dalle bianche pupille. Tuttavia, non mi lasci scelta.» Angor chiuse gli occhi per risvegliare la sua aura: avrebbe fatto uso della Stoccata Spirituale. Quan-do li riaprì, essi brillavano di una luce diversa, più intensa. Con Séphir stretta in mano, avanzò deci-so, portandosi ancora una volta nel raggio d’attacco del suo avversario.

«Allora sei stupido! Così non funziona!» La meteora chiodata squarciò l’aria e puntò di nuovo contro il fianco sinistro del mago. Questi attese l’ultimo battito di cuore e poi guizzò in avanti, la-sciandosi alle spalle il suo spirito vestito della sua immagine. Per un istante divenne invisibile e le-tale quanto un dardo di ghiaccio. Esterrefatto, il goblster vide Séphir schizzare contro di lui, poi il mazzafrusto gli cadde di mano: entrambe le spalle erano state trafitte, le braccia ormai inservibili.

Intanto Angor aveva già riacquistato fisionomia. «Ritirati!» intimò. «Non è mia intenzione uc-ciderti.» Quell’atto di pietà fu condannato a morte, perché il goblster stramazzò di schiena: in mez-zo alla fronte, un pugnale. Zyl, vittorioso, troneggiava sui corpi mutilati di tre mercenari. «E con quello fanno sette!» dichiarò. Poi contorse lo sguardo in una morsa di sdegno. «Puah! Sei un debo-le, stregone. Come deboli sono questi guerrieri! Rash!!! È questo il meglio che hai da offrire?»

Il capitano dei goblster fece tintinnare i sei anelli d’argento che portava all’orecchio destro e due guerrieri albini avanzarono. Avevano iridi ghiacciate e elettrici capelli bianchi, che ricadevano sulle spalle come fili di fulmine. Indossavano stivali dall’aculeata punta d’acciaio e impalpabili pantaloni di lino. A torso nudo, sulla schiena avevano tatuato un dragone bianco, che allargava le ali frontal-mente e teneva sospesa tra le fauci una sfera d’energia. Infine, a formare un tutt’uno con mani e braccia, lunghe fruste nere.

«Toh... guarda chi si vede…» fece Zyl piacevolmente sorpreso. «I gemelli Raiden. Dite un po’, non vi siete ancora stancati di giocare con quelle cordicelle?»

Il loro sguardo era vitreo, inespressivo. Se potevano parlare, non lo fecero. Nessun verso poteva deliziarli quanto il fugace e lacerante schioccò di una frusta. Simili a serpi nere, le sferze si contor-sero nell’aria e furono aizzate contro Zyl. Letali, due scintille squarciarono la sua ombra. Lui però aveva spiccato un balzo e ora la sua immagine incombeva su uno dei gemelli. Dal nulla, le fruste si materializzarono a pochi pollici dalle sue caviglie. «Siete veloci, eh? Ma non quanto me!» I gargo-yle si protesero in difesa dei suoi arti inferiori e si fecero un baffo delle serpi. Non appena toccò ter-ra gli albini richiamarono le fruste e presero ad agitarle così velocemente che divennero schegge di luce. Zyl intuì che stavano per eseguire il Colpo della Folgore e cercò di liberarsi da quella trappola con un avvitamento aereo. Raggiunse i tredici piedi, ma non bastò. Cariche d’energia, le fruste fu-rono tese e allorché si scontrarono una saetta tuonò. Il goblster fu colpito e stramazzò al suolo.

Un battito di cuore.

Silenzio.

Due battiti di cuore.

Ancora silenzio.

Tre battiti di cuore.

Era di nuovo in piedi!

Non aveva riportato alcuna ferita o bruciatura: i pantaloni di vorkus avevano assorbito la scarica elettrica e ora, lacerati contro il femore sinistro, fumavano appena. «Colpo notevole, ve lo conce-do.» Lo scontro stava cominciando a stimolarlo. «Adesso però tocca a me rispondere.» Si passò una mano dietro la schiena. Sulla guaina di ogni spada aveva infisso un rigido involucro di cuoio. Da uno di essi estrasse una doppia fiala, vale a dire una fiala contenente due sostanze separate l’una dall’altra. La prima era nerastra e si trattava d’incenso di drago sciolto in acqua. La seconda invece era semplice solfuro di sodio, colore argenteo. Esse costituivano una Pozione del Ritiro e malgrado questa fosse essenzialmente progettata per coprire fughe o ritirate, Zyl l’adoperava anche per altri scopi.

I gemelli Raiden continuavano a fissarlo senza alcuna emozione, simili a statue di marmo.

«Spero che i vostri occhietti non siano troppo sensibili al fumo» sibilò il goblster, consapevole che non era così. «Perché fra non molto… ci ghermirà tutti!»

Come una torcia che facesse breccia nelle tenebre, così un lampo di panico fece breccia nelle i-ridi ghiacciate dei guerrieri albini.

La Pozione del Ritiro fu scagliata a terra.

Immediata e violenta, la reazione del solfuro di sodio con l’acqua sprigionò malsane nubi nere, che occultarono ogni cosa nel raggio di cinque iarde e consumarono l’ossigeno in un istante.

Angor, che con la Stoccata Spirituale era riuscito a mettere fuori combattimento un goblster ar-mato di alabarda, fu costretto a lanciarsi in una capriola per non venire investito da quel mare di fumo.

Giunsero febbrili schiocchi di frusta e serafici sibili di spada.

Poi urla di dolore.

Infine, pesante e acre, il silenzio.

«Che nessuno intervenga!» ordinò Rash. «Per i gemelli Raiden è finita.»

Infatti, non appena le nubi nere si ritirarono, emersero i corpi esanimi dei guerrieri albini: le mani recise, le fruste avviluppate ai colli strangolati e gli occhi ormai inesistenti, devastati dal fumo, ridotti a pozze di sangue. Accanto, con le spade gocciolanti il rosso inchiostro, Zyl si ergeva in tutta la sua rabbiosa fierezza, i capelli mossi dal vento, come se dominasse il paesaggio da un picco ra-sente cielo. Abituato a fumare Tabacco degli Angeli, le sue cornee erano appena irritate. L’aura che emanava era di leggendaria invincibilità.

Qualcuno gradì fin troppo quella scena. «Evviva il nostro re!» esultò Rash, battendo platealmen-te le mani. «Non cesserai mai di stupirmi… per la morte nera!… ora posso anche chiamarti strego-ne! Avanti ragazzi, facciamogli tutti un bell’applauso!»

I goblster sghignazzarono e applaudirono, scatenati.

«Si può sapere che diavolo avete da festeggiare?»

«Io te l’avevo detto che non sono uno stupido» gli ricordò Rash, senza nascondere un certo au-tocompiacimento. «Però tu mi hai sempre sottovalutato e così ho pensato di preparati una piccola sorpresa.»

«Perché non vieni al dunque, traditore? Prima che c’inciampi in tutti questi giri di parole.»

Rash era troppo preso da se stesso per cogliere la nota di sarcasmo. «Ti confesserò che qualche stregoneria la so fare anch’io. Guardati attorno… stai sguazzando felice in quella che io ho chiama-to l’Illusione dello Stolto. Ho voluto farti credere di avere la vittoria in tasca, ma in realtà sei sem-pre stato mio.»

Zyl lo scrutò in tralice, senza scomporsi. «Che diavolo stai vaneggiando? Ti sei bevuto quel po-co cervello che avevi?»

«E sai perché l’ho fatto?» Rash udiva solo la sua voce.

«Fatto cosa???»

«Per vedere la paura. Sssì… per vedere la paura nei tuoi schifosi occhi. Ora vedremo se non tre-meranno.» Infilò due dita in bocca e cacciò un fischio assordante.

Zyl non lo diede a vedere, ma cominciava ad innervosirsi. Si guardò attorno per vedere quali ef-fetti si erano prodotti, ma nulla si era mosso. Poi notò che Angor aveva sollevato lo sguardo e che lo stava muovendo sulle opprimenti pareti rocciose, prima ad est e poi ad ovest, sempre più attonito. Allora li vide anche lui. Erano una decina, posti ad altezze diverse, il più lontano a centocinquanta iarde. Erano appostati sui terrazzi sporgenti dalle mura di pietra. Erano sbucati da dietro rovi, par-venze di cespugli o larici rinsecchiti che gettavano le radici nel vuoto. Incappucciati, loro erano i si-cari invisibili. Brandivano archi lunghi e sinuosi, ricavati solo dal legno migliore, accattivati da im-pugnature d’osso e incisioni runiche. Letali dardi erano incoccati, pronti a portare il silenzio. Zyl s’incupì. Maledizione, arcieri!

Rash non riuscì a contenere l’esaltazione. «Ora chi è lo stolto, eh?»

Il guerriero dalle due spade era indignato. «Sei un poveraccio! Una creatura dal corpo molle! Il più infimo dei vermi! Questo è un colpo sporco e ti strappa quel poco onore che ti restava.»

Un dito di Rash si mosse trasversalmente nell’aria. Un arco fu rilasciato. Impercettibile, un sibi-lo lacerò la guancia di Zyl.

«Non osare mai più insultarmi!» latrò il goblster. «Non sei nella condizione di farlo!» Poi si die-de un contegno: per una volta voleva essere imperturbabile come lui. «Certo, tu una cosa del genere non la faresti mai, non è così? Non sarebbe onorevole. Ma a me basta vincere, in fondo è questo che conta in guerra.»

«Sta zitto, Rash! Uno che uccide per mezzo di arcieri non può che essere un vigliacco e un vi-gliacco non ha diritto di esprimere giudizi sulla guerra.» Si passò una mano sulla guancia ferita e poi la lingua assaporò il suo sangue. «Comunque, se pensi di avermi messo paura ti sbagli di gros-so. Anzi, ti dirò di più: prima che i tuoi arcieri riescano ad abbattermi ti avrò raggiunto e trapassato il cuore.»

«Udite! Udite! Ha parlato il grande condottiero!» Rash se la stava ridendo di gusto. «Sei ridico-lo, Zyl. Ridicolo e schifosamente presuntuoso. Sai bene quanto me che un arciere goblster è infalli-bile. Non riusciresti neppure a fare un passo nella mia direzione che già avresti un pugno di frecce piantate in petto. È finita, rassegnati!»

Il volto di Zyl bruciava di una collera perturbante. Ma in realtà era lui ad essere turbato: nel pro-fondo sentiva che questa volta era finita per davvero. Volse uno sguardo ad Angor ed egli glielo re-stituì carico della sua stessa inquietudine. Avrebbe voluto scusarsi per come lo aveva trattato, ma non poteva, non lui. Maledetto orgoglio! pensò. Mi hai dato così tanto e ora mi lasci con così poco. Vide Rash che stava per dare l’ordine di scoccare. Non posso cadere così! si disse. La mia vendetta non è completa! La mia vita non è completa! Strinse convulsamente le spade. LES IH YJMTH !!! PER L’ULTIMA VOLTA!!!!! Stava per lanciarsi in un attacco disperato, quando un brivido alla schiena lo lasciò di ghiaccio. «No… non ora» mormorò.

Angor colse un lampo d’apprensione nei suoi occhi. «Che succede, Zyl?»

«Sta arrivando per noi.»

«Chi sta arrivando?»

«Artiglio.»

Il mago impallidì di colpo, lo sguardo levato al cielo.

«Non puoi vederlo… non ancora. Ma tra poco si ergerà sopra di noi. La nostra tomba sarà anche la sua tomba.»

Angor ebbe un violento tuffo al cuore. «No! Questo no! Dobbiamo impedirlo!»

Il goblster additò Rash.

«Oh! Oh! Sento qualcosa nell’aria… per la morte nera!... allora quel kraik di Skar non se l’è inventato! È proprio vero che l’umano se la fa con un drago! Bene... bene…» sibilò fregandosi le mani. «Ho giusto bisogno di rifarmi il guardaroba.»

«Non puoi ucciderlo!» gridò Angor. «Lui non ha alcuna colpa!»

Per una volta, Zyl fu con lui. «Ascoltami bene, Rash, perché questa è una maledizione. Se tu abbatti un drago, l’unica creatura simile a noi, allora che ti possa venir strappata l’anima e che gli eterni guardiani del Loch Mohr ti possano prendere!»

«Uuuh… che paura mi fai…» lo dileggiò il capitano dei goblster. «Ti dico io invece come an-dranno le cose. I miei arcieri infilzano l’uccellaccio. Piomba a terra. Me lo scuoio. E la mia anima resta al suo posto. Che ne dici?»

«Nooo!!!» urlò Angor in un ultimo appello. «Non puoi essere così crudele!»

Rash sguinzagliò una risata beffarda.

Zyl digrignava i denti, con impotente ferocia.



Ignaro di quei discorsi, Artiglio tendeva le ali al vento, come vele in un mare silenzioso. Troppo a lungo non aveva visto i suoi amici, che il timore che gli fosse accaduto qualcosa lo aveva mosso a cercarli. E ora le correnti, come messaggere senza colpa, lo stavano guidando a loro.



«Dobbiamo gridare, Zyl! Dobbiamo gridare con quanto più fiato abbiamo, a costo di lacerarci i pol-moni!» dichiarò Angor con inguaribile ottimismo. «Artiglio non deve cadere in questa trappola mortale!»

Il goblster annuì.

Dai fondali della gola si coglieva un unico frammento di cielo, che così splendidamente azzurro definiva il confine tra salvezza e condanna. E allorché fu varcato, disperate grida esplosero.

«SCAPPA, ARTIGLIO!!! SCAAAPPAAAAA!!!!!»

«VATTENE, KJMER BAHLT!!! VAAATTENEEE!!!!! NON C’È CHE MORTE QUI PER TE!

Quei moniti disperati non fermarono il volo del drago, ma parvero rallentare il tempo ed invoca-re l’aiuto di parole sepolte nei recessi del mondo.



O impavido destriero, non avido di vittoria, non odi quelle grida?

Tu che dell’amicizia conosci il valore e del sacrificio trascuri il prezzo, cosa vai offrendo?

Sei un veliero per naufraghi, e leali i tuoi occhi di fuoco sono il tuo timone.

Ancora non odi quelle grida?

Tu sei una stella del mattino che vuol veder nascere il sole.

Quelle grida sono così forti!

Loro non capiranno.

Tu offri poesia.

Che i tuoi eroici versi, possano aprire loro gli occhi.



Dopodichè tutto accadde nel volgere di pochi battiti di cuore.

Tre archi furono rilasciati e altrettanti dardi divorarono lo spazio.

Fu solo un respiro: lo stesso che fu tolto ad Angor e donato ad Artiglio, affinché si potessero guardare ancora una volta. Il drago fissò negli occhi i suoi sicari e poi, carico d’orgoglio, proiettò l’ultima luce verso di lui. Un ruggito straziato e un anelito di fuoco furono il suo addio. La Morte lo colpì in pieno petto. Come linfa accanto alla foglia, il suo sangue piovve con lui.

«NOOOO!!! ARTIGLIO, NOOOOOO!!!!!» Il mago urlò così forte che la sua anima parve squarciarne il corpo e correre in aiuto all’amico. Ma questi sprofondava nel vuoto ed egli si sentì inutile. Infine un tonfo lo fece crollare in ginocchio. Contorto, Artiglio era stramazzato poco lonta-no da lui e fievoli fili di fumo stavano lasciando per sempre le sue narici. Angor allungò una mano, quasi volesse sfiorarlo «Perché… amico mio… perché…» sussurrò con un filo di voce. Le iridi fiammeggianti del drago si spensero e i suoi occhi si accesero di lacrime.

Dal canto suo, Rash era piuttosto deluso. «Bah! Tante storie per un misero cucciolo di drago. Ci ricaverò a mala pena un paio di pantaloni e una corazza nuova.» Poi ebbe la grandiosa idea di schernire Angor. «Ti confesso che non ha mai incontrato un umano più debole di te. Piangere per un uccellaccio… patetico!»

Per sua sfortuna non v’era nulla di patetico in quelle lacrime. Semmai di inutile. Perché se la tri-stezza non concedeva di riavere accanto chi si amava, allora a qual fine?

Fu questo il pensiero di Angor.

Fu questo che accadde.

Di colpo, le lacrime si ritirarono e i suoi occhi si asciugarono.

Lei era giunta.

Finalmente.

L’armatura dorata e la spada tratta.

Perché se Angor era un puro di cuore, allora pura…

…era la sua rabbia!

Sacra in quel momento.

Come sacra fu la lava che colò dai lembi di cielo sparsi sulle sue iridi brune. Le mani artigliaro-no il vuoto e divennero pugni, le vene sulle braccia si gonfiarono e attorno a lui si sprigionò un’aura purpurea.

«Guardate l’umano!» sussultò Rash. «Che diavolo gli sta prendendo?»

Il mago si erse in piedi, come il sole all’aurora. «No! Questo non dovevate farlo!» La sua voce era diversa, profonda, come se giungesse dall’alto di un trono. «Voi non avete idea di cosa sono ca-pace!»

Zyl era attonito: la rabbia che bruciava negli occhi del suo compagno aveva la purezza del dia-mante. E rabbrividì pensando che parte di essa era volta a lui. Come puoi essere così, Angor? Tu non cerchi vendetta… Tu cerchi liberazione.

Il goblster non sbagliava. Angor voleva liberarsi da tutta quella crudeltà. Era troppa… troppa per il suo cuore da sopportare. Afferrò Séphir con le due mani e la innalzò al cielo. La sua aura e-manava calore, ma era tepore in confronto a ciò che stava per evocare. Mosse le labbra, e le sue pa-role furono un boato che si disperse nello spazio.



«Per il volere del Sommo Ares,

granato fatti tempesta

e scuoti

il cuore di vulcani!

Risorgete dalle fiamme

o leggendari Guerrieri!

Per Voi schiusi saranno

i cancelli di Turok

e tempo e spazio divorati

nel soffio del Vostro respiro!

Questa è un’invocazione!

Che trovi udienza!!!»



Per alcuni battiti di cuore la calma fu assoluta, come se la natura stesse assorbendo l’energia di quel rito magico, in un unico, grande respiro.

Ciò che accadde in seguito fu qualcosa di mai visto.

Il cielo si fece carminio.

Lampi baluginarono, come rivi dorati in una prateria in fiamme.

I polmoni del Nulla esalarono un vento caldo e impetuoso.

Gli alberi furono scossi, gli arbusti sradicati.

Vortici di polvere travolsero gli astanti, che tossirono, si strofinarono gli occhi e infine si getta-rono a terra. Rash e i suoi mercenari imprecavano e sbraitavano senza ritegno. Zyl, puntellandosi sulle spade per non cadere, ammirava quella potenza apocalittica come se gli appartenesse.

Ma quello era niente.

Solo il preludio.

Imperturbabile, Angor era concentrato allo spasimo.

Ad un tratto, dall’azzurra lama di Séphir si sprigionò un dedalo di fiamme e un portale di fuoco fu disegnato. Immediatamente sei meteore incandescenti lo varcarono, e cadendo a terra andarono a disporsi in cerchio attorno al mago e al goblster. Dopodichè il portale si richiuse, Séphir tornò az-zurra e la natura placò la sua furia. In compenso le meteore crebbero in sei guerrieri dalle fattezze umane.

Alti più di nove piedi, gli occhi scavati nelle fiamme, silenziosi come città di cenere...

…i Guerrieri d’Ares!

Ogni altra cosa, insignificante.

Di colpo, l’aria si riscaldò come se giungesse dalla bocca di un vulcano e l’ossigeno iniziò a scarseggiare. Attorno, erbe e fiori divennero polvere, oppure semplicemente seccarono. Bastava un respiro dei Guerrieri d’Ares perché la vita sfumasse nel ricordo.

Nel frattempo i goblster si erano rialzati e Rash pensò bene di passare all’offensiva. «ARCIERI!» ululò, come un lupo che chiamasse in aiuto il branco. «UCCIDETE QUEL MALEDETTO STREGONE! E IL SUO INCANTESIMO MORIRÀ CON LUI!»

Troppo ottimista.

Gli arcieri scoccarono, ma fallirono miseramente.

Cos’erano le frecce dinanzi ai paladini del grande Ares? Solo cenere, che inerme pioveva al suo-lo.

Angor mosse di nuovo le labbra e questa volta innalzò un grido di battaglia. «Terra e fuoco, Guerrieri d’Ares! TERRA E FUOCO!»

Lance incandescenti furono scagliate contro gli arcieri, che precipitarono al suolo come torce dalle loro nicchie. Dopodichè spade di fuoco furono plasmate e i Guerrieri d’Ares si lanciarono con-tro i goblster restanti. Zyl scattò al loro seguito, più furioso che mai. «RASH È MIO!!!»

Uno alla volta i mercenari caddero, armi e armature ridotte a ferro colato.

Infine non restò più nulla, se non l’odore acre di corpi carbonizzati.

Angor levò Séphir al cielo. «Terra e ghiaccio!»

Il portale di fuoco si riaprì e i Guerrieri d’Ares tornarono da dove erano venuti.

La rabbia negli occhi del mago si stemperò e la sua aura si spense. Accanto, Zyl e Rash avevano ingaggiato uno scontro all’ultimo sangue, ma per lui il clangore delle spade che cozzavano era un suono indistinto e senza alcun senso. Séphir gli scivolò di mano e passi tremanti lo condussero alla figura straziante di Artiglio. Si lasciò cadere in ginocchio e con le lacrime agli occhi distese il volto sul suo ventre: era ancora caldo. «Perché… Perché lo hai fatto, amico mio?» mormorò con voce rot-ta dai singhiozzi. «Perché al mondo deve esistere tanta crudeltà?» La risposta giunse chiara, inequi-vocabile: “Affinché un sorriso possa valere quanto un rubino”. Il volto del mago s’illuminò. «Non è possibile… tu… tu respiri ancora…». Il suo cuore fu travolto dall’emozione e prese a battere più forte. Con delicatezza sfilò le frecce dal petto del drago, stese entrambe le mani sulle ferite e spri-gionò una luce rosacea. «Ti prego, non lasciarmi ora!» Continuò con l’incantesimo di guarigione per parecchi minuti. Infine, stremato, fu costretto ad interrompere: aveva completamente esaurito l’energia spirituale.

«Come sta?»

Quella voce s’insinuò in Angor come una scintilla che incendiò nuovamente la sua rabbia. Pal-lido in volto e malfermo sulle gambe, si erse in piedi.

Dinanzi a lui, sporco di sangue e con una sola spada tra le mani… Zyl.

«Come sta?» ruggì il mago, incurante della sua debolezza. «Sta lottando contro la morte! Ecco come sta! Ed è tua! Solo colpa tua!»

Il goblster calò lo sguardo su Artiglio, ma Angor si mise in mezzo. «No! Tu non hai diritto di guardarlo! Non hai diritto di preoccuparti per lui! Tu sei capace di pensare solo a te stesso! E ora vai! Vai a festeggiare! Hai ottenuto ciò che volevi, no?» Rash giaceva poco lontano con una spada piantata nel cuore. «Guardalo! È morto! Sono tutti morti! La vendetta è compiuta! Avanti, festeg-gia! Solleva il calice!»

Zyl non aveva voglia di festeggiare.

«Avanti, che aspetti? Il tuo piano ha funzionato!» Angor era sempre più pallido, solo la rabbia continuava a infondergli forza. «Ora che hai il mio odio, non sei contento?»

No. Zyl non era contento. E non voleva il suo odio. Non più. Era incredibile: ora che finalmente aveva ottenuto ciò che desiderava, non gliene importava più nulla. Per la prima volta da anni, sentì male dentro. Un male con che egli aveva sempre inflitto al mondo, ma mai a se stesso: la colpa! E fu terribile: lui che con le parole era un beffardo artista, di colpo si sentì privato d’ogni arte. Non trovava nulla da dire. Nulla per discolparsi.

Angor lo guardò montare in sella a Tempesta e fuggire via. «Ma sì, vattene!» gridò con l’ultimo anelito di rabbia. «Tanto, chi ti vuole?» Turbato, abbandonò lo sguardo su Artiglio. «Ci siamo sba-gliati entrambi, amico mio. Non era rimasto nulla di buono in lui.» Infine, come sempre, la rabbia sgusciò via dal suo corpo. Egli allungò disperatamente una mano per trattenerla, ma niente: si afflo-sciò a terra come un panno… e la nebbia lo inghiottì.

Gli avvoltoi calarono sulle carni bruciate dei goblster e diedero inizio al loro banchetto.

Nubi di passaggio oscurarono il cielo.

Il vento fischiò più forte.

Un paesaggio oltremodo desolato e desolante parve fungere da sfondo alla caduta di Angor, quando un fatto inconsueto riaccese la speranza.

Sulla Gola dei Briganti sorse il sole.

Durò solo pochi attimi.

Ma bastò a risollevare alla luce ciò che era caduto nell’ombra.




Titolo: I Due Maghi - La Famiglia Perduta
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Rotanzi
Aggiunto: March 31st 2006
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