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I Tre Imperi

Buongiorno a tutti i membri del Forum, e complimenti per la realizzazione del sito. Sto scrivendo un libro Fantasy, e vorrei vedere una reazione da parte degli eventuali lettori. Pubblico due estratti: il primo capitolo del libro, che dovrebbe intitolarsi I Tre Imperi, e una breve descrizione del Pantheon. È tutto frutto della mia (perversa) mente, e spero che piaccia.

Capitolo I

Mancava ormai poco al tramonto, quando Odeyn si apprestava ad attraversare la foresta di Larm, dopodiché sarebbe rientrato tra le vecchie mura del suo paese. La sacca sulle spalle gli pareva più pesante ad ogni passo, ma era orgoglioso del suo prezioso contenuto. Affrettò il passo, doveva raggiungere casa prima che iniziasse a piovere. Già alcune gocce bagnarono le sue spalle, ma il giovane varcò l'enorme portale di pietra e, mentre alle sue spalle alcune guardie serravano il cancello per la notte, fu finalmente a casa. / Posò la sacca sul tavolo, si tolse il pesante mantello e si sedette vicino al fuoco. "Eccoti, finalmente...", la voce della madre interruppe per un istante lo scoppiettio della legna che ardeva, "che cosa hai portato di buono questa sera?" chiese con un tono dolce, mentre copriva il figlio con una coperta. "Conigli, due bei conigli delle pianure di Abb, madre." La donna legò in una bionda coda i lunghi e voluminosi capelli, sorrise e iniziò a preparare la cena. Odeyn proseguì verso la sua camera, anche se ancora intirizzito dal freddo umido dell'autunno, ma in mezzo al corridoio gli si pararono davanti i suoi due fratellini, chiamati Rune e Daggor, come le divinità del sole e della luna, che gli balzarono tra le braccia. Per un breve istante nella sua mente riaffiorò il ricordo del padre; lui aveva scelto quei nomi, poco prima di lasciarli. Raggiunse la camera: era piccola ma ospitale, situata nel lato a est della villetta, lontano dalle rumorose strade di paese e circondata per tre quarti dalle fronde degli alberi. Non era come l'aveva lasciata il mattino, la madre l'aveva riassettata, e aveva appeso alcune maglie vicino al piccolo caminetto. Si stese sul letto e dopo alcuni istanti i suoi pensieri iniziarono a confondersi, per poi svanire nelle nebbie del sonno. Quando si svegliò poteva sentire la pioggia sbattere violentemente sopra le tegole del tetto, mentre dal soggiorno proveniva un invitante profumo che stava a indicare che la cena era ormai pronta. / Il giorno seguente Odeyn si svegliò soltanto quando il sole era già alto e splendeva in un cielo limpido. Il paese di Herstad sorgeva in una piccola pianura, poco a sud di un enorme massiccio di monti, conosciuti con il nome di Grigi, e circondata dalle foreste di Larm e Saan, che avevano sempre offerto non soltanto generose quantità di frutta e selvaggina, ma anche un ottimo riparo in tempi di guerra. Solamente i boschi e le distese di Abb dividevano il paese dal mare, che poteva essere raggiunto con cinque giorni di cammino verso sud, tre soli a cavallo. Il ragazzo si alzò a fatica dal giaciglio, ancora provato dalla caccia del giorno precedente, e attraversò il corridoio per trovarsi di nuovo in soggiorno. La luce del sole che filtrava da sotto le tende lo abbagliò, impedendogli per un istante di vedere la splendida colazione che Eyreen, sua madre, aveva preparato per lui all'alba, prima di recarsi alla locanda dove lavorava. Neanche i suoi fratellini erano in casa, probabilmente erano alla locanda. Presto li avrebbe raggiunti anche lui per dare una mano alla madre e a Reed, il proprietario, come era solito fare quando non doveva andare a sud per la caccia.

Il sole sorgeva lontano all'orizzonte indicando una giornata propizia per viaggiare, e anche le raffiche di vento che da generazioni frustavano la vegetazione della zona sembravano essersi placate. Le pianure di Abb, per quanto potevano incutere timore di notte a causa dei fitti banchi di nebbia che si formavano spesso a causa dell'umidità, rappresentavano uno spettacolo meraviglioso di giorno: le immense distese erbose seguivano i dolci pendii delle colline, e di tanto in tanto si ergevano alberi da frutto, ora dipinti dai colori dell'autunno; la luce si rifrangeva sull'erba bagnata di rugiada come su uno specchio, donando al luogo un aspetto quasi divino. Una lunga figura era distesa sotto un albero, come a contemplarne le fronde, poi, improvvisamente, si levò in piedi e indossò il mantello steso vicino al focolare ormai estinto. Si mise in spalla una grande sacca e poi il suo volto ossuto sparì sotto un vasto cappuccio. Era ormai il quinto giorno dalla sua partenza da Monderil, ma il lungo cammino non sembrava averlo affaticato più di tanto. Con incedere veloce e deciso scivolava giù per il pendio, con il capo piegato in avanti, e la sacca che dondolava a volte sbatteva contro la sua schiena con fragore metallico. Risalita una collina si avvicinò ad alcuni alberi e con un colpo secco di coltello recise da ognuno un paio di frutti: uno servì da colazione, mentre gli altri vennero riposti in una seconda sacca, più piccola, che penzolava su un fianco. Fece tutto questo con disinvoltura, senza nemmeno rallentare il passo, poi infilò le braccia sotto il mantello per proteggersi dal freddo pungente dell'alba. Sentì dei rumori provenire da ovest, e vide che due uomini a cavallo stavano viaggiando attraverso le pianure, e ben presto furono vicini a lui quanto bastava per incrociare i loro sguardi. Erano un uomo sulla trentina e un ragazzo, entrambi portavano lunghi mantelli ma sotto si potevano scorgere le cotte di maglia metallica tipiche dei soldati della zona. Alle selle erano fissate lunghe spade e alcune borse di cuoio, e entrambi portavano grandi scudi rotondi, legati sulle spalle. Giunti a pochi passi dal viandante si disposero su due lati, come a volerlo circondare per impedirne l'eventuale fuga. Il ragazzo scostò per un istante la stoffa del suo abito, lasciando intravedere un simbolo dorato. La figura senza destriero fece un cenno di saluto con il braccio, i cavalieri ripresero il loro viaggio cavalcando verso est e anche il viandante si rimise in cammino. La vegetazione si fece sempre più fitta mentre si preparava ad attraversare la foresta.

Appena il giovane aprì il pesante portone notò che il clima mite e la giornata di sole avevano creato un ambiente disteso e tranquillo. Anche la locanda, solitamente affollata e chiassosa, sembrava un angolo di paradiso, con i raggi del sole che filtravano attraverso le tende sottili e il tipico profumo delle pagnotte appena sfornate. "Bene, il baldo giovane si è finalmente svegliato", una voce calda e amichevole risuonò nella stanza. Odeyn sorrise a Reed, con lo sguardo ancora assonnato, poi si diresse nelle cucine dove fu accolto da madre e fratelli. "È un affare: ho assunto una cameriera e mi sono trovato altri tre lavoratori. Quattro al prezzo di uno. Decisamente un buon affare" esclamò il locandiere con tono ironico ma affabile. Più volte aveva dimostrato di essere affezionato a Eyreen e ai suoi figli, tanto da essere diventato quasi un membro della famiglia. Alcuni uomini alti e slanciati, probabilmente elfi, ciondolavano sugli alti sgabelli vicino al bancone, chiedendo ancora birra e vino. "Elfi ubriachi... Questa dovevo ancora vederla." rise tra sé il ragazzo, ma alle sue spalle Reed lo ammonì: "Non fissarli. Stai attento a ciò che dici, e anche a ciò che pensi." In effetti si vociferava che gli elfi avessero poteri straordinari, che fossero addirittura in grado di leggere i pensieri e di controllare la mente altrui. Ciononostante Odeyn continuava a guardare incuriosito quelle allegre figure, dai lineamenti appuntiti tipici della loro razza. Nello stesso tempo gli ultimi raggi di sole della sera invasero il locale quando un'alta figura entrò, richiudendo il pesante portone alle spalle. Per alcuni istanti il ragazzo guardò quell uomo, poi tornò a fissare gli elfi. A quel punto uno di essi, con un grugnito quasi animalesco, voltò lo sguardo e lanciò un'occhiataccia a chi lo stava osservando troppo indiscretamente. Si levò e gli si avvicinò con fare minaccioso, brandendo una bottiglia come un'arma. Non ebbe nemmeno il tempo di vibrare il colpo che la figura incappucciata gli fu addosso e lo colpì al mento facendolo andare a sbattere violentemente contro un tavolo. L'altro elfo, come risvegliato da un sonno profondo, cercò di aiutare il compagno, ma non ebbe nemmeno il tempo di alzarsi, perché l'uomo colpì lo sgabello con un poderoso calcio, frantumandolo e facendo cadere a terra il nemico. Vistisi alle strette i due esseri longilinei barcollarono fino alla porta e lasciarono per sempre la locanda. Da sotto il bancone uscì Reed, tremolante, mentre Odeyn non aveva nemmeno tentato di fuggire o di mettersi al sicuro, ed era rimasto impietrito a fissare quello che sembrava essere il più possente dei soldati, e che ora gli stava proprio davanti. Dopo aver per alcuni istanti sopportato lo sguardo incredulo del ragazzo, si voltò verso il locandiere: "Devo porgerle le mie scuse per lo sgabello..." disse guardando il suo attonito interlocutore, poi proseguì, "Ma segni tutte le spese a mio nome". Un ghigno si disegnò su quel volto scarno, mentre ripiegò lentamente all'indietro il cappuccio. Alla vista di quel volto Reed ebbe un sussulto, ma presto la bocca spalancata che denotava incredulità cedette il posto ad un grande sorriso: l'uomo che ora stava tra loro non era un perfetto sconosciuto, ma bensì un amico di vecchia data. "Thorwald!" esclamò il goffo oste, e nell'udire quel nome anche Eyreen, che fino ad allora era rimasta al sicuro, emerse dalla cucina e salutò gioiosamente il nuovo arrivato. Odeyn rimase a lungo ad osservare quegli scambi di saluti e di gesti affettuosi, in silenzio e domandandosi chi fosse il soldato che, probabilmente, gli aveva appena salvato la vita. Gli uomini si sedettero ad un tavolo nella sala, ormai vuota siccome i pochi clienti erano fuggiti allo scatenarsi della rissa, e il giovane fu invitato a far loro compagnia mentre la madre preparava delle grandi tazze di caffè. Finalmente al ragazzo fu spiegato che Thorwald era stato fino ai vent'anni abitante di Herstad, ma poi era stato espulso e rinnegato dai suoi concittadini e sin da allora aveva vissuto in alcune città portuali a sud. Nonostante la spiegazione, mille domande affollavano la mente di Odeyn, ancora meravigliato di come l'uomo aveva messo fuori combattimento due avversari nello spazio di pochi istanti. / La serata proseguì serenamente, anche se alcuni clienti della locanda, che nel frattempo si era ripopolata per la cena, riconobbero Thorwald e gli lanciarono occhiate maligne. Ciò non fece che aumentare la curiosità da parte del giovane riguardo il passato di quella figura che sembrava essere così mal vista in città, ma ogni volta che provava a toccare l'argomento veniva ignorato. Quando, dopo l'ennesima domanda avventata fu rimproverato da Reed di essere un "piccolo impertinente", fu, inaspettatamente, lo straniero a difenderlo: "Non direi impertinente, ma curioso. E la curiosità è segno di intelligenza, oltre che una caratteristica del tutto normale tra i giovani." poi si rivolse direttamente, per la prima volta a Odeyn "del mio passato ne parleremo in seguito, e, ti assicuro, avremo molto tempo per farlo. Ma lascia che ti spieghi il motivo per cui sono venuto a cercarti...".

26.1.06 - Il Pantheon delle Terre Conosciute

Il Pantheon delle Terre Conosciute è formato da una immensa costellazione di divinità maggiori e minori, che cambiano aspetto e nome a seconda delle zone e delle razze. Numerose sono le leggende nate nel corso dei secoli, e molte altre sono andate perdute per sempre, lasciando soltanto flebili tracce nei ricordi degli anziani. Nelle Terre del Nord i popoli malvagi si affidano a dèi maligni, i cui nomi non possono essere pronunciati. Esistono ad ogni modo anche alcune divinità che, per le loro gesta e la loro magnificenza, sono ricordate e venerate dalle cinque razze alleate (uomini, elfi, elfi bianchi, nani e gnomi), senza distinzione alcuna, e sono le seguenti:

• Alabion: è il Dio Creatore, colui che ha generato terre, laghi, fiumi, monti e mari. Si narra che lui stesso abbia plasmato Arleth, sua sposa e Dea della Natura, che ha dato alla luce Birgidia, Fartigia e Caleinor. Rappresenta la massima divinità per tutte le razze.

• Arleth: Dea della Natura, protettrice delle razze e sposa di Alabion. Ancora oggi i druidi si affidano alla sua cura, e chiedono il suo supporto durante i periodi di guerra. Il suo simbolo è un albero nero con verdi fronde. Ha un magnifico aspetto, con limeamenti allungati simili a quelli degli elfi. Ha generato Rune e Daggor, rispettivamente divinità di sole e luna, insieme al Dio della Magia Dreuxe.

• Biturigas: Dio della Caccia e della Guerra. Non è propriamente una divinità malefica, seppur figlio di Marmondus, Dio della Vendetta, ma è ricordato come violento e spietato. Ad ogni modo, i soldati delle razze alleate pregano per la sua protezione prima di ogni battaglia. Il suo simbolo è il fuoco. Fratellastro di Yrianna.

• Birgidia: Divinità femminile delle Arti, figlia di Alabion e Arleth. Possiede le antiche virtù del canto e della poesia, della musica e della pittura. Principale fonte di ispirazione dei bardi. Violata da Marmondus, si nasconderà per l'eternità.

• Caleinor (Calnor, per elfi e nani): Dio della Giustizia, figlio di Alabion e Arleth. Colpisce gli ingiusti con un'ira degna di quella materna.

• Daggor: Dio della Luna. È comunemente rappresentato come un giovane ragazzo, alto e avvolto in un mantello nero, il volto perennemente celato da un cappuccio. Si racconta che si arrampichi sugli alberi e suoni il suo flauto nelle notti di luna calante. Fratello di Rune, che però non ha mai conosciuto, figlio di Arleth e Dreuxe.

• Dreuxe: Dio della Magia, inizialmente buono, protettrore dei maghi. Dalla sua relazione, segreta e forzata con l'inganno e i sortilegi, con Arleth nascono Rune e Daggor. Diventerà poi stregone e cultore della Magia Nera. Sarà punito da Alabion, che lo costringerà a soffrire in eterno, in bilico tra bene e male, tra vita e morte. Sarà chiamato Il Traditore.

• Fartigia: figlia di Alabion e Dea della Bellezza, protettrice delle donne e di tutte le figure femminili.

• Isderion: il Supremo Protettore dei Druidi. È una delle figure più importanti del Pantheon delle Terre Conosciute, Alabion stesso lo ha creato per vigilare sulla Pace e Sulla Saggezza.

• Marmondus: principale Dio Malefico, nato dalle profondità della terra. La leggenda narra che inizialmente fosse uomo, e che abbia violato Birgidia, Dea delle Arti, per ascendere alla vita immortale. Dalla forzata relazione è nata Yrianna, Dea delle Arti Oscure e nemesi di Birgidia. Alabion ne ha ucciso, appantemente, soltanto la parte umana, mentre quella divina è in vita ma non si manifesta da secoli. Padre di Biturigas, nato dalla relazione con una Dea minore.

• Rune (Runerig nella lingua degli elfi): Dio del Sole, benefico e protettore delle razze. Possiede i poteri della Natura, ereditati dalla madre Arleth. Non ha mai incontrato il fratello Daggor, divinità della Luna e quindi legata all'oscurità della notte.

• Nicotamut: Dio del Sonno e dei Sogni. Non si sa molto sulla sua storia, siccome è apparso sporadicamente e soltanto in sogno, sotto forma di un anziano uomo con una lunga barba nera. La tradizione lo vuole traghettatore di anime oltre laghi e fiumi, prima di venire al cospetto di Alabion.

• Yrianna: Divinità delle Arti Oscure, figlia di Marmondus e Birgidia. Appena venuta al mondo è stata rinnegata e cacciata a causa della sua discendenza dal Malefico. Dalla madre ha ereditato l'arte, utilizzata però per scopi occulti. Sorellastra di Biturigas.

Queste sono le tredici Divinità Superiori, adorate e, in alcuni casi, temute dalle razze alleate. Soprattutto ad Alabion ed Isderion sono dedicati magnifici templi, come quello sorto nella zona a Nord della Fortezza di Hamar-Haan. Ognuna delle altre quattro Fortezze, nate nella pace delle razze, comprende piccoli altari a loro dedicati. Da molti anni ormai gli Dei non si manifestano concretamente, ad eccezione di Arleth, che comunica attraverso le piante e le acque, e di Isderion, che però può essere evocato solo dai più potenti Druidi, conoscitori della Parola Arcana.

Dall' Archivio della Santa Abbazia di Harshmoul, nella Città di Ban-Abalur. Opera di Fratello Vald Poyre.




Titolo: I Tre Imperi
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Ganimeth
Aggiunto: January 27th 2006
Viste: 1011 Times
Voto:Top of All
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Posted by: Rianta on 2006-02-21 13:53:04
My Score: Excellent
Oh non sono l''unica ad aver una mente contorta,mi consolo ;)
Comunque complimenti;il sistema delle divinità,malgrado alcuni nomi ricordassero altri,sembra ben costruito.Bello il concetto dell''umano che utilizzando la bellezza delle arti si eleva al grado di un dio.
In bocca al lupo per il lavoro!( Anche se adesso son curiosa di sapere come prosegue :P)


Posted by: Panoramix on 2006-01-27 16:42:51
My Score: Best
Grazie per i tuoi complimenti.. e in bocca al lupo per la tua opera!

 
 

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