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La Ballata del Cammino Lontano

La Ballata del cammino lontano

Francesco L. P. 2003
La Ballata del cammino lontano

Romanzo

Edizione a cura di Erik Maelstrum

Universal a Comics
Roma

Francesco L. P. 03 La Ballata del cammino lontano
Copyright © 2003, Francesco L. P. 2003 & Universal Comics

© 2003 Universal Comics libri
Roma

spiritello_fran@alice.it
I edizione Universal Gennaio 2003



Dopo che gli umani sparirono dalla vista, la Madre Nera volse lo sguardo al goblin.
Questi cercò di assumere un’espressione migliore del sorriso ebete che aveva di solito e ghignò alla donna.
“Non sembri soddisfatta, Mater…!” Rantolò.
La Madre Nera si alzò dal masso di pietra cui era seduta e spostò lo sguardo lontano.
“Non lo sono, Bless.” Disse piano, con il tono di voce dolce, mellifluo, sirenico. “Quale regno andrò a controllare? un regno dove i propri nativi vendono altri uomini per un po’ di potere…”
il goblin si leccò le zannette che sporgevano dal labbro leporino.
“Eh! eh! non è proprio un po’ di potere, Mater…chi ha tradito Dragon Gate avrà energia sufficiente per governare qualche altropiano lontano da qui…” gli occhi porcini del goblin luccicavano ancora. “Ma non è questo che turba i tuoi pensieri…”
Finalmente la donna, o almeno così si manifestava ai suoi schiavi, guardò Bless senza apparenti emozioni. “Uhm…mio fedele, umile Bless…troppo furbo e scaltro per essere un goblin…”
Bless s’inchinò goffamente. “E’ per questo che non mi avete ucciso, Mater! Io so servirti molto bene…e so che non basterà conoscere i passaggi segreti che conducono al Palazzo del Braccio di Vetro per avere in pugno Dragon Gate.”
La Madre Nera incrociò le braccia sottili dietro la schiena.
“No, infatti. Re Daimonos non è uno stupido, e le sue spie non sono pagate per poltrire! Qualcosa sa, qualcosa immagina…sa che una mano nera serve all’interno della sua servitù, e che non tutti i consiglieri di cui si circonda sono sinceri…ma se dovesse arrivare a scoprire dove è custodita la Lacrima degli dèi la mia vita non avrebbe più valore.”
“La Lacrima degli dèi è un gioiello, un ciondolo, non è così?”
Mater annuì lentamente, facendosi cullare dall’immagine del ciondolo che, pian piano, si andava ricostruendo nella sua mente. “Un gioiello, si…come non se ne trovano sul mondo conosciuto…lo stregone che s’illudeva di avermi al suo controllo lo costruì nella speranza di limitarmi, di soggiogarmi…”
“Ma… allora perché ti fa così paura?!”
“Perché, appena scoperto che avevo ben altri piani che non lo scaldare il suo letto e uccidere i suoi avversari, quel porco imprigionò una parte della mia anima nel ciondolo, e lo affidò ad un halfling perdigiorno che se ne fuggì a Nord. Quel ciondolo ha il potere di risucchiarmi in una dimensione infernale dalla quale non avrei speranza di tornare…”
“Uh!” Il goblin giocherellò con la sua bocca usando un dito adunco. “Ma perché non lo usò per scacciarti subito?”
“Non gliene diedi il tempo. Era già morente quando consegnò il ciondolo ad uno stupido mezz’uomo che passava casualmente davanti la sua finestra…non ci furono torture abbastanza atroci da indurlo a rivelare come distruggere l’incantesimo che il ciondolo conserva, e che nome avesse l’halfling che lo portò via…”
Bless si mise a sedere accavallando la gamba e poggiandoci un gomito sopra. “Chissà quel sorcio dove avrà portato il gioiello, Mater…perché preoccuparsene? Nessuno ne sentirà più parlare, e Dragon Gate sarà presto tua…”
La donna sorrise facendo qualche passo sui cadaveri di bambino che ricoprivano il pavimento. In un angolo della sala ve n’era qualcuno ancora vivo che frignava tentando di sgattaiolare via. Mater ne afferrò uno per il fianco, facendolo sanguinare a causa della stretta delle sue unghie lunghe e curate.
“Già…” mormorò mentre i suoi occhi si iniettavano di sangue. “Forse hai ragione Bless.” Addentò il bimbo sul capo. “Forse hai ragione”.
Il goblin bofonchiò qualcosa distogliendo lo sguardo dall’orrendo pasto, mentre la testa molle del bambino si frantumava come un frutto marcio.
“C’è altro che posso fare per te?” Il goblin aveva fretta di andarsene. Sentiva un gelo improvviso.
La Madre Nera si pulì le labbra cremisi con il dorso della mano. Il bimbo non si muoveva più. Sembrava una marionetta rotta. Lo gettò in terra. “Si.” Esclamò improvvisamente, “sono stanca di attendere. Gli uomini mi hanno portato sul loro mondo, gli uomini pagheranno ciò che va pagato! Conduci Lord Maystorm da me in nottata, Bless…il piano per far cadere il palazzo dell’imperatore va studiato adesso!”
Il goblin saltò giù dal marmo rovesciato e trotterellò verso l’uscita. Prima di imboccare la galleria che lo avrebbe portato su per le catacombe guardò un ultima volta la nera signora, lieto di lasciarsi alle spalle quell’odore di putridume che regnava in tutto l’ambiente. Fuori, all’aperto, il Generale Inverno aveva appena vinto la sua battaglia con la stagione calda, e si preparava a regnare incontrastato…

La piccola mezz’elfo roteò la testa per avere una panoramica migliore della grande sala del trono che languiva silenziosamente insieme alle poche persone che la frequentavano al momento; Re Daimonos pareva una figura spettrale che la luce della luna sottolineava colpendolo dalla finestra cui stava davanti, guardava fuori con un polso curvo dietro la schiena, appena sopra l’osso sacro, e sembrava assente, come se un incantesimo lo avesse portato via, lasciando solo un vuoto e freddo involucro armato da guerriero. Occhiaie profonde ed un pessimo aspetto che un re, in altri tempi, non si sarebbe permesso. Appena un passo dietro di lui il Consigliere Butt, leggermente chino, le mani sfoggianti anelli runici ed una tunica elegante e spartana, stava con il volto affilato verso il re, attendeva un cenno, un’espressione diversa, un respiro. Accarezzò la barba ispida e lunga sul mento, poi guardò verso il largo portale che stava spalancato sulla parete est. La mezz’elfo sedeva dritta ed elegante sulla poltrona che un paladino si era prodigato di cercarle, chiamandola mille volte “milady”, “madonna” e “lady” e chinandosi decine di volte in segno di profondo e rigoroso rispetto. E così s’era seduta serena, attendendo, dopo il suo racconto al re, che gli eventi sbocciarono in qualche azione. Il re non l’aveva interrotta mai, neppure una volta, e l’arroganza di cui le avevano parlato doveva essere stata spazzata via, insieme ai fiori di lillà estivi. Aveva notato le rughe sulla fronte accentuarsi e piegarsi come ali di gabbiano di fronte alle pergamene che gli aveva portato per decifrare le visioni che aveva avuto nella sua Chiesa Shin, alle porte di Matùl, la capitale. Sembrava che il re sapesse. Sapesse già tutto. Di colpo l’aria di Dragon Gate s’era fatta difficile, cupa, pesante. Il comandante del corpo dei paladini di Dragon Gate, Gremanan il Temerario, se ne era stato zitto tutto il tempo della relazione, in piedi accanto alle statue degli eroi con l’elmo possente sotto il braccio e il mento alto. Apparentemente non aveva tradito nessuna emozione. Daimonos aveva infine mandato alcuni messaggeri, tanti messaggeri, lontano dal palazzo ognuno con diverse mappe e diverse indicazioni. La mezz’elfo sapeva che il re, da qualche parte, teneva dei magnifici pegasi grigi che aveva fatto volare raramente, e solo per un proprio sfizio personale, ma quella volta li aveva sentiti distintamente allontanarsi dal palazzo ad intervalli più o meno regolari. Erano usciti per uno scopo più preciso, più mirato: accompagnare i messaggeri e tornare nel minor tempo possibile.
Re Daimonos attendeva.
E attese a lungo. Dopo qualche ora, la mezz’elfo non guardava più gli occupanti della sala, se ne stava assorta nei suoi pensieri con il palmo della mano poggiata sull’immenso tavolo di legno che troneggiava al centro del salone, sopra il tappeto rosso intarsiato e circondato da sedie così imponenti che la mezz’elfo sembrava una bimba seduta in castigo; come uscito da un letargo, Daimonos infine si voltò, avanzando a lunghe falcate verso il portale. Dalla scalinata inferiore giungevano voci e rumori di stivali.
Il primo inviato, stanco e provato, non superò neppure la soglia. Si inchinò appena un po’ fuori e parlò di seguito non appena il consigliere del re gli fece un cenno.
“Maestà,” esordì, “non c’è stato nulla da fare! I nani della Vetta non accettano il vostro invito al consiglio ed affermano che al primo accenno del verificarsi della profezia chiuderanno ogni accesso alle loro montagne fortificando maggiormente le difese!”
Re Daimonos serrò le mascelle riportando le mani dietro la schiena, poi cercò lo sguardo del paladino, che si era avvicinato.
“Pazzi scellerati!” Schiumò infine quest’ultimo, “cosa credono di provare? cosa credono di trovare se e quando riapriranno alle comunicazioni con l’esterno?! il reame sarà divenuto un demoniaco inferno e loro ne cadranno vittime come gli altri, se non ci daranno una mano!”
Il re non rispose nulla, Gremanan era molto giovane, troppo per ricordare il tiro che gli umani avevano giocato ai nani nella grande battaglia di Masatar, quando anni addietro uomini e nani si erano uniti per fronteggiare le armate troll che avevano lasciato le paludi per tentare una conquista ardita quanto folle! Sul pianale degli eroi i nani formavano le prime file dell’esercito unito, mentre gli umani, soldati e arcieri, stavano in fondo, formando un cubo che avrebbe dovuto insinuarsi nelle file sventrate dalla forza d’urto nanica. Ma i troll non erano così sprovveduti, ed avevano con se alcune manticore che sputavano acido sui nemici, terrorizzando così tanto gli umani da indurli, quasi all’improvviso, ad abbandonare la partita lasciando i nani ad affrontare – da soli – i tremendi nemici. Il fiero popolo delle montagne riuscì nella titanica impresa di vincere lo scontro, ma l’improvviso abbandono umano e la conseguente sorpresa avevano fatto sì che le perdite fossero innumerevoli e che molti valorosi guerrieri nani fossero rimasti laggiù, a concimare il terreno. Dopo, il governo di Matùl non mandò neppure una commissione di spiegazione o di scuse su alla Vetta dei Nani, neppure una parola o una pergamena. Niente. Ma Re Daimonos c’era, allora. Lui si. Gremanan era troppo giovane. Troppo.
Ripresisi dal filo dei propri pensieri, i nobili videro dritti davanti loro altri due messaggeri dai cappelli piumati, in ginocchio col fiatone. Stavolta fu Daimonos a fare cenno di alzarsi e di parlare.
“Gli halfling dicono che si devono organizzare per parlarne, sire…hanno molto da fare con i preparativi per l’inverno e non credono di poter venire prima di un paio di mesi!” informò il primo. Il re sorrise nervosamente piegando il capo da un lato. “Un paio di mesi…” mormorò sarcastico.
“E tu?” chiese brutalmente Butt al secondo nuovo messaggero, “quali notizie porti?”
“Il capo clan elfico, Staylamoon di Crystalwood, invia agli umani le più sentite scuse, ma ha detto che non tratterà al tavolo degli uomini se non ad una condizione.”
Daimonos aggrottò il sopracciglio: “Condizione? quale condizione?”
Il messaggero esitò un po’, poi aggiunse: “Che ci sia Ironsword il guerriero presente, mio signore.”
Il paladino trasalì, anche il consigliere parve piuttosto seccato. La mezz’elfo non fece commenti, si limitò a sbirciare verso il re, per saggiarne le reazioni. Egli espirò piano, abbassò lo sguardo. “Ha aggiunto altro?” chiese.
“Si. Ha detto che l’attuale monarchia umana non sì è…ehm…particolarmente distinta nel rapporto col popolo dei boschi, e perciò lui non si fida. Vuole discuterne soltanto con quell’uomo…”
La mezz’elfo sorrise un po’, un sorriso birichino, subito ricomposto appena il re incrociò il suo sguardo leggermente obliquo. Daimonos allargò le braccia. “Che dire? avevo comunque intenzione di convocare Ironsword a palazzo, prima che la situazione precipiti dobbiamo organizzare una spedizione di fortuna…”
Gremanan si mosse verso il consigliere, gli parlò stizzito sottovoce per qualche istante, la mezz’elfo notò il gesticolare del comandante che tradivano una certa irritazione, poi Butt fece cenno di attendere e parlò anche col re, sempre sottovoce, sempre concitato. Daimonos scosse il capo un paio di volte, abbassò il palmo della mano destra verso il basso e poi, sconsolato, s’avvicinò alla mezz’elfo.
“Lady Morgana, voi pensate…” si voltò verso il paladino ed il consigliere. Poi continuò: “Voi pensate che Ironsword accetti di incontrare il nostro consiglio non più tardi dello spuntare dell’alba?”
“Uhm…” Morgana non lo sapeva. Poggiò i gomiti sul tavolo ed intrecciò le dita delle mani. “Non lo so, nobile signore! Il mio compagno è totalmente imprevedibile quando si tratta di avvicinarsi alle istituzioni, e certo lo stato delle cose richiederebbe un suo intervento…”
“Quindi?”
Morgana sorrise apertamente. “Quindi non ci resta altro che domandarglielo, non credete…?” spostò il sorriso verso il paladino, che aveva gli occhi stretti a fessure. “Immagino di si.” Riflettè il re, “vi farete incarico di domandarglielo voi stessa?”
Morgana allargò le mani. “Ma certo!”
“Vi ringrazio. Consigliere Butt, assicuratevi che Morgana giunga in fretta e in tutta comodità presso la sua abitazione, e che una carrozza rimanga a sua completa disposizione.” Quello si inchinò.
Fu il re stesso ad accompagnare la mezz’elfo presso la scalinata centrale, e così Butt rimase col paladino.
“Sacri dei!” schiumò quest’ultimo, “Ironsword è un truce macellaio, e la sua compagna è una mezzosangue che pratica una religione eretica! che cosa sta succedendo al nostro palazzo, consigliere?!”
“Al nostro palazzo? c’è una minaccia ben più grave e orribile che oscura tutta Dragon Gate, comandante…non hai visto gli occhi del re? non hai visto il terrore negli occhi della regina sua sposa, Maya?”
“Si, l’avevo veduto.”
“Siamo stati ciechi ed irresponsabili riguardo l’antica profezia, ed ora ho paura…se Ironsword, Bagol o qualche altro demone riusciranno a toglierci dai guai…beh, che ben vengano, comandante! io non voglio morire!” Consiglier Butt non aveva mai parlato così. Il tono della voce era divenuto cupo e rimbombante, e Gremanan aveva avvertito un brivido gelido salirgli lungo la schiena. “E poi…” continuò Butt, “non è per nulla detto che il guerriero accetti di lavorare per il re. Ha un pessimo rapporto con tutti i politici e i burocrati, e qualcuno dice che è pazzo…non dobbiamo attenderci nulla da lui, sino a che non lo avremo visto parlare col nostro signore…” il paladino camminò nervosamente nella sala, camminando a semicerchio attorno al consigliere. I suoi passi echeggiavano per l’ambiente circostante.
“Sì ma…perché il re non si rivolge direttamente ai miei paladini? sono un po’ fuori allenamento, senza ombra di dubbio, ma ancora capaci di grandi cariche e di colpi mirabolanti…” Butt adocchiò Gremanan come se lo vedesse per la prima volta, la sensazione di avere davanti un tizio di ben smisurata ottusità lo investì gradatamente, così volse lo sguardo altrove. “Non si tratta di colpi mirabolanti o di codici militari, comandante…qui qualcuno deve scendere in un cupo inferno e sporcarsi di melma e fango fino al collo…non è un lavoro da paladini, credimi…”
“Uhm…”
“Ironsword combatte come un signore del caos, ragiona come un signore del caos, e nella malaugurata sorte che dovesse fallire…beh…” abbassò il tono della voce. “Si tratterebbe pur sempre di una pedina sacrificabile, non è così?” Butt non ci aveva messo nessuna nota particolare nel tono di voce. “Io…si, credo di si.”
“E’ una faccenda che va gestita dal basso, senza badare alle regole e senza sperare nella gloria…è una faccenda che deve veder scendere in campo degli assassini feroci, comandante…”
Butt si avvicinò alla finestra, vedendo allontanarsi sotto le stelle la carrozza di Morgana.
“…Ed Ironsword è il più feroce di tutti.”
Anche il paladino si avvicinò alla finestra.
“Già,” concluse, “speriamo solo che accetti di giocare nella nostra squadra…”

Re Daimonos salì con ampie falcate verso l’ultimo piano dell’ala nord del palazzo del Braccio di Vetro, incontrando man mano che saliva una nutrita schiera di serve, dame di compagnia, e balie che facevano avanti e dietro dalle camere da letto reali, esse si inchinavano cortesemente ogni volta che lui le sfiorava, e portavano panni sporchi, grandi tinozze di acqua lurida, scopettoni e panni asciutti. Superò un arco mascherato con degli arazzi raffiguranti scene di corte e raggiunse una stanza strana, le sue mura formavano un angolo acuto verso nord, ed il soffitto scendeva sensibilmente dalla parte del letto grande a baldacchino. La persona sdraiata su di esso era celata da una tenda antizanzara color del miele. Oltre essa solo lamenti ed imprecazioni. Una vecchia passava con lo scopettone sopra larghe chiazze di sangue rappreso che sperava di tirar via, ma l’unico risultato era quello di veder allargare inesorabilmente l’orrida macchia. Il re serrò le mascelle e guardò la vecchia in volto. Quella diniegò negandogli speranza. Passò a zig zag per non inzaccherarsi gli stivali di camoscio ed aprì un lembo della tenda.
La donna giaceva con il lenzuolo leggero sceso sino allo stomaco, i capelli corvini sciolti sul seno, la pancia orribilmente gonfia e l’espressione assente. Respirava ancora, ma il sibilo che usciva dai denti assomigliava al canto dei banshee. Teneva le dita serrate sui lembi del lenzuolo, come aggrappata ad un soffio di vita, e miriadi di minuscole vene bluastre le pulsavano in ogni parte di pelle scoperta. Sudava copiosamente, e da una parte del letto colava in terra un nauseabondo liquame rosso e blu, che toccava terra denso e lento, sciogliendosi in pozze che le serve non riuscivano ad arginare. La donna minuta parve accorgersi dell’uomo in piedi di fianco, e prese a parlare senza muovere il volto.
“Anche l’ultimo dei tuoi sapienti è andato via, non è così, Eric?”
Il re annuì penosamente.
La donna sorrise, ed il volto le si deformò in un ghigno spettrale.
“Ma ho udito il volo dei tuoi pegasi…hai paura, sai che lei è giunta su Dragon Gate e che presto, oltre a noi fate, tutti si inginocchieranno al suo potere…”
Il re si passò una mano sulla faccia, poi cadde in ginocchio, baciando la mano fredda.
“In nome degli dei, Maya…che cosa abbiamo fatto…? che cosa abbiamo fatto? a quale oscuro e gelido dio posso far giungere la mia preghiera affinché ti possa salvare…?”
Maya chiuse gli occhi con uno sforzo terribile, la sua bocca tornò rigida.
“Non sei cambiato, Eric…pensi a me, a noi…ma è il tuo stesso regno che grida pietà per ciò che potrebbe accadere…e ormai è tardi, sono così stanca…sento la sua voce chiamare il mio nome…”
“No, no!” il re, disperato, schiacciò le gote contro il dorso della mano di lei, “non è tardi, amor mio…io…ho fatto chiamare Ironsword, ecco! si, ho dato ordine di condurlo a palazzo stanotte stessa!”
“Ironsword…la Grande Morte Bianca…è ancora vivo, dunque?”
Il re parve sollevato. “Si amor mio, è vivo e abita qui, a Matùl…”
Maya respirò forte ma con regolarità, le sue mani parvero più morbide mentre smetteva di tormentare il lenzuolo. “E’ buffo, sai, marito mio? nella mia terra, a Lakebeach, c’è una tomba col suo nome, e la gente giura che è morto…e forse è meglio che sia così…forse solo un fantasma può sconfiggere la Madre Nera…” una lacrima leggera scivolò sulla guancia sino al cuscino, per poi scomparire nel nulla. “Forse solo un fantasma del passato…”
Daimonos strinse le mani della sposa con energia, i capelli ondeggiavano nel riporto sotto le luci delle candele e la sua voce sembrava un sussurro lontano. “Fantasma o no, lo manderemo a trovare quel ciondolo, la Lacrima degli dèi, e con esso potremo…”
“Non verrà.”
Il re aveva gli occhi strabuzzati, si tirò in alto per scrutare da vicino lo sguardo vitreo della donna.
“Co…come hai detto?”
“Che non verrà, Eric…Ironsword ti odia…odia te, i tuoi paladini, questo palazzo…”
“Ebbene, che mi odi pure…ma non potrà negare il suo aiuto ad un intero popolo…non potrà negarlo alla sua compagna mezz’elfo…non potrà negarlo a te che ti amo, cuore mio…!”
“Io non sono un’umana, Eric…sono una fata…certe cose le so perché mi è dato di saperle…so l’orribile patto che, la Dea Madre ci perdoni, è stato perpetrato anni fa e che ci ha veduti protagonisti…so quello che abbiamo avuto e ciò che abbiamo dovuto rendere…e so il prezzo che ancora dobbiamo pagare…ma è un prezzo troppo alto, che vede coinvolti non solo noi, ma molte delle persone care che ci sono intorno…non lo capisci ancora, vero, amore mio?” la fata chiuse gli occhi per farli riposare un po’. Il re scosse il capo.
“No, Maya…tu parli per enigmi ed io non ti capisco, non ti ho capita mai! ma conosco quel prezzo…ed è proprio per questo che ho mandato a chiamare lui.”
Maya voltò dolorosamente il capo verso la finestra aperta per mandare via il puzzo orribile.
“Ma non verrà…” mormorò ancora.

Ed Ironsword non c’era nella fredda notte che annunciò il consiglio straordinario. Re Daimonos stava seduto sul trono col piglio severo e l’armatura da parata, alla sua sinistra il Consigliere Butt, mentre sulla destra stava fiero il comandante dei paladini, Gremanan, con la mano sull’elsa della spada d’oro che languiva nel fodero. Come annunciato, i nani non avevano mandato nessun emissario, mentre numerosi consoli ed ambasciatori di tutte le repubbliche (fintamente) indipendenti attorno a Matùl stavano in silenzio seduti al grande tavolo quadrato; Morgana sedeva col mento appoggiato sui pugni accanto a Zoran Sutter Fiamma di Tenebra, capo supremo degli elfi neri di Flunndath, l’impero sotterraneo che da alcuni anni non era più in guerra con le razze di superficie, Morgana stava a sinistra del drow, mentre dall’altro capo nessuno si era azzardato a sedersi vicino ad un elfo nero; ad un capo tavola sedeva infine un mago corpulento, col cappuccio rosso calato sugli occhi, le mani scheletriche aggrappate al bastone, le macchie della vecchiaia che coloravano i polsi e le dita, la barba ispida e lunga che fluiva, grigia, da sotto il cappuccio celante il resto del volto. Stava e taceva.
Il Consigliere Butt lasciò la sua posizione e scese dai tre scalini che portavano al trono per meglio far udire la propria voce al consiglio.
“Ebbene,” disse ad un certo punto schiarendosi la voce, “i segni sono piuttosto chiari. Le sparizioni di bambini che vanno in un vasto raggio da Glamur a Meron intensificandosi su Matùl e dintorni fanno pensare che il nostro nemico abbia incentrato su questa parte del regno il suo diabolico progetto…dall’inizio delle sparizioni ad oggi, voi tutti avete notato il progressivo accorciarsi delle giornate e lo scomparire del sole nel cielo, per non parlare del potere clericale indebolito e dei profeti che annunciano sciagure sempre più gravi ed imminenti, per ultimo madonna Morgana, che ha letto nelle sue pergamene la mostruosa opera che un demone sconosciuto ha iniziato su Dragon Gate!”
“Non è sconosciuto!!” tuonò il re scattando in piedi. Vide lo stupore tra i presenti e allora si passò una mano sulla corona come a vedersela ancora ben salda in testa, “non è sconosciuto…” balbettò ancora scendendo le scale. Si avvicinò al tavolo passando le mani sulle pergamene che Morgana aveva lasciate aperte sul legno. Mostravano un’inquietante mostro dai lunghi capelli e dai denti a sciabola mangiare corpi umani in una caverna fumosa, mentre tredici figure ammantate di bianco pregavano in estasi a cerchio su di esso. Le pergamene non erano né dipinte né disegnate: le immagini sembravano delinearsi autoctone tracciate da mano ignota con un carbone ardente. Sembravano di fumo.
Il re diede le spalle al consiglio e tornò alla finestra dalla quale non si staccava più, ormai, da alcune settimane. “Io conosco quel demone…” la sua voce era debolissima, e i presenti tacevano per non perdere alcuna sillaba, creando un silenzio tremendo, pieno, assordante.
“Mater, Madre Nera, Nera Signora o Fata Nera, se vi piace di più…”
Molti tra i presenti rabbrividirono, Morgana sembrava assolutamente rapita.
“…Comunque vogliate chiamare quell’oscuro mostro che ingurgita continuamente vite umane per rimanere nella nostra dimensione e proseguire la messa al mondo della sua atroce progenie antropofaga…”
“E’ un’antica leggenda che ho avuto modo di udire molti anni fa,” s’inserì Morgana, “e affonda le sue radici nelle lontane terre di Lakebeach, all’estremo sud del mondo conosciuto, dove si racconta che alcune madri degenerate in preda al caos si offrirono ad un demone oscuro affinché, in cambio delle rispettive famiglie, potessero godere di piaceri sessuali e danarosi oltre ogni immaginazione…ottenute le vite umane promesse, questi demoni tornavano nelle loro dimensioni lasciando le donne in un vortice di desolata follia…”
Il Comandante Gremanan allargò le braccia come a dire: “E allora?” Morgana gli sorrise maliziosa come a rispondere: “E allora niente, era solo una leggenda!”
“Quella leggenda non è così lontana dalla realtà, milady!” riprese il re, “poiché ho tutto il ragionevole sospetto nel ritenere che la Madre Nera sia qui, su Dragon Gate, imprigionata in una terra che ha da offrirgli tutto ciò che lei vuole…un mondo in cui poter avere nutrimento, terre per l’infernale figliata, uomini da poter sfruttare per l’inarrestabile lussuria…”
Il mago alzò impercettibilmente il capo verso il re. Aveva la certezza che la frase non fosse finita. Infatti Daimonos aggiunse ancora: “…e buon ultimo la possibilità di vendicarsi di chi, tempo addietro, l’ingannò imprigionandola qui per sempre!”
Il vento ululò sulle vetrate tutta la sua frustrazione.
Zoran Sutter incrociò le braccia senza incontrare lo sguardo degli altri presenti.
“Uhm. Perché mai, allora, questa…questa Madre Nera dovrebbe essere così infuriata con chi la chiamò qui, se questo per lei è una specie di paradiso incontaminato?”
La domanda era pertinente, furono costretti ad ammetterlo, in cuor loro, anche i più irriducibili detrattori degli elfi neri.
“Perché lei teme che, una volta scoperta, gli uomini possano organizzarsi per negarle la carne ed il sangue di cui ha bisogno per rimanere in vita…Morgana ha parlato di leggenda…è proprio grazie ad essa che finora questa creatura ha potuto nutrirsi per secoli di sangue innocente…erano le vittime stesse che la invocavano per immolarsi, ma in uno scontro diretto le cose potrebbero andare diversamente…” quest’ultima affermazione suscitò il brusio dei presenti, per nulla convinti. Il re fece spallucce. “Non so, rimane un mio parere, del tutto personale…”
Ma non era importante, ora.
“Sappiamo che si nutre nei pressi della nostra capitale, e che potrebbe aver già messo al mondo altri piccoli cannibali.” La voce giunse dal posto del mago e, come d’incanto, il vento cessò, così come il brusio del consiglio. Tutti si voltarono dalla parte della veste rossa. Strinse il suo bastone di ciliegio facendo cigolare le vecchie ossa, poi continuò, con un tono di voce che pareva giungere da una caverna lontana: “Ma le domande che dobbiamo porci oggi sono sostanzialmente due! in primis, quali sono i suoi reali poteri? Chi la ospita e la nasconde? e poi, quando uscirà allo scoperto? ha mietuto troppe vittime per rimanere nell’ombra.”
“Oh, dannazione!” tuonò un ministro scattando in piedi, “tutto questo è semplicemente ridicolo e delirante! centinaia di bimbi sono scomparsi, questo è certo, ed il clima ha subito dei mutamenti…ma potrebbe essere un fatto del tutto casuale e non attinente con le sparizioni! cosa abbiamo in mano? una pergamena colorata e presentata da una sacerdotessa mezz’elfo facente capo una setta eretica, le paranoie da oppio di alcuni profeti e le chiacchiere sterili di maghi e sapienti! per quel che mi riguarda dobbiamo tentar di seguire la pista degli orchi o dei troll se vogliamo fermare la strage infantile, e non seguir le favole di fate cattive, e diavoli ingannati.”
Morgana notò che in altri tempi una simile piazzata non sarebbe stata ammessa a corte. Il re perdeva colpi.
“Quindi, con tutto il rispetto per questo nobile consiglio, io ed i miei accompagnatori ce ne andiamo.” Un’altra mezza dozzina di persone si alzarono dal tavolo. Il parlottio divenne più concitato, il mago volse il capo verso il re, e quest’ultimo fu come invaso da due occhi magici che lo spiavano da dentro. Non poteva vedere gli occhi dell’usufruitore di magia, ma sembrava avvertire nella mente quello sguardo severo.
“Io…io non vi permetto!” tuonò allora per nulla convinto verso gli ambasciatori che sciamavano all’uscita, “questo è ancora il mio regno, e…e…” crollò sfinito su una sedia vuota massaggiandosi le tempie. Era come se tutte le sue energie lo avessero abbandonato d’improvviso. “Non vi permetto…” si lagnò ancora. Il brusio si perse nei corridoi.
“Vigliacchi!” gridò loro dietro il Comandante Gremanan, “razza di inetti e codardi!”
Altri del consiglio, più pacatamente, lasciarono le loro sedie avvicinandosi silenziosamente all’uscita. Morgana rimase accanto all’elfo nero, guardavano avanti, nel vuoto, e nessuno dei due parlava.
L’ultimo a lasciare la sala fu un barilotto vestito di seta e lino che si era presentato come governatore di Sunderland, aveva gli occhi porcini ed uno stomachevole odore di profumo misto a sudore, camminava con le gambe leggermente divaricate, e le dita grassocce mostravano pacchiani gioielli luminosi. Giunto di fronte a Morgana e Sutter si fermò un momento. I servitori con lui.
I suoi occhi incontrarono quelli nocciola e leggermente obliqui di Morgana.
“Vi conosco, milady, e so che godete di buona fama. Siete caritatevole e rispettata da un sempre maggiore numero di persone…la vostra presenza qui rende inutili le mie parole, d’altronde. Ebbene, lasciate che vi dia un consiglio. Andatevene! La sposa del re, Maya, sembra sia gravemente malata, una malattia venerea, se capite quello che intendo.” Il grassone portò una mano alla bocca per catturare maggiore intimità, e la mezz’elfo avvertì l’alito pesante del nobile politico. “Molta della servitù di Palazzo del Braccio di Vetro ha lasciato le sue mansioni, ed anche il re si comporta in modo strano. Qualcuno giura che sta impazzendo. E, certo, tutta questa storia di caccia alle fate e di monili prodigiosi non lo aiuta…presto, molto presto, questo palazzo e quel trono faranno gola a molti.”
Morgana sorrise.
“Oh, immagino di si. E voi non vedete l’ora che quel momento arrivi, non è così…?”
Il ciccione cambiò espressione, dapprima stupefatta, poi via via più iraconda e dai colori violacei. Si rimise diritto con la schiena.
“Qui sono in molti a volere la caduta di Re Daimonos, piccola mezzosangue, e se non sarà per mano di una fantomatica strega venuta da Lakebeach, ti assicuro che sarà per qualche altra ragione.” I suoi occhi divennero fessure impenetrabili. “E non cadrebbe da solo, se qualcuno avesse la malsana idea di schierarsi dalla sua parte.”
Morgana fissò bene in faccia quell’ometto sgradevole.
“Qui non c’è in gioco la vostra poltrona imbottita, messere, ma non credo che siate in grado di comprendere qualcosa che vada aldilà di qualche bega di cortile. Pertanto, visto che sono una sacerdotessa e non una stratega politica, vi sarei grata se voleste usarci la cortesia di portare il vostro terribile odore da qualche altra parte…” il tono della voce era rimasto caldo e cortese, ma aveva un non so che di minaccioso, di sibilante. Il ciccione arretrò di un passo strappando una scialle di mano ad un servitore scuro di pelle. Il governatore di Sunderland aveva un leggero tocco di fondotinta sulle gote e sul collo grasso, e non aveva rinunciato ai tessuti leggeri neppure ora che l’inverno si era presentato ai popoli. Rabbiosamente attorcigliò il filo di seta sulle spalle e fece un passo indietro. Si accorse che anche lo sguardo tenebroso di Zoran Sutter l’avevano raggiunto. I canini dell’elfo nero si percepivano tra le labbra tiepidamente aperte.
“Voi…non fermerete il processo che Dragon Gate deve seguire per divenire potente. Né voi né le vostre favole.”
“Vattene.” Ruggì l’elfo nero. Ci fu ancora un secondo di terrificante silenzio poi il politico e la sua ristretta cerchia abbandonarono la sala. Le candele emanavano un fascio di luce più basso.
Sparsi nella sala stavano i sopravvissuti al consiglio, in silenzio, ognuno inseguendo pensieri ed illusioni veloci. Il re si avvicinò a Morgana, che non lo stava guardando.
“Loro…mi attaccano…ora che sono debole mi attaccano come un branco di cani selvatici…!”
Morgana alzò gli occhi come per mettere a fuoco, ma preferì negare gli occhi al farfugliante reggente. Ma che razza di sovrano aveva avuto Dragon Gate, sino a quel momento? e quale, intricato giro politico si andava via via delineando? Faceva freddo. Nel palazzo non echeggiava più alcuna voce, né alcun suono.
Il Comandante Gremanan giunse alle spalle del re e gli coprì la schiena con un pesante mantello scuro. Daimonos annuì per ringraziare, il riporto ricadeva ridicolo sulla spalla sinistra. Strinse l’indumento per tenerselo ben addosso e cercò il confortante, sicuro abbraccio del trono.
“Grazie!” esclamò all’improvviso il paladino, verso il tavolo abbandonato. Morgana e Sutter si voltarono, mentre il mago ebbe un lieve tremito. “A nome dell’Impero di Dragon Gate, grazie per essere rimasti.” Si inchinò solennemente battendo i tacchi, ed era la prima volta che un saluto ufficiale di un cavaliere di Paladine (il corpo prendeva nome proprio dall’antico dio della forza e dei guerrieri Paladine) era rivolto da un ufficiale ad un elfo nero e, addirittura, ad una mezzosangue.
L’elfo nero rispose al ringraziamento con un movimento del capo, liberando una cascata di capelli bianchi e morbidi dal cappuccio, mentre Morgana restituì l’inchino. Il mago si sporse invece in avanti per parlare con la sacerdotessa.
“Hai avuto modi pronti e sicuri con quell’ometto, giovane Shin.” Disse. “Credo che da questa notte, in un modo o nell’altro, la storia di questo regno sia destinata a mutare!”
Morgana annuì.
“Siamo tutti d’accordo, noi che siamo ancora in questa sala, nel riconoscere come verità quello che abbiamo saputo sulla Madre Nera?” chiese Sutter rivolgendosi ai presenti. Il mago si ritirò sulla sedia, lasciando che fosse il silenzio ad affermare per lui, mentre Morgana pronunciò un si convinto e vigoroso. Figurarsi, la religione di Iumak il Redentore era piena di storie su demoni e mostri pronti a turbare l’anima della gente. Il paladino fu l’ultimo a pronunciarsi.
“In ogni caso,” esclamò, “fata o non fata questa storia permetterà a molti nemici del regno di tentar il colpo di stato ai danni di Re Daimonos, cui tutto il corpo dei paladini ha giurato fedeltà finché resterà in carica ufficialmente. Ritengo quindi che risolvere brillantemente questa situazione della Madre Nera possa servire ad allontanare gli avvoltoi che da qualche giorno volteggiano simbolicamente su questo tetto…ci sono i dettagli dell’operazione che il re voleva illustrare a questo consiglio prima che ne fosse vergognosamente boicottato da molti dei suoi partecipanti!”
“A questo penserò io, Comandante Gremanan, se non vi dispiace!” disse Butt alzando la veste alle caviglie per scendere dalla pedana del trono. Il paladino si fece da parte con un inchino, ma ecco che ancora il conciliabolo fu interrotto! rumori e voci dallo spazio antistante la grande porta di accesso alla sala del trono, come un corpo trascinato, si udì distintamente armature cozzare tra loro, ed una voce elfica giunse secca.
“Ma che succede?” si spazientì Butt andando ad aprire insieme al paladino. Non appena toccarono i grossi battenti, un nugolo di paladini piombarono nella sala tentando di tenere a freno una figura agile e di statura modesta che si dimenava come un’ossessa.
“Un elfo.” dissero all’unisono Morgana e Sutter.
“Insomma!” tuonò Butt, “che cosa succede per gli dei! esigo una spiegazione, cavalieri!”
Passarono ancora un po’ di istanti prima che i cavalieri riuscissero a tenere buona la figura agile. Poi un giovane paladino dai capelli mossi e fulvi si mise sull’attenti davanti al consigliere. Il giovane paladino indossava la tipica armatura d’oro che recava al centro lo stemma stilizzato di un dragone pronto a spiccare il volo verso Nord. Il suo elmo che riproduceva la testa del drago era rotolato nel corridoio mentre tentavano di arginare la furia dell’elfo, al fianco penzolava la spada d’oro lunga centoventi centimetri calcolando l’elsa; inoltre un fascio di nastro rosso ornava il braccio sinistro. Il simbolo che indicava l’apprendistato del cavaliere.
“Questa creatura è giunta a palazzo bofonchiando qualcosa circa il consiglio ed i suoi partecipanti, ma si rifiuta di mostrare le credenziali e non vuole mollare le sue armi.” Infatti l’elfo stringeva forte una grande e bella alabarda forgiata nello stile tipico del popolo dei boschi. Il consigliere mise le mani dietro la schiena. “Mm. Non aggiunge altro?”
“No. Solo che è giunta qui inviata del loro re Staylamoon.” Zoran Sutter ebbe un moto di sorpresa. Conosceva Staylamoon, ci aveva viaggiato insieme, prima che divenisse re, molti anni prima. Lui, Ironsword e Staylamoon. “E’ difficile stabilirci un dialogo, signore,” proseguì il giovane paladino, “poiché parla a stento la lingua comune!” Butt si avvicinò con cautela al nuovo personaggio.
Era una guerriera elfo di età indefinita (per gli umani risultava praticamente impossibile stabilire la giusta età di un elfo) alta nella media della sua razza, circa centosessantacinque centimetri, con i capelli divisi da una riga e raccolti in due grandi ciuffi castani che ricadevano sulle spalle, intrecciati tra loro con dei nastri di daino elfico. Aveva l’aspetto battagliero e gli occhi obliqui piuttosto furenti. Guardò alla sua destra scorgendo Morgana e Sutter che si erano alzati ed ebbe un gesto di stizza.
Butt fece cenno ai paladini di lasciarla e le si avvicinò. L’elfo la fissò incollerita. Il consigliere allungò una mano sulla borsa che la femmina teneva sul fianco sinistro e quella sussultò, ma rimase ferma quando vide lo scintillio delle armi dei paladini. Butt frugò un istante tra le cose dell’elfo trovando poi un piccolo incartamento. Senza togliere gli occhi dalla dama elfica (per gli uomini tutte le femmine di elfo erano dame!) aprì il piccolo foglio sigillato. Lo lesse velocemente passandolo poi al Comandante Gremanan. Questi sorrise con un ghigno, spiegando a Morgana all’elfo nero e al mago.
“Si tratta di una guerriera maga di indubbia fama presso la sua gente. Ce la invia Staylamoon di Crystalwood come rappresentante elfo e combattente per il futuro prossimo che ci attende.”
“Già,” commentò Morgana, “solo che lei non sembra per nulla convinta!”
“Mm.”
“Come ti chiami?” chiese a bruciapelo Butt.
“Laana.”
“Bene, Laana. Sei la benvenuta tra di noi! siedi e riposa pure un attimo, avrai affrontato un lungo viaggio e, credo, non eri mai stata tanto a contatto con una civiltà umana!”
Laana guardò un secondo verso la mezz’elfo e l’elfo nero. “No.” sibilò. Poi poggiò la pesante alabarda sul tavolo e sedette in terra incrociando le gambe; Butt diede ordine ai paladini di andare, e questi cominciarono ad uscire in fila indiana, tutti meno uno, il giovane cavaliere dai capelli fulvi.
Il re alzò gli occhi sull’elegante figura in piedi davanti alla porta.
“Ebbene?” domandò il consigliere, “cos’altro c’è, ancora?” il paladino arrossì un poco, poi cercò di schiarirsi la voce. “Nobile signori, signori del consiglio…so che molte defezioni hanno vinto in questo incontro, e so che un viaggio terribile vi attende all’orizzonte.” Il cavaliere sentì l’attenzione di tutti i presenti addosso, e questo certo non lo aiutò nel proseguire. “Per questo, scusandomi col re prima e con il mio comandante poi per non averli avvertiti subito, vorrei chiedere il permesso di aggregarmi alla spedizione!” lo disse così, tutto di un fiato.
Morgana sorrise, il comandante parve invece piuttosto seccato. Scavalcando le gerarchie, fu proprio lui a rispondere al giovane. “No! hai prestato giuramento neppure da venti giorni, con quale coraggio chiedi questo quando paladini più esperti e più capaci di te sono in lista da anni per delle missioni?!” il tono era terribilmente secco e duro, rimbombò nella sala tanto che il giovane abbassò la testa. “Quale servizio credi mai di poter portare ad un nugolo di avventurieri pronti a dare la loro vita per Dragon Gate?” abbassò poi il tono di voce, notando che aveva sortito già il suo effetto sul giovane cavaliere. “Per la tua arroganza prenderai tre giorni di cella, cavaliere.”
“Si, comandante.”
“Per la tua presunzione prenderai sei giorni di cella.”
“Si, comandante.”
“Per il tuo totale mancato rispetto a questo consiglio prenderai sei giorni di cella.”
“Si.”
“Per aver saltato il tuo comandante sulla scala dei servizi e degli ordini prenderai tre giorni di cella.”
“S-si.”
“Per aver perduto il tuo elmo durante un servizio prenderai un giorno di cella.”
Il paladino annuì ancora, ma stavolta una lacrima di frustrazione scivolò lungo il bel volto liscio.
“Per un totale di diciannove giorni di prigionia. La tua punizione sarà resa esecutiva da domani e la nota di biasimo sarà spedita nello stesso giorno ai tuoi genitori. Puah, tuo padre, Lord Gevaudan, ne riceverà un brutto colpo! va ora.”
Batté i tacchi sull’attenti e sparì nel corridoio, non prima di aver affrontato con dignità e un po’ di odio lo sguardo incollerito del proprio comandante. Morgana trovò che non ci fosse affatto bisogno di umiliare così un cavaliere davanti a degli sconosciuti, e che detestava sempre più consistentemente l’ordine dei paladini di Dragon Gate. Comandante Gremanan in testa.
Questi stava ancora parlando rivolto al re. “E’ proprio un periodo strano, questo, maestà…persino i paladini si comportano in modo anormale!”
Il mago vestito di rosso abbassò il cappuccio e ritirò le mani nelle maniche della tunica.
“Già.” Mormorò convinto.
“Chi era quel ragazzo?” chiese Re Daimonos sottovoce a Butt, quando questi gli fu a tiro di bisbiglio.
“Michele Gevaudan, figlio di Lord Wellington Gevaudan Primo.”
“Quel Wellington Gevaudan…?”
“Si, maestà. Il comandante dei paladini prima di Gremanan e prima di Axeldoom, che tanto bene si era distinto nella guerra agli orchetti.”
“Si, lo rammento…era un eroe. Di suo figlio che mi dici?”
“Con la spada e nel corpo a corpo è in gamba, ma non credo sia portato per il ruolo di cavaliere sacro.”
“Uh, che ci fa allora qui? e con i voti sacri?”
“Beh, non era il peggiore del suo corso, e Lord Gevaudan era così in pena. Non riuscire a fare dell’unico figlio maschio un paladino equivarrebbe per lui ad una sorte tristissima…”
“Capisco.”
“Ah, in tutta confidenza, sire…credo che il buon Comandante Gremanan abbia calcato troppo la mano, voi che ne dite?”
Il re aggrottò il sopracciglio portandosi un dito sulla guancia a mò di riflessione.
“Che Lord Wellington Gevaudan non riceva nessun biglietto di demerito riguardo il figlio…” e strizzò l’occhio.
Butt sorrise, ed un’altra ora scivolò soave verso l’alba…

Maya la fata aprì di nuovo gli occhi dal giaciglio putrido che era ormai il suo letto. Quel semplice gesto di guardare il mondo le era costato col passar delle ore una sofferenza ed uno sforzo inaudito. Lo stomaco si era gonfiato a tal punto che non riusciva più a vedere le coperte sollevate sui piedi, e aveva notato che le serve non passavano più per controllare la sua situazione. Attendeva semplicemente che l’ultimo respiro partisse via in volo, abbandonando per sempre l’involucro mortale; che viscido destino quello che alcuni dei beffardi le avevano ordinato. Morire da sola nella torre di un palazzo che non aveva mai amato, lei che in gioventù ammaliava gli animali del bosco ed attirava i pesci per la pesca rendendo florido ed ospitale il posto in cui abitava, laggiù, a Lakebeach. Ma i tempi della gioventù se ne erano scappati in tutta fretta non appena conosciuto quel giovane ufficiale paladino, futuro re di Dragon Gate, ed ora, a cinquanta anni umani, le era rimasto un gufo impagliato dallo sguardo orribile appeso sopra la finestra ed un marito re che perdeva via via il lume della ragione. Trovò il tempo di sorridere all’idea che non lasciava figli a piangere per lei né connazionali infuriati per il patto infame che legavano la sua persona, Daimonos e la Madre Nera. Il patto era avvenuto a Lakebeach, nella grande città chiamata Mohlnor, ed in fretta se ne fuggirono su Dragon Gate, muniti dell’orrido segreto che stava ora distruggendo la loro vita. Ma Lakebeach, la bella, bionda Lakebeach, era salva. Lei si. Almeno quella.
Respirò piano, quasi controvoglia, ed una nuvoletta di respiro gelido si librò in aria, facendosi beffe del corpo immobile che l’aveva creato. Un gelo terrificante avanzava prepotente nella grande stanza da letto, e Maya non avrebbe saputo dire se era l’inverno sempre più straripante o il dio della morte Dath, che giungeva finalmente per reclamare l’anima promessagli. Poi un rumore.
Secco. Metallico. Dal fondo del letto.
Maya cercò con tutte le proprie forze di tirare su il collo e la testa per vedere in basso, oltre le proprie gambe, ma l’impresa pareva davvero titanica, e allora rannicchiò le mani parlando nervosamente.
“Chi c’è? chi si nasconde la in fondo…?”
Dapprima non ci fu risposta, poi dall’oscurità malata della sala comparve un volto, dagli occhi neri come la notte e dalla barba incolta di qualche settimana. I capelli biondi e lunghi sulle spalle, l’aria stanca di chi non ne può più di niente.
Maya emise un gemito di fatica.
“Iron…Ironsword…” sussurrò, e il vento parve cessare fuori dalle mura. Ironsword, che era alto quasi due metri, camminò lungo il perimetro del letto arrestandosi sul lato sinistro del baldacchino. La fata aveva gli occhi arrossati per l’emozione, il cuore che pulsava più forte sentendosi rinvigorito. Maya tese un braccio fuori dalle coperte per stringere qualcosa, ma l’uomo era fuori dalla portata. “Principe…” chiamò ancora, “principe di un periodo dorato e lontano…” pianse. “Principe mio. Quanto tempo!”
Ironsword fissò la fata in volto. Gli stivali intrisi di sangue che giaceva in pozze per terra.
“Principe…” ripeté anche l’uomo tirando con una smorfia lo zigomo, “quel titolo ridicolo e roboante non mi si addice più. Così come anche il nome di un tempo e la vita che fu la mia, quella di Ultor Greenvich.”
La fata fece scorrere lentamente gli occhi sulla figura alta e slanciata, ed effettivamente, a parte il colore dei capelli e la cicatrice lunga e profonda che solcava la guancia sinistra, del giovane paladino che aveva conosciuto a Lakebeach, tanto tempo prima, non rimaneva granché.
“I tuoi occhi,” mormorò addolorata Maya ricambiando lo sguardo dell’uomo, “i tuoi grandi, luminosi occhi verdi…” lacrime di sincera commozione continuarono a bagnare le guance paffute della fata, “che ne è stato? anche quelli sono cambiati…” Ironsword aveva gli occhi neri; di un nero così cupo e malinconico che non ci si rifletteva niente, dentro.
“Non sono cambiati solo i miei occhi, fata…tutto è mutato da quando lasciai Mohlnor, quella notte…”
Maya abbandonò la testa sul cuscino, lasciandosi trasportare dai ricordi di quel momento, col palazzo governativo dei Greenvich preso d’assalto e i paladini deportati ad Undead, il carcere infernale, perché accusati di tradimento. Tra le fiamme e i morti ammazzati rivide il disperato ufficiale Ultor, non ancora colui che sarebbe diventato Ironsword, acciuffato ed insultato come il peggiore dei criminali. Quegli occhi verdi così confusi e disperati nel tentativo di capire perché la giustizia stava cadendo in maniera così rovinosa, e nel tentare – cosa ancor più vana – di comprendere perché coloro che erano stati amici si erano tramutati nei suoi peggiori accusatori e viceversa. Il pianto accorato della fata, così tanto represso negli anni successivi, così tanto fragoroso e spontaneo ora che ritrovava un frammento del suo passato.
“Vidi tua madre…” prese a raccontare poi con voce flebile, “pochi istanti prima che ti portassero in catene…”
Ironsword guardò verso la finestra. I raggi della luna sembravano così chiari che la minaccia dell’alba doveva essersi fatta sentire. “Aveva il solito aspetto fiero e sereno anche mentre ti trascinavano come un trofeo giù dalla scalinata principale…”
Gli occhi di Ironsword divennero ancora più scuri, come un pozzo senza fine. “Io ero una delle poche fate che erano rimaste accanto a lei durante il colpo di stato e temevo, data la precarietà della sua salute, che il contraccolpo psicologico di quella immagine le potesse essere fatale…” la fata fece una pausa, ed anche Ironsword riprese a respirare silenziosamente.
“Invece ebbe pensiero solo che per te…”
“Per me…?” chiese l’uomo quasi a se stesso.
“Si…temeva che potessi perdere la tua fede nella legge e nella giustizia…negli uomini…” il vento riprese a soffiare, l’ombra lunga di Ironsword si allungava sino a sfiorare la parete opposta. Un istante di significativo silenzio calò sui due, poi la fata riprese a parlare.
“…Fu così, Ultor? l’uomo che vedo ora mi incute paura ed inquietudine…”
Ironsword mostrava il profilo perfetto alla fata sdraiata, grandi cicatrici affioravano sul tronco nudo e muscoloso; una sul fianco che girava sin sopra al dorsale, una sul deltoide destro, alcune più minute e fini sulla schiena, insieme ai segni indelebili delle antiche frustate, che nessun anello di rigenerazione seppe mai cancellare. “Non ho smesso di inseguire i miei sogni, se è questo che vuoi sapere,” rispose, “anche se ciò, a volte, mi è costato ferite e rimorsi. Perché mi hai raccontato queste cose?”
“Perché Lakebeach vive ora un periodo di assoluto splendore, ma io non posso dimenticare chi ha pagato più di tutti per la nostra felicità.”
I pensieri di Ironsword andarono alle spiagge di Lakebeach, immense e calde, dalle rive spumeggianti e le acque cristalline.
“Perché sei venuta in questo posto? perché hai lasciato Mohlnor per arrivare in questo inferno?”
“La mia storia è simile alla tua, Ultor… Ironsword…”
Stavolta l’uomo notò una nota di terrore nella voce della fata. “Siamo dovuti fuggire qui sperando di non essere seguiti dall’essere sanguinario che abbiamo risvegliato.”
“Abbiamo? chi, oltre te?”
“Il re di Dragon Gate, Daimonos…e altre fate e altri politici influenti di Dragon Gate…”
“Mmm. Di quale essere stai parlando, Maya?”
Gli occhi dolenti della fata si spalancarono dal terrore. “Della Madre Nera di Lakebeach!”
Ironsword strinse forte le else delle sciabole che portava appese ai fianchi. “ La divoratrice di uomini?”
Maya annuì disperata. Tossì forte una, due, tre volte. “Si, di lei…era vero, era tutto vero…l’abbiamo presa come un gioco per avere ciò che bramavamo, poi il gioco si è spinto in là, troppo in là, e ci siamo accorti di non aver più di che pagare quel mostro…” Ironsword, la Grande Morte Bianca, non osò neppure immaginare cosa volesse significare il termine pagare, conosceva quella creatura di fama, tanto quanto bastava per non spingersi più in là neppure con i discorsi fatti la sera, davanti ai falò.
“Lei è qui su Dragon Gate, Ironsword…tutti i tentativi fatti in questi anni per liberarci di lei sono stati vani…”
“Lo so. La sua fame cresce in proporzione con le vittime che riesce a ingurgitare, ed anche il suo potere si accresce costantemente. Tutto il regno è in pericolo!”
La fata annuì. “Ma sono pochi, pochissimi quelli disposti a dare credito a mio marito…è così debole e solo…tu puoi capirlo…nessuno crede ad una storia così pazzesca.”
“Eppure le leggende sono molto chiare riguardo l’abilità di quel mostro nel non far credere la propria esistenza!”
La fata sorrise amaramente chiudendo gli occhi. “Beh, a quanto pare le riesce bene.”
Ironsword fece scorrere gli occhi sulla pancia gonfia di Maya e sul sangue ora rosso ora nero che spurgava da sotto le coperte.
Come anticipando le domande del guerriero, Maya spiegò che “questa malattia che mi sta uccidendo lentamente è il marchio che tutte le fate coinvolte nel rituale di richiamo si stanno portando dentro. Tra un po’ sarà la mia ora, ed io voglio che tu faccia una cosa per me…”
Ironsword la guardò serrando le labbra in segno interrogativo. Maya batté sulle coperte con la mano. “Oh, non preoccuparti. Tra poco, comprenderai.”
camminando per gli immensi corridoi che formavano veri e propri dedali intricati nel Palazzo del Braccio di Vetro, era impossibile non imbattersi in statue ad altezza reale di eroi e miti che erano passati attraverso gli anni di continente in continente, e con molti, moltissimi di essi Ironsword aveva viaggiato, mangiato, dormito, combattuto. Ovviamente, tra esse non trovava minimamente posto un busto, un affresco o un arazzo raffigurante la Grande Morte Bianca, ed il perché ora in quel palazzo si trovasse solo lui in carne e ossa e non le miriadi di icone storiche raffigurate in quella galleria lo rendevano stranamente allegro e pimpante, tutto sommato era sopravvissuto a tanti. Anche ai falsi miti della storia. Ma questo rendeva assai importante anche un’altra riflessione: quanti erano i politici, avversari ed alleati, che non fossero allettati all’idea di scalzare Re Daimonos dal trono sfruttando proprio l’inattesa opportunità fornita loro dall’arrivo di questa famigerata Madre Nera? quanti piccoli governatori insoddisfatti smaniavano nell’attesa di piazzare i loro busti di marmo nei famosi corridoi del palazzo? su quei busti, in fin dei conti, Ironsword avrebbe volentieri pisciato sopra, ma non era certo così per molti padroni di Dragon Gate, che avevano ucciso, razziato e depredato per molto meno. Re Daimonos era solo. E in non molto tempo, anche le ombre di fianco a lui avrebbero sfoderato strani sorrisi; simili a quelli della iena che ha fiutato il pasto.
La voce melodiosa di Fata Maya riportò Ironsword in quel presente.
“Vorrei poterti chiedere ancora molto, Ironsword…vorrei scandagliare ancora tutto quello che non so delle vicende avvenute dopo il tuo arresto, ma molte voci ronzano nella mia testa, e scorgo la Dea Madre sorridermi dolcemente.” Una luce bianca e tenue investì il corpo della fata, che parve scuotersi e sollevarsi di qualche millimetro dal letto. La Grande Morte Bianca si allontanò di un metro o due; “devo andare, mio adorato principe! che la storia possa essere clemente, con me…” la luce si fece più forte, accecante, poi sparì di colpo, lasciando il cadavere della fata perfettamente composto, nel letto a baldacchino. Dopo qualche istante, Ironsword si avvicinò al volto minuto dell’amica, e con la mano sinistra accarezzò gli occhi rimasti sbarrati chiudendoglieli per sempre. Passi spazientiti fuori la porta, rumore di ferraglia. I paladini erano fuori in attesa.
Ironsword fece per avviarsi verso la porta, quando un rumore, fulmineo e secco, attirò la sua attenzione. Mosse un passo di nuovo verso il letto, e gli parve, così di primo acchitto, che la pancia della defunta fata fosse più sgonfia, ma una macchia cremisi si andava allargando sulle coperte. Ironsword impugnò con la destra l’elsa del gigantesco spadone a due mani che teneva appeso per diagonale dietro la schiena, lo slacciò silenziosamente e lo afferrò bene anche con l’altra mano.
Si avvicinò.
Ora sembrava che non si muovesse più nulla. Eppure, qualcosa nell’aria non andava a dovere, ed Ironsword arricciava il naso come una fiera in caccia; vide il corpo della fata che si andava rinseccolendo a vista d’occhio, come se le ossa dello scheletro si sbriciolassero tenere, allora si avvicinò ancora. Lo stivale sinistro spiaccicò una macchia di sangue. Il bicipite si gonfiò prodigiosamente per reggere il peso dello spadone con una sola mano, poiché aveva tutta l’intenzione si scoprire quel corpo e vederci più chiaro; ma appena toccò il lembo della coperta, un nanoide dalla pelle squamosa e nerastra balzò in piedi sul letto, alto appena centocinquanta centimetri, con due incisivi sporgenti e minacciosi come zanne, le quattro dita saettanti muniti di artigli così spessi da sembrare scalpelli appuntiti, e che, con tutta probabilità, erano serviti per farsi strada attraverso il corpo della fata che lo ospitava. Con un’espressione quasi disturbata, l’umanoide soffiò e ringhiò schiuma biancastra, minacciando l’umano che stava di fronte ondeggiando gli artigli e propendendo le zanne affilate; fletté le corte gambe muscolose e scattò in avanti, fino al momento in cui la sua testa non rotolò un paio di metri più avanti. Il corpo tozzo ondeggiò sul letto spruzzando sangue nero dal collo decapitato, tinteggiando tutto il soffitto in un muto dolore. Ironsword stava ancora con lo spadone sollevato, la lama inzuppata di sangue nero, gli occhi fiammeggianti di chi lascia prevalere l’istinto, poi ancora giù, affondando l’arma nel torace della creatura come una pala avida nel terreno, sino a che il rantolare e i movimenti confusi del nanoide non smisero del tutto. Ironsword tirò su col naso, diede un colpetto al corpo dell’assalitore per farlo caracollare in terra, e si avvicinò al cadavere violato della fata. La punta dello spadone toccò il pavimento. La voce di Ironsword sembrò quasi dolce.
“E’ questo che volevi da me?” sussurrò, “volevi essere libera da questo mostro che ti cresceva dentro…?” guardò verso la testa mozzata. Risistemò le coperte alla meglio e si consegnò ai paladini.

Michele Gevaudan si trascinava umiliato e sconfitto nei pressi della sala del trono scortato dai cavalieri che avevano come consegna l’obbligo di portarlo nella camera / prigione che lo avrebbe rinchiuso a lungo; aveva la testa bassa che ciondolava dalla vergogna, e l’armatura d’oro che indossava così computamente gli appariva ora come un inutile orpello pesante. Michele non sapeva marciare come gli altri, non sapeva rendere lucidi gli stivali da parata come gli altri, e non sapeva utilizzare il linguaggio di maniera tipico di un cavaliere civilizzato. In casa sua, prima di trasferirsi nella caserma dei paladini, si era consumato gli occhi a forza di rimirare un gigantesco arazzo nel quale Wellington Gevaudan Primo, suo padre, stava tronfio con la spada nella destra e l’elmo graduato nella sinistra, lo sguardo fiero ed orgoglioso perso lontano, lo stemma del corpo alle spalle. Che idea, che assurda idea si era ficcato in testa Michele Gevaudan: per lui, prendere i voti di cavaliere voleva significare per prima cosa l’amore per la giustizia, la libertà, l’uguaglianza tra tutti i popoli e le razze; ma ben presto, dopo neanche troppe settimane, aveva compreso che la vita di un paladino era anche l’obbedienza cieca ad un superiore, l’inefficacia di certi codici d’onore da mandare a memoria, l’inettitudine di un capo squadra, l’insopprimibile desiderio di scardinare la diplomazia e il politichese di certi loschi ambasciatori che spesso e volentieri finivano per soffocare l’opera della cavalleria di Dragon Gate,opera di pace e di bonifica di cui tutto il territorio aveva bisogno. Non era quello il corpo dei cavalieri che aveva sognato, non era quella la vita che desiderava. Non poteva essere quello il suo futuro.
Continuò a camminare confuso nel corridoio, ferito dal silenzio assurdo dei suoi commilitoni, che lo portavano alla prigionia senza una parola, un solo incoraggiamento. Soldatini di ferro con il cervello intorpidito da regole, codici, onore.
Poi finalmente un mormorio dai suoi accompagnatori, e Michele alzò il capo per vedere cosa provocasse tanto interesse tra i suoi compagni; da un bivio del corridoio imperiale, sbucarono con passi pesanti alcuni paladini in alta uniforme, che scortavano o – meglio – tenevano sotto stretta osservazione, un guerriero enorme con un’espressione terrorizzante, che avanzava stretto tra i cavalieri facendo un fracasso assordante con tutto l’equipaggiamento che si portava appresso.
“E’ Ironsword!” azzardò qualcuno.
“No…? la Grande Morte Bianca?”
“Qui, a palazzo? ma no, è assurdo…”
“Ti dico che è lui, guardalo!”
La cicatrice sulla guancia sinistra non lasciava spazio a dubbi di nessun genere.
Il piccolo drappello raggiunse e superò Michele e gli altri, ed un silenzio calò sulla scena. Ironsword passò senza scambiare un’occhiata con alcuno, senza pronunciare la minima sillaba, solo Michele spalancò la bocca dall’emozione. Quell’uomo sulla trentina con oltre un quintale di muscoli addosso era proprio Ironsword, il guerriero più chiacchierato, odiato ed amato di tutto il mondo conosciuto, da Ran a Lakebeach passando per Dragon Gate. Michele non aveva mai veduto una simile celebrità da vicino, e quasi senza accorgersene sconfinò sul corridoio andando a finire a pochi passi dal guerriero.
“Ehi!” chiamò finalmente uno dei paladini, “dove vai, vieni via, accidenti a te!” ma ormai, resosi conto di aver sbarrato la strada alla Grande Morte Bianca, Michele volle fissarlo bene negli occhi.
Gevaudan sapeva benissimo che non vi era cosa più avvilente per un essere umano di essere spogliato della carica di paladino, suo padre Wellington aveva addirittura più volte minacciato alcuni suoi avversari politici di distruggerli con quella semplice, degradante azione divina: ritirare la devozione cavalleresca! per questo voleva vedere cosa rimaneva negli occhi di colui che un tempo, si diceva, era stato paladino: se rancore, rabbia, sconfitta, umiliazione. Che occhi aveva uno scomunicato?!
Ironsword si fermò di colpo. Guardò ancora diritto avanti a se, poi, lentamente, voltò il capo verso il nuovo arrivato. Michele era alto una quindicina di centimetri meno del guerriero, per questo, inghiottendo un po’ di saliva, il giovane cavaliere aveva dovuto alzare un po’ il capo per meglio fronteggiare gli occhi dello scomunicato. E già la prima sorpresa lo sconcertò. Era infatti certo di trovare un volto avvizzito, stravolto dall’orrenda scomunica, appassito ed abbruttito dalla sorte che gli era capitata, ma Ironsword aveva il volto regolare e ben definito, dagli zigomi perfettamente delineati e dai capelli lunghi e lisci che ricadevano biondissimi sulla schiena. Insomma, non era brutto, non era brutto per niente! notò infine la seconda cosa: gli occhi non riflettevano nulla. Erano appena un po’ più chiari delle pupille, ma non riflettevano niente. Come terza cosa intuì che quegli stessi occhi lo stavano fissando incuriositi.
“Voi…” disse Michele per nulla sicuro, “siete Ironsword, non è così? siete la Grande Morte Bianca?”
Ironsword lo studiò a fondo, prima di rispondere.
“Sono Ironsword. Ironsword e basta!”
Il giovane aveva intenzione di dire altro, di parlare ancora, ma l’unico moto che gli riuscì fu quello di farlo spostare dal passo del drappello, che riprese a camminare.
“Ironsword…” disse ancora a stento, con gli occhi persi nel vuoto, “se hanno chiamato lui qui vuol dire che la situazione è sfuggita persino a noi stessi, ai paladini.”
I gruppi giunsero in fondo ai corridoi contrapposti, e quando i cavalieri di Ironsword stavano per aprire la sala del trono, il grido di Michele giunse chiaro e inconfondibile: “vi daranno un paladino o due come accompagnatori, Ironsword…ma saranno ingombranti e lenti come faggi in Aprile!” strillò, “prendete me con voi! con la spada ci so fare, e non brontolerei ai vostri ordini!”




Titolo: La Ballata del Cammino Lontano
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Francesco
Aggiunto: December 20th 2005
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Voto:Good
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