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Il Sogno

«Un giorno – oh, non posso dimenticarlo – il sole calò ad ovest come aveva sempre fatto, ma questa volta per non sorgere più. Ripenso spesso all’ultimo tramonto: fu una marea di luce rossa così intensa che mi parve che tutti i draghi dell’antica Mazak’hra avessero soffiato insieme. Uno spettacolo davvero intenso.
«L’Era della Notte Eterna era cominciata.»

Nelen Deseziath, Colei che Invoca lo Spirito della Fiamma


IL SOGNO

Il cavallo si fermò all’improvviso, guardandosi intorno spaventato, il respiro affannato per la lunga corsa che si trasformava in sbuffi di vapore nella pungente aria del mattino. Il suo cavaliere si chinò per rassicurarlo accarezzandogli la bianca criniera con la mano guantata, ma la sua voce tradiva più tensione di quanto avrebbe voluto far trasparire. Il sole non era ancora sorto ma già il cielo cominciava a schiarire, sfumando dal blu scuro della notte in un violetto velato che nascondeva lentamente lo scintillio delle stelle, per lasciare spazio alla luce che avanzava. Una densa foschia ammantava il bosco che cominciava a risvegliarsi, rendendo il cavallo ancora più nervoso. Ma le parole sussurate dal suo cavaliere parvero riuscire a calmarlo e, lentamente, riprese a camminare lungo il sentiero.
“Non c’è nulla da temere, amico mio, Laon e con noi e la sua luce ci guiderà” disse, passando istintivamente una mano sul pettorale della sua armatura di piastre, dove era inciso il simbolo del suo dio. Quel contatto gli diede sicurezza e si sentì sollevato: Telion spronò il suo destriero e continuò ad avanzare.

Il sole era ormai spuntato tingendo il cielo di rosa, quando il paladino si fermò di nuovo, al limitare di una piccola radura, la cui erba umida di rugiada scintillava, crogiolandosi ai primi raggi del sole. Smontò lentamente da cavallo osservando tra le fronde lo spettacolo che aveva davanti: la radura era attraversata da un ruscello, non troppo largo e sicuramente poco profondo, che scivolava verso di loro producendo un suono piacevole e rilassante, quasi quanto guardare le sue acque cristalline che si esibivano in piccole cascate al limitare opposto degli alberi. Eppure l’attenzione del cavaliere venne distolta da quell’ idilliaco spettacolo dall’unico, grosso albero che si ergeva al centro della radura, così vicino al ruscello che pareva che i suoi rami più alti quasi tentassero di sporgersi verso l’acqua, come a volersi specchiare sulla sua superficie increspata. Era un albero diverso da tutti quelli che lo circondavano, sembrava quasi un estraneo in quel bosco: leggermente più basso degli altri, ma col tronco più largo e rugoso, di un legno più chiaro, quasi lucido. E nella sua ombra stava in piedi una sagoma scura, forse un uomo, probabilmente in armatura pesante data la mole, appoggiato con la schiena al tronco dell’albero e con la testa leggermente inclinata rivolta verso il ruscello.
Il cuore di Telion cominciò ad accelerare i suoi battiti: era finalmente giunto alla sua destinazione, dopo tanti giorni di estenuante viaggio. Ma mentre pensava ciò le gambe parvero appesantirsi, la paura gli attanagliava la mente e lo tratteneva inchiodato al suolo.
No! Pensò tra sé il paladino, cercando di scuotersi, non era arrivato fin qui per farsi bloccare dalla paura. Avrebbe portato a termine la sua missione in nome del suo Ordine e del suo dio!
E rincuorato da questi pensieri entrò nella radura con passo lento e sicuro, a testa alta, come si conveniva ad un cavaliere del suo rango, la spada infoderata appesa alla cintola e lo scudo con incisa l’effige del suo Ordine sotto braccio.
La figura che era sotto l’albero rimase immobile, apparentemente ignara dell’ingresso del cavaliere e del suo destriero che gli camminava accanto.
“Ti stavo aspettando”
La voce, calma e profonda, giunse improvvisa, da sotto l’albero, che ormai distava pochi metri da Telion, da quella sagoma che continuava a restare nell’ombra, immobile, gli occhi fissi sull’acqua, tanto da far dubitare che avesse mai parlato. Era una voce come mai Telion ne aveva udite, una voce che gelava il sangue nelle vene, che sembrava provenire non dalla figura che aveva di fronte, ma dai più profondi recessi degli inferi.
Per un attimo Telion si fermò, ancora una volta il suo coraggio parve vacillare, ma aggrappandosi ancora ai suoi ideali, trasse un respiro profondo e, cercando di controllare la voce, disse:
“Chi sei?”
“Ti stavo aspettando…” ripetè l’ombra con la sua voce gelida, continuando a non voltarsi “…ma cominciavo a temere che non saresti più arrivato”
“Chi sei?” chiese ancora il paladino “Come sapevi che sarei venuto? Cosa sai di me?” continuò incalzando Telion, spiazzato dal comportamento della figura.
“So molte cose…” rispose quella “…e molte ne so di te, cavaliere”
Quest’ultima parola la pronunciò con uno strano tono di scherno, una cinica ironia che colpì Telion come un pugno.
“Voltati e mostrati alla luce!” gli intimò il paladino traendo rinnovato coraggio dal tono di derisione dell’altro, intollerabile per un nobile cavaliere come lui.
“Ma finalmente sei arrivato” continuò la figura come se l’altro non avesse mai parlato, sempre deciso a non rivelare il suo volto.
“Ho detto voltati!” questa volta Telion profferì l’ordine con rabbia, sguainando istintivamente la spada, che luccicò catturando la luce del sole.
Per un attimo le parole del paladino riecheggiarono nel silenzio della radura, ancora una volta apparentemente inascoltate ma poi…
“Riponi la tua spada…” questa volta la figura si mosse lentamente verso Telion, finalmente uscendo in parte dall’ombra, e la luce che filtrava dai rami si riflettè su una luccicante armatura, nera come una notte senza stelle.
“…Non ti servirà a nulla” disse in un sussurro, voltandosi infine a fronteggiare il cavaliere: il suo volto era pallido, bianco come l’avorio, e i lineamenti, che si riuscivano a malapena a intravedere nella penombra, erano belli, ma duri e crudeli, come crudele era il sorriso appena accennato che rivolgeva al paladino. Il suo viso era incorniciato da lunghi capelli che ricadevano oltre le spalle, rossi come lingue di fuoco, lo stesso fuoco che ardeva negli occhi, anch’essi rossi di fiamme crepitanti.
Il fiato gli si mozzò in gola, e la paura come una morsa si serrò attorno al suo cuore, e Telion si sentì lentamente precipitare nel buio, mentre tutto intorno a lui si perdeva in un’infinita oscurità…tutto tranne quei due occhi rossi, che continuavano a fissarlo dall’ombra…

Con un urlo acuto la ragazza si svegliò di soprassalto, saltando a sedere sul letto, la fronte madida di sudore freddo e il respiro affannato, come dopo una lunga corsa. La luce delle stelle filtrava attraverso le tende del suo ricco letto a baldacchino, e, scostandole leggermente con la mano, vide il familiare cielo notturno fuori dalla finestra socchiusa, da cui entrava una brezza fredda che le gelava il sudore sulla schiena.
Aveva i brividi, ma non riusciva a rimettersi a dormire come le diceva una parte della sua mente. Si alzò e si mise addosso una vestaglia pesante, finemente ricamata, che le aveva portato suo padre dal suo ultimo viaggio a Mendulia’s Rock, e vi si strinse per riscaldarsi.
Quegli occhi, pensò: li aveva sognati ancora. Ancora una volta lo stesso sogno, la stessa radura, lo stesso cavaliere…gli stessi occhi di fuoco, accesi come fiamme. Un nuovo brivido le percorse la schiena, ma questa volta non aveva niente a che vedere con il freddo.
E tutta quella luce…non ne aveva mai vista tanta in tutta la sua vita, pensò avvicinandosi alla finestra e scrutando ancora il cielo scuro trapunto di stelle. Di certo non poteva venire dalla Luna: nemmeno se fosse stata piena il suo pallido lucore avrebbe potuto competere con quella luce splendente che nel suo sogno inondava il cielo. Erano persino sparite le stelle! Non riusciva a pensare a nulla che potesse essere tanto lucente: neppure le sale da ballo del Duca quando tutte le candele venivano accese per i ricevimenti che spesso dava nei rari periodi di pace.
Che fosse…? Ma no non poteva essere, pensò quasi ridendo di sé per essere stata così sciocca da immaginare una cosa simile anche solo per un momento. Quelle erano leggende, favole per bambini che le raccontava Gineth, la sua balia, quando era più piccola e non riusciva a dormire per paura dei lupi che, nei boschi vicini, ululavano alla luna.
Solo la vecchia Gineth poteva credere alla storia della Grande Stella, di cui nessuno rammentava più il nome, che in un tempo dimenticato dominava il firmamento, inondandolo di luce e calore, percorrendo il cielo da un capo all’altro del mondo per poi lasciare il posto alla Luna, e tornare ancora e ancora, in un eterno ciclo.
“Finché un giorno sparì. La Grande Stella non sorse mai più nel cielo, lasciando Neir in una notte eterna.” Bisbigliò tra sé la ragazza assorta nei suoi pensieri, recitando la frase con cui terminavano sempre le favole della vecchia Gineth.
“Ma è soltanto una favola!” ripetè questa volta ad alta voce, come se volesse farsi sentire da qualcuno, sebbene nella stanza fosse sola.
E se non lo fosse…? il pensiero ripiombò su di lei come un falco sulla sua preda, senza darle tregua. Questo dubbio la attanagliava ormai da giorni, da settimane, da quando quello strano sogno aveva cominciato a ripetersi con sempre maggiore frequenza, fino a svegliarla tutte le notti con quei terribili occhi rossi.
Fu allora che prese la sua decisione.
Si vestì completamente, coprendosi bene per proteggersi dal vento pungente, infilò il pugnale nella cintura e, cercando di non far rumore, uscì dalla sua stanza.
I corridoi del castello erano bui e silenziosi, rischiarati solo in parte dalla luce tremolante di sporadiche candele: li percorse con passo svelto e sicuro, stando ben attenta a evitare le guardie che li pattugliavano. Riuscì rapidamente ad arrivare sul muro di cinta esterno e qui si fermò per un attimo, appoggiata ad una delle guglie di pietra che sovrastavano il muro, per ammirare il paesaggio che si apriva sotto di lei. Le era sempre piaciuto fermarsi lassù ad osservare il mondo, fin da quand’era piccola e suo padre le mostrava le terre che si estendevano al di là del suo piccolo castello. In effetti la piccola fortezza non era un vero e proprio castello come poteva esserlo quello del Duca di Öuin, ma restava ad ogni modo un luogo più sicuro e imponente delle normali case in cui abitava la gente comune, soprattutto in un’epoca come quella.
“Chi è là?” tuonò una voce poco distante dalla fanciulla, facendola sobbalzare, persa com’era fra pensieri e ricordi.
“Mostratevi o darò l’allar…ma siete voi mia signora!” aggiunse la guardia con voce più dolce mentre abbassava la lancia, avendo riconosciuto la figlia del suo signore.
“Signorina Leirha…no un momento, voi siete Sairja! Perdonatemi ma non riesco mai a distinguervi, nonostante tutti questi anni” disse l’uomo. Era una delle guardie più affezionate alla famiglia del signore e alle sue figlie, avendole viste crescere.
“Non dovreste vagare da sola qui fuori dopo che la Luna è calata: il vento è freddo e le mura non sono posto per una fanciulla!” aggiunse sorridendo benevolo da sotto ai folti baffi ingrigiti dagli anni.
“E poi cosa direbbe vostro padre se lo sapesse: ha già tanti pensieri per la testa che non dovreste farlo preocc…”
“Mio padre non deve saperlo…” lo interruppe la fanciulla all’improvviso, alzandosi sulle punte dei piedi come era solita fare quando era nervosa. “Stavo solo prendendo un po' d’aria visto che non riesco a dormire…non c’è niente di male vero?” chiese con un sorrisetto.
E prima che la guardia potesse rispondere lo interruppe di nuovo:
“Prometti che non dirai niente a mio padre, ti prego Nalius…ti prego…” concluse con l’espressione più dolce e innocente che riuscisse a fare.
“Ma io…va bene d’accordo! Ma non guardatemi così!” disse Nalius, intenerito dagli occhi della ragazza. “E non fatevi più ripescare in giro a quest’ora!” aggiunse cercando di sembrare il più severo possibile.
“E ora tornate a letto, signorina” concluse sorridendo di nuovo.
“Grazie Nalius…sapevo che di te potevo fidarmi. A domani” disse Sairja salutandolo anche lei con un sorriso.
Ma la ragazza non aveva alcuna intenzione di tornare a letto e rinunciare al suo piano. Appena fu sicura di essere nuovamente sola prese un’altra strada per uscire di nascosto: doveva solo raggiungere la botola nel cortile interno e percorrere la galleria sotterranea che l’avrebbe portata fuori dal castello.
E poi? Si chiese. Dove sarebbe andata una volta uscita? Ci sarebbe stato parecchio da camminare prima di raggiungere il luogo dove forse avrebbe potuto trovare le risposte che cercava, risposte alle domande che ormai da settimane l’assillavano.
“Ehi!” bisbigliò all’improvviso una voce dall’oscurità di uno degli ultimi corridoi che doveva percorrere, e per la terza volta in quella notte, Sairja sobbalzò. Nello stesso istante una mano esile le afferrò il polso per fermarla.
“Sairja fermati! Sono io” sussurrò ancora quella voce, femminile e delicata. Riconoscendola la ragazza si voltò, tranquillizzandosi immediatamente mentre i suoi occhi si posavano su una figura che sarebbe potuta essere uscita da uno specchio per quanto le rassomigliava. Gli stessi lineamenti sottili, la bocca piccola e rossa come un bocciolo di rosa, il naso leggermente pronunciato e la pelle chiara come la luce della Luna, con i capelli che le incorniciavano il viso come una cascata di fili d’oro.
“Leirha…mi hai spaventata” disse Sairja guardando la sorella gemella negli occhi, l’unica cosa che li distingueva, i suoi verdi come smeraldi, quelli di Leirha chiari come il ghiaccio.
“Sairja io…” cominciò quella
“Se sei qui per fermarmi ti prego di non provarci neppure. Ne abbiamo già parlato fin troppe volte e sai come la penso” la interruppe la sorella “L’ho sognato ancora! Quegli occhi. Quella luce. Io devo sapere, Leirha!” disse alzando la voce.
“No sorella, non sono qui per fermarti. L’ho sognato anche io questa notte, lo sai bene. Condividiamo questi sogni dalla prima volta. Ho sentito il tuo desiderio di partire e ti ho sentita decidere di farlo. Siamo gemelle dopotutto: siamo legate. È il nostro destino! So dove stai andando, ma non sono venuta a cercare di dissuaderti come al solito. No! Ho capito che hai ragione. Non possiamo più ignorare quegli occhi. Non ti lascerò da sola in questo viaggio…Io sono qui per seguirti. Verrò con te, sorella mia.” concluse Leirha aprendosi in un sorriso pieno di dolcezza.
“E nostro padre: cosa penserà quando non ci troverà nei nostri letti? E poi potrebbe essere pericoloso, non voglio che tu corra dei rischi inutili…” protestò la gemella.
“E allora li correremo insieme!” le rispose l’altra “siamo legate, Sairja, e lo saremo anche in questo…lo saremo sempre. Nostro padre capirà.”
“Già! Siamo legate” disse infine Sairja, arrendendosi alle parole della sorella: “E ti prometto che qualunque cosa accadrà lo rimarremo sempre. Ricordatelo, sorella mia”
“Lo ricorderò…” sussurrò Leirha intrecciando le mani con la gemella per sigillare la loro promessa come facevano quando erano bambine.

Camminavano vicine, avvolte nei loro pesanti mantelli di pelliccia per opporsi al freddo ogni giorno più inclemente, a mano a mano che l’inverno si avvicinava. La Luna era sorta da poco, una falce bianca nel nero cielo stellato, e la sua luce fioca guidava i loro passi stanchi ma rapidi.
Erano ormai passati quattro giorni da quando silenziosamente erano sgusciate fuori dalla botola segreta che portava fuori dal castello, e si erano incamminate verso est, procedendo sempre cautamente, tenendo in vista la strada di terra battuta, o quello che ne restava dopo la guerra, senza mai imboccarla per evitare incontri spiacevoli.
Purtroppo le tristi previsioni di Sairja si erano rivelate giuste: quello sarebbe stato un viaggio pericoloso. Si erano già imbattute in un gruppo di predoni orchi, che fortunatamente erano riusciti a evitare nascondendosi sotto una grossa roccia, e continuavano a sentire branchi di lupi che ululavano alla Luna. Avevano sempre la strana sensazione di essere seguite e osservate, anche se da chi o da cosa sarebbe stato più difficile dirlo. Ma ogni volta che si voltavano gli pareva di vedere degli occhi che le scrutavano famelici. E allora cominciavano a correre con quanta forza avevano nelle gambe fino a perdere il fiato, finché esauste si fermavano a riposare, per scoprire che niente le aveva inseguite.
Neppure nel sonno riuscivano ad essere tranquille, tormentate com’erano da quel sogno e da quegli occhi rossi che ogni volta le svegliavano di soprassalto. L’unica cosa che le confortava e le spingeva a continuare il loro estenuante cammino era la consapevolezza di non essere sole in quel viaggio, di avere qualcuno accanto che non le abbandonava neppure in quei terribili sogni. Sentire una carezza gentile sul viso e vedere un viso familiare quando per l’ennesima volta venivano svegliate da quegli occhi impietosi. Avere la certezza di essere in qualche modo legate…per sempre.
E così anche quella notte procedevano cercando di parlare poco per non attirare l’attenzione di nessuna creatura, ma scambiandosi di tanto in tanto un sorriso per sostenersi. Davanti a loro la strada che seguivano si inoltrava per un breve tratto in una macchia di alberi che il freddo aveva quasi completamente spogliato, dandogli un aspetto tetro e sinistro alla pallida luce della Luna.
“Non dovremo entrare lì dentro, vero?” chiese Lehira con un tremito, temendo la risposta che le avrebbe dato la sorella.
“Ho paura di sì” rispose Sairja. “È l’unica strada: ma dovrebbe essere breve!” aggiunse consultando la piccola mappa che aveva portato con sé.
“Dai non preoccuparti Le’, siamo insieme no?!”
La sorella annuì accennando un sorriso.
Il piccolo bosco si rivelò però essere più lungo di quanto la mappa segnasse e più sinistro di quanto appariva dall’esterno. Gli alberi quasi interamente spogli proiettavano strane ombre a terra che danzavano col vento, facendo sembrare tutto terribilmente vivo.
“L’hai sentito anche tu?” chiese Lehira allarmata.
“Affretta il passo ma non correre” fu la risposta della gemella.
Il rumore era venuto dalla loro sinistra, come di passi, di piedi che, calpestando il tappeto di foglie secche che ricopriva il sottobosco, producevano un sinistro scricchiolio.
Poi silenzio. Le ragazze si fermarono.
Ancora passi, questa volta da destra.
Forse ce n’è più d’uno pensò Sairja.
Di nuovo silenzio.
Ripresero a camminare e dopo poco risentirono lo scricchiolio, questa volta accompagnato da un fruscio alle loro spalle.
Si voltarono di scatto ma…niente.
Silenzio…
Poi all’improvviso un ombra scura sfrecciò sul sentiero davanti a loro per sparire di nuovo fra gli alberi, rapida com’era arrivata.
Ripresero i passi attorno a loro: questa volta numerosi.
“Corri Lehira, corri!” urlò Sairja.
Cominciarono a correre come mai avevano corso e niente di ciò che le circondava le fermò. Fu la stanchezza a costringerle a fermarsi, stremate. Ormai doveva mancare poco alla fine del bosco ma nessuna delle due riusciva più a muoversi. Le gambe gli dolevano, i muscoli in fiamme: perfino respirare era doloroso per i polmoni.
“Ora basta correre, bambine” disse una voce crudele ma divertita.
Due figure erano apparse sul sentiero davanti a loro, e altre ombre si muovevano tra gli alberi, chiudendogli ogni via di fuga. Erano esili e alte e si avvicinavano con passo lento.
“È stato un bel gioco, davvero!” continuò senza smettere di avvicinarsi. Era una voce maschile.
“La caccia questa sera è stata proprio divertente. 'Corri Lehira!Corri!'” continuò imitando la voce acuta di Sairja.
La figura accanto a quella che aveva parlato scoppiò in una fragorosa risata, acuta e penetrante, che entrava nelle ossa.
Le due ragazze tremarono e istintivamente si avvicinarono l’una all’altra.
“Ho fame adesso” proseguì quando ebbe smesso di ridere: questa volta era stata una voce di donna a parlare.
Finalmente la luce della Luna illuminò i volti dei loro inseguitori, ormai giunti a meno di un metro dalle gemelle.
Erano pallidi come la morte e con il viso emaciato, deformato da un ghigno crudele. Indossavano abiti logori e scuri, così consumati da lasciar vedere lembi di pelle.
Gli occhi erano neri come il cuore di un demone, ma brillavano di una luce rossa ai raggi della luna: le labbra violacee nascondevano denti affilati, con lunghi e appuntiti canini.
Gli Hjilaki, il popolo del sangue pensò tra sé Sairja tentando di richiamare alla memoria ciò che aveva sentito riguardo queste terribili creature.
Si nutrono di sangue umano ricordò la ragazza con un brivido, ma non sapeva altro.
Il vampiro le accarezzò il volto con aria famelica e le sollevò il mento con le dita per osservarle il collo bianco e affusolato: poi la bestia socchiuse gli occhi pregustando il sangue fresco…

E all’improvviso Sairja scattò. Estrasse il pugnale da sotto il mantello e lo conficcò con tutta la sua forza nel corpo del vampiro, lacerando tessuto e pelle, estraendolo e riaffondandolo nella carne ripetute volte.
La creatura non si mosse: la guardò negli occhi e…cominciò a ridere, mentre, sotto lo sguardo incredulo della fanciulla, le ferite che aveva appena aperto si richiudevano senza lasciare alcun segno.
La risata del vampiro le gelò il sangue e avrebbe voluto urlare il suo terrore, ma la paura le strozzava la voce.
Poi una mano possente le si serrò attorno alla gola e cominciò a stringere sempre più forte mentre la vista le si annebbiava.

Ma all’improvviso la morsa che la stringeva bloccandole il respiro si allentò: tutto si schiarì e vide nitidamente una chioma di capelli rossi come il fuoco e una spada che, roteando, decapitò il vampiro che stava per ucciderla. Vide sua sorella correre verso il bosco in preda al panico mentre il nuovo arrivato ingaggiava un feroce combattimento con alcuni vampiri. Altri fuggivano.
Sairja si gettò all’inseguimento della sorella urlando il suo nome, ma la gemella parve non sentirla. Le forze le mancavano ma non poteva perderla. La vista le si annebbiava di nuovo. Tutt’intorno a lei i vampiri correvano, ombre fra le ombre.
Inciampò su una pietra. E cadde, precipitando nell’oblio.

“Riponi la tua spada…”
Una voce echeggiava nella sua testa dolente.
“…Non ti servirà a nulla”
Una figura con capelli come lingue di fuoco si voltò verso di lei…Aveva occhi rossi che la guardavano con odio.

“AAAHHHHH!!!” aprì gli occhi all’improvviso, svegliata da quell’urlo: poi si rese conto di essere stata lei ad urlare.
Ancora quel sogno pensò.
Quel cavaliere.
Era distesa su un letto comodo, tra pareti di legno rossiccio. Poteva sentire il crepitio e il calore di un fuco poco distante da lei e un pacato vociare.
“Finalmente la nostra ospite si è svegliata, sembra” disse una voce profonda e gentile mentre dei passi si avvicinavano al suo letto.
Una figura alta e snella apparve accanto lei.
“Ah!” Sairja urlò di nuovo saltando a sedere, gli occhi spaventati fissi su quella figura.
Dinanzi a sé c’era un uomo con dei lunghi capelli, rossi come il fuoco che danzava alle sue spalle. Come il cavaliere del suo sogno. Avevano anche gli stessi lineamenti, o molto simili, le sembrò. Ma gli occhi, gli occhi erano diversi: non erano rossi e pieni di odio, ma a guardarla erano due gentili occhi ambrati
“Tranquilla! Non ti farò alcun male! Non dovresti alzarti, sei ancora molto stanca. Lo scontro con gli Hjilaki ti ha debilitato, ma con un po’ di riposo ti riprenderai.” Disse l’uomo, porgendole una tazza fumante. “Ecco, bevi. Ti farà dormire un sonno tranquillo, anche se il sapore è tutt’altro che gradevole.” Aggiunse sorridendo.
E in effetti già l’odore acre e pungente non prometteva niente di buono, pensò Sairja prendendo la tazza dalle mani dell’uomo.
“Da quanto tempo sono qui?” chiese.
“Tre giorni. Quasi quattro: la Luna sta per sorgere di nuovo.” Rispose l’uomo. “Qual è il tuo nome?” chiese.
“Sairja” mormorò la fanciulla, cominciando a bere la tisana. Il sapore era anche peggiore dell’odore, ma lentamente la mandò giù quasi tutta.
Poi si fermò di scatto.
“Dov’è mia sorella?Dov’è Lehira? È qui anche lei, vero?” chiese con crescente impazienza ed evidente angoscia.

L’espressione dell’uomo si fece d’un tratto triste.
“Tua sorella non era più con te quando ti ho ripresa. Ho cercato per tutto il bosco, ma non ce n’era traccia. Mi dispiace…ma temo che l’abbiano presa gli Hjilaki” disse chinando il capo.
“Ma non può essere…lei è ancora viva, lo so! L’avrei sentito se fosse…se fosse…!” la ragazza tacque per un attimo, incapace di finire la frase.
“Dobbiamo salvarla! Noi dobbiamo raggiungere la Biblioteca reale di Azkabel! Lì avremo le risposte che cerchiamo! Tu devi aiutarmi…ti prego!” concluse con la voce tremante.
“Ti aiuterò…ma ora devi riposare. Al tuo risveglio parleremo. Ora dormi” disse con voce rassicurante, alzandosi dal letto e cercando di farla stendere.
Sairja annuì, sentendo la stanchezza che le intorpidiva le membra e la mente, anche per effetto della tisana che aveva bevuto, e , lentamente si addormentò.

“Riponi la tua spada…”
Una voce echeggiava nella sua testa dolente.
“…Non ti servirà a nulla”
Una figura con capelli come lingue di fuoco si voltò verso di lei…Aveva occhi rossi che la guardavano con odio.

Tentò di gridare ma dalla gola uscì solo un suono strozzato.
“Ben svegliata, bambina” una voce tagliente le sussurrò le parole all’orecchio.
“Ti stavamo tutti aspettando” continuò la voce.
Lehira aprì gli occhi: era incatenata con le mani sopra la testa, i polsi chiusi in ceppi di ferro che la assicuravano a una lunga catena che pendeva dal soffitto. Era al centro di una grande stanza buia, illuminata solo dai raggi della luna che filtravano dalle finestre rotte. Era una sala rettangolare molto ampia, un tempo forse sarebbe potuto essere il salone delle feste, ma ora tutto appariva in uno stato di inesorabile decadimento. Attorno a lei una decina di figure alte ed emaciate, pallide, vestite con abiti eleganti e lugubri, decadenti come ogni altra cosa in quella stanza. Alcuni portavano persino dei gioielli. Tutti la osservavano, crudelmente divertiti.

“Oggi è un gran giorno per te, bambina” continuò il vampiro che le era più vicino osservandola con interesse perverso. Indossava una lunga tunica color porpora, ricamata con filamenti dorati, la cui bellezza era offuscata dagli evidenti segni del tempo. Appesa al collo aveva una collana con incastonata una pietra rossa, forse un rubino, che scintillava come i suoi occhi neri.
“Oggi diventerai una di noi…” concluse guardandola negli occhi.
“No…” il suono le uscì come un flebile lamento.
“Oh sì, invece!” rise la creatura e con lui tutti gli Hjilaki presenti, in un macabro coro.
“Che il rituale abbia inizio!” annunciò.
Con una mano possente le reclinò il capo e, chinatosi su di lei, le sussurrò all’orecchio:
“Benvenuta fra i dannati, bambina!”
E affondò i denti nel suo morbido collo, bevendone il sangue caldo…
Lehira urlò.
Da qualche parte, Sairja si svegliò gridando.




Titolo: Il Sogno
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Nerevar
Aggiunto: October 28th 2005
Viste: 790 Times
Voto:Very Good
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