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Inizio: Condanna

PROLOGO


Rabbia, rabbia, rabbia e… disperazione. Solo questo riusciva a sentire mentre la corsa gli aveva ormai mozzato il fiato, mentre le fronde gli frustavano il volto, mentre i ramoscelli gli ferivano le caviglie. Ma non era stanco, non sentiva dolore, la sua mente era altrove.
Dove stava andando? Dov’era? Da quanto stava correndo? Non lo sapeva, non gli importava. Come avrebbero potuto farlo? Proprio a lui il loro unico figlio. Unico? Forse ce ne erano degli altri a cui avevano fatto fare la stessa fine. Sì erano poveri, troppo poveri; non avevano di che sfamare se stessi, figuriamoci anche un bambino. Questo li poteva giustificare? No, per questo era scappato. Si volevano liberare di lui, bene: ora il problema era svanito. Ormai era grande abbastanza per sopravvivere da solo, aveva dieci anni! Allora perché era così disperato, perché sentiva il cuore dilaniato dalle fiamme, perché non riusciva a togliersi dalla testa quelle parole del padre:
“Non c’è altra soluzione, se ne deve andare! Domani lo porterò con me nel bosco e…”.
Non gli aveva dato il tempo di finire la frase che già correva. Continuava a correre, correre correre…no ora basta. Si fermò, sentì le gocce di sudore entrargli negli occhi, in bocca.
Si asciugò il viso con la manica della maglia e avvertì un forte dolore ai piedi. Abbassò lo sguardo e vide i piedi gonfi e rossi venati da rivoli di sangue che colavano dalle caviglie.
Dov’era? Non lo sapeva. Si guardò attorno. Era finito in una radura che non conosceva ,gli alberi erano diversi da quelli tra i quali aveva passato l’infanzia, vicino a casa sua. Già gli alberi. Per quanto aveva corso? Si ricordava solo che il sole stava quasi per tramontare quando udì di nascosto l’infame sentenza del padre. Ora gli alberi erano solo delle grandi sagome scure attraverso le quali filtrava la poca, ultima luce del tramonto. Grandi sagome scure, forse avvicinandosi per capire che alberi erano avrebbe capito anche dove fosse finto. Mosse pochi passi verso il tronco più vicino quando vide una sagoma più piccola muoversi tra gli alberi. Da lontano, vista la poca luce, non riusciva a capire bene di cosa si trattasse sembrava un uomo, sì uno uomo, che si muoveva con un’agilità straordinaria sempre più veloce, sempre più veloce. Udì un grido, un grido di battaglia, non capì bene le parole ma sembrava proprio un grido di battaglia. La piccola sagoma venne avvolta come da una luminescenza azzurra e divenne rapidissima, si faceva fatica a seguirla con lo sguardo. Finchè non si scontrò con una grande massa scura e la luminescenza azzurra scomparve consegnando anche la piccola sagoma al regno delle ombre indistinte.
La grande massa scura venne violentemente sbalzata in aria e volò per parecchi metri fino a ricadere non molto lontano dal piccolo spettatore spaventato. Ormai anche l’ultimo raggio di sole riposava nel grembo della notte. Non riuscì a capire cosa fosse la grande massa scura, gli sembrava solo di aver notato due ali, due enormi ali membranose come quelle di un pipistrello, mentre si scontrava pesantemente col terreno.
Il tonfo era stato abbastanza soffocato, poi silenzio. Osservava la massa scura con brevi e lenti movimenti del capo. Ben presto la curiosità ebbe il sopravvento. Piano, piano, un piccolo passo dietro l’altro e riusciva a vedere la grande massa scura più grande, più grande. Ma non riusciva ancora a vedere bene, né una forma, né una sagoma, questo lo spingeva avanti. Socchiuse gli occhi per adattarli meglio all’oscurità; finalmente, forse riusciva a distinguere una forma. Due luci, due piccole luci purpuree, comparse all’improvviso ad una estremità di quella forma indistinta gli inchiodarono i piedi al suolo.
L’ultima cosa che vide erano occhi purpurei luminosi che lo stavano fissando.
Cadde a terra in preda agli spasmi. Dolore, dolore immenso, dolore insopportabile. Sentiva come se ogni brandello di carne fosse dilaniato dalle fiamme, come se ogni singolo organo gli si stesse lentamente sciogliendo. Nessun pensiero, il dolore sovrastava tutto. Uno spasmo violentissimo gli fece buttare la testa all’indietro con gli occhi fissi al cielo stellato. Ma nessuna stella splendeva in quei occhi bianchi senza iride, senza pupilla.
Un altro iride, una nuova pupilla stavano comparendo. Gli spasmi cessarono, si sentì bloccato al suolo, legato da catene invisibili, impercettibili. Vicino a lui comparve un uomo.
Era alto completamente coperto da una ampia tunica nera che sprigionava riflessi vermigli a contatto col la luce lunare. Il cappuccio della tunica gli copriva la testa e il volto era nascosto dall’oscurità. Si assicurò che il bambino fosse ben immobilizzato poi rivolse un fugace sguardo verso la massa scura. Svanita, scomparsa nel nulla. L’uomo allora rivolse tutta la sua attenzione verso il bambino e si preparò a svolgere il suo compito. Dalle larghe maniche della tunica emersero due mani avvolte da guanti neri che con un gesto forte e deciso strapparono la maglia dalla schiena del piccolo prigioniero. Con immenso orrore vide che due ali di pipistrello erano comparse sulla giovane schiena. Erano come un chiaro tatuaggio che correva dal collo fino al bacino e diventava sempre più nitido e realistico. Pronunciando delle frasi a voce sommessa, come le parole di un antico rituale, cinse il piccolo braccio con un bracciale di pelle rossa da cui rifulgevano brillantini verdi e negò la luce a quei nuovi terribili occhi con una benda grigia venata d’azzurro, legandola con un nodo particolare. Quando le esperte mani avevano ultimato quella delicata operazione si soffermò un attimo a pensare. Ucciderlo? No, avrebbe trovato un altro “ospite” non si sa dove come e, soprattutto, chi. Bisognava aspettare quando sarebbe stato indissolubilmente legato al corpo, quando non avrebbe più avuto scampo, quando il bambino sarebbe diventato uomo. A tenerlo relegato in quella “prigione” , fino ad allora, ci pensava il bracciale. Ma crescendo con il corpo umano avrebbe aumentato spaventosamente e pericolosamente i suoi terribili poteri. Questo era inevitabile, però si poteva contenere negandogli la visione diretta del mondo. Gli occhi erano i suoi non quelli dell’ “ospite”. Accecarlo? No, qualsiasi magia avesse usato avrebbe comunque provocato una profonda ferita; un provvidenziale varco da cui scappare nonostante il bracciale.
Sì, aveva agito bene e con coscienza ora doveva solo pensare a un luogo dove portare il bambino. Gli serviva un posto dove sarebbe cresciuto senza correre troppi rischi.
Casa sua non era affatto il luogo ideale, doveva proseguire nei suoi studi nelle sue preziose ricerche e non aveva tempo di badare ad un bambino. Poco lontano da casa sua vi era un monastero, il monastero di Evilkeig. Conosceva bene il priore era un uomo di fiducia, avrebbe accolto volentieri una piccola creatura sperduta, ferita e spaventata. Il monastero ospitava già alcuni orfani. Per non correre il rischio di una catastrofe avrebbe raccontato al priore tutta la vicenda. Tutta… solo lo stretto indispensabile: non togliergli mai la benda dagli occhi, evitare brutte ferite, non lasciare mai che si allontani o scappi e, soprattutto, non insegnarli a combattere. Comunque non l’avrebbe abbandonato al suo destino, gli avrebbe fatto visita periodicamente fino al giorno del sacrificio, al giorno della liberazione, al giorno in cui tutte le povere vittime straziate avrebbero avuto giustizia, al giorno in cui l’ultimo innocente sarebbe stato ucciso. Con un rapido gesto della mano sciolse le invisibili catene dal piccolo corpo e con un altro cenno delle dita ne calmò l’animo. Il bimbo si guardò attorno spaurito ma si ritrovò immerso in una profonda oscurità. Istintivamente portò una mano alla nuca per controllore cosa gli impedisse la vista. Una altra mano più grande bloccò la sua con un gesto delicato.
“No, non farlo” disse il mago “ se non vuoi provare ancora tanto dolore non ti dovrai più togliere la benda dagli occhi o il bracciale.”. Sentiva quella voce profonda, chiara, rassicurante come se provenisse da tutte le parti. Non capiva bene cosa stava succedendo, ma il dolore quello l’aveva capito. Con un breve cenno del capo fece intendere al mago che avrebbe ubbidito.
“Come ti chiami piccolo?”, chiese il mago.
“Da…, Da…, Daemo” articolò a fatica il bambino.
“Come ti senti adesso Daemo?”>.
“B..,bene. Cosa è successo? Tu chi sei? Perché…..”.
“Vieni con me Daemo!”, lo interruppe il mago prendendo in braccio il corpicino tremante e svanendo in una nuvola verdastra.




Titolo: Inizio: Condanna
Categoria: Racconti FantasyItalia
Autore: Gazza
Aggiunto: August 15th 2005
Viste: 715 Times
Voto:Top of All
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