Category: Racconti FantasyItalia
Review Title: LIBRO DI NABRET - II) LA PREDA DI VANDALL


ADAMARAN

LIBRO DI NABRET

II)

La Preda Di Vandall

Da tempo il branco del Signore della Darumsuria era sulle tracce della preda, una piccola stella azzurra. Era ancora troppo guardinga per attaccarla, perciò attesero il momento buono per giorni, camuffandosi con lo spettro rosso della luce. Vandall sapeva aspettare, conosceva la sua preda. La piccola luce si sarebbe rilassata, dopo un ultimo sguardo nelle profondità della foresta, divenuta materia, avrebbe cominciato a raccogliere il suo cibo: castagne, funghi e le fragole del sottobosco. Doveva attendere solo qualche ora, poi il suo obiettivo sarebbe stato a portata di mano.
Gli altri cinque draghi si muovevano lenti, stringendo l’ignara creatura in uno spietato cerchio. Vandall la voleva viva. Le zanne dei mostri avrebbero potuto spezzare quel corpo flessuoso con un solo scatto delle mascelle. Era una preda morbida e calda, l’avevano ormai nella loro rete elettromagnetica. I bargigli sotto il mento vibravano a ogni suo movimento.
Ora l’Allaghèn si era seduto con le gambe conserte e stava sgranocchiando i gusci delle grandi noci-madri di Nabret, dalla polpa stoppacciosa ma saporita. Si era rilassato, gustandosi quel cibo. L’attacco fu deciso. Il grande Drago avanzò mimetizzato per pochi metri ancora, poi il suo enorme corpo si sollevò e piombò su quello della creatura. Con una sola mano riuscì a immobilizzarla. Lo tirò su: l’Allaghèn si agitava, tentando di mordere la pelle dura come roccia, in un ridicolo balletto a penzoloni fra le dita del Capo Drago.
“Non vuole morire.” Ringhiò.
Gli altri gorgogliarono in modo indescrivibile, forse una risata.
“È bello, molto bello. Un ottimo soggetto.” Disse ancora Vandall, fermando la sua disperata danza con la mano artigliata .
“Stasera lo vedremo meglio, una volta tornati al castello” aggiunse.
La preda capì che non sarebbe morta divorata in quell’istante, ma la prospettiva di essere portata nel covo dei Draghi gli parve una cosa ben peggiore della morte.

Il tanfo era ovunque, pesava addosso come una coperta di lana fradicia. Le mura del castello erano umide e sembravano stillare quella puzza invereconda. All’Allaghèn sembrò di essere già dentro lo stomaco di uno di quei rettili. Era ferito, le dita del Drago gli si abbatterono sopra come cinque scuri cadute dall’alto. Aveva tagli ovunque sul corpo e sanguinava.
L’ultima cosa da fare nel castello di Vandall è quella di perdere sangue: l’odore di questo eccita le bestie alate della Darumsuria allo sbranamento. L’Allaghè rimase in attesa, al centro di un’ampia sala, che il Capo facesse la prima mossa, staccandogli un arto per divorarlo o spezzandolo in due. Ma non accadde nulla. Era circondato da cinque Draghi, si chiedeva quando sarebbe cominciata. Lo avrebbero usato come preda viva per divertirsi o per fare scommesse del tipo “ Secondo voi fino a quando può rimanere vivo mentre lo mangiamo?” Era già successo, lo aveva sentito nei racconti degli Allaghèn liberati dai Cavalieri in un castello poco lontano. Storie orrende. Ma i Cavalieri non c’erano, e lui era solo al centro di cinque enormi rettili. Nulla, però, accadde di tutto quello che s’immaginava. Il Capo avanzò verso di lui. L’Allaghèn cercò riparo in un angolo, come un animale ferito. Lo afferrò per una caviglia e lo trasse in alto a testa in giù. Gli passò un dito artigliato lungo tutto il corpo, togliendogli i vestiti. Sembrava stesse sbucciando un frutto, vista la cura che aveva di non incidere le carni. I suoi occhi arroventati dal sangue osservarono il corpo nudo, alla ricerca di chissà quale imperfezione. Lo posò su un tavolaccio di legno e passò a un’ispezione quasi medica: gli mosse le scapole e il resto giunture per scoprire qualche lussazione. Lo palpò per assicurarsi su eventuali emorragie interne.
“È sano.” Sentenziò “Ammaccato, ma sano.”
I pensieri dell’Allaghèn volarono nei boschi e nell’acqua dei loro ruscelli.

Avvenne una cosa nauseabonda, ma che salvò la vita all’Allaghèn: il Capo lo prese di nuovo per le gambe, rovesciandolo come un pollo, e ogni Drago presente cominciò ad avvicinarsi, sfregando le narici umide sul corpo; la pelle dell’Allaghè divenne appiccicosa di muco e saliva, una sensazione raccapricciante. Il Capo quindi lo ritirò fra le sue braccia. Terrorizzato, l’Allaghèn rimase immobile fra il gomito del Drago e il suo enorme torace. I due discesero in un cunicolo sotterraneo. In un angolo buio e gelido del tunnel v’era una sorgente ctonia d’acqua . Senza avviso immerse la sua preda in quel bagno naturale. L’acqua era ghiacciata. Lo inzuppò per le braccia, al pari d’un panno da lavare, togliendogli via quell’immondo appiccicume. Per poco l’Allaghèn non morì di congestione per il freddo, ma il Capo si era premurato di preparare asciugamani soffici e puliti. Fu gentile questa volta e lo mise su una pietra: qui lo pulì con cura quasi materna. Le dita erano grandi come tronchi e forti come nulla al mondo. Per la prima volta l’Allaghèn non temé di essere mangiato vivo. “Se vuoi divorare qualcuno, non lo tratti in un modo tanto delicato.” Pensò. Con un polpastrello gli palpò l’addome e sentendolo morbido: “Ti stai tranquillizzando, bene.” Disse con un ringhio cavernoso “Nessuno ti farà del male.”
Dunque con quella sniffata collettiva del branco, il Capo gli aveva salvato la vita. Il suo odore si era impresso nella mente dei suoi subalterni, e nessuno avrebbe osato, d’ora in avanti, sfiorarlo.

Vandall, dopo averlo asciugato e coperto, lo prese su una spalla e continuarono a inoltrarsi lungo il cunicolo.
Giunsero in una piccola stanza, spoglia . Senza spiegazioni lo stese sul materasso e si allontanò. Faceva freddo in quel luogo e lo aveva lasciato nudo. Ma la cosa inquietante era l’assenza di una porta in quella cella. L’Allaghèn poteva uscire. Fuori v’era solo il tunnel e altre celle identiche alla sua: con le pareti lisce, scavate nella roccia viva, senza l’ombra di un’apertura . Il puzzo di marcio era ovunque e pesante. A terra, da qualche parte c’erano carcasse di piccoli animali, il resto di qualche cena, forse. Del pane e della pasta erano stati lasciati marcire in alcune celle. Il freddo però impediva la vita di orridi vermi e insetti necrofagi. Una volta esplorata quell’ ipogeo, l’Allaghèn, affranto, non poté fare altro che rannicchiarsi sul materasso, e chiedersi quale sarebbe stato d’ora in poi, il suo destino. Poi una nera coltre si distese nella sua mente.
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