Category: Racconti FantasyItalia
Review Title: IVEONTE - Parte prima



PARTE PRIMA

PRIMA TEOMACHIA: UN CONFLITTO TRA DIVINITÀ CHE SI CONSUMÒ NELLA NOTTE DEI TEMPI

Capitolo I

1-Kron e Locus, gli dèi considerati i pilastri dell’universo
2-Gli dèi agli albori della loro esistenza in Kosmos
3-Lo Stato Maggiore delle divinità benefiche
4-Cacciata da Luxan del dio Buziur e della dea Clostia
5-Lo Stato Maggiore delle divinità malefiche
6-Le divinità di Tenebrun emigrano in gran numero in Kosmos
7-Le divinità negative si stabiliscono nei loro pianeti ospitali
8-Massiccio esodo delle divinità benefiche con meta Kosmos
9-Le divinità positive alla ricerca dei loro pianeti ospitali

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1-KRON E LOCUS, GLI DÈI CONSIDERATI I PILASTRI DELL'UNIVERSO

A spartirsi l'impero di Kosmos, ossia dell'universo, fin dalla sua creazione, c'erano Kron e Locus. Il primo era il dominatore del tempo, mentre il secondo aveva il dominio dello spazio. Si trattava di due entità soprannaturali, ciascuna delle quali aveva un proprio regno; ma s'ignorava ciò che c'era stato prima di loro, come pure nulla si sapeva circa la loro esatta provenienza. Le uniche cose certe, che si conoscevano dell'uno e dell'altro, erano le seguenti: entrambi possedevano l'immortalità e rappresentavano i pilastri di tutta la realtà fisica e temporale di Kosmos. Se essi fossero venuti meno, si poteva dire addio all'universo e alle miriadi di galassie che ne facevano parte. All'istante, il nulla sarebbe subentrato ad esso ed avrebbe cominciato ad imperare nel vuoto assoluto. I rapporti tra le due entità sopratemporali erano tali che non ce ne potevano essere dei migliori; non era possibile nemmeno immaginarli. Del resto, le cose dovevano andare per forza in quel modo tra di loro, essendo esse sottoposte ad una rigida relazione d'interdipendenza. In base alla quale, era impossibile immaginarle avulse l'una dall'altra, siccome l'esistenza delle medesime si basava sull’indissolubilità del loro connubio. Tentare di separare le due divinità era come privarle dell'esistenza stessa, non potendo l'una esistere senza l'altra, e viceversa. Su quella loro inscindibilità, era sopravvissuta una leggenda dei Kloustiani, la più antica delle popolazioni galattiche. Essi vivevano su Kloust, il pianeta solitario orbitante intorno a Tramor che era la più centrale delle stelle appartenenti a Priman, la galassia numero uno dell'universo in riferimento sia alla sua grandezza sia alla sua età. In verità, la citata leggenda non parlava esclusivamente di Kron e di Locus; bensì cercava anche di spiegare antropomorficamente come aveva avuto origine Kosmos per opera di entità soprasensibili, denominate dèi. Ebbene, sempre secondo essa, all'inizio, quando non esistevano in nessuna parte alcuna cosa ed alcun essere vivente, c'erano solo Luxan e Tenebrun. Il primo era la dimora degli dèi; mentre il secondo rappresentava la sua parte esterna ed equivaleva alla realtà del nulla.

A questo punto, noi evitiamo di addentrarci nei sentieri della citata leggenda cosmogonica e riprendiamo la nostra storia appena iniziata, cercando di capire qual era la reale situazione che si presentava nel regno del soprasensibile e del sopratemporale, prima ancora che fosse creato Kosmos. Cominciamo col precisare che Luxan, ossia il Regno della Luce, non si presentava come un unico luogo, dove tutte le divinità benefiche conducevano vita in comune. In esso, la dimora di Splendor, cioè la somma divinità che aveva dato origine a tutte le altre, era Beatitudo; invece la parte abitata da tutti gli altri dèi era chiamata Empireo. Questo, a sua volta, era suddiviso in due Semiempirei, ossia quello di Kron e quello di Locus: tra l'uno e l'altro c’era una zona neutrale, chiamata Intersereno, che era una sorta di oasi della tranquillità e della serenità, dove le varie divinità si conducevano quando si sentivano vittime di qualche depressione o di qualche contrarietà. All’origine, in ogni Semiempireo c'erano state una divinità eccelsa e un'altra somma. In quello dell’eccelso Locus, la divinità somma era Lux, la dea della luce; mentre, in quello dell’eccelso Kron, la divinità somma era Buziur, il dio dell'orgoglio. In seguito, quest'ultimo ne era stato espulso da Splendor per non aver voluto sottomettersi al dio Kron e per avergli risposto qualcosa del genere ad un suo rimprovero: "Io, che non mi piego neppure davanti a Splendor, figùrati se mi sottometto a te!" In quel medesimo istante, Splendor aveva provveduto a farlo ritrovare in Tenebrun che era il Regno delle Tenebre. Lì egli aveva voluto assumere il titolo d’Imperatore delle Tenebre ed aveva cominciato ad esserne molto fiero.

Sopra Luxan, regno della realtà spirituale, dominava Splendor. Da lui, come già si è accennato, era provenuta tutta la moltitudine degli dèi e delle dee, che perciò gli dovevano rispetto ed obbedienza. Nonostante il dominio esercitato su di loro, Splendor non avrebbe potuto annientare le altre divinità, se egli avesse voluto esprimersi in tal senso. La sua impotenza, limitata a quel caso particolare, gli derivava dal fatto che le entità astratte in questione, risultando costituite della sua stessa essenza divina, si presentavano indistruttibili ed immortali quanto il loro creatore. Il suo dominio, però, era da ritenersi assoluto, se le si consideravano in rapporto sia al luogo formato da Luxan sia alla realtà che lo rappresentava. Per cui non era preclusa a Splendor la possibilità d'infliggere delle punizioni esemplari alle divinità che si comportavano male nei suoi confronti. In questo caso, ci si riferiva a gravi mancanze, come la ribellione alla sua autorità e la violazione della sua legge cardine, cioè quella che riguardava il bene e la giustizia. Le punizioni a cui ricorreva Splendor erano di grado diverso, a seconda della gravità della mancanza commessa da una divinità. La massima pena era quella che prevedeva la cacciata da Luxan di chi veniva a trovarsi in grave difetto. Essa, che era da considerarsi definitiva, era prevista per le divinità, le quali commettevano atti di ribellione verso di lui o trasgredivano la sua legge cardine. Allora Splendor costringeva i colpevoli a vivere nel buio cieco di Tenebrun e non li faceva più fruire della beatitudine esistente su Luxan. Con tale provvedimento, come ci si può rendere conto, i trasgressori erano condannati alla cecità e allo squallore perpetui. L’una e l’altro diventavano le uniche cose certe che essi potevano attendersi da un simile luogo, il quale, per questo motivo, si presentava mortificante e seppellitore d’ogni realtà. Prima ancora che venisse creato Kosmos, erano già innumerevoli le divinità a cui era stata inflitta una pena così terribile. Perciò ora esse se ne andavano errabonde per le cupe contrade di Tenebrun, dove stavano trascorrendo un'esistenza senza luce, nonché svuotata di gioia e di piacere. Tali luoghi erano battuti soltanto dalla loro forsennata disperazione e dalla loro ricerca rabbiosa, perché le divinità punite non trovavano mai ciò che desideravano. Esse speravano di contattare un diverso modo di essere che potesse dare un senso alla loro esistenza, la quale risultava privata di ogni cosa concreta.

Ritornando alle divinità buone e giuste di Luxan, dopo un periodo abbastanza considerevole dalla loro creazione, esse smisero di mostrarsi pienamente paghe della loro esistenza spirituale. Trovandola monotona e terribilmente noiosa sotto alcuni aspetti, le medesime pensarono di rivolgersi con il dovuto rispetto al sommo Splendor. Perciò decisero di pregarlo perché intervenisse a rendere la loro vita, che ormai consideravano passiva ed oziosa, più attiva, più interessante e più avventurosa. Ad essere più chiari, le divinità positive la volevano permeata di un qualcosa a cui neppure esse sapevano ancora dare la definizione esatta. A tale scopo, esse nominarono loro portavoce Elson, dio dell'eloquenza, che si presentava il più facondo, il più intraprendente e il più diplomatico fra tutte loro. Egli, quando gli fu al cospetto, parlò in questo modo a chi era stato il capostipite della loro schiatta:

“Altissimo nostro progenitore, sono venuto a parlarti a nome di tutte le divinità rette che non cessano mai di esprimerti la loro riconoscenza. Mi riferisco a quelle che, come me, ti osannano e ti ringraziano in eterno per l'amore paterno che hai sempre elargito a loro. Tuttora ce lo vai ancora dispensando con magnanimo altruismo. Sicuri della tua comprensione, abbiamo ritenuto un atto lecito far nascere in noi un pio desiderio, dalle intenzioni puramente generose ed altruistiche. Così, dopo che esso è sorto in noi, ci siamo precipitati a rendertene partecipe. Ma ti assicuriamo che il nostro desiderio non vuole essere per nulla un affronto o un atto di ribellione nei tuoi confronti. Devi convincerti che, se ti renderai disponibile ad appagarlo, cosa di cui non disperiamo, in un certo senso, esso muterà solo il nostro modo di condurre l'esistenza. Per cui il medesimo non potrà intaccare per niente gli eccellenti rapporti che ci sono fra di noi; tenendoci di più in contatto, li ravviverà e li renderà più solidi. Quanto al nostro desiderio, esso è il seguente: se tu fossi d'accordo, vorremmo renderci utili ad esseri di natura inferiore, purché si dimostrino giusti e buoni. Vorremmo essere partecipi delle loro sventure, oltre che cercare di aiutarli nella misura e nei modi che tu stesso dovresti decretare, ai quali noi ci atterremmo alla lettera. Non ci lamenteremmo, se, dalla nostra nuova esistenza supplementare, dovessero derivarci dei gravi disagi, come la perdita dell'attuale serenità e la rinuncia ad ogni beneficio proveniente dalla nostra vita sull’Empireo. Lo sai anche tu che, nelle varie circostanze che a te ricorreremmo per consigli od aiuto, noi ci rifaremmo di tutto il bene non fruito durante la nostra assenza da Luxan. A parte queste cose, c’è in noi la certezza che l'esserci prodigati per tali esseri bisognosi e l'avere acceso in loro la scintilla della gioia ci ripagherebbero ampiamente. Ci sarebbe in noi la gratificante soddisfazione di essere stati i veri protagonisti della conversione di un loro dramma o di una loro tragedia in un fausto evento. Infine, nei nostri protetti beneficiati, si avrebbe la prima percezione del senso divino e di quello religioso. Essi se ne renderebbero finalmente conto e comincerebbero a coltivarli. Nel medesimo tempo, si leverebbe dai loro cuori, quale atto di riconoscenza e di gratitudine, un sincero ringraziamento, manifestandoci sia il loro timore sia la loro venerazione. Se vogliamo essere obiettivi, chi, se non il Padre di tutti gli dèi, ne trarrebbe il maggior vantaggio dalla loro accesa devozione? Solo a te andrebbero tripudiati i più grandi onori, sarebbero sacrificate le bestie migliori e sarebbero dedicate le località più rinomate.

Altissimo Splendor, principalmente per questo motivo, è venuto a nascere in noi il desiderio che ti abbiamo manifestato. Perciò, se deciderai di prenderlo in seria considerazione, ti preghiamo di valutarlo nel suo fine primario che sarebbe quello di estendere la tua potenza e la tua gloria anche oltre i confini di Luxan. Le quali, a nostro avviso, dovrebbero avere alta risonanza anche tra gli esseri forniti di una natura inferiore alla nostra, vale a dire deteriorabile e destinata a perire. Entrambe dovrebbero trionfare in particolar modo tra quelli che dimostrassero di possedere un'anima capace di cullare i sentimenti più nobili ed incline ad aspirare alle virtù superiori. Naturalmente, ammesso che in te ci sarà la propensione ad esaudire il nostro desiderio, vorrai farci presente che esseri del genere si potranno creare soltanto in Tenebrun. Il quale è il luogo, dove sono stati relegate per punizione quelle divinità che ti si sono ribellate o che ti hanno disubbidito. Ebbene, noi già siamo coscienti che unicamente in questo modo potrà essere appagato il nostro desiderio. Quindi, se deciderai di accontentarci, ti preghiamo di non farti scrupolo alcuno nella scelta del luogo, in cui dovrà esserci la dimora delle nuove creature. Oramai sappiamo che la loro natura non potrà che dimostrarsi menomata, se paragonata alla nostra, in quanto essa sarà corporea e materiale, contingente e caduca.”

Splendor, ascoltando Elson, all'inizio si corrucciò un poco. Poi, ravvisate nelle parole del dio le buone intenzioni delle sue divinità predilette, ritornò a rasserenarsi nel volto. Così, dopo avere ascoltato il discorso del facondo dio, egli gli diede la seguente risposta:

“Ebbene, sia! Sarete accontentati perché non voglio che mi si venga a dire che sono un padre tiranno e prepotente! A ben rifletterci, nel vostro desiderio non scorgo alcuna trasgressione della legge cardine. Vi vedo solamente una forte volontà di operare del bene a favore di esseri materiali. I quali di sicuro non avranno vita facile nel mondo che dovrò ancora creare per loro! Perciò, Elson, ritornatene dalle altre divinità ed annuncia a loro che sono disposto ad appagare il vostro desiderio. Quanto al luogo, in cui mi sarà possibile creare la dimora dei vostri futuri protetti, riferisci alle stesse che avete visto giusto perché un progetto del genere potrà essere realizzato unicamente in Tenebrun. Dunque, fin da questo momento, sappiate che anche voi, come i vostri protetti, avrete una vita travagliata nel nuovo mondo, siccome in esso vi troverete a competere con le divinità ingiuste e maligne. Le quali, logicamente, pretenderanno il culto dagli stessi esseri mortali che io creerò per voi. Esse faranno di tutto per attirarli dalla loro parte e non avranno riguardo di nessuno, pur di raggiungere il loro scopo malvagio.”

Fu questo il motivo che spinse Splendor a creare Kosmos. Egli assegnò poi il dominio del tempo al dio Kron e quello dello spazio al dio Locus. In tal modo, li fece diventare le due divinità più importanti dell'intera realtà fisica da lui creata. Dopo che i divini gemelli Kron e Locus ebbero preso il controllo di Kosmos, pur restando nell'Empireo, una moltitudine di divinità benefiche, tra quelle maggiori e minori, cominciarono a popolarlo. Esse erano state già precedute in quel luogo dalle divinità malefiche, intenzionate ad occuparne una parte. Così, in un clima di rivalità, le une e le altre divinità si diedero a pullularvi a migliaia, divenendo protettrici di alcuni luoghi, facendoseli dedicare e rendendoli sacri. In seguito, con l’avvento dell’uomo in Kosmos, le stesse divinità iniziarono a proteggere anche tutte le attività e le passioni umane.

Ora, prima di passare ad approfondire Kosmos e l'arrivo in esso delle divinità positive e negative, bisogna spendere un po' di tempo per parlare dell'Abisso dell'Oblio che era sempre esistito in Luxan. Bisogna cercare di conoscere meglio la sua funzione e di comprendere, nello stesso tempo, perché vi era stato voluto da Splendor. Ebbene, l’Abisso dell’Oblio era un tunnel che conduceva dritto ad Inesist. Questo rappresentava il regno dove nulla poteva esistere, neppure ciò che era di natura spirituale. Tale particolarità lo faceva differenziare da Tenebrun, il cui niente era riferito alla sola materia. In Inesist, però, ciò che era spirituale, non potendo essere distrutto, era solamente privato della cognizione di sé e della propria libera espressione. Se una divinità si buttava volontariamente nell’Abisso dell’Oblio, finiva per essere sopraffatta dalla dimenticanza di sé stessa. In pratica, vi moriva con tutti i suoi pensieri e i suoi ricordi, perdendo così la capacità di esprimersi in qualche modo, sia in pensieri sia in azioni. Ovviamente, un essere divino, incapace di sentirsi esistente e di vedersi come pensante, privo perfino della facoltà di ricordare, poteva soltanto essere considerato avulso da un’esistenza effettiva, praticamente dimentico del proprio essere ed incapace di esprimersi in qualche modo.

Vista la funzione dell'Abisso dell'Oblio, è opportuno pure capire perché mai Splendor aveva voluto che esso ci fosse in Luxan. Egli aveva forse previsto che il luogo dove esso conduceva, ossia Inesist, sarebbe stato utile a qualche divinità? Era possibile che qualcuna di loro potesse rivelarsi così stupida da desiderare il proprio annientamento, almeno a livello di coscienza? Se l'onnipotente Splendor lo aveva previsto, ciò significava che qualcosa del genere si sarebbe potuto avverare in avvenire. Quindi, non era improbabile che qualche divinità di Luxan potesse sentirsi nauseata della sua stessa essenza, dopo esservi sopravvenuta una specie di deterioramento e di sgretolamento della divinità. In quel caso, però, bisognava ritenere che già si fosse avuto da parte sua un distacco sempre più pronunciato dalla realtà, in cui si trovava ad esistere e ad operare. Quindi, con la progressiva frammentazione delle basi costitutive della sua essenza e del suo io esistenziale, si producevano anche delle discordanze nel comportamento della medesima, nella sua affettività e nella sua relazione con gli altri. Un fatto del genere conduceva la divinità ad una completa sfiducia in sé stessa. La quale si accompagnava quasi sempre ad una forte volontà di non essere più, di annullarsi come entità esistente e pensante, di essere soprattutto libera di non volere più alcuna cosa e di estraniarsi dal tutto. Così facendo, essa si alleggeriva perfino del noioso pensiero di non dover far nulla. Ma c'era un solo modo per ottenere la libertà di non esistere e di non volere, cioè quello di buttarsi spontaneamente nell'Abisso dell'Oblio e pervenire ad Inesist. In quel luogo dell’inesistenza, in un solo istante, le venivano meno per sempre l'angosciante idea di vivere e l'affannosa preoccupazione di essere costretta a fare qualcosa pure in modo passivo ed abulico.

Riguardo ad Inesist, bisogna ancora precisare che esso accettava unicamente le divinità che vi giungevano con un atto volontario. Invece le altre, cioè quelle che vi pervenivano solo perché erano state spinte con la forza nell'Abisso dell'Oblio, erano automaticamente ributtate all'esterno. La volontarietà dell'atto era riferita soltanto all'ingresso della divinità nella voragine, indipendentemente da se essa fosse cosciente o meno che per quel luogo ci si avviava ad Inesist. Anche il suo ripensamento, giunto all'ultimo momento, cioè durante la precipitosa caduta, si dimostrava inefficace e non più accoglibile da parte di chi era preposto a quell'ingrato compito. Quindi, ritrovarsi ad essere vittima di un inganno mentre vi si buttava di propria iniziativa, non assolveva la divinità dal suo gesto incosciente. Per questo motivo, essa doveva essere considerata lo stesso irrimediabilmente sacrificata e perduta per sempre.

2-GLI DÈI AGLI ALBORI DELLA LORO ESISTENZA IN KOSMOS

Così Splendor esclamò: "Che sia creato Kosmos in Tenebrun!" E l’universo fu, ossia cominciò ad esistere, incapsulato in una realtà concreta in continua evoluzione ed inarrestabile nella propria infinita espansione. Allora il Regno delle Tenebre fu costretto ad indietreggiare davanti ad esso e a fargli spazio perché la sua corsa autocreativa procedesse senza arrestarsi mai più. Pur serrandolo tutt'intorno, come se volessero respingerlo e schiacciarlo, le sue tenebre ricalcitranti si dimostrarono impotenti a fermare il suo processo espansivo nello spazio e nel tempo. Intanto nel cosmo si andavano costituendo due distinte realtà, quella spaziale e quella temporale. Lo spazio era visibile, mentre il tempo era invisibile; ma ciascuno formava un proprio dominio ed aveva un proprio dominatore.

Dopo aver ricevuto da Splendor la sua spinta autocreativa, Kosmos, fin dal suo esordio, non si andò generando come una massa nebulosa e tantomeno buia. Esso creò per sé qualcosa di straordinario, di superbamente colossale e maestoso, che poteva essere definito un'architettura cosmica immensa e colma di mirabolanti bellezze. Dapprima, si diedero a pullularvi galassie a non finire. In seguito, in seno ad esse, si produssero miriadi di stelle fiammeggianti e luminose. La gran parte delle quali presentava un corteggio di comete, di pianeti e di satelliti. In seguito, però, sarebbero stati i soli pianeti ad aggiudicarsi il fascino più sensazionale, l'attrazione più forte, il significato più profondo, l'input ad esistere più formidabile. Difatti sulla loro superficie stava per nascere ed evolversi la vita in tutte le sue svariate manifestazioni. La più importante delle quali si sarebbe identificata con l'essenza umana. Essa avrebbe fatto esistere quelle creature intelligenti, a causa delle quali le divinità benefiche avevano chiesto a Splendor la creazione di Kosmos. Se le tenebre di Tenebrun si mostrarono risentite per l'evento creativo, siccome esso le privava in continuazione di una buona fetta di spazio, le divinità malefiche, visto che vi conducevano una vita stressata, mostrarono ben altro umore. Per loro, si prospettò l'opportunità di uscire dal tenebrore del loro regno e d’iniziare a vivere una ben diversa realtà, nella quale non sarebbe mancata, tra le altre cose, la luce. Esse ne avvertivano un'esigenza folle, visto che la loro esistenza si era protratta nel buio per un tempo considerevole. Essendo Kosmos una realtà diametralmente opposta a quella di Luxan, tali divinità asserivano che loro potevano accampare il diritto di accedervi, alla stessa stregua delle divinità luxaniane. Né esse si erano sbagliate perché Splendor non poteva intervenire e far valere la sua onnipotenza, al fine di precludere alle stesse l'ingresso alla realtà kosmica. A nessuna delle divinità dell'uno e dell'altro regno sarebbe venuto in mente di scegliersi come dimora l'infuocata massa stellare o il gelido spazio interstellare o un pianeta senza vita. Invece la loro preferenza sarebbe andata a quei pianeti e satelliti che fossero risultati forniti di vegetazione e di fauna, dovendo essi offrire ricetto a quelle creature che sarebbero risultate dotate di una forma d'intelligenza.

La realtà cosmica si basava su due principi fondamentali, ossia sul tempo e sullo spazio. Grazie ai quali, la materia poteva esistere, sebbene si presentasse caduca e transitoria nel suo modo di essere. Il primo la conteneva, mentre il secondo ne registrava i continui cambiamenti. In verità, non si riusciva a comprendere se si dovesse parlare di un binomio spazio-tempo, finalizzato a contenere la materia. Così pure non era chiaro se lo spazio, il tempo e la materia fossero da accettarsi come elementi di un unico insieme. In questo caso, essi dovevano per forza procedere parallelamente all'interno di un trinomio, dove ciascuno aveva una propria libertà di azione. Anche se, a volere essere logici, un trinomio di questo tipo poteva risultare del tutto anomalo e contestabile. Ciò, perché i primi due erano incorporei ed immodificabili; il terzo, invece, risultava fisico e trasformabile. Il tempo e lo spazio, dunque, erano due realtà che differivano dalla materia; però, nei suoi confronti, essi non avevano lo stesso rapporto. Quello dello spazio si rivelava un rapporto di preminenza, poiché ne subordinava l'esistenza alla propria. La materia non poteva esistere senza uno spazio; quest’ultimo, da parte sua, poteva esistere senza di essa. Non altrettanto fortunato poteva ritenersi il tempo che presentava un rapporto di subordinazione con l'indocile materia. Se veniva meno la materia, cessava di esistere pure il tempo. Esso era stato creato unicamente per realizzare e registrare i cambiamenti di una qualsiasi sostanza corporea. Considerata sotto quest'aspetto, cioè come sottoposta al continuo avanzamento del tempo, la materia era da considerarsi fragile e alla sua mercé, appunto perché il tempo, da un punto di vista formale, la privava di una propria stabile identità. L'incremento o il calo della sua qualità, invece, erano dovuti ad altri fattori che non mi metterò qui ad enumerare per ovvi motivi di tempo. Anche l'incessante espandersi dello spazio cosmico implicava una certa specie di tempo. In questo caso, esso si dimostrava forse più blando e meno incisivo. Ma era pur sempre una forma temporale che si lasciava coinvolgere dall'espansione spaziale. A questo punto, anche l'energia si affacciava sulla scena della concreta esistenza. Anch'essa s’imponeva come elemento costitutivo dell'universo, non meno importante degli altri tre che già sono stati menzionati. Se lo spazio era il ricetto della materia e il tempo ne promuoveva e ne registrava ogni cangiamento, era la sola energia a favorire l’attivazione delle sue modificazioni. Essa si presentava come la forza prima e la spinta propulsiva dell'evoluzione infinita del cosmo, inteso esso in senso sia generale che particolare. Per questo motivo, anche se si presentava incorporea ed invisibile, l'energia faceva bene intravedere i segni ora lievi ora marcati che andava continuamente imprimendo sulla materia. I quali si configuravano come risultati sia di azioni negative che di rigenerazioni positive. In effetti, quindi, si doveva parlare più di un quadrinomio, nel quale le componenti attive erano l'energia e la materia; mentre quelle passive risultavano lo spazio e il tempo. Nel cosmo le prime due si proponevano come contenuti e gli altri due invece come loro contenitori. L'energia incideva enormemente sia sull'espansione dell'universo sia sulla sua materia che vi si andava creando in modo incessante e stupefacente. Essa non aveva alcun potere solo sul tempo; semmai era quest’ultimo a tenerla sotto controllo per registrarne una qualsiasi evoluzione.

Ma quale sarebbe stato il rapporto esistente tra Kosmos e le diverse divinità, fossero esse provenienti da Luxan o da Tenebrun? Cioè, tali esseri di purissimo spirito come avrebbero vissuto la realtà cosmica? Per accedervi, avrebbero essi dovuto ricorrere a qualche espediente particolare, al fine di ambientarsi nella nuova realtà e di stabilizzarvi l'esplicazione del loro nuovo modo di esistere? In un certo senso, le cose sarebbero andate esattamente così. Quindi, cerchiamo di capirci qualcosa di più al riguardo. Sia le divinità di Luxan sia quelle di Tenebrun, costitutivamente, erano state ed erano rimaste identiche. L’essere vissute in due regni diametralmente opposti, quello della luce e quello delle tenebre, non avrebbe affatto influito sulla loro essenza qualitativa, ossia sul loro modo di essere e di manifestarsi. Per il qual motivo, esse sarebbero andate incontro alle medesime difficoltà sia nell'accedere a Kosmos sia nell'acclimatarsi alla sua realtà. Né noi possiamo dispensarci dall’apprendere le cause che avrebbero reso difficoltose alle divinità l'una e l'altra cosa. Come pure conosceremo i rimedi a cui le stesse sarebbero ricorse per superarle. Prima d'impegnarci nella conoscenza di simili cause, però, ci risulterà utile approfondire la realtà di Tenebrun e il modo in cui Kosmos vi si andava espandendo.

Come già appreso, Tenebrun, all'origine, rappresentava la realtà del nulla, la quale formava il Regno delle Tenebre. Il niente e il buio, quindi, erano le sue due prerogative, grazie alle quali esso poteva ritenersi esistente. Al pari del regno della luce, quindi, anche Tenebrun esisteva da sempre, ma non come fine a sé stesso. La sua esistenza intendeva contrapporsi al regno di Luxan, in termini sia di luce che di essenza. Cioè, ci si trovava di fronte a due realtà parallele di natura opposta, ognuna delle quali dava modo all'altra di essere esattamente quella che era. Ma per la sua specifica qualità nulla, Tenebrun risultava il luogo adatto ad ospitare qualcosa di esistente, come Kosmos, però senza potere inglobarlo in sé. Per questo la realtà cosmica, fin dal suo assetto primigenio, si presentava distinta da quella di Tenebrun. Come non aveva alcun tipo di rapporto con la realtà di Luxan, così non lo aveva neppure con quella tenebrunese.

Avvenuta la creazione di Kosmos, le divinità benefiche e quelle malefiche vollero lanciarsi alla sua conquista, bramando ognuna di avere il potere su una fetta di esso. Solo che il loro primo impatto con la realtà cosmica non fu dei migliori. Non appena ebbero fatto il grande balzo nel regno della materia e del tempo, immediatamente esse avvertirono come una sorta di contraccolpo nella loro natura immateriale. Si verificò nella loro psiche un tipo di reazione allergica indefinibile, ma molto penalizzante. La quale fu dovuta al forte attrito che si era originato in seguito allo scontro avvenuto tra le due differenti nature: da una parte, c’era stata quella spirituale e sovratemporale del loro essere; dall’altra, quella materiale e temporale dell'universo. La sintomatologia di tale allergia riguardò il loro intero essere e si manifestò con diversi disturbi a livello sia della sfera esistenziale sia dell’esplicazione della loro essenza. Una volta a contatto con la realtà di Kosmos, tutte le entità spirituali andarono in fibrillazione, cioè ci fu un vero cataclisma nel loro modo di esistere e di manifestarsi. Precisamente, fu avvertito da tutte le divinità una specie di rigetto della loro natura costitutiva. Quest'ultima cominciò ad accusare dei fenomeni reattivi e disturbatori, i quali erano da imputarsi all'elemento cosmico principale che era quello spazio-temporale. All'inizio, in tutte le divinità immigrate si ebbero diversi disturbi, come conati di vomito e nausea che si accompagnavano ad una sindrome vertiginosa alquanto rilevante. Essi, quindi, vennero a scombussolare l'intera psiche dei divini pazienti. Fatto concausale di tali effetti sgradevoli era stata senz’altro la rapidità con cui le varie divinità irruppero in Kosmos. Difatti queste erano state prese in modo esagerato dalla curiosità di conoscere la novella realtà messa a loro disposizione da Splendor. Alla fine, la concomitanza di tanti fattori, con cui le stesse avevano avuto un impatto negativo, produsse in loro perfino uno shock di tipo anafilattico. Perciò, per privarsi al più presto di tali disturbi, gli dèi immigrati dovettero abbandonare Kosmos e ritornare ai loro luoghi di origine. Naturalmente, gli inconvenienti esistenziali suaccennati furono avvertiti dalle singole divinità non in senso reale, come si sarebbe potuto riscontrare nell'essere umano. Essi si manifestarono esclusivamente per pura autosuggestione, ossia vissuti solo come facenti parte della loro realtà, non essendo possibile un fatto del genere in entità divine nel vero senso della parola.

Rientrate in gran fretta nell'Empireo, le divinità benefiche avevano fatto presenti ai due eccelsi dèi, che erano Kron e Locus, le difficoltà incontrate in Kosmos. Essi allora ricorsero ad un accorgimento per rendere le essenze divine refrattarie alle insidie della realtà cosmica. A tale scopo, i due autorevoli gemelli elaborarono un tipo di energia che riusciva a riprogrammare l'essenza di una entità spirituale, al momento del suo accesso a Kosmos, rendendola compatibile con la nuova realtà. La stessa energia restava valida anche per riportare al suo stato originario l'essenza divina, quando faceva rientro nell'Empireo. Quel prodigioso flusso energetico risultava soffuso in due piccole nubi, una bianca e un'altra nera. Per riprogrammarsi secondo i principi attivatori di Kosmos, alla divinità diretta ad esso bastava passare attraverso una delle due nubi. Attraversando la Nube Bianca, la divinità conservava i suoi dati identificativi, perciò restava visibile a tutte le altre divinità esistenti nell'universo. La potevano vedere anche i divini Kron e Locus, pur restando nell'Empireo. Se invece la divinità decideva di attraversare le Nube Nera, veniva perso ogni suo dato d'identificazione ed essa risultava invisibile a tutti, perfino al dio Kron e al dio Locus. Anche le divinità malefiche, appena ritornate in Tenebrun, si precipitarono da Buziur e gli raccontarono le difficoltà da loro incontrate, dopo l'accesso a Kosmos. Allora anche l'Imperatore delle Tenebre, come avevano fatto le eccelse divinità gemelle in Luxan, creò per loro una energia assimilatrice della realtà cosmica. Essa permetteva alla divinità negativa, prima di trasferirsi nello spazio fisico del cosmo, di assimilarne l'elemento spazio-temporale. Tale energia era profusa in una specie di cascata a getto continuo, detta Fonte dell'Assimilazione. Perciò la divinità malefica poteva varcare la soglia di Kosmos, solo dopo essersi fatta irrorare da tale cascata energetica per la durata di un minuto.

Quando non era iniziato ancora la corsa al predominio di Kosmos da parte delle divinità di entrambi gli schieramenti, in ognuno dei due regni soprannaturali esisteva già una nutrita pleiade di esseri divini che erano pronti a lanciarsi alla conquista del novello regno materiale e temporale, creato da poco da Splendor. Ogni entità spirituale, indipendentemente dal suo grado, pretendeva un suo piccolo spazio in tale regno perché vi potesse esprimere liberamente la sua nuova esistenza. Magari vi avrebbe anche esercitato il suo potere divino, se fosse riuscita a farsi adorare da un buon numero di materiadi. Naturalmente, non era escluso che lo stesso luogo sarebbe stato conteso fra divinità di opposta tendenza, ossia tra quelle benefiche e quelle malefiche. In quel caso, non sarebbero mancati confronti diretti per il suo possesso, i quali non sempre avrebbero visto le forze del bene rivelarsi più agguerrite e vittoriose di quelle del male. A proposito di simili contese, non possiamo sottrarci al racconto di una Teomachia (lotta tra gli dèi) molto avvincente. La quale ci sarebbe stata ai primordi dell'arrivo in Kosmos delle varie divinità e si sarebbe svolta su vasta scala. Essa avrebbe interessato un sacco di galassie che avrebbero costituito due grandi imperi: quello delle divinità benefiche, detto Impero del Tetraedro, e quello delle divinità malefiche, detto Impero dell'Ottaedro.

Sulla nostra Terra, nel corso della storia umana, a nessuno è capitato di venire a conoscenza di tale conflitto tra le due opposte fazioni divine. Il quale si era svolto ai primi albori del nostro universo con uno scontro di vastissime proporzioni e di lunghissima durata. Invece gli abitanti dello sperduto pianeta Kloust, anche se non si sapeva come avessero fatto, lo avevano appreso in un passato molto remoto e se lo erano tramandato di generazione in generazione. A dire il vero, col passar dei secoli, il conflitto avvenuto tra le divinità aveva assunto presso di loro le connotazioni di una leggenda, per cui non avevano più saputo riferire con esattezza quali fatti erano stati irreali e quali erano da considerarsi legati alla realtà.

3-LO STATO MAGGIORE DELLE DIVINITÀ BENEFICHE

Al tempo della Teomachia, lo Stato Maggiore delle divinità positive o benefiche si presentava costituito in primo luogo dalle due eccelse divinità, il dio Kron e il dio Locus, entrambi forniti d’iperpoteri primari. Essi ne rappresentavano i capi supremi, per cui nessun dio e nessuna dea poteva competere con l'uno o con l'altro. I loro poteri straordinari erano tali da riuscire ad abbracciare l'intero Kosmos, potendo entrambi intervenire attivamente in ogni sua parte senza muoversi da Luxan. Anche se Splendor aveva assegnato al dio Kron il dominio del tempo e al dio Locus quello dello spazio, il loro intervento in Kosmos in nessun caso avveniva disgiuntamente. Difatti, quando essi v'intervenivano, fra le loro entità avveniva una sorta di simbiosi, detta “immedesimazione transluxaniana”, la quale poteva attivarsi solamente al di là di Luxan. In quella circostanza, le due divinità gemelle vedevano con gli stessi occhi, pensavano con la stessa mente ed operavano con il medesimo intento. Inoltre, la loro essenza bivalente veniva a disporre di una potenza energetica imparagonabile.

Faceva parte dello stesso Stato Maggiore pure Lux, la dea della luce. Ella era l'unica divinità benefica a possedere gli iperpoteri secondari che le consentivano d'influire su un'intera galassia, gestendola con i suoi poteri molto rilevanti. Infine il divino corpo, a cui ci stiamo riferendo, annoverava ancora quattro divinità maggiori che erano le seguenti: Neop, il dio dell'ingegno; Kavor, il dio dell'astuzia; Ponkar, il dio della tenacia; Vaulk, il dio del coraggio. In verità, solo questi quattro dèi dello Stato Maggiore si sarebbero trasferiti in Kosmos per dare il loro appoggio a tutte le altre divinità benefiche, sia maggiori che minori. Essi, che sono stati elencati in ordine di nascita, costituivano l'intera prole della dea Lux, nata dal suo primo matrimonio con Aptus, dio della musica. Secondo me, è doveroso apprendere qualcosa di più su tali dèi, oltre alla loro paternità e alla loro maternità. Perciò è opportuno provvedere subito.

Neop era un dio intelligente, profondo, spigliato, avveduto. Per questo non si riusciva mai a coglierlo in fallo. Inoltre, si presentava brillante nella conversazione e stupiva tutti per le sue trovate molto ingegnose. Né gli mancavano l'acume e la perspicacia che si mostravano le sue doti migliori. Egli riusciva a trovare la soluzione a tutto e sembrava che per lui non esistessero argomenti dalle problematiche irrisolvibili. La qual cosa aveva incuriosito a tal punto il dio Kron, da spingerlo un giorno ad invitarlo nella propria dimora per verificarlo. Non appena il figlio della dea Lux era stato al suo cospetto, l’eccelso dio gli aveva posto il seguente quesito:

- Mi dici, Neop, che cosa dovrei fare, se mio fratello Locus, ad un certo momento della sua eternità, decidesse di escludermi da Kosmos per diventarne l'unico dominatore assoluto?

- Nient'altro che assecondarlo! – era stata la pacata risposta del primogenito dell'amica Lux.

- E perché mai dovrei lasciarlo fare, Neop? – gli aveva domandato l'illustre dio del tempo.

- Perché i matti vanno sempre assecondati in tutto, eminente dominatore dell’essenza temporale. Non è giusto contraddirli, senza che dal loro operato ci provenga un effettivo danno!

- Osi dare irrispettosamente del matto a mio fratello Locus che è una divinità eccelsa, figlio della mia amica Lux? Da te non me lo sarei aspettato, se lo vuoi sapere! Mi hai deluso!

- Io non oserei mai, eccelso Kron, offendere il tuo eccelso gemello! Sei stato tu, anche se solo per ipotesi, a presentarmelo come tale. Secondo te, potrebbe egli essere considerato normale, se si rivolgesse a te con una tale pretesa? Certo che no! Perciò la mia risposta è conseguita dalla tua supposizione che in effetti presenterebbe l'eccelso Locus come un autentico matto. Inoltre, anche se è vero che non gli hai affibbiato un tale epiteto, a tuo avviso, se egli decidesse di farti un simile torto, pur sapendo che non gli è possibile, non sarebbe forse un mentecatto?

- Sì, è vero, hai ragione tu, Neop! Tu non hai affatto mancato di rispetto a mio fratello. Sono stato io a mostrarmi irriguardoso nei suoi confronti, quando ti ho formulato la mia insensata ipotesi che faceva apparire mio fratello come un tipo non del tutto normale e bislacco.

- Però, eccelso Kron, ora che ci penso… – aveva continuato a dire poi il dio dell'ingegno.

- Però… cosa, sagace Neop? Dimmi tutto! – lo aveva esortato a parlare il dio del tempo.

- Supponiamo che ciò un giorno dovesse accadere, esimio Kron, e che tu venissi a chiedermi un consiglio al riguardo. In quel caso, io dovrei darti il mio parere sulla faccenda: vero?

- Sì sì, è quanto prima volevo sapere da te, Neop, senza ricevere da te alcuna risposta! Allora dimmi che cosa mi consiglieresti di fare perché sono ansioso di conoscere la tua risposta!

- Tra tutte le divinità, non sei tu il solo dominatore del tempo, magnificentissimo Kron?

- Certo che lo sono, Neop! Nessun altro potrebbe esserlo, fatta eccezione del nostro onnipotente Splendor! Ma ciò che cosa c'entra e dove vorresti arrivare con una domanda simile?

- Mi spiego subito, sublime Kron. Fino a quando l'illustre Locus non si rendesse conto del proprio errore e non se ne ravvedesse, tu dovresti fingere di assecondare la sua pretesa, senza farlo accorgere di niente. Nello stesso tempo, creeresti solo per lui una copia temporale dell'Empireo, proiettata nel futuro ed avulsa dalla realtà presente. Così, stando in esso, egli continuerebbe ad avere l'illusione di essere l'unico dominatore di Kosmos, senza esserlo per davvero.

- Niente male la tua soluzione, Neop! C'è solo da chiedersi se riuscirebbe il mio espediente nei confronti di una divinità eccelsa, qual è mio fratello Locus! Devo ammettere che la fama del tuo ingegno è ben meritata. Per cui, da questo momento, ti nomino dio dell'ingegno e nessuno mai potrà vantarsi di essere più intelligente di te, con le debite eccezioni!

Kavor non era dammeno di suo fratello maggiore, poiché, se non era alla sua altezza nell'ingegno, di sicuro era da ritenersi un vero portento in scaltrezza. Né si poteva dire di lui che fosse un cinico e uno spregiudicato, in quanto il suo comportamento si dimostrava schietto e leale con tutte le altre divinità dell'Empireo. Per questo erano in molti a volergli un gran bene. Quei pochi, che non gliene volevano, erano spinti dall'invidia ad assumere un tale atteggiamento nei suoi riguardi. Tra le divinità, che gli si erano sempre mostrate ostili senza un motivo apparentemente plausibile, c'erano stati Elmit, il dio del silenzio, e Vend, il dio del sospetto. Entrambi, al tempo della loro presenza in Luxan, erano stati ritenuti da tutte le divinità come le peggiori malelingue dell'Empireo. Ebbene, ogni giorno, essi non avevano fatto altro che sparlare di lui in continuazione, palesando un chiaro rancore nei suoi confronti. Alla fine, non potendone più, il dio Kavor aveva deciso di sbarazzarsi di loro, ponendo così termine alle loro insinuazioni e calunnie. Perciò si era adoperato per farli sparire per sempre dall'Empireo.

Cominciamo col dire che il dio Vend, a quel tempo, aveva una sorella che era Drise, la dea della felicità. Su di lei egli nutriva un sacco di sospetti e, anche se non aveva mai avuto prova alcuna al riguardo, veniva tormentato di continuo dal solito assillo. Era convinto che ella aveva avuto almeno un rapporto intimo con ciascun dio dell'Empireo, fatta eccezione dell'amico Elmit. Secondo lui, lo confermava il fatto che la sorella era sempre gaia e spensierata. Il quale stato d'animo le poteva derivare soltanto dall'assaporare quotidianamente i piaceri del sesso. Perciò egli avrebbe donato chissà che cosa a chi gli avesse fatto sorprendere la frivola congiunta in uno dei suoi abboccamenti amorosi con qualche dio! Neppure l'inseparabile amico Elmit non era mai riuscito a fornirgli quel genere di aiuto. Sì, neppure lui gli aveva dato la soddisfazione di provare quanto sospettava da una vita! Per chi non lo sapesse, in cima alla sua lista degli amanti sospetti della sorella, c'era il dio Kavor. Il motivo è presto detto. In sua presenza, un giorno la dea Drise, riferendosi al dio dell'astuzia, si era espressa così: "Che dio affascinante, quel Kavor! Ne sono attratto così tanto che per lui sarei disposta a fare follie!"

Consapevole di quel grave sospetto del dio Vend sulla sorella, il dio Kavor aveva voluto fare di esso la sua arma per far cadere i suoi due sparlatori in una sua trappola mortale. Perché la sua insidia funzionasse a puntino, il secondogenito della dea Lux aveva dovuto richiedere anche la collaborazione di Gros, il dio dell'onore, e di Orep, il dio della poesia. Però egli non aveva voluto palesare a nessuno dei due quanto aveva in animo di attuare contro i suoi denigratori. Il dio dell'astuzia si era solo limitato a dire ad entrambi che si trattava di uno scherzo. Così, quando era giunto il giorno della resa dei conti per le due divinità sue avversarie, il dio Kavor aveva affidato al dio Orep l'incarico d'invitare la dea Drise ad una passeggiata galante nell'Intersereno. In pari tempo, aveva mandato il dio Gros dal dio Elmit per fargli la confidenza che egli gli aveva suggerito. Al dio del silenzio Gros aveva confidato che tra Kavor e Drise c'era una tresca. In più, gli aveva rivelato che in quel giorno, dopo mezzodì, il dio dell'astuzia doveva abboccarsi con lei in un posto che solo loro due conoscevano. La dea vi si sarebbe avviata per prima per non dare nell'occhio. Invece il dio, siccome fino a mezzogiorno aveva degli impegni, l'avrebbe raggiunta soltanto nel pomeriggio. Com'era ovvio, appena avute quelle informazioni preziose, il dio Elmit era volato dall'amico, riportandogli fedelmente tutto quanto aveva appreso dal dio dell'onore. Il dio del sospetto, da parte sua, aveva appreso con grande sollievo quelle insperate notizie dall'amico. Egli aveva provato una gioia così immensa da esclamargli:

- Finalmente, Elmit, oggi i miei sospetti cesseranno di esserci nei riguardi di mia sorella! E la cosa più bella per me sarà quella di sorprenderla in un tête-à-tête con l'essere che mi risulta il più antipatico nell’Empireo! Non sei contento per me, amico mio? Ma sì che lo sei!

- È proprio necessario, Vend, – aveva provato a farlo ragionare Elmit – che tu li sorprenda insieme? Al posto tuo, mi accontenterei solo della soddisfazione di aver scoperto che per anni i miei sospetti non sono stati infondati! Le affermazioni del dio dell'onore dovrebbero risultarti più che bastevoli per rassicurarti che non ti sbagliavi sul conto di Drise. Invece a me, diversamente da te, esse hanno arrecato soltanto male perché in qualche modo amavo tua sorella nel mio intimo. Ma perché tu, anziché mostrarti amareggiato nell'apprendere quanto ti ho riferito, preferisci mostrarti soddisfatto di esserti convinto che i tuoi sospetti erano fondati?

- Se sono fatto così, Elmit, non ci posso fare niente. Tu non immagini nemmeno quanto adesso sto aspettando il momento di cogliere insieme mia sorella e Kavor in uno dei loro amplessi focosi! Vedrai come riuscirò a spegnere in loro due ogni bramosia ed ogni passione con il mio intervento, inducendoli a sentirsi due esseri meschini! Ecco ciò che conta di più per me!

- Se non riesci a pensarla come me, Vend, non so che dirti. Fai pure come vuoi! Ma, da amico quale ti sono sempre stato, fai pure affidamento su di me, in questa tua storia privata!

Dopo quel loro colloquio, le due divinità amiche avevano stabilito di tenere sotto controllo Drise per poi pedinarla fino al luogo dove avrebbe incontrato il dio Kavor. Ma, non avendola trovata in nessun posto, avevano pensato di spiare il solo dio dell'astuzia per tallonarlo fino al luogo del convegno amoroso senza farsene accorgere. Naturalmente, il dio Kavor si era fatto trovare senza difficoltà dai due amici, siccome li stava aspettando fuori della propria abitazione, fingendo di non avvedersi di loro. Egli aveva seguitato a mostrare tale atteggiamento, pure quando si era allontanato da casa sua e si era dato ad una corsa precipitosa. Però il secondogenito di Lux aveva vigilato perché la sua velocità non gli facesse disperdere i suoi inseguitori. I quali continuavano a restare completamente all'oscuro che egli li stava usando, al fine di vederli sparire per l’eternità. Il dio dell'astuzia, quindi, tenendosi sempre alle calcagna le due sprovvedute divinità, volava dritto verso l'Abisso dell'Oblio. Ma, ad un certo punto, egli era ricorso ad una specie di artificio, tramite il quale si era ritrovato alle spalle delle due divinità inseguitrici. Né esse se n'erano accorte, poiché avevano seguitato a vedere davanti a loro l'astuto dio, senza sospettare che si trattava solo del suo riflesso. Ma, oltre ad ingannare i due divini amici con l'espediente del riflesso, Kavor si era adoperato per confondere la loro mente. In questo modo, essi vivevano una realtà distorta delle loro azioni ed operavano in uno spazio travisato. Quest’ultimo, in effetti, era irreale, ossia non era quello che i suoi divini inseguitori credevano che fosse. Quando poi il dio dell'astuzia era stato certo che entrambi erano in sua balia e che vedevano unicamente quello che egli voleva che vedessero, aveva spinto il suo riflesso ad imboccare l'Abisso dell'Oblio. Nello stesso tempo, lo aveva fatto apparire a Vend e ad Elmit come una comune voragine, per cui essi non avevano esitato ad introdursi in essa, anche se il loro comportamento era apparso un fatto strano. Proprio quando il dio del sospetto avrebbe dovuto sospettare, al contrario, egli aveva evitato di farlo! In realtà, era avvenuto quanto si riporta qui appresso. Mentre il riflesso del dio Kavor era scomparso un attimo prima d'introdursi nella voragine che conduceva ad Inesist, le due divinità giocate vi si erano lanciate senza alcuna esitazione, rimanendone intrappolate per l'eternità. In questo modo, grazie al suo ingegnoso espediente, il dio dell'astuzia era riuscito nel suo intento.

Nei giorni successivi, la dea Drise invano aveva cercato dappertutto suo fratello Vend e l'amico Elmit, poiché non era riuscita a trovarli in nessun posto. Anche le altre divinità dell'Empireo si erano stupite della loro improvvisa scomparsa, sebbene per molti essa non costituisse una gran perdita. Alla fine la dea della felicità aveva voluto rivolgersi all'eccelso Kron, visto che egli era il solo che avrebbe potuto rintracciarli. Il dio del tempo allora aveva voluto accontentarla ed aveva iniziato la loro ricerca. Così era venuto a conoscenza del tranello che il dio Kavor aveva teso loro. A suo avviso, il dio dell'astuzia era stato obbligato a tenderglielo a buon diritto, per cui non aveva esitato a giustificarlo. Però il dio Kron aveva solo riferito alla dea che il fratello e il suo amico avevano voluto gettarsi volontariamente nell'Abisso dell'Oblio, senza spiegarle l’intera vicenda. Soprattutto le aveva tenuto nascosto il marchingegno che il secondogenito della dea Lux aveva operato a loro danno, condannandoli all’inesistenza.

Quanto a Ponkar, il dio della tenacia, per certi versi, anch’egli era da considerarsi una divinità interessante. Intanto cominciamo con l’affermare che egli aveva un carattere adamantino e tenace, una personalità forte, un portamento fiero e serioso, una condotta rigorosa. Inoltre, era schivo di onori e rifuggiva lo spirito di protagonismo, anche se emulava volentieri quelli che si mostravano più in gamba di lui. Insomma, era il tipo che non accettava compromessi e neppure era incline a desistere di fronte alle difficoltà, portando sempre a termine ogni impresa intrapresa. Naturalmente, molte di tali sue doti, per la loro manifesta intransigenza, stavano sul gozzo ad alcune divinità. Le quali, perciò, finivano per nutrire una profonda antipatia verso il terzogenito della dea Lux. Tra le divinità che non lo vedevano con particolare simpatia, il più morboso di tutti si mostrava Erud, il dio della semplicità. Egli gli rimproverava appunto quella sua serietà ad oltranza che non dava nemmeno il più piccolo spazio a qualche tipo di facezia o frizzo, al fine di rendere la sua conversazione con gli altri più lepida e briosa. Invece, sempre e in ogni luogo, lo si scorgeva far mostra del suo atteggiamento castigato e sussiegoso; mentre era molto difficile vederlo disponibile al lazzo e allo scherzo giocoso. Tutte le altre divinità, compreso Erud, gli riconoscevano la ferma determinazione e la grande perseveranza nel perseguire i suoi obiettivi. Inoltre, ne ammiravano la capacità di far valere le sue idee e di portare avanti i propri propositi. Come era noto a tutti, fin da quando era ancora un divetto, non erano mancati al dio Ponkar il contegno e il sussiego. Anche se egli li aveva voluti assumere come abito esteriore, più di ogni altra cosa, la costanza si era rivelata la sua dote caratteristica. A tale riguardo, si raccontava di lui un episodio abbastanza divertente che ora apprenderemo volentieri pure noi, certi che non ci dispiacerà affatto ascoltarlo.

Un giorno Ponkar era tutto preso a litigare con il fratello maggiore Kavor e in nessun modo voleva cedergli la ragione. L’argomento di discordia stava riguardando il rispetto verso i fratelli più grandi. Il dio dell'astuzia asseriva che i fratelli minori erano tenuti, sempre e in ogni caso, a rispettare i fratelli maggiori. Invece egli era di tutt’altro avviso perché riteneva che il rispetto stava dalla parte solo del giusto e non anche dell’anziano. Per cui, se un fratello maggiore accampava delle pretese assurdamente ingiuste, il fratello minore poteva benissimo non sottostare alle sue assurdità; doveva rifiutarsi, senza pensarci due volte. Nel loro caso specifico, l’elemento di contrasto era la pretesa del dio Kavor di poter disporre dei fratellini, ogniqualvolta lo decidesse; mentre essi non potevano sottrarsi a tale obbligo. Ponkar, da parte sua, sosteneva la tesi che per lui non era un dovere ubbidire a tutto ciò che il fratello maggiore gli comandava. Semmai quel suo prestarsi alla volontà del fratello, quando egli era in vena di accontentarlo, andava considerato una mera forma di cortesia. Siccome durava da moltissimo tempo quella vivace e dibattuta discussione che vedeva un agguerrito Ponkar contrapporsi tenacemente al fratello Kavor, era intervenuta la madre Lux a farlo smettere. Ella, vedendo che il divetto non era disposto a cedere neppure di un millimetro nella difesa della sua tesi contro il fratello maggiore, aveva cercato di farlo ragionare con il suo autorevole intervento.

- Ora basta, Ponkar! Non ne posso più di questa tua testardaggine! Lo sai che è opinione comune che i fratelli minori debbano rispettare quelli di maggiore età. E anche tu dovrai adeguarti ad essa, pur essendo di parere contrario! Mi sono spiegata una buona volta per sempre?

- No, madre, – l’aveva contraddetta il figlio ripreso – io non sono d’accordo con questa opinione e non mi adeguerò mai ad essa! Nessuno può imporre ad un altro ciò che non ritiene giusto. Se un mio fratello, sia egli più grande o più piccolo, vuole dei favori da me, egli se li deve prima meritare perché non sono disposto a concederglieli come atto dovuto!

- Non m’interessa ciò che pensi tu, Ponkar. – aveva teso a zittirlo la madre – Adesso l’ordine ti proviene da me e perciò sei tenuto ad ubbidire ad esso senza protestare! Mi hai intesa?

- No, madre mia! Neanche a te sono disposto a cedere, se ritengo ingiusti i tuoi comandi. E siccome sono convinto che la mia idea è quella giusta, io mi batterò per essa a oltranza!

- Ma, con i miei iperpoteri secondari, potrei costringerti a fare tutto ciò che voglio io, Ponkar! Oppure potrei bloccarti l’esistenza per un tempo molto lungo, cioè fino al tuo ravvedimento. In questo modo, vorrei sapere da te come faresti a continuare a difendere la tua idea!

- Madre, è vero che potresti provocare guai del genere alla mia esistenza; ma lo stesso tu non mi piegheresti alla tua volontà. Io non voglio sentirmi un'entità esistente ed attiva, se poi devo risultare perdente e senza poter decidere liberamente. Preferisco allora vedermi come un’entità impossibilitata ad esistere e ad agire, ma vincente e non sottomessa alla volontà altrui!

Alla fine la dea Lux si era convinta che, con quel figlio, non c’era niente da fare perché era fatto a modo suo e bisognava lasciarlo stare. Ma dopo, riflettendoci meglio, aveva concluso che egli non aveva tutti i torti a comportarsi in quel modo. E poi era giusto ritenere il suo terzogenito dalla parte del torto, solo perché era disposto a difendere a spada tratta le proprie convinzioni? Da quel giorno, ella aveva cominciato a considerarlo il dio della tenacia.

Passando al quartogenito della dea Lux, egli si distingueva per il suo coraggio. Il dio Vaulk eccelleva allo stesso tempo anche in temerarietà. Per questo motivo, dava filo da torcere a tutti i suoi avversari. Ma, oltre ad essere coraggioso e temerario, egli si dimostrava un combattente intrepido e un avventuriero audace. Erano tantissimi gli episodi, nei quali Vaulk aveva dato prova di un coraggio straordinario. Tutti, però, preferivano ricordare quello che ora ci affrettiamo ad apprendere pure noi.

Quando era ancora un giovane dio, Vaulk aveva la sua numerosa cerchia di amici, con i quali spesso s’intratteneva a conversare o a discutere su vari argomenti. Un giorno, però, la discussione aveva finito per vertere sul coraggio. Così ogni divo aveva voluto dire la sua su tale ammirevole dote e lo stesso aveva fatto l’ultimogenito della dea Lux. Ma egli, a differenza degli altri divi, forse per distinguersi da loro, aveva voluto esagerare, dandosi ad esaltarlo fino all’apoteosi. La qual cosa aveva spinto l’amico Rout a domandargli:

- Per te, impavido Vaulk, esiste qualche prova che ti farebbe venir meno l’ardimento e perciò rinunceresti ad affrontarla? Io penso che qualcuna ce ne sarà senz’altro anche per te!

- Ti assicuro, amico mio Rout, che una prova di questo tipo deve essere ancora inventata!

- Allora vuol dire che pregherò mio padre Lurk, che è il dio dell’invenzione, d’inventarla per te, Vaulk! Così dopo non potrai più vantarti spudoratamente, come stai facendo adesso!

Subito dopo era intervenuto nella conversazione anche Selt, il figlio di Penz, che era il dio della verità. Egli, con una certa malizia e provocatoriamente, si era rivolto a tutti, dicendo:

- Voi gli credete? Io dico che già c’è una prova del genere che lui non affronterebbe mai!

- È così che la pensi, Selt? – lo aveva ripreso Vaulk – Allora dimmi qual è questa prova ed io ti dimostrerò che l’affronterò senza esitazione alcuna! Dovesse anche costarmi l’esistenza!

Incuriositi dalle parole del loro compagno, gli altri divi gli si erano rivolti gridando:

- Su, dicci immediatamente qual è questa prova, Selt! Siamo ansiosi di conoscerla pure noi!

- Sono convinto – aveva affermato il figlio del dio Penz – che il nostro amico Vaulk non avrebbe mai il coraggio di buttarsi nell’Abisso dell’Oblio! Perciò esiste la prova che egli non avrebbe il coraggio di affrontare! Credevate che scherzassi, amici? Invece non era affatto così!

A quella affermazione, tutti erano ammutoliti all'istante e si erano sentiti raggelare nell’intimo. Dei presenti, però, solo Rout si era sentito offeso, dal momento che quella prova era da ritenersi del tutto assurda e degna di nessuna considerazione. Chi l’aveva proposta, tra l’altro, celava in sé molta cattiveria per il semplice fatto che egli appositamente invitava un amico a suicidarsi. Ma poi egli aveva temuto che l’asserzione di Selt potesse facilmente far leva sull’orgoglio e sulla fierezza del compagno d’infanzia, spingendolo magari a commettere l’insano gesto. Perciò si era precipitato a reagire allo scellerato che gli aveva suggerito una prova così bestiale e completamente da incosciente. Quindi, temendo seriamente che la sua natura orgogliosa potesse spingere l’amico a non ragionare con discernimento, Rout aveva voluto evitare che essa venisse presa sul serio da lui. Per questo si era rivolto al proponente, dicendogli:

- Selt, avrai di sicuro perso i lumi della ragione, se hai voluto tirare fuori questa tua folle trovata! Come gli altri nostri amici possono rendersi conto, tu stai proponendo al mio amico una prova di dissennatezza e non di coraggio! Oppure Vaulk ti sta sullo stomaco e saresti quindi particolarmente felice, se egli ponesse fine alla propria esistenza luxaniana? Su, dillo!

Ma, prima che il figlio del dio Penz potesse contrattaccare il divo Rout e giustificarsi per la propria prova proposta, il divo Vaulk , all’improvviso, si era messo a gridare a tutti gli altri:

- Neppure Inesist può incutermi timore! Ora, io ve lo dimostrerò senza ombra di dubbio!

Esprimendosi così, il quartogenito della dea Lux si era messo a volare in direzione dell’Abisso dell’Oblio, con gli amici che gli andavano dietro. Ma non si sapeva con quali intenzioni, ossia se per sconsigliarlo o per verificare, visto che era il solo divo Rout ad urlargli alle spalle:

- Non farlo, Vaulk, amico mio! La tua non è altro che una pura pazzia! Nessuno mai potrà dirti che non hai fegato, solamente perché hai rinunciato a gettarti nell’Abisso dell’Oblio! Per rinfacciartelo, egli dovrebbe prima dimostrarti che lui ha avuto il coraggio di farlo! Il che gli sarebbe impossibile perché, se lo avesse fatto, non potrebbe più trovarsi in Luxan ad accusarti!

Dunque, le cose si mettevano male per l’ultimogenito della dea Lux, quando il dio Kron si era accorto in parte di ciò che stava avvenendo tra quei divi scalmanati. Avendo poi voluto saperne di più, egli aveva rincorso a ritroso lo svolgimento dei fatti. Così era venuto a conoscenza del folle gesto che stava per compiere lo sconsiderato figlio dell’amica Lux. Allora non aveva esitato a salvarlo, riuscendo a fermarlo per un pelo, mentre egli era in dirittura di arrivo. Ad un tratto, Vaulk prima si era sentito arrestare di colpo da una forza imponente e poi si era visto scaraventare dalla medesima in un posto distante dalla voragine di Inesist. Lo strattone era stato tale che lo aveva perfino stordito in parte. Infine tutti avevano scorto l’eccelso Kron, mentre rimbrottava con voce grave l’incauto figlio dell’amica con le seguenti parole:

- Che cosa credevi di dimostrare, Vaulk, con il tuo biasimevole gesto? Sappi che si suicidano solamente le divinità deboli e codarde, ma mai quelle forti e coraggiose! Perciò il tuo proposito non era una prova di coraggio, bensì una dimostrazione di viltà e di stolidezza. Buttandoti nell’Abisso dell’Oblio, tu non avresti compiuto alcuna azione ardita. Al contrario, avresti solo arrecato dolore e sconforto ai tuoi familiari e ai tuoi veri amici, come Rout. Unicamente ai falsi amici, come Selt, avresti invece apportato un grandissimo piacere! Ma come puoi tacciare di codardia tutti coloro che non si gettano nell’Abisso dell’Oblio? Per te, anch’io allora sarei un imbelle, solo perché non oso fare il perverso salto nell’oblio di me stesso? Non sono mica un disperato che cerca di disfarsi della propria disperazione, ricorrendo ad Inesist! Perciò devi rendertene conto, Vaulk, che essere coraggioso non significa buttar via la propria esistenza senza alcun motivo valido; ma solo per dimostrare agli altri di non aver paura di niente!

Le parole del dio Kron avevano avuto il loro effetto benefico sul divo, il quale si era così capacitato del grave errore che stava per commettere. Egli aveva compreso che il suo gesto era da considerarsi solo scapato perché non aveva nulla di coraggioso e di temerario. Per questo si era ripromesso che in seguito non sarebbe mai più caduto in un errore così grossolano che di certo non faceva onore ad un dio del suo calibro. Inoltre, sarebbe stato attento a non accettare più sfide da parte di chi l’odiava a tal punto da non volerlo esistente nella realtà di Luxan.

4-CACCIATA DA LUXAN DEL DIO BUZIUR E DELLA DEA CLOSTIA

Prima di passare a menzionare gli dèi che facevano parte dello Stato Maggiore delle divinità malefiche, è opportuno soffermarci a parlare del dio Buziur e della sua divina consorte Clostia. L'uno e l'altra erano da considerarsi le due divinità più importanti di Tenebrun. La loro storia, come vedremo, era proceduta di pari passo e con una comunione d'intenti e di episodi. I quali avevano finito per legare le loro esistenze allo stesso destino. Si è già avuto modo di accennare al motivo, per cui Buziur era stato cacciato da Luxan. In realtà, però, la sua disubbidienza al dio Kron e il suo mancato rispetto a Splendor avevano rappresentato le due gocce che avevano fatto traboccare il vaso. L’intera esistenza di Buziur si era contraddistinta per fatti e detti poco ortodossi, dei quali egli si era reso autore in continuazione. Così, alla fine, si era meritato, da parte delle altre divinità, l’appellativo di “dio della ribellione”, anche se già era dio dell'orgoglio. Possiamo dire che la sua condotta non aveva peccato in maniera così grave, da spingere immediatamente Splendor ad occuparsi del suo caso e ad infliggergli una punizione esemplare. A volte finanche le sue uscite avevano mirato a ridicolizzare l’ortodossia vigente in Luxan. In questo luogo, a parer suo, tutto si presentava stereotipato, sottoposto ad una convenzionalità ammuffita e privo del senso della creatività. Può darsi che i suoi iperpoteri secondari gli avessero dato alla testa, facendogli credere di poter dire e fare in Luxan tutto quanto gli passava per la testa. Ma, senza considerare quelle sue pecche ora lievi ora azzardate, si poteva affermare che il dio Buziur aveva un carattere niente male. Il quale lo rendeva una delle divinità più simpatiche e capace di farsi voler bene più delle altre. Con il suo modo di fare, il dio ribel
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