Category: Racconti FantasyItalia
Review Title: Il Nerkàin


Il Nerkàin

I
L'Età del Sangue

Era venuta la quarantesima indizione che l’impero era ancora solido ed Alderòs governava le terre che aveva conquistato in secoli di gloriose conquiste con mano ferma e giusta. L’anno successivo, però, preannunziata dal comparire in cielo di una strana cometa sanguigna che macchiò il cielo notturno per tutti i mesi invernali, venne la tragedia e l’inizio del caos. Con molto rumore e terrore degli scampati la capitale imperiale svanì nel nulla. Al posto della più orgogliosa delle città e di gran parte della sua campagna circostante, rimase e rimane tutt’ora un immane cratere dal fondo di nuda roccia.
I barbari che erano stati soggiogati dopo la vittoria delle Pianure di Asfhali e che già si erano rassegnati a servire nuovi padroni nelle diverse province in cui erano stati dispersi, si mossero in rivolta e con loro si unirono ben presto masse di poveri e disperati. L’unità dei culti che avevano garantito l’integrazione e l’armonia fra le diverse etnie dell’impero iniziarono ad accusarsi a vicenda della responsabilità della tragedia; ciò seminò l’odio fra popoli diversi, di pieno diritto di cittadinanza. Due anni dopo la scomparsa della capitale dell’impero, la provincia valligiana del Numarsk chiuse i cancelli degli alti passi d’accesso; le guarnigioni numarske si separarono dall’esercito - con clangore di armi e spargimento di sangue - e fecero tutte rotta verso il nuovo regno dichiaratosi indipendente. Pochi furono gli ammutinati che riuscirono a tornare nelle loro case, purtuttavia la perdita per l’esercito imperiale fu grave, trovandosi menomato nei ranghi senza avere combattuto neanche una battaglia. Sedare le rivolte interne divenne un lavoro sempre più gravoso e difficile da assolvere. Il seggio del Sommo Prelato rimase vacante, anzi, venne distrutto dalla furia di un gruppo di fanatici a Nimìd, la pace fra i diversi culti erano definitivamente infranta dopo secoli di pacifica e proficua convivenza.
Il quarto anno dalla catastrofe anche la vecchia provincia di Nimitie si staccò dal resto del sussultante corpo dell’impero, dichiarandosi regno indipendente sotto la dittatura del locale comandante militare; fu il segnale per l’inizio della guerra civile, generalizzata e senza distinzione di alleanze o di un nemico preciso. Tutti temevano il prossimo suo vicino; con la vacanza di una guida spirituale certa ed il decadere dell’insegnamento dei cultori di Hriott, il senso della morale crollò ovunque. Alla guerra seguirono fame e malattia.
Le uniche isole di ordine e di pace, le uniche istituzioni che ancora riuscivano a riunire in se - in concordia - individui di etnia, religione e lingua diverse, furono in quegli anni sventurati le gilde degli Ermeti. Gli studiosi del fuoco, acqua, terra ed aria, avevano sorretto il trono di cristallo di Alderòs insieme ai poteri militari e religiosi; le varie gilde avevano ottenuto nei tempi donativi in terre e palazzi, fortezze e cespiti dello stato.
Per i cinque anni di caos che esplose improvviso dalla scomparsa, o distruzione, della capitale imperiale, i palazzi e le fortezze dei maghi delle quattro gilde furono assediate da civili e guerrieri che premevano per trovare un impiego al loro servizio. I più poveri arrivarono persino a vendersi come schiavi agli ermeti, iniziando così una fosca abitudine che difficilmente verrà estirpata secoli più avanti.
Il sesto anno passò come una tempesta attorno alle isole di ordine costituite dai possedimenti ermetici. Nessuno osava, dopotutto, importunare fortificazioni erette col potere della magia, presidiate da eserciti che conservavano l’antica disciplina e furore battagliero, sotto la protezione degli ermeti.
Qualcuno all’interno delle mura protette dalla magia osò, forse, sognare che da quei semi di potere ed ordine potesse rinascere, un giorno non troppo distante, un nuovo impero capace di garantire Pace e Giustizia a tutti i popoli di Taleth, la terra fra i mari cerchianti.
Ma fra gli alti concili degli ordini ermetici iniziò a serpeggiare una domanda foriera di futura sventura. Quale delle quattro gilde avrebbe avuto il predominio sulla futura ricostruzione? Quale era delle quattro arti la più potente?. Durante il tempestoso sesto anno dalla catastrofe gli ermeti avviarono contatti fra le diverse gilde, cercando un accordo. I contatti, però, si tramutavano sempre in dispute che non portavano a nulla. Il Fuoco e l’Aria pretendevano il riconoscimento della propria supremazia; l’Acqua stava a guardare mentre la Terra proponeva sempre nuovi compromessi, sempre troppo pacifici, troppo ragionevoli.
Giunse il settimo anno dalla scomparsa di Alderòs, una strana quiete sembrava avere colto i regni e le varie fazioni che avevano lacerato e devastato terre e popolazioni. Durante il primo mese di primavere di quell’anno i contadini sui colli a nord dell’importante centro di Derkel giurarono di aver visto l’acqua dei locali laghi bollire ed i pesci perire gettandosi fuori. Nella confusione generale quel segnale passò quasi inosservato eppure fu proprio da quelle contrade che un nuovo incubo iniziò a mietere vittime. Cadaveri di uomini ed animali, orrendamente sfigurati, vennero ritrovati dal mese successivo. I paesi attorno a Derkel sprofondarono nella paura della notte e del cacciatore che vi allignava. Alcuni sussurravano che un demone era stato evocato dalle profondità del Nerg e che una nuova guerra era sul punto di cominciare, più terribile e devastante delle precedenti appena conclusesi.

A sud est di Derkel, incassata fra le alte spalle rocciose della Gola Mugghiante, stava la superba fortezza di Vurlaq, uno dei principali centri sotto il controllo degli Ermeti della Terra. Di qualsiasi incubo si bisbigliasse nelle campagne circostanti, gli abitanti della cittadella e delle campagne circostante - al controllo della prima sottoposte -, si sentivano protetti. Niente aveva osato attaccare un possedimento degli ermeti e nessuno sarebbe stato tanto folle da attaccare una fortezza dei maghi della terra in un luogo ove il loro potere era più forte. Vurlaq era una fortezza complessa e possente, le sue mura misuravano trenta piedi in altezza e quaranta di spessore alla base, assolutamente lisce e protette dai sigilli che i migliori adepti della gilda vi avevano posto. No gli abitanti della fortezza non temevano nemmeno il cacciatore che mieteva vittime nella notte. Il demone in seguito tristemente identificato con il nome di Nerkàin, il Mietitore Infernale che avrebbe fatto piombare l'umanità in quella che noi posteri chiamiamo ora l'Età del Sangue

II
Tina e Lian

- Apri solo se senti la mia voce, Tina. - gli disse il suo fidanzato, così deciso, così bello nell’armatura nuova di cuoio lavorato e rinforzi dorati. Fuori si sentivano strani rumori, come delle voci strazianti, urla di morenti; era ovviamente uno scherzo del dannato vento che imperversava così spesso nella gola ove sorgeva la fortezza, questa era almeno l’opinione di Tina, ma Lian era il capo delle guardie delle mura, aveva il dovere di controllare che tutto fosse a posto.
- Apri solo se senti la mia voce -, le aveva detto con la mascella serrata per la tensione e lei non aveva dubitato nemmeno per un secondo che lui potesse correre un qualsiasi rischio, non quella notte in cui si erano finalmente decisi ad affrontare il padre di lei, il comandante della guarnigione, per chiedere la sua benedizione. I due erano davvero innamorati e speravano di potersi sposare entro la fine della prossima estate. Tutto sarebbe andato bene. Doveva andare tutto bene.

- Certo Lian, - rispose solerte Tina, - farò come dici tu, caro. Sta attento -.Uscito lui, la ragazza s’affrettò a serrargli la porta dietro.
Andar sentì dietro di sé il rumore della serratura che si chiudeva, con i suoi scatti inconfondibili. Sospirò e si costrinse ad andare avanti. Aveva sentito delle voci nel vento e non era tanto disposto, come Tina, a pensare che si trattasse solo di uno scherzo della corrente impetuosa che soffiava per la gola. Troppe notizie d’accadimenti misteriosi si erano sparse per quella regione dell’impero, negli ultimi giorni, e poi Lian sapeva di avere degli uomini fidati al suo comando, se stava succedendo qualcosa doveva controllare. D’altronde, con l’acrimonia sempre crescente fra le scuole di magia ermetiche non si poteva mai dire, se - ad esempio -, gli ermeti dell’aria avessero deciso di fare un attacco a sorpresa. Chi poteva mai dire in quale forma tale attacco si sarebbe manifestato?
Naturalmente c’era anche l’altra possibilità che gli si affacciava ai bordi della mente, l’ultima che avrebbe desiderato affrontare: il Cacciatore, quella cosa che aveva seminato cadaveri orrendamente mutilati per tutta la regione, aveva deciso di fare una visita di cortesia anche a loro. Non ci voleva pensare, non voleva nemmeno prendere in considerazione quella possibilità, non prima, almeno, di avere controllato la situazione.
Avrebbe trovato Askal e Thorim seduti sul pavimento del camminamento ad ubriacarsi col cordiale, avrebbero uscito la vecchia scusa del freddo, e lui, per una volta, non li avrebbe puniti, anzi, forse si sarebbe fatto un goccetto anche lui. Un goccetto per brindare ad una paura rivelatasi, fortunatamente, vana. Sorrise alla sua fantasticheria e girò l’angolo d’entrata al parapetto delle mura.
Le torce attaccate al muro si stavano spegnendo, la luce da loro emanate era troppo fioca, ed egli non riusciva a vedere bene il corridoio che gli stava davanti. Avanzò di un paio di passi, brancolando come un cieco. Doveva raggiungere il cesto dove erano tenute le torce di ricambio, erano solo pochi metri, non c’era motivo di temere alcunché.
Urtò qualcosa col piede. Che cosa poteva essere? Rimpianse, per la prima volta, l’assenza di un sacerdote fra gli effettivi della fortezza, ma la sua mentalità militare lo costrinse ad ignorare quel pensiero per dedicarsi a problemi più pratici ed impellenti: la luce.
La fiammata rassicurante della torcia, finalmente accesa, non servì certo a fugare i suoi timori. La luce gli portò orrore.
Con metodica scienza la Belva aveva ucciso e poi squartato i corpi d’Askal e Thorim, i miseri resti delle due guardie di turno erano attaccati al muro. Il sangue era la nuova vernice, le ossa erano conficcate fra i mattoni come supporti e mensole sopra le quali campeggiavano gli organi interni.
Si portò la mano libera alla bocca per frenare il conato che gli esplodeva dentro. La sua paura più nera si era materializzata: il demone - non poteva essere altro che quello - aveva iniziato la mattanza entro i superbi muri di Vurlaq. Stette ancora alcuni secondi a fissare inebetito la nuova tappezzeria del camminamento. Vomitò ripetutamente e ciò riuscì a smuoverlo dall’apatia che lo stava pervadendo.
Doveva dare l’allarme, c’erano altri soldati, c’erano gli stregoni. Si, gli stregoni, ci avrebbero pensato loro a fermare quell’incubo!
Corse alla base delle scale ove stava uno dei tanti gong d’ottone che servivano a dare l’allarme in caso d’attacco. Prese dal suo contenitore il battente e lo picchiò con tutte le sue forze contro il disco bronzeo.
- Sveglia, sveglia! - urlava con tutto il fiato che aveva in gola, - Pericolo. Morte. Fuoco. Nemico sulle mura! Sveglia guerrieri di Vurlaq, il nemico è dentro le mura! - il vento e la foga però non gli fecero notare lo strano rumore emesso dal gong.
Aspettò fiducioso che dalle porte e dalle finestre delle strutture davanti a lui s’adunassero i suoi compagni; che i volti barbuti degli ermeti della terra che serviva s’affacciassero dalle finestre superiori delle torri, ma nulla accadde nel cortile principale della settore nord della fortezza. L’unica entità viva in quel luogo, oltre ad Andar e al suo terrore, era il solo vento.
Sopra, oltre le pareti rocciose che delimitavano la gola su cui sorge la fortezza, il cielo si era fatto grave di nubi tempestose. Presto fulmini iniziarono a battere la terra sconvolta. Alla luce di quelle fiamme livide il guerriero vide il pavimento del cortile lastricato da ossa, già spolpate, prive pure della più piccola traccia di sangue.
Da una delle finestre illuminate dell’edificio cadde un corpo pesante, esanime, subito dopo lo seguì un’ombra di viva oscurità; questa, erettasi per tutta la sua considerevole altezza, si chinò sul corpo che l’aveva preceduto nella caduta e iniziò a lavorarvi sopra.
Era il Nerkain e aveva in buona parte ucciso tutti gli abitanti della fortezza senza che questi se ne rendessero conto. Impietrito dalle dimensioni della catastrofe che si era abbattuta su di lui e sui suoi progetti Andar si rese conto di essere probabilmente - insieme a Tina - l’unico superstite della, una volta potente, fortezza.
Proprio ora, meditò, ora che mi stavo sistemando. Ero quasi riuscito a convincere il padre di quella deficiente ad acconsentire al matrimonio. Riuscì a vincere la paralisi che l’aveva colto abbastanza per permettere alla sua testa di girarsi verso la torre dalla quale era uscito, i fulmini illuminavano la porta dietro la quale stava la sua fidanzata. Una volta sposato avrei potuto finalmente fare una vita decente, avrei avuto soldi da spendere e non sarei stato costretto ad impugnare zappa o spada per trovare di che vivere. Non è giusto. Devo sopravvivere!
Quell’ultimo pensiero riuscì a riscuoterlo dal pericoloso torpore che l’aveva colto. Realizzò di dovere raggiungere la ragazza e, dai passaggi che dalla torre conducevano ai cunicolo scavati nella roccia. Iniziò a muoversi con circospezione, lo sguardo fisso sulla Belva al lavoro sul cadavere. Si concentrò al massimo sui suoi passi: non poteva permettersi di produrre alcun rumore.
Arrivò ai gradini di roccia che conducevano al pianerottolo antistante la porta dietro la quale Tina lo stava aspettando. Il vento però cadde d’un tratto, anche i fulmini si presero una pausa dal loro continuo martellare; chiaro e udibile pervenne alle orecchie di Lian il raschiare d’artigli sulle ossa, il rumore raccapricciante di tendini e muscoli strappati con forza. Si voltò di scatto per tenere d’occhio il demone. Sembrava non essersi accorto ancora di lui, poteva avanzare, ma il sudore gl’imperlava la fronte, sentiva i propri nervi avere raggiunto il limite della resistenza.. Si costrinse ad avanzare, guardava l’immagine della porta davanti a lui come fa il marinaio con il faro durante una notte tempestosa.
Un gradino, due; tre gradini e ancora andava tutto bene, ne mancavano ancora sette per finire la prima rampa e poi doveva scalarne ancora un’altra, prima di raggiungere la porta, la salvezza. La speranza fiorì nel suo cuore. Ma ora stava iniziando a piovere. Piccole e rade gocce in principio, seguito dopo pochi secondi da uno scroscio di grosse lacrime raggelanti. Lian non le sentiva, era arrivato al primo pianerottolo e ancora il mostro non aveva dato segni di essersi accorto del giovane capitano.
Come spesso accade, troppa fiducia associata ad una folle speranza vissuta da un corpo allo stremo delle forze, tradirono Lian: scivolò sul pianerottolo e cadde sul sedere, con un breve grido di stupore. Passarono attimi di terrore puro. Il vento ricominciò a soffiare violento fra i fianchi della gola. Il guerriero tornò a voltarsi verso il fondo dl cortile per trovare gli occhi gialli del Nerkàin fissi su di lui, le pupille verticali strette per la concentrazione.

La corsa iniziò immediatamente. Volte le spalle alla sua morte Lian si fiondò sui gradini che ancora lo separavano dalla salvezza. La porta ora sembrava un porto lontano ma doveva arrivarci a tutti i costi: non poteva, non doveva, finire a quel modo!
Raggiunse la porta con il cuore che gli batteva nelle tempie. Gli bastava ormai abbassare la maniglia, dare una piccola spinta e balzare dentro, per salvarsi da quell’incubo. Ancora non l’aveva visto, il mostro che gli dava la caccia, la belva che aveva sterminato quasi tutta la guarnigione di Vurlaq, questo forse stava a significare che le possibilità di salvezza non erano del tutto esaurite. Ma la speranza che l’aveva pervaso fu soffiata via come una candela esposta al vento. Quando Lian provò ad aprire la porta la trovò chiusa. Ovviamente lo era, l’aveva detto lui a Tina di serrarsi dentro.
Iniziò immediatamente a tempestare il legno della porta di pugni e calci, ormai aveva perso qualsiasi ombra d’autocontrollo e il panico era padrone della sua mente. Il vento che aveva ripreso il suo canto mostruoso, riusciva quasi a spostare il guerriero con la sua forza poderosa.
Il vento muggiva per la gola, sommergendo ogni rumore.

Tina aspettava ansiosa all’interno del suo appartamento, nella torre occidentale della fortezza. L’ansia la soffocava, non era forse vero quel che si diceva sul demone cacciatore? Che uccideva chiunque, uomini od animali, inermi o corazzati che fossero? Cosa avrebbe potuto fare il suo amato Lian se si fosse trovato sulla strada di quel mostro?
Ma farsi certe domande, soprattutto quando non si può fare altro che aspettare, è inutile. Pertanto la ragazza decise di distrarre la propria mente dalle sue preoccupazioni, e da quell’orribile ventaccio fracassone, immaginandosi la vita coniugale che avrebbe sicuramente vissuto col suo uomo, fra un mese all’incirca. Sempre se suo padre avrebbe acconsentito naturalmente.

Cos’era quel rumore? Tina si voltò, col cuore in gola, verso la porta. Sembrava il suo di passi pesanti sulla rampa che s’arrampicava per la torre, fino al suo alloggio. Tina tese le orecchie per alcuni secondi, concentratissima, ma lì fuori c’era tempesta e subito la ragazza pensò d’avere fatto confusione con il suono del tuono. Con un gran sospiro la futura moglie del capitano delle guardie riprese a fantasticare sul suo futuro.
Si sarebbero sposati che ancora il pancione non si sarebbe visto molto, - nel mese della mietitura del frumento -, segno di buon auspicio per le future madri. Sarebbero andati a vivere nella piccola casa di lui, appena fuori la cinta muraria di Derkel. Certo, all’inizio sarebbe stato difficile, con le ristrettezze economiche e le attese infinite per il ritorno del marito; avrebbe dovuto crescere il bambino da sola, ma questo non la spaventava troppo.
In un certo senso il tutto aveva un’aria romantica, da vecchia ballata, e poi, qualsiasi sarebbero state le difficoltà, lei sarebbe rimasta accanto al suo Lian, era troppo prezioso per lei. Una benedizione piovuta dalle stelle, era. Nessuno mai, infatti, l’aveva guardata con interesse, Tina era pienamente cosciente di non essere la donna più affascinante del mondo, sapeva d’essere troppo grassa, e troppo rosea di carnagione, perché qualsiasi uomo potesse desiderare il suo corpo. Ma Lian era riuscito a vedere oltre la sua bruttezza esteriore, l’aveva amata, lui così bello, così giovane, per qualcosa che stava oltre la mera fascinazione della carne. Lei era convinta si trattasse del suo carattere dolce, della ricchezza del proprio essere intimo (Tina aveva anche scritto alcune poesie). Certo, lui era anche un uomo rude e forte, bello con o senza la pesante armatura. Tina aveva scoperto la di lui abilità amatoria che, unita alla sua già citata dolcezza, la colmava d’amore e di felicità per essere amata tanto da un simile maschio d’uomo.

Ora il vento aveva ripreso a mugghiare forte per la gola. Come odiava quel vento! Produceva i rumori più strani e terribili che si possa immaginare. Ora, ad esempio, l’aria furente picchiava sulla porta con forza terribile. Per un attimo la ragazza avrebbe potuto giurare trattarsi di colpi battuti da una persona, le pareva anche d’avere udito urla ed imprecazioni. Ma poi il canto del vento cancellò ogni suono. Si doveva essere sbagliata nuovamente, era solo l’aria che spingeva la porta sui suoi cardini, niente di cui preoccuparsi.
Ma che cosa stava facendo ancora Lian la fuori? Le sarebbe tornato bagnato come un pulcino e lei l’avrebbe dovuto asciugare. Naturalmente sarebbe stato piacevole farlo, ma rischiava di prendersi uno stupido malanno, ora che doveva presentarsi, con tutta la sua dignità d’uomo d’arme e onore - come amava ripetere lui stesso - per affrontare, a viso aperto, il comandante della fortezza. Come avrebbe fatto ad esprimere la sua dignità starnutendo in continuazione?
Le sovvenne un pensiero, tangenzialmente. Era troppo pervasa di spirito ottimistico per prenderlo in considerazione, anche se la innervosì lo stesso. E se il Demone fosse là fuori?
Impossibile, giunse la pronta risposta della sua mente.

Fu svegliata da quelle elucubrazioni da deboli colpi sulla porta. Qualcuno stava bussando, e, in effetti, il vento aveva smesso del tutto di rombare per la gola, altrimenti non sarebbe mai riuscita ad udire un rumore tanto flebile. Corse, senza pensare, alla porta. Stava quasi per aprire, quasi, quando ricordò le parole del suo amato, ‘Apri solo se senti la mia voce.’. Si arrestò in attesa che la voce bassa e sicura di Lian oltrepassasse la parete di legno che li separava, ma essa non venne, al contrario, continuavano quei colpetti leggeri alla porta.
Ora che vi poneva la sua attenzione, Lian, quando bussava le porte vibravano, era un tipo che amava farsi ascoltare chiaramente, non poteva essere lui. Ma, di chiunque fosse la mano tanto esile da produrre un rumore tanto sussurrato, quella non la smetteva di bussare. Non aumentava di forza o di ritmo, continuava imperterrita ad accarezzare la porta, un secondo sì e cinque no. Nel frattempo col vento erano morti tutti i rumori comuni, il ticchettio della pioggia (non aveva forse udito, prima, dei tuoni?), il clangore delle armature vestite dalle guardie di ronda, il chiamarsi reciproco di queste. Il tutto era molto, molto, strano.
La paura ingoiò, lentamente, il suo precedente stato d’euforia. Dunque, piccola, le comunicò la propria mente, forse è venuto il momento di cambiare il tuo concetto di possibile ed impossibile, non credi?
- Forse. - sussurrò.

Tap, tap. Silenzio (cinque secondi). Tap, tap.

Tina iniziava a cedere al panico, aveva paura della persona, - o meglio, della cosa - che bussava, paura del silenzio improvviso (Silenzio di tomba, le ricordò allegramente il proprio cervello). Soprattutto aveva paura d’impazzire e che, se impazziva poi non avrebbe potuto più sposare il suo Lian.
Lian è morto, amore. Le dissero i pensieri che, effettivamente, sembravano aver preso vita e coscienza autonoma, come se fossero ospiti esterni dentro la sua testa, e non frutto di essa.

Tap, tap. Tap, tap. Tap, tap.

Tina si sentiva la testa scoppiare, se la prese fra le mani, stringendola ed urlò di smetterla, di lasciarla in pace, che si doveva sposare.
In risposta le giunse un suono. Uno che non era semplicemente l’eco delle proprie grida - come aveva sospettato all’inizio -, era una voce, maschile (forse).
- Amore, apri. -, sussurrava quella voce roca, quel suono che sembrava più un refolo improvviso che la voce di un essere umano.
E’ Lian, è vivo. Non è morto. Pensò Tina, Oh Dei, si, deve essere così è ancora vivo, si aggrappò a quel pensiero con tutta la forza che la speranza le forniva.
- Sei tu, amore? Lian, piccolo mio, dimmi, sei davvero tu? -
Di nuovo quel suono a metà fra una voce ed un alito di vento.
- Sì -, disse la voce e Tina si sentiva abbastanza terrorizzata da avere bisogno di crederle. Spostò il paletto e spalancò la porta mentre un angolo, non ancora sconvolto, del suo cervello le chiedeva: Che stai facendo?
Ma Tina aveva già spalancato l’odiata porta con il sorriso più grande che avesse mai sfoderato. Peccato che la vista dell’esterno non corrispondesse alle sue attese.

Si era aspettata di trovarselo di fronte, torreggiante nella sua armatura completa, i suoi occhi azzurri l’avrebbero salutata con sollievo ed amore, Quel che invece raccolse lo sguardo di Tina fu il piazzale della metà destra della fortezza lastricato di bianche ossa, lucenti sotto la luce delle tre lune in cielo a quell’ora e dopo la pioggia che, evidentemente, doveva essere caduta fino a pochi minuti fa. Le luci di molte stanze animava gli occhi aperti dell’edificio a sud, quello ove erano situati gli alloggi della truppa. Non c’era nessuno a ricambiare il suo sguardo.
Eppure qualcuno doveva esserci, chi aveva bussato per tutto quel tempo se no?
Abbassò gli occhi al pavimento, confusa, e rimase raggelata. Aveva trovato gli occhi di Lian.
Con una mano che a coprire la bocca tremante, Tina osservò l’opera del misterioso scultore che aveva trasformato il suo futuro marito in qualcosa di diverso e sicuramente inanimato.
Vi era - sopra una pozza di sangue - una specie di scrigno dalle costolature d’ossa, la copertura fatta di muscoli vermigli. Il coperchio era sormontato da un teschio, tanto pulito da essere lucido. Non c’era un solo pezzo di carne sopra le ossa, ma erano stati lasciati gli occhi azzurri, inconfondibili, della sua promessa di un futuro dorato.
Avrebbe voluto urlare, vomitare, piangere e ridere (pazzamente), tutto allo stesso tempo. Invece, stregata dal fascino orripilante dell’opera, si chinò sullo scrigno e inspiegabilmente lo aprì. Una piccola parte della sua razionalità la stava indubbiamente informando che stava impazzendo, ma il resto del suo essere accolse quell’informazione con sollievo. Sarebbe stato bello impazzire, e lasciarsi tutto quell’orrore alle spalle.
Ma la coscienza, seppure gravemente ferita, stava ancora li, ad ammirare l’interno del orrido scrigno. Dentro, infatti, stava su un cuscino di budella ricciute, il cuore del suo amore. Stava li, come il più grosso rubino del mondo.
- Amore. - sussurrò il vento alle sue spalle. Le porte sul nulla della mente di Tina si spalancarono sbattendo rumorosamente. La sua coscienza volò con irruenza fra i battenti sbatacchianti. Si sentì toccare la spalla da un dito gelido, ma ormai non aveva più molta importanza. Frenò il suo essere in fuga sulla soglia della completa follia, e si voltò a vedere cosa voleva da lei il demone, - perché ormai non c’era più dubbio che il Nerkàin era piombato su Vurlaq e i suoi, miseri, abitanti.
Dietro di lei vide un demone vestito da sposo. Rise.
Una figura, vagamente umana, due metri d’altezza e di pelle grigia. Le dita finivano in artigli incrostati di sangue. La faccia era un pallone di carne flaccida ove i lineamenti erano mescolati assieme alla rinfusa. Vestiva, però, una marsina di pelle umana. La pelle di Lian. Al collo portava una collana fatta da anelli d’armatura. Per cappello ne aveva uno filato coi capelli del suo amore e il di lui cervello pendeva dalle mani del demone, come un mazzo di fiori, freschi di prato.
- Amore. - ripeté il Nerkàin. La voce ventosa era la sua.
Fuggendo dal proprio cervello, la coscienza di Tina ebbe il tempo di rendersi conto che a bussare, per tutto quel tempo, doveva essere stato lui, con gli artigli. Con un ultimo sfarfallio la mente di Tina si spense.

III
La Fame e la Paura

Alte erano le fiamme che danzavano nell'ampio camino, la cui bocca era circondata da una squisita cornice in marmo di Dorvan lavorato. Umar stava centellinando il forte liquore ambrato - il famoso Fuoco di Nimìd - in attesa degli altri componenti dell'alto concilio dell'Aria. Bere un liquore così forte era un azzardo, l'ermeta sentiva in un angolo ben preciso della propria mente la pressione mentale che lo collegava alla belva infernale che aveva evocato e liberato nel mondo dei mortali. Da quel legame lui sapeva che il suo formidabile servo aveva portato a termine la missione e che ora era sulla rotta del ritorno; da quel legame, inoltre, il demone poteva percepire buona parte dei pensieri del proprio evocatore e se Umar si fosse ubriacato, o se si fosse presentato all'appuntamento per il Congedo del Nerkàin anche solamente alticcio, le cose si sarebbero potute mettere molto male. L'alto ermeta, però, sentiva che una vittoria andava festeggiata debitamente, anche perché un simile trionfo non l'avrebbe potuto condividere con troppe persone. Solo l'alto consiglio della gilda doveva sapere e fra alcuni dei partecipanti a quell'organo di autogoverno, non tutti si sarebbero complimentati con lui per aver dato la scintilla decisiva alle polveri. Per questo non aveva detto niente a nessuno, per questo si accingeva ora a porre il sommo consiglio dinanzi al fatto compiuto. Per questo aveva bisogno di bere un goccio di Fuoco di Nimìd prima di affrontare il Venerabile Kodra ed i suoi leccapiedi, Rimàk e Soran.

* * *

La fame era la sua amica più fidata; la sazietà l’unico paradiso a lui accessibile, al Nerkàin, demone del Nèrg. Portato a termine il suo compito il demone avrebbe potuto fare ritorno alla propria magione di tenebra, non fosse stato per il vincolo impostogli dal mago che l’aveva evocato. Avrebbe potuto colmare la distanza fra le campagne di Derkel - ove si trovava - e la camera dello stregone ove ancora si trovava il pentacolo da cu era stato strappato alle sue cacce abissali, in un battito di cuore, ma avevo un peso appresso, che lo rallentava nei movimenti con se stava infatti aveva portando la larva della mortale che non era riuscito a divorare.
Perché l’aveva fatto? Non ne era sicuro. Certamente l’essere femminile che portava il nome di Tina era un peso ed un fastidio quasi insopportabile. Il Nerkàin era abituato alla più totale libertà e solitudine, sentirsi quindi oberato da un peso in più, che ogni tanto urlava, oppure scalciava e si metteva a piangere ed a pregarlo di lasciarla libera ma che ogni tanto lo chiamava anche Lian, come l’ultimo essere di cui si era nutrito, riusciva a scuotergli i nervi.
A causa di quell’essere era costretto a viaggiare come un umano - cosa umiliante per un demone del suo rango e potere -, per le campagne che aveva saccheggiato all’andata e che, ora, gli umani avevano abbandonato creando attorno a lui un deserto di vite vasto quanto la fame che stava crescendo all’interno del suo corpo.
Avvertiva anche la momentanea debolezza del mago che l’aveva evocato, alle prese com’era con una qualche discussione con altri suoi pari, gente che lo stava assalendo verbalmente e gli sfibravano concentrazione e forza di volontà. Sarebbe stata un’ottima occasione per manifestarglisi davanti a sorpresa, ma in quel mondo caduco anche la pelle del Nerkàin poteva venire ferita ed una torre piena di ermeti nervosi capaci di scatenargli contro l’intero potere dell’Aria poteva risultargli fatale. Se fosse stato distrutto su quel piano d’esistenza la ferita che si sarebbe portata dietro nel Nerg l’avrebbe angustiato per intere generazioni d’uomo; un fastidio che avrebbe preferito evitare.
Anche venire congedato, (senza incidenti per il mago), sarebbe stata un’offesa che l’orgoglio del demone non voleva prendere in considerazione, soprattutto, dopo essere stato congedato con successo, il demone sarebbe stato vincolato al proprio evocatore anche nel proprio piano di esistenza, avrebbe; dovuto obbedirgli e comparire al suo richiamo chissà per quante altre volte. Sempre che il Nerkàin non fosse riuscito a deconcentrare e ad indebolire il proprio aguzzino, quel tanto che bastava per liberarsi dall’incantesimo ed usare la propria forza contro il suo corpo malaticcio. Allora si che il mago avrebbe conosciuto la paura e quando il demone avrebbe annusato il terrore del mago, avrebbe finalmente assaggiato anche la sua carne.
La fame si risvegliò con un silenzioso ruggito interno.
- Ah Ah Ah! Caro, caroooo ! - prese ad urlare Tina, che veniva trascinata per i capelli sul terreno sconnesso, - Arriveremo presto, caro? Il piccolo scalcia, sai? Ha fame! -.
Di nuovo il Nerkàin si chiese per quale ragione gli fosse venuta l’idea di portarsi dietro quell’essere demente. Quale intuito finernale l'aveva ispirato mai a sobbarcarsi di un simile peso?

* * *

- Cos’hai da dirci di tanto importante, Umar Utharkin? - lo apostrofò quel lustrascarpe di Rimàk, magro sino all’inverosimile e sempre attaccato alla tonaca del venerabile Kodra, - l’alto concilio non può perdere tempo dietro a frivolezze -
Umar si avvicinò all’altro ermeta sino a lasciare pochi centimetri di passi fra i loro nasi.
- Frivolezze? Da quando in qua il Venerabile Kodra si fa dire cosa è importante e cosa no da un mollusco senza attributi come te Rimàk? -
- Basta così, voi due! - intervenne il capo della gilda degli Ermeti dell’Aria, sotto la folta barba candida i denti erano stretti in un ghigno feroce. - Se l’abile Umar ci ha chiesto di riunirci ci sarà un buon motivo ed egli ce lo fornirà senza perdersi in ulteriori zuffe da pollaio! -
Umar si distolse dalla guerra di sguardi che aveva iniziato con il proprio rivale, indietreggiò di due passi e voltò le spalle ai suoi sette confratelli ed al proprio capo.
- Vurlaq è stata distrutta - disse Umar senza perderci troppo tempo intorno.
Il silenzio che si condensò alle sue spalle, disse al giovane ermeta che la notizia aveva colpito nel segno.
- Impossibile - il primo a parlare fu Soran, sempre imponente rinchiuso nella propria corporatura da toro, appena ingentilita dalla ricca veste di lana pettinata e seta, azzurro tenue, - osservo le fortezze degli ermeti della Terra sempre e le loro strutture sono tutte in piedi, ne sono certo. -
Soran aveva specializzato il proprio talento nelle arti magiche negli incantesimi di chiaroveggenza e nel controllo delle creature alate; era anche il capo delle spie della gilda; per questo era un particolare piacere per Umar dare al concilio una notizia che il pomposo Soran non aveva neanche udito.
- Le strutture dei signori della roccia sono notoriamente resistenti. - concesse Umar tornando a voltarsi verso i propri confratelli, poi, aggiungendo un ammiccamento malizioso, - ti consiglierei però di andare a cercare con i tuoi corvi i corpi dei nostri cugini. Le persone, non gli edifici, quelli non sono Altrettanto resistenti. -
Soran si stava voltando con l'evidente intenzione di andare ai propri appartamenti per controllare. Quasi correva, tanta era la fretta sua, ma bastò un gesto della mano ed uno sguardo cattivo dell’anziano capo della gilda per bloccarlo sul posto. Potere dell’autorità.
- E cosa avrebbe arrecato danno ai nostri cugini di Vurlaq, Umar Utharkin? - chiese il venerabile Kodra in tono di chi esige senza concedere possibilità di scelta.
- Un demone s’è introdotto oltre le mura esterne ed ha pasteggiato con la carne degli ermeti della terra - rispose l’interpellato.
- Quale demone? - sibilò fra i denti Rimàk che sembrava sputare veleno dai denti fessi.
- Uno che viene dai cerchi più profondi. Non ha fratelli ne famiglia; è un solitario e nella nostra lingua ha il nome di Nerkàin -.
Di nuovo il silenzio s’impadronì degli astanti. Ognuno assimilava le informazioni a modo suo e cercava di trarne indicazioni per il proprio fine.
“Che bella nidiata di serpi che siamo” pensò per un attimo Umar, ma si costrinse ad attendere le reazioni dei suoi confratelli; lo contro era appena iniziato.
- Questo è stato un gesto azzardato, Utharkìn - pronunziò lentamente il venerabile Kodra e Umar non mancò di notare la formalità nel tono del suo superiore. - Hai dato inizio a cose più grandi di te, senza conoscerne tutti gli esiti. Hai forse pensato a cosa succederà ora? -
- Certamente - pronto Umar non si fece cogliere impreparato, - ci sarà la gara fra noi ed il Fuoco a chi debellerà per primo i nostri cugini e ad acquisirne i segreti. -
- Questo porterà di nuovo alla guerra generale! - tuonò Soran visibilmente infuriato - e questa volta non ci saranno più luoghi di salvezza. Questa guerra scatenerà le energie degli elementi! Delle nostre terre non resteranno che ceneri fumanti! Il nostro compito era quello di ricostruire l’Impero, ti rendi conto della follia del tuo atto? -
- Non piangere troppo sui tuoi sogni infranti, fratello - a sorpresa intervenne Rimàk a difesa del giovane ermeta, - sappiamo tutti del lavoro che hai fatto per tenere i contatti con membri di ogni ordine e potere, ovunque, per mettere in piedi il tuo piano , caro mio. Come pensavi di farti chiamare, una volta finita la ricostruzione, forse Sua Immensità Soran I, eh? - il corpo esile di Rimàk venne squassato da una risata convulsa quanto silente.
Il poderoso Soran si girò a scrutare stupido l’esile figura di Rimàk, che resse lo sguardo con esibita condiscendenza.
- Già la ruota si è messa in moto, è inutile rimpiangere prospettive che ora non esistono più - e questa era la voce del loro capo per sedare gli animi.
- Una curiosità solamente, allora, - Soran fece due passi avanti a fronteggiare solitario il giovane che gli aveva scombinato in una notte i piani di anni di lavoro e sacrifici, - quel tuo demone, quel Nerkàin di cui ti vanti tanto, l’hai già congedato, vero? -
Umar si strinse nelle spalle e accennò un chiaro “no” col capo.
- Come mai? - lo incalzò l’altro, - I demoni, una volta finito il loro compito, non dovrebbero potere tornare all’istante al pentacolo, per l’ultima sfida? -. Il tono era insinuante, predatorio ed in effetti a chi guardava in confronto fra i due, il grande e grosso Soran sembrava un lupo che stava sul punto di sbranare l’agnello. Solo che nella veste di agnello Umar non ci voleva stare e reagì.
- I demoni sono creature difficili da interpretare, potrebbe anche essere stato danneggiato durante il proprio compito, anche se lo escludo. - andò incontro a Soran e lo squadrò dal basso in alto in aperta sfida, - ma io conosco i demoni del Nerg così come tu conosci le tue creature alate fratello; so come evocarle a mio piacimento e non avrò alcun problema ad assoggettare il Nerkàin. Odimi bene, mastro Soran: io i demoni posso prenderli e inviarli Ovunque e contro Chiunque. -
I due si fronteggiarono per lunghi attimi, prima che il Venerabile Kodra non rompesse la loro sfida sentenziando:
- Quel che è fatto è fatto, ora tutto l’ordine si deve impegnare per fronteggiare gli eventi futuri. Abbiamo una guerra da preparare e non c’è molto tempo. Riparleremo di responsabilità una volta che questa storia sarà finita. Andiamo ora, ognuno ai suoi compiti. Lasciamo fratello Umar alla compagnia del suo mastino, sono sicuro che non tarderà ancora a lungo. -
Dette queste parole la figura canuta e serica del capo dell’ordine ermetico si voltò ed uscì dalla stanza di Umar, dietro di lui seguirono gli altri, le comparse che avevano assistito in silenzio allo scontro, poi si mosse Rimàk che salutò il suo vecchio avversario con un inchino che sembrava un incrocio fra l’onore riconosciuto ad un avversario e l’insulto. Da ultimo si allontanò Soran, teso sotto la veste preziosa che si gonfiava al passo deciso dei suoi piedi, pugni stretti e neanche un gesto di saluto.
- Spero solo - aggiunse sulla soglia - che questo tuo servitore non si riveli troppo difficile da gestire, sarebbe un guaio se ti sfuggisse di mano. -
- Non accadrà - chiuse il discorso Umar e con quello anche la porta del proprio appartamento.
Lo scontro era stato breve ed era anche andato meglio di quanto Umar non si aspettasse, però era teso; non tutta la sicurezza che aveva stentato era genuina, ma, come aveva saggiamente detto il capo fra gli ermeti dell’aria: “Quel ch’è fatto è fatto”. Non gli rimaneva che aspettare il ritorno del demone.

* * *

Tina era sveglia eppure le sembrava di camminare in un sogno. Forse era uno di quei sogni molto reali che ti lasciano di sasso al risveglio o forse era la sua testa che le giocava di nuovo brutti scherzi, non si poteva mai dire. Eppure in quel luogo dallo strano odore d’erba bagnata - come prima che piova - e di ozono, a passeggiare fra file interminabili di salici dalle chiome afflosciate (eppure così risplendenti), non si era mai sentita tanto lucida; almeno da quando il suo Liam l’aveva lasciata sola in quella stanza nella torre.
I suoi passi la portavano lungo una rotta ch’essi solo conoscevano e non la comunicavano al resto del corpo,. L’aria era fresca e tonificante, Tina si sentiva sveglia come se si fosse svegliata alla vita proprio in quel momento e si chiese in quale diamine di posto fosse finita e se se era reale.
- Sto sognando? - si chiese sovrapensiero.
- No, Tina, vieni di qua per favore - le giunse all’orecchio una giovane voce.
La donna si voltò a guardare in direzione della voce e vide sorriderle radiosa la bambina più bella e solare che avesse mai visto. La piccola vestita una semplice tunica color neve ed era una bambina dal largo sorriso caloroso e dai riccioli dorati che le cascavano leggeri sino a metà schiena; il suo volto era regolare e dai lineamenti finissimi, Tina fu certa che da grande quella misteriosa bambina che le stava tendendo una mano ed un sorriso, sarebbe diventata la donna più bella del mondo. Non fosse stato per i suoi occhi strani. La piccola aveva occhi grandi ed allungati, come quelli dei popoli che abitano le terre dell’est, nulla di male in questo, solo che non vi si distinguevano iride e cornea, quegli occhi sembravano piuttosto due liquide gemme di smeraldo, dal verde splendente ed inquietante.
Complessivamente quella bambina apparsale all’improvviso la inquietava ma senza pensarci più di tanto accettò la sua mano e si fece guidare per lo strano saliceto
- Dove mi trovo? Che posto è questo? - chiese Tina sempre più smarrita.
- Questo è il Giardino della Dama, Tina, è un luogo di pace, non temerlo - le rispose la bambina con voce allegra. Camminava davanti alla donna a piccoli saltelli aggraziati ed i suoi riccioli le danzavano sulle spalle in un modo che fece sorridere Tina e la tranquillizzarono.
- Chi è la Dama cui appartiene questo posto è forse una nobildonna? -
- Oh, la stiamo andando a trovare, non è lontana, anzi, la Dama non è mai lontana, sai Tina?-
- Oh! - fu tutto quello che la donna riuscì a dire.

* * *

Fuori il rifugio ove si erano rintanati per far passare la luce del sole, il Nerkàin avvertì un repentino cambiamento della situazione. Il borbottio di tuoni lontani si avvicinò a grandi passi da est e si piantò sopra le loro teste, come in attesa. A questa stranezza s'aggiunse la sua prigioniera che cominciò a parlare nel sonno. Non erano le frasi spezzate e senza senso che aveva pronunziato sino a poco tempo prima ma era un dialogo, come se quel sacco di scarti subumano fosse stata Contattata da qualche potenza superiore; l'impressione che gli faceva tutta la faccenda, almeno, era quella.
Che qualcuno entità della Luce si fosse interessata al suo lavoretto? Era sempre una possibilità da tenere in conto. Accovacciandosi davanti alla figura assopita il demone attese che quel dialogo onirico gli rivelasse qualcosa in più.

- Dove siamo, piccola? - stava chiedendo Tina nel suo sogno e poi ancora ci furono altri scambi di parole che non era riuscito a comprendere ma che al Nerkàin fecero presagire una presenza pericolosa per lui. C'erano molte creature della Luce di piccola e di media forza cui lui avrebbe potuto tenere testa, (non era creatura da spaventarsi per poco, lunghi e furenti sono stati i suoi anni da cacciatore dominante dei concentrici abissi del Nèrg), solo che quel che ascoltava gli faceva annusare odore di ozono e questo era un segno che gli ricordava un antico pericolo. Il tuono fece sentire il suo canto alto sopra il tetto di tegole del loro rifugio e la cosa non poteva essere più considerata casuale.

* * *

Vola ora il demone, la donna di nome Tina tenuta fra le braccia ancora assopita. Vola da un balzo all'altro, terrorizzando creature piccole e grandi che, però, in quel tramonto ingrigito da nubi livide non hanno nulla da temere dal mietitore infernale. Ora il Nerkàin conosce una nuova spinta alle sue azioni; non più solo fame, nemmeno solo il vincolo dell'evocazione, queste cose non bastano più a spiegare i suoi movimenti.
Paura è una nuova compagna del Nerkàin e questa lo sospinge in avanti con una premura mai conosciuta prima.

La Fame e la Paura combattono dentro il demone cacciatore e preda a sua volta.

IV
Il Vendicatore

Il sentiero fra i salici salì leggermente per poi arrampicarsi a piccole, gentili, volute lungo una cresta di roccia bianca che splendeva come se irraggiata direttamente da un sole che, però, Tina non aveva ancora visto; sembrava che camminassero alla luce dell’aurora, solo che questa sembrava infinita e non si mutava mai in alba.
Una volta sulla cresta la bambina si fermò ed indicò il paesaggio sottostante alla sua compagna di cammino.
<< Guarda! >> esclamò estatica la piccola, << Qui si va per la Spiaggia dei Ricordi >>
Sotto di se, Tina vide che il terreno digradava in un’ampia valle ove il salice regnava incontrastato e, lontano in fondo alla linea dell’orizzonte, qualcosa scintillava e rischiarava gli ultimi alberi visibili. L’occhio di Tina, però fu attratto da un movimento più vicino, a loro laterale.
<< Cos’è quello? E’ veloce >> chiese alla piccola e subito dopo esplose un suono (come un fulmine), ma che proprio del tutto tuono non era. La bambina perse un poco della sua tranquillità e tirò Tina giù per il sentiero sottostante; ora sembrava avere fretta.
<< Non è ancora tempo per quello. Sbrighiamoci prima che l’unicorno venga liberato! >>
<< Un unicorno? >> disse Tina stupita mentre cercava di resistere al passo veloce che le stava imponendo la bambina che ancora le stringeva la mano, << non sapevo ve ne fossero ancora in giro! >>
<< Oh, lui c’è, lui corre per le terre dei mortali come in queste, ma non ti stupire se non l’hai mai visto, anzi, rallegratene! Il suo è manto nero e dagli zoccoli di bronzo scaturisce il fuoco… >>
la piccola non aveva ancora finito di parlare ma Tina fu come trafitta da quelle parole; in un certo senso fu come se venisse svegliata una seconda volta. Capì dove si trovava e quasi le venne di piangere.
<< Il suo muso fiuta la Colpa, le sue lacrime diventano Fiamma; egli è l’Unicorno Nero, il Vendicatore degli Innocenti >> concluse, poi guardò di nuovo la piccola che ora la stava guardando con i suoi grandi occhi di smeraldo ed un lieve sorriso di compassione sbocciatole in volto.
<< Tu, tu sei Raggio di Gioia >> il dito puntato verso la bambina che annuiva << e questi, questi sono i Giardini dove la Dama Silente accoglie le vittime innocenti >>
Di nuovo un cenno di assenso da parte della testa riccioluta.
<< Sono forse morta? >> chiese Tina senza però sentire alcun peso di disperazione o di rimpianto nella propria voce.
Raggio di Gioia le si avvicinò in punta di piedi e le riprese la mano, scuotendo la testa (come se avesse perso la facoltà di parlare o se la temesse) e tornò a guidarla per gli ultimi tratti del bosco di salici.

* * *

Di nuovo nella stanza dell’evocazione. Di nuovo globi fluorescenti offuscati, a lasciare che le ombre drappeggino la stanza negli angoli; nuovamente ripassare i segni del pentacolo e riaccenderne le candele di cera nera. Sudore, ancora e quel pugno immobile contro la bocca dello stomaco, Umar era tornato ad aspettare l’arrivo del Nerkàin davanti a se (un pensiero fuori posto e sei pappa per demoni, bello mio). Era normale avere paura, non aveva forse evocato una delle più potenti belve del Nérg? Si, Umar ermeta dell’Aria aveva paura del servitore che aveva evocato e non se ne vergognava minimamente.
La paura può essere uno strumento; ricontrolla che i segni siano a posto, che il pentacolo non abbia qualche linea o qualche runa sbiadita. Il camino? Il camino tira come meglio non poteva ricordare, fiamme alte riscaldavano l’ambiente e la sua luce danzante rischiarava sul tavolo li accanto lo Scettro del Comando, l’asso della manica con cui aveva soggiogato al primo confronto il demone; la presenza di quell’oggetto così a portata di mano era confortante, lo rassicurava.
Umar sentiva nel fondo della propria mente la pressione che lo legava al Nerkàin crescere. Il cacciatore aveva cambiato andatura e si stava affrettando per raggiungerlo (sarebbe divertente vedere come reagiranno le guardie ai cancelli nel vederselo spuntare in tutta la sua fetida bruttezza). Da quel contatto sentiva anche altre cose: rabbia bollente contro di lui; la solita fame infernale ingigantita da quelle poche ore in cui il demone non si era nutrito e anche (Paura?), paura; ma di cosa? Cosa poteva aver spaventato una simile creatura infernale?
Un tuono esplose fuori dalle due finestre gemelle ce danno sul cortile interno. Scroscio di pioggia, anche, giunse a dirgli che era iniziata una tempesta improvvisa ed imprevista (ma cosa mi combina quel mulo di Soran? Non sa più controllare il tempo, ora? O forse gli sta tirando qualche tiro per deconcentrarlo? Mi vuole forse morto?).

Il Nerkàin è arrivato in vista della grande torre, Umar lo vede guardando la struttura che è la propria abitazione dagli occhi del demone; oramai i due sono tanto vicini che è ben difficile nascondere i pensieri alla mente dell’altro.
Non c’era più tempo! Doveva indossare le speciali protezioni che aveva approntato per l’occasione.
Entrò il bracciale che gli avrebbe permesso di potenziare la propria concentrazione. La Piuma del Coraggio venne accarezzata e posta sotto la casacca di lana e lino, sopra il cuore; la sua vibrazione gli riscaldava l’anima, (tutto andrà per il meglio).
(Non c’è tempo, lui è troppo vicino, troppo!)
La mano annaspa sul tavolino di noce lucido, in cerca dello Scettro del Comando, ma i bordi dell’ombra sembrano farsi più vicini e gli hanno nascosto l’artefatto alla vista.

(Dannazione, ma dov’è finito?), nonostante tutto il panico inizia a farsi largo, così come il demone che del panico si ciba si stava facendo largo nella torre per tornare al cospetto del suo evocatore.
La mano si serrò sull’impugnatura dello scettro proprio mentre i vetri delle finestre crollano in frantumi.
Buio, anche il camino sembra essere stato spento dall’irruenza del vento. Lampo e Tuono; ombra contro le ombre e qualcos’altro che sguscia dietro.

- Arkh tolban, Onionsturein Nerkàin – sputa l’ermeta indicando la figura del demone con lo scettro e l’artefatto fa il suo dovere, il demone china la grossa testa informa e cammina dentro il pentacolo.
- Akallabèth! – esclama Umar e le luci sanguigne delle candele di cera nera si accendono con un sibilo sfrigolante.
Con quella luce il Nerkàin torna pienamente visibile; ora il cacciatore è in prigione ed Umar torna in pieno controllo di se; la paura scappa nei luoghi più reconditi dentro l’animo dell’ermeta.
- Finalmente sei tornato, Cacciatore! Ce ne hai messo di tempo, come mai io mi chiedo? –
La risposta del demone gli giunge come sibilo nel vento, come scricchiolii nella pioggia:
- Ti ho portato un regalo, Stregone –
- Cosa? Un regalo? – (ma che cosa ha in mente?) – di che cosa parli, no, percepisco una presenza… Chi hai portato? –
Fu allora che le orecchie di Umar vennero schiaffeggiate da un urlo di donna

- Noooo! Mio figlio, NOOO! MALEDETTI! -

* * *

La Spiaggia dei Ricordi era ampia e candida, Tina non avrebbe saputo dire se stesse poggiando il corpo su sabbia finissima o su chissà cos’altro, però era gradevole e le trasmetteva pure un senso di calore e conforto. Davanti a se splendeva inquieto quello che, come ora capiva, era il Lago delle Furie: onde intrecciate e nervose di fulmini incatenati l’un l’altro, (come acqua d’acciaio), la memoria le diceva che quello era il mare di lacrime pianto da ogni vittima ferita, da tutta l’innocenza spezzata della mano dei violenti.
Tina ora aveva al fianco la Dama. La bambina sovrannaturale era svanita nel nulla ma la donna era stata istruita bene nei culti delle diverse religioni e sapeva dove si trovava e con chi; la triplice figura della bambina splendente, della donna silente e piangente per i mali del mondo e dell’unicorno nero che cacciava i distruttori e vendicava gl’innocenti assassinati, le diceva che si trovava al cospetto di Maharr, l’entità più arcana e selvaggia di tutto il complesso di divinità che si adoravano nell’Impero oramai decaduto.
Tutti i pensieri di Tina si raccolsero attorno ad un’unica idea: “Devo essere morta, anche se non ricordo come”. Pensò all’esistenza che l’attendeva in quel giardino; si chiese se li avrebbe incontrato di nuovo il suo Lian, e ricongiungersi con lui per sempre, (fra il salice ed il lago di saette) e si disse con estrema calma che, fossero andate le cose a quel mondo, l’avrebbe anche accettato; non ne era sicura però. Una strana inquietudine (più un sordo dolore che altro) le proveniva dal ventre e la fece dubitare. Da sola non poteva certo risolvere i dubbi che le si affollavano in testa, quindi si volse ad affrontare la solitaria figura ammantata di nero che la stava aspettando a pochi passi da dove si trovava.
Non le faceva alcun segno, non la chiamava ma erano i suoi occhi (uguali a quelli della bambina radiosa che l’aveva accompagnata sin li, come era ovvio) a trasmetterle un invito, caldo di compassione.
Tina le si sedette accanto e le due, la mortale e la divinità, si guardarono negli occhi; la donna si perse in quelle immensità verdi che l’accarezzavano e l’invitavano ad abbandonarsi a dirLe tutto, anche se Lei, Maharr delle Folgori, sapeva già tutto di lei.
Tina appoggiò il capo alle spalle di quella sottile figura ammantata di notte, non sapeva se stesse commettendo una blasfemia, ma Lei le pose la mano sul capo, ad accarezzarla (così come la madre che coccola la figlia) a dirle che andava tutto bene.
- Oh mia signora! Non so cosa è successo – iniziò a dire la donna, - ma mi sento così… ferita, così… non so, non mi esce di bocca – poi un pensiero la colse e si sentì obbligata a chiedere (erano le carezze della Dea a spingerla a farlo?):
- Sono morta, Madre? – di nuovo fissandola negli occhi.
Il capo di Maharr si mosse lievemente, mestamente, in un no luttuoso.
- Ma, allora… - i pensieri di Tina galoppavano - … come mai sono qui, se non sono morta io? – poi il dolore allo stomaco le si rivelò per quel che realmente era ed un muro di disperazione rovente le crollò sul petto.
Abbracciando le gambe della Divinità che l’aveva accolta come una figlia, Tina si abbandonò al pianto. Ora sapeva, ne era certa di aver perso il bambino che aveva concepito con Lian. Di sicuro era stato il terrore a Vurlaq, il viaggio passato trascinata per i capelli dalla bestia infernale che qualcuno (qualcuno, si, qualcuno doveva averlo fatto!) aveva sguinzagliato contro di loro, contro suo padre, il suo amato Lian e suo figlio.
Tutto questo le rombava dentro e la scuoteva come risacca oceanica in un piccolo lago di montagna. Fu presa dai singhiozzi, qualcosa lottava per liberarsi dal suo petto ma lei ancora non riusciva a dargli strada.
Fu la mano di Maharr a calare su di lei, a tenerla ferma con una forza che non era più quella di una semplice madre. Fu la mano della Dama Silente a tirarle fuori tutta la furia che provava in quel momento.
Mentre Tina restava schiacciata sotto il peso di quel dolore e di quel tocco, Maharr urlò (ed una parte di Tina sentì il proprio corpo, in un altro luogo e momento, aprir bocca e profferire lo stesso urlo):
- Noooo! Mio figlio. NOOO! MALEDETTI! –
Ogni parola esplodeva in tuoni assordanti, le acque del lago scintillante si agitarono e si aprirono in vortice. Giuse l’unicorno, il Vendicatore; nero il suo manto, rossi gli occhi lacrimanti fuoco e fuoco che sprizzava dai suoi zoccoli bronzei. L’unicorno che era parte di Maharr quanto la Dama Silente e quanto Raggio di Gioia, s’impennò mulinando gli zoccoli davanti alle due figure abbracciate.
Tina sentì ogni furia, ogni disperazione e dolore fluire da lei e nel contempo sentì il potere dell’unicorno crescere in onde vibranti. Lui era il Vendicatore, lui non falliva Mai e la sua era la Santa Furia delle vittime.
Quando la donna svenne nel Giardino dei Ricordi, l’Unicorno si tuffò nel vortice di saette. Il Vendicatore andava a caccia di Ombre.

* * *

La sentinella sulla guglia nord non aveva mai visto nulla di simile e dire che serviva gli ermeti dell’Aria da almeno quindici inverni e nessuno meglio di loro conosceva i movimenti delle nubi e dell’acqua in celo. L’armigero non riusciva semplicemente a credere ai propri occhi: nubi nere erano spuntate da nord, sotto il loro ventre livido si potevano vedere guizzi di fulmini, i più strani fulmini che la sentinella avesse mai visto, non solo saettavano di nube in nube o da queste al suolo, ma anche da questo alle nubi, in rossi archi. Rossi! Incredibile.
- O Nostra Signora, perdonaci! – la voce piagnucolante lo sorprese alle spalle. La sentinella si girò e vide il proprio compagno di guardia (grande e grosso com’era) inginocchiato e con la testa poggiata alle merlature che li separavano dal vuoto.
- Che ti piglia Orwan? – chiese brusco
- Lui è qui e prenderà tutti i peccatori! – fu la risposta e poi ancora, - chiedi perdono alla Dea, Toric mio bello, o Lui ti prenderà! –
Toric aggrottò la fronte, era tentato a dare un calcio a quel grosso idiota di un numarsko, ma la gente dell’alta valle era follemente superstiziosa, questo lo sapeva bene. Inutile accanirsi.
Un tuono particolarmente vicino quasi gli strappò i capelli di dosso.
- Oh Madre, perdonami, perdonami! – giungeva in sottofondo alle orecchie di Toric il pianto disperato di Orwan.
Poi aprì gli occhi, non sentiva più rumori. Forse era rimasto assordato? Ma quella domanda non perse d’importanza quando sul merlo davanti a lui la sentinella vide svettare un’immane figura nera, simile ad un cavallo ma i suoi zoccoli (di bronzo), i suoi grandi occhi (fiammeggianti) ed il corno tortile che svettava (luminoso) dalla sua fronte, gli dicevano che si trovava davanti ad una leggende pericolosa e davanti alla quale Toric s’inchinò.
La grossa testa dell’unicorno si protese a fiutarlo, la sentinella si sentì frugare l’anima e la mente. Una domanda gli s’impresse in mente da uno sconosciuto altrove:
(Cosa hai fatto Tuuuh?)
- Niente! – urlò Toric, ora anche lui in lacrime, - ve lo giuro, niente, niente! –
Un altro tuono rimbombò e sembrò che fosse esploso contro il vicino pinnacolo.
Quando, dopo chissà quanto tempo, Toric riaprì gli occhi, si chiese se non fosse morto, ma la prima cosa che vide fu il faccione barbuto di Orwan che lo guardava dappresso con un sorriso ebete in faccia.
- Ci ha risparmiato, capo! Siamo vivi! –
Toric si guardò introno; dov’era finito quel mostro? Non si vedeva da nessuna parte. In un angolo della sua mente gli affiorò l’idea di dare l’allarme, come era in suo dovere fare ma la sentinella era un veterano di molte battaglie e sapeva badare alla propria pelle meglio delle regole che la gilda gli aveva impartito.
- Vieni Orwan – ordinò Toric voltandosi e dirigendosi decisamente verso la porta alla base della guglia.
- Dove capo? –
- Non lo so – fu la sincera risposta del capo delle sentinelle – da qualsiasi parte, anche nel tuo dannato regno di valli e montagne se preferisci. Qualsiasi posto lontano da questa torre -.
- Ah! Certo capo –
Fuggirono nel montante caos che si stava diffondendo per tutto l’edifico e nessuno li rivide più. Sopravvissero.

* * *

Soran era tutto chino sul suo Cristallo Rivelatore, un artefatto di squisita fattura e che permetteva di scrutare lontano sulle ali dei venti, cercando di comprendere lo strano fenomeno che stava colpendo la sua torre e se vi fosse una qualche minaccia nascosta in quegli inconsueti fulmini rossi. Era un figlio della gilda, Soran, i suoi genitori erano ambedue ermeti e lui era sempre vissuto fra mura di roccia; credeva nelle forze elementari della natura e non vi aveva mai visto un ordine superiore, Demoni e Dei erano, per lui solo forme superiori di esseri nati dalla magia terrena. Per questo, forse, quando il Cristallo Rivelatore gli mostrò la cavalcata dell’unicorno nero non avvertì il pericolo; nemmeno quando strani pensieri iniziarono ad affollargli la mente.
Soran scrutava l’unicorno che s’introduceva nella torre e qualcuno nella sua mente gli chiedeva (Cosa hai fatto tu?); l’ermeta spiava le guardie della torre che s’inginocchiavano davanti all’apparizione e fuggivano, se l’essere glielo permetteva, oppure le uccideva calpestandole con i suoi zoccoli infuocati (Chi hai ucciso?).
Ancora e ancora l’entità intrusa s’addentrava nel cuore della sua torre e Soran non s’accorse nemmeno di non potersi più distogliere dal cristallo, il quale, però, gli mostravi sprazzi della sua vita passata. Erano flash, alternati al volto piangente lacrime infuocate dell’unicorno dell’unicorno (sempre più vicino) e così la grande mente dell’ermeta venne soggiogata. Per sempre inchiodato al proprio artefatto a scrutare parti della sua vita, non proprio limpida – ed il volto della bestia sovrannaturale che distruggerà la torre.

Soran sopravvivrà, anche se finirà i suoi giorni nella Città dei Folli, rinchiusovi da mani che neanche vedrà. Il cambiamento, dopotutto, non lo avvertirà neanche, la sua mente risucchiata nel cristallo fluttuante.

* * *

Rimàk correva con tutte le energie che gli concedeva il suo corpo emaciato. Correva ad avvertire Kodra che qualcosa o qualcuno aveva invaso la torre. Non aveva bisogno, lui, di stupidi artefatti o di trucchi da baraccone per accorgersene, gli bastava tenere aperti occhi ed orecchie e gli occhi gli avevano mostrato una tempesta che mai aveva visto prima (il ché era strano) e le orecchie gli riportavano urla e pianti all’interno della torre (il ché era pericoloso).
Trovò il Venerabile Kodra nella sala delle mappe, il volto illuminato da concentrazione e cupidigia; stava studiando le mappe delle terre di Nimid e della Jokorelia pianificando futuri attacchi e difese, come un perfetto stratega, dopotutto non era forse lui il capo della gilda degli Ermeti dell’Aria?
Rimàk avrebbe voluto arrivare abbastanza vicino al suo capo, (quel capo che così tante volte aveva sognato di strozzare con le proprie mani) e dirgli che non era più tempo per sognare trionfali guerre di conquiste ma di cercare di salvarsi la pelle. Avrebbe voluto dirglielo, gridarlo anche, se solo fosse arrivato qualche passo più vicino.
Il rombo di zoccoli lo sorprese prima, però e subito dopo fu troppo tardi. Rimàk vide il volto canuto di Kodra sollevarsi a guardarlo con un’espressione di fastidio in viso; poi lo vide sbiancare e sgranare gli occhi; arretrare rinculando da seduto contro lo scranno di pesante ebano su cui era seduto. Se fosse stata una sedia semplice, magari si sarebbe potuta ribaltare e liberare il suo ossequiato occupante, ma a Kodra era sempre piaciuto posare il suo culo scarno su quei piccoli troni e quello scranno non gli permetteva (nel panico che l’aveva colto) di fuggire.
Tutto questo vide Rimàk durante i suoi ultimi passi, prima di venire investito da una corrente di dolore squassante alla schiena; dolore che gli perforò la cassa toracica, bruciandogli il cuore e subito dopo tutti gli organi interni, in una folle danza di dolore.

Rimàk non sopravvivrà a quella notte ma poca differenza gli farà, condannato a nuotare in eterno (in buona compagnia del resto) nel Lago delle Folgori e nel dolore.

Kodra perse ogni residua traccia di venerabilità quando vide l’orrenda fine del suo adepto e si bagnò i calzoni, ancora prigioniero del suo sontuoso sedile. Il capo della gilda sapeva dinnanzi a cosa si trovava, sapeva a cosa andava incontro ma sapeva anche di non avere speranze, tante erano le colpe contro gli innocenti che aveva accumulato in vita sua, non ultima quella di aver avallato l’operato di quel folle di Umar che li aveva condannati tutti, come ora appariva evidente.
Così, senza altra scelta e senza nemmeno alcuna speranza, il più potente ermeta dell’aria che viveva ancora nel mondo dei mortali, estrasse il suo Bastone di Comando e si preparò a combattere il Vendicatore con i suoi incantesimi.

In fondo ogni stregone sogna di morire con le ultime parole di un incantesimo sulle
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