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Akhayla
Guardiano
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MessaggioInviato: Dom Apr 05, 2020 7:38 pm Rispondi citandoTorna in cima

[Athkatla - tre giorni dopo]

L’aria era limpida quella sera e la luce pallida del plenilunio inondava le vie della capitale di una patina quasi lattea. Le poche ombre presenti erano distorte e più simili ad un vago miraggio e il silenzio dell’ora tarda rendeva il paesaggio quasi disorientante. Sembrava strano immaginarsi le vie gremite di persone indaffarate durante il giorno, ora.
Eppure, sebbene il dì sia riservato ad affari di importanza ben diversa, la notte portava con sé un genere di affari del tutto ignoto alla maggior parte dei residenti. Affari sussurrati e flebili come la luce lunare.
Audra e Dorian erano a pochi isolati da quello che doveva essere il fantomatico punto d’incontro delle persone menzionate da Dag, e nonostante fossero piuttosto circospetti non avevano ancora approfittato delle ombre per spostarsi.
“Dunque, rivediamo ancora una volta il piano...” stava dicendo Dorian per l’ennesima volta, probabilmente rischiando un calcio sugli stinchi dalla ragazza ormai esasperata.
Audra sbuffò. “Me l’hai già chiesto alla Tana. E due isolati fa. Questo è il punto d’incontro. Il primo passo è riuscire a vedere i loro volti, se possibile. Capire un’identità è il primo passo per una caccia. E se siamo fortunati, ascoltare ciò di cui parleranno. Se non fossimo soddisfatti su entrambi i punti, si passa al piano più scomodo, ovvero, andare a chiedere di persona ciò che vogliamo sapere. Addendum al piano: voglio scarrozzarti nelle ombre il meno possibile, quindi vedi di non far rumore.“
Dorian sorrise soddisfatto, annuendo come a voler sottolineare i vari punti elencati da Audra. “Perfetto.” Borbottò quasi rivolto a sé stesso. Si fermò di colpo però dopo una svolta, osservando frettolosamente l’ampia piazza del mercato che gli si parò davanti. “Ci siamo!” sussurrò retrocedendo fra le poche ombre concesse dagli edifici. “Non resta che aspettare gli ospiti... quale punto è il migliore per osservare il posto, secondo te?” L’esperta, dopotutto, era Audra e per quanto lui stesso avesse preso parte a degli appostamenti non era più avvezzo alla cosa.
“Devi sempre rinunciare a qualcosa... da un tetto vedi meglio, dalla strada origli meglio.” Audra si morse il labbro, senza smettere di tenere d’occhio la piazza. “Ma aspettiamo prima di salire...”
Batté le ciglia per aguzzare la vista e per un attimo non credette ai propri occhi. Un secondo prima, sotto il salice, c’era solo il chiacchiericcio della fontanella. In quello successivo, erano comparse quattro figure minute, ciascuna scortata da un armigero di dimensioni imponenti, rigidi alle loro spalle. Credette fosse un’illusione, ma quando si sfregò gli occhi, gli individui erano ancora lì.
“c4%%0...” sibilò e spinse Dorian contro il muro. “Ma quando sono arrivati?!”
Dorian trattenne il respiro quando fu spinto di colpo contro il muro. “E che ne so, io stavo qui dietro!” ribatté in un sibilo, per poi sporgersi lentamente e scorgere a propria volta i nuovi arrivati. “Siamo sicuri che non siano spettri?” domandò, sebbene non credesse alla sua stessa domanda. Quei tizi sembravano decisamente fatti di carne e ossa e, a giudicare dai lievi bisbigli che giunsero al suo orecchio, di sicuro non erano frutto della loro immaginazione.
Li osservarono per un po’, attenti a non sporgersi troppo dal loro nascondiglio, attenti alle loro mosse. I figuri, dopo aver discusso per alcuni minuti, si misero in marcia verso l’angolo opposto della piazza, puntando su un grosso e solido portone di legno: una vecchia casa padronale di tre piani, apparentemente abbandonata da un pezzo.
“Li seguiamo appena entra l’ultimo armigero” propose Dorian in un sussurro.
“Sì, ma non dalla porta. Se non sono dei babbei, avranno sicuramente disposto qualcosa per evitare intrusi.” Audra condusse Dorian lungo il viottolo compiendo un giro largo per immettersi in quello parallelo. Una volta giunti accanto alla casa padronale, osservò la disposizione delle luci: solo un lieve bagliore proveniva dall’ultimo piano.
Valutò la stabilità del muro, l’integrità dei mattoni, ci picchiettò con la mano per capire se si sarebbero sgretolati al primo tocco. Sembravano abbastanza stabili. Pregò lo fosse anche il tetto.
“Avanti, Dorian. Ora viene la parte che ci piace tanto.”
Bastò un comando mentale, ed Eclisse ubbidì avvolgendola nell’oscurità. Audra porse la mano a Dorian. ”Un bel respiro.”
Dorian deglutì forzatamente, fissando la mano di Audra per alcuni secondi. Non aveva l’aria esattamente felice.
“Ci sarà un giorno in cui mi porgerai la mano solo per invitarmi ad andare a bere, vero?” scherzò per scacciare il nervosismo.
“Lo stesso giorno in cui mi porgerai la tua per invitarmi a ballare” replicò lei sarcastica. “Oserei dire ‘quando ghiacceranno gli inferi di Ramius’, ma non vorrei darti un suggerimento.”
“Simpatica come sempre, vedo” replicò asciutto lui, prendendo la mano con uno scatto deciso e aspettandosi il gelo tanto familiare.
“Avanti... Guarda che i tuoi Gatti lo sanno fare meglio di te.” Senza ulteriori indugi, Audra condivise il suo potere con lui. Dorian divenne nero con gli occhi argentei, al suo pari. Senza dargli tempo di abituarsi a quella condizione, appoggiò un piede sul muro, si diede una spinta con l’altro e si rizzò in equilibrio in verticale. Con uno strattone poco galante invitò Dorian a fare lo stesso.
“Adesso, se non vuoi fare un bel volo, tieniti e fai un passo alla volta. Piano... Ho detto UN passo alla volta! Non ti reggo altrimenti.”
Con la pazienza di una mamma, lo guidò fino al tetto e vi si aggrappò, assieme a Dorian, prima che i raggi della luna la obbligassero a uscire allo scoperto. Una volta lassù percorsero carponi le travi ricoperte di paglia e mattonelle. Audra si acquattò facendo segno di non fare alcun rumore. Poggiò l’orecchio sulla superficie del legno e auscultò con attenzione.
Con il corpo pervaso da quel gelo mortale che nulla aveva a che fare con il ghiaccio, Dorian imitò la compagna di disavventura, accucciandosi accanto a lei. Con delicatezza premette il proprio orecchio sul legno tentando di carpire le voci sottostanti quel tanto che bastava per intenderne i discorsi.
Il suono giungeva attutito, ma grazie al quasi totale silenzio circostante era anche più facile discernere le singole parole. Nel frattempo, l’uomo si era anche accorto che grazie ad alcune assi e travi mancanti era possibile guardare all’interno dell’edificio: si trovavano quasi esattamente sopra ai loschi figuri di poc’anzi. Alla porta s’intravedeva una delle imponenti guardie immobile come una perfetta statua. Dove fossero le altre era possibile solo immaginarlo.
Le quattro figure erano intabarrate in dei mantelli cerati con tanto di cappuccio, che avevano evitato di rimuovere nonostante si trovassero al chiuso. Evidentemente la paura di essere scoperti era più grande della fiducia nelle loro guardie. Sembravano discutere animatamente di qualcosa e non era chiaro se vi fosse un capo tra di loro o una qualche sorta di moderatore. Ma la cosa che attirava di più l’attenzione era di certo il tavolo intorno al quale erano seduti, al cui centro era posizionato un oggetto che per fattura sembrava essere completamente fuori posto per un luogo così decadente. Una piramide delle dimensioni di un piccolo scrigno posto su un piedistallo. Era completamente nero, come il carbone, eppure possedeva una strana lucentezza vitrea più simile all’ossidiana. Difficile stabilire con esattezza cosa fosse, a quella distanza.
“I quattro Alfieri sono posizionati...” la voce sommessa di uno degli individui pervase la sala con più sonorità. La piramide, dal canto proprio, sembrò rispondere con un lieve luccichio tremolante, come in risposta. “Nella notte della Luna Nuova avverrà lo scambio, e potremo procedere con il Tabula Rasa.” proseguì poi, con la piramide che continuava a brillare ad intermittenza.
“Nel quartiere commerciale non possiamo più contare sull’autorità dello sceriffo” sentenziò un altro. “In questo momento è agli arresti per sospetta cospirazione, resterà a disposizione per l’interrogatorio o sarà trasferito in altra sede.”
Per poco Audra non lasciò scappare un’imprecazione nell’udire quelle parole, ma mantenne il controllo e rimase ad ascoltare senza battere ciglio e con un senso d’inquietudine sempre crescente. Alfieri? Luna Nuova? Tabula rasa? Tutti termini che preannunciavano il peggio.
La piramide iniziò a vibrare e, come d’incanto, levitò di una spanna sopra il tavolo girando su se stessa. Dei bizzarri intarsi si accesero sulla sua superficie. Audra udì un’altra voce, stavolta femminile, e non capì a chi appartenesse dei presenti. Solo dopo qualche secondo si accorse che proveniva dall’oggetto stesso.

Messaggio registrato e confermato. Avvio calibrazione.
Allineamento.
Trasposizione in corso...
Errore. Rilevata interferenza arcana nel raggio di dieci metri. Impossibile eseguire la trasposizione.
Individuazione interferenza.


Audra avvertì una sorta di calore provenire dal sottotetto. La piramide ruotò più velocemente e una lieve raggiera di luci si sparse in tutte le direzioni, come se cercassero al tatto. Quando uno dei raggi colpì le assi sovrastanti, da dorato che era divenne rosso.
Senza nemmeno un attimo di esitazione, la guardia cavò qualcosa dal corto fodero che portava e la puntò verso il tetto.
Audra non riuscì a scorgere cosa fosse: un boato assurdo scoppiò sotto di loro e una generosa porzione di tetto esplose a pochi palmi dai loro volti.

Il tetto s’inclinò. La deflagrazione minò la stabilità delle assi facendole perdere la presa e cominciarono a scivolare verso il bordo.
“Oh nonononono!” Si lasciò sfuggire Dorian mentre con una mano cercava di trovare un appiglio fra le assi e con l’altra di raggiungere Audra. Il bordo del tetto arrivò prima del previsto, sfortunatamente e metà del corpo dell’uomo penzolava già nel vuoto quando riuscì ad afferrare una corta asse sporgente ancora abbastanza resistente da trattenere la sua scivolata. Stava per sospirare dal sollievo, quando i suoi occhi incontrarono quelli di Audra.
“C-ci tengo entrambi, non preoccuparti” balbettò frastornato.
In quella, l’inconfondibile rumore di legno spezzato pervase la notte.
“Ti odio.” Il tono di Audra era piatto, ormai al limite della rassegnazione. Con uno sforzo immane, nell’attimo in cui entrambi si ritrovarono a cadere, trovò il fresco tocco dell’ombra e vi si rituffò, afferrando anche Dorian senza alcun preavviso. Il potere lo avvolse pochi istanti prima che toccassero il suolo, cosicché la caduta non fu mortale per nessuno.
“La prossima volta facciamo fare la spia al tuo dannato corvo!” sibilò lei, uscendo dalle ombre e controllando di non essersi rotta la spina dorsale.
“Come se potessi controllarlo! La metà del tempo si fa gli affari propri, nessuno mi ha spiegato come addestrarlo!” sibilò di rimando lui. “Non è che me lo abbiano dato con le istruzioni!”
“Di sicuro te l’hanno dato con un bell’augurio!”
Mentre parlava, Audra scorse del movimento oltre l’angolo della casa padronale. Due figure imponenti sbucarono nel viottolo: le guardie degli incappucciati. Audra ne vide una stendere il braccio: impugnava una strana balestra, priva di archetto e dardo, più somigliante a una canna in legno e metallo. Premette qualcosa e un’esplosione molto simile alla precedente tagliò il silenzio. Qualsiasi cosa le avessero scoccato, le passò accanto alla guancia - ne avvertì lo spostamento d’aria - e rimbalzò contro il muro, sbrecciandolo.
“c4%%0!” esclamò. “Andiamocene da qui!”
Dorian non se lo fece ripetere due volte, balzando in piedi ma rimanendo piegato in due per evitare di essere colpito da quello strano arnese. D’istinto, tuttavia, si voltò verso l’armigero, protendendo in fretta una mano. Una serie di dardi cristallini sfrecciarono in direzione dell’aggressore, infrangendosi in una miriade di schegge senza apparentemente sortire alcun effetto. L’armigero abbassò leggermente lo sguardo sul petto, dove alcuni dei dardi si erano infranti, fissando poi di nuovo lo sguardo su Dorian. Uno sguardo vuoto, senza emozione tranne una: la necessità di eliminarli il più in fretta possibile.
“Che gli Dei ti strafulminino...” Sussurrò, prendendo a correre verso l’uscita del vicolo insieme ad Audra. I passi pesanti degli armigeri li seguirono quasi immediatamente... e sembravano anche piuttosto veloci.
Dal canto suo, Audra stava alternando i respiri alle imprecazioni. La disposizione dei palazzi era riuscita a mantenerla nelle tenebre, ma dalla prima svolta imboccata per far perdere le loro tracce le case si erano diradate e la luna illuminava impietosa il loro cammino. Non avrebbe potuto sfruttare il vantaggio di Eclisse. Giunta in fondo alla via, curvò bruscamente verso destra, seguita da Dorian. Un’altra coppia di boati li salutarono alle loro spalle. Lei potè vedere distintamente i fori lasciati da quegli strani proiettili che si conficcavano nel muro. Poteva soltanto immaginare cosa avrebbe potuto fare a un corpo di carne e ossa.
Giunta a metà del vicolo, si rese conto del movimento alla biforcazione poco distante. Una sagoma imponente, che le fece comprendere l’errore che si trascinava da quando avevano iniziato a fuggire.
Una guardia al terzo piano. Due a inseguirli.
Mancava la quarta, che si bloccò dov’era e puntò su di loro quella strana arma.
Audra s’arrestò bruscamente, ma Dorian non fu così pronto di riflessi e così la investì in pieno, travolgendola con l’impeto della corsa. Ci fu quello sparo assordante, la chiara sensazione di qualcosa che ronzò sopra le loro teste, e d’improvviso un grugnito alle loro spalle. Voltandosi, si accorsero che il proiettile aveva colto in piena fronte uno dei loro inseguitori, che era stramazzato a terra come un albero segato. Audra si chiese se quell’uomo si fosse accorto di essere morto prima di sentire lo sparo.
Il suo compagno emise un verso che non era riconducibile a una vera parola e puntò a sua volta la propria arma proprio mentre loro due si stavano rialzando. Lei notò la traiettoria della canna e fu più lesta del compagno.
“Attento, ghiacciolo!” urlò, scostandolo malamente alle sue spalle con uno strattone.
Di nuovo il boato, e stavolta fu come un’onda d’urto. O almeno quello parve ad Audra. Perché qualcosa di irresistibile, come la carica di un toro, la colse nel ventre e la scaraventò all’indietro, franando addosso a Dorian e rotolando oltre.
“Audra!” gridò Dorian d’istinto. Si voltò verso l’armigero che aveva bloccato loro la strada, notando che già stava di nuovo mirando verso di lui. Similmente, l’inseguitore stava iniziando ad estendere nuovamente il braccio armato. Il tempo parve rallentare in un istante, mentre il sangue iniziò a rombargli nelle orecchie al ritmo dei battiti del suo cuore. In un attimo una marea di pensieri lo travolse. Tutti quegli anni passati a nascondersi, a vivere nel buio e nella paura. Tutte le volte che avevano perso qualcuno in un’incursione, tutte le volte che erano sfuggiti per un soffio alle grinfie degli Inquisitori. Tutti i patimenti e le sofferenze subite in quel tempo stavano culminando in qualcosa che era più grande di qualsiasi cosa ognuno dei ribelli avesse mai affrontato. Erano così vicini alla risoluzione, se lo sentiva. E tutto stava per finire perchè degli stupidi scagnozzi stavano per macellarli come dei cani in un vicolo anonimo della capitale. Lanciò uno sguardo al corpo di Audra poco più in là, immobile. Sembrava morta... difficile dirlo nella sua posizione. Per un attimo, quasi rischiò di venir sopraffatto dalla rabbia. Se fosse successo, probabilmente non ne sarebbe uscito vivo però.
“Pensa, cosa farebbe Audra?” Lei non si lasciava mai prendere dal panico. Sapeva sempre cosa fare al momento giusto, a differenza sua. Interminabili istanti parvero passare nella sua mente, ognuno di essi un’agonia.
Poi, come la marea era sopraggiunta, si placò.
Una calma innaturale scese su Dorian, mentre un solo pensiero pervase il suo animo: freddo. Ghiaccio.
Le sue mani si mossero da sole, circondate da guizzi di luce pallida e fredda, sollevandosi verso il cielo all’unisono. Una frazione di secondo prima che gli armigeri premessero nuovamente il grilletto di quelle strane balestre, due spessi blocchi di ghiaccio si ersero fra i due assalitori e le loro vittime. Due boati, e i blocchi si sbriciolarono, adempiendo però al loro compito e lasciando Dorian illeso. Stavolta però era pronto.
Senza esitare estrasse la sciabola con un movimento fluido, scattando verso quello in fondo al vicolo, sfruttando la nube ghiacciata dovuta all’esplosione come elemento sorpresa. L’armigero fu però lesto ad estrarre una spada d’ordinanza, frapponendola al colpo in arrivo e respingendo un altrimenti letale fendente alla gola. Con gelida determinazione afferrò il braccio che reggeva lo strano marchingegno, usandolo come leva per ruotare intorno all’avversario e menare un fendente deciso al retro del ginocchio. Stavolta, il colpo andò a segno recidendo il tendine e strappando un inumano verso di dolore all’armigero sotto il cui peso la gamba cedette. “Vediamo se questo lo senti invece”, pensò Dorian fra sè e sé mentre posava il palmo della mano libera sulla nuca dell’avversario, proprio al di sotto della ronda. La mano brillò di nuovo e uno spesso dardo ne partì. L’armigerò si irrigidì con un grugnito, seguito da un respiro sibilato, prima di crollare a terra con uno schianto secco.
“Fuori uno...” sussurrò Dorian, fissando malevolo l’avversario rimanente.
Questi, per nulla impressionato, prese nuovamente la mira.
Prima che potesse far fuoco, tuttavia, Dorian protese di nuovo la mano. Non aveva idea di come funzionassero quelle particolari balestre, ma una cosa l’aveva capita: il boato che ne usciva sembrava pericoloso quanto il proiettile che lo seguiva. Se bloccava l’uscita di quel tubo, il proiettile e il boato non avrebbero potuto fuorisucirne.
Stavolta, un blocco di ghiaccio avvolse l’estremità interna del marchingegno, sigillandolo proprio mentre il grilletto veniva premuto. Con gran sorpresa di Dorian, il boato vi fu lo stesso. Fu diverso tuttavia, e accompagnato da schegge di metallo e un disgustoso odore di zolfo stavolta. Quando il fumo si diradò, l’armigero si stava fissando la mano, o meglio, ciò che rimaneva della sua mano. Un moncherino sanguinolento pendeva ora all’estremità dell’avambraccio, inutilizzabile. Con un ringhio l’armigero estrasse la spada, caricando con furia. Sfortunatamente per lui, Dorian aveva già agito in modo impercettibile e una lastra di ghiaccio si formò sotto ai suoi piedi rendendo la strada impraticabile. Con un tonfo pesante il soldato rovinò sul selciato, dimenandosi per cercare di rialzarsi, mentre Dorian si avvicinava lentamente e tenendosi fuori dalla portata del suo lungo braccio. Fu infine abbastanza vicino da poter osservare bene il colosso. Non sembrava un essere umano normale. O meglio, in origine lo era sicuramente stato, ma le sue proporzioni erano del tutto innaturali. Sembrava quasi che fossero stati... costruiti. In un lampo gli tornarono in mente le orrende bestie viste fra i documenti che gli avevano riportato giorni prima Caul e i Gatti, e un brivido gli risalì la schiena.
Quando l’armigero sollevò la testa per lanciargli uno sguardo pieno d’odio, Dorian sollevò la spada, un velo di ghiaccio che andava formandovisi sopra.
“Per Audra.” disse solo, prima di affondare con un unico movimento in avanti, evitando una sbracciata disperata dell’abominio e trapassandogli il cranio senza difficoltà poco al di sotto della celata dell’elmo. Solo quando l’ultimo spasmo dell’enorme corpo cessò, Dorian si permise di tirare un sospiro di sollievo.
L’attimo di calma durò poco però, allorché la sua attenzione fu subito catturata di nuovo dal corpo disteso a pochi passi.
“Audra!” quasi gridò, gettandosi accanto a lei e iniziando a girarla sulla schiena, tentando di capire dove fosse stata ferita. Così facendo le scostò la mano dall’addome, supponendo che fosse il punto in cui era stata colpita. Non trovò alcuna traccia di sangue, tuttavia la sua mano incontrò un’improvvisa stretta ferrea che lo fece sobbalzare.
“Ehi” sibilò lei, con gli occhi semichiusi. “Già tutta questa confidenza..? Tieni le mani a posto...”
L’imprecazione di Dorian fu immediata. “Dei fottuti, Audra! Ma ti pare normale??” finì il balzo all’indietro occhieggiandola risentito. “Pensavo ti avesse aperto un buco grosso come un melone in corpo!” proseguì poi meravigliato, senza stavolta tentare di sfiorarla.
Audra tossì spasmodicamente e sollevò il corpetto rinforzato in modo da scoprire l’ombelico. Sfiorò il diamante nero e sollevò con due dita il bozzolo di ferro che si era spiaccicato sulla pietra. Liberò un sospiro e guardò Dorian negli occhi. “Beh...? Credevi che fosse un fondo di bottiglia...?” sussurrò con aria sorniona.
Un sospiro di sollievo misto ad una risata uscì dalla bocca di Dorian,, felice di vederla viva. “Mi hai fatto prendere un colpo, che tu sia maledetta!” le inveì contro bonariamente. “Stavolta pensavo davvero mi saresti morta tra le braccia...” aggiunse, rivelando la preoccupazione nel proprio sguardo.
“Che diavolo...” mugugnò lei, sebbene il leggero tremore tradisse lo spavento all’idea. “Non sono morta nelle tue fogne melmose, secondo te vengo a morire tra le tue braccia..?”
L’uomo ridacchiò alla battuta. “Beh... felice di riaverti qui a dire idiozie!”
“Ah, ti passerà...” Audra si risollevò a sedere tenendosi premuto il ventre. Nonostante la durezza di Eclisse l’avesse salvata dal proiettile, il contraccolpo subito le faceva dolere finanche il costato. Si guardò intorno frettolosamente, animata da una improvvisa urgenza. “E quegli armigeri..? Li hai sistemati?”
“Oh sì, in effetti potremmo dire che li ho... freddati.” Un sorriso furbo si dipinse sul suo volto, ben sapendo come sarebbe stata accolta la battuta.
“Cosa..?” Sull’espressione dapprima esterrefatta di Audra si aprì un sorriso e una risata di gusto proruppe dalla sua gola. Si lasciò andare alle risa tenendosi la pancia. “Razza di imbecille...! Mi fa male a ridere, accidenti a te!” Cercò di trovare il respiro per continuare: “Tu e le tue... dannate freddure!”
Cercando di non cadere a terra a propria volta dalle risate, Dorian la aiutò a rialzarsi. Audra contò i cadaveri in strada e si accigliò. “Sono tre. Dov’è il quarto?”
Dorian la imitò, guardandosi rapidamente intorno. In effetti ne mancava uno. “Che sia rimasto con i tre tipi incappucciati l’ultimo?” domandò riflessivo. Che i tre figuri fossero ormai fuggiti era plausibile: non vi era nessun motivo per cui sarebbero dovuti rimanere a discutere in un posto non più segreto. Spostò lo sguardo su Audra. “Che ne dici se andassimo a controllare di nuovo?” propose, sebbene l’idea di affrontare nuovamente quelle strane balestre non lo allettasse affatto.
Audra annuì. Quando si avvicinò ai due armigeri che sbarravano il passo, corrugò la fronte. “Cavolo, Dorian! Ma che gli hai fatto?”
Nell’armatura non c’era altro che una serie di ingranaggi sparsi come se fosse immondizia abbandonata. Audra controllò anche il terzo: aveva subito la stessa sorte. Riconobbe alcuni tratti familiari che indicavano un occhio, un orecchio, ma non era nulla di riconducibile a tessuto vivo. Era come se quegli armigeri non fossero mai stati vivi, ma dei macchinari.
“Il solito, li ho... infilzati... “ il suo sguardo fissò vuoto ciò che rimaneva degli armigeri. “Io... non ho idea di cosa sia successo, questa non è opera mia.” spiegò. Gli ingranaggi erano accatastati in una pila disordinata come se fossero stati gettati a terra da inventore maldestro. “Sembravano umani fino a poco fa. Sì, insomma, più grossi ma tutto sommato umani in un certo senso”. Per qualche motivo, quell’ultima osservazione lo fece rabbrividire.
“Non mi sorprendo più di niente dopo ciò che ho visto in quei documenti e in quella stanza stasera” obiettò Audra. Facendo cenno a Dorian di seguirla, si gettò a capicollo nei vicoli finché non ritrovarono la casa padronale. La luce all’ultimo piano, stavolta, era spenta.
“Dannazione. Avanti, entriamo dal portone stavolta. Vado avanti io.”
Sfoderò Misericordia pronta all’uso e, non appena fu nell’oscurità dell’ingresso, scivolò nel freddo abbraccio di Eclisse. I suoi occhi notturni fecero emergere ogni particolare come se fosse giorno. Trovò le scale, le percorse fermandosi a ogni pianerottolo per controllare che non ci fosse nessuno, finché non giunse all’ultimo piano. Si accostò lentamente allo stipite, preparandosi a combattere, e saltò dentro.
Non c’era nessuno.
Demoralizzata, Audra rilasciò il potere e si avvicinò al tavolo. “Vieni, Dorian.”
Quando sentì la voce della ragazza, Dorian risalì velocemente le scale fino al terzo piano. La vide all’interno della stanza che prima avevano osservato dall’alto, di fronte al tavolo che aveva ospitato la strana piramide.
“Come immaginavo...” commentò piattamente, continuando a guardarsi intorno. Non sembrava esserci null’altro di straordinario in quella stanza, solo assi di legno dismesse e mobili semi-divorati dal tempo e dalle intemperie. Ciononostante si avvicinò al grosso tavolo, tenuto stranamente in ottimo stato, sbuffando infastidito. Pochi istanti dopo uno strano ticchettio pervase l’ambiente. Aveva una tonalità profonda, come il ticchettio di un pendolo a muro. Subito Dorian sfoderò la sciabola, allertato. “Dimmi che sei tu a ticchettare, Audra.” disse nervosamente.
“Io non sto facendo nessun ticchettio. Te lo stai sognando.”
“Un accidente sto sognando, qui c’è qualcosa che ticchetta!” sibilò di rimando, continuando a cercare con lo sguardo il possibile nascondiglio di quella fonte di rumore.
Audra si guardò intorno, perplessa. Non vedeva nulla di particolare. Con Dorian, esaminò le pareti, le finestre, finché non si aggirarono entrambi attorno al tavolo, sui lati opposti. Con uno sguardo d’intesa, si chinarono per guardarci sotto.
Una sorta di scatoletta intarsiata era stata fissata sotto le assi. Il ticchettio proveniva da lì. Audra ricordò la piramide luminosa, ne notò la somiglianza strutturale e quel suono sapeva tanto di conto alla rovescia.
“Dimmi che non siamo fott.uti” sussurrò Dorian, incrociando il suo sguardo da sotto il tavolo.
Siamo fott.uti, fu il rapido pensiero di Audra. “Potrei... ma ti direi una bugia...”
In quel momento il ticchettio divenne più rapido e potente. Una scintilla luminosa si accese a ogni spigolo. Audra si risollevò così in fretta che per poco non diede una craniata alle assi.
“Al riparo!” urlò. Scavalcò il tavolo rotolandoci sopra, si gettò su Dorian e con uno spintone lo gettò oltre l’ingresso della stanza. Appena si tirò dietro la porta, tuttavia, essa cedette dai cardini e rovinò con un gran frastuono davanti a loro come un albero segato.
“Decisamente non è la mia serata!” gridò lei. Un chiarore luminoso s’allargò da sotto il tavolo. Allora si lasciò riagguantare dalle ombre e si rituffò sopra Dorian.
“Oh, non penso proprio!” protestò prontamente lui, afferrandola e invertendo le loro posizioni. “Non mi rinfaccerai anche questa!” le urlò mentre si girava verso la stanza, fronte corrucciata per lo sforzo e mani protese in avanti. Nel giro di pochi secondi uno spesso muro di ghiaccio andò a riempire l’enorme buco lasciato dalla porta. Allo stesso tempo, tuttavia, la scatola intarsiata aveva smesso di emettere rumori, e per un attimo vi fu solo un gran silenzio.
Poi, improvviso, un boato, seguito da un’intensa luce e un’onda d’urto talmente forte da frantumare la barriera eretta da Dorian e mandarlo gambe all’aria addosso ad Audra, facendoli ruzzolare per svariati metri lungo il corridoio.
L’esplosione aveva sbriciolato parte del tetto e sfondato il muro orientale. Una grossa fetta di pavimento era stata divorata dalla fiammata e un principio d’incendio s’era appiccato lungo le travi di sostegno, alimentata dalla paglia caduta dal tetto. Calcinacci e polvere piovvero addosso a entrambi. Audra sbuffò via la sporcizia dalla faccia e si risollevò a sedere. Si accorse di avere Dorian addosso e lo sostenne per le spalle. “Dorian, stai bene?”
“Credo... credo di essere morto.” fu la risposta a fil di voce.
“Stai benissimo!” replicò lei seccata, spintonandolo via da sé. Si rialzò scrollandosi i vestiti e la polvere dai capelli. Notò la distruzione arrecata dalla scatolina e le si serrò la gola. Un oggetto così piccolo, eppure era riuscito a disintegrare una gran fetta d’edificio! Quei dannati Inquisitori era più pericolosi di un mago.
“Meglio toglierci da qui, prima che ci incolpino anche di questo” consigliò.
Dorian si sollevò a sedere, guardandola poi stralunato, le orecchie che ancora gli ronzavano per l’esplosione.
“Tanto ormai... peggio di così non può andare, no?”
Non aveva nemmeno finito di pronunciare la frase che dall’esterno si sentirono le prime urla. Dalle case vicine, in sorprendente ritardo, si erano accorti del trambusto. Fu un grido sopra agli altri, tuttavia, che fece impallidire leggermente Dorian.
“Qualcuno chiami le guardie!”
La frase fu ripetuta più e più volte nel giro di pochi secondi.
“...Ovviamente sì.” commentò esasperato Dorian alzandosi in piedi e dirigendosi verso le finestre. Guardando di sotto poté vedere una folla sempre crescente di civili intenti a far spazio alle prime guardie in arrivo. “Oh, ma per piacere!”
Anche Audra guardò la situazione e represse un’imprecazione tra i denti. “D’accordo. Piano di riserva. Vieni.” Si precipitò sul versante opposto, quello non colpito dalla luce lunare. Da quella parte, l’incendio non era abbastanza sviluppato per proiettare abbastanza luce da darle fastidio. Senza dire una parola, scavalcò il cornicione, entrò nelle ombre, si scostò dalla finestra e allungò una mano. “Questa te la rinfaccerò, invece.”
Dorian roteò gli occhi, afferrando la sua mano senza esitare. La familiare sensazione di venir avvolto da un freddo più gelido della morte si fece subito sentire. L’altra sensazione fu quella di venir trascinato verso un precipizio e l’istintiva intenzione di opporre resistenza. Tuttavia, aveva ormai fatto l’abitudine a stare nelle ombre e si lasciò andare. La scivolata lungo il muro sembrò eterna, per qualche motivo, ma fortunatamente atterrarono in fondo senza problemi.
Senza attendere iniziarono a correre a perdifiato fino in fondo alla via, rallentando quando si immisero sulla strada principale.
“Per un pelo...” sospirò Dorian.
“Non stiamo allo scoperto” lo rimproverò lei, e subito lo condusse in prossimità di un capanno abbandonato. Una volta dentro al sicuro, osò riprendere fiato con calma.
“Comincio a pensare che il tuo dono non sia il ghiaccio, ma la scalogna” osservò. “Ci credo che nemmeno il tuo corvo desideri starti intorno!”
“Heh, comincio a pensarlo anche io. Forse quel corvo è più furbo di quanto non sembri!” aggiunse, ridacchiando nervosamente. Audra non aveva tutti i torti però: stargli vicino equivaleva ad avere una sfortuna decisamente pericolosa. “Direi di aspettare un paio d’ore e poi filarcela. Le strade brulicheranno di armigeri. E ora che ci penso, forse nemmeno stare qui è troppo sicuro...” sembrò quasi che stesse parlando con sé stesso. “Alla prima buona occasione ci infiliamo, mi dispiace dirlo, nelle fogne e torniamo alla Tana. Cerchiamo di non finire ricoperti di melma stavolta. Poi ci riorganizziamo e andiamo a prendere Dag.” aggiunse poi, stavolta spostando lo sguardo su Audra.
“No” sussurrò Audra dopo un poco. “Tu va’ alla Tana. Mi occupo io di Dag. Nelle ombre, da sola, sarò più discreta di un ghiacciolo. E non voglio altre sfortune a seguirmi, questa notte. Addentrarsi nell’ala carceraria non sarà uno scherzo. Conosco quel luogo. Ce ne ho portati parecchi e so a memoria la disposizione delle celle. Tuttavia, visto l’andazzo, sarà sorvegliato maggiormente. E spero che nessuno si aspetti che io intenda fare a Dag una visitina, altrimenti mi troverò uno sgradevole comitato d’accoglienza.” Si voltò verso Dorian. “Luna nuova è tra due settimane. Qualsiasi cosa avranno in mente quei fottuti Inquisitori, dobbiamo giocare d’anticipo e scoprire che hanno in mente. Ci rivediamo alla Tana.”
Dorian annuì, pensieroso. Aveva senso.
“Fai attenzione però” disse solamente.

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MessaggioInviato: Mer Mar 17, 2021 8:55 am Rispondi citandoTorna in cima

[Athkatla - poco dopo]

Dorian si era da poco lasciato con Audra e procedeva a passo spedito verso il rifugio sotterraneo per mettere a parte anche il resto della Resistenza di quanto appreso poc'anzi.
Tuttavia un tarlo nella testa portava altrove i suoi pensieri. Si ritrovò a ripetersi più volte di quanto fosse conveniente che Audra se la sarebbe cavata bene da sola nel liberare Dug, come sempre aveva fatto fino ad ora durante la sua carriera di cacciatrice di taglie.
Pian piano, però, una consapevolezza si fece spazio nel suo animo. Il fardello che il mago gli aveva affidato lo accompagnava tutti i giorni come un nodo gelido alla bocca dello stomaco che gli avvelenava l'anima. Il ricordo costante di tutta la sofferenza che aveva causato era un peso che lo rendeva irrequieto e depresso; eppure, in questi giorni cosi intensi insieme a quella scavezzacollo, aveva riscoperto una leggerezza che gli era estranea ormai da molto, troppo, tempo.
In fondo la luna nuova era ancora distante, la Resistenza sarebbe stata al sicuro per un giorno anche senza di lui.
Si vergognò per questi pensieri, ma sentiva che era la cosa giusta da fare.
Giunto ad un incrocio si guardò intorno, come a cercare di capire dove fosse giunto dopo aver seguito il filo dei suoi pensieri piuttosto che la strada verso casa.
Prese un profondo respiro sollevando lo sguardo guercio verso le profondità del cielo.
Alla fine si decise a svoltare in direzione delle prigioni. Avrebbe aiutato Audra ancora una volta, che lei lo volesse o meno. Che lei lo sapesse o meno.

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MessaggioInviato: Mar Mar 23, 2021 1:00 am Rispondi citandoTorna in cima

[Athkatla - notte di luna piena - prigioni]

Audra maledisse la luna piena per l’ennesima volta. Conosceva Athkatla come le sue tasche, con la differenza che, di solito, le sue strade non erano mai vuote. Quella notte, tuttavia, sulla città aleggiava un sudario di silenzio che la inquietava. Erano scomparsi i piccoli bazar all’angolo, con la chiromante di turno che ti leggeva la mano; volatilizzati persino i vagabondi che elemosinavano qualche soldo per bere, e le taverne, che di solito rendevano la città una chiassosa cacofonia, sembravano riempite di ovatta, perché non si udiva nemmeno una risata attraverso le finestre che sprizzavano l’olezzo di birra e rhum. Tutto il quartiere delle prigioni era teso come se un mostro facesse la guardia ai vicoli, pronto a ghermire il malcapitato di turno.
Guardò le carceri stagliarsi nella piazzola e per un attimo desiderò essere lei quel mostro.
Lo spiazzo pullulava di guardie. Non ne aveva mai viste così tante nemmeno nei tempi d’oro, quando le bande di furfanti assicuravano settimane di lavoro ininterrotto. Qualsiasi cosa gli Inquisitori stessero combinando ad Athkatla, avevano corrotto anche il governo, ne era sicura al cento per cento.
Da dove iniziare? Si morse il labbro. C’erano almeno una cinquantina di celle nel seminterrato. Alcune stanze in cima alle torri, per i detenuti speciali. Senza contare che molti venivano buttati nella fossa comune assieme alla melma e agli scorpioni... Lei scosse la testa come a liberarsi di un brutto pensiero. No, quello era il fato dei condannati a morte. E Dag non doveva essere destinato alla forca. Non per mano di quei bastardi. Non l’avrebbe permesso.
Esaminò con cura tutti i possibili accessi in ombra. La luce lunare, che la fece imprecare fra sé e sé, non concedeva molte strade. Trovò comunque un passaggio sufficientemente al buio per permetterle di raggiungere almeno il perimetro esterno e scavalcare il muro di cinta servendosi del potere di Eclisse. Cercando di fare meno rumore possibile e di resistere alla tentazione di impugnare Misericordia per farsi strada, scivolò lungo il bordo della piazza, mantenendosi nascosta tra i vicoli.

Dorian scivolava per le strade con lunghi passi felpati. Avrebbe voluto correre per recuperare il tempo perso, ma i suoi stivali avrebbero reso la sua presenza nota a chiunque nel raggio di decine e decine di metri. Anche le vie deserte non aiutavano a passare inosservato, costringendolo a fermarsi ad ogni incrocio per esser certo di non fare incontri sgraditi. La furtività non era il suo pezzo forte e si sentiva quanto mai goffo, anche più di quanto non lo fosse effettivamente. Le strade in prossimità della prigione si facevano sempre più spaziose e fittamente popolate di guardie e piantoni. Si trovò a pensare quanto sarebbe stato facile avvicinarsi con i poteri di Audra e quanto lei doveva essere ben vicina alla meta.
Imprecò mentalmente quando fu costretto a fermarsi all’ennesimo incrocio. Ma mentre aspettava che la via fosse libera, una sensazione nel cervelletto lo mise al corrente che il suo corvo non era lontano. “Alla buon’ora, stupido animale!”
Si appiattì nella cornice di una porta e sintonizzò i suoi sensi a quelli dell’uccello.

La vista dall’alto era sempre emozionante e quasi sentì il vento della notte sulla faccia. La luce della luna era l’unica fonte di illuminazione che permettesse a Memento di osservare la città. Dorian si sforzò non poco per fare in modo che le prigioni suscitassero un qualche interesse per l’animale che godeva di ampia autonomia.
“CRAH!” l’animale diede un verso con quanto più fiato avesse in corpo in risposta alle sensazioni pressanti che gli provenivano dal suo padrone, ma alla fine indirizzò il suo volo verso le torri che spiccavano tra gli altri edifici limitrofi.
L’animale volteggiò con noncuranza intorno ai merli e alle tegole e quando ebbe avuto contezza della costruzione, si decise ad avvicinarsi alle feritoie che scandivano i piani delle torri.

Dorian sperò che i voli del proprio famiglio non dessero troppo nell’occhio. Per alcuni secondi tornò in se e si guardò intorno per accertarsi che la situazione dalle sue parti fosse ancora sicura.

Memento si poggiò sul cornicione di una feritoia. Dentro Dorian non vide nulla di suo interesse, poi il corvo si rimise in volo, infastidito dal piano d’appoggio inclinato che rendeva disagevole la sosta.
La scena si ripeté ancora qualche altra volta, prima che lo schiocco di una frusta non attirasse l’attenzione.
Ormai la connessione con il corvo durava da qualche tempo ed era diventato più facile convincerlo ad assecondare i desideri di Dorian.
Questa volta, dall’altra parte della feritoria, nella penombra prodotta da alcune candele, gli occhi di Memento fecero vedere al guerriero, Dag vestito solo di brandelli sanguinolenti, ben assicurato ai ceppi, ricevere domande e scudisciate in egual misura.
Una grassa risata fu la risposta dello sceriffo di Athkatla all’ennesimo colpo ricevuto.
“Non ne so niente!” grugnì mascherando il volto tirato dal dolore con un sorriso smargiasso.

“CRAH!” il verso dell’animale interruppe la scena.
Gli astanti si voltarono a guardare l’uccello e il torturatore incalzò Dag.
“Sente l’odore del tuo sangue ed è in fila per strapparti le carni dalle ossa. Forse dovremmo legarti meglio e lasciarlo fare per un po’, che ne pensi sceriffo?” rise sadicamente e prima che l’uomo potesse rispondere gli indirizzò una nuova sferzata.
“CRAH!” Memento lasciò il suo posto e si diresse in cerca di alleati.

Audra si accovacciò e studiò per l’ultima volta il percorso delle guardie. La loro prevedibilità era rassicurante. Contò fra sé quante clessidre impiegassero per fare un giro completo e adocchiò ancora la luna, pregando che le nuvole d’alta quota le dessero almeno un po’ di respiro. Con un respiro profondo evocò il potere di Eclisse e s’immerse nel gelido abbraccio delle ombre, pronta a scattare.
“CRAH!”
Per poco non uscì dalle ombre per la sorpresa. Un corvaccio nero le svolazzò davanti al naso e riprese quota, volando in circolo sopra la sua testa. Planò senza smettere di gracchiare e si posò su una panchina di pietra poco lontano, fissandola con i suoi occhi strani. Audra lo riconobbe. Memento.
”Zitto!” sibilò con astio, senza alcun successo. Agitò le braccia-ombra per scacciarlo via, ma il corvo per tutta risposta iniziò a sbattere le ali come un ossesso. ”Dannato corvaccio del malaugurio, torna a tormentare il tuo padrone! Sciò! Sciò!”
“CRAH!”
Con l’improvviso pensiero di riservare lo stesso trattamento a Dorian non appena si fossero rivisti, Audra si allungò nelle ombre e con la velocità che esse le garantivano afferrò Memento per il collo. Il contatto lo fece piombare nelle ombre con lei e...
DANNAZIONE!
Un flusso incontrollato di pensieri, grezzi e sfocati, le attraversò il cervello in virtù della condivisione telepatica. Tuttavia un’immagine le si plasmò nella mente con troppa chiarezza. Sorpresa per la seconda volta in pochissimi minuti, Audra lasciò la presa sull’animale, che per tutta risposta le lanciò una serie di imprecazioni nella sua lingua corvesca prima di innalzarsi in volo e puntare verso la torre. Lei lo seguì con lo sguardo.
La sfortuna mi perseguita. Maledetto corvaccio. Non puoi darmi mai buone notizie?
Alzò il pugno-ombra in gesto di minaccia. ”Tu...! Con te faccio i conti dopo!” sussurrò nel buio. Dopodiché tornò al suo obiettivo, ricalcolando il tracciato da percorrere.
Appena la guardia si volta, giù nelle ombre, risalgo il muro di cinta, in cima torno visibile, salto giù e subito nel buio, dritta fino alla parete e da lì mi immergo nelle tenebre scalando il lato nascosto alla luna. Una volta sul tetto, sarò visibile, ma se raggiungo la torre senza farmi scoprire posso ancora sfruttare l’ombra fino in cima.
Deglutì, i suoi occhi sfavillarono come quelli di un gatto sorpreso da una torcia e scivolò nelle tenebre non appena la guardia le diede le spalle.

Dorian si riscosse. L’ultima sensazione da Memento era stata la paura dovuta alla stretta sul collo che mista all’eco del tocco gelido di Eclisse formavano una miscela difficile da mandar via di dosso. “Questo è quello che si ottiene a fare un favore a quella lì. La prossima volta che chiederò a Memento di andare a cercarla, piuttosto verrà a defecarmi sulla testa.”
il comandante della Resistenza tornò a spiare da dietro il suo nascondiglio la strada.
La via era ancora ingombra di guardie. “Dovrò trovare un altro modo per avvicinarmi.”

Raggiungere il muro di cinta fu la parte più facile. Arrampicarsi rimanendo un tutt’uno con le ombre, uno scherzo. Quando le sue mani oscure toccarono la sommità del muro, la luce della luna le sferzò senza pietà. Fu allora che Audra rimase appesa come un pipistrello, senza osare fiatare, gli occhi piantati a sorvegliare le mosse delle guardie. Senza nemmeno muovere un muscolo, pur sapendo di avere ancora buona parte del corpo mimetizzata, attese che il soldato passasse oltre e girasse l’angolo prima di dare un colpo di reni e oltrepassare il bordo. Incurante della malagrazia delle proprie mosse, si lasciò cadere oltre, finendo dietro dei barili d’acqua piovana. Subito vi si acquattò al riparo, trovando conforto nel gelido abbraccio del buio. Attese con smisurata pazienza che una nuvola oscurasse la luna quel tanto che bastava per permettere una breve corsa fino all’edificio e pregò in cuor suo che le facesse il piacere di tornare indietro più tardi per consentirle la fuga.
Si appiattì al muro e vi si inerpicò. Il tetto merlato era sorvegliato, ma non vi si sarebbe issata se non prima di raggiungere la torre. Come un ragno, percorse l’intera facciata usando particolare prudenza quando si avvicinava alle finestre. Sarebbe bastata una tenda scostata o una torcia accesa all’improvviso vicino ai vetri per farla precipitare a tradimento.
Una volta all’angolo, si trovò costretta a issarsi sul parapetto per poter raggiungere il lato in ombra della torre. Saldò la presa delle dita sui merli, si issò ignorando il fastidio dato dall’emergere così in fretta nella luce e, dopo una veloce occhiata, si precipitò verso il lato opposto.

Dorian aveva intanto zigzagato per strade e vicoli alla ricerca di una falla nel giro di ronda. Superato il perimetro, si trovò, per assurdo, ad avere un po’ più di libertà di movimento e, finalmente, una linea di visuale libera sulla costruzione oggetto del suo interesse.
Anche se difficile da vedere, Audra non era invisibile quando era dentro le ombre, così il guerriero si mise ad osservare con attenzione maniacale la prigione in cerca di un segno che palesasse la presenza dell’amica.
Gli ci volle un po’, ma sapendo dove e cosa cercare, scorse un movimento indistinto sulla parete verticale. Quindi trattenne il fiato con lei quando la vide ciondolare in bella vista appesa ad un cornicione.
Un moto di panico lo portò a guardarsi intorno, sperando che nessun piantone stesse rivolgendo il suo sguardo in quella direzione e proprio in quel momento sentì il vociare di due guardie che si avvicinavano.
“Inizio a pensare di portare veramente sfortuna...” fu il suo pensiero prima di mettersi al riparo continuando a tenerli d’occhio.
Per fortuna di Audra, i due uomini erano immersi in una fitta conversazione sui problemi del matrimonio e procedevano distrattamente, guardando poco oltre i loro piedi.
Dorian si accorse che uno stava per voltarsi verso il compare e, nel farlo, avrebbe visto sicuramente, anche se lontana, la cacciatrice appesa come un pipistrello.
Ancora una volta Memento giunse a salvare la situazione.
“CRAH!” volò appena sopra le teste dei due, distraendoli.
“Cosa?!”
“Ancora questo corvo? Non se n’è mai visto uno andarsene in giro così di notte.”
“Si sarà perso. Perché non lo mandiamo all’altro mondo. Dici che lo prendo con un colpo di balestra?”
“Due pezzi d’argento che lo manchi.”
”Mer.da...” pensò Dorian. “CRAH!” gracchiò Memento allontanandosi di gran carriera.
Intanto Audra era di nuovo tornata nelle ombre, lontano da occhi indiscreti.
“Fiuu..”

[continua...]

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MessaggioInviato: Ven Mar 26, 2021 12:06 am Rispondi citandoTorna in cima

[Athkatla - poco dopo]

Nonostante le tenebre le permettessero di muoversi più agevolmente, Audra misurò ogni movimento mentre si arrampicava lungo il fianco della torre. Controllò ogni feritoia incontrata sul suo cammino per essere certa di non sbagliare piano, ma dentro di sé supponeva già che a Dag avrebbero di sicuro riservato un posto di riguardo, se così si poteva descrivere. La cima della torre si avvicinava sempre più e, benché immersa nel buio, lei sentiva il cuore battere all’impazzata nelle orecchie. Lo scorcio di visione che aveva visto durante il suo brevissimo contatto con Memento non le era piaciuto. Affatto.
Giunta alla feritoia della cella, rimase in ascolto. C’era un silenzio pesante, rotto di tanto in tanto da un respiro affannoso e colmo di dolore. Con il cuore stretto in una morsa, si diede un ultimo slancio e, aggrappandosi alle sbarre, guardò all’interno.
Dapprincipio non scorse nulla, nemmeno con la sua vista notturna. Notò i ceppi, aperti, abbandonati oltre le sbarre della cella. Che l’avessero portato via? Poi capì di stare guardando nella direzione sbagliata. Il respiro era proprio sotto di lei.
”Dag”, bisbigliò con molta cautela.
Il respiro affannoso rallentò.
”Dag.”
Un leggero sferragliare. Come pensava: lo avevano legato al muro. E se le prigioni di Athkatla erano come le ricordava, la lunghezza delle catene era studiata per impedirgli di sedersi, ma non di provarci e scorticarsi i polsi nel tentativo. Una tortura nella tortura.
”Dag. Quassù.”
Le catene cessarono di muoversi. Poi la voce di Dag le giunse, forzata, come se stesse trattenendo qualcosa. “A... Audra?”
Lei si odiò per non poter divellere le sbarre della feritoia e giungere lì dentro, al suo fianco.
”Sì.”
Non riuscì a dire altro, almeno per il momento. Rimase lì immobile, appesa come un gonfalone oscuro, finché non si accorse che le catene avevano preso a tintinnare. Uno sbruffo, un altro, e poi le mani callose di Dag afferrarono il bordo della feritoia, issandosi appena. Le nocche erano coperte di sangue e bastò quella vista a montarle una sensazione viscerale di rabbia e frustrazione senza pari. Aveva visto Dag sanguinare tante volte, ma non lo aveva mai visto in ceppi. Era quella - l’umiliazione - a bruciare.
Dag riuscì a guadagnare il bordo della feritoia quel tanto che bastava per potersi trattenere, a fatica, con un avambraccio. Trasalì quando la vide nella sua forma-ombra. Senza nemmeno pensarci, Audra infilò il braccio tra le sbarre e afferrò il suo, lasciando che il potere di Eclisse lo contagiasse.
Zitto!, lo ammonì all’istante, sentendo che stava per mettersi a urlare.
Dag riuscì a controllarsi, entrando nelle tenebre con lei. A causa della condivisione dei pensieri e delle sensazioni, Audra avvertì l’ondata di dolore di rimando, così intensa da farle rischiare di perdere la presa. La sopportò stoicamente e tirò verso di sé per aiutare Dag a guadagnare la feritoia fin dove gli permettessero le catene. Tuttavia, una volta trovato un appiglio stabile, Dag strappò via la mano.
”Resta nelle ombre. Ti daranno sollievo.”
“Ma non ne danno a te. E questi sono solo graffi.” Mentiva. L’occhio pesto, il sangue dal naso e il dente mancante nella mascella urlavano il contrario. Per non parlare delle scudisciate, che non poteva vedere ma aveva percepito in virtù del contatto come se avessero solcato la sua, di schiena. Eppure non osò contraddirlo.
Dag si bilanciò meglio sul sostegno e la fissò negli occhi lucenti.
“Non ti avevo mai vista usarlo.”
Audra non rispose. In un’altra occasione si sarebbe gonfiata d’orgoglio, ma in quel momento si sentiva impotente. Le sue doti le permettevano di fondersi con l’ombra, ma nulla potevano contro delle semplici sbarre di ferro.
”Non è gradevole, ma è utile.”
“Per il nostro lavoro, di sicuro. Che ci fai qui, pulce?”
Sebbene sapesse che i suoi lineamenti non fossero visibili, Audra si concesse un sorriso. Dag era sceriffo da tempo, ma aveva ancora lo spirito del cacciatore di taglie mercenario.
”Che razza di domanda è?” lo apostrofò, pur non riuscendo nemmeno un po’ a provare rabbia nei suoi confronti. ”Quando ho scoperto che ti tenevano rinchiuso...”
“Se sei venuta a scroccare il grog ti avverto, qui non ne passano neanche un goccio.”
Audra ebbe la fortissima tentazione di tirargli un pugno sul naso già martoriato. Si avvinghiò ben bene alle sbarre e rilasciò il potere solo per concedersi il privilegio di toccargli la mascella e girargli il viso per rimirare le sue ferite. “Guarda qui...”
“Abbiamo passato di peggio, pulce”.
“Siamo stati anche meglio, però.”
Dag le sorrise. Audra pensò a quante volte, nella sua vita, era capitata una cosa simile. Si potevano contare sulle dita di una mano.
“Che diavolo vogliono da te?”
Lui alzò le spalle. “Le solite cose. Credono che siamo complici, quindi sperano di avere qualche informazione per arrivare a te. A voi. Ma qualcosa non torna. Questi non sono i metodi della Guardia Cittadina.” Guardò il cielo e un lampo d’intuizione lo colse. “Sei andata all’appuntamento?”
Audra annuì, tornando nell’ombra. “Sta accadendo qualcosa di assurdo. Ho spiato la loro riunione, ho visto una sorta di... attrezzo telepatico. Parlavano degli Alfieri, di una Tabula Rasa e poi... ho visto dei... dei... “cosi” umani, con delle armi che sparavano palle esplosive. C’è mancato poco che mi facessero secca! Dag, ma che sta succedendo? Chi è questa gente? Il Senato deve essere informato!”
“Il Senato è compromesso” fu la laconica risposta di Dag. “Questi... individui sono strani. Non sono maghi, sono qualcos’altro. Usano un’arte che non riesco a comprendere. Hanno messo le loro radici ad Athkatla. Si sono infiltrati anche nel Consiglio. Prima o poi lo sradicheranno come un’erbaccia.”
“A meno che qualcuno non li fermi” ribatté Audra. “Per questo mi serve il tuo aiuto.”
“Non ne hai mai avuto bisogno, pulce.”
“Mi hai scoperto... Era solo una scusa per tirarti fuori di qui.”
Dag scosse la testa. “Stai violando i miei insegnamenti. Nessuno si cura di nessuno, o si rischia un rallentamento. Devi filar via.”
Gli occhi di Audra mandarono un lampo. “Scordatelo, Dag. Non so cosa diavolo sia la Tabula Rasa di cui cianciano, ma io ti porto via da questa fogna prima che la possano attuare.”
“No. Non devi farlo.”
“Convincimi del contrario. Dei santissimi, entrerò in questa fott.uta prigione e sgozzerò ogni persona che mi si parerà davanti. Li farò mangiare dalle tenebre fino ad arrivare da te!”
Dag le abbrancò la mano con forza, incurante di finire nel buio con lei. Audra tornò normale per evitargli lo shock del passaggio.
“Fermati, Audra. Per favore. Questa non sei tu. Non trasformarti in ciò che ero. Mi ripugna vederlo in te.”
“E cosa diavolo dovrei fare? Lasciarti qui a marcire, sempre se quei bastardi non facciano a gara a chi ti strapperà per primo la carne dalle ossa a suon di frustate?”
“Sì. Perché se mi fai evadere, metteranno la città a ferro e fuoco. Ribalteranno ogni casa per trovarmi e non solo, sapranno benissimo qual è il loro obiettivo, il mio unico legame, e sapranno che sei nei paraggi. Invece loro devono continuare a credere che ti sia data alla macchia. Lascia loro quest’illusione e agisci nell’ombra. Tu hai anche un vantaggio non da poco.”
“Ma mi prendi per il...”
Audra si accorse di aver alzato la voce solo quando avvertì dei passi al piano di sotto. Tacque, trattenendo il respiro, e anche Dag sembrò pronto a lasciar la presa. Ma poco dopo i rumori si smorzarono. Falso allarme.
“Dag” incalzò lei, non appena il cuore prese a calmare i battiti, “ti uccideranno. Non posso permetterlo.”
“Se mi volessero morto, l’avrebbero già fatto. Lasciami continuare con la recita.”
“Io non correrò questo rischio.”
“Invece devi.”
“No.” Audra sarebbe rimasta lì a ripeterlo per tutta la notte. “Dag, ti prego” sussurrò. “Ci siamo già abbandonati una volta. Non voglio commettere lo stesso errore.”
Dag le rivolse un sorriso storto. Un sorriso da cacciatore di taglie. Allungò le dita gonfie per i ceppi e le sfiorò la guancia.
“Ti ricordi quando ti abbiamo pescato nelle catacombe di Romar? Eri una pulce cenciosa che sapeva però il fatto suo. Io non ti volevo tra i piedi. Ti avrei spezzato le gambe e lasciato indietro, se ciò avesse significato conquistare qualche minuto di vantaggio. Quando Matrim ci convinse che ci saresti stata utile, io non ero d’accordo. Credevo che saresti stata solo un peso.”
“Dimmi qualcosa che non so” sussurrò lei, con le viscere ritorte dalla sofferenza. Che avrebbe dato per potersi smaterializzare e superare quelle sbarre. Per farle superare a lui. “Non mi hai mai voluto davvero con te.”
“Non ho mai voluto questo mondo per te, è diverso” rispose Dag, sfiorandole una ciocca di capelli. “Non volevo che ti macchiassi l’anima come noi. Ma mi sbagliavo. Tu non sei mai stata un peso, sei stata un dono. Un dono più prezioso del diamante che ti porti addosso. Non scordarlo mai, Audra. Ti prego, non scordare mai che dono prezioso sei.”
Per tutta risposta, Audra si schiacciò contro l’inferriata pur di raggiungerlo. Eclisse l’avvolse di botto come se avesse percepito tutta la sua rabbia e la trasformò in un demonio nero con gli occhi di luna, che tentava con tutte le forze di superare l’ostacolo delle sbarre.
“E’ colpa mia se sei qui dentro.”
“Sai che non è vero. Stavano già seguendo la loro pista. Il tuo coinvolgimento è stato uno spiacevole incidente.”
“Misericordia dritta nel loro cuore, ecco cosa sarà uno spiacevole incidente!”
Dag la fissò con occhi sottili. “Niente colpi di testa, Audra. Studia la tattica. Anticipali. E cerca alleati. Non puoi fare tutto da sola.”
“Qualche aiuto ce l’ho.”
“Ti riferisci a Dorian Maldovar? Fa parte del tuo piano?”
“Purtroppo sì. Speravo non venissi a saperlo.”
“Non ti biasimo. Lui ha dei poteri, proprio come te, per questo siete entrambi bersagli. In tempo di guerra, in fondo, si stringono le alleanze più insperate. Vedi di non lasciarci la pelle per quel ricercato, però. Dicono sia un folle temerario.”
Udendo quel consiglio, Audra fu grata che in quel momento non condividessero i pensieri.
“Vieni con me” lo supplicò per l’ultima volta.
“Verrò. Ma non ora. Sono più utile qui. Tenderò le orecchie. Magari si lasceranno sfuggire qualcosa di importante.”
”I compagni non si abbandonano.”
“Da quando siamo compagni?”
“Non ho mai smesso di esserlo.”
Dag si lasciò scappare una risata sorda. D’improvviso le sue forze vennero meno e scivolò dalla feritoia. Audra lo riacciuffò e lo accolse di nuovo nelle ombre, sostenendolo con una mano sola. Lo sollevò fino alle sbarre e le loro fronti si toccarono. Oltre al dolore, in quell’istante venne condiviso qualcos’altro. Un legame. Quanto di più vicino a un padre. Quanto di più simile a una figlia.
“Sai cosa fare, Audra. Vai a caccia. Sei brava a farlo, una delle migliori. Stanali e appendili per le palle. Li voglio vedere penzolare dalla forca che io stesso innalzerò.”
Audra tornò normale solo perché potesse guardarla nel verde smeraldo dei suoi veri occhi.
“Lo farò, Dag. E tu, la prossima volta che tornerò, verrai via con me. La tua fuga è solo rimandata.”
“Audra...”
“Solo rimandata” sentenziò lei. “Hai capito? Tornerò prima della luna nuova. Osa cedere fino a quel momento e giuro che andrò a tirare le orecchie a Ramius pur di riportarti indietro. E non sarò di buon umore.”
“Perché, di solito lo sei?”
“Va’ al diavolo...” e con quell’ultimo sibilo tra i denti Audra si tuffò nelle tenebre della torre, scivolando di nuovo verso il tetto.


Quando Audra si fu allontanata, Dorian terminò il contatto con Memento che gli aveva permesso di ascoltare tutta la conversazione. Rimase in silenzio, nell’oscurità del suo nascondiglio per alcuni minuti combattuto su quanto ascoltato, ma alla fine si decise a ritornare sui suoi passi in direzione delle catacombe.
Non era sicuro di volere che Audra scoprisse che l’aveva aiutata ed ancor meno voleva che scoprisse che aveva origliato la sua conversazione con Dag.
Attese quindi che il corvo si appollaiasse sulla sua spalla. “Sei stato bravo, amico mio. Ora riposati.” lo grattò con due dita poco sotto il becco e quello rispose strusciando la testa sul suo collo.
Il comandante della Resistenza scivolò silenzioso come un’ombra tra le strade deserte della capitale in direzione del più vicino ingresso ai sotterranei.
Giunto in prossimità di uno degli accessi, si guardò intorno per accertarsi che nessuno lo stesse osservando, quindi si addentrò nel freddo umido dei sotterranei. Si era mosso in fretta e sperava di rientrare prima dell’amica.
Una volta davanti a un grande oblò metallico che fungeva da ingresso corazzato per i cunicoli centrali, diede ancora un’occhiata alle sue spalle tendendo le orecchie. Non percepì nulla. Rincuorato, sgusciò all’interno del tunnel e chiuse il passaggio alle sue spalle.
“Perché ci hai messo tanto?”
Audra era dall’altra parte della stanza. Seduta su un tavolo macilento, stava sgranocchiando un pezzo di carne secca.
Dorian fece un salto indietro per lo spavento, mentre il suo cuore perdeva un battito. “Che... che... Mi hai spaventato, maledetta! Perché mi fai gli agguati, non eri a salvare Dag?” dopo un primo momento di incertezza, il guerriero decise che la maniera migliore per non rispondere a domande scomode era chiedere a sua volta con più insistenza.
Audra alzò un sopracciglio. “Ehi, che ti prende? Ti ha beccato il corvo?” Saltò giù dal tavolino e ingollò l’ultimo pezzo di cibo. “Piuttosto, fallo sparire dalla vista, quell’idiota pennuto per poco non mi ha fatto scoprire! Se mi va ancora tra i piedi, gli torco il collo e lo do a Sam per cucinarlo.”
“Ecco... Memento! Proprio lui cercavo. Da che era con me mentre rientravo a che non l’ho più visto; scomparso. Ho girato come un matto. Hai presente quanto è difficile cercare una cosa nera al buio?... Si che ce l’hai presente. È la tua specialità.”
“Ma hai sempre detto che non potevi controllarlo e che quindi lo lasciavi a briglia sciolta...”
“E... sì, ma di notte non dovrebbe andarsene in giro. Di solito dorme beatamente sul trespolo. In un’altra vita sarà stato un pappagallo. Quindi era con te, com’è andata? Dag sta bene?”
“Sta bene come potrebbe esserlo un prigioniero.” Audra si risedette sul tavolino e sfoderò Misericordia, lasciandone scivolare la lama da un lato all’altro, come obbedendo a un tic nervoso. “Credono sia un nostro complice e stanno cercando di estorcergli la verità a forza. E le guardie sanno come andare per le spicce. Volevo tirarlo fuori ma...” Si interruppe e anche Misericordia si fermò un impercettibile istante, per poi continuare “...ha deciso di non venire per evitare che la milizia si muovesse rastrellando la città. Non mi ha potuto dire molto. Ma mi ha confidato dei sospetti sul Senato.”
“È molto nobile da parte sua rimanere nelle mani dei suoi aguzzini per non metterci in pericolo, ma ammetto che sono preoccupato. Spero che alla fine non lo spezzeranno e finisca per rivelare quello che sa, per quanto poco, su di noi. Il Senato, dici? Se così fosse, non saremmo mai abbastanza per riprenderci questa città.”
Misericordia cessò il movimento altalenante con uno scatto che sibilò come un serpente nell’eco del tunnel. “Dag non ci tradirebbe mai.” Anche il tono di Audra era duro come una lama. Poi riprese con più calma: “Ha parlato di corruzione. Ci sono degli infiltrati. Dei burattinai. Se solo scoprissimo chi sono...”
Dorian alzò entrambe le mani come a voler calmare la reazione di Audra. “Sono stato rude, scusami.” tagliò corto il discorso su Dag, conscio che qualunque cosa avrebbe potuto dire non avrebbe fatto che esasperare la donna. “Scoprire gli infiltrati, dici? C’è una cosa a cui prima non facevo caso e che ho imparato da quando bazzico coi Gatti. Tutti mangiano, anche i senatori. Troveremo qualcuno dei loro che parli, benché i tempi stringano.”
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