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The Chronicler
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MessaggioInviato: Ven Dic 28, 2018 12:17 pm Rispondi citandoTorna in cima

Un cigolio acuto riecheggiò nella stanza mentre il pesante portone di legno e ferro si apriva verso l’interno. Un uomo entrò con passo indolente, non prima di aver squadrato per bene la figura accovacciata al centro della sala, come per accertarsi fosse ancora lì.
L’uomo scostò dalla testa il suo cappuccio verde sporco, rivelando una testa dalla forma leggermente allungata e con pochi capelli sul cranio. Gli occhi scuri, piccoli e infossati, non perdevano di vista la figura inginocchiata immersa nel buio. La luce della torcia, che l’uomo agganciò ad un anello di metallo al muro, era l’unica fonte di luce presente nella stanza.
Il gocciolio che si avvertiva dal muro opposto era stato fino a quel momento la sola compagnia della figura inginocchiata. Quell’unico rumore ritmico venne interrotto improvvisamente dall’uomo appena entrato, che si schiarì la voce con un colpo di tosse, prima di parlare.
“Bene bene, Vampiro. Bentornato a casa. Permettimi una breve presentazione, tanto abbiamo qualche minuto prima che ti conduca dagli Aurei.”
La figura al centro rimase immobile.
“Mi chiamo Josiel e credo di doverti ringraziare. Se non avessi ucciso il mio predecessore Azariel, non l’avrei potuto sostituire nelle sue mansioni e sarei tutt’ora a svolgere il mio -ingrato- lavoro precedente.”
Un ghigno beffardo si dipinse sul volto magro dell’uomo, dal naso adunco e con un tentativo malriuscito di pizzetto giallastro.
“Questo ovviamente non cambia niente riguardo la tua attuale situazione. Sappi solo che raccoglierò la lezione che Azariel avrebbe appreso, se tu non l’avessi sgozzato come un animale: non toglierò mai quei ceppi che ti inchiodano al suolo. D’altronde è quello che si dovrebbe fare con le bestie feroci, no?”
La figura inginocchiata al centro della stanza non rispose. Pesanti catene inchiodavano le braccia all’indietro, verso il suolo, e anelli di pietra ne cingevano i polsi. Il torso era nudo, per gran parte coperto di sangue rappreso. Non si scorgevano però ferite visibili sui muscoli, in tensione a causa della postura forzata. Il capo inizialmente chino si sollevò appena per guardare dritto verso il suo interlocutore.
Occhi castani rivolsero a Josiel uno sguardo di puro, gelido odio attraverso i lunghi capelli sporchi.


“I dati sono incongruenti.”
“Ne sei sicuro?”
“Sì. Quando è ricomparso, il soggetto ha manifestato un battito cardiaco, e non è possibile.”
“Riesaminalo.”
“Già fatto. Gli organi adesso sono inerti. Nessuna respirazione, nient’altro.”
“Un errore di calibrazione del macchinario?”
“Ne dubito. Era già emerso la prima volta. Due errori non sono concepibili.”
“Pensi sia dovuto all’Anchsar?”
“Forse. Sono solo ipotesi. In tal caso dobbiamo provocare la manifestazione, riesaminando i fattori ambientali e replicandoli.”

Ibrido crollò su un ginocchio. Il disorientamento iniziale gli faceva ballare la vista. Non si era ancora abituato al teletrasporto, ma c’era altro che lo rodeva dall’interno. Da quando aveva bevuto il sangue dell’altro, un senso di disagio si era fatto strada nelle sue viscere e nel suo cervello.
”Bentornato a casa, Vampiro.”
La voce provenne da ogni direzione. Ibrido scrollò il capo e si rese conto di essere piombato nella consueta sala dove faceva rapporto. Tutte le luci erano spente e, sebbene il buio non avesse misteri per lui, quell’immota tranquillità gli instillò un presentimento cupo.
”Oh, grazie. Perché sono già di ritorno? Sono lusingato delle vostre premure, ma non c’era bisogno di...”
La frase gli si interruppe a metà. Le pareti vibrarono e quasi subito Ibrido sentì una forza irrestistibile agguantargli le braccia e tirarle verso le pareti opposte, come fossero catene immateriali e invisibili. Ringhiò di riflesso sfoderando le zanne ancora sporche di sangue.
”Ti avevamo detto VIVO, Vampiro. Che stavi facendo?”
La domanda colse Ibrido alla sprovvista. Non era uno stupido, sapeva che forse gli Inquisitori tenevano traccia dei suoi spostamenti, ma non avrebbe mai creduto così da vicino.
”Che c’è? Mi rimproverate una mancanza di buone maniere...?" mormorò tra i denti.
”Non osare prenderti gioco di noi. Abbiamo rilevato l’entità delle ferite, prima che si rimarginassero. E abbiamo visto le tue azioni. Non stavi adempiendo al tuo compito. Stavi soltanto soddisfando il tuo sollazzo.”
Sospetti confermati. Ibrido ringhiò di nuovo, per la frustrazione. La sua libertà era quindi irrimediabilmente compromessa. La bilancia dei vantaggi cominciava a pendere nella direzione che non desiderava. Doveva riequilibrarla al più presto.
”Non ve l’ho ucciso, no?” sputò con astio. ”So dosare bene le mie forze. Volevo soltanto rendervelo più remissivo.”
”Dosare le forze?” La voce, se possibile, assunse un tono curioso. ”Se avessi voluto renderlo inoffensivo dal principio, avresti usato il tuo potere. Il tocco che brucia. Ma non l’hai fatto. Forse persino tu hai dei limiti.”
Ibrido sgranò gli occhi nel buio. Di male in peggio. Avevano capito i limiti della Forgia contro l’altro Vampiro. Digrignò le zanne e cercò di strattonare le braccia, senza successo. Per un attimo, ma fu una sensazione fugace, ebbe l’impressione di avere i polsi stretti in ceppi, un sentore fisso nel cervello. Un attimo, e la sensazione svanì.
Che diavolo mi sta succedendo? Pregò che almeno i pensieri gli appartenessero. Almeno quelli.
”Il mio potere contro di lui? Rischiavo di rendervelo carbone!” rise, tentando di sviare i loro sospetti.
”Forse.” Ibrido non colse alcuna convinzione in quella voce. ”Lo sapremo presto. Avanti. Rapporto.”
Ibrido esitò. Di norma bastava vomitare il sangue ingerito per eseguire l’ordine, ma stavolta non obbedì subito. Quel sapore in bocca gli stava ancora rovistando le viscere e altro, qualcosa che non capiva, gli stava divorando la mente. Doveva capire cosa gli stava succedendo. E doveva farlo da solo, prima che lo facessero quei dannati incappucciati.
”Non ho mietuto altre vittime” mormorò a mezza bocca. ”I vostri ordini...”
”Conosciamo bene i nostri ordini, Vampiro. Ora obbedisci.”
Per la prima volta da quando era nella ziggurat, Ibrido sentì mancare il controllo sulla situazione. ”Volete farmi morire di sete?! Mi rendereste inutile.”
”Oh non preoccuparti di questo, Vampiro” lo rassicurò la voce, senza premura alcuna nel tono. ”In alcun modo sarai inutile.”
”Volete rimandarmi a caccia?”
”Niente caccia per te, per un bel pezzo” fu la risposta, e prima ancora che Ibrido potesse replicare, la stanza svanì.

Un crepitio, dapprima sottile e poi via via più intenso, scosse la sala ovale ai piani superiori della ziggurat. Un piccolo globo di luce comparve e iniziò a pulsare al centro della stanza finché, in un silenzioso lampo di luce, d’improvviso si materializzarono il Vampiro, ancora incatenato al suolo, e il suo custode umano Josiel leggermente scosso a causa del teletrasporto.
I sette uomini erano seduti al grande tavolo circolare in pietra scura che il Cronista ricordava. Sembrava che fossero rimasti sempre lì, in paziente attesa del suo ritorno.
“Bentornato, Vampiro.” lo salutò l’uomo incappucciato al centro. Il Cronista alzò la testa, fissando dritto negli occhi l’umano che aveva parlato. Né la penombra né la tunica nera potevano nasconderne del tutto i lineamenti. Il Vampiro intuì una mascella volitiva, occhi cerulei e un ciuffo di capelli biondi sulla fronte.
“Hai commesso un grosso errore a fuggire. Un grosso ed inutile errore. Come vedi la nostra tecnologia è sufficiente a riportarti qui da qualunque buco deciderai di nasconderti. Se non ti abbiamo riportato indietro immediatamente è stato solo per lasciarti riavvicinare ai tuoi vecchi compagni e potervi studiare con comodo.”
Il Cronista non fiatò.
“Ora, ci troviamo in una spiacevole situazione: prima che decidessi di tradirci e di darti alla fuga, avevamo concesso di lasciarti studiare più da vicino il Nucleo di questa struttura.” l’uomo appoggiò i gomiti sul tavolo e congiunse le mani al centro, davanti alla bocca, in atteggiamento riflessivo “ovviamente tale concessione è revocata. Cercheremo di trovare altri modi per lavorare su quel progetto senza il tuo aiuto. Ma non temere...” portò l’indice della mano sinistra verso il Vampiro inginocchiato “abbiamo altri piani in serbo per te. Un altro progetto per il quale il tuo aiuto potrebbe essere prezioso.”


Ibrido comparve di botto in una stanza che non aveva mai visto. Una sala ovale, dall’illuminazione quasi fastidiosa. Di buono fu che le braccia erano tornate libere, anche se non sapeva perché avesse ancora il sentore di avere i polsi serrati da qualcosa d’invisibile. Di cattivo fu la presenza sgradita che si trovò di fronte: lo squadrone degli Aurei al completo. Compreso Qain, che lo aveva accolto nei primissimi secondi della sua non-vita e con cui aveva stretto il patto di mutua convivenza.
Ma non era solo.
Accanto a lui, in ceppi e accompagnato da un uomo incappucciato, stava l’Altro. Il Creatore. Logan. Il Cronista. Nendai-ki henja. Gli appellativi fioccarono come grandine nella sua mente. La sola vista gli accese lo spirito della battaglia. Ringhiò e sfoderò le zanne, ma l’altro non sembrò neanche vederlo, gli occhi fissi sul Consiglio di Aurei che aveva di fronte. Neanche il suo aguzzino parve badare a lui. Ibrido non capì subito, finché non si accorse del tremolio dell’aria che li separava. Un muro invisibile. Li avevano isolati.
Guardò i polsi stretti nei ceppi e il collegamento che fece con le sue sensazioni lo disorientò. La stessa morsa al petto che aveva provato durante il morso si rifece viva e, d’istinto, vi si portò la mano. Avvertì un sussulto, poi più nulla. Che gli accadeva, dannazione?

”Di nuovo. Hai visto?”
“Avevi ragione. Direi che possiamo rendere tesi la nostra ipotesi. E per quanto riguarda le possibilità dell’immunità superiore... direi che abbiamo trovato i soggetti ideali. Sia la cavia, sia l’alchimista.”


”Perché mi avete portato qui?”
”Per illustrarti il tuo nuovo compito” fu la risposta recisa di Qain. Non muoveva le labbra, ma era come se la voce venisse direttamente dalla stanza, come al solito. ”Quell’uomo non dovrà uscire dalla stanza che gli sarà assegnata. Lo sorveglierai tu. Osserverai il suo operato e farai adeguato rapporto. Lo terrai a bada e sederai qualsiasi suo tentativo di rivolta.”
Quella proposta risultò alle orecchie del Vampiro, se possibile, un insulto ancora peggiore di essere tenuto prigioniero da barriere invisibili. Ma non solo. Continuava a guardare il Cronista attraverso quel vetro incorporeo e improvvisamente una sorta di orgoglio ferale lo investì in pieno. Un avversario, l’unico avversario degno di lui, tenuto in ceppi, SPRECATO! Lo voleva per sé, senza dividerlo con nessun altro. Gli apparteneva!
Qualcosa dovette trasparire dalla sua espressione, perché avvertì di nuovo una sorta di tensione ai polsi. Lo stavano per imprigionare ancora in quelle catene incorporee? Attese, ma non accadde nulla. Corrugò la fronte, senza mollare l’altro Vampiro con lo sguardo.
Era possibile? Stava avvertendo le stesse sensazioni dell’Altro? Si leccò il sangue sulle labbra. Doveva essere soltanto un riflesso, non altro.
”Come mai quest’uomo è vostro ospite?”
”La cosa non deve interessarti” replicò Qain senza scomporsi. ”E allora come saprò che sta portando avanti il suo lavoro?”
”Limitati agli ordini che ti abbiamo dato. Sapremo noi quando avrà terminato. Quando accadrà, sarai libero di scannarlo come più ti piace. Ma fino ad allora, deve rimanere vivo, e al sicuro, finché non avrà concluso il suo compito. Questo è il patto.”
”Per essere un Aureo, sei piuttosto generoso con i patti...” si complimentò Ibrido con falsa ammirazione. ”E se dicessi di no? Tanto per chiedere, eh... Sono solo curioso di come...”
Una scudisciata gli afferrò la schiena e lo piantò in ginocchio, esattamente come prima.
”Posso chiedertelo o posso farti obbedire con una semplice iniezione, Vampiro”, lo apostrofò Qain senza fare una piega. ”A te la scelta.”
Balle. L’orgoglio di Ibrido gli fece vibrare la gola con un ringhio. So perché sono ancora... vivo, e soprattutto me stesso: perché non vuoi perdere il tuo Anchsar. Bene, me lo terrò stretto. Finché mi fa comodo.

D’improvviso l’Aureo al centro tacque, come in attesa di un cenno di risposta da parte del Cronista. Cenno che il Vampiro non mancò di evitare. Si concentrò invece sui ceppi che lo inchiodavano al suolo. La prima volta, da solo al buio, aveva provato a strattonarli per saggiarne la resistenza; l’unico risultato ottenuto, uno scatto all’indietro dei ceppi che gli aveva fatto schioccare le scapole. Inutile tentare ancora: quegli umani sapevano bene il limite fisico di un Figlio della Notte.
Dopo qualche minuto di attesa, d’improvviso avvertì un tremolio alla sinistra del suo campo visivo. Con stupore e una punta di sgomento si accorse di avere l’Ibrido a poche spanne da lui. In ginocchio, stava guardando dritto verso gli Aurei, completamente disinteressato alla sua presenza. Bastò un’occhiata all’aria che sembrava vibrare tra lui e l’altro a chiarire.
Non mi vede. Tra noi è stata posta una barriera.
Osservò l’Ibrido con cui aveva combattuto poche ore prima. Cercò di intuire in quelle forme ferali, negli occhi color sangue, una qualche traccia dell’amico scomparso.
Aygarth...
Il dolore che gli invase il petto fu improvviso e impietoso. Era mortalmente stanco e mentalmente a pezzi. L’essersi ricongiunto per pochi giorni ai suoi vecchi compagni d’arme, scoprire che niente era rimasto del loro antico legame, lasciarsi consegnare come un traditore ad un carnefice dalle fattezze del suo vecchio amico e fratello, erano sentimenti che urlavano senza pietà nelle sue viscere. L’umanità di cui Aygarth gli aveva fatto dono era ormai diventata un fardello che lo legava in ceppi ben peggiori di quelli che lo bloccavano.
”Ti presento il tuo nuovo esperimento, Vampiro.” la voce di Qain, che permeava la stanza, lo costrinse a focalizzare la sua attenzione nuovamente sul gruppo di umani incappucciati. Forse solo per questa brusca interruzione non si accorse di come l’Ibrido avesse spalancato gli occhi dalla sorpresa quando il nome di Aygarth era comparso nella sua mente.
”Avrai nuovo materiale biologico su cui lavorare, e anche un nuovo guardiano. Entrambe le cose sono qui alla tua sinistra, in questo momento sorde alle mie parole.”
Nonostante la situazione in cui stava per precipitare, il Cronista non poté fare a meno di notare il sibilo di frustrazione di Josiel alla sua destra: il Vampiro era stato probabilmente l’incarico più breve della sua carriera.
”Questo Ibrido non conosce ovviamente l’entità dell’incarico che sto per affidarti. Ma sa esattamente come tenerti a bada: l’abbiamo visto prima di riportarvi qui entrambi.”
“Tenterà di uccidermi non appena gli darete la possibilità di vedermi. Avrete due cani che si azzannano a giro per i dedali di questa struttura. Davvero volete commettere questa sciocchezza?”
Davvero, sì. Sappiamo come tenerlo a bada, e lui terrà a bada te.”
Incurante dello sguardo assassino che il Cronista lanciò all’Aureo, la voce di Qain continuò a riempire gli spazi della stanza ”C’è una cosa che vogliamo tu estragga da lui. Dovrai partire dal composto che hai sviluppato per i Mietitori e che li ha resi refrattari a qualunque arte magica. Ha funzionato egregiamente. Dovrai compiere un passo in avanti. Come immagino tu sappia il corpo di questo Ibrido custodisce molto di più di semplici arti magiche: con il materiale organico che ti procureremo, dovrai plasmare il composto in modo da rendere il materiale inerte da qualsiasi tipo di magia. Qualsiasi.” Il Cronista capì ”Quando sarà pronto, il tuo guardiano diventerà la tua cavia. Lo renderemo inoffensivo, e gli inoculerai il siero. Dopo, penseremo noi al resto.”
Il Vampiro non sprecò fiato a chiedere il perché. Intuiva il motivo e ricordava bene la conversazione precedente che aveva ascoltato, sempre in quella stanza ovale, riguardo l’Anchsar.
Osservò l’Ibrido, e il suo sguardo corse in un guizzo sui suoi tratti bestiali.
Se Aygarth è ancora lì dentro, da qualche parte, è l’Anchsar a custodirlo. Svilupperò il siero e, quando sarà il momento, l’Anchsar verrà con me. E Aygarth con esso.
Si voltò nuovamente verso l’Aureo al centro e annuì con un breve cenno del capo.

Un’ondata inesplicabile gli invase le viscere. Ibrido spalancò gli occhi cremisi. Non era una sensazione fisica, ma qualcosa di più simile a uno stato d’animo, che però gli era sconosciuto, mai provato in prima persona. Gli toccò rovistare nei ricordi del passato per trovare traccia di quanto gli stava accadendo. E la trovò, in molteplici occasioni.
Tristezza.
Assurdo! Perché si sentiva in quel modo? Era furibondo, umiliato, desideroso di rivalsa e di vendetta. Ma non c’era neanche motivo di contemplare quel sentimento! Non per un predatore come lui!
Adocchiò la barriera che lo separava dall’Altro, ora opaca. Aveva perso il contatto visivo. Maledizione! Da quando aveva assaggiato il suo sangue, il corpo e la mente avevano iniziato a fargli scherzi, a non renderlo più padrone di se stesso. E la cosa peggiore, ne era sicuro, era che anche gli Inquisitori se ne sarebbero accorti. A quelle teste incappucciate non sfuggiva niente.
Si raggelò all’improvviso. Avvertì un sussulto nel petto... un battito.
IMPOSSIBILE!
Cessò prima ancora di terminare il pensiero. Ibrido si ritrovò a inspirare aria nei polmoni pur non avendone bisogno. Un riflesso della sua vita precedente, di quando lo sgomento gli paralizzava la ragione.
Eppure...

Rumore di ingranaggi. Nelle orecchie, tutt’attorno.
Stavolta ebbe coscienza di aprire gli occhi. Dentro di sé vibrava ancora il suo stesso grido, un’eco che si perdeva nel nulla.
Non sapeva dove fosse. Non era l’altra parte, no, l’aveva vista e la temeva come fosse il peggiore degli incubi. No, era da un’altra parte. E doveva capire dove.
Una luce fioca illuminò quel buio che credeva eterno.
Senza indugio si mosse - o così gli parve - come una falena attratta dalla lanterna.


Ibrido serrò le zanne, uno spasmo incontrollabile. Il cuore. Il cuore aveva dato un battito, stavolta l’aveva sentito davvero. Per un istante.
Controllati! Qualsiasi cosa succeda, è colpa dell’Altro. Dissimula. Non mostrare segno. Non devono sapere. Devo capire io per primo. Io prima di loro.
”Accetto!” ringhiò, e un sorriso crudele gli sfiorò le labbra incrostate di sangue.
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Akhayla
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MessaggioInviato: Ven Gen 04, 2019 3:23 pm Rispondi citandoTorna in cima

[Anchsar]

La luce non si è ancora spenta. Una lucciola che gli instilla la speranza.
La segue. Tallona ogni suo guizzo, ogni suo movimento, come se fosse l’unica risposta a ciò che succede. A ciò che è.
Si avvicina. Protende la mano che non è una mano. Protende se stesso.
La luce, da misera scintilla, diventa un faro. Un sole. Un mondo...

...assordante.
Aygarth ebbe la sensazione di essere caduto da una grande altezza. Il primo istinto fu di portarsi la mano al petto dove, a quel risveglio, aveva provato un dolore lancinante, subito scomparso. L’ultimo ricordo che aveva di sé era un pugnale. Freddo e implacabile tra le carni, nelle ossa. Nel cuore.
TLA-CLUNK! TLA-CLUNK!
Era raggomitolato in posizione fetale su una lastra di metallo fuligginoso. Allungò le mani e ne saggiò la consistenza col tatto. Non era un’illusione.
Metallo?
E quel fracasso... non cessava. Ferro che strideva, cacofonie ritmiche...
Aygarth alzò lo sguardo per la prima volta. Quasi si pentì di averlo fatto. Da dovunque fosse caduto - se così davvero era successo - era atterrato su una sorta di piattaforma circolare, non più grande della piazza di Athkatla. Tutt’attorno...
TLA-CLUNK! TLA-CLUNK!
Sbatté le palpebre, incredulo. Non c’erano muri o soffitti, ma solo un conglomerato di ruote dentate, leve, stantuffi e cingoli. Il movimento, solo a una prima apparenza scoordinato, obbediva a un ritmo che ad Aygarth ricordava fin troppo un battito cardiaco. Si incastravano alla perfezione l’uno nell’altro, come se ogni centimetro di quel luogo fosse stato accuratamente studiato per stiparvi più meccanismi possibili senza che il lavoro di ciascun tassello disturbasse quello degli altri.
Il giovane fabbro si alzò in piedi, trovando le gambe fin troppo leggere. Si passò una mano sul petto e per un istante ebbe la sensazione di sfiorare, proprio al centro, una sorta di foro freddo e profondo. Si guardò con terrore, ma non vide altro che il proprio torace, sfregiato dalle cicatrici delle battaglie che aveva affrontato nella sua breve carriera di alabardiere.
Ma dove diavolo sono?!
Nell’Anchsar.
Ad Aygarth scappò un’esclamazione di sorpresa. Indietreggiò fin quasi al bordo della piattaforma, fino a saturarsi i timpani col macinare degli ingranaggi. Eppure non aveva paura. Sembrava una voce femminile, ma non era quella di Zadris.
Zadris! quasi pensò di riflesso, con un’onda di panico, e all’istante le ruote dentate acquisirono velocità. Spaventato da quella reazione, Aygarth si costrinse a calmarsi, respirando a fondo per dominare le emozioni. Quando il ritmo dei meccanismi tornò quello consueto, ebbe la certezza che quell’ambiente rispondesse al suo stato d’animo.
Chi sei?
Non mi conosci, ma ti ho osservato, attraverso altri occhi. Ho assunto altre forme e ascoltato un altro battito prima del tuo. Un battito spirituale, colmo di potere e conoscenza. I cingoli rallentarono come a voler produrre meno rumore. Mi chiamavano Shantia, ma ora è un nome senza significato. L’Anchsar ospita il mio spirito da tempo. Mi ci sono fusa.
L’Anchsar... I ricordi si riversarono nella mente come un ruscello gelido. Ricordava Ainlime. Il giorno del suo incontro con la compagnia. Darth sul letto, esanime. Honoo che gli impiantava l'artefatto nel petto. E poi, miglia lontano e in un tempo che sembrava così remoto, l'anima di Darth che permeava la sua. Il suo spirito che gli donava le conoscenze, che lo plasmava in un certo qual modo. Donandogli tutto... anche quello.
Un senso d’oppressione gli montò nel petto. Sono... morto...?
Sarebbe la terza volta, non è vero? La voce, che proveniva da ogni dove, sembrò tuttavia priva di scherno. Ma così non è. Non sei morto, Aygarth della Forgia. Ti ho reclamato prima che il tuo spirito si dissolvesse.
Dov’è Zadris?!
Non posso saperlo. Ma se tu vivi, ella vive. Così è sancito.
Allora... Aygarth si guardò intorno. Questo luogo...?
La prima volta che hai visto l’Anchsar con i tuoi occhi, era solo un artefatto meccanico. Ma il Maestro delle Matrici l’ha reso spirituale, una volta nelle sue carni. E’ la tua mente a dare realtà a quanto vedi. Lo spirito reagisce allo spirito.
Ecco perché quella sorta di panorama bizzarro. La prima immagine che lui aveva dell’Anchsar, trasfigurata dal suo inconscio. Dovette trascorrere qualche secondo perché Aygarth accettasse quell’ennesima verità.
Ma se tu... se tu mi hai preso, ora che ne è del mio corpo? Che ne è della Forgia? Ricordò la pugnalata, lo scivolare via senza un gemito. Si era spento quasi troppo velocemente. Io posso guarire! Lo hanno già fatto... Honoo aveva... Sentì il sapore del dubbio nelle sue stesse parole. Perché non posso uscire? A che pro tenermi qui dentro se non posso vivere?
Si diresse rapidamente verso il bordo della piattaforma. Shantia, o qualsiasi cosa fosse viva nell’Anchsar, non disse nulla. Nell’avvicinarsi, i marchingegni reagirono facendogli spazio, manco scansassero un appestato. Il pavimento si allungò, plasmandosi in un corridoio che Aygarth percorse a passo svelto, nell’eco cacofonico degli ingranaggi in movimento. Quand’anche l’ultima ruota dentata si scostò per dargli strada, si ritrovò di fronte a un muro di ferro. No, non un muro. Una porta.
La toccò e subito ritrasse la mano. Era rovente, ed era bastato quel singolo contatto per avere il palmo strinato, come se l’avesse immersa nel fuoco vivo. Aygarth sentì montare la collera.
Perché non mi fai uscire?!
Perché non puoi.
D’improvviso, uno zigrinio sulla porta. Una finestrella sorse dal nulla. Aveva il vetro in parte affumicato. Aygarth vi posò un avido sguardo.
Nonostante l’opacità del vetro, ciò che vide fu fuoco allo stato puro.
Era come un tornado di lava. Non poteva avvertirne il calore, ma fu sufficiente guardarlo per percepirne il tocco rovente fin dentro l’essere. Non vide dettagli, solo quella furia di fiamma che non dava tregua.
Che diavolo è?!
Fu allora che udì la risposta che lo raggelò.
La Forgia.
Aygarth arretrò, sconvolto, gli occhi fissi sul palmo strinato. Non è possibile, balbettò nella mente. Perché dovrebbe ferirmi? Perché dovrebbe essere un pericolo per me? Io sono il Detentore!
Non è a te che obbedisce, ora. Non lo capisci, Aygarth? Non ti sto proteggendo dalla morte. Ti sto proteggendo da LUI.
Lui CHI?
E non appena lo disse, una puntura dolorosa gli arpionò il labbro inferiore. Si portò una mano alla bocca e avvertì, per un istante infinito, i canini ipersviluppati sfiorargli la pelle. Cadde bocconi, incredulo.
No!
Un pugno sul metallo.
No, no, NO!
Mi dispiace, Aygarth... La voce di Shantia assunse una nota sconsolata. E’ nato.

_________________
Piccolo angelo bellerrimo crudele sanguinario...

Io sono una creatura del Caos. Ma dal Caos nasce la saggezza, e dalla saggezza il potere.

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MessaggioInviato: Mar Gen 08, 2019 8:30 pm Rispondi citandoTorna in cima

[Ore dopo]

Spire luminescenti attraversarono la sala buia. Ibrido aveva imparato a tenerle d’occhio e non fidarsi. Era stato ricondotto lì, ma non ne sapeva il motivo. Perlomeno non era rimasto immobilizzato. Toccò il petto ora inerte. Nessun altro segno. Quel silenzio non lo convinceva.
Un sibilo, come del vapore che fuoriusciva dalla caldera. Il Vampiro si guardò intorno. L’oscurità non rivelava nulla. Pensò di ricorrere alla precognizione, ma si accorse che la sala era schermata. L’unica arma su cui poteva contare era la Forgia, ma neanche quei sensi speciali rivelarono presenze viventi.
D’improvviso il dolore.
Lo avvertì al braccio, lancinante. Vi si portò l’altra mano e si accorse che vi era impiantato un aculeo sottile, collegato a una sorta di tubo che spariva sul soffitto. Era apparso dal nulla, rapido come una serpe. Imprecando fra sé, Ibrido si scostò con uno strappo, disincagliandosi in fretta, ma non abbastanza da non avvertire un’orrida sensazione di risucchio prima che l’aculeo schizzasse via.
”Che diavolo...?!” Voltò lo sguardo in tutte le direzioni, le zanne sfoderate. ”Che significa?”
La voce dell’Inquisitore giunse lontana, metallica, come se provenisse da una conca di rame.
”Il tuo sangue, Vampiro. Al momento siamo a corto di... provviste adeguate per persone della vostra risma. Tu hai bevuto a sufficienza nelle scorse ore, ma l’alchimista ha bisogno di nutrirsi. Un sorso basterà a permettere che non muoia.”
”Morire...? Cosa..." Al di là del controsenso pronunciato, a Ibrido bastò un’occhiata ai propri ricordi per capire l’inutilità di quell’operazione. ”Lui non si nutre col sangue! E’ diverso da me! Comunque, se proprio ci tenete a saziargli la Sete, fatemi uscire e catturare qualche preda, almeno sarà sangue fresco e non di…”
Una sferzata invisibile gli aprì una ferita sulla schiena. Il Vampiro crollò in ginocchio. Non riusciva a individuare la fonte di quegli strumenti di tortura, né se fossero oggetti fisici o manifestazioni d’energia. Quel che era peggio, non riusciva a prevederli e quindi schivarli.
”Ricordati il tuo compito. Sei il suo guardiano e nient’altro. Ora assolvilo.”

Il sangue scorreva lungo un piccolo solco del diametro di un pollice che scendeva, risaliva e si rituffava verso le viscere della ziggurat. Il canale baluginava di un tenue colore verde e il liquido ne seguiva fedele il percorso, incurante di curve strette e gravità. Infine terminò il suo percorso sbucando dentro una stanza rischiarata dalla luce di alcune torce, dove immobile una figura attendeva.
Il piccolo ruscello cremisi cadde senza fretta in un’ampolla di vetro. Quando le ultime stille di liquido finirono al suo interno, mani affusolate prelevarono l’ampolla dal tavolo in legno scuro su cui era appoggiata e la soppesarono.
Il Cronista si spostò con l’ampolla verso la parete opposta all’ingresso, su cui erano appese e custodite alcune fiale di liquido trasparente. Ne prelevò due e aggiunse alcune gocce di entrambi i composti all’interno dell’ampolla. Il sangue contenuto nel recipiente acquistò sfumature di colore viola acceso. Si spostò quindi al centro della stanza, verso una ruota dentata in legno da cui alcune cinghie si dipartivano e scomparivano in un foro nel muro. Versò il contenuto dell’ampolla in una fiala di vetro e la tappò; ripose l’ampolla in un cassetto di un vecchio scrittoio in legno e posizionò la fiala in un incavo della ruota dentata. Azionò una leva, e la ruota iniziò a girare, dapprima lentamente, poi acquisendo via via velocità. Dopo alcuni minuti di velocità sostenuta il Cronista riposizionò la leva nella posizione precedente e la ruota rallentò fino ad arrestarsi. Staccò la fiala dal suo alloggiamento e la osservò al chiarore delle torce. Il suo contenuto era ora di colore omogeneo.
Stappò la fiala e la agganciò ad un supporto posizionato sopra un piccolo braciere. Agganciò alla sua estremità un piccolo tubo trasparente e flessibile e ne seguì con lo sguardo il percorso. Il piccolo tubo si divideva in tre rami, le cui estremità terminavano all’interno di tre piccoli recipienti. Dopo qualche minuto, il calore iniziò a far ribollire e poi evaporare il liquido viola contenuto nella fiala. Osservandone distrattamente il vapore che fluiva e si divideva nei suoi tre principali componenti, Il Cronista toccò il tubo flessibile. Ingegnoso. Non ho mai visto un materiale così duttile. si trovò a pensare suo malgrado. Il cigolio della pesante porta d’ingresso in legno e ferro lo strappò a quel pensiero.
Ibrido entrò nella stanza dove era tenuto prigioniero il Cronista. Teneva il volto in ombra; solo gli occhi erano gocce cremisi e vivide, e l’occhiata che gli scoccarono non fu affatto delle più amichevoli. Senza dire una parola si avvicinò a un angolo sgombro e incrociò le braccia, spaziando con lo sguardo sul tavolo colmo di alambicchi e fogli ricchi d’appunti.
“Un nuovo giocattolo per i tuoi padroni?” lo schernì. ”Non l’avrei mai detto... Sembra che tu ci provi gusto a rendere capolavori le tue creazioni, per questi...” Non finì la frase. Non sapeva se fossero ad ascoltare. Anche se lo intuiva.
Il Cronista non si voltò, resistendo alla tentazione di non dare le spalle ad Ibrido, ed osservò con tranquillità il vapore che saliva verso l’alto nel peculiare tubo trasparente dividendosi nei tre rami. “Un nuovo giocattolo? Forse. Se riuscirò nel mio intento.” Dopo qualche minuto, il vapore iniziò a condensarsi all'estremità del ramo più in basso. Quando la prima stilla ricadde nel recipiente posto al di sotto, l'alchimista si voltò verso Ibrido e ne studiò il volto con sguardo vigile “Tu invece? Ci provi gusto ad essere il loro cane ubbidiente?”
Ibrido allargò un sorriso, meno strafottente ma non per questo meno inquietante. Avrebbe potuto dare una risposta al fulmicotone, ma di certo non poteva smascherarsi da solo. “Meglio il loro cane che lo zerbino dell’Uomo-Antico. Tu dovresti saperlo. E poi..." Afferrò le spade e le lanciò in orizzontale lasciando che si impiantassero nella parete fino all’impugnatura, due segmenti affiancati. Con un balzo leggero vi saltò, e girò sui talloni accovacciandosi per sorvegliarlo. “...come dicevo, e poi hanno già i loro bravissimi cani. Sono degli ottimi cacciatori, oh sì.”
Con la mente risalì ai ricordi in cui i Mietitori giunsero alla fucina del fabbro. Ricordò la porta sfondata, il panico del ragazzo, la Forgia inerte, e il lembo di muscolo della schiena strappato con un solo morso. Per poco non era emerso quel giorno... ci era mancato davvero un soffio.
Il volto del Cronista non si scompose alla vista delle due spade conficcate nella parete. Ma socchiuse gli occhi di colpo, come distratto da un pensiero improvviso, quando Ibrido menzionò i Mietitori. Per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di nuovo nella cucina della sua casa a Garmya, solo e in attesa che gli Inquisitori venissero a prenderlo per costringerlo a lavorare per loro. Aveva convinto Kyla a scappare ed era rimasto solo ad aspettarli: in quel momento gli era parsa la cosa più giusta da fare, per il bene della ragazza. Sentì risuonare nelle orecchie il rumore della porta di casa sfondata e il brontolio sordo dei Mietitori che, implacabili, si portavano al centro della stanza per sopraffarlo. Tentò di liberare qualcosa dentro di sé (la sua furia da combattente? La sua Sete da Vampiro?) ma invano. Fu sopraffatto dalla paura e chiuse gli occhi con uno scatto in attesa di essere aggredito. Li riaprì dopo pochi attimi, e il suo sguardo acquistò consapevolezza mentre lanciava un’ultima occhiata ad Ibrido. I Mietitori non l’avevano mai braccato. Lui stesso li aveva creati per gli Inquisitori.
Questo ricordo non è il mio.

[Anchsar]
TLA-CLUNK!
Nonostante il fragore dei marchingegni, Aygarth sentiva soltanto un profondo silenzio attorno a sé. Dentro di sé.
Ha preso il controllo mormorò alla sala vuota. Non era una domanda, ma percepì l’esitazione di Shantia e ne ebbe la conferma. Che cosa ha fatto? Nel momento in cui lo chiese, scoprì di aver paura di scoprire la risposta. Shantia, tu hai visto che cosa ha fatto?
L’ho sentito.
Dimmelo...!
Sarebbe inutile, giovane guerriero. Dovresti vedere coi tuoi occhi per comprendere e, per farlo, dovresti forzare i ricordi del Vampiro. Così facendo, lui si accorgerebbe di te e ciò non deve accadere. Se Ibrido...
Ibrido?!
E’ il nome che si è scelto. Se Ibrido scoprisse che tu sei qui dentro, farebbe di tutto per annientarti. Sei l’ultimo appiglio alla vita, tua e di Zadris... e un non morto non può permettere che la vita torni nel suo corpo. Il tono di Shantia si fece più indulgente. Il tuo è stato uno spirito morente per parecchio tempo, Aygarth. Devi ripristinarti, altrimenti non riuscirai mai a fronteggiarlo. Né lui, né la Forgia che ora comanda.
Aygarth chinò il capo. La spossatezza che avvertiva era fin troppo reale. Cercò di rimettere in ordine i pensieri. Chissà che ne era stato di Zadris... E Lao! Fuggito o catturato ancora? Non lo sapeva. Che avrebbe dato per scoprire quanto era accaduto.
Era lui anche prima? chiese al vuoto rumoroso che lo circondava. Il contatto che ho percepito, quando mi sono svegliato. Era Ibrido?
No, Aygarth. Era l’altro.
Chi? e non appena lo pensò, la sala venne invasa da una cacofonia di voci che riuscì a sovrastare il clangore metallico dei meccanismi. Dovette tapparsi le orecchie per non esserne sopraffatto. Tutte le voci erano identiche alla sua. Voci di ricordi.
“Cronista! Colui-Che-è-Come-Un-Fratello! Il Protetto della Forgia! Il Vampiro! Logan! LOGAN! LOGAN!”
Aygarth si ritrovò carponi cercando di dominare l’ondata di emozioni che lo aveva travolto. Quando fu sicuro che il riverbero assordante fosse cessato, staccò le mani dalle orecchie e osservò, sgomento, i macchinari che si ammansivano.
Lui?! Com’è possibile? Era qui? QUI? Shantia?! Rispondimi!
Lui E’ qui. Ora.
Quella risposta lo folgorò. Si guardò intorno, preso da una smania incontrollabile. Non sapeva esattamente cosa fare. Gridò il nome del fratello a più riprese, ma la sua voce venne coperta dai TLA-CLUNK dei cingoli. Frustrato, si acquattò di nuovo per terra, artigliando il ferro.
Calmati. O ti sentirà!
Voglio che mi senta lui, non Ibrido! Voglio che sappia che sono qui! Come ci riesco?! Lo sperava ardentemente. Era aggrappato a quella piccola speranza come se fosse l’ultima della sua vita. Voglio sentire! Insegnami! Voglio sentire! Tu dici di sentire il mondo esterno, di vedere ciò che fa Ibrido! Voglio farlo anche io!
Senza aspettare risposta dalla presenza, si sdraiò sul pavimento come a volerlo auscultare. Ogni pensiero volò al fratello di sangue, e persino i macchinari ne seguirono il ritmo. Un ultimo grido in quel delirio di metallo.
LOGAN!
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MessaggioInviato: Mar Gen 08, 2019 11:29 pm Rispondi citandoTorna in cima

[Athkatla]

La luce soffusa delle lampade ad olio colpì l’occhio di Dorian come una stilettata. Abituato ormai alle tenebre delle fogne, infatti, la sua vista sembrava essersi dimenticata di come fosse fatta una torcia, tanto da renderlo cieco per alcuni interminabili secondi.
Si trascinò lentamente lungo la galleria d’ingresso, sorreggendo Audra con fatica nonostante fosse parecchio più leggera di lui. Ma non vi era un istante da perdere.
“UOMINI, A ME!” gridò con quanto fiato gli era rimasto in corpo, sperando che qualcuno nella Tana lo sentisse.
Forse non la mossa più intelligente, visto che il luogo avrebbe potuto essere già stato occupato da altri armigeri, ma non aveva granché scelta.
Per alcuni minuti non successe nulla e solamente il rimbombo delle proprie parole aleggiò nell’aria umidiccia. L’uomo continuò pertanto a trascinare la compagna di disavventure in direzione dell’infermeria, sbuffando come un mantice per lo sforzo. La testa gli doleva a tal punto da sembrare sul punto di scoppiare e il dolore della ferita al braccio si era fatto più bruciante. Inoltre, se non si fosse rifocillato al più presto non sarebbe stato in grado di organizzare alcuna resistenza. Ma tutto questo aveva importanza marginale alla luce del fatto che Audra si stava letteralmente dissanguando. Forse avrebbero dovuto aspettare ad estrarre il quadrello, dopotutto.
Le elucubrazioni frenetiche di Dorian furono però interrotte da un improvviso scalpiccio. Piccoli passi affrettati si stavano avvicinando, riempiendo di un eco familiare i tunnel della Tana. Pochi istanti dopo, infatti, uno sparuto gruppetto di ragazzini e ragazzine comparve da dietro un angolo. Con occhi sgranati dalla paura e dalla preoccupazione, si fecero incontro ai due malridotti avventurieri, cercando di sostenerli come potevano, nonostante le dimensioni ridotte.
“Dobbiamo portarl-ahia!- in infermeria...” borbottò Dorian, digrignando i denti per il dolore quando una delle giovani reclute gli toccò inavvertitamente il braccio ferito.
Vociando concitatamente i gatti aiutarono il loro comandante e la ragazza. Nel giro di pochi minuti si ritrovarono quindi in un’ampia stanza circolare piena di brande.

”All’inferno!” Goudrel sputa astio e sangue. La ferita al polpaccio sanguina abbondantemente e a poco serve fasciarla, il muscolo è strappato dal feroce morso di un mastino. “Ci stanno ancora seguendo?”
Matrim si sporge dall’angolo del cunicolo. Le catacombe puzzano da fare schifo, e arriccia il naso. “Per ora no.”
“Ci siamo persi...” fa eco il terzo uomo.
“Non credo.” Matrim sposta lo sguardo e finalmente la osserva. Lei sta in silenzio, senza dire una parola. Come potrebbe? Nessuno le ha mai insegnato a parlare. “Questa pulce ci ha guidato bene. Chissà che ci faceva qui sotto.” *E chissà perché l’ha fatto*, aggiunge tra sé e sé. *Da quando i mercenari sono simpatici ai bambini?*
“Questo è un posto ideale per gli orfani e quelli senza fissa dimora...” fa eco Goudrel. “Non la vedi, come ti fissa? Adesso vorrà pure da mangiare. Cacciala via! Non voglio mocciosi tra i piedi.”
“Dobbiamo ancora uscire da qui” replica Matrim e fa spallucce in direzione della bambina. Occhi verde smeraldo lo fissano curiosi. “Sai la strada per uscire da questo labirinto?”
Lei annuisce scrollando i capelli nerissimi e sporchi fino all’inverosimile.
“Ah, Matrim!” si lamenta Goudrel, fasciandosi la gamba azzoppata. “Sarà una palla al piede! Lasciala qui e muoviamoci! Ci basteranno le torce!”
“Sembra conoscere la mappa di questo posto. Se ci perdiamo, tu muori dissanguato! Comincia a riprendere fiato, quando potrai camminare un po’ ce ne andremo da questo posto.” Matrim fissa il terzo uomo, seduto contro il muro, che guarda ostinatamente davanti a sé. “Tu che ne dici?”
L’uomo, che non avrà più di trent’anni, non sembra dargli retta. Matrim inspira e alza un poco la voce. “DAG! Tu che ne dici?”
Dag gli rivolge uno sguardo indifferente. “Il bagaglio è tuo. Il peso anche. Se resta indietro, se la cava da sola. Se ci fa scoprire, la lascio marcire. Questo è quanto.”
“Ovvio” fa Matrim. La bambina assiste a quello scambio senza battere ciglio. Chissà se ha capito.
“Allora falla rendere utile mentre aspettiamo che Goudrel si faccia bello...”
“Vai al diavolo...!”
“... e fai in modo che nessuno ci segua.”
“D’accordo.” Matrim si china sulla bambina e le indica il cunicolo. “Prima lezione di fuga. Quando si è feriti e si scappa...”

“...non si lasciano tracce.” La voce di Audra arrivò impastata come se venisse da un irresistibile dormiveglia. Ciondolava sulla spalla di Dorian, bianca come un cencio, eppure sembrava sicura come se recitasse una lezione a menadito. “Il sangue. Il sangue caduto va pulito. Cancellare le tracce. Il vino va bene, l’acqua meno. La cenere, il fuoco, la fiamma... Pulisci ogni traccia o arriveranno.”

Una ragazzina corse immediatamente verso uno degli scaffali addossati alla parete che erano pieni di bendaggi e medicazioni d’ogni tipo, traendone alcune bende pulite ed una piccola anfora di terracotta.
“Questo l’abbiamo preso da Honoo... quando ancora era al negozio...” disse con una vocina chiara e porgendo l’anfora a Dorian.
Questo sì che era un colpo di fortuna! Honoo era rinomato per i suoi impiastri in tutta la città e più di una volta avevano salvato la vita a membri della resistenza grazie alla loro applicazione. Era una tragedia che fosse sparito ormai da quasi due settimane senza lasciar traccia, la bottega semi-distrutta come unico lascito della sua presenza.
“Presto... dobbiamo pulirle la ferita” incitò stancamente Dorian, soffermandosi un attimo ad osservare Audra lì distesa su un fianco. Avrebbero dovuto toglierle di dosso il corpetto e la camicia, necessariamente. Fosse stata pienamente cosciente probabilmente lo avrebbe ammazzato anche solo per averlo pensato. Dovevano aver pensato una cosa simile anche i Gatti, visto che il loro vociare si spense ed iniziarono tutti a guardare Dorian in attesa di una sua presa d’iniziativa.
Pensava di essere troppo stanco per il pudore, eppure la sua mente sembrava avere un’opinione diversa al riguardo. Esitò in evidente imbarazzo prima di avvicinare le dita alle cinghie laterali del corpetto, armeggiandovi per un po’ prima di bloccarsi improvvisamente: agganciata alla schiena, infatti, vi era un’arma a doppia lama di fattura alquanto singolare. A dire la verità l’aveva già vista non troppe ore prima, quando Audra l’aveva brevemente minacciato nella sua stanza. Si sporse quindi per sfilarla ed evitare di ammazzare qualcuno per sbaglio. Per un attimo pensò che la lama sarebbe balzata fuori come la prima volta che l’aveva vista in azione, ma non successe nulla sul momento... finché non ruotò incautamente il manico in verticale. Con uno scatto repentino, la lama scivolò fuori dal proprio alloggiamento, arrestandosi a pochi centimetri dal piede destro di Dorian facendolo imprecare mentre un colpo di adrenalina lo fece balzare all’indietro.
“Questa qui è pericolosa pure da svenuta, dannazione...” sibilò tra i denti, cercando di non pensare al fatto di aver quasi perso un piede.
Ricomponendosi tornò ad occuparsi della ragazza, tuttavia, slacciandole finalmente il corpetto e facendosi aiutare dai gatti per muoverla il meno possibile durante l’operazione. Velocemente le sfilò la manica della camicia per poter raggiungere il foro d’ingresso del quadrello che stava continuando a perdere sangue.
“Morirà?” la voce candida di uno dei gatti ruppe il silenzio.
“Non penso. No, decisamente no, soprattutto se mettiamo l’impiastro di Honoo” fu la veloce risposta di Dorian. Cercò di suonare incoraggiante, nonostante temesse che la perdita di sangue avrebbe potuto essere troppa.
Dopo aver pulito la ferita con dell’acqua vi applicò delicatamente l’impiastro cercando di ricoprire al meglio il foro e sperando che la quantità usata bastasse.
“Mi sembra molto debole...” commentò preoccupato un altro gatto, osservando il volto pallido di Audra.
L’impiastro di Honoo, tenendo fede alla fama del mago, cominciò subito ad agire. Uno sfrigolio acuto si levò dalle carni offese di Audra. I legami muscolari presero a rigenerarsi in fretta, l’osso ricompose la frattura causata dalla cuspide. Un vago odore di alga bruciata si levò dalla ferita, che si stava rapidamente chiudendo.
Quasi all’istante, il volto di Audra si contrasse in una smorfia di dolore acuto e il braccio di lei, come per un riflesso incondizionato, si protese e artigliò quello sano di Dorian, che nel frattempo aveva aggirato il letto e le si era posizionato davanti per sincerarsi delle sue condizioni. Nonostante l’aspetto, la stretta delle dita, che imploravano una valvola di sfogo, era ferrea e ricca d’energia.
“Ma a volte l’apparenza inganna!” quasi gridò Dorian di riflesso, tentando di liberarsi.
Quando anche l’ultimo lembo di pelle si richiuse, l’impiastro secco cadde dalla spalla. Solo allora Audra si rilassò e la presa sul braccio del criomante si allentò, consentendogli di toglierlo dalle dita. Non si era svegliata, almeno non sembrava.
Massaggiandosi piano il braccio Dorian osservò meglio il volto di Audra. Sembrava esservi tornato un po’ di colore, finalmente. Di certo non sarebbe morta.
Stava per sedersi sulla branda di fronte quando uno dei gatti esclamò sorpreso:
“Guardate, ha un diamante nell’ombelico!”
Gli occhi dei ragazzini sembravano ancora più sgranati di quando li avevano visti fare il loro ingresso nella tana. Naturalmente Dorian si avvicinò, altrettanto curioso.
Era una pietra sfaccettata, di forma circolare. Nonostante fosse intagliata ad arte, la luce che vi batteva non produceva riflesso. Il cuore della pietra era nero come la notte. La pelle tutt’attorno all’ombelico presentava piccole striature nere, come venuzze in rilievo. A una prima occhiata sembrava infisso direttamente nelle sue carni.
Dorian si ritrovò ad allungare la mano. Il suo dito ondeggiò a pochi centimetri dal cristallo. Lo toccò.
Fu come tuffare le dita negli abissi più profondi dei laghi sotterranei di Polareia. Se prima, entrando nelle ombre con Audra, aveva provato un freddo indicibile, la sensazione che ora gli mordeva le membra era, se possibile, ancora peggiore. Si ritrovò a battere i denti e se ne stupì, proprio lui che aveva il dominio incontrastato del ghiaccio! Osservò il dito e d’improvviso si avvide delle identiche venuzze nere che gli stavano invadendo l’unghia. Eppure non riusciva a staccarsi, il freddo lo teneva inchiodato là, lo...
Con una mossa repentina, Audra schizzò a sedere. Il contatto si interruppe. Dorian ebbe il tempo di vedere la sua mano tornare normale prima che un’altra, meno fredda ma non per questo meno pericolosa, gli avvinghiasse la gola e stringesse forte. Non da farlo soffocare, ma da dargli dolore al respiro. Audra lo fissava con occhi colmi di collera.
“Non-farlo-mai-più” ringhiò con una voce che fece arretrare i Gatti.
“Vabenevabenevabene stai...calma” le parole uscirono leggermente soffocate dalla gola dell’uomo mentre sollevava le mani in segno di resa. “Volevo solo dare un’occhiata!” aggiunse poi, fissandola negli occhi. Non che fosse una giustificazione sufficiente, lo sapeva bene, ma era pur sempre la verità. I secondi trascorsero lenti, tanto da dare l’impressione a Dorian di essere stretto dalla mano di Audra da un secolo. “Mi lasceresti andare adesso?” chiese infine. Molto cautamente.
La stretta s’intensificò appena prima che lei lo liberasse. Audra lasciò cadere stancamente la mano sul grembo e poi si ridistese, non prima di aver lanciato un’occhiata ammonitrice ai bambini. “Sapete la storia della curiosità del gatto, no? Sapete com’è andata a finire? Prima lezione: MAI toccare le proprietà altrui. Specie se non si ha idea di che cosa si va a stuzzicare.” Fissò Dorian con aria poco amichevole. “Volevi passare la tua vita col corpo in ombra? Bella prospettiva!”
Dorian si massaggiò la gola, tossicchiando imbarazzato.
“Hai ragione... perdonami” disse soltanto, sedendosi stancamente sulla branda con un gemito di dolore. Si voltò poi verso i gatti, facendo loro un cenno con la testa e sorridendo. “Grazie per l’aiuto... potete andare a riposarvi anche voi”
Un po’ imbronciati e ancora spaventati i gatti lasciarono la stanza lentamente: avevano tante domande, si vedeva, ma allo stesso tempo non volevano rischiare di far arrabbiare Audra.
“E’ quella la fonte del tuo potere?” chiese infine Dorian, quando rimasero da soli. Immaginava la risposta, visto come il diamante aveva agito su di lui poc’anzi, ma rimaneva anche lui una mente curiosa, dopotutto.
Dopo l’esitazione iniziale, Audra annuì.“Ne ignoravo le doti, all’inizio. Non è stata una bella notte, quella in cui mi si è conficcato a forza. Il suo potere va compreso e dominato, e io ho avuto fortuna...” Gli scoccò un’occhiata colma di rimprovero. “Eclisse è mio... per ora. Non ha padroni. E’ ancora notte, per questo ha reagito. Mi sono svegliata quando l’ho sentito toccarti: se ti avesse *preso* come ha fatto con me anni fa, ora saresti lì, spaventato come un bambino, mentre il tuo corpo continua a mutare dalla normalità all’ombra, del tutto slegato dalla tua volontà. Viste le tue *virili* reazioni di prima, non sarebbe stato un bello spettacolo per i tuoi Gatti. Per non pensare al rischio che hanno corso! Se l’avesse toccato uno di loro? Ci hai pensato?” Non aveva alzato la voce, eppure si accorse di quanto l’avesse inasprita, colma di una preoccupazione involontaria. Inspirò a fondo per calmarsi, e ci volle del tempo per riuscirci. Si drizzò a sedere, annusò il contenuto dell’anfora e ne riconobbe la natura. Con la mano sana ne raccolse un po’ nel palmo e lo premette sulla coscia ancora sanguinante. Sibilò tra i denti il dolore, stavolta più sopportabile, e attese che l’impiastro facesse il suo lavoro prima di gettarlo via. Dèi, avrebbe avuto bisogno di abiti nuovi, i suoi erano un disastro.
“Eclisse non è certo l’unico cristallo arcano al mondo.” Fissò Dorian, nella fattispecie l’occhio traslucido. “E tu dovresti saperne qualcosa, mi sbaglio forse?
La mano di Dorian avrebbe voluto correre all’occhio artificiale in quell’istante, eppure si trattenne. Serrò per un istante le labbra, come se anche solo menzionare il cristallo gli procurasse dolore.
“Ne so qualcosina anche io, sì.” rispose lentamente. “Diciamo che questo mi dà la possibilità di… avere un paio d’occhi in più quando serve” sorrise stancamente, chiudendo poi per un attimo entrambi gli occhi e poggiando la testa tra le mani con un sospiro.
“E questi occhi non potevi usarli per vedere chi e dove ci stava seguendo?” La frase le uscì dalle labbra più secca di quanto volesse. “Diavolo... Dobbiamo pulire le tracce al più presto. Ci siamo dileguati in fretta, ma chissà da che punto possono riprovare coi mastini…” Si grattò la testa. Era ancora debole, e doveva mangiare e bere per ripigliarsi. Scoccò un’occhiata a Dorian, che era ancora con la faccia tra le dita, e si accorse dello squarcio ancora aperto sul suo braccio. Senza dire una parola, affondò le dita nell’anfora, si alzò in piedi nonostante le gambe fossero più molli di un giunco e senza mezzi termini gli calcò l’impiastro sulla ferita, mentre con l’altra mano gli bloccava il polso per evitare scatti inconsulti. Sapeva che quell’intruglio faceva un male cane.
Dorian digrignò i denti dal dolore mentre l’impiastro sfrigolava sul suo braccio, per poi lanciare un’occhiata quasi risentita ad Audra. Considerando tutto quello che aveva passato lei, tuttavia, il risentimento era decisamente fuori luogo.
“E per cosa avrei dovuto usarli gli occhi in più, per dirti quello che già sapevamo?” replicò con una punta di acidità nella voce. “E poi Memento è con Caul, non posso togliere degli occhi che potrebbero servire a lui.” Concluse.
“Memento? Stai quindi parlando del corvo?” Ma che nome idiota è? “Beh, se è i tuoi occhi, allora saprai dov’è quel monociglio e se è al sicuro.” La ragazza aveva un’aria fin troppo pratica. Buttò via l’impasto ormai secco, si tirò su le maniche della camicia lercia fino ai gomiti e controllò minuziosamente le braccia dell’uomo per capire se fosse stato colpito durante il combattimento. “Non ti hanno ferito in altre parti, no...?”
L’uomo annuì.
“Sì, è il corvo. E il problema se lo richiamo adesso è che lo potrei distrarre da qualsiasi cosa stia facendo. Non sarebbe saggio, diciamo.” spiegò poi. Dopo l’attento esame della ragazza rispose con un cenno di diniego. “Se escludiamo l’orgoglio, direi che non mi hanno colpito altrove… grazie a te.” le sorrise con gratitudine, quando improvvisamente la porta dell’infermeria si spalancò con un colpo secco.

Mikan era rimasto a girare su e giù per le catacombe come un’anima in pena da quando gli altri avevano lasciato la base per andare in missione. Non aveva mangiato, non riusciva a dormire, era mortalmente preoccupato per Caul e Daìne, ma soprattutto per la ragazza, che non erano ancora tornati e anche Dorian e la donna-ombra iniziavano a tardare.
Dopo del tempo che gli era sembrato infinito, avvertì scompiglio proveniente da una delle porte secondarie della base, una di quelle sulle fogne poi uno dei più piccoli lo venne a chiamare. “Dorian e la donna delle ombre sono arrivati. Sono feriti e li abbiamo portati in infermeria!”
Mikan corse in infermeria appena in tempo per vedere la calca di ragazzini che ne affollava la porta andare via spaventata.
“Che succede?”
“La donna stava soffocando Dorian e poi ci ha detto che eravamo troppo curiosi!”
“COSA?!”
Mikan afferrò il manico di uno scopettone per pulire a terra, lì abbandonato vicino a un secchio e corse verso l’infermeria. Quasi sfondò la porta “Lascia stare Dorian o io…!”
Il ragazzino si fiondò sulla donna mulinando il bastone.

Audra si accorse solo all’ultimo della porta che si apriva di colpo e del ragazzo che si era precipitato all’interno. Un po’ complice la debolezza per la perdita di sangue, non riuscì a fronteggiarlo coi suoi soliti riflessi. Riuscì soltanto a evitare l’impatto col bastone che era diretto alla sua testa, ma non fu in grado di scansarsi prima che Mikan le fosse addosso. Cadde all’indietro con lui sopra e fu per un colpo di fortuna che riuscì a impugnare il bastone prima che le spaccasse la fronte.
“Ti insegno io a soffocare il comandante!” Il ragazzo non si era accorto che i due stavano conversando, poiché allarmato dalle parole del suo compagno.
Cercò di liberare il bastone con tutte le sue forze, ma la presa della donna sembrava una morsa. Proprio durante uno strattone più forte dei precedenti Audra lasciò andare il bastone e Mikan fu sbilanciato all’indietro.
Non ho tempo per queste turbe adolescenziali... Audra lasciò che Mikan si sbilanciasse, gli agguantò entrambi i polsi con forza e facendo leva con le gambe lo ribaltò in avanti, facendolo capriolare sul pavimento. Senza interrompere il movimento, gli fu sopra a sua volta per immobilizzarlo col suo peso. Strappò il bastone dalle mani del ragazzino e, dopo un’occhiata furibonda che minacciava di restituire la cortesia delle percosse, si rizzò in piedi e spezzò il bastone a metà puntandolo sul ginocchio. Gettò i moncherini lontano oltre le brande.
“Gli ho salvato il c.ulo per tutta la notte, al tuo comandante!” sbottò senza mezzi termini, gli occhi infuocati. “Se questo è il ringraziamento, la prossima volta lo lascio annegare, trafiggere dai balestrieri, e infine lo lascio agonizzare al buio delle fogne!”
“Ma… ma…” Mikan non aveva capito molto di quanto era successo, si era ritrovato schienato a terra e disarmato in meno di un battito di ciglia “ma tu lo stavi soffocando…”
Lei lo guardò più allibita che arrabbiata. Si sedette pesantemente sulla branda, cercando di dominare i capogiri dovuti alla copiosa emorragia di poco prima. Lo indicò stendendo appena l’indice. “Ti sembra morto, lui..?”
Mikan guardò per la prima volta all’indirizzo del comandante. “Beh, no.” ammise con imbarazzo.
Dorian ricambiò lo sguardo di Mikan con espressione preoccupata, preso da altri pensieri.
“Voialtri state tutti bene? È successo qualcosa mentre eravamo via?” domandò quindi, facendogli cenno di sedersi sulla branda accanto a lui.
Già che era a terra, Mikan rimase seduto sul pavimento, per praticità. “No, non è successo niente, ma Daìne e Caul non sono ancora tornati, sono preoccupato…” il ragazzo tornò serio. “La vostra missione com’è andata?” Poi si voltò verso Audra “Scusa…”
La ragazza cavò dalla scarsella i manifesti che aveva rubato da Dag. La sua forma d’ombra era riuscita a preservarli dall’acqua e dal sangue, evitando che si rovinassero: uno dei tanti vantaggi di camminare nelle tenebre. “Abbiamo un appuntamento al buio, fra tre giorni” mormorò sparpagliando i fogli per terra. “I mandanti di questi bandi saranno in piazza. Dag li avrebbe incontrati..."
Dag. Il solo pensiero le trapassò la mente come una stilettata. Dag. Non sapeva che fine avesse fatto. Dopo l’irruzione delle guardie, le strade erano due: liberato o imprigionato. Non osò considerare la terza strada. Scacciò l’ipotesi dalla mente con forza. Si alzò in piedi, nervosa, e recuperò la propria spada giocherellandoci per smaltire la tensione. Nel sentire le scuse del ragazzino, si limitò a un cenno col mento. Non aveva proprio voglia di dare spiegazioni a nessuno. Né di arrabbiarsi.
Lentamente, Dorian si andò a sedere sul pavimento accanto a Mikan, posandogli una mano sulla spalla a mo’ d’incoraggiamento.
“Vedrai che Daìne starà bene. È un Gatto anche lei, sa come cavarsela se le cose vanno male” disse solo. Sapeva quanto il ragazzino ci tenesse all’amica e sperava davvero che Caul, nella sua infinita avventatezza, avesse perlomeno considerato di ritirarsi qualora le cose fossero andate male.
Lanciò poi uno sguardo ad Audra, vedendola assorta nei propri pensieri.
“Vedrai che starà bene anche Dag. E’ un osso duro anche lui e ne ha viste di tutti i colori.” cercò di rassicurarla, sebbene fosse un tentativo misero.
“Ah, parli come se lo conoscessi davvero..." La voce di Audra suonò fin troppo cinica. “Quello che si è mosso va oltre la normale giurisdizione, ce ne siamo accorti fin troppo bene! E c’è qualcosa che non mi quadra. Sono sicura che nessuno mi abbia seguito quando ti ho portato infagottato a casa sua. Quelle guardie erano lì per lui, non per noi.” Strinse il pugno. “Dag non ha poteri. Non ha MAI avuto uno straccio di poteri. E io ero sparita dalla circolazione da un pezzo, non avrebbero mai potuto ricollegarlo a me in maniera così diretta! Nessuno sa che sono tornata in città, mi sono nascosta bene! E..." Si rese conto che stava riflettendo ad alta voce e smorzò il discorso.”Andrò a vedere che fine ha fatto non appena starò meglio. Non c’è niente da bere, da mangiare? Sono a pezzi..." Lo chiese frettolosamente, quasi fosse ansiosa di sviare l’argomento.
Mikan annuì ad Audra “Chiedo a Sam se è rimasto dell’arrosto!”
“In effetti qualcosa da mettere sotto i denti non sarebbe male…” incalzò Dorian, alzandosi in piedi.
Il ragazzo si voltò questa volta in direzione del comandante. “Va bene, vado subito…” Si alzò a sua volta e fece per andarsene. Prima di uscire dalla stanza si fermò sull’uscio e guardò Dorian e Audra un’ultima volta assottigliando leggermente gli occhi. “Torno… presto.” Si allontanò con la sensazione di essere stato mandato via con una scusa.

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MessaggioInviato: Mer Gen 16, 2019 2:13 am Rispondi citandoTorna in cima

Un asciutto sorriso increspò il viso di Lao. Seduto fuori dalla grotta aveva espanso la sua mente per percepire quelle delle sue due allieve. Non così a fondo da poterne leggere i pensieri ma abbastanza da capire che la situazione si era rasserenata. "Brave, molto brave." borbottò rialzandosi in piedi e stirando la schiena. Chiuse la mente e rivolse lo sguardo altrove. Un problema forse risolto, altri migliaia da affrontare. pensò acido prima di avvicinarsi all’albero su cui era appoggiato il simbolo stesso di uno dei problemi più grossi nella lista: Zadris, l’alabarda di Aygarth.
Galdor, Ulkos e Magistra che erano rimasti fuori dalla caverna, videro uscire Lao. Da solo. Il guerriero si mosse nella sua direzione ma quasi subito notò l’espressione serena del vecchio e si tranquillizzò, nonostante l’assenza della ladra.
“Com’è andata là dentro?” gli chiese quando fu abbastanza vicino.
“Come doveva andare, non preoccuparti.” rispose Lao con un’alzata di spalle. “Sono ragazze intelligenti, anche la vampira. Nonostante quello che Aygarth pensava di lei.”
L’altro annuì alle parole di Lao. “Va bene” poi avvide che il vecchio stava puntando verso l’alabarda che aveva lasciato appoggiata poco lontano prima di entrare nella caverna. “Percepisci qualcosa provenire da Zadris?” gli chiese.
“Vediamo…” il vecchio si avvicinò all’arma e poggiò due dita sulla lama. “No.” rispose dopo qualche secondo di concentrazione. “E’ ancora dormiente, anche se non credo sia il termine giusto. Devo ammettere che quasi mi fa piacere che sia in questo stato. C’è un grande potere qui dentro, che solo Aygarth sapeva utilizzare propriamente.”

[Anchsar]
La luce non si è ancora spenta. Una lucciola che gli instilla la speranza.
La segue. Tallona ogni suo guizzo, ogni suo movimento, come se fosse l’unica risposta a ciò che succede. A ciò che è.
Si avvicina. Protende la mano che non è una mano. Protende se stesso.
La luce, da misera scintilla, diventa un faro. Un sole. Un mondo...


Dopo che Lao ebbe tolto i polpastrelli, Zadris ebbe un sussulto. Impercettibile, ma presente. Quel lieve tremore passeggero si tramutò in un vibrare rapidissimo. Lao rimase stupito da quella reazione. “L’avete visto?” chiese agli altri avvicinandosi ancora di più all’alabarda. Espandette al massimo i suoi poteri mentali nel tentativo di entrare in comunicazione con Zadris.
Nel momento in cui il vecchio cercò d’instaurare un legame, l’alabarda venne colta da un tremito più violento. Chiunque fosse nelle sue vicinanze poté percepire chiaramente il cambio di temperatura: il metallo si era fatto di botto incandescente. La corteccia dell’albero su cui era poggiata s’annerì di colpo, emanando una puzza penetrante di bruciato. Alla mente di Lao giunse un insieme di sensazioni indefinibili, che riuscì soltanto a paragonare al ruggito di un leone che si destava. O che minacciava chiunque invadesse il suo territorio.
“Ah... Ci tengo a precisare che non è colpa mia.” Lao arretrò concentrando la sua telecinesi contro Zadris. L’alabarda si sollevò lenta da terra, allontanandosi dall’albero su cui era appoggiata. “Ma che…” un intenso calore stava invadendo il vecchio, un calore che aveva percepito spesso in battaglia al fianco di Aygarth: la Forgia. Tentò di contrastarla con i suoi poteri mentali ma più tentava più sentiva il calore bruciare dentro la sua testa. “Allontanatevi da lei!” urlò infine quando si ritrovò al limite della sopportazione scagliando l’arma contro il terreno. “Ha cercato di bruciarmi…” borbottò crollando a sedere.
Intanto Ulkos e Magistra erano accorsi. “Solo un cieco non la vedrebbe vibrare” disse la donna insetto. Ulkos annusò istintivamente l’aria in cerca di minacce “Che sia opera di Ibrido? Non dovevamo fidarci della sua parola!” e involontariamente schioccò a Galdor un’occhiataccia, memore ancora di quanto accaduto qualche giorno prima.
Il guerriero portò istintivamente la mancina sull’elsa di Elrohir, quando si avvide che i tatuaggi sul suo braccio avevano preso a brillare. Ma che diavolo… si scoprì l’avambraccio mostrando gli intricati intrecci che brillavano di oro e vermiglio. Sentiva un fremito nel braccio, come quando faceva ricorso ai poteri della Fenice. Era da moltissimo tempo che non si attivavano al di fuori dal suo controllo. Magistra lo guardò. “I tuoi occhi brillano, che succede?”
“Questa è proprio una bella domanda, ma vi consiglio tutti di allontanarvi, la situazione potrebbe diventare... scottante…”
Si rivolse a Lao. “Voglio fare una prova, ma se ti accorgi che sono in pericolo, tirami lontano da Zadris.”
Il vecchio annuì “È una tua scelta, starò all’erta.”
Galdor si avvicinò cautamente all’arma riversa per terra, si accovacciò e qualcosa lo spinse a sfiorare con le dita il bordo del foro che incrinava la lama.
Mentre Galdor si avvicinava, le rune sulla lama dell’alabarda presero a baluginare appena, intermittenti, quasi a emulare un respiro stanco e rabbioso. Il calore era percepibile sulla pelle, irradiava l’aria come un falò irresistibile. Quando Galdor posò le dita sul foro, la vibrazione del metallo si accentuò fino a farlo risuonare sul terreno, quasi un ronzio.
Galdor sfiorò il foro e qualcosa gli afferrò la mente, come con una tenaglia. E lo portò giù.

Tienilo lontano da me!
“... Zadris?” il guerriero fu stupito della voce di donna nella sua testa. Sentiva il calore di cui parlava Lao, ma non in maniera da renderlo insopportabile, anzi, era quasi un abbraccio materno.
Uomo di Fuoco. La voce giunse pacata, come se, pronunciando il suo nome, Galdor avesse conquistato il diritto di poterla calmare. Tuttavia la vibrazione non cessava, il giovane lo sentiva come se gli trapanasse il cervello. L’alabarda era inquieta, anche se quella sorta di rabbia non era rivolta contro di lui. Ti riconosco. Una parte di te mi parlò, molto tempo fa. Percepimmo entrambe la nostra fiamma.
Galdor non era sicuro a cosa si riferisse l’alabarda. “Come sta Ayg...” qualcosa di più antico prese posto nella sua coscienza.

“Ci incontriamo ancora, Figlia della Forgia.”
Zadris tacque per qualche istante. Ricordavo molto più ardente il tuo tocco. Siamo entrambe sopite, in qualche modo.
“Rimane solo l’ombra della mia presenza in Galdor, ma la Fenice non abbandona mai del tutto il nido e vi fa ritorno ogniqualvolta che sente avvicinarsi il tempo del rinnovamento. Ma il mio è solo un omaggio, Figlia della Forgia. Lascerò che sia il mio nido a discorrere con te, egli può aiutarti in questo momento più di quanto io non possa.”

“...arth?” concluse il guerriero.
Se egli vive, io vivo.
Galdor fu felice della rivelazione, ma allo stesso tempo il sapere che l’amico era ancora vivo rendeva più difficile avere a che fare con Ibrido. Un passo falso avrebbe potuto far scomparire l’anima del giovane fabbro per sempre.
“Ne sono lieto. C’è qualcosa che posso fare?”
Vive, ma non so come. Né dove. Non lo sento, eppure non sono morta. Lui avrebbe dovuto essere morto... Il calore percepito da Galdor s’intensificò, pur senza nuocergli. Ricordo. Ricordo tutto. Ricordo LUI! Un sentimento molto simile alla rabbia attraversò la mente di Galdor e se ne sentì contagiato. L’Uomo-Antico! E’ colpa sua. Ha abbandonato il Detentore. Io ero con lui, ogni sensazione, ogni ferita, ogni dolore. Fino all’ultimo attimo!
Galdor venne investito da una valanga di sensazioni, immagini, suoni. Davanti ai suoi occhi sfilarono immagini velocissime, da una soggettiva che - intuì ben presto - si rivelò essere quella dell’alabarda stessa. Vide Aygarth schiantare i pugni contro una teca di cristallo, afferrare l’arma, e infine correre in direzione di Lao. Udì con le sue orecchie il ricatto degli Inquisitori, la rabbia e la delusione del giovane. Vide nero d’improvviso, ma gli parve di percepire come fosse sulla sua pelle ogni tortura subita dal giovane fabbro. Non ultima, una pugnalata che spaccò il torace in due.
Tienilo lontano, ripeté Zadris quando il fiume d’immagini evaporò dalla mente di Galdor. E’ colpa sua. Io lo ODIO.
Il guerriero rimase sconquassato dalla valanga di informazioni e percezioni che lo investì e gli ci volle un tempo che non riuscì a quantificare perché si riprendesse. Il colpo al torace di Aygarth si tramutò all’esterno in Galdor che poggiava un ginocchio a terra e portava la destra al cuore. Lao non perse tempo e cercò di separarlo da Zadris con i suoi poteri, evidentemente allarmato da quella reazione.
Il guerriero alzò la mano per fermarlo. “Non serve, Lao. Non ancora…” e tornò a focalizzarsi sull’arma, mentre gli altri piano piano si facevano di nuovo più vicini, incuriositi da quanto stava accadendo.
“... Capisco quello che provi e cercherò di fare quanto mi chiedi, ma Lao è l’unico di noi che riesce a portarti.”
Io sono desta, ora. Come il Detentore. Non avrai bisogno di alcuna arte per sollevarmi. Inoltre, guerriero, il tuo spirito è quello più forte e ardente di tutto il gruppo. Riesco a sentirlo. Il calore che emanava incoraggiò Galdor ad azzardare una presa sull’asta. Le rune gli solleticavano la pelle senza ferirlo.
Non sento il Detentore, ripeté Zadris. C’era un’Altro, in noi. Il Detentore della Forgia di Sangue. E’ lui a escludermi. Lui a recidere il contatto.
“Ibrido?”
Il suo nome ci era ignoto. Egli è quindi desto?
“Si, lo è. È più potente di quanto Aygarth non sia mai stato… Dobbiamo trovare un modo per fermarlo, per far sì che Aygarth torni in sé. Deve esistere un modo!” aggiunse con rabbia e determinazione.
Zadris rimase in silenzio per parecchio. L’Uomo di Sangue possiede un’anima immortale. Il Detentore ha solo metà anima. Non può farcela, senza la Forgia.
“Non capisco. Aygarth viveva solo con metà anima? E l’altra, è stata consumata dal vampirismo?”
L’altra sono io. Vivo grazie al patto sancito con la Forgia. Metà anima in me... la SUA anima. Per darmi la vita.
“... quindi vorresti che ti riportassimo da lui? Da Ibrido?”
Al suo corpo. La vibrazione del metallo si fece più ritmica per poi quietarsi di colpo. Il suo sangue è la chiave di tutto. Lo ha versato per Forgiare me, e Forgiare se stesso. Dovrò raggiungere il suo spirito, bevendo il suo sangue. Ricongiungermi alla sua anima, per l’ultima volta. Prima ancora che Galdor potesse chiedere cosa significasse, Zadris sentenziò: Dovrai trafiggerlo. Con me. E da ciò che sento, dall’ardore e dai pensieri che ti attraversano la mente, tu sei l’unico che può... e che VUOLE farlo.

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MessaggioInviato: Sab Gen 19, 2019 12:08 am Rispondi citandoTorna in cima

Il Cronista afferrò con forza il bordo del tavolo nell’udire quell’urlo silenzioso, e qualche scheggia di legno scuro saettò tra le provette e le pergamene ricoperte di appunti. Nel riconoscere la voce di Aygarth che gli chiedeva aiuto dalle profondità dell’Anchsar, e di Ibrido stesso, si voltò verso il suo guardiano: Era nella stessa posa da avvoltoio appollaiato sopra la coppia di spade, ma lo sguardo sbigottito che aveva in quel momento non lasciava adito a dubbi: sicuramente anche lui aveva sentito l’urlo del giovane nella sua mente.
Sì, siamo connessi mentalmente tu ed io. Un tempo avevo un profondo legame di sangue con il corpo che custodisci. Ti chiedo scusa per averti fatto ascoltare un mio vecchio ricordo. Dopo tanti anni sono diventato un vecchio nostalgico, nonostante le mie fattezze ancora non lo dimostrino. Con quella conversazione telepatica sperò di aver distolto l’attenzione del Vampiro dalla richiesta di aiuto di Aygarth. Per non lasciargli il tempo di riflettere, con aria noncurante si voltò verso gli appunti e iniziò a riordinarli, continuando a parlargli nella mente Da quanto lavori per loro?
Ibrido resistette all’impulso di portarsi la mano al petto. Il sussulto che aveva provato era straordinariamente familiare a quello che l’aveva colto poco tempo addietro, nell’assaggiare il sangue del Cronista. Anche se stavolta era inconsueto, troppo dirompente per essere un disturbo passeggero. Che mi sta accadendo? si allarmò, per poi cercare di mantenere un’espressione neutra. Qualunque cosa fosse in atto nel suo corpo o nella sua mente, l’ultima cosa che doveva permettere era che quegli Inquisitori se ne accorgessero. Se davvero era il legame con il Vampiro a dargli quelle sensazioni come effetto secondario di quella bizzarra telepatia, avrebbe dovuto cercare di rimanere indifferente, e sfruttare la situazione a suo vantaggio. Come sempre.
Io non lavoro per loro, sputò con astio nella sua mente, indirizzato all’altro. In questo buco schifoso sopravvivi soltanto se sei utile. Lo stesso vale per te, non t’illudere. Sfoderò un ghigno corollato di zanne appuntite. Se invece ti riferisci a quanto tempo ho trascorso qui dentro... Lao non ti ha detto nulla? Eppure lui c’era, quando sono nato. Dovrebbero essere circa cinque giorni fa. Periodo breve ma intenso.

[Anchsar]
Aygarth balzò indietro. Dal pavimento, proprio davanti al suo volto, era emersa d’improvviso una ruota dentata che, come un’immensa mola, macinò il pavimento con uno stridio acuto. Si allontanò senza neanche rialzarsi, strisciando via senza perderla d’occhio, solo per ritrovarsi a sbattere la schiena su un altro marchingegno contorno che era sbucato dal nulla. Lo stridio dei macchinari era così forte da risultare insopportabile... eppure, nemmeno quel caos riuscì a coprire il frastuono oltre la barriera meccanica.
L’urlo della Forgia.
Divampava, fuori dalla finestrella da cui aveva sbirciato poco prima. Aygarth non aveva bisogno di vederla per capirne la potenza. L’Anchsar parve contrarsi su se stesso e poi dilatarsi, quasi avesse fatto un respiro, e subito dopo la voce di Shantia s’elevò in quel trambusto, colma di sgomento.
Pazzo! Se ti avesse sentito? Non dimenticare che l’Anchsar ha pur sempre dei limiti. Lui non sa che sei qui dentro, e non deve saperlo! La Forgia non ti percepisce, qui dentro, ma non dobbiamo darle un bersaglio, o si accanirebbe su di noi. Su di me, su di te!
Aygarth boccheggiò - ma davvero stava respirando aria, là dentro? - e venne assalito da una vergogna paralizzante. Aveva agito senza pensare, spinto dalla foga, e soprattutto dalla paura. Eppure aveva bisogno di instaurare un contatto. Che avrebbe dato perché potesse sentirlo. Che avrebbe dato per capire se Logan l’avesse percepito o meno.

Sì Lao mi ha detto qualcosa..ma dato che siamo chiusi qui insieme, e mi infastidisce molto avere i tuoi occhi puntati sulla mia schiena, pensavo potessi raccontarmi la tua versione. Prese la risma di pergamene che aveva radunato e le infilò in uno stretto cassetto dello scrittoio appoggiato alla parete accanto alla porta d’ingresso. Poi si mosse al centro della stanza a studiare le tre piccole ampolle che si riempivano delle principali componenti, o armoniche, del liquido organico che gli era stato chiesto di analizzare: nient’altro che il sangue del suo interlocutore. Sei venuto alla luce cinque giorni fa, d’accordo. Ma da quanto tempo prima hai la consapevolezza di esistere?
Impari bene dai tuoi aguzzini. Mi stai sondando. Fu un pensiero che Ibrido tenne per sé ma, nonostante questa consapevolezza, non si turbò più di tanto. Si sistemò in una posizione più comoda, senza smettere di osservare ciò che l’alchimista stava facendo. I suoi occhi guizzarono da un’ampolla all’altra e qualche rudimentale conoscenza alchemica affiorò nella sua mente, ricordi di una vita non sua.
Un bel po’, rispose vago. In fondo ho solo seguito il consiglio di una persona: “abbi il coraggio di vivere e ritagliare il tuo posto su questa terra”. Sorrise, con crudeltà. Io c’ero quando nessuno c’era. Ma visto che potresti dubitare delle mie parole, Nendai ki-henja… lascia che ti mostri ciò che ho visto. E non solo io.
Evocò dalla mente tutto quanto accaduto in quell’ultimo anno, sia quand’era relegato in un angolo da cui poteva soltanto essere testimone degli eventi, sia quand’era divenuto parte integrante della psiche del fabbro, che era ormai sfinito da una Forgia sempre più debole e da una situazione contingente dove persino gli alleati sembravano averlo abbandonato. Nella mente di Ibrido, forte come un torrente di alta montagna dopo una stagione delle piogge, si riversarono immagini, suoni, sensazioni. Aygarth che cercava di resistere al vampirismo in quell’ultimo anno, Aygarth che veniva attaccato dai Mietitori, Aygarth che contrastava l’odiata Carnival conquistando l’ira di Lao, Aygarth che veniva sondato da Lao stesso e per poco veniva ucciso dalle sue arti, Aygarth che perdeva Zadris, perdeva la ragione, perdeva la fiducia… E poi la sua corsa nel folto, una corsa dettata dalla rabbia, dalla disillusione e dalla ferocia più pura. Il cuore che rallenta, si ferma. I sensi che si acuiscono. La solitudine che diventava la sua forza. Un obiettivo solo in mente, la consapevolezza che nessuno l’avrebbe aiutato se non se stesso. Se non lo stesso errore in cui si era tramutato. I ricordi scorsero in fretta, troppo in fretta... cunicoli, ombre, poi Zadris in una teca, la violenza con cui l’ha liberata - violenza animale, il successo a un palmo di mano e poi la situazione che precipita. La frustrazione, la delusione - INUTILE CARIATIDE CHE NON SEI ALTRO! - e la sconfitta. La prigionia. La tortura. E quell’unico colpo in pieno petto che ha stroncato la vita e fatto emergere l’oscurità troppo repressa nella mente. Una nascita accompagnata da un senso di trionfo e libertà come mai provata fino a quel momento.

Il Cronista osservava ad occhi chiusi quel torrente in piena di suoni, immagini e odori. Chino sulle ampolle per non dare nell’occhio, qualora gli Inquisitori lo stessero osservando, sotto le palpebre chiuse i suoi bulbi oculari si muovevano a folle velocità. Un senso di impotenza lo pervase nell’intimo quando la morte di Aygarth, la sconfitta e la disperazione, lo raggiunsero. Cercò di non darlo a vedere ad Ibrido, mentre sollevava la prima ampolla piena dell’armonica principale del sangue del Vampiro. Il colore di quel componente era grigio ferro, ed era denso come metallo in punto di fusione. Posò l’ampolla sul tavolo principale, da un cassetto dello scrittoio estrasse una pergamena pulita, una penna e un calamaio e appoggiò l’ampolla sopra la pergamena al centro del tavolo. Ti ringrazio. E’ stato illuminante. lanciò mentalmente all’indirizzo di Ibrido, senza aggiungere altro. Poi intinse la penna nel calamaio, e disegnò un ‘1’ in elegante grafia sulla pergamena, al di sopra del punto in cui era appoggiata la prima ampolla. Annotò alcuni appunti al di sotto dell’ampolla: lo stato di densità del composto, il tempo di distillazione necessaria a riempire il recipiente, il colore e l’odore in quel momento. Lasciò l’ampolla in quel punto, e disegnò due cerchi al lato sinistro e destro della pergamena: con tutta probabilità dove avrebbe posizionato le altre due ampolle una volta riempite. Ricambierei volentieri, ma credo ti sia ben noto tutto il mio passato, visto che ti prendi la briga di pronunciare il mio nome in una lingua che non comprendi e che non viene parlata in queste terre. Si voltò ancora verso Ibrido, scoccandogli un’occhiata storta per non dare nell’occhio.
Dovere, dovere, lo schernì Ibrido con falsa premura. Osservò il suo prodigarsi con le ampolle e ricambiò la curiosità: E tu? Da quando sei lacché di questi fanatici? Io almeno ci guadagno cacciando. Tu?
Il Cronista alzò un sopracciglio. “Beh. Mettiamola così...” sbottò per interrompere il silenzio che ormai regnava nella stanza da qualche minuto “un buon posto dove lavorare, tranquillo e silenzioso, strumentazioni all’avanguardia che sicuramente non avrei avuto modo di procurarmi nella mia vecchia casa di Garmya…” -...e che possono essermi utili non solo per gli interessi dei tuoi padroni- aggiunse mentalmente all’indirizzo di Ibrido “l’unica nota dolente è la compagnia. Continuano a mandarmi fastidiosi galoppini, ansiosi di fare carriera scalando la gerarchia dei cappucci colorati. E ora tu...che stai prendendo le misure per la mia giugulare da almeno mezz’ora.” Si voltò verso il piccolo braciere da cui la fiala originaria con il sangue di Ibrido emanava vapore attraverso il tubo trasparente. Raccolse la seconda ampolla a metà altezza e chiudendola la portò verso il tavolo centrale. La posizionò sul cerchio tracciato a sinistra della prima ampolla e, intingendo nuovamente la penna nel calamaio, vi tracciò un ‘2’ sulla pergamena e prese nota con alcuni appunti dei medesimi parametri. Era rossa cremisi e fluida come il sangue. Ovviamente il Cronista se l’aspettava.
Stavolta Ibrido non poté contenersi. Liberò una risata sommessa che vibrò tra le pareti dello stanzino. Non era crudele, anzi, era quasi genuina. La tua giugulare? ripeté. Per essere un Vampiro centenario hai la memoria confusa. Quando mai ho detto che voglio ucciderti?
Il Cronista scrollò le spalle a quella affermazione. E’ un modo di dire. Un modo come un altro per dire che mi stai squadrando come si squadra un pezzo di carne che giace in un piatto, o che corre nel sottobosco. Dici che il tuo desiderio non è uccidermi. Allora è solo batterti con me? Capisco. Effettivamente hai solo cinque giorni di vita...vuoi giocare con il cibo, proprio come fanno i cuccioli.
No. La risposta di Ibrido giunse così calma e pacata che non sembrò neanche sua. Nella semioscurità del suo angolo, gli occhi rossi avevano perso la brama ardente che li contraddistingueva. Voglio capire cosa sono. Non sono come te, lo percepisco, lo vedo. Tu, gli altri... mi avete sempre visto come un errore. Quando invece l’errore non sta nella conseguenza, ma nella causa. Lo sguardo, pur duro, non tradiva né rabbia né strafottenza. Era mortalmente serio, come se stesse pronunciando una verità radicata nel suo essere. Tu l’hai fatto sentire ‘sbagliato’. Eppure, ti dirò... inconsciamente lui vedeva nel vampirismo, nell’immortalità, un’àncora di salvezza. Vuoi sapere la sua paura più grande? La paura di morire. Oh sì. Proprio lui, che si è sempre buttato a capofitto in ogni situazione rischiosa, pur di salvarvi, pur di obbedire ai doveri della Forgia. Lui ha... aveva, una fottuta paura di morire. Perché sapeva cosa l’aspettava. Sotto sotto, anche se non se ne rendeva conto, lui ci sperava di diventare come te. Immortale come te. Tutto, pur di non reincontrare ciò che ha visto nell’Oltre. Si drizzò in piedi, in perfetto equilibrio sulle lame, e si appoggiò al muro con le braccia conserte. Tu mi hai creato, Nendai-ki henja. Troppo facile ora ricusare le responsabilità. Come se fosse colpa di Aygarth.
Il Cronista lo guardò assorto. Tu dici il vero. Io ti ho creato.. Ne studiò il volto, gli occhi vermigli, le zanne che spuntavano dalle labbra. E io ti curerò. O ti ucciderò. concluse tra sé, celando quest’ultimo pensiero ad Ibrido.
Il Vampiro si voltò improvvisamente. Aveva sentito lo zampillare dell’ultima stilla di liquido che cadeva nella terza ampolla. La prese tra le mani. Il composto, fluido quasi come l’acqua, aveva un colore dorato che ammiccò alla luce del braciere. La chiuse delicatamente e la posizionò sul cerchio a destra della prima ampolla, l’armonica principale. Tracciò un ‘3’ e ne annotò come fatto con le prime due armoniche la composizione, l’aspetto e il tempo di distillazione.
Fece un passo indietro e squadrò quanto aveva raccolto. La pergamena, che distesa per bene sul tavolo lo ricopriva per una buona metà, attendeva le sue annotazioni, i suoi calcoli e infine le sue conclusioni.
Il Cuore, il Corpo e l’Accordo. Eccoti qui, figlio mio. Adesso capirò cosa sei.

[Anchsar]
Stava seduto sul pavimento, la faccia tra le mani, l'assordante rimbombo metallico nelle orecchie.
Shantia.
TLA-CLUNK.
Shantia, tu vedi, tu ascolti. Sai cosa c'è oltre la Forgia. Insegnami. Ti prego.
Non posso insegnarti ciò che non conosco. Io non domino l’Anchsar più di quanto non sappia dominarlo tu. E' l'Anchsar che mi permette di percepire ciò che avviene all’esterno. Tu non hai questo legame, né una sinergia tale da poterlo usare. Non possiedi una tale arte, Aygarth della Forgia.
Il giovane rizzò la schiena come se fosse stato punto sul vivo. Quell’ultima frase gli aveva instillato un sospetto. Pensò intensamente a ciò che era emerso dai suoi ricordi. A ciò che era successo, poco più di un anno fa. A ciò che era giunto nel suo spirito, assieme allo stesso Anchsar.
Fissò davanti a sé.
Tra i macchinari, dal nulla, era comparsa una sorta di statua metallica. Alta, possente. Una spada che ben conosceva stretta nel pugno. Gilravien.
Io no.
L’elmo con la celata a forma di teschio brillò nella luce amorfa dell’Anchsar.
Ma lui sì.
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