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 Le Cronache dell' Ordalia Successivo
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Emma Norton
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MessaggioInviato: Mer Apr 18, 2007 4:54 pm Rispondi citandoTorna in cima

> > > LE CRONACHE DELL’O R D A L I A < < <

"...Per quanto mi sforzerò di credere che le mie avventure siano oramai giunte ad un punto d'arresto, guardando avanti, oltre i raggi dell'Aurora, potrò sempre scorgere una nuova Ordalia che m'attende..."

Tratto Da: "Titus, L'ultimo Re Scorpione"



Personaggi:
-> Emma Norton mezzo-demone, origini sconosciute
-> Conte Nether Caliban umano paladino, membro anziano dei Claw


EPISODIO I
Il primo e l’ultimo episodio sono stati aggiunti di recente per completare la storia...


~ Un Nuovo Maestro per Emma ~

Annunciato dal caldo ed avvolgente soffio del vento d’oriente, un nuovo guerriero attraversava i confini di .. e per insondabili ragioni veniva catapultato nella fitta boscaglia ai margini dei campi di grano, proprio nei pressi del piccolo centro abitativo di Romar. L’oscurità della sera si stendeva come un velo delicato sui tetti delle case, mentre il fuggitivo si faceva largo tra i girasoli ed il granturco, superando le fattorie ed infine giungendo ai cancelli di quella che, col tempo, sarebbe divenuta la sua nuova casa. Difficile stabilire se si trattasse di un umano o di un mostro, così avvolto in quei lerci stracci che fungevano da mantello. E non era solo.
Ad un tratto, la sentinella della porta sentì i passi dei due viaggiatori scricchiolare sotto un manto di foglie secche ed alzandosi volse la lanterna verso la loro direzione: Chi è là?! Chiese, senza ottener risposta. Illuminò per un istante soltanto un grosso felino nero che ricambiò con uno sguardo agghiacciante, facendolo sbiancare. L’istante dopo la fiera si dileguava nella foresta, mentre il compagno scavalcava i cancelli, favorito dal buio e dal diversivo. Costeggiò ogni muro, fino a raggiungere il centro della piazza, dove scorse un pozzo e vi si precipitò per raccoglier dell'acqua con la foga di chi non beveva da giorni. Calò giù il secchio per poi issarlo una volta ricolmo e bevve.
Una Vordus nascente, rossa e brillante, si fece largo per esser la prima a vedere il nuovo arrivato e l’incappucciato non poté fare a meno di specchiarsi nel secchio, mirando il suo riflesso. Era una ragazzina dallo sguardo triste e vuoto, che pareva chiedere a se stessa cosa fare della propria vita.
Nether chiuse la porta della sala del clan dietro di sé. Anche quella sera era stato l'ultimo ad andarsene: "Che seccatura..." pensò tra sé e sé, stringendosi addosso il mantello. I suoi passi risuonavano sull'acciottolato di Romar, accompagnati dal rumore metallico prodotto dall'armatura. Non si trattava di quella completa: quella la teneva sottochiave, in casa, per quando era certo di doversi scontrare con qualcuno. Andare in giro disarmati era comunque una cosa da folli, ormai, visti i continui attacchi delle Orde, specie ai membri del clan di cui faceva parte. Quella settimana era stato aggredito già due volte, di cui una in casa propria: «Dovrò usare cotte di maglia come fossero vestaglie...» Borbottò, lasciandosi sfuggire un sorriso.
La ragazza alzò il viso, ancora bagnato, non appena sentì il *clank* di una porta che si richiudeva. Qualcuno stava uscendo ma pareva non averla notata o non curarsene. Bevve un ultimo sorso dalle mani, prima di rialzarsi. Sedette sul bordo del pozzo, osservando l'uomo senza dir nulla e tesa come una corda di violino.
Nether arrivò nella piccola piazza da cui si proseguiva lungo la strada principale, che portava ai quartieri residenziali. Stava per imboccar la via di casa quando notò la giovane seduta sul pozzo. Inarcò un sopracciglio, arrestandosi per osservarla meglio. Non poté fare a meno di provare una palpitazione, benché il viso non fosse visibile; da una più attenta osservazione notò anche la sporcizia che ricopriva i suoi vestiti. Non ne rimase sorpreso più di tanto, di viandanti era pieno il regno, ma era comunque insolito che non si fosse fermata per la notte in una delle stazioni di sosta lungo la strada: "A meno che non abbia abbastanza monete, certo..."
Fece qualche passo in direzione del pozzo, alzando una mano in segno di saluto:
«Buonasera, avete bisogno di qualcosa?»
Si pentì quasi subito dell'approccio: “Adesso come minimo penserà che ci stai provando... Se non ricevo uno schiaffo è un miracolo.”
Rapida, l’umana estrasse dalla tracolla di feltro un’elsa senza lama, scusa come ossidiana e priva di riflessi. La puntò lentamente verso l'uomo, a mo' di bastone: «Potreste cominciare col dirmi chi siete!» La voce parve severa, decisa, per nulla spaventata dalla presenza del paladino. Provare ad intimorirlo era l’unica difesa che le restava, stanca e provata com’era, e quella ferita iniziava di nuovo a dolerle..
“Era meglio lo schiaffo...” Si disse, alzando entrambe le mani in segno di resa. Quando aveva estratto quell'oggetto si era irrigidito temendo fosse un'altra recluta delle Orde, ma sembrava piuttosto una viandante qualsiasi... beh, più o meno:
«Nether, signora, membro del clan dei Grifoni.» Azzardò con il tono più cordiale che riuscì a trovare «Non vi ho mai vista in città, e data l'ora tarda pensavo
necessitaste di indicazioni…»
Man a mano che le parole si sovrapponevano, l’immagine dell’uomo iniziava ad annebbiarsi nella mente della giovane finché, tremando leggermente il braccio, lasciò andare del tutto la presa sull’arma e del sangue iniziò copiosamente a sgorgare dalla sua veste, goccia dopo goccia: «Io..» Disse con voce flebile, «Non ho mai visto un grifone...» Sorrise come una bambina prima di accasciarsi a terra priva di sensi.

Nether bagnò la garza nella tinozza d’acqua calda, posata sul tavolo vicino al letto, e la pose sulla fronte della ragazza. Era già la seconda volta che cambiava le garze e si lavò le mani a sua volta, notando del sangue che vi era rimasto sopra.
La ragazza, destatasi di colpo, afferrò il polso dell'uomo quando tentò di aggiustar meglio la benda sulla sua fronte. Spalancò le palpebre osservando la mano callosa del veterano e la lasciò andare lentamente. Rimase interdetta per qualche secondo, prima di issarsi leggermente facendo del cuscino un comodo schienale: «Avete un buon odore...» Disse, dilatando le narici.
Nether ebbe un lieve sobbalzo quando avvertì la fulminea presa sul braccio. Poi si tranquillizzò nell'osservare la sua nuova ospite, indeciso se le sue parole fossero un delirio causato dalle ferite o semplice constatazione. Non che gli importasse più di tanto, in effetti.
«Grazie. Vedo che vi siete ripresa in fretta.» Disse con un sorriso, finendo di lavarsi le mani per poi asciugarsele con uno straccio appoggiato lì vicino: «Fossi in voi, comunque, eviterei di muovermi, almeno per un po’. Movimenti bruschi potrebbero riaprire le ferite.»
La giovane iniziò ad osservarlo attentamente, studiando ogni dettaglio del suo corpo, che fosse una piccola fossetta o una vena pulsante sul viso, ai suoi abiti ed il modo in cui ripulì le mani:
«Non posso restare.. Anche se una parte di me crede che questa risposta ve l'aspettavate.» Proferì studiando la dimensione dei suoi polsi.
«Si, lo immaginavo.» Rispose l'uomo mantenendo il suo sorriso affabile «Tuttavia..» continuò andando a sedersi su una sedia vicina «Vi invito nuovamente a non muovervi per qualche giorno e a restare come mia ospite. Non credo vi gioverà mettervi in viaggio in questo stato. Se però insistete posso pagarvi una carrozza che vi porterà dove desiderate.»
«Non sono diretta in alcun luogo» Ammise «Ma vi porterei grossi guai, restando qui...» Improvvisamente si ricordò di qualcosa e iniziò a guardarsi intorno, preoccupata, tastando le coperte e guardando nei pressi della camera: «Dove l'avete messa...?» Gli chiese.
Nether indicò con un cenno del capo il comodino alla sua sinistra: «È lì, insieme a un paio di pantaloni e una camicia. È roba mia, quindi ti andranno sicuramente larghi, ma il resto è di sotto ad asciugare...» Borbottò imbarazzato.
Non rispose. si alzò con tutta la grazia possibile per non rovinare le medicazioni fatte con tanta cura e così com'era raggiunse il mobile indossando la camicia e nient'altro: «Andrà bene anche solo questa» Lo informò.
«Non ne dubito, ma credo che andare in giro mezza svestita per la città potrebbe attirare l'attenzione di qualche guardia... Oltre al fatto che vi becchereste ben più di un malanno...» Disse l'uomo con voce divertita, alzando appena lo sguardo quel tanto che bastava per vedere i suoi piedi e capire dove si muovesse: si era aspettato una reazione del genere, dato il caratterino che la ragazza aveva dimostrato.
«Al calar del sole avrò degli abiti della mia misura, non temete...» Tirò su le maniche, rimboccandole più volte, e si voltò per guardare l'umano in viso: «Mi chiamo Emma. Se vi interessa sapere anche la mia casata di provenienza... Norton era il nome del mio antenato. Angelo Norton era mio padre.»
L’uomo si alzò esibendosi in un lieve inchino: «Nether, dell'Artiglio del Grifone. Nelle vostre condizioni sono costretto a rinnovare il mio invito a restare per qualche giorno. In caso contrario, se avrete bisogno di aiuto non dovrete fare altro che cercarmi.» Disse poi, avviandosi verso la porta «Ora, se volete scusarmi, sarò di sotto, fate un fischio se avete bisogno di qualcosa.»
Emma attese con l'orecchio appiccicato al legno della porta che il padrone della dimora fosse giunto al pian di sotto: «Non so fischiare..» Parlò con sé stessa. Sospirando, si avvicinò al mobile prendendo in mano l'oggetto che stava prima cercando: un bastone d'ebano spezzato per alcuni, un'elsa priva di lama per altri. Rimase a contemplarlo per poi lasciarsi andare sul letto; chiuse gli occhi e s'addormentò subito.
Poche ore più tardi, la ragazza aveva già visitato metà torre perlustrando ogni antro dei piani superiori. Era appena entrata nel salone ed abituata a rubacchiare in giro non poté resistere alla tentazione di sbirciare ogni anfratto della stanza in cerca di qualche oggetto di valore. Rimase molto delusa. Osservò qualche dipinto qua e là e poi si diresse in quella che doveva esser la cucina.
Si guardò in giro, iniziando a spalancare le ante di ogni credenza. Scelse qualche verdura ed aiutandosi con ambo le mani tirò fuori un pentolone che pose sul focolare. Fortunatamente era avanzata della legna da ardere. Prese due tronchetti e accese il fuoco, riempì la pentola di ortaggi minuziosamente pelati e tagliati. Salì su una sedia, dondolando pericolosamente vicino al fuoco, per prendere un mestolo appeso in cima al muro. Diede vigorose girate al minestrone insaporendolo con spezie ed olio. Portò una mano sotto al mestolo per evitare che spargesse il contenuto fuori dal contenitore, e soffiò delicatamente sulla zuppa, sorseggiandola. Un altro minuto e sarebbe stata pronta. Prese due piatti, del pane raffermo e una brocca d’acqua. Pose tutto sulla tavola non prima di aver disteso una tovaglia su di essa ed aver acceso delle candele per illuminare la casa che si stava rabbuiando al finire del tramonto.
Nether si stava togliendo il mantello quando, arrivato a metà delle scale, avvertì l'odore di minestrone spandersi nell'aria. Perplesso, con la fronte corrugata, continuò a salire finché non si trovò davanti alla porta della cucina e vide la ragazza che armeggiava davanti al fuoco: «Quando vi ho offerto ospitalità intendevo anche che avrei cucinato io per voi.» Disse in tono divertito.
«Quando mi avrete presa con voi, sapevate anche che avrei cambiato la vostra vita...» Rispose, restando tra il serio ed il burlesco «Ma lo avete fatto... Ed ora sedetevi e mangiate.» Versò la cena nel piatto a lui destinato, invitandolo a sedersi di fronte a lei.
L'uomo si sedette, squadrandola divertito dall'alto in basso: «Sarà...» Borbottò a bassa voce «Non mi avete ancora detto come mai siete venuta fino a qui... Perdonate la sfrontatezza, ma non sembrate proprio una del posto.»
«Non lo sono, difatti...» Sembrò pensare a qualcosa, forse una frottola da raccontare, ma infine con occhi stanchi e provati dalle vicissitudini si lasciò andare ad una ridotta e reale versione degli eventi: «Sto cercando una persona che possa aiutarmi...» Ammise. Abbassò lo sguardo, impegnando l'attenzione nell'imboccarsi una cucchiaiata di fagioli e patate.
Nether spezzò il pane mangiandone un boccone. Un gesto semplice per guadagnare tempo e riflettere. Si era fatto un quadro approssimativo di quella ragazza... Un quadro a cui ancora non trovava un contesto preciso: «Aiuto per cosa?» Chiese disinvolto. Era un azzardo essere così diretti con una persona così introversa e diffidente, ma non aveva né la volontà né la voglia di usare giri di parole con una donna.
«Cerco qualcuno che possa insegnarmi ad usar la spada.» Ingurgitò dell'altra zuppa «Finora ho sempre usato solo l’arco... Ma ora ho bisogno che qualcuno mi insegni ad usare una lama perché devo vendicare la morte della persona più cara che avevo al mondo.» Strinse la posata, facendo ondeggiare ciò che conteneva per un istante. Tornò poi a mangiare, mantenendo un forte autocontrollo sui suoi reali sentimenti.
Nether continuava ad osservarla stando appoggiato allo schienale, le mani giunte sul ventre. Questa non era certo una cosa facilmente intuibile, ma non si era aspettato comunque una storia rose e fiori. Rimase in silenzio per qualche attimo prima di tirare un profondo sospiro: «Posso insegnarvi io se volete.»
La ragazza lasciò scivolare il cucchiaio nel piatto, fissando l'uomo che aveva davanti. Lo studiò attentamente per qualche minuto: «Devo prima valutare se ne siete degno. Capirete che, permettendomi di restare la vostra vita potrebbe pericolosamente accorciarsi, e dovreste assumervene la responsabilità, perché non mi accollerò dietro altre morti... Sulle mie spalle porto già il peso di tremende perdite.» La voce s'era fatta serissima e una strana luce si poteva scorgere negli occhi di Emma.
Nether sospirò di nuovo “Decisamente è come immaginavo...” pensò tra sé e sé alzando gli occhi al cielo: «Mia cara ragazza... Il mondo non esplode quando uno di noi starnutisce, e soprattutto, niente gira solo intorno a te! Non causerai dei genocidi solo imparando ad usare una spada. E in ogni caso, se morirò a causa di un'improvvisa voragine infernale che si aprirà sotto i miei piedini rivestiti di soffici babbucce, dubito che sarà colpa tua, e in ogni caso per me sarà troppo tardi per preoccuparmene e, o, sgridarti.» Le disse, lasciando una breve pausa «Non mi sto offrendo di accollarmi i tuoi problemi, non ancora. Ti sto offrendo lezioni di spada.» Sorrise «Se vuoi di più, dovrai riuscire a convincermi... O mi intenerirò per conto mio, più probabile.»
“Bravo” Si disse “Adesso alza i tacchi ed esce” Pensò, rendendosi subito conto di essere stato decisamente troppo diretto. Detestava quando le persone si atteggiavano a "grandi"...
La ragazza non parve turbata dalle parole del paladino, ma non poté fare a meno di lasciar intravedere la tristezza che baluginava nei suoi occhi: «E voi cosa ne sapete dell'inferno...?» Gli chiese. Serrò le labbra iniziando a giocherellare con un coltello.
Nether si zittì e abbassò lo sguardo dopo essersi riempito un bicchiere d'acqua. Fu scosso da un lieve tremito e sperò che fosse passato inosservato. Quando ebbe finito di bere si era quasi calmato: «Ne so abbastanza.» Si limitò a rispondere «Ad ogni modo siete libera di rifiutare il mio invito se desiderate, e posso consigliarvi ad altri avventurieri altrettanto dediti all'uso dell'arma bianca.»
«E ditemi.. “paladino”. Vedete di buon occhio la gente che vi dimora?» Continuò a fissare le verdure galleggianti nel brodo, ormai freddatosi.
Nether sentì che il cuore saltava un battito per poi accelerare: «Non credevo di essere sotto processo...» Rise divertito, versandosi altra acqua per evitare lo sguardo della ragazza. Era raro che si trovasse così spiazzato, tanto da vergognarsi di sé stesso: «Ti pregherei comunque di non chiamarmi assolutamente paladino. Odio quel titolo, specie perché non mi appartiene. Chiamami Nether e basta.»
«Non avete risposto alla mia domanda, però.» La ragazza fermò il coltello che faceva roteare nella mancina.
L’altro tirò nuovamente un sospiro: «Gli unici che ho incontrato mi hanno quasi staccato la testa minacciando di bere i miei bulbi oculari... Quindi non posso dire di aver avuto rapporti sereni con loro.» Liquidò rapidamente.
Emma allungò le estremità delle labbra a mo' di sorriso, mostrando dei canini stranamente sporgenti ma non affilati come quelli di un vampiro. Alzò lentamente lo sguardo, cercando gli occhi dell'uomo.
Le sue iridi erano diventate color cremisi, le pupille assottigliate, l'espressione del viso mutata: «E sareste disposto ad insegnare a combattere ad un demone, sapendo che un giorno o l'altro potrebbe uccidervi mentre state dormendo?» Era serena mentre parlava e non ebbe timore nel rivelare la sua natura segreta al veterano che si offriva di aiutarla.
Nether inspirò profondamente: «Sinceramente: rischio di essere assassinato ad ogni angolo, e preferisco avere un potenziale assassino in casa sotto controllo di uno nascosto in un vicolo oscuro a caso, e per quel che mi riguarda, potevi anche essere un troll travestito.»
Di colpo la mezzo-demone lasciò andare il coltello ed alzandosi prese Nether per una mano: «Allora guardatemi negli occhi, mentre accettate di aiutarmi.» Le iridi rosse erano spalancate e bramavano la risposta sincera da parte dell’uomo.
Nether la fissò per qualche secondo provando un moto di stizza nei suoi confronti; avrebbe almeno potuto apprezzare il suo gesto. Prendere in casa una demone lo metteva in una posizione alquanto spiacevole sia con il resto del clan che con l'opinione pubblica del clan stesso. Ed eventualmente, questa era solo la punta dell'iceberg.
"Vi prenderò sotto la mia ala protettrice se desiderate. Non ho problemi a lavorare con un demone, sta a voi decidere se volete lavorare con un perfetto sconosciuto" disse facendo spallucce.
Il rosso intenso dei suoi occhi pian piano si restrinse, riacquistando il colore nero perlaceo di prima. Distese lo sguardo, lasciando la presa sull'uomo. Poi con un gesto del tutto inaspettato e bambinesco lo abbracciò. Era alta la metà e metà erano pressappoco gli anni di differenza rispetto al veterano. Poi iniziò a piangere, singhiozzando qualcosa: «Io non ho più una famiglia, se mi prenderete con voi non sarete più un estraneo, bensì l'unica persona da cui potrò dipendere...»
“Oh per la miseria...” pensò Nether con le braccia alzate, indeciso se abbracciare o meno la ragazza. Non si era aspettato una reazione del genere. Un po’ imbarazzato strinse a sé la giovane passandole la mano in mezzo ai capelli scuri cercando di calmarla.
Alcuni rumori si sentirono dal pian di sotto, qualcuno stava entrando in casa. Non ci fu modo di rendersene conto più di tanto che una grossa pantera fece capolino nella cucina. In bocca teneva qualcosa di pesante, una specie di fagotto di pezza. «Shadow!» Chiamò la ragazza. Voltandosi scostò dal viso le lacrime e corse ad abbracciare il felino: «Lui è con me» aggiunse, prima che Nether potesse dir o far qualcosa «..Non vi recherà alcun danno, mi stava solo cercando.» L’uomo sgranò gli occhi sempre più perplesso e scosse la testa: «Va bene, nessun problema, basta solo che non mi mangi i piedi durante la notte...» Disse, coprendo un sorriso con un dito mentre teneva il mento appoggiato sulla mano.
La ragazza prese il fagotto dalla bocca del felino e voltandosi verso il conte lo guardò nuovamente con aria incuriosita: «Voi avete moglie, Nether?»
L’umano strabuzzò gli occhi, distolto dai suoi pensieri, colto nuovamente alla sprovvista: «Ho avuto donne in passato al mio fianco, certo, ma solo con una di loro era nato qualcosa... Non è comunque durato a lungo... E non ci eravamo nemmeno sposati ad esser sinceri.» Disse con la fronte corrugata, cercando di ricordare momenti di un passato per lui ormai lontano.
Ciò che Emma pensò in quel momento fece in modo di non farlo mai intuire all'uomo, né di rivelarglielo: «Allora siamo in due.» Abbassò lo sguardo, contemplandosi i piedini scalzi «Adesso ho dei vestiti da mettere» Annunciò mostrando fiera il sacco, «E quando le mie ferite si saranno rimarginate voglio sfidarvi, perché sono curiosa di scoprire sulla mia pelle quanto è abile il mio nuovo maestro.» Si inchinò, regalandogli un sorriso «Mi avete fatto dono della vostra amicizia, della vostra protezione e presto mi farete dono dei vostri insegnamenti... Conoscendo la mia natura non potrò mai ricambiare in egual modo, né sperare che potrò esservi utile in qualche maniera... Però c'è qualcosa che posso donarvi.» Frugò nel sacco e trovò quello che cercava. Tirò fuori il cordoncino lasciando che la mano nascondesse ciò a cui era legato: «Posso darvi il mio cuore» Dischiuse il palmo e mostrò un monile in argento, dalla forma appena citata e glielo pose: «Accettatelo, ve ne prego.»
Nether osservò il ciondolo, sorpreso, prendendolo delicatamente in mano: «Emma, non posso accettare un dono del genere, ci siamo appena conosciuti...» Disse scuotendo la testa, continuando a fissare il ciondolo.
«Mi fido di voi. Questo è l'unica cosa che conta per me.» La ragazza continuò a sorridere lasciando che la pantera si strusciasse alle sue gambe chiedendole attenzioni.
Sospirando, il conte strinse il ciondolo e fissò la ragazza: «Ne avrò cura, te lo prometto…»
Qualche giorno più tardi Emma rientrava nella torre del Middenheim con le mani cariche di buste della spesa. Era stata la mercato cittadino di Romar, ed un uomo alquanto insolito le aveva venduto due grasse galline che avrebbe provveduto a cucinare più tardi per la cena. Arrivata in cucina rovesciò i suoi acquisti sul tavolo, posando a terra le due gabbie con il pollame ancora vivo. Raccolse i primi ortaggi nelle ceste quando vide delle lettere tra la cicoria ed il melone. Le raccolse, esaminandole attentamente. Si rese subito conto che qualcuno gliele aveva infilate nella busta… E controllando i diversi stemmi impressi su ceralacca comprese che da quel momento in poi avrebbe dovuto guardarsi le spalle da diverse persone: se erano riusciti così silenziosamente a recapitarle un messaggio, probabilmente anche la sua testa sarebbe ruzzolata con la stessa facilità.
Senza indugi srotolò la prima missiva, leggendola silenziosamente. Rifletté sulle parole appena lette, e ripropose alle sue labbra il nome di “Cuorenero”… Parve subito irrigidirsi e schifata gettò la lettera per terra, dopo averla accartocciata. Si morse le unghie nervosamente: odiava i non morti per tutto il dolore che le avevano causato, perfino la perdita del suo sposo… Tornando in sé, lesse le restanti lettere, le riordinò tra le dita e le conservò in un angolo aspettando il ritorno del conte, a cui avrebbe chiesto maggiori informazioni.
Nether rientrò in casa a passo svelto, stanco morto e con una fame da lupi. Aveva cavalcato tutta la mattina da Romar ad Athkatla a Moravia e ritorno. Aprì la porta cominciando a salire le scale con il letto come unico pensiero fisso: “Al pranzo penserò più tardi...” Borbottò a bassa voce.
Emma tese le orecchie: dopo essersi rassicurata che erano i passi stanchi del suo maestro lasciò a metà ciò che stava facendo e salì le scale verso la camera del conte. Portò le nocche alla porta e bussando due volte chiese di poter entrare.
Nether, sdraiato a faccia in giù in mezzo ad un paio di cuscini, emise un ringhio sommesso, un po’ seccato da quell'intrusione. Si alzò, sedendosi a gambe incrociate sul materasso: «Prego, avanti...»
Con la destra, la ragazza girò la maniglia ed entrando rimase con le braccia conserte sull'uscio: «Avrei bisogno di parlarvi, Nether...» Infin s'accorse che l’uomo stava imbrattando le coperte appena cambiate con gli stivali infangati, e senza aggiunger altro o dar il tempo di reagire all'uomo si catapultò sul letto sfilandogli i calzari.
Colto alla sprovvista, Nether tentò di fermarla afferrandole le spalle, facendola scendere dal letto «Calmati!» Disse divertito «Dimmi che succede, agli stivali ci penso io!»
La giovane lo guardò di sbieco, andando a sputare su un lembo del lenzuolo sporco di terriccio e strofinandolo con forza col gomito. Imitò l'uomo, sedendogli di fronte a gambe incrociate: «Ho ricevuto delle lettere, stamane..» Disse «Mi chiedevano di entrare a far parte di un clan.»
Nether rimase perplesso per un secondo, per poi sbuffare con fare rassegnato: «Si, immaginavo saresti stata contattata, ma non pensavo così presto.» Disse passandosi una mano sul volto «Sono diventati sempre più insistenti in questo periodo!»
Emma passò la lingua tra le labbra: «Chi è Arloc?»
«Se vuoi la mia opinione, brucia quella lettera e fregatene di Arloc..» Borbottò l’uomo, scuro in volto: «È probabilmente la più grande mefitica carogna di questo regno.» Disse sfilandosi infine gli stivali «Chi altro ti ha scritto a parte quei folli delle Orde?»
Lei parve rifletterci su: «Si firma come “Gran Demone”… Appartiene per caso a quella razza? È un mezzo anche lui?» E gettò sul letto le restanti lettere, tra cui una da parte dell’Artiglio del Grifone.
«No, si spaccia per tale e vorrebbe esserlo, non ci piove... è solo un titolo che si è affibbiato per spaventare la gente e considerando tutto quello che lui e il suo clan hanno combinato, non è poi così poco appropriato..." Senza nascondere con gesti e parole quello che provava verso quell'individuo. Notò la lettera del suo clan e inarcò un sopracciglio "Ma possibile che ci siam ridotti così anche noi?!"
«E ditemi..» Carezzò la lettera che Nether stava guardando, «Cosa si prova ad essere un “Claw” ?» In cuor suo, Emma aveva già scartato tutte le altre proposte, e avrebbe voluto compiacere il suo maestro entrando a far parte della sua gilda, ma si rendeva anche conto che non sarebbe stato facile entrare in quel clan senza l'appoggio di qualcuno che potesse far da garante per lei e la sua istruzione.
Nether sgranò gli occhi, senza sapere cosa rispondere di preciso: «Beh... il Claw è stato creato con lo scopo di difendere i più deboli in generale. Seguiamo un codice di condotta preciso, anche se ogni infrazione viene poi esaminata da uno degli anziani o dal capoclan che può decidere in via straordinaria di soprassedere...» Si fermò un attimo riflettendo «Non stiamo passando un bel periodo... Arloc e la sua combriccola sono un continuo problema e le tentano tutte per screditarci davanti all'opinione pubblica, così ci troviamo a doverci difendere anche da persone che normalmente sarebbero neutrali...» Fece spallucce «Senza contare che spesso approfittano del nostro codice per non farsi aggredire... Non mi fraintendere, sono fiero di quello che faccio, vorrei solo fosse più semplice.»
Delle guerre in corso ad Emma importava ben poco; tra l'altro, era più che convinta che l'anarchia fosse la soluzione a molti problemi. Quindi sorvolò l'argomento senza approfondirlo ed arrivò al punto: «Se io volessi entrare nel vostro clan, Nether... A che prove verrei sottoposta? Voi potreste farmi da guida e, diciamo, mettere una buona parola per me?» Chiese speranzosa.
«Beh, si.» Disse un po’ dubbioso «Non è che ci siano prove vere e proprie, chiunque può essere ammesso. Di solito si passa una settimana di “passaggio” in cui vengono esaminate le azioni del candidato e poi, una volta fatto entrare, questo deve limitarsi a seguire le regole del clan.» Nether roteò gli occhi al cielo: «Diciamo che ci sono dei limiti.. Non ammazziamo gente a caso senza un motivo. E di solito evitiamo di attaccarli quando sono nelle loro dimore o dormono nella taverna della capitale.» Fece spallucce «Non hai idea di quante volte gesti del genere ci hanno tirato addosso la folla, anche se avevamo ucciso uno dei loro aguzzini.»
La lady socchiuse gli occhi per un secondo: «Ci rifletterò, Nether. Non nego che vorrei compiacervi, in fondo siete il mio maestro. Per il momento non prenderò alcuna decisione» Gli sorrise. Poi guardò fuori dalla finestra e fingendo di essere terrorizzata indicò il vetro: «Guardate là!»
Nether si voltò di scatto verso la finestra con gli occhi spalancati, aspettandosi di vedere qualcuno che tentava di entrare in casa da lì. A quel punto la ragazza agguantò un guanciale e lo sbatacchiò sul viso del conte iniziando a tempestarlo con una raffica di cuscinate. L’uomo parò i primi colpi poi afferrò il cuscino togliendoglielo dalle mani per poi tirarlo in testa alla ragazza: «Beh, cos'è questa iniziativa?» Chiese divertito. Lei rise a crepapelle senza rispondere, sgusciando nel letto per cercare un altro cuscino. L’uomo tentò di agguantarla afferrandola per le caviglie e la tirò a sé: «Non sono proprio intenzionato a farmi prendere a cuscinate dalla prima che passa!» Disse tirandole un altro colpo sulla testa. Emma emise un gemito, fingendo teatralmente un dolore forte dove le bende erano ancora strette. Nether lasciò cadere immediatamente il cuscino, cercando di sorreggerla: «Scusami, stai bene...?» Chiese con gli occhi che passavano dal suo volto al punto in cui aveva medicato la ferita. La mezza’, così messa tra le sue braccia, dapprima ricambiò il suo sguardo, specchiandosi negli occhi nocciola del paladino, poi allargò le labbra in un malizioso sorriso e carezzandolo con la mancina strinse la destra tirandogli un’ultima pesante cuscinata; approfittando della situazione saltò giù dal letto scappando dalla camera: «Chi arriva ultimo stasera lava i piatti!» Ciarlò a gran voce mentre scese le scale.

Nether sollevò un'ultima volta i pesi ed appoggiandoli a terra prese un profondo respiro. Era sudato dalla testa ai piedi e sentiva urgentemente il bisogno di farsi un bagno, ma non aveva ancora finito. Decise comunque di concedersi una breve pausa, e si alzò andando a osservare l'esterno della dimora dalle vetrate della sala. In principio voleva allestirla come sala da ricevimento, ma, non essendosi mai presentata la necessità, l'aveva riconvertita a palestra. Pesi, armi, manichini e quant'altro erano sparsi sul pavimento verde smeraldo che riluceva alla luce del sole che penetrava dalle grandi vetrate laterali.
Emma scese le scale, continuando nel mentre a fasciarsi le mani. Girò a destra, attraversando qualche corridoio fino a giungere nella sala di allenamento. Alzò lo sguardo solo quando la luce dei finestroni la investì, facendole socchiudere gli occhi. Con il tallone richiuse la porta senza voltarsi, ed il cigolio servì ad annunciare il suo arrivo: «Maestro..» Lo chiamò «..Avete tempo per un incontro?» Finì di legare i capelli, frustandosi le orecchie con la coda appena fatta e roteando il capo attese la risposta.
L’uomo si voltò, osservando la ragazza prepararsi. Inspirò profondamente prima di rispondere: «Va bene, a patto che non mi chiami *maestro*» Disse, avvicinandosi «Fisicamente parlando mi sembri abbastanza pronta... Sai già usare un'arma?»
Lei parve rifletterci. Poi da dietro la schiena prese l'oggetto della prima sera, la strana elsa nera priva di decori e riflessi: «L’arco e le trappole. Sono una cacciatrice..» Precisò, avvicinandosi al centro della stanza.
Nether si grattò la testa, pensieroso: «Uhmm... Va bene.» Borbottò, guardandosi attorno «Prendi una delle spade da allenamento nella rastrelliera.» Indicò un punto alla sua destra «Comincia con una corta, poi vedremo come te la cavi con una più pesante.»
Per educazione, Emma non mancò di guardare nella direzione indicata, studiando con interesse le armi in esposizione. Poi tornò con gli occhi su Nether e scosse il capo: «Ho già la mia arma.» E facendo il saluto rituale di chi sta per fronteggiarsi, attese nuove istruzioni da parte dell'uomo.
Il conte fece per replicare quando notò l'oggetto che teneva in mano: «Parli di quello?» Le chiese, indicandolo con un cenno del capo «Che sarebbe?»
«È una spada!» Confermò la sua versione accompagnandola con sguardo sincero «La prima lezione che mi fu impartita, al suo riguardo, era di non giudicarla per il suo aspetto... E vi chiederei di far altrettanto, perché ho visto con i miei occhi di cosa è capace quest’arma prima di.. Prima che mi fosse tramandata.» Sarebbe stato più corretto dire “Prima di averla strappata dalle mani morte di chi la brandiva” ma per Emma erano dettagli trascurabili in quella circostanza.
Nether di tutta risposta corrugò la fronte, sempre più sulle spine davanti a quell'oggetto: «Non vedo la lama» Disse, senza muoversi di un millimetro da dove si trovava.
«Neanche io vedo la vostra!» Lo rimbeccò la giovane, sorridendo impaziente: «Avanti, che aspettate?»
Passò qualche secondo prima che l’uomo le rispondesse: «Prendi quelle da allenamento. Non voglio che qualcuno si faccia del male.» Indicò la rastrelliera, senza togliere però gli occhi dall'elsa di quella strana arma.
«Dovete imparare a fidarvi di me, Nether.. Io l'ho fatto.» L'espressione del viso di Emma tornò seria. Iniziò a sciogliere il polso roteando leggermente l'elsa della spada invisibile.
Sempre più autorevole, il paladino andò a prendere una delle spade senza filo dalla rastrelliera e tornò a mettersi davanti a lei: «Va bene..»
«Va bene..» Gli fece il verso, canzonandolo «Attendo istruzioni».
Nether si mise in posizione con le gambe divaricate e la spada alzata: «Guardia alta, cerca di colpire le gambe con i fendenti e il petto con gli affondi. Capito?»
Emma ripassò le parole sulle labbra, piegandosi leggermente in avanti: «Si, penso di si maes.. Ehm.. Nether!» Si corresse, «Allora proverò a venirvi incontro e vi attaccherò.» Preparò quell'arma che così vista sembrava ridicola, cercando con lo sguardo il consenso del precettore. Lui accennò un “sì” con la testa, attendendo. “Ci siamo..” si disse Emma. Di puro istinto calò l'elsa nella corsa e l'alzò solo quando fu abbastanza vicina per puntarla contro l'umano. Provò a colpirlo ma riuscì appena a fendere l'aria dato che la spada tardava a materializzarsi. A quel punto non si arrese. Abituata a difendersi in combattimenti a mani nude si piegò per poter calciare il fianco destro dell'uomo.
Con una mossa quasi disinvolta, Nether roteò appena afferrandola per la gamba con cui voleva colpirlo, sollevandola, per poi farle perdere l'equilibrio, allontanandosi da lei di qualche passo: «Te lo ripeto, prendi le spade da allenamento. Vuoi che ti insegni ad usare una spada? Allora devi usare una spada! Non i pugni o i calci!»
«Devo concentrarmi!» Gli spiegò, cercando di prendere tempo. Rialzandosi rigirò l'affare nel polso: lei credeva in quell'oggetto, era l'unica cosa che le restava del suo mondo... Corrugò la fronte riprendendo una seconda carica ed iniziò a vuoto una serie di fendenti cercando di pensare ad una cosa sola: “Una spada, voglio che diventi una spada…” All'uomo bastava arretrare per schivare gli sbuffi d'aria a lui diretti, ma Emma non voleva demordere e fu allora che, in un ultimo tentativo pieno di rabbia, girò su se stessa per prendere più velocità e cercò di tagliare di netto la testa al conte. Fu a quel punto, a pochi centimetri dalla sua gola, che la nera e doppia lama prese forma, pronta a recidere il capo.
Colto alla sprovvista, Nether sprigionò contro la giovane un'onda d'urto di energia psichica tale da farla volare in aria per qualche metro mentre lui cadeva di schiena sul pavimento con gli occhi sgranati per la sorpresa. Si rialzò rapidamente, vedendo Emma ancora a terra e l'elsa della spada era tornata un semplice pezzo di legno opaco.
«Mi avete fatto male!» Ciarlò la ragazzina massaggiandosi la testa. Una volta in piedi guardò la sua elsa, nuovamente vuota, raggiungendo il maestro: «Beh questa è Caos. Caos è la mia spada.» La strinse nuovamente in posizione di guardia, chiedendo in tono cortese: «Continuiamo adesso?»
«Sei impazzita?!» Tuonò lui, andandole incontro «Come diavolo ti salta in mente di usare un'arma del genere per un allenamento!? ..Potevi staccarmi la testa!» Dire che era furioso, era dire poco. Non tanto per il fatto che l'avesse quasi ucciso, ma per la totale indifferenza con cui trattava ogni cosa, al pari di un bambino.
Lei, con sguardo e voce meravigliata, abbassò la guardia per dire «Ma voi mi avete detto di usar una spada ed una spada era! Non ha niente di più di una spada qualsiasi, come voi che non siete niente altro che un comune essere umano, che in quanto tale è riuscito amorevolmente a sbattermi dall'altro lato della stanza senza neanche sfiorarmi!» Rise sommessamente. Cercando poi la sua indulgenza lo abbracciò forte, sussurrandogli: «In cuor mio, so che siete in grado di poter far fronte ad ogni genere di rischio. E questo mi mette nella possibilità di farvi provare svariati pericoli, sicura che nulla potrà mai scalfirvi più di ciò che avete già affrontato in passato… Lo leggo nei vostri occhi. E la tentazione in me è sempre forte.» Sentì il suo cuore battere ed alzando la testa cercò il suo sguardo: «Non vi arrabbiate Nether.. Ho promesso che avrei vendicato la morte dei miei amici e del mio amato brandendo Caos e la mia mano non conoscerà altro ferro se non questa lama… Le armi sono come le donne, sono gelose e letali, non potrei mai lasciare Caos nel fodero per un’altra spada. Neanche per un allenamento.» Lo lasciò andare avvicinandosi alla finestra: «Sarà meglio che torni in foresta ad allenarmi per conto mio, così imparerò ad usare Caos e la sua lama non sparirà più…» Poi si ricordò di qualcosa: «Ah, sì.. Vi cercava Honoo.» Aggiunse, «Ma in queste condizioni non potete di certo presentarvi al Claw, è meglio fare un bagno prima, non trovate? Posso offrirmi di lavarvi la schiena?» Si girò accennando un sorrisetto e molleggiandosi sugli stivali, in attesa di una risposta che non arrivò perché il conte era già sparito.


~ La visione ~

Si morse le labbra soffocando appena in tempo il gemito che scalpitava per uscire pur di sfogare tutta la rabbia e il suo dolore. Ma le lacrime, quelle, non poteva proprio controllarle. Sgorgavano copiose dagli occhi arrossati sotto una pioggia fresca di un’estate senza senso, dopo aver perduto tutto ciò che le era di più caro al mondo. Era la prima volta dopo tanto tempo che si concedeva un momento per togliere quella maschera di bugie e freddezza, per confessare a se stessa quanto fragile fosse in realtà. Non poteva più fidarsi di nessuno, era l’unica frase che riusciva a dirsi. Affondò le unghie nella terra umida come se volesse far male ad una creatura invisibile, quando in realtà voleva solamente uscire da quell’incubo che stava diventando la sua vita. Sapeva cosa doveva fare ma continuava a sbagliare. Ogni suo tentativo, per quanta fosse la determinazione, falliva miseramente. Stava cedendo sotto i colpi dei suoi stessi errori che non le permettevano di trovare una soluzione ai suoi problemi, alla sua causa di esistenza.
Fu forse il dolore intriso nelle sue lacrime od il sangue del suo labbro, a furia di stringerlo tra i denti, a richiamare dagli inferi un mostro che l’inghiottì trascinandola in un varco, che la condusse in quella che sembrava una necropoli abbandonata. Si rialzò in piedi lentamente, asciugandosi gli occhi col braccio e si fece coraggio avanzando verso la gradinata che portava al mausoleo più vicino. Scese diversi livelli senza incontrare nessuno, finché non raggiunse un altare, al centro di una stanza ben illuminata dalle torce, ornato di ossa e pietre. Sopra di esso giacevano i frammenti di una spada spezzata e a guardia di quella reliquia v’erano due serpenti di grossa taglia.
«So cosa stai cercando cacciatrice,» Le sussurrò una voce che gelava il sangue «Io posso aiutarti mia piccola mezza’..» Le penetrò nella mente fino a confonderla, iniziò a credere che tutto ciò che stesse vivendo fosse solo frutto della sua immaginazione. Tutto ciò che percepiva veniva alterato nel suo stato e riuscire a restare vigili diventava impossibile: «La vendetta non è mai l’unica soluzione, io posso ridarti colui che hai perduto, ciò che la morte ha diviso io posso congiungerlo…» Quelle parole la fecero esitare. Sembrava che la voce conoscesse tutto di lei, come poteva fidarsi di qualcuno che con tanta facilità avrebbe potuto ingannarla conoscendo le sue paure più profonde: «Non devi aver timore di me, cacciatrice. Lo sento che il tuo cuore esita, ma non devi! Stiamo combattendo per la stessa causa.. Posso fare in modo che il tuo amato torni a vivere, ma per poterlo fare devi eseguire un rituale che richiede un grosso sacrificio...»
«Avanti parla! Cosa vuoi da me?!» Sbottò Emma.
«Prendi questa spada e farla riforgiare. È intrisa del potere di sottrarre l’anima alle creature viventi. Quando avrai mietuto cinquecento anime ti aiuterò a completare il rituale e Shade potrà finalmente tornare da te… Stavolta per sempre…» Lentamente i due serpenti iniziarono a rimpicciolirsi e strisciarono verso l’elsa della spada attorcigliandosi attorno ad essa e diventando di fredda pietra nera. Emma non se lo fece ripetere due volte e prese la sua sacca riempiendola con i frammenti di quella spada. Sapeva di non possedere alcuna dote nel forgiare armi, ma il suo maestro l’avrebbe aiutata... Ora come ora era disposta a qualsiasi genere di patto, pur di riavere indietro il suo sposo. Risalì in fretta le scale rischiando così di inciampare e prima che potesse rovinosamente cadere si ritrovò di nuovo nella foresta, nella medesima posizione in cui era iniziato tutto.
«Ricorda,» Risuonò ancora la voce, «Cinquecento anime per trovare il vero amore...»
Sbatté le palpebre ancora incredula e solo dopo s’accorse d’essere ricoperta interamente di sangue. Sangue fresco e denso s’ammassava sulle mani e sul viso e non stava più affondando le unghie nel terriccio bagnato, bensì nelle carni di un cadavere di un avventuriero. Aveva ucciso un uomo conficcandogli nel petto i sette frammenti della spada. Velocemente li raccolse uno ad uno e senza curarsi del sangue che continuava a lasciare tracce dovunque, tracce anche fin troppo evidenti per un bambino, si recò verso Romar con un solo pensiero fisso in mente: “Meno uno…


~ Le Prigioni di Glukmoore ~

Quattro guardie la scortarono verso la sua cella verso un corridoio stretto e buio. A prima vista le parve una cantina, più che una prigione. Sentì le lance affilate sul suo collo e le mani sudate, il fiato pesante, gli sguardi schifati di chi la tratteneva per le braccia, inutilmente ammanettata per quei piccoli polsi che non avrebbero trovato difficoltà a scivolare tra le catene. Si voltò un istante solo, verso destra, per non sfidare subito la luce della stanza successiva e fu allora che i suoi occhi si incrociarono con l’unico, il destro, di Ry’arg… L’unico sguardo interessante finora, in quella che era sembrata una giornata come tante altre per la cacciatrice. Un secondo solo, che le fece capire che da quel momento sarebbero diventati grandi amici: un po’ come l’oste ed il beone solitario del villaggio.
Nessuno degli uomini osò toccarle il corpo nelle parti più formose, mentre venne con poca gentilezza sospinta nel suo buco. Non si voltò nemmeno a guardare mentre richiusero la porta. Sentì solo il suono della libertà, le chiavi, che vennero affidate nelle mani livide e rugose del custode: sentì il fischio della risata rauca, dei denti giallognoli di Ry’arg, per una battuta scontata sulla nuova prigioniera; un colpo di tosse abortì il resto e, buttando un gran quantitativo di catarro nella brodaglia che mescolava senza particolare cura, rialzò il mestolo e versò la dose in un piatto bucato. Alzandosi, il custode lo gettò sotto una fessura della prima cella. Ripeté il gesto fino alla camera di Emma, dove raccolta in un angolo studiava le pareti lasciando un occhio di riguardo per l’uomo che, aiutandosi con un bastone, avanzò tirandole la cena ai piedi.
Ammiccò, passando alla cella successiva. Non una parola.
Nether era stato chiaro: non avrebbe mai testimoniato per farla scagionare, né per difenderla ad un processo se si fosse macchiata del sangue di un innocente… E finora, lei, il sangue lo aveva fatto sgorgare a fiumi. Per la cacciatrice era una giusta causa, in fondo. Cinquecento uomini in cambio del suo, unico, vero amore… Un prezzo alto per chiunque, ma non per la mezza’.
Stava per rassegnarsi a passar la notte lì dentro quando lo svolazzo di un mantello, i calzari pesanti di qualcuno che non avrebbe potuto nasconderle i coltelli infilati negli stivali, svelati dal loro dolce ed inconfondibile vibrare ad ogni passo, ben cadenzato per una semplice guardia, la invitarono ad alzarsi e a controllare con gl’occhi… Si levò nel suo metro e mezzo d’altezza e poco più: una ragazzina, alla vista della maggior parte degli uomini.
Segreti che solo il suo profumo esotico poteva sussurrare stuzzicando la curiosità di chi, incauto, si sarebbe fermato per un solo istante nel guardarla un po’ più a fondo, cadendo nel suo ipnotico sguardo, nei suoi occhi neri e profondi, nel desiderio delle sue carnose labbra… Dalle sbarre fece uscire la mano e con un gesto lento ed allusivo dell’indice chiamò a sé la figura che da quella posizione non poteva vedere. La ritrasse subito dopo, nascondendola dietro la schiena e portandosi alla penombra del suo giaciglio. Si chiese se fosse un uomo o una donna, e che aspetto avesse…
Era alto. Aveva oscurato interamente la visuale, solo dalla piccola fessura al muro, di spalle a Emma, la luce di Vordus ne illuminò il viso pallido e glaciale. Lo conosceva. Conosceva quello che era stato, ma ancora non quello ch’era diventato… Gli occhi della mezza’ si sorpresero maggiormente, raccogliendo nelle pupille lo stupore per chi si trovò di fronte. Forse anche lui la conosceva, e certamente men di altri sapeva delle motivazioni che l’avevano condotta in quella cella, però raccolse la bramosia del suo spirito, che gridava libertà quando, invece, le labbra della mezzo-demone rimasero contratte e prive di suono. Si guardarono. Si studiarono. Una preda ed un cacciatore. O, forse, erano entrambi prede del destino, che si stava prendendo gioco delle sue prossime vittime...
Non una parola. Solo il silenzio di chi era cosciente e aveva già intuito. Tornò indietro al tavolo del custode. La ragazza appiccicò l’orecchio cercando di capire le sue mosse dai rumori. Stava scarabocchiando qualcosa su un foglio di carta. Se n’andò l’istante dopo, passando come un’ombra davanti le sue sbarre e scomparve affidando il documento nelle mani di Ry’arg. Lesse.
Dapprima lo sentì tossire, poi frugò in tasca e s’accorse del tintinnio delle chiavi. S’arrancò fino al suo buco, dove girò due volte e aprì la serratura: «Esci di qui, feccia.. L’avvocato ti ha scagionata.» Sibilò, tornando poi a sedere.
Lei non se lo fece ripetere. Abbandonò la fredda branda avviandosi verso l’uscita. Si guardò intorno un’ultima volta, cercando nell’aria tracce dell’uomo. Il suo odore, la sua ombra… Ma si scontrò solo con Ry’arg, che si voltò a fissarla.
Gli fece l’occhiolino.
Scappò di prigione.


Ultima modifica di Emma Norton il Lun Set 06, 2010 10:59 pm, modificato 17 volte in totale
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MessaggioInviato: Ven Apr 27, 2007 12:09 pm Rispondi citandoTorna in cima

> > > LE CRONACHE DELL’O R D A L I A < < <


Personaggi:
-> Vansen Custode dei cavalli, cugino delle domestiche
-> William Maggiordomo, sposo di Bibi
-> France Domestica
-> Bibi Sorella minore di France, domestica
-> Emma Norton Proprietaria della dimora

Ospiti della casa:
-> Senatore Arloc Capoclan delle “Orde di Ramius”
-> Senatore Stormbringer Felinide reggente di Romar
-> Druss Famoso e pluriricercato ladro gentiluomo
-> Durlindana Matrona del bordello cittadino
-> Nihal Drow spietata
-> Sayrus Bendik Vampiro, ex barbaro sanguinario ed avvocato di Emma


EPISODIO II


~ Una Nuova Grande Famiglia ~
Le conseguenze delle scelte che la cacciatrice aveva preso ultimamente non potevano essere ignorate.
Sapeva che avrebbe lasciato l’Ashley in ottime mani, ma sapeva anche che oramai sarebbe stata “di troppo” nella Torre di Middenheim… Era tempo di lasciare il nido nel quale era cresciuta.
Fu così che decise di trasferirsi definitivamente all’Ordalia, la fastosa villa che aveva fatto costruire per elogiare il suo clan ed il dio Ramius...


Madama Emma Norton ritornò dopo una lunga assenza da casa, costretta a rifugiarsi in una dimora lontana dal centro abitato per sfuggire alle guardie che le davano la caccia. Lasciò Bucefalo alle cure di Vansen ed il mantello a Bibi, che accompagnò la padrona nel grande salone dell’Ordalia per ristorarsi davanti al fuoco con una tazza di tè. Lesse le ultime missive arrivate durante l’assenza, e si compiacque di quante nuove reclute si facessero avanti ogni giorno per abbracciare la fede di Ramius: “Almeno Arloc sarà contento” pensò, gettando le lettere nel fuoco. Intinse la penna di struzzo nel calamaio per buttar giù due righe su cartapecora. Ripeté l’operazione più volte preparando diverse lettere, che firmò e richiuse con ceralacca scarlatta, includendo in ognuna una piccola chiave. Le contò, prima di affidarle al maggiordomo: il mattino seguente ogni missiva sarebbe giunta a destinazione.
Sbadigliando rumorosamente, salì al piano superiore verso la sua camera, dove ad attenderla v’era già pronta la vasca con l'acqua calda. La ragazza s’immerse nell'acqua lasciando che il sangue delle sue ferite e quello delle sue vittime, mischiandosi, sgorgassero via mentre con oli profumati cosparse il suo corpo e lavò i capelli con essenza di frutti esotici.
Fuori casa il tempo non era dei migliori, con la neve che non cessava di cadere e il vento che sbatteva le ante delle finestre. Bibi e France chiusero per bene la casa; dopo il recente furto, preferivano non ricevere altre sgridate dagli inquilini, seppur la proprietaria le avesse rassicurate di non preoccuparsi, e di stare attente alle persone che avrebbero potuto aggredirle. William riordinò in cucina, togliendo i piatti della cena che regolarmente serviva alle nove di sera: con amorevole passione si dilettava a fare il cuoco, quando aveva tempo. Vansen era ancora nella stalla a lucidare il manto di Bucefalo. Non che non avesse amato la vecchia cavalla di Emma, ma avere uno stallone nero purosangue, nella scuderia, dava maggiore importanza al suo lavoro. Velocemente s’avvolse nel mantello rattoppato in più parti e raggiunse i domestici in casa: “Fortuna che abbiamo ognuno una stanza in cui dormire nei sotterranei, certi padroni ci avrebbero lasciato al freddo anche con questo tempaccio!” Pensò soddisfatto lo scudiero.
La cacciatrice, terminato il suo bagno rigenerante, indossò una delicata vestaglia di seta bianca e stesa sul letto guardò dai vetri del suo balcone il bellissimo paesaggio di Romar innevato. Si addormentò poco dopo pensando che il gran giorno di ricongiungersi al suo amato stava arrivando…


~ L’incontro ~

Emma Norton aprì il pesante cancello di ferro all'entrata della sua villa, mentre si precipitavano William e Bibi con in mano un telo per riparare la donna evitando che si bagnasse sotto la pioggia che quel giorno cadeva a dirotto. Li interruppe, parlando ad alta voce per coprire il rumore dei tuoni in sottofondo: «Non badate a me, piuttosto curatevi dell'ospite che mi segue!» Disse e si avviò in casa, mentre Bibi accorreva verso il Senatore per coprirlo.
Stormbringer seguiva la donna verso la villa; quando vide il maggiordomo e la domestica farglisi vicini agitò un braccio e disse loro: «Non preoccupatevi per me. L'acqua non mi fa alcun danno!» Seguì la lady fin dentro casa, scuotendo il pelo scoperto e inzuppato fuori dalla porta per non bagnare troppo.
Emma bussò tre volte e pochi istanti dopo France aprì la porta, sorpresa di trovare la padrona rincasare così presto: «Cos'è quell'espressione, France? Non hai mai visto la tua padrona inzuppata d'acqua? Suvvia.. Corri a preparare una stanza per l'ospite, di’ a Vansen di accendere il fuoco per la caldaia nei sotterranei e intanto preparaci qualcosa di buono per ristorarci!»
Volgendosi al senatore domandò: «..Cosa posso offrirvi?»
Il felinide alzò un sopracciglio: «Qualsiasi cosa vogliate. Sono solo un ospite, e sono già in debito con voi per l'ospitalità che dimostrate.»
«Non vi preoccupate, non dovete nulla a questa giovane donna.. Ho una casa grande e non c'è mai nessuno, mi basta la vostra allegria come ricompensa.» Si voltò verso i domestici: «Bibi, prepara della cioccolata calda. William, occupati di trovare degli abiti asciutti per il signore..» E dopo averli congedati accompagnò il felino nel grande salone.
Stormbringer ringraziò gli Dèi di avere il pelo per nascondere il probabile rossore delle sue guance, e rispose: «Così mi lusingate. Ma sono lieto di portarvi allegria…» Quindi si leccò i baffi: «Cioccolata calda... ottima scelta. Nelle mie dispense è finita da tempo...»
«Nessuno dovrebbe rimanere senza cioccolata a lungo! È la droga più dolce che possa esserci!» Esclamò la donna, e sospirando prese posto su una poltrona accanto al fuoco.
L’ospite si accomodò a sua volta nella seggiola a fianco e annuì: «Avete ragione, ma purtroppo ultimamente sono stato occupato da affari poco piacevoli, e ho scordato anche di comprare la cioccolata…»
Druss entrò nella dimora di Emma Norton. La casa, già visitata in precedenza, appariva sfarzosa come l'ultima volta. Lento era il suo incedere fra le stanze a scrutare il loco, mentre passò dal salone principale incontrò il maggiordomo che disse di chiamarsi William: «La padrona di casa…?» Domandò, ancora un po’ sorpreso per l’invito ricevuto. Alla risposta del maggiordomo di assenza della donna, replicò: «Bene... l’aspetterò volentieri…» E continuò a girare per la casa in attesa di essere ricevuto.
Emma Norton stava intrattenendosi col felino quando il maggiordomo le venne incontro che l'avvertì della presenza di Druss: «È lui! È lui madama! È il ladro che ha rubato la scorsa volta in casa!» La mezzo-demone cercò di calmare l'uomo, agitatissimo, che continuò a schiamazzare: «È il ladro vi dico! ..Cosa devo fare?! Chiamo le guardie?»
L’umano sentì delle voci dalla stanza affianco, ma decise di non andar verso di esse, bensì rimase lì dov'era, guardingo e in attesa.
«Per carità William, abbassa la voce, vuoi mica farci arrestare tutti?! Non so se l’hai notato ma sono ricercata anch’io! Forse i manifesti alla banca non rendono giustizia al mio vero aspetto?! … Non preoccuparti, calmati, l'uomo, o ladro che sia, è stato invitato da me. Avrà avuto i suoi motivi per agire in tal modo ma vedrai che le cose si aggiusteranno.»
Druss, origliando dall’atrio d’ingresso, scoppiò a ridere alle parole di Emma, quindi decise di mostrarsi e così facendo comparì alle sue spalle nel salone secondario.
La ragazza sbuffò, borbottando qualcosa di simile a "Sempre complicazioni.." e alzandosi si volse in tono dolce al felino: «Scusatemi Senatore, altri ospiti che attendevo...»
Il signore singhiozzò: «Mmmilaaady..*hic*» sprofondando in un leggero inchino.
Lei rimase del tutto sorpresa nel trovarsi davanti l'uomo: «Oh Druss.. Benvenuto. Accomodatevi pure, vado ad assicurarmi che le cameriere preparino una stanza per tutti.»
«Vedo che il mio ingresso in questa casa sta già creando un po’ di scompiglio...» Sorrise, «Me ne dispiaccio...»
La ventata di grog che emanò il ladro fece sorridere la cacciatrice: «Druss, ubriaco già di buon mattino? William, prepara qualcosa di forte per il signore.. E avverti France che voglio trovare pronte tutte le stanze per stanotte, avremo diversi ospiti…»
«Grazie...» Rispose il nuovo arrivato, andandosi ad accomodare sul divano; notò gli sguardi furenti del maggiordomo e non riuscì a trattenere una risata.
«Perdonatelo.. Ha preso un brutto colpo quando ha trovato la più giovane delle mie ancelle svenuta sul mio letto per lo spavento del furto.. Non sapevano che fare. Ma è una reazione naturale per loro, l'ho vista molte volte, quando ero “io” a rubare in casa degli altri… Oh, son passati troppi anni. E adesso ho così tante cose a cui pensare che non avrebbe più senso mettersi a rubare... E voi? Perché vi dilettate nel furto? Passione? Hobby? ..Mancanza di denaro?»
Il ladro asserì con la testa: «Vi capisco... E la mia carica mi permette di avere fasti ed agi... Ma diciamo che lo sto facendo per riprendere un'abilità che ho tralasciato tanto, troppo tempo fa... E dato che ho un piccol*hic* progett*hic*no in mente... Devo riprendere l'arte del fuurt*hic* che i miei gen*hic*tori mi iiii*hic*nsegnarono…» Tossì «Un colpo di singhiozzo, perdonatemi... Ho fatto una visitina a Cedrik... Giusto per festeggiare il mio ultimo colpo... Comunque... A che devo questo invito?»
«Al fatto che se intendete riprendere ad usare le vostre abilità furtive sarebbe interessante avervi al mio fianco per… Un piccolo progetto.» Emma avrebbe continuato a parlare, ma s’interruppe vedendo giungere il maggiordomo con un vassoio d'argento con due tazze colme di bollente cioccolata ed un bicchiere con dentro un cocktail a base di uova e caffeina. Porse una tazza al felino, un'altra la prese per sé. William si avvicinò poi all’uomo, mentre con timore servì il bicchiere: «È abbastanza forte… Ricetta segreta» Borbottò.
Stormbringer, restando seduto, ascoltò la discussione guardandosi intorno: “Chissà se c'è davvero un gomitolo…”
La padrona di casa stava per chiedere notizie sulle sue domestiche quando il maggiordomo, cercando in tasca il fazzoletto con cui asciugarsi la fronte, lasciò scivolare a terra un gomitolo rosso: «Ah si, perdonatemi, prima stavo aiutando Bibi a finire il maglione per sua nipote.» Disse l'uomo, sorridendo per l’imbarazzo e chinandosi per raccoglierlo e metterlo da parte. Il felino scattò dalla poltrona con un’agilità sorprendente, l’agguantò prima che il maggiordomo potesse prenderlo e cominciò a rotolarsi per terra col gomitolo fra le zampe. Solo poco dopo riuscì a riacquistare un briciolo di dignità, a rialzarsi e a parlare: «Mi scusi, William... Non ho saputo resistere...» Disse all'allibito umano, quindi tornò a sedersi, gomitolo alla zampa e prese la tazza di cioccolata, sorseggiandola e cercando di non incrociare lo sguardo di William.
La ragazza bevve tranquillamente la cioccolata, mentre William si poggiò al bracciolo di una poltrona per riprendersi dalla giornata abbastanza movimentata. Si allontanò poco dopo.
«Allora Storm, ditemi.. Per quale città vi siete candidato?» Chiese la ragazza.
Il Senatore posò la cioccolata, cercando di non guardare il gomitolo: «Per Romar, ma pare non faccia differenza... Ogni cittadino che lo voglia potrà votarmi. Tuttavia è al governo di Romar che dovrò fare riferimento, e che potrà dimettermi dall'incarico se mi rivelerò indegno. Non essendo io un santo, potrebbe anche succedere…»
«Ho visto santi rotolarsi nel fango come porci, messere. Ma non so dirvi se sarete un buon politico perché non vi conosco abbastanza. Ma.. magari avrete modo di farlo nei giorni a venire.»
«Dimostrarmi un buon politico? Sicuramente con questo gomitolo rosso in mano potrò dimostrarmi un abile felino, che è quanto di meglio possa avere!» E mordicchiò il gomitolo, quindi si ricompose e sorseggiò ancora la cioccolata: «Questa cioccolata è davvero ottima, Emma. Era tempo che non ne assaggiavo una così!»
Druss bevve a sorsi l’intruglio antisbornia che gli diede un po’ di lucidità in più, quindi asserì alla precedente affermazione: «Bene milady... Esponetemi il vostro progetto e vi dirò cosa ne penso...» Le sorrise, rimase ad ascoltare i discorsi dei due astanti sulle elezioni e voltandosi verso Storm riprese: «Beh... allora in bocca al lupo!»
«Meglio un politico con in mano un gomitolo che una frusta o un'ascia di guerra. Magari potreste cercar di far approvare una legge in cui ognuno debba tenere in casa un gomitolo..» Replicò la donna «E comunque Druss.. il progetto è ancora distante per poterne parlare seriamente.. godiamoci questi giorni di pace prima dell'arrivo dell'inferno sulla terra…» Chiuse così l'argomento su quanto sapeva impegnando la bocca nel finir di bere la cioccolata. L’umano socchiuse gli occhi alle ultime parole della donna. Rimase per qualche attimo a fissarla, chiedendosi cosa intendesse dire. Infine portò lo sguardo sul bicchiere e continuò a bere.
«L'inferno sulla terra... interessante...» Mormorò Stormbringer, lanciando in aria il gomitolo e riacchiappandolo con abilità: «Conosco molti, cavalieri dell'estate, come tendo a chiamarli, che non durerebbero nemmeno un'ora... chissà se io resisterei di più…» Sogghignò e strinse il gomitolo rosso nella zampa destra, mentre con la sinistra portò la tazza alle labbra.
«..Cavalieri dell'Estate? Interessante.. Cosa sarebbero?» Emma era curiosa.
«Questa marmaglia di possenti umani, troll, paladini... un'accozzaglia di avventurieri che diventa sempre più possente e si crede di essere una divinità in terra...Credono di poter spadroneggiare, tradire, insultare e bistrattare gli altri come pare e piace a loro, ma sono fuochi fatui... sono come i fiori estivi, destinati a morire con l'avvento dell'inverno, e prima o poi l'inverno arriva sempre...» Sorrise il felinide «Che strana somiglianza fra queste parole, inverno e inferno...»
«A volte penso che non sia un caso questa somiglianza... Molti luoghi dell'inferno sono gelidi e rispecchiano a pieno il significato della morte stessa. Quando il bacio della morte vi sfiora e vi priva dell'anima lasciando un involucro vuoto che altro non aspetta se non congelarsi e ricongiungersi alla terra che lo ha generato… È la stessa sensazione di vuoto che si prova stando in balia di una tormenta nel bel mezzo di un cerchio infernale.» Ribadì la giovane.
«Dovete conoscere davvero bene l'Inferno, per parlarne così... Io ammetto di averne visitato un poco, ma temo di avervi spedito più anime a visitarlo, di quanto non abbia fatto io stesso... tuttavia è un luogo in qualche modo interessante.» Sorrise, pensando che forse avrebbe dovuto metter via il gomitolo, prima di cedere di nuovo alla tentazione.
Emma con un velo di tristezza ammise: «Ci sono stata, certo, e forse ci tornerei ancora.. Ma solo per salutare qualche vecchio amico... eheheh»
«Già... molti sono quelli che sono finiti all'Inferno prima di me, anche se temo non lo meritassero come me...» Poggiò la tazza della cioccolata e fissò il soffitto. Notando le decorazioni si complimentò: «Bei dipinti, Emma. Nella mia casa ho optato per un soffitto di travi di legno, anche se avrei desiderato delle pitture... Tuttavia non v'erano artisti disponibili. E sento profumo di rose... Desumo che abbiate anche un giardino, da qualche parte...»
La mezzo-demone alzò la testa sentendo il rumore di passi che si avvicinavano: «..France? Tutto a posto?» La domestica sorrise riprendendo fiato per la corsa fatta nel scendere le scale ed arrivare in sala: «Si madama, ho appena finito di preparare le stan...» Stava parlando quando notò tra le zampe del senatore il gomitolo rosso: «Ah! Gattaccio! Hai preso tu i nostri gomitoli!» L'ancella corse a sottrarre di mano l'oggetto lanciando occhiate di sdegno al felino.
«France lasciategli il gomitolo, ve ne comprerò altri!» La bloccò Emma.
«Non se ne parla, madama! Questi gomitoli sono di una lana troppo pregiata per.. Essere mordicchiati! Ve ne farò trovare altri nella vostra stanza, messer gatto, ma questi gomitoli non si toccano!» France restò per qualche attimo in silenzio prima di riprendere a parlare con tono più dolce: «Ero venuta ad informarvi, madama, che sono arrivati altri ospiti… Una certa Durlindana… E che le stanze di sopra sono pronte. L'acqua è calda, se i signori vorranno farsi un bagno prima di cena.» Così detto si inchinò di tutta fretta e si allontanò cercando di ripulire il gomitolo dai peli umidi del senatore, che osservò la cameriera prendere il gomitolo e con occhi spalancati e dilatati non poté reprimere un: «Miao... il gomitolo... miao...» e sperò di trovarne altri simili nella sua stanza. Emma si alzò, pronta a rimproverare la domestica per un comportamento simile, ma ormai lontana scosse il capo per rassegnazione, scusandosi: «Mi spiace Storm.. Ma come vi ha promesso la domestica ne troverete altri nella vostra camera.» Ancora in piedi raccolse le tazze vuote di cioccolata e il bicchiere nel vassoio che mise da parte su un tavolo. Più tardi avrebbe chiamato William a ripulire. Sedette allora ai bordi del camino, sfregandosi le mani e puntandole al fuoco per raccogliere un po' di calore.
«Oh, grazie mille Emma... come vi ho detto, era molto tempo che non ricevevo gomitoli!» Stormbringer sorrise, quindi si concentrò sulla nuova arrivata, di cui aveva udito parlare in molti luoghi.
Durlindana arricciò il naso entrando nel salone d'ingresso: “Rose?” Si domandò iniziando a lacrimare. “Oh, accidenti.” Imprecò tamponandosi gli occhi con un fazzoletto. Avanzò nel salone trascinando sul marmoreo pavimento il bordo del lunghissimo mantello di broccato rosso, sul quale filigrane raffinate intrecciavano motivi floreali. Allentò la spilla al collo, quando l'orchidea di smalti s'aprì con uno scatto metallico, il mantello s'afflosciò al suolo come un gigante abbattuto. La bella donna, ritta e composta nel corpetto che gli strizzava il busto con cento nastrini, nude le spalle e le scapole, le sue dita tintinnavano di dieci anelli mentre guardava l'enormità della casa e aspettava d'esser ricevuta. Gironzolò un po’ avanti ed indietro generando una nota sommessa dal pavimento lucido che la rifletteva. S'avvicinò alla porta alla sua destra. Tutta la sua natura le impose perentoria di sbirciare dentro: "Una biblioteca?" Disse a se stessa entrando. S'acquattò tra le ombre dei pesanti tendaggi e tra gli odori pungenti delle centinaia di muffe che dimoravano tra le pagine, scivolò tra le scansie di libri sfiorandone le costole. Durlindana prese a sorridere, quindi si coprì la bocca con il palmo della man dritta. Alla fine non resisté e sbottò in una risatina soffocata. S'asciugò una lacrima prendendo un libro dallo scaffale e tentando di conciliarne l'argomento con l'immagine che s'era fatta di Emma dal loro unico incontro. Rilesse il titolo muovendo appena le labbra: “L'abbacchio. Cento e uno modi di cuocerlo senza salse…” Ridacchiò ancora e ripose il libro al proprio posto. La donna non s'avvide che le risa e la cortese polvere letteraria le avevano sciolto il trucco delle guance in un'allungata goccia scura che le solcava fino al mento. Tornò all'ingresso, ma si stancò presto, giacché stare sola non le era mai piaciuto, e ritornò in biblioteca: “Aha, non m'ero ingannata…”. Si diresse verso la porta che aveva intravisto e strizzò gli occhi al baluginare della luce cangiante del focolare di un secondo, ampio, salone. Qui vide la schiena di Emma, che riconobbe immediatamente, ed un individuo ignoto: *Ehm, ehm* Si schiarì rumorosamente la voce per farsi notare, quindi afferrò i lati della gonna affinché, mentre si piegava in un inchino, il bordo non sfiorasse il pavimento.
Lady Norton, rialzandosi, s'avvide della nuova arrivata e sorridendole rispose all'inchino: «Benvenuta milady, mi fa piacere trovarvi qui.. Permettetemi di presentarvi il senatore Stormbringer, e l'uomo seduto sul divano a fianco è messer Druss.»
La viandante sorrise alla padrona di casa: «Invero, mia signora, sono grata della vostra ospitalità. Ah..» S'interruppe, indicandosi alle spalle, «Complimenti per la nutrita biblioteca..» S'inchinò nuovamente all’uomo: «Posso già onorarmi dell'amicizia del nobile paladino,» Sentenziò girandosi, «..Mentre non conosco, in effetti, il senatore... Che tutto vi sia propizio, nobile Senatore..» Disse distendendo il braccio fino a mostrargli il dorso della mano: «Che mai abbiate bisogno delle uova sbattute.»
Emma alzò un sopracciglio con aria incuriosita ma sorrise e rispose: «Spero non abbiate curiosato nella parte "privata" della mia raccolta di tomi.. Ma se vorrete dedicarvi alla lettura troverete di certo libri molto interessanti anche del vostro genere... Basta cercare.»
Durlindana tornò ad osservare Emma: «Non lo metto in dubbio» Disse con quel tono che solo chi conosce un segreto altrui può sostenere in modo credibile. Portò la destra negli oscuri recessi delle sue vesti e ne tirò fuori una sacchetta di velluto nero e lucido. Un nastrino rosso ne chiudeva il bordo, arricciandolo in un nodo: «Per voi, mia signora» Offrì la sacchetta nel palmo ad Emma, inclinando il capo nel parlarle, come a scongiurare che alcuna stilla di bellezza sfuggisse il suo sguardo.
«Anche se penso che la curiosità stia per vincermi, milady, preferisco conservare il vostro dono e aprirlo in un altro momento..» Esitò un attimo, la cacciatrice. Voleva sfilare il laccetto rosso e vedere cosa nascondeva, soppesò con cura il sacchetto, cercando di indovinare, ma il buon senso le disse che era meglio aspettare e conservarlo per quando si sarebbe ritirata nelle sue stanze: «Vi ringrazio molto, ma non dovevate disturbarvi..» Arrossì, distogliendo lo sguardo e perdendosi ad osservare un quadro.
«Ci rincontriamo ancora Durlindana… Sempre con molto piacere per me...» Ciarlò il signore alzandosi per salutare.
«State comodo Druss, mio buon sire» Replicò l’altra indicando con la mano che non era necessario alzarsi: «Non è un disturbo ma un piacere ed un dovere, data la vostra gentilezza.» Continuò verso Emma: «Apritelo quando più vi compiace. Sappiate solo che esso rappresenta molto di più di quello che può apparire ad una prima occhiata. Infatti, altro non è che un lasciapassare.» Sorrise, «Ma di questo parleremo a tempo debito.»
«Già… A tempo debito...» Borbottò Emma chiedendosi se avesse agito bene ad aspettare: “Lasciapassare? Cosa avrà mai in mente milady Durlindana?” Pensò fra sé e sé.
L’uomo sorrise, quindi tornò a sedere e rimase a guardare divertito tutte le cerimonie come è solito fra donne. Durlindana sedette compostamente sul divano rigonfio di panni morbidi e di sogni rubati a sonnellini pomeridiani. Lisciò le pieghe sulle vesti all'altezza delle ginocchia: «Ebbene mio sire», Chiese a Druss «Che ne pensate della mia nuova adepta? Avevo intenzione di affidarle la carica di Ruggito del Talamo.»
L’uomo alzò le spalle: «Non so cosa comporti la carica di “Ruggito del Talamo”, quindi non posso sapere se lei sia all'altezza, ma sono sicuro che non sfigurerà nella vostra gilda.» Sorrise ammiccandole.
La donna ghignò all’indirizzo dell’umano, agitandogli contro un indice accusatore: «I vostri ammiccamenti da aspirante senatore non mi ingannano... Lo so che vi piace e so anche che vi farebbe ribollire il sangue come acqua in un paiolo» Si studiò la pulizia delle unghie, continuando: «Comunque quella è la carica riservata alla responsabile delle forze difensive della Gilda.» Alzò gli occhi al cielo: «Avete visto come agitava quella spada? È una cosa che proprio non fa per me», Fece spallucce: «Ma suppongo che qualcuno debba pur occuparsene…»
«Non esageriamo... Ho conosciuto pulzelle ben più procaci e capaci di lei...» Sorrise malizioso. «Comunque credo dobbiate essere felice già solo per il fatto che impugni un’arma…»
«Questi discorsi mi ricordano di quando ero mercante di schiavi.. Anche se il nome c'entrava ben poco con l'attività che svolgevo…»
Al dire di Emma, il ladro si voltò impressionato: «Mercante di schiavi? Uhm.. Impressionante, siete sempre piena di sorprese, milady.»
Durlindana sollevò un sopracciglio alle parole della madama: «Mercante di schiavi?» Chiese facendo scendere lo sguardo sui fianchi della donna, messi in risalto dalla finestra. «Interessante…» Alzò le spalle verso Druss. «Appunto. Ha già del miracoloso che una meretrice ne possegga una…» Quindi tornò ad osservare Emma: «Raccontateci» Disse, guardandole il sedere.
«Raccontarvi di come si poteva trasformare una professione ignobile in un atto di bontà? Ebbene, se vi aggrada ascoltarla..» Volta verso i presenti si prese un attimo di pausa per ricordare come iniziò tutto.
Durlindana parve rifletterci per un po’: «Beh, molti considerano la mia una professione ignobile. Secondo me è un atto di bontà ed altruismo» Disse esortandola a continuare.
Druss alzò le spalle. A volte era come se il suo cuore non provasse pietà: «Si... è pur sempre una professione... e anche redditizia, credo.»
«Milady, non so se voi credete in un dio, ma esistono divinità buone e altre malvagie... Mentre altre ancora non esistono proprio. Ma creare forme divine immaginarie ed elementi di culto è un'attività redditizia per tutta quella gente che adora estorcere denaro agli sciocchi creduloni.»
La sua ospite ascoltava ed annuiva di tanto in tanto. Pendeva dalle labbra di Emma, sia perché le interessava ciò che raccontava, sia perché le labbra in questione erano di un tenue rosa pesca.
«Nell'ultimo regno in cui ho vissuto non era raro incontrare piccole sette che veneravano tori o maiali e per i loro sporchi giuochi utilizzavano fanciulle vergini da sacrificare che venivano uccise ancor prima di aver compiuto il sedicesimo anno di età o erano costrette a donarsi a monaci per riti di cui era meglio non parlarne se non volevano una morte immediata...»
Durlindana aveva sporto il collo in avanti sentendo di sporchi giochi e fanciulle, per poi incassarlo nelle spalle con aria affranta dopo aver assorbito la parola "sacrificare".
«…Così fummo incaricati io e la mia gilda di infiltrarci tra i membri di queste sette per eliminare i monaci che pretendevano somme di denaro enormi dai centri contadini del sud della regione, o le secondogenite di ogni famiglia...»
L’uomo ascoltò attentamente le parole della donna e con sguardo imperturbabile continuò a fissarla annuendo al suo racconto.
Nihal si soffermò sulle gradinate dell'enorme dimora. Bussò con decisione alla porta «Emma Norton!» Chiamò, sistemando meglio la fasciatura allo sterno ormai inzuppata di sangue. Estrasse la chiave di tasca e aprì la serratura.
«…Ma per le fanciulle non v'era alcun futuro... Perché non avevano né famiglia né un luogo dove andare…» Mentre la donna raccontava nel salone, France accorreva alla porta chiedendosi chi bussava con tanta insistenza: «Madama! Un'elfa dalla pelle nera sporca di sangue!» Gridò la cameriera osservando Nihal aprire da sola la porta.
La Drow sollevò il braccio e senza troppi francesismi scostò la cameriera con gesto brusco: «Si, si.. Un'elfa mezza morta e che cammina come un uomo.. Spostatevi!» Ringhiò.
Druss, sorpreso nel vedere la figura entrare nella stanza, iniziò stranamente a sghignazzare. Dopo aver incrociato lo sguardo di Nihal tornò serio su Emma.
Durlindana salendo in ginocchio sul divano appoggiò i gomiti sul bordo della spalliera per guardare verso l'ingresso. Spalancò la bocca senza emetterne alcun suono per lunghi momenti: «Ma che vi è accaduto?» Domandò infine. «Ah, Emma, la qui presente semi-morta è la mia responsabile della sicurezza in Autsursing, come di dice a Krogh..» Rivolse a Nihal un sorrisetto malizioso: «Lo sapevate?» Chiese alla sua ospitante.
«Un esponente femminile della razza elfica? Per giunta del colore della notte? Non concederei mai a nessuna elfa di entrare in casa mia se quell'elfa non fosse... Nihal!»
Nihal ritrovò per un attimo il sorriso, e rivolta ad Emma disse: «Mia signora, è un onore essere ospite da voi. Non lo è altrettanto stare in compagnia di tale... Feccia» Sibilò osservando Druss. Si diresse verso il divano: «Durlindana, mia bella lady. Un bacio e una carezza per voi» La salutò con i gesti appena proclamati. La mezzo-demone, stupita, le andò incontro e senza inchinarsi, in tono confidenziale la salutò proferendo: «Vi ho forse chiamato per sporcare tutta la casa col vostro sangue? Come se già non bastasse il mio... Macchie che non vanno via facilmente, fortuna che tutta la casa è già rossa di suo... Lasciate che chiami una domestica per portarvi qualcosa con cui disinfettare queste ferite... Non vorrete mica farci godere della compagnia del vostro cadavere!» Alzò la voce in direzione della porta: «France! Portami bende e dell'unguento di troll!»
L’uomo scoppiò ancora una volta a ridere alle parole della drow. Non può farne a meno, la sua irritazione crea in lui divertimento ed ilarità: «State attenta, potreste sporcare i tappeti col vostro inutile sangue nero..» Disse, guardandola in viso con un sorriso malevolo.
La bella dama fremette al bacio come l'ultima foglia di un albero in autunno. Guardò nervosamente Emma e Druss, infine si decise ad espirare, forse troppo rumorosamente: «Nihal la Sinuosa, accidenti a voi!» Biasimandosi per non riuscire a nascondere le sue emozioni: «..Ma che vi è successo?»
L’elfa dalla pelle nera scosse il capo con noncuranza, rivolta all’umano proferì a denti stretti: «Tacete, feccia..» e si accomodò accanto a Durlindana: «Non badate alla ferita, mia bella lady.. Ieri notte, nelle carceri, il lanciere della guardia cittadina si è divertito a punzecchiarmi nel vero senso della parola. Poco male, non importa. Non biasimo me stessa per averlo insultato, e se il risultato ottenuto dev'essere una ferita, una tortura, o Ramius sappia chissà cos'altro.. Ben venga.. Sapete che non temo nulla, finanche la morte.»
«Lo so fin troppo bene, creatura sinuosa che sa di cannella, incenso e sangue..» Allungò le mani verso il suo collo con l'intenzione di allentarle il corpetto, ma l’altra non può fare a meno di reagire in modo troppo brusco non appena le mani della donna le sfiorano le vesti: «Ho detto che non v'è bisogno che vi preoccupiate..» Sibilò lentamente conficcando le unghie nel legno del seggio, trattenendo a stento un po’ tutte le emozioni contrastanti che vorticavano in lei come un tornado. Così Durlindana si limitò a fissarne gli occhi viola, guardando se stessa riflessa alla tremolante luce del caminetto: «Io non sono preoccupata», ribadì con le mani ancora sospese, «Ma sarebbe saggio, anche per la beniamina di Ramius, che l'unguento di Troll di Emma sia correttamente disposto. Sono infermiera di Troll sapete?» Mentì spudorata.
Lady Norton tamburellava le mani sul tavolo ascoltando il racconto della drow. France riapparve nella sala con ciò che aveva chiesto e ritirò il vassoio con le tazze di cioccolata, non senza gettare un'occhiata acida al senatore che aveva attentato al suo gomitolo che ronfava tranquillo su una poltrona. Nihal si esibì in un sorriso falso quanto largo, e si alzò barcollando: «Vogliate scusarmi, ma forse Durlindana ha ragione. Sarà meglio che io provveda a curare la ferita». Afferrò gli unguenti dal vassoio nelle mani della cameriera e fece per risalir le scale: «Le stanze sono al piano di sopra, mia cara Emma?» Si sforzò di non essere troppo brusca per il nervosismo. La Norton aveva con sé le bende e un soffice batuffolo di cotone su cui aveva sparso l'unguento.
Sorrise in modo cinico prima di sussurrarle: «Nihal, sicura che ciò che avete in mano sia un unguento e non il resto di una bollente cioccolata calda?»
L'elfa abbassò lo sguardo sulla tazza, ed imprecò ad alta voce. La sbatté sul tavolo con malagrazia e afferrò quindi i veri medicamenti, anche se quello di troll rimase in mano ad Emma. Durlindana alzò le spalle un po’ delusa; s'era già accomodata sul divano comodamente pronta a guardare la Sinuosa medicarsi. Stava anche per chiedere del mais da far scoppiare sul fuoco.
«Nel vassoio c'erano i resti del piccolo spuntino fatto poco prima che arrivaste... L'unguento è qui con me..» Disse Emma, rialzandosi. France si coprì il viso trattenendo una risata, ma smise subito di ridere quando la drow la guardò di sbieco.
Nihal lanciò uno sguardo truce a Durlindana, carpendone una certa bramosia non velata negli occhi. Sorrise, gongolando tra sé e sé: «Credo di essere arrivata al culmine della sopportazione. Vogliate scusarmi, Emma. Siete davvero gentile, ed io non voglio arrecarvi offesa alcuna, ma..» Ringhiò «Punto primo: se la dannata cameriera non la pianta di fissarmi a quel modo mi macchierò di omicidio e non avrò timore delle conseguenze del mio gesto. Punto secondo: il qui presente Druss non è certo fra i primi che mi aspettavo di trovare sotto questa dimora, e annuncio che mai e dico, *mai* accetterò di dormire sotto stesso tetto di un tale infame, certa che potrebbe macchiarsi di chissà quale bastardata, conoscendolo…» Sibilò, lanciandogli un’occhiata terribile: «Punto terzo: la ferita comincia a dolere davvero e credo che prima di fare qualcosa di cui potermi pentire sia meglio che io tolga il disturbo. Potete porgermi ora l’unguento?» Tese la mano, prese fiato e sorrise feroce attendendo il balsamo.
L’amica si schermò il volto con il braccio all'esplosione vulcanica di Nihal, sgranando gli occhi folgorata da un remoto ricordo: «Ferma!» Strillò allarmata: «Non lo fate! Questa è la terza notte dal plenilunio!» Fissò anche Emma allibita, che lanciò alla drow l'ultima pomata, la più importante.
«Come volete milady, sappiate che Druss non vi darà alcun fastidio finché resterà in casa mia, garantisco sul mio sangue per metà umano… E la mia domestica baderà a non darvi più alcun fastidio... Ma vi prego, restate, riposate pure qui all'Ordalia per questa notte.» Disse l’ordaica.
Nihal si voltò di scatto verso Durlindana, puntandole il dito contro: «Tu.. Che cosa diavolo vai blaterando? Cosa c'entra il plenilunio?»
La bella si sbatté il palmo della destra sulla fronte: «Ma che vi insegnano i vostri tutori?» Si girò verso Emma: «E anche voi, possibile che non lo sappiate?»
Entrambe le due guerriere alzarono un sopraciglio per lo stupore: «Se mi rifilerete un'altra delle vostre superstiziose fesserie, giuro che vi torco il collo seduta stante!» Mormorò la Sinuosa avvicinando le labbra al viso dell’umana, che sospirando iniziò a parlare con la voce compassata che si userebbe per spiegare una grande verità ad un bambino: «Dunque, questa notte non è possibile usare l'unguento di troll da soli. Altrimenti vi trasformerete in una Troll nutrice, vale a dire con 18 seni. L'unica possibilità è che vi sia spalmato da una dama il cui nome cominci per 'D' e termini…» La voce le si strozzò «..per 'A'».
Nihal emise un gesto strozzato e un gemito seccato: «Oh, ancora? Voi e le vostre dannate dicerie, passaparoliere del demonio e credenze antiche!» sbottò «Vi ho sentito dire una stupidaggine simile riguardo non ricordo cosa, mentre parlavate con Guardalaluna! Credete ch'io mi beva le baggianate che amate inventarvi pur di nascondere la bramosia che vi brucia nei lombi e nel petto!?» La guardò gelida e impassibile, attendendo una sola reazione sbagliata per macchiarsi di gesti poco gentili. La donna s'illuminò con l'entusiasmo di una fanciulla: «Oh, avete ragione.
Ma, vedete, io non ho alcun motivo di negarlo. Vi desidero moltissimo» Sorrise raggiante.
«Durlindana mia cara.. Se volevate aggraziarvi Nihal bastava accompagnarla di sopra ed aiutarla a spalmarsi l'unguento...» Mormorò la cacciatrice con tono diplomatico.
«Molto giusto Emma. Ma io non riesco ad evitare un ché di giocoso e sdrammatizzante in questo genere di cose. Sono incapace di viverle con gravità…»
«Oh, no mia Signora» Sorrise beffarda verso Emma: «Durlindana ama ciarlare e ciarlare e ciarlare per offuscar le menti di coloro che la circondano. È torbida quanto le paludi di Glukmoore.» Si voltò lievemente sogghignante verso la bella dama: «Ebbene, bastava dirlo fin da subito. Odio esser presa per i fondelli, credo si capisca» Inclinando appena il capo la fissò con intensità: «Ditemi, Durlindana. Volete attender qualche altra notte di plenilunio o mi accompagnate ora in camera? La ferita... Sembra dolere ogni secondo di più…» Finse teatralmente un dolore che poi tanto forte non era, con trasportata malizia nello sguardo, esibendo il suo più bel paio di occhioni languidi e attese.
Durlindana ridacchiò di gusto: «E cosa diavolo vi fa credere che volessi prendervi per i fondelli?» S'alzò e prese l'unguento dalle mani di Nihal: «Dopo di voi mia signora: io non so la strada.. E non prendetevi troppo sul serio.» La invitò con la mano a precederla.
«Accetterei la proposta dell'elfa oscura se fossi in voi, milady.. Non è da tutti ricevere un simile invito...» “Specie da una donna tanto irascibile” Ironizzò la padrona di casa.
Nihal sorrise ad Emma: «Vogliate essere così gentile da mostrarci gli alloggi, o le camere dove possiamo intrattenerci?»
La mezzo-demone fece segno alla sua ancella di accompagnare le due donne verso la stanza: «France è al vostro servizo...» Sorrise e sedette sul divano accanto a Druss.
La drow seguì la domestica, prendendo per un fianco Durlindana si appoggiò: «Grazie, mia signora» Mormorò a lady Norton, prima di accingersi a sparire oltre le scale. Durlindana si girò per un istante appena: «Ah, ma che bel paio di Knunthz avete, Nihal la Sinuosa.» Sorrise a France: «Cara domestica... mostrateci la camera poi sparite come neve al sole. Grazie.»
L’elfa nera si distese in una risata sincera prima di darle un pizzicotto sul braccio, con gli occhi raggianti. La bella non si sentì più in grado di deglutire. Annusò l'odore dei capelli argentei di Nihal: «Io non so qual è il vostro incanto. Ma giuro che non lascia scampo alcuno.» Ritenendo di non poter aggiungere altro. L’amica schioccò un bacio sul naso alla domestica e afferrò Durlindana per un braccio, tirando con tutta la forza che aveva in corpo senza smettere di ridere: «Sshh..!» la zittì e richiuse la porta alle proprie spalle. Le risate delle due echeggiavano fin oltre essa, e raggiungevano le orecchie degli astanti nel salone.
La donna tirò via dai recessi delle sue vesti un paio di manette d'ottone. Si intrappolò il polso destro ed offrì a Nihal l'altro capo e una piccola chiavetta. Non proferì parola limitandosi a fissare quegli occhi che sapevano di cose vecchie e lontane e, nel contempo, di tutti i chiodi di garofano del mondo...
Emma sospirò e sorrise al tempo stesso al sentir le risate dal piano di sopra. Poi con tono serio di rivolse a Druss: «Badate messere, in questa casa regna la pace e l'armonia, non voglio alcun genere di conflitto né tiri mancini.. In compenso, se vi aggrada, potete rubare ciò che volete…» Ammiccò rialzandosi dal divano. Una parte dentro di lei fremeva e non riusciva a star ferma aspettando che arrivassero tutti gli ospiti. Così nervosamente cominciò a passeggiare per il salone, se pur a passo lento, continuando a conversare con gli ospiti: «..Storm? Vi siete appisolato?» Sussurrò al felino mentre ronfava, svegliandolo di colpo.
Il senatore aprì gli occhi di soprassalto: «Meow? Miao...*coff, coff*... dannazione, perdonatemi, Emma, devo essermi perso in antiche memorie...» Aveva un vago ricordo di gomitoli di lana che rimbalzavano da tutte le parti, ma lo scacciò e si fece il più serio possibile: «Sapete, deve essere stato il profumo delle rose e di quella ospite… Durlindana, vero? Beh, il misto di profumi mi ha mandato quasi in trance…» Annusò bene l'aria: «Ma noto che ho perso l'arrivo di una ospite… Una vecchia conoscenza, credo... se il mio olfatto non m'inganna…» Ammiccò.
«Nihal, senatore. La drow si trova in casa adesso, è appena salita nella sua stanza per medicare una ferita... Durlindana si è offerta di accompagnarla»
«Già… Nihal… quanto tempo…» Si grattò la guancia e cercò di ricordare quanto tempo è passato dall'ultima volta che la felinide… «Drow, avete detto?!»
Druss aveva assistito alla scena, deliziato. Ancor di più agli sguardi saettanti della drow. Alla richiesta di Emma rispose: «Non preoccupatevi milady… Non disturberò la quiete di chi mi ospita… E potete star tranquilla che non ruberò più in casa vostra, anche perché la roba di valore già la portai via…» Ghignò «Inoltre, ho trovato altri luoghi in cui.. Raffinare la mia arte.» La cacciatrice inumidì le labbra con la lingua prima di gettare un'occhiata all'orologio e proferire: «Signori, direi che nel frattempo che cali la notte e arrivino gli altri ospiti mi ritirerò nelle mie stanze per fare un bagno caldo. I vestiti che ho indosso sono ancora freschi di pioggia e non vorrei ammalarmi proprio adesso…» Sorrise. «Comunque si, Storm, Nihal è una drow adesso.. Avrete modo di conoscere la sua nuova forma... appena scenderà.»
Stormbringer ricambiò il sorriso, s’inchinò e annuì: «Credo cercherò di rendermi meglio presentabile a mia volta... e che scoprirò i gomitoli…»
La ragazza con un cenno del capo fece un inchino e raccomandò: «Badate che la cena verrà servita alle nove, nel frattempo perché non curiosate nella mia villa? Druss... Conoscete già alcune stanze… Non perdetevi il resto!» Strizzò l'occhio e si allontanò verso le scale.
Il felino fece un inchino verso l’uomo: «Vi chiedo scusa, mi ritirerò a mia volta nella stanza assegnatami per scoprire questi gomitoli e la vasca da bagno. A più tardi.» E imboccò le scale cominciando a cercarla col naso. Quando fiutò l'odore di lana, spalancò la porta ritrovandosi in una stanza riccamente arredata, sul cui letto giacevano alcuni gomitoli dai molti colori. Soddisfatto, il felino si richiuse la porta alle spalle.
L’umano, inizialmente rimasto solo, poco dopo chiese a William di essere accompagnato; dopo un momento di puro panico, il maggiordomo acconsentì e gli fece strada fino alla sua camera.
Emma richiuse la porte della sua stanza emettendo un sospiro lungo e stanco. Una parte di lei sperava che il trambusto portato in casa la distogliesse dai suoi pensieri. Rimase per qualche attimo a contemplare le coperte rosse del suo letto prima di chinarsi sulla vasca con acqua corrente e controllare con una mano che fosse abbastanza calda. Si ristorò al tepore delle piccole nuvole di vapore che si formavano creando una cappa sopra la vasca, per poi spogliarsi gettando l'armatura sporca di sangue, fango e pioggia ad un lato della camera. Lentamente si calò nella vasca passando sotto la piccola bocca di leone che sgorgava l'acqua; scelse con cura gli unguenti e gli oli da usare. Quando li immerse la vasca si riempì di bolle di sapone e si propagarono per tutta la stanza fragranze esotiche e floreali.
Sayrus, giunto dalla via maestra su uno dei grandi alberi che si affacciavano sulla stanza di Emma, rimase a guardare incuriosito, fra gli spazi lasciati dalle tende a causa della leggera brezza; intravedeva, fra uno spiraglio e l'altro, delle coperte rosse su un letto non ancor disfatto. “Forse non c'è” pensò, mentre l'idea di entrare nella stanza si stagliava nella sua mente in maniera ossessiva. Con furtivi e silenti movimenti, si avvicinò al balcone della stanza, discendendo dall'albero, per guadagnare il sostegno del muretto che divideva la piazza dai quartieri residenziali.
Ancora troppo lontano. Dopo aver tentato più volte, di sfiorare l'impalcatura con la destra, sussurrò flebilmente «Damphir..», certo che la fedele bestia potesse fornirgli un valido supporto: «Resta fermo, mi raccomando…» Intimò al suo cavallo mentre oramai le mani facevano presa sul freddo marmo del balcone.
«Ora vai, e senza far rumore…» Incoraggiò l’animale che, ubbidendo, lasciò il suo padrone penzolante. Il vampiro si sollevò con la forza delle possenti braccia quel che bastò per poter sbirciare all'interno della casa, da quella che poteva essere considerata una posizione avvantaggiata: «Bene» Pensò ad alta voce, non notando movimento alcuno. Con un ultimo sforzo, si tirò su, aggrappandosi ai ben saldi corrimani del balcone, lasciandosi infine scivolare a terra, adagiandosi con le spalle al muro. Prese fiato, una, due, tre volte; lanciata un'occhiata all'interno, scorse dei vestiti e un'armatura lerci: “Allora ci sei…” Sussurrò fra sé. Estraendo un pugnale cercò di avvistare l'esatta posizione della donna, grazie al riflesso della lama.
Qualcosa che scivolava sinuoso dall'esterno, un brivido dietro la schiena e una percezione avanzata delle cose misero in guardia la mezzo-demone, che senza perder tempo si nascose sott’acqua trattenendo il respiro, celata dalla schiuma.
Il riflesso della lama permise all’ex barbaro d'intravedere una vasca colma di schiuma, apparentemente vuota se non fosse per le bolle ancora in agitazione e alcuni schizzi d'acqua sul pavimento. Ripose celermente il pugnale nel fodero sulla gamba, si accovacciò a terra e lanciò un’ultima occhiata alla stanza.
Convintosi di non esser solo, tese lentamente la sinistra verso l'anta del balcone socchiuso, divaricandolo di qualche spanna, sufficiente per farlo passare senza problemi. Strisciò inavvertibilmente fino ai bordi della vasca, e agitando l’acqua intravide le dita dei piedi della presunta Emma. A stento trattenne una risata: “Pessimo nascondiglio…” Pensò. Aggirando la vasca, andò a piazzarsi alle spalle dell'ordaica facendolo ritrovare in una posizione davvero proficua… O almeno così pareva.
La cacciatrice con un occhio vide da sott'acqua la mano di qualcuno che agitava la schiuma, allontanando parte della copertura e lasciando intravedere i piedi. Smascherata la sua posizione non poté che trovarsi pronta ad intervenire. Rannicchiò le gambe, mentre un'ombra scura compariva alle sue spalle. Si sentiva solo il rumore della fontana che sgorgava acqua e il respiro di un uomo… Alzò lo sguardo da sottacqua, spalancando gli occhi diventati improvvisamente di un rosso acceso. Saltò fuori allungando le braccia per afferrare l'intruso e lo gettò nella vasca assieme a lei. Non sapeva se il tizio fosse provvisto di armi ma aspettava che riemergesse dall'acqua per reagire.
Quando all’improvviso dalla schiuma apparvero due braccia, che fulminee l’assalirono, trascinandolo in acqua, Sayrus istintivamente protese le sue in avanti, andando infine a cingere la donna al busto, bloccandole i movimenti. Pochi attimi, ed entrambi si trovarono sul fondo della vasca, stretti l'uno all'altro, con un unica differenza: la capacità di fiato. Immersi nel tiepido liquido, il vampiro restò fermo a guardare la donna a pochi palmi dal suo viso, scrutandone le fattezze, e piantando infine lo sguardo sulla spalla che ancora riportava i segni del loro ultimo incontro. Gli occhi celavano un velo di divertita follia, come a riprovar i sintomi dell'adrenalina, caratteristica prettamente umana, ma simile alla frenesia dei non morti. Il tempo trascorreva inesorabile e il fiato giungeva oramai al termine, ma prima che accadesse si slanciò verso un bordo della vasca facendo appoggiare la delicata pelle della mezzo-demone sul gelido marmo: «Piacevole il freddo sulla schiena… Nevvero?» Domandò divertito avvicinandosi al viso della donna, quasi sfiorandole le labbra, lasciando infine affiorare i canini che lentamente si appoggiano sulla spalla già in precedenza ferita. Lo sguardo tornò su Emma, e nuovamente i due visi furono a contatto ed una smorzata risata affiorò dalle sue labbra violacee. La cacciatrice guardò il vampiro dritto negli occhi mentre i suoi, vermigli, sembravano sussurrare con profondo risentimento il suo nome: “Sayrus”. Spruzzò dalla bocca un fiotto d'acqua e sapone che colpì l’uomo in pieno viso. Costretto a chiuder gli occhi, lo graffiò sulla guancia sinistra con le unghie taglienti e liberandosi tornò ad immergersi in acqua fino alle spalle. Imperscrutabili, gli occhi del vampiro, ormai fessurizzati, s'addentravano nei bui meandri insiti nei vermigli della donna. Con una tonalità mite replicava: «Si, Emma…» e in quel preciso momento il fiotto d'acqua lo colpiva. Chiudendo gli occhi non allentò la morsa, guadagnandosi il graffio della lady, e a quel punto arretrò immancabilmente abbandonando la presa. Portò la destra sul viso sfiorandone i lineamenti e pulendosi il sangue provocatogli dalle lacerazioni. Lungi dal bere il proprio sangue, si sciacquò la mano nell'acqua e continuò a massaggiarsi i graffi. Emma stentava a contenersi dall'attaccarlo, ma ghignando, ancora di spalle all'uomo, stormì: «Dovevi distinguerti dagli altri nell'entrata? Maledetto vampiro, mi hai fatto prendere un colpo… E non osare mai più mordermi!» Ringhiò, massaggiandosi la parte lesa.
Sayrus rise divertito: «Mi pare ovvio… Vi giuro inoltre che era mia intenzione!» E continuò a ridere. Tornando serio, uscì dalla vasca e aggiunse: «Ferma lì, vi do qualcosa» Fece per raccoglier dei vestiti da un cestello poco distante: «..O volete provvedere da sola?» Mostrando i lembi in mano e facendo chiaramente riferimento alla condizione poco dignitosa e assai imbarazzante in cui si trovava: «...Che dite?» Un sorriso malevolo gli affiorò in volto, mentre il sangue rigava la pelle.
Emma indugiò per un attimo, ma alla fine si alzò e senza degnare l'uomo di uno sguardo risalì i gradini all'interno della vasca e grondante d'acqua strappò di mano il telo al vampiro, coprendosi. Alla fine sorrise in modo mellifluo asserendo: «Siamo solo carne da macello, vampiro. Involucri di carne e ossa che camminano per custodire le nostre essenze immortali che nel tempo cambiano forma… Mi vergognerei di più a mostrarvi la mia anima spoglia del mio corpo, perché potreste infettarla con la vostra…»
Sayrus, rimasto inizialmente interdetto, l'espressione mutò lentamente e piacevolmente in un ghigno compiaciuto e accondiscendente: «Bene, Bene… E chi l'avrebbe mai detto…!» Rise a fior di labbra mentre la donna si rivestì davanti a lui: «Saremo quel che saremo, donna, ma ci sono carni da macello e carni da macello!» Sorrise sornione e rilassò il braccio rimasto ancora teso da quando sorreggeva il telo. Si avvicinò alla donna, la strinse forte, le annusò la pelle sfiorandola delicatamente e soffermandosi sui morsi infertile: «Presto saranno profondi…» Affermò sicuro, prima di abbandonarla alla notte incalzante, ritirandosi nelle sue stanze. Prima di andarsene concluse: «Forse domani…» E subito dopo richiuse le porte dietro di lui, sussurrando ormai già nel corridoio «Buona notte Emma…»
«Maiale!» Mormorò sovrappensiero raccogliendo i capelli bagnati nelle mani, strizzando via l'acqua e strofinandoli in un panno. Davanti lo specchio si guardò controllando il suo collo mentre arricciava il naso digrignando i denti: «Tua madre doveva essere una cagna maledetta dagli dei…» Pensò ad alta voce, riacquistando il solito color nero degli occhi, mentre i capelli al leggero vento che penetrava dal balcone si asciugavano, arricciandosi per formare morbidi boccoli. Sbuffò cercando con le mani di lisciare i capelli ribelli, senza alcun risultato: «E maledetti siano anche i miei capelli! Che nervi...» Senza perder altro tempo andò in cerca di un fermaglio quando notò sul comodino il sacchetto donatogli da Durlindana. Emma lo prese in mano sedendosi sul letto, indecisa se aprirlo o meno. Alla fine la curiosità vinse e sfilò il nastro rosso inserendo una mano nel contenitore di stoffa. A poco a poco un sorriso si distese sulle sue labbra mentre contemplava l'orchidea bianca, calda al tocco. Doveva aspettarselo in fondo, sapendo che l'orchidea è il simbolo della sensualità. “E il colore bianco.. come avrà fatto a sapere che è il mio colore preferito?!” Tenne tra le mani il dono, tastandolo, girandolo, ma non riuscendo a capire di che materiale fosse fatto, e perché continuava ad emanare calore se pur le sue mani fossero fredde. Infine si rialzò, conservando il regalo nel cassetto del comodino di fianco al letto e raccogliendo la sua armatura sporca la posò in una cesta. Prese in mano la corba e scese le scale fino ai sotterranei, dove la posò accanto ad un’altra serie, tutte piene di panni sporchi da lavare. Tornò al piano terra e si avviò nel salone dopo la biblioteca, dove il fuoco nel camino stava per consumarsi. Emma Norton afferrò un tronchetto dal portalegna vicino al camino e attizzò il fuoco che riprese a scoppiettare dopo pochi istanti.


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EPISODIO III

~ La Cena ~

Stormbringer uscì dalla sua camera con passo felpato e si diresse senza fare rumore nei giardini, che desiderava visitare da quando aveva avvertito quel dolce profumo appena entrato all’Ordalia. Rientrò nella dimora con una rosa colta nel giardino e seguì l’odore della padrona di casa. Raggiunto il salone adiacente alla biblioteca, portò il fiore al naso e, inspirando, disse in tono lieve ad Emma: «Spero di non disturbarvi. Avete uno splendido giardino, e mi sono permesso di cogliere una rosa per il tavolo nella biblioteca. Spero non vi arrechi offesa…»
«Nessun’offesa messere, anzi, mi fa piacere che il mio giardino vi piaccia.. Per di più è stata la parte più difficile da realizzare nel progetto iniziale della casa, perché superata la sala da pranzo e quella porta là in fondo,» Continuò la lady, indicando una porta in vetro che dava sul giardino «Si accede alla fontana di Celine, da lì ai sotterranei, e scavare sotto la casa non è stato facile perché il terreno da quella parte è friabile e tende a raccogliere tutta l'acqua piovana.. Per cui c'era il rischio di non riuscire a creare un condotto abbastanza grande, la terra continuava a cedere nonostante i sostegni, e non era neanche un buon terreno per le aiuole, la troppa acqua avrebbe fatto seccare i fiori più delicati... Ma il costruttore al quale mi sono affidata (e al quale ho donato decisamente tutti i miei risparmi, di anni e anni di lavori e sacrifici, se pur ne è valsa la pena) che ha pensato ad un nuovo metodo ingegnoso. Con una pompa, che non so dirvi come abbia fatto a pensarci, aspirò l'acqua e riuscì a far solidificare un muro e pian piano a creare il tunnel per il sotterraneo… È stato un genio! Ma non sarebbe bastato perché il muro, prima o poi, sarebbe ceduto sotto il peso della fanghiglia... Si è scoperto che il terreno era sempre bagnato non solo a causa dell'acqua e della pendenza ma anche per una piccola falda sotterranea… Insomma, un disastro... Così, ultimo colpo di genio, abbiamo pensato di rendere la pompa fissa nel terreno.. Ma chi poteva mai muoverla da sola? Non potevo di certo stare tutto il giorno a raccoglier l'acqua a secchiate... E quando gli dissi, *se solo potesse l'acqua autospingersi..* fu allora che il mastro diede prova della mano di Iluvatar che lo aveva benedetto… Si decise di creare una fontana sopra quel terreno che potesse incanalare l'acqua al suo interno e quando finiva nei condotti sotterranei riusciva a spingere, tramite delle pale, lo scolo verso la bocca della sirena, così da creare un circolo unico... e l'acqua in eccesso non veniva sprecata…» Sorrise ammettendo con fierezza: «Beh, la rosa che tenete in mano e le aiuole del mio giardino sono puntualmente irrigate ogni giorno con l'acqua "pompata" dalla fontana. L'impianto idraulico della mia casa è una delle opere ben più grandi del valore di un quadro o di un vaso antico».
Sbalordito, il senatore rispose: «Fenomenale… Un vero genio! La mia casa ha un ben misero giardino, a confronto… Un pergolato con del glicine e dei gelsomini, qualche rosa qua e là e delle primule… Ma non ci sono questi problemi “ingegneristici” da risolvere, la mia casa è costruita non lontano da un ruscello da cui attingo acqua ogni giorno con dei secchi, per bagnare le mie piante… Ovviamente quando non piove!» Sorrise «Ma le mie rose non hanno quest’ottimo profumo!» Si congratulò, annusando di nuovo il fiore «I miei complimenti!»
«Spero… di non avervi annoiato con i dettagli decisamente trascurabili sulla costruzione della mia dimora, ma i ricordi nella mia mente son sempre freschi.. E quando ritornano è come se li rivivessi... Con le stesse emozioni ed ansie…» La ragazza si avvicinò al felino annusando la rosa che teneva in mano: «A volte sospetto che madre natura si svegli all'alba per profumare i suoi fiori... Come se fossero suoi figli, solo i più belli e più.. delicaaati.. riceeeevoonooo.. lee suueee aaattenzioni.. e.. eee.. li protegge dal frreeeddo, li rende sani.. maa sssolo peeer donarli a noi e mostrare come è graaande iiil.. iiilll… suuooo potereeeeeccciùùùù!» Cercò di trattenere uno starnuto senza riuscirci. Arricciò il naso, inspirando: «Forse a volte esagera con il profumo…» Ammise, ridendo.
«Già, però è così buono questo profumo… E non preoccupatevi, non mi avete annoiato per nulla, anzi, è stato molto interessante. E Madre Natura che si sveglia ogni mattina per profumare i fiori è un'immagine stupenda… Non ci avevo mai pensato… Forse per il vostro giardino ha un occhio di riguardo.» Sorrise alla donna.
«Allora stasera a cena vedremo di brindare a madre natura, come giardiniera ufficiale dell'Ordalia». Emma si guardò intorno, sbirciando la porta che dava sul salone d'ingresso: «Ma... Gli altri dove sono? È da questo pomeriggio che non si vedono!»
«Temo siano ancora nelle loro stanze…» Stormbringer annusò l'aria «Anche l'ultimo ospite. Ha un odore particolare, lo conosco molto bene…» Sogghignò.
«Dite di conoscerlo, eh?» “Spero che stia facendo qualche incubo..” Disse tra sé e sé: «Vedremo se scenderanno a cena, William cucina molto bene di solito.. Stasera ha detto che avrebbe servito del pesce.. Nel frattempo incamminiamoci verso la sala da pranzo.»
«Volentieri!» Seguì la padrona di casa, mentre le sussurrava: «Oramai il suo odore mi è noto.. Anche il suo coraggio, o follia forse.. Ho perso il conto delle volte in cui mi ha attaccato ed è stato battuto. Spero che le sue intenzioni siano diventate più pacifiche e che abbia rispetto di voi, Emma.»
«Lo spero anch'io, Storm...» Mormorò sovrappensiero, prima di prendere un bel fiato ed urlare dalle scale: «La cena sarà servita tra dieci minuti non fatevi attendere oltre!» Per un attimo si meravigliò di sé stessa, non ricordandosi di saper urlare così forte. Tossì per un istante, prima di sorridere tranquilla al felino e di aprire le porte della sala da pranzo.
La lunga tavola era imbandita d’ogni bene, dal pane fatto in casa al frutto esotico più dolce e maturato al sole. La mezzo-demone una volta giunta in prossimità del tavolo si versò dell'acqua da una brocca di vetro guardando con la coda dell'occhio Bibi che si avvicinava con un vassoio. Stava per alzare il coperchio del gran piatto quando la domestica colpì la sua mano con un forchettone arroventato: *Ahi!* imprecò la cacciatrice ringhiando nervosamente: «Che bisogno c'era di colpirmi? Volevo solo vedere cosa c'era…»
«Mi spiace madama, dovrete aspettare!» Rispose l'altra, sorridendo e poggiando il vassoio al centro del tavolo.
«Aspetterò.» Sbuffando, sedette su una sedia a caso: «Avanti Storm, scegliete pure il posto che più vi aggrada…»
Sayrus discese rapido le scale, stava per percorrere il corridoio di corsa, quando notò Emma e il Senatore intenti a prender posto. L'espressione s'indurì, diventando cupa, rallentò il passo e i movimenti fino a fermarsi definitivamente. Restò fermo, impassibile, a scrutare la figura che aveva davanti. Avrebbe voluto parlare, ma non lo fece, forse per il rispetto nei confronti della donna, o per semplice rassegnazione. Si voltò, fece per avvicinarsi alla porta d’ingresso; esitando, si voltò nuovamente verso la sala da pranzo e asserì ormai prossimo ad uscire: «Ho sentito della cena, vi ringrazio, ma dubito che la mia presenza sia ben accetta da *tutti*... Sono sicuro che vi godrete la serata anche senza di me…» Chinò il capo verso il pavimento, a scrutarne le fattezze: «Buona cena, a presto.» E richiuse la porta dietro di sé.
Stormbringer osservò il cainita, che non gli lasciò dire nemmeno una parola, uscendo dalla porta. Si chiese cosa l’avesse turbato, fintanto che era sempre stato il vampiro ad attaccarlo e ad esser rimasto sconfitto, mentre lui alzò l'arma sul barbaro solo un paio di volte: «Tipino suscettibile, non trovate?» Affermò, prendendo posto alla sedia di fianco ad Emma.
Druss scese le scale come un lampo all'udir la parola "cena": in un attimo era dinanzi al tavolo imbandito. Gli occhi gli si illuminarono a tal vista: «Avevo giusto un certo appetito!»
«Buonasera a Voi, messer Druss» Lo salutò il felinide.
L’umano sedette vicino ai due commensali, con agilità ed eleganza tipica di un ladro: «Grazie per averci invitato Emma..», e aggiunse inclinando il capo: «Sera, Storm... Come vanno le vostre incombenze da senatore?»
La ragazza sembrò non badare ai discorsi dei due uomini, e turbata si alzò con passo svelto per raggiungere la porta della sala da pranzo, uscendo, e rincorrendo il vampiro in procinto di andarsene: «Aspetta!» Ordinò con tono fermo, bloccandolo per un braccio. Non si perse in chiacchiere a spiegare il suo gesto, davanti lo sguardo stupito del vampiro, ma quasi di rimprovero gli disse: «È questo che vi hanno insegnato i vostri amici barbari che tanto amate? Vi hanno per caso insegnato a sfuggire ai problemi piuttosto che affrontarli? ..Non posso obbligarvi a restare, e sono certa che dirvi che mi farebbe piacere ad avervi con me a cena non sarebbe una buona scusa e, forse, non sarei neanche del tutto sincera ma... Se avete rancore per qualcuno e lo stesso rancore è nutrito per voi, in questa casa non deve esistere.»
Stormbringer osservò di sottecchi Emma rincorrere Sayrus, quindi rispose a Druss: «Le incombenze da senatore… Bah… Devo dirvi che temo che questo Senato non durerà a lungo, e forse è meglio così..» Tese frattanto l'orecchio per udire il discorso dei due sulla soglia di casa.
Il ladro, come il senatore, ascoltava la scenetta dalla stanza affianco. Facendo finta di non badarci asserì con la testa alle parole di Storm: «Ho il presentimento che sia così come dite e i primi sentori già ci sono..»
«…Per cui vi invito a riflettere, progenie di Cain, non lasciate che l'odio vi logori come fa con il mio animo ogni secondo che passa…» La ragazza, nel salone all’ingresso, si fermò un attimo, lasciando andare il polso del vampiro: «Siete libero di far ciò che volete, ma sappiate che vi perderete una succulenta bistecca al sangue!» Si voltò senza aggiungere altro, senza alcuna espressione che lasciasse intuire il suo stato d'animo, e tornò a passo lento verso la sala da pranzo.
«Io non mi ritenevo adatto ad essere Senatore, ma non potevo lasciare tutto nelle mani di Desiderio…» Storse la bocca, disgustato: «Che non ha decisamente idea di cosa sia la responsabilità. Oppure di Honoo, che spesse volte risulta decisamente troppo rigido... In quanto ad Arloc... Avrà certamente il suo tornaconto, ma il fatto principale è che lui e Honoo sono cane e gatto…» Sorrise al paragone «E temo quindi che questo Senato non sia nato per durare, bensì per creare una specie di “zona cuscinetto” prima di un Senato più forte e stabile... O almeno, così spero... Non vorrei che tutto si riducesse di nuovo a una guerra civile…» Lo sguardo si fece vacuo: «Sono stanco di “guerreggiare”…» Mormorò infine.
Il ladro abbassò la testa, sospirando: «Capisco a cosa vi riferite. Arloc mi ha già attaccato, e l’ha fatto anche con dei viandanti! Ho comunque già esposto il problema al Comandante delle Guardie..» Rialzò il capo «E vi capisco… So cosa significa una guerra civile, in questo momento. E non la auguro a nessuno.»
Entrambi persero lo sguardo nel vuoto, lasciando un silenzio tombale che venne rotto dalla cacciatrice: «Avete dimenticato l'ingenuità di Punitore, Stormbringer... Un uomo che si lascia trasportare dai più forti e che è il potere a gestire lui e non il contrario, non è in grado di adempiere al suo compito.. Siamo messi proprio male, eh?» Ironizzò, prendendo posto accanto al felino umanoide.
Il senatore sorrise: «Direi di sì, Emma. Non conosco abbastanza Punitore, ma se si adatta alla descrizione che ne date... che gli Dèi ci aiutino! Ma forse sono solo un vecchio gattaccio pessimista…» Sorrise mesto e allungò la zampa verso un panino.
Druss ridacchiò malinconico: «Credetemi, Emma non poteva dare una definizione migliore di Punitore! L'ho conosciuto bene, è stato il mio capoclan per lungo tempo, e lo era ai tempi della rivolta di Athkatla.. E *credetemi*.. Si lascia fuorviare da Arloc e dal potere come un bambino dinanzi a delle caramelle…»
Emma giocherellava con una posata, ascoltando i due chiacchierare. Ripensò a ciò che aveva appena fatto, chiedendosi se avesse agito bene.. Oppure avrebbe avuto modo di pentirsene: «Amici miei, basta mettersi ad un angolo della piazza e osservare le persone per capirle… Punitore non ha un ruolo chiave nell'assalto a Sehomar, eppure vi partecipa al fianco di Arloc come se aspirasse ad ottenere un pezzo di potere da una vincita che in ogni caso non può arrivare per nessuna delle due parti. È un terreno consacrato a Ramius, non apparterrà a loro in ogni caso. Solo i… Solo coloro che lo servono o che bramano il ritorno sulla terra possono considerarsi padroni di quel luogo…» Cercò per un attimo di fuorviare a ciò che in realtà stava per dire e che preferiva tenere per sé.
Il felinide finse di non aver notato l'attimo di indecisione nel suo discorso e proseguì come se niente fosse: «Allora, forse, siamo davvero nei guai!» Spezzò il pane e ne portò un pezzo alla bocca, rimuginando sulle parole udite.
«Ma France, dove sono finite le due dame? E quando arriva la cena?» Chiese Emma con insistenza alla domestica per cambiar discorso, che entrava nella sala portando una zuppa a base di pesce: «Non lo so, milady, ma di andarle a chiamare non ci tengo proprio!» Sbottò con malizia.
«..Storm, preferite carne o pesce? Io non mangio carne, per cui son costretta, ma a voi la scelta…» Sbadigliò la cacciatrice «..E sapete che vi dico? Se non arrivano entro un paio di minuti comincio a mangiare senza di loro.. Non ricordo quale è stata l'ultima volta che ho toccato cibo…» Borbottò grattandosi la testa, dubbiosa.
«Tre giorni fa», Disse seccata la domestica: «Sono tre giorni che non toccate cibo, prima o poi vi ammalerete continuando a non mangiare!»
«Non è del tutto colpa mia, nelle carceri servono solo *minestre con pezzi di tenero muscolo di carne bovina*…» disse disgustata, imitando la voce di Ry'arg, il custode delle carceri: «Non toccherò mai quella brodaglia!»
Il senatore sorrise: «Oh, il pesce andrà benissimo. È molto tempo che non ne gusto un po’. Sapete, la carne è più facile da reperire…»
France, intimorita, si allontanò di poco e volgendosi all’abile ladro domandò: «Messere, preferite carne o pesce?»
Druss Sorrise: «Anche io del pesce, grazie... Sono poche le volte che posso cenare in modo decente essendo sempre fuori casa, così quando posso cerco di deliziare il mio palato…»
«Già, vi capisco benissimo..» Annuì il senatore «E poi questa zuppa di pesce ha un odore delizioso, Emma.»
Nihal ridiscese le scale della dimora, per ritrovarsi davanti il solito gruppetto. Salutò con un cenno formale, lanciando sguardi truci ai camerieri che la squadravano in modo strano: «Per me carne. E da bere vino rosso.» Chiese, mentre si accomodava al tavolo di fronte a Druss, di proposito.
Un ghigno comparve sul viso del ladro, lo stesso che appariva ogni volta che vedeva la drow. Qualcosa di malevolo si risvegliava in lui ogni volta che incrociava lo sguardo della Sinuosa. Inclinò la testa in avanti ed iniziò a fissarla senza tradire emozioni.
L’elfa nera afferrò la caraffa di vino: «Ne volete, mio signore? O vi siete già saziato degli insulti che vi lanciano gli altri?» Domandò all’uomo, senza scomporsi minimamente.
«Non rifiuto mai del buon vino.. Sopratutto se siete voi a *servirmi*…» Ostentò molto l'ultima parola.
La Sinuosa socchiuse gli occhi senza raccogliere la provocazione: “Niente soddisfazioni. Non stavolta, non a casa d'altri…” Pensò. «Prego» Disse e gliene versò un po’ nel bicchiere.
«Salve, Nihal!» Raggiante la salutò il senatore, e lei ricambiò il saluto ammiccando, distraendosi un attimo.
«Lasciate, faccio io, mi sa’ che non siete capace..» Mormorò l’umano mentre le strappava di mano la caraffa, facendo cadere del vino sulla tovaglia.
La drow sollevò un sopracciglio: «Mi sa che avete seri problemi, Druss. Non mi sembra ci vogliano abilità particolari per versare un po’ di liquido in un bicchiere, ed io… Lo avevo appena fatto. Ma forse voi avete dei modi e delle abitudini singolari tutti vostri. Prego, fate pure.» Ribatté perplessa, lanciando un'occhiata a Stormbringer.
«Guardate cosa avete combinato!» Ruggì l’altro, con la mano libera le bloccò il polso e l’avvicinò a sé: «Se fossimo altrove vi farei leccare la tovaglia fino all'ultima goccia!» Sibilò piano, in modo che gli altri non potessero sentire.
Nihal sollevò il labbro superiore in un ghigno: «Beh, peccato che in questo momento *non* siamo altrove, bensì ospiti a casa di Emma. Dunque, credo che provvederà France a ripulire.» Ribatté secca, e lo osservò con chiara aria di sfida.
«Stavolta sarete voi a leccare il vino dalla tovaglia, Druss! La prossima volta potrei anche proporvi di fare una gara a chi finisce per primo di leccare il vino dal tavolo, per cui sedetevi e state accuccia!» Ironizzò la mezzo-demone, sorseggiando un bicchier d’acqua: «Non vi preoccupate, ci penserà France…» Preannunciando il repentino intervento della domestica che si avvicinò alla tovaglia asciugandola con un panno.
«Druss, per favore.. Emma è stata molto gentile con noi, vi prego, trattenete le vostre emozioni…» Lo supplicò il senatore con un tono più freddo di prima.
«No... sarete voi!» Lasciò il polso alla drow e le lanciò un fazzoletto piegato che sbatté sul petto e poi cadde aperto sul tavolo, mentre con la mano fece segno a France di fermarsi. Nihal afferrò il fazzoletto e lo porse a France senza dire nulla: con aria di sufficienza, si limitò a fissare la donna.
Il felino umanoide osservò i due e sentì un brivido lungo la schiena, quindi sussurrò a Emma, senza farsi udire: «Sembra che non corra buon sangue. Devo essermi perso qualcosa...» L’elfa dai capelli argentei allungò un piede sotto al tavolo e pestò la zampa di Stormbringer, che spalancò gli occhi e si lasciò sfuggire un *Meow!* soffocato, quindi sorrise e annuì come se nulla fosse, anche se la zampa gli fece un gran male.
Il ladro tirò un sospiro profondo. Pochi secondi e tornò calmo a sedersi. Si voltò verso il senatore, poi verso Emma: «Scusatemi…» e infine lo sguardo tornò su Nihal, che lo fulminava con gli occhi.
La Sinuosa sorrise trionfante, nel notare l’uomo tornar pacato. Attendendo un pretesto per appiccar fuoco, sedette nuovamente e chiese ad Emma di porgerle del sale.
«..Sale? Avreste bisogno di un po' di zucchero per addolcirvi.. Ma se chiedete del sale... O porta sfortuna passar del sale a tavola?» Domandò l’altra con la mano sospesa sul contenitore.
«No, non credo porti sfortuna. Anche se non sono efferato sull'argomento…» Il senatore si fece pensoso.
Druss, cercando di mantenere compostezza col busto, iniziò con il piede a strusciare le gambe della donna che le stava di fronte, che spalancava gli occhi e conficcava le unghie nel legno grezzo del tavolo.
«Ah beh.. Se non porta sfortuna..» Emma alzò le spalle passando il sale alla drow.
Nihal alzò la mano per afferrare il sale ma senza guardare, e la mano di Emma restò tesa in aria. Pareva lievemente distratta, e fremeva impercettibilmente controllandosi come meglio poteva, ma la cosa non le riusciva troppo bene.
Sorridendo ad Emma si morse il labbro lanciando un’occhiata semidisperata all’umano: «Potreste smetterla di tormentarmi?» Gli sibilò.
«Io..?» Domandò con aria innocente «Perché, cosa vi sto facendo?» Alzò le mani come se volesse mostrare la sua innocenza, ma nel farlo perse l'equilibrio perché nel frattempo continuava con i piedi a strusciare le gambe della Sinuosa. Quindi fece per aggrapparsi al tavolo e con una faccia abbastanza impaurita si bloccò per qualche secondo. Stormbringer osservò il ladro con aria strana e pensò tra sé “Qui c’è qualcosa che mi sono decisamente perso…” «Oh, Emma, questa zuppa è squisita. In questa casa è tutto perfetto, complimenti!» Sorrise infine, cercando di cambiar discorso.
La Sinuosa si tirò indietro con la sedia, producendo un fastidioso rumore che fece sobbalzare il felinide e si alzò in piedi: «Bene, vedo che di cenare in pace non se ne parla. Vogliate scusarmi, Emma. Tornerò a farvi visita, lo prometto...» Disse inchinandosi, e lanciò un'occhiata al ladro, sicura che l’avrebbe seguita. Si coprì col mantello e salutò il senatore, quindi si diresse verso l’uscita. Si bloccò sulla porta solo per aggiungere «Scusate il trambusto..» ed uscì dalla villa.
Come previsto l’uomo la seguì: «Perdonatemi, ma ho affari urgenti da sbrigare…» Quindi con un inchino si congedò dagli altri commensali e si diresse verso l’esterno della casa.
«Nihal, aspettate!» Si alzò il senatore, ma Nihal era già uscita dalla porta. Quando anche Druss andò via, scosse il capo e si voltò verso Emma. Non sapeva che dire, quindi si sedette e pensò che la gente era davvero impazzita rispetto a quando lui era un piccolo felinide. Prese un'altra cucchiaiata di zuppa.
«Come volete, miei ospiti. Avete la chiave, conoscete la via… Non aggiungo altro.»
Li salutò Emma, assaggiando la zuppa prima che si raffreddasse del tutto: «Che dite Storm, avrei dovuto sceglier con più cura i miei ospiti? Ma è interessante osservare come anche per poco riescano a convivere nonostante non si sopportino…»
«Temo non siate voi a dover scegliere meglio i vostri ospiti, ma i vostri ospiti a recare il rispetto dovuto alla vostra gentilezza…» Sorrise «Avete offerto a noi la vostra casa, una stanza, il profumo del vostro giardino, l'odore del sangue senza che dovessimo andarlo a cercare… E una cena… Solo per questo, bisognerebbe mettere da parte rancori, di qualsiasi natura, per rispetto per voi, Emma…»
«Magari, riuscirò a trovare il modo per far durare di più la loro sopportazione al punto che, pian piano, mettano da parte i loro diverbi.. Lavoro difficile ma non impossibile!» Ammise con naturale certezza «Ad ogni modo adesso è troppo presto per parlare di questa possibilità… I traguardi si raggiungono lentamente.»
«Già. Questa è una costante della vita!» Prese la caraffa del vino: «Ne volete?»
«E poi non devono nulla a me, in realtà sono io a dovervi ringraziare… Viver da sola non è salutare per la mia condizione…» Scosse il capo: «Vi ringrazio, ma preferisco evitare di bere alcolici da quando ubriaca andavo in giro incendiando le case.. Uhm.. Brutto ricordo.»
Storm sorrise genuinamente: «Incendiando case? Un passatempo simpatico!» Si versò del vino «Io mi divertivo a fare impazzire incauti viandanti tirando loro pigne dai rami degli alberi, ed ero perfettamente sobrio» Ne bevve qualche sorso «E incendiare case è un migliore passatempo del rompere l'anima alla gente... Sapete, le case si ricostruiscono, il fegato roso è perduto» Osservò Emma con un'espressione seria.
«Vero anche questo, Storm.. Ma spero che non vi dispiacerà se brindo a madre natura con dell'acqua.» Rise servendosi da sola e alzò il suo bicchiere facendolo tintinnare a quello del feline.
«Nessun dispiacere!» Ricambiò il brindisi sorseggiando nuovamente il vino.
Lady Norton svuotò il bicchiere in due sorsi, e rimase a fissare la sua immagine deforme riflessa sul vetro incupendo il viso: «Storm.. Voi sapete la causa che ha spinto il vampiro ad evitarvi? Conosco le ragioni, bene o male, che provocano i litigi tra Nihal e Druss.. Ma non comprendo il comportamento di Sayrus…» E sottolineò quel nome con una nota di tristezza: «Non posso pretendere che vadano tutti d'accordo solo perché li ospito, ma almeno vorrei conoscer le cause…»
«Bella domanda la vostra, Emma...» Sospirò Stormbringer, poggiando il bicchiere semivuoto sul tavolo: «Tutto era cominciato quando seguii Antares nella sua campagna contro i bellicosi e crudeli barbari Korpiklaani. Sconfissi Sayrus, e lui prese ad attaccarmi, nei campi o in dimora, perdendo tutte le volte, ma io non alzai mai la spada su di lui più di due o tre volte, e non lo ho insultato o denigrato più di altri, anzi, oserei dire molto meno di tutti gli altri... Ne consegue che non ho alcuna idea del perché sia così astioso. Dal canto mio, non lo odio, né lo amo… Mi è principalmente indifferente» Assunse un cipiglio pensoso.
Nihal rientrò in casa silenziosa. Zoppicando appena, evitò velocemente la domestica e soprattutto di fermarsi troppo tempo per salutare, dunque dopo un breve cenno del capo ai presenti fece per salire le scale non senza difficoltà. Iniziò a ringhiare quando Bibi tentò di aiutarla ed esclamò a gran voce: «Guardate! Un ghoul sta assalendo Emma!» Indicando il tavolo, e quando la domestica si voltò verso la padrona di casa, la drow cercò di sparire con velocità, ma con il fianco azzoppato non le riuscì bene. Quando arrivò finalmente in cima alle scale, si diresse verso la propria camera.
«Un ghoul? Dove?!» Gridò Emma Norton preoccupata. Nessuno era al corrente del fatto che odiasse i non morti e che i ghoul in particolare le facessero ribrezzo. Si alzò in piedi, ricordandosi all'ultimo momento di recuperare il bicchiere, per fortuna vuoto, che stava per frantumarsi a terra e guardandosi in torno tirò un sospiro di sollievo riconoscendo Nihal che zoppicante saliva le scale. Gettò un'occhiataccia alla cameriera e tornò a sedersi mordendosi il labbro inferiore, nervosa.
Lord Sphinterius tornò all'Ordalia dopo una lunga assenza. L'atmosfera era differente, ma alla luce delle torce gli occhi non trovavano conferme della strana sensazione. Si avviò verso le scale, dirigendosi alla propria stanza. L'ora era tarda, e le forze lo abbandonarono non appena si adagiò sul proprio letto: «Da quando non rientravo in queste quiete stanze?» Pensò ad alta voce: «Domattina tornerò nel giardino, mi ha sempre dato un senso di pace…» Stava per addormentarsi quando all’improvviso sentì urlare e riconoscendo la voce della padrona di casa si allarmò. Uscì dalla camera, osservando in corridoio Nihal che passava davanti la sua stanza, ferita, e aprendo una porta sparì dietro questa. Stupito decise di scender le scale e dirigendosi verso il salone aprì la porta della sala da pranzo per controllare quale fosse la causa di quel grido: «Milady...?»
«Oh, salve Sphinterius. È un piacere trovarvi da queste parti!» Sorrise la cacciatrice, e poi volta in direzione del senatore aggiunse: «Non so se conoscete già il Senatore Stormbringer… Ma prego, unitevi alla cena!», Spostò la sedia accanto alla sua, indicando il seggio in pelle rossa: «Scommetto che state morendo di fame!»
Il confratello di avvicinò alla tavola, decisamente più calmo notando che non c’era nulla di cui preoccuparsi: «È un piacere per me tornare qui, ma ditemi.. Ci sono dei nuovi osp..» Osservò Stormbringer seduto «Uhm.. Lasciate perdere…» Rise, capendo di esser stato lontano da Romar per molto, troppo tempo, evidentemente: «Senatore, salute a voi!» Poi si voltò ad Emma, continuando: «Vi ringrazio, sorella... Ma ora il mio unico desiderio è quello di riposare un po’, spero non vi offendiate se non mi unirò a voi. Il sonno mi sarà propizio… E sarà mio piacere sedere con voi domani!» Strizzò l’occhio, quindi si accomiatò con un inchino: «Buonanotte, signori. A domani.. Necronos, sorella!»
«Allora vi auguro che l'abbraccio di Oniris sia caldo ed accogliente. A domani lord…» Emma imboccò l'ultima cucchiaiata di zuppa di pesce e soddisfatta stampava la forma delle sue labbra su un fazzoletto, per pulirsi: «Forse è solo depresso perché non è riuscito ad uccidervi... Anche io tendo ad arrabbiarmi se non riesco a sconfiggere un mio avversario, è più forte di me…» Rise della sua debolezza, riprendendo il discorso interrotto: «Ma solo il tempo ci dirà cosa fare... E ora che mi ci fate pensare, ho un incontro con un altro vampiro fra poche ore…» Disse all’improvviso guardando l’orologio su una mensola: «Meglio andare a prepararmi…» Si rialzò da tavola, scostando le briciole di pane dalla sua armatura nera in pelle di drago… Un regalo d’addio del suo maestro: «William, mi faresti il favore di conservare parte della cena e di salirla in camera di Durlindana? ..Forse non s’è ancora addormentata.. E avrà fame…» La giovane rubò una pagnotta dalla tavola che tenendo tra i denti si rivolse al senatore: «Mih huole laharvi hohì mehhere, mha devoh happare..» Fece un inchino rivolta al senatore e continuando a mordere il pezzo di pane si allontanò dalla sala da pranzo verso l'uscita, dove Bibi le porse il fodero con dentro la sua temibile spada, Morte.
…Jugler il vampiro la stava aspettando in piazza, a Romar…


~ Amore, Dovere e Odio ~

Sayrus spalancò la porta, trascinando Emma per un braccio dietro di sé. La cacciatrice gemeva per il dolore lancinante causatogli dalla ferita sull'avambraccio, ma il vampiro sembrava non curarsene e senza volger lo sguardo agli astanti, si precipitava al piano superiore, nella stanza della ragazza.
«Sto bene Sayrus, non c'era bisogno di accompagnarmi fino in camera…» Commentò sarcastica massaggiandosi il braccio. Si avvicinò al comodino di fianco al suo letto cercando tra le varie cianfrusaglie una boccetta del rinomato unguento di troll: ogni anno ne faceva gran scorta dal suo paese natio, maggior produttore di quella medicina dagli effetti rigeneranti. Ne spalmò una ditata mentre sentiva la pelle sottostante cominciare a rimarginarsi.
Il vampiro stava a braccia conserte davanti alla donna, sorridendo: «Non sono di certo preoccupato» Avvicinandosi di qualche passo restò sempre in piedi di fronte a lei, mantenendo le braccia serrate: «Allora, che voleva lo Scuro da voi?»
«Uccidermi, mi sembra ovvio…» Disse senza troppi giri di parole, conservando l'estratto del sangue di troll nel cassetto, per poi stendersi sul letto, sospirando.
Sayrus ghignò divertito: «Eh... Si... E perché di grazia? Avete forse osato troppo? Tornerà a cercarvi… Lo sapete questo, no?» Affermò, andandosi a sedere sulla poltrona al centro della stanza, di fronte al letto: «E quel giorno non ci sarò io ad evitarvi morte certa!» Continuava cinico.
«E sia. Non è la morte che evito… Ma la non-vita.» Alludendo alla razza dell'uomo «E poi molto probabilmente quando ciò avverrà sarò già tra le braccia del mio sposo…» Cominciò a canticchiare una dolce nenia pensando a quel giorno: «Non ho fatto nulla a Jugler, a parte rifiutare la sua proposta di sottomissione a lui e a coloro che si credono i nuovi padroni di Sehomar… Preferisco servire Ramius, piuttosto che trovarmi a dover servire un pagliaccio! In quanto a voi… Cosa diavolo vi è saltato in mente?!» Poggiò la testa sulla mano, fissando l'uomo distesa sul letto.
«Ripudiate tanto la mia razza» Sorrise «Eppure vi consolerete fra le braccia di un non-morto...» Si portò indice e pollice sotto il mento, pensando: «Ma che strano...» Si alzò, avvicinandosi alla giovane e poggiò una mano sul collo di lei «Riuscirà a farvi sentire calore, a mia differenza?» Annunciò sarcastico, riferendosi alla loro temperatura corporea. Infine ritrasse la mano, il tocco gelido a cui l'aveva sottoposta era già una consolazione, seppur magra: «In ogni caso, non mi è preso niente di strano, semplice riconoscenza, ve l'ho già detto…»
«Se vi riferite ad Asdrubale, non mi consolo di certo nel suo gelido abbraccio! È solo un messaggero di Ramius, anche se è il più potente vampiro che sia mai esistito in queste terre… Se vi riferite al mio futuro sposo, invece, non è detto che sia un non-morto. Non penso proprio che una persona a cui non batte più il cuore possa provare… *amore*» Sorrise, avvicinandosi al cainita quel po’ che bastava a trovarsi a pochi centimetri dal suo viso: «E voi, che prove avete per insinuare che io abbia una relazione con Asdrubale?» Gli chiese, sorridendo sospettosa.
«Vi sbagliate, sono *io* il vampiro più potente di queste lande.» L’interruppe con un sorriso sornione stampato sul volto. Decise di non rivelarle ciò che aveva veduto in sogno: d’altronde, poteva anche essersi sbagliato.
Lady Norton riprese la mano fredda del vampiro tra le sue, e portandola al suo ventre caldo gli sussurrò: «Non credo che siate in grado di trovare un calore simile nel vostro corpo. C'è solo… Freddo nel vostro cuore.. E nient'altro.»
Ai lemmi della donna il sorriso sornione tramutò in mesto: «Come contraddirvi…» Si limitò a proferire «Avete pienamente ragione… Non so provar amore… Non più…»
«È questa la vostra dannazione. Così come la mia è dover corrompere la mia anima per amore…»
«Ah…» Esclamò beffardo «Sicché voi siete a conoscenza della mia dannazione…» Attese «E chi vi dice che questa, per me, sia una dannazione?» Si divincolò dalla presa della donna e lasciò scivolare la sua mano dapprima sul caldo ventre della donna, poi la cinse, passandole il braccio sulla vita, andandole a sfiorare con la fredda mano il centro della schiena. Emma toccò appena le labbra violacee dell'uomo con un dito, sorridendo maliziosa: «Se vi sembra gradevole possedere una donna senza provare alcun piacere se non la fredda sensazione di vuoto…»
«Anche se sono un non-morto, ricordo le sensazioni e le emozioni che provavo…» La premette leggermente verso di lui e le poggiò le labbra sull'orecchio, mordicchiandole lievemente il lobo.
«Ma io non ho una donna… Ne ho solo il ricordo, sfocato oltretutto…» Sussurrò delicato e con malizia. Fece per baciarla ma non appena le loro labbra furono vicine ruotò il capo verso il collo, pregustando il sapore del sangue che scorreva nella giugulare: «Non fidatevi mai di me…»
«Non fidatevi di me, piuttosto…» Mormorò la cacciatrice, puntando un paletto di legno nel petto dell'uomo: un pezzo di legno che conservava da quando aveva cercato nel cassetto l'unguento… Ed il vampiro rimase paralizzato.
«Non… l'ho mai fatto…» Replicò l’uomo, cadendo sul letto inerme.
La ragazza arricciando il naso si toccò il lobo. La sensazione che aveva provato, se pur piacevole, la disgustava. “È stato meglio fermarlo” pensò, sedendosi sul letto accanto al figlio di Moravia: «Accidenti a voi, Sayrus!» Sbottò poi, sdraiandosi più tranquilla e sicura che lui non poteva muoversi in quelle condizioni... Se pur poteva parlare: «Mi manca pochissimo per arrivare alla fine e voi vi permettete a confondermi le idee, mettendomene altre nella mia mente già piena di pensieri contorti, sia umani che dovuti al sangue demoniaco… Dovreste solo vergognarvi di come un secondo prima dite di difendermi solo per sdebitarvi per qualcosa che ancora non riconosco di avervi fatto, e il successivo cercate di disonorarmi facendovi leva sulla corruzione del mio spirito!»
Il non-vivente, disteso sul letto, impossibilitato nei movimenti, sembrava non mostrar preoccupazione per il paletto puntato sul suo petto: «Che simpatico giochetto…» Asserì, contemplando il puntello di legno. Certo che la donna non gliel’avrebbe tolto in tempi brevi, a fatica si portò le braccia dietro il capo e distese le gambe, incrociandole alle caviglie, assumendo una posizione comoda. Sorrise alle parole della donna, apparentemente confusa dalla situazione, e si limitò a risponderle ridendo: «Di grazia, che idee sto insinuando nella vostra mente?»
«I miei pensieri mi appartengono» Sbuffò, girandosi corrucciata verso l'uomo: «E non vi è dato sapere cosa penso… Punto».
Sayrus la guardò con le palpebre spalancate come per prendersi gioco di lei: «E allora perché mi accennate di essi?» Provò a voltarsi verso Emma, con non poche difficoltà.
«E voi perché non mi dite di cosa vi sono debitrice? Di un posto per dormire, forse? Una casa l'avevo già… Non era un bene necessario la chiave di Cassandra… E siete mio ospite da più tempo!» Chiese la donna, cercando risposte in merito alla chiave della dimora del figlio di Moravia, ricevuta in dono dallo stesso vampiro.
Egli tornò a volger il capo verso il soffitto, sospirò a causa della situazione scomoda in cui si era ritrovato, e riprese: «Non si risponde con una domanda ad un'altra...»
«Di cosa mi siete debitore poi… Di avervi fatto notare che siete arrogante e brusco nei modi?» Continuò l’altra, cercando di tergiversare nel rispondere.
«Mah… Diciamo che vi sono riconoscente, punto…» Tornò a riammirare il paletto e con una punta di malizia replicò: «Piuttosto, perché non mi togliete questo dannato affare?»
Insistette, sperando di non dover dar retta al codice che le imponeva di rispondere sempre con la verità: «Ma la mia domanda vi è stata posta già da prima... Per cui rispondete alla mia domanda, seriamente.. E forse vi renderò partecipe dei miei pensieri.»
«Ve l'ho già detto… Semplice riconoscenza… Forse per il posto in casa che mi avete offerto» E ironico aggiunse «…E forse anche per le cose che mi avete fatto notare…»
La mezza’ si avvicinò al petto dell'uomo poggiandosi sul paletto: «Oh, come è forte la tentazione di affondare questo legno trapassando il vostro gelido cuore…»
Non appena la donna premette, una sensazione agghiacciante bloccò il respiro di Sayrus, lasciandolo senza fiato: «Fatelo… Ma state attenta perché Ramius non può trattenere nel suo regno l’anima di un non-morto e quando tornerò in forze verrò qui a prendermi ciò che mi spetta…» Infine la scrutò negli occhi, cercando di leggerne ciò che ne traspariva, e declamò: «Ma siete sì sicura di volerlo fare?»
Un sorriso malato comparve sul volto della cacciatrice: «Perché non dovrei?» Sussurrò, sedendosi sul ventre dell'uomo, pronta a premere il legno con l'indice della sinistra.
Il peso della donna seduta sul suo ventre parve non infastidirlo, e con una punta di malizia replicò: «…Perché dovreste?»
«Dimenticate che vi odio.. Perché mi sottraete continuamente vittime da donare a Ramius.. Perché... Potreste intralciare i miei piani…»
«Credete che a Ramius importi qualcosa se a fargli giungere anime sia io.. oppure voi? E poi, come potrei mai intralciare i vostri piani?» Sorrise.
Lady Norton si stiracchiò, sbadigliando rumorosamente ma coprendosi la bocca con l'altra mano: «Perché...» cominciò col dire avanzando verso la cassapanca in legno dietro di lei: «Ora che Ramius mi dirà chi è il mio vero sposo...» Levò il coperchio e andò in cerca di qualcosa «Vorrei che il mio cuore non fosse soggetto ad alcun genere d'indecisione…» Sayrus ascoltava interessato, senza proferir verbo «E per evitare che ciò accada…» Emma estrasse una boccetta verde che, agitandola, diventò di un rosso vivissimo «È meglio far scomparire ogni possibile interferenza. Per cui.. mi vedo costretta ad agire in questo modo…»
«Scommetto che questa cosa non mi piacerà… Cosa c'è in quella boccett..» Domandò l’uomo, lievemente infastidito e innervosito dalla situazione, ma la ragazza tornando a sedersi sulla pancia del vampiro svitò il tappo della strana pozione che emanava un dolce sapore fruttato e, aprendogli la bocca, ne versò il contenuto fino all'ultima goccia, prima che il non-morto potesse concluder la sua frase. Costretto nei movimenti, il cainita si vide obbligato ad ingerire la pozione, ignaro delle conseguenze: «Non fate quella faccia, mio sire.. Ha un buon sapore in fondo.. Dolce, dolce come il flusso vitale che scorre di nuovo nel corpo…» Il sapore fruttato della fiala parve infastidirlo: le cose così dolci non erano di suo gradimento. Confuso, osservò la donna con sguardo indagante, tenendo gli occhi fissi sui suoi, ed aspettando gli effetti che quella sconosciuta pozione gli avrebbe provocato. La ragazza si avvicinò al suo viso, baciandogli la guancia e aggiunse in un sussurro al suo orecchio: «Alla prossima alba avrete di nuovo un corpo umano… Sayrus.»
E a quelle parole una forza indomita nascosta e causata dal disprezzo verso gli umani venne scagionata, donandogli nuovamente la libertà dei i movimenti, fino a quel momento preclusagli dal paletto: «Preferivo che mi piantaste questo dannato paletto nel petto!» Grugnì, scaraventandolo dall'altra parte della stanza «Piuttosto che tornare umano!» Prese a girare intorno alla donna, con passo nervoso, e continuandosi a chiedere il perché di tale gesto, ma senza risposta. E allora continuò: «Perché?»
«Anche io odio la razza umana, Sayrus. Ma vivere in questo corpo mi ricorda quanto siano malvagi e irrazionali, e perché li combatto.»
«Ma perché mi avete fatto questo?» Domandò lui, insistente.
«Forse, tornare ad essere umano vi farà riavere la crudeltà che avete perso» Emma scrollò le spalle, per poi arrossire visibilmente «E per quanto dite, che il vostro cuore sia gelido.. Non capisco come possa riscaldare il mio… Ma.. Ora che avete un pretesto per odiarmi.. Avrò modo di proteggere il mio futuro matrimonio da certe.. Stupide.. “tentazioni”…» E si allontanò dal letto, aprendo le ante del balcone. Aveva bisogno di ripararsi alla pallida luce di Vordus e di sentire l'aria gelida della notte per sbollire il viso dal rossore sulle gote e per trovare le parole giuste…
«Crudeltà che ho perso eh? Non ho contatti con alcuno al di fuori di voi, mi spiegate come fate a dire che l'ho persa? Il mio cuore è gelido si, ma a causa della mia non-vita.. E a causa delle vicissitudini che hanno segnato il mio percorso, ma non per questo, non so riscaldar il cuor di qualcuno…» La rabbia cominciò a pervadergli l'animo «Volete davvero vedere la parte peggiore di me? Eh? Volete davvero che io torni ad ammazzare chiunque mi rivolga la parola in modo inappropriato o che mi guardi come a me non piace? ..Volete davvero che io ritorni Sayrus il Barbaro che le genti di queste lande temevano?» Sospirò «E così sia… Avete iniziato un processo che non avrà fine… E che rimpiangerete di aver stimolato!»
«Cerco soltanto di salvare ciò che sto disperatamente cercando di raggiungere. Se questo vuol dire far cambiare le persone, sarò disposta anche ad accettare il peso di avervi cambiato per sempre… L'ho fatto per amore, che il mio dio mi perdoni…»
Emma chiuse gli occhi, cercando la forza di sopportare anche questo dolore che stava per recare all’uomo.
Il cainita si avvicinò alla donna, affacciandosi al balcone: «Se avete fatto tutto questo per allontanarmi, vi confido che non era necessario… Bastava chiederlo…»
Scrutò la donna, le pupille dilatate sembrano mostrar l'animo di qualcun'altro, lo sguardo era diverso, era malvagio, l'odio rinvigorito dalla donna non sarebbe stato soffocato questa volta, non più. Con uno strattone scansò l'umana dai suoi pressi e si avviò verso la porta. «Amore… Si… Il vostro dio vi perdonerà di sicuro…» Profetizzò mordace.
Emma si lasciò cadere in avanti, sulle ginocchia, come sopraffatta da un peso troppo grande o semplicemente stanca di sopportare tutte quelle dure prove.
Il figlio di Moravia lanciò un’occhiata alla donna a terra. La guardava sprezzante, indifferente: “È stata lei a volerlo, tutto questo non era necessario, ma l'ha voluto, e l'avrà…” pensava.
“Ho cambiato l'animo di un uomo che cercava di soffocare la sua natura malvagia freddando il suo animo bellicoso, come tu mi hai chiesto… Quale altra prova mi porrai, Ramius, prima di arrivare alla verità?” Chiese a sé stessa, sapendo che il dio non le avrebbe risposto prima dell'ultima notte... Serrò il pugno colpendo la balconata in pietra. Insensibile al dolore fisico lasciò sfuggire una lacrima di disperazione dal suo viso, stringendo i denti e ammettendo a sé stessa: “Non sono sicura di farcela.. Non più ora…”
Il non-morto, rimasto in silenzio e impassibile, era ormai deciso: aprì la porta, guardando il muro davanti ad esso, e senza voltarsi pronunciò: «A presto Emma, o addio… Sta a voi deciderlo.» E senza esitare chiuse la porta alle sue spalle, nel caso in cui l’avesse voluto, sarebbe stata la donna a raggiungerlo.
Ormai la mezzo-demone sembrava rimasta sola… Ma non era così. Una nuova presenza, più gelida di quella di Sayrus, faceva capolino dalla sua mente, affliggendola nei pensieri: *…Devi resistere…*
Poggiò una mano alle tempie, sperando al tempo stesso di sbagliarsi sulla voce appena udita e sperando di ricevere altre istruzioni. Non diede retta al vampiro che sparì, era troppo concentrata ad ascoltare quella voce gelida che le penetrava il cranio come una freccia velenosa.
*Devi resistere… La fine è vicina… La fine di tutto è vicina…*
“La fine di cosa, viscida creatura…” Sibilò muovendo appena le labbra.
*La fine del tuo supplizio… La fine delle tue sofferenze… Avrai conferma della Mia grandezza, sciocca mortale, e sarà allora che loderai il Mio nome… Sarà allora che, sfuggita alla tua blasfemia, ti consacrerai a Me… E mi loderai come tuo unico dio…*
“Questo è impossibile, non rinnegherò il mio dio per te!” Non poté fare a meno di gemere per il dolore di una risata macabra che straziò la sua testa e portando ambo le mani sulle tempie si accasciò per il dolore sul marmo: *Certo che lo farai… Sta’ bene ad ascoltarmi, blasfema creatura, condannata a vagare nelle terre dei mortali dal tuo stesso dio… Cerca l’anima a cui tieni maggiormente e uccidila per il bene del tuo sposo! Trova il mio messaggero e fatti donare l'unguento sacro con cui dovrai effettuare il rituale a Sehomar… Presta attenzione alle mie parole, sei molto vicina ad avere ciò che cerchi.. Non arrenderti proprio ora…*
La cacciatrice rimase sul freddo pavimento del balcone come impietrita. Il dolore alla testa era terminato, e sembrava essersi portato con sé tutte le sue forze. A fatica si rialzò e stava per rientrare, quando si accorse di esser rimasta chiusa fuori. Cominciò a bussare piano ma non ottenendo risposta, dato che Sayrus se n'era andato, cominciò a bussare con insistenza ma nessuno l'ascoltò. Spazientita, osservò il balcone a fianco che era ancora aperto. Salì sui bordi del suo e con un balzo riuscì ad arrivare al secondo. Si avvicinò piano alla stanza, pensando che chiunque ci fosse al suo interno, poteva comunque uscire tranquillamente in silenzio dalla porta senza svegliarlo.
Druss, da poco rientrato ed intento a spogliarsi, rimase col solo pantalone a torso nudo quando sentì dei rumori provenire da fuori. Corrugò la fronte chiedendosi cosa potesse essere. Prese il pugnale riposto sul comodino e guardingo si nascose dietro una tenda, quando si avvide della figura femminile che entrava e pochi passi dopo aver raggiunto il centro della stanza la prese alle spalle, puntandole la lama sul collo. Solo allora riconobbe Emma e lasciò la presa. Allentando la tensione creatasi nei suoi nervi, abbassò l’arma: «Se volevate entrare in camera, potevate bussare!» Scherzò mentre andava a riporre il coltello sul comò.
Emma rise, cercando di tenere quell’espressione allegra che tanto le pesava come una maschera di ferro: «No messere.. Sayrus mi ha chiusa fuori sul balcone.. Non sa più che inventarsi, per farmi dispetti!» Sorrise imbarazzata «Per cui.. Mi duole avervi disturbato nel cuore della notte ma..» Si inchinò, arrossendo leggermente «Adesso è meglio che vada.» Salutò con la mano e si avviò verso il corridoio. Il gentiluomo ricambiò il sorriso bonaccione e si inchinò a sua volta con rispetto: «Nessun disturbo milady… Siete a casa vostra, dopotutto.» Concluse mentre la vide uscire.
La mezza’, non avendo più sonno, decise di scender le scale e di fare una passeggiata per i giardini cullandosi tra i suoi pensieri ed il profumo dei fiori.
Madama Durlindana strizzò un po’ gli occhi al cigolio dell'imponente cancellata che separava l'acciottolato del viale dalla villa di Emma. Entrò, portandosi appresso una sacca ed un pentolino. Aguzzò la vista stringendo gli occhi: non gli sono mai piaciuti i labirinti, ragion per cui sgambettò tra una curva ed un incrocio del dedalo di siepi sbuffando un po’. S’accorse di Emma vedendone per caso solo la nuca che spuntava dal bordo d'un gelsomino ben potato. Riuscì ad imbroccare la strada per raggiungerla per pura fortuna:
«Emma!» La chiamò avvicinandosi. Non appena le si fece dappresso poggiò il sacco a terra e le fece cenno d'aspettare. Tirò fuori dalla sacca un'esca e la pietra focaia. Fece una piccola pira di legnetti secchi sulla ghiaia del sentiero attorniato da rose multicolore e profumate.
«Uff…» Si lamentò, soffiando di tanto in tanto sulla piccola fiammella dalla quale una singola spira di fumo s'avvitava in una voluta esile verso il cielo: «Fatto!» Si sedette a terra con le gambe incrociate. Osservò Emma intensamente, quindi prese fiato: «C'erano demoni e c'erano fanciulle sottoposte ad ogni turpe pratica da oscuri sacerdoti…» S'accoccolò meglio «Che successe dopo?» Domandò mettendo il pentolino sul fuoco.
La giovane sorrise mentre ad un suo cenno della mano la fiamma diventò più viva e sembrò divorare affamata i legnetti come una creatura realmente esistente.
«Bastava chiedere…» Disse, salutando la donna e prendendo posto accanto a lei.
Durlindana cercò di non chiedersi come mai il timido fuocherello prese ad ardere audacemente. Si limitò solo a tirarsi un po’ più in là.
«Vediamo di fare il punto…» Inumidì le labbra e guardò il cielo come per cercare l'ispirazione «Ah, si.. Parlavamo delle prime missioni..» Osservava le fiamme come rapita dai loro movimenti seducenti e senza distoglier lo sguardo da esse riprese col novellare. La provetta cuoca scioglieva il nodino che tratteneva i lembi d'un involto di pezza marroncina: «Dite, dite…», esortò a continuare versando il mais nel pentolino.
«Era un peccato sprecare tutte quelle belle giovani ragazze così piene di vita sacrificandole a culti inesistenti, non trovate? Avevano vent'anni appena, e altro non v'era stato insegnato se non assecondare i piaceri di un uomo…»
La donna annuì socchiudendo gli occhi agli scoppiettii che provenivano dal pentolino, saggiamente chiuso con un coperchio di latta. Le deflagrazioni lasciavano pensare che dovesse cedere.
«E voi capite bene che, le doti, quali che siano, non vanno sprecate…»
Tirò via il pentolino, soffiandosi frenetica sulle mani e passandoselo dall'una all'altra. Guardò Emma ed annuì ancora, liberandosi del coperchio; affondò la man dritta nel mais esploso, bianco ed odoroso. Ne tirò fuori un’enorme manciata che si precipitò a portare alla bocca. Ne offrì ad Emma, sgranocchiando paurosamente.
«Specie doti così insolite.. E così redditizie…» Sorrise l’altra, incuriosita dai movimenti di Durlindana: «Si perché, ammetto, è stato l'odore dei soldi che avremmo potuto guadagnare a spingerci ad intraprendere quell'attività…» Dubbiosa, prese tra le dita qualche fiocco di mais, contemplandone il colore e la consistenza «Ma non penso che ad alcuno sia dispiaciuto… Il Re per primo ne era entusiasta, ricevere ogni giorno nuove attraenti danzatrici alla sua sfarzosa corte e allietare il suo sonno con i loro corpi candidi.. E poi, la matrona del bordello di provincia avrà fruttato almeno due terzi dell'affare da noi guadagnato…» Assaggiò un fiocco, frantumandolo con i denti prima di sciogliersi in bocca: «Deliziosi questi fiocchi di mais… Non ne avevo mai provato prima… Comunque, in pratica, ci occupavamo di ridare una nuova vita a queste fanciulle, le più aggraziate diventavano concubine di potenti sovrani e giudici, le altre di origini contadine erano sempre ben accette dai bordelli cittadini, o dalle locande più abiette negli angoli bui del borgo.. Tutto in cambio di moneta sonante, ovvio, in fondo erano missioni autofinanziate.. E dovevamo mantenerci economicamente, in qualche modo.» Stava per prendere un'altra manciata di mais quando piccoli passi felpati si avvicinano verso le due dame. Shadow arrivò alle spalle della padrona, strusciandosi alla sua schiena e mostrando il collare al quale era appesa una lettera col simbolo di un teschio. La cacciatrice prese la missiva, mostrando un'espressione del tutto contrariata a quanto leggeva a bassa voce. Accarezzò il pelo dell'animale, gettando il foglio nel fuoco che divampò per un istante, e si rialzò guardando Durlindana con espressione stanca: «Mi dispiace lasciarvi da sola in una notte così bella, ma non c'è pace per chi vive nelle tenebre, rinnegando la luce…» Emma si inchinò, piegandosi leggermene in avanti «…Vi ringrazio per avermi fatto provare qualcosa di così delizioso al palato, e per avermi ricordato che a volte mi perdo le cose semplici della vita, che in apparenza posson sembrare senza sapore, e che invece basta riscaldarle per trarne il reale gusto… Una lezione che spero di ricordare quando ne avrò bisogno, grazie milady, come al solito mostrate una profonda saggezza che in voi è la qualità che ammiro di più… Non tralasciando nulla alle altre, sia ben inteso!» Strizzò l'occhio, mentre il felino si andava ad accoccolare presso la bella donna, in speranza di ricevere attenzioni. Durlindana fu del tutto stupita di aver insegnato qualcosa alla ragazza offrendole solo dei “pop-corn”.
«Arrivederci, che le Ombre vi guidino e rendano le vostre notti di passioni rubate agli dei dell’amore più calde delle fiamme dell'inferno…» Le augurò la mezzo-demone, e si allontanò verso la stalla per prender Bucefalo e partire verso nuova meta...


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Emma Norton
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EPISODIO IV

~ Cassandra ~
“…Cassandra si presentava con due enormi inferriate anteposte al gran portone di ossidiana. Le intagliature, che la caratterizzavano, mostravano scene di epiche battaglie rievocanti la Guerra di Zaon.
Il selciato, che segnava la via fino al portone, era accompagnato e protetto da dodici colonne di marmo, finemente lavorate e dalle raffinate fattezze non riconducibili ai popoli di queste lande. I dipinti che le ornavano raffigurano dodici uomini in posa bellica, i servi di Zaon, tra cui lo stesso Sayrus, ed erano avvolte in un sottile strato di ghiaccio che pareva preservarle dagli effetti del tempo.
Valicato il portone, si proponeva alla vista degli arditi un gran salone, se pur scarno. V’erano quattro arazzi, uno per ogni parete, e due dipinti per quest’ultime, raffiguranti dodici guardie con le lame sguainate direzionate tutte in unico punto, il centro della stanza. Da questo centro dipartivano due enormi scalinate in marmo, recanti a due stanze, adiacenti nell'unico piano superiore. Ogni scala portava ad una sola camera.
Le stanze erano di egual misura, non comunicanti fra loro, e provviste di un sol letto finemente lavorato. I mobili, un armadio ed una scrivania, erano in scuro mogano, posti uno di fronte all'altro, mentre il soppalco era sorretto da dodici travi in legno massiccio, disposti a crocevia, come a formare una scacchiera.
Tornando in basso, alla base delle scale v’era una botola che conduceva nei sotterranei, anticipati da una lunga scalinata che discendeva a cerchi concentrici, per l'esattezza dodici, e dodici erano esattamente i minuti che si impiegavano nel percorrerla.
Giunti alla fine della gradinata si arrivava ad una stanza sorvegliata dalla statua di un Gargoyle, posto in piedi e con le mani giunte in basso al ventre che reggevano una spada puntata al suolo. Al di sopra di questa, una scritta recitava "Danag, difensore dei segreti di Zaon" e una simbologia arcana composta da dodici glifi. La stanza non era visionabile dall'esterno.
Dirimpetto alla mostruosa statua v’era un’altra camera, con le incisioni logorate dal tempo. Al suo interno v’erano dodici attrezzi disposti a forma di stella a dodici punte: anche l'occhio più distratto avrebbe compreso che si trattava di una sala per le torture.
All'esterno di questa dimora non c’era un giardino, bensì una distesa di ghiaccio. Posta al retro del portone e con un'unica pianta al centro del giardino, l'Eglisea, il fiore di ghiaccio, si trovava di fianco una statua-fontana, raffigurante una donna…”


Emma Norton non sapeva cosa dire. Né era sicura di trovare qualcuno in casa. Non sapeva nemmeno perché avesse deviato il suo percorso verso Sehomar e trascinato Bucefalo nella terra della Signora dei Ghiacci. Né perché, con tanta tranquillità, giocherellasse con la chiave prima di infilarla nella serratura e aprir la porta. Fatto stava che aveva come avvertito il bisogno di incontrar qualcuno che conoscesse: “Chiunque, oserei dire, per come non mi faccio scrupoli ad entrare nella tana del lupo…”
«È permesso?» Domandò, insultando se stessa per la stupidità. Era la prima volta che le passava per la mente di chieder il consenso per entrar in casa d’altri, dopo tanti anni trascorsi ad entrar di soppiatto per rubare o uccidere: “Cosa mi è preso quest’oggi?!” Si chiese, con una punta di rammarico. Indugiò sulla porta, sperando di non trovar nessuno e di poter lasciare quella casa che ‘sì vuota rispecchiava il suo stato d'animo pieno di incertezze, e la cosa la turbava.
Sayrus, indaffarato nella stanza sotterranea, alle prese con Danag, udì con stupore il cigolio delle inferriate che si spalancavano donando l'accesso a qualcuno. Lesto raggiunse i piani superiori, utilizzando non le scalinate, ma il passaggio che si trovava nella stanza oscura. Pochi furon i secondi che impiegò per ritrovarsi nell'androne della sua dimora, esattamente nel punto centrale indicato dalle dodici guardie, a ridosso della botola. Attese la venuta della sua ospite, per sfociare in un «Ben trovata, Emma…» Non appena il portone si spalancò, mostrando l'esile figura della donna.
La ragazza fu quasi spaventata dal modo in cui comparve l’uomo, in quella casa del tutto singolare: «Ehm.. Grazie.. grazie dell'invito..» Aggiunse in fretta.
L’umano sorrise: «Problemi, Emma?»
«Bella statua quella lì fuori.. Davvero realistica..» Commentò indicandosi alle spalle; avanzò verso il centro del salone, adocchiando le spade puntate contro di lei dai dodici cavalieri alle pareti: «Problemi? No.. Macché.. A parte la pista scivolosa per entrare in casa.. Nessun problema, no..»
«Quale, delle dodici?» Chiese sarcastico all'ordaica visibilmente spaesata.
«Quella della donna... “lì fuori”...» Ripeté indicando l'ingresso da cui era entrata. «Queste invece sono decisamente lugubri.. E una vi somiglia, per giunta..»
«Ah... La fontana...» Cercò di evitare altre spiegazioni concentrandosi sulle dodici colonne raffiguranti i servi di Zaon «Ehm... Una di quelle raffigurazioni ritrae me in effetti... Non le trovate perfette? Se non realistiche almeno.»
«Preferisco gli originali… Finché durano. Le statue le lascio a coloro che son morti per non farli dimenticare nel tempo.» Non poteva negare che fossero uomini imponenti, quelli scolpiti nel marmo; riusciva appena a scorgere la stessa follia negli occhi di Sayrus in ognuna di quelle statue.
Un sorriso mesto affiorò sulle labbra dell’ex barbaro: «Sono morti...» Aggiunse, quasi sussurrando le parole «Erano i miei compagni.»
«Tra l'altro, mi pare che abbiate riacquistato un po' di colore...» Sorrise la ragazza, guardandolo meglio in volto: «Il che vuol dire che poi tanto morto non siete in confronto a loro… Meglio così, no? Però...» Rifletté sulla parola "..realistiche" «..Non è che questi sono i veri corpi dei vostri compagni, imprigionati in un involucro di ferro e pietra!? So che sareste capace di questo… E ben altro.»
Lui ghignò: «No no, non preoccupatevi, riesco ad esser macabro solo sulla pelle degl'altri, non di quelli che erano i miei "fratelli"... In quanto al colore, che dire, trovate che mi doni la forma umana?» Ironizzò. Poi avvicinandosi ad Emma, la prese sottobraccio affermando: «Ma perché rimanere al centro dell'androne? andiamo a prenderci qualcosa..»
«Ehm.. Va bene..» Acconsentì, lanciando ogni tanto un'occhiata alle statue, ma si lasciò guidare dall'uomo.
L’uomo scortò Emma fino ad un angolo della sala dove erano poste delle poltrone innanzi al focolare: «Bene.. Cosa posso offrirvi?» Le domandò, versandosi in un calice del vino rosso.
«Non saprei.. Quello che prendete voi andrà benissimo.» Rispose l’altra, prendendo posto sul divano.
S'apprestò così a versare del vino anche per la sua ospite. Dopo aver riempito il calice fino all'orlo, porgendoglielo, innalzò il suo e chiese: «A cosa brindiamo, Milady?»
«..Alla vostra nuova vita da umano?» Emma coprì il sorriso col calice, annusando la fragranza della bevanda «Hum... Dall'odore sembra delizioso..» Borbottò assaggiandolo.
«Perché no..» Sentenziò l’umano, annusando anch'egli la fragranza del vino versato «Alla mia nuova vita, Milady.» Esclamò con un nonsoché di malizioso, mentre i suoi occhi caddero in quelli profondi della donna. Dopo aver degustato la bevanda, continuò col dire: «Avrei preferito assaporare il vostro sangue piuttosto che questa bevanda colorata di rosso..»
La giovane, che stava bevendo a grandi sorsi, quando sentì l'affermazione dell’ex barbaro si strozzò, affogandosi e rigurgitando malamente il vino nel bicchiere: «Sangue? Nooo, no, no, no, niente sangue adesso..» Scosse il capo continuando a sorseggiare.
Lui sorrise in maniera innocente all’affermazione: «Non preoccupatevi.. Non ho più canini...» Asserì socchiudendo le labbra e mostrando con un dito l'assenza d'essi.
«Adesso non avete più i denti aguzzi, vero, potete uccidere ma niente morsi..» Confermò la mezza’, annuendo alla sua dimostrazione e massaggiandosi il collo quasi tirando un sospiro di sollievo.
Tornando serio, l’avvocato poggiò il calice sul tavolo. Si tolse la maglia rimanendo a torso nudo e mostrò la spalla con le incisioni “E N” alla donna: «D'altro canto, i canini non son l'unico modo per provocare ferite...» Ma questo voi già lo sapete... Nevvero?» Le domandò con una punta di sarcasmo.
«Lo so bene...» Ribatté l’altra picchiettando sul cuore ed estraendo qualcosa dal buio del suo corpetto «Ed eccovi l'arma peccatrice. In fondo, ero venuta a trovarvi solo per ridarvi il pugnale...» Mentì sorridendo. Si rialzò un istante solo per posare il calice ormai vuoto e porse l'arma al proprietario, tornando a sedere.
Sayrus s'avvicinò alla mezza’, afferrando il pugnale dall'elsa. Sorrise alle sue parole: «Solo per ridarmi il pugnale, eh?» Mosse il capo in un muto assenso «Deduco che non passerete più da queste parti... O erro?» Mentre tornò a sedersi sulla poltrona adiacente a quella della donna.
«Probabile di no..» La cacciatrice guardò verso le fiamme per trovar l'ispirazione e continuare con le sue mezze verità.
«Probabile di no...» L’uomo rimuginò le parole fra le labbra. Si mosse come disorientato, alzandosi in piedi e cercando un qualcosa di ignaro persino a lui. Poi, con un rapido movimento, s'accostò alle labbra della bella umana, a meno di un pollice di distanza, come a sfiorarle, per sussurrarle parole intriganti in pieno viso: «E ditemi, questa probabilità, da cosa è data?»
«Da..» La ragazza si morse le labbra, nervosamente; cercava un pretesto, una qualsiasi, banalissima, frase per allontanare quelle dannate labbra dalle sue, «Dal fatto che..» Se solo il suo cuore non avesse preso a pulsare a quel modo: «Dal fatto che devo preparare il mio matrimonio E... Ci vorrà del tempo.. Molto tempo...» Annuì, ma ormai i suoi occhi erano completamente stregati da quelli neri dell’umano.
S'avvicinò quel che bastava per toccare le morbide labbra dell'ordaica, per donarle quel passionale bacio che solo gli umani sapevano donare: «Vi faccio i miei auguri, allora..» Le sussurrò, distogliendo infine lo sguardo da lei, catturato dal moto danzante delle fiamme.
Imitò il suo gesto, Emma, ma stavolta irata con sé stessa e con l'uomo: «Siete un ladro..» Borbottò indispettita.
Accigliato per l'affermazione appena pronunciata, l’avvocato replicò «..Ladro? Io? E perché mai?»
«Perché osate rubarmi baci di cui io non vi do il permesso!» Si voltò, per guardarlo in modo falsamente freddo.
«Ah sì?» Le sorrise, per poi prendere il viso della donna fra le sue mani e baciarla nuovamente, questa volta in modo più plateale e più a lungo. Quel bacio che sembrava restar sospeso tra realtà e finzione, come i baci di cui sentiva narrare da infante, nelle fiabe, ove tutto finiva per il meglio...
«..E questo? Questo me lo permettete?» Bisbigliò all'orecchio della donna con voce melensa.
Emma sapeva di non essere più del tutto umana in quel momento, per badare alla sua coscienza. Sapeva che in quegli attimi le sue iridi avevano catturato il fuoco delle fiamme nel focolare e cremisi riflettevano il viso di Sayrus nei suoi occhi. Non poteva più controllare le sue labbra, né le sue braccia, che avrebbero dovuto fermare l'uomo ma sembravano bloccate. Ma in fondo, sapeva anche bene che, lei, non voleva fermarlo… Che quella che le era apparsa solo una tentazione a cui resistere per non compromettere il lavoro di anni si stava trasformando lentamente in qualcosa di più forte, a cui non restava che arrendersi. “Al diavolo tutto il resto.. Compresa me”. «Solo se mi darete l'opportunità di riprendermelo...» Disse infine, restituendo il bacio e poggiando le mani fredde sulla schiena nuda dell'uomo, risalendo fino a toccare le iniziali da lei incise sul suo corpo durante uno dei loro incontri in foresta…
L’umano sorrise. Ricambiò il dolce bacio cingendo la donna con entrambe le braccia, la sollevò dal divano, tenendola dalle gambe, per poi adagiarsi lui sul morbido giaciglio e accomodarsi con la donna seduta sul suo ventre: «E chi ve lo nega?» Replicò, stringendola forte.
Emma sorrise imbarazzata, quando sembrò calmare lo spirito che si agitava in lei come per uscire dalla sua prigione di carne. Indietreggiò di poco, restando seduta sull'uomo, quando si imbatté in qualcosa che parve non piacerle: «Ma.. Dove sono seduta?» Domandò molleggiando il corpo e quando fu certa di aver capito dove si trovasse arrossì notevolmente.
Lui sorrise divertito: «Non vi allarmate... È l'elsa del pugnale che mi avete restituito…!» Concluse, estraendo l'arma restituitagli dalla donna.
Improvvisamente, i rintocchi di qualcuno che bussava alla sua porta giunsero alle sue orecchie: «Vogliate scusarmi, ma non aspettavo visite...» Affermò alquanto seccato mentre s'apprestava ad aprir la porta. Prima di uscire lanciò un'occhiata all'ordaica. La squadrò con amorevole cura e si lasciò sfuggire un altro sorriso, uscendo dalla sala.
La giovane raccolse a sé le gambe, rannicchiandosi in un angolo del divano ad osservar le fiamme. “Povera me, come sono ridotta.. Ma che sto facendo...” Borbottò a sé stessa. Si sentì di nuovo smarrita in quella casa, e se una parte di lei le ordinava di andarsene, l'altra era curiosa e voleva scoprire ogni lato nascosto della dimora: Aveva già violato diversi punti del suo codice morale per quel giorno, da non far differenza alcuna se ne avesse trasgredito qualcuno in più; con questa convinzione s’incamminò prendendo il corridoio dell’entrata che conduceva ad un bivio.
“Una scala per salire... Una per scendere...” Si disse “Salire vuol dire raggiungere l'alto dei cieli ma ora come ora il mio posto è negli inferi…” Così decise di scendere le scale, un po' preoccupata di come arrivassero rapidamente sempre più in basso. “Che porti realmente all'inferno?” Si chiese, con crescente curiosità. Arrivata al capolinea, con delusione ammirò la statua del gargoyle incrociando le braccia ed aspettandosi di trovare un portale enorme con su scritto “Lasciate Ogni Speranza Voi Ch’Entrate”. Disillusa, socchiuse gli occhi guardando la creatura che sembrò fissarla come realmente viva, ma decisa a non indagare oltre risalì le scale.
Era giunta in cima al primo piano, e si era ritrovata davanti la porta di una camera. Bussò, ma non ottenne risposta, così si poggiò alla maniglia della porta che era aperta. Una camera da letto angusta, ma accogliente. Su un comò, in bella vista, c’era il ritratto di una donna. Lo prese in mano, esaminando i lineamenti della donna che pareva esser più grande di lei di una decina d'anni, ma era così bella che il suo sorriso riusciva ad attrarre chiunque lo guardasse. Serrò le labbra, riservando all’immagine uno sguardo carico di tristezza. Conosceva quella persona. Era triste soprattutto perché le ricordava il suo passato, quando ancora le strade della cacciatrice e del barbaro viaggiavano parallele senza mai incrociarsi. Lo ripose, fermandosi a guardare da una finestra le abbondanti nevicate su Polareia.
Terminato il colloquio col suo interlocutore, Sayrus rientrò in casa. Vuota. Emma aveva abbandonato la poltrona in cui era comodamente seduta, per andar chissà dove, forse nella sua camera. Percorse le marmoree scalinate, due gradini per volta, bussando alla porta della sua ospite, ma senza udir reclami. Corrugò la fronte, accigliandosi a pensar su dove potesse esser sperando che non fosse discesa nei sotterranei. Scese rapidamente le scale per guadagnar la via della stanza presidiata da Danag.
«Emma!» Tuonò a gran voce, sperando che la ragazza rispondesse al suo appello. «Emma!» Ripeté ancora l’ex barbaro, con tono più cupo della prima volta. Risalendo dai sotterranei notò che la porta della sua stanza era inspiegabilmente aperta. Pensando ad un incauto assalitore, sfoderò la lama e s'avviò cauto per le scale. Non sentiva rumori all'interno della stanza, così spalancò la porta con la sinistra e indirizzando la nera lama all'interno della stanza intimò a chiunque ci fosse dentro di fermarsi, riconoscendo solo più tardi la figura di Emma.
Quando la mezzo-demone lo sentì gridare si voltò sorridendo: «Non stavo facendo niente di male...»
«Mi avete fatto prendere un collasso!» Ammise, posando lo sguardo sul ritratto di Saphira, posto in maniera differente da come l'aveva messo. S'avvicinò, lo prese in mano restando a guardarlo per qualche secondo, per poi riporlo in un cassetto: «Vi piace Polareia?» Domandò per pensare ad altro.
«Oh si.. Molto.. Mi ricorda tanto il mio carattere..»
«Ed il mio...» Esordì l’avvocato con una punta di rassegnazione. Ora vogliate scusarmi, ma devo riposare.
«Immagino.. È stata una giornata abbastanza movimentata...» Lei si voltò a guardare l’uomo per un secondo o due, per poi, decisa, abbracciarlo in segno di saluto: «Buon riposo Sayrus…» Frusciò affettuosamente. Per un istante, sentì battere il cuore del non-più-morto e se ne compiacque.
L’umano contraccambiò l'abbraccio, sorridendole, e dopo un bacio sulla guancia l'accompagnò alla porta: «A presto..» Affermò, dopo averle dato una pacca sul fondoschiena, seguita da un sorriso divertito «..E buona notte!»
A quel gesto, Emma indugiò un attimo sulla porta della stanza, ma infine serrando i pugni la richiuse allontanandosi a passo svelto dall'abitazione. Una volta fuori di casa imprecò con se stessa per non aver mollato un ceffone a Sayrus quando aveva osato troppo. Salì a cavallo e corse verso Sehomar…


~ Il ritrovamento di Nihal ~
Si lo so, alcuni si chiederanno: ma perché? Nihal era scomparsa? Naturalmente no! Ma l’avevano pestata a sangue!

Emma spalancò la porta d'ingresso senza dare il tempo a Bibi e France di aprirla. Le guardò torve per evitare che le facessero domande su quanto accaduto e salì le scale. Senza chiedersi quale fosse la stanza di Nihal, la trasportò nella sua, scacciando il grosso felino addormentato sul letto. La pose delicatamente senza badare al sangue che macchiava le coperte e copioso continuava a sgorgare dalle sue ferite. Come aveva preannunciato alla moribonda, cercò il suo famoso unguento e cominciò a spalmarlo sulle varie incisioni del corpo. Tastò le fratture, valutandone la gravità; svuotò completamente il cassetto con i medicinali sul letto e trovando delle stecche cominciò ad ingessare polso e il resto. Emma spalancò la bocca della drow, notando quanti denti le mancavano e facendo un paio di conti raggiunse la scrivania buttando giù due righe in una missiva. Richiamò Shadow consegnandogli la lettera: «Al druido, non tardare più di due lune!» gli comandò, lasciandolo partire.
Rimase a fissare il corpo della Sinuosa, momentaneamente privo di vita, chiedendosi quale odio represso avesse potuto causare tutto questo... E se tutte le persone a cui “lei” aveva fatto del male, le avrebbero riservato un trattamento simile, un giorno. Non riusciva a dare colpa alla drow per ciò che aveva compiuto, seppur i suoi compagni d’arme l’avessero giudicata colpevole…
Tra i medicinali trovò anche della polvere biancastra che unì ad assenzio e foglie tritate, mescolando con lime ed altre erbe fece ingurgitare il tutto all’elfa nera. Più tardi fece ordine delle medicine nel cassetto e lasciò il corpo disteso sul suo letto mentre le cure facevano lentamente il suo corso. La cacciatrice richiuse la stanza a chiave, scendendo di sotto, rifugiandosi nella sala degli allenamenti.
Nihal avvertì il buio, l'oblio, il dolore... Aprì gli occhi, semicosciente. Li richiuse. Di nuovo buio, per chissà quanto tempo ancora…


~ Il dolce bagno di Durlindana ~

Durlindana aggrottò le sopracciglia in un’espressione incerta. La chiave era entrata nella toppa, ma questo se l'aspettava. Ora la osservava così, infissa nel legno come una freccia. Incrociò le braccia sotto il seno ed inclinò il capo. Era moltissimo tempo che mancava da questa casa; temeva di verificare che la chiave funzionasse ancora. Sospirò.
Il senatore Arloc, aperta la pesante porta della sua stanza, uscì trovandosi proiettato nel corridoio del primo piano. Scricchiolò il pavimento sotto i suoi passi mentre attraversava la dimora. Un rumore costrinse il suo orecchio sinistro, evidentemente più allenato del compagno, a tendersi. “Chi arriva?” Si chiese. Pensando ad un intruso, estrasse la spada afferrando la fredda e finemente cesellata elsa. Calmo, scese la scalinata che portava al piano terra. Uno scalino dopo l'altro giunse al piano terra, tendendo le orecchie e affinando lo sguardo. Fiutando l'aria sentì un profumo piacevole… Evitando di farsi distrarre proseguì individuando un *clack* proprio sull'uscio di casa.
Durlindana infilò la testa nell'oscurità. Il *clack* metallico l'aveva quasi spaventata. Ancora sull'uscio, ormai spalancato, strinse le palpebre per fendere il buio e tendere l'orecchio. Richiuse la porta, appoggiò le spalle nude contro il legno un po’ screpolato e celò le mani dietro la schiena. Non le parve ci fosse alcuno, ed era quanto desiderava. Velocemente raggiunse la stanza da bagno al pian terreno. Sfilò i monili dalle braccia e d'un tintinnio armonioso vibrò il pavimento quand'essi caddero e rotolarono via.
Il lieve fascio di luce che aveva temporaneamente infastidito gli occhi di Arloc era scomparso, seguito dal leggero rumore del chiudersi della porta d’ingresso.
La donna piegava la man destra all'indietro; afferrava il laccio e tirava piano. Un sibilo ruvido e basso mentre il nastro sfilava tra oltre cento asole con cui le stringeva il corpetto al busto.
Il senatore ordaico alzò la spada, disponendola parallela al suolo. Lo strusciarsi di passi leggeri gli fece intuire che colui che era entrato s'era già acquattato in una delle stanze vicine.
Durlindana s'abbracciò; l'indumento intrecciato di porpora ed oro s'aprì come una corazza cui eran saltate le cerniere. Lo scavalcò quando fu a terra, si sfilò un calzare sull'altro.
Arloc, convinto di ciò che faceva, dopo aver scostato i capelli dagli occhi si lanciò impetuoso verso la biblioteca e con un calcio aprì la porta: «Fatti vedere, lurido rifiuto degli dèi!» Urlò, mentre accedeva alla stanza. Nulla. Una qualunque reazione tardò ad arrivare. “Ramius… Il mio intuito mi ha dunque tradito..?” Pensò. Sfilato il pugnale da lancio, ch'era solito tenere sotto il mantello, lo lanciò nel buio conscio d'un rumore.
La bella donna prese la grossa brocca con la mancina; il palmo della destra sul bordo ne saggiò la temperatura. Gelata. Ovviamente. Versò l'acqua comunque. La vasca di rame scrosciò infinite gocce.
Un tonfo lo convinse di aver colto la sua preda: il suo martire pronto per essere immolato. Giunto a esso, scorse un libro a terra, squartato nelle sue pagine migliori: “A Emma non piacerà…” Nascose il libro sotto il mantello. Acqua. Si girò e corse verso il bagno da dove provenivano quegli strani rumori, e in un baleno si trovò davanti la prima porta al pian terreno.
Durlindana dava le spalle alla porta. Spalle piccole, bianchissime. Il grosso tatuaggio le deturpava quasi la figura. Andava letto, non guardato. Era una storia, una testimonianza, un destino...
L’uomo poggiò un orecchio sul fine legno: era dei migliori, ma anche un pessimo isolante. Tutti i rumori giungevano ai suoi timpani: “Eccoti, piccolo infedele.” Pensò nuovamente.
L’inquilina della casa sfiorò l'acqua e strizzò gli occhi quando la pelle d'oca le risalì il polso e l'avambraccio. Godette dei brividi che lei stessa s'era procurata e sollevò le braccia.
Con un calcio, il vampiro spezzò il primo cardine, con il seguente sfondò la porta, che con un tonfo notevole cadde in avanti: «Eccoti, vile!» urlò.
La viandante si girò di scatto, col cuore in gola: «Ma che diav...?!» Solo allora si rese conto e coprì i guizzi circolari del proprio seno scoperto con le braccia. «Olo... Oh, siete voi?»
La situazione che si presentò davanti ad Arloc non era certamente quella che s'aspettava. Un nudo corpo invase i suoi occhi.. Dopo averne saggiato le forme giunse finalmente al viso: «Durlindana!» Sorrise malevolo e malizioso rimase nel pronunciar tal nome: «L'acqua è di vostro gradimento?» Soffermandosi a pensare «..E che ci fate qui?»
Guardò il senatore cainita ma non s'avvide della sua natura: «Come siete pallido mio Lord», disse indulgente. Quindi s'avvicinò alla sua borsa e cominciò ad estrarne piccoli oggetti. Mantenendo l’avambraccio sinistro sul seno nudo, con la dritta frugò la borsa, con ancora in dosso l’ampia gonna di broccati cangianti e pelliccia: «Avete freddo, forse?»
«Scommetto che vi piacerebbe scaldarmi, se così fosse.» Mostrò i canini «Ma per vostra sfortuna, questa è solo la mia natura… Non avete risposto alla mia domanda, in ogni caso. Per qual motivo vi siete quivi introdotta di soppiatto? Siete entrata illegalmente per farvi un bagno?»
La fanciulla voltò le spalle all'interlocutore, prima di impegnare ambo le mani nell'accendere la candela. La seconda fu più semplice: poté coprirsi ed usare lo stoppino della prima. Aggrottò la fronte. Sorrise. Tirò un sospiro di sollievo quando trovò i bastoncini; il sollievo di chi s'accorge di non aver dimenticato nulla: «Come siete sospettoso…»
Appurata la situazione, il guerriero rinfoderò la spada: la lama, con un fastidioso suono metallico, ritrovò la sua naturale sede nella fodera. Indi attese risposta.
Durlindana dispose quattro candele sul pavimento del bagno e richiuse il pesante tendaggio. Un’oscurità calda e materna avvolse entrambi. Solo le ombre vibravano al crepitio delle fiamme. Si pose di fronte ad Arloc, ambo le braccia intorno al busto: «Che ne direste, mio lord, di tirare su quella porta che avete così amabilmente abbattuto a pedate?»
All'accendersi delle candele, l’inquisitore assottigliò gli occhi. «Luce..» sibilò «Seppur lieve questi occhi necessitano di un po' per abituarvisi… Questa la pecca dell'infimo anello di tale demoniaca catena…» Al chiudersi del tendaggio i suoi occhi poterono rilassarsi: «..Sospettoso? Ero solo convinto di trovare qualcuno da uccidere, ed avete rovinato i miei piani…» Afferrato il pomello con la mancina sollevò la porta sulla sua testa fino a quando pose la parte inferiore a terra, accostando il legno agli stipiti. Per un attimo si fermò: «Con me dietro o davanti ad essa?» Domandò perfido e sorridendo ironico.
L’altra voltò ancora le spalle al cainita. Il tatuaggio parve pulsare di vita propria alla flebile e tremolante luce delle candele: un mosaico chiaroscuro la sua schiena. «Vi piace questa fragranza?» Gli domandò ignorando quanto le aveva appena chiesto. Una voluta di fumo denso prese a spiraleggiare pigramente verso il soffitto. Incendiò un altro bastoncino d'incenso e lo depose vicino alla seconda candela: «…E ditemi. Come state? È molto che non vi vedo.» Con la terza fiamma accese ancora incenso.
Il vampiro fiutò l’aria «No. Differisce troppo dall'odore che amo e prediligo. Dall'odore che eccita i miei sensi... Dall'odore per il quale vivo.. Quello che fa pulsare le mie pupille.» Si soffermò un attimo prima di continuare a parlare: «Faccende.. Ma potrei dire lo stesso di voi.. Pensavo che le meretrici si fossero velocemente diffuse.. Che avessero finalmente rilassato la situazione, che mi avrebbero facilitato il “lavoro”…» Sottolineò, indicando la spada.
Durlindana, se mai ascoltò quanto stesse proferendo Arloc, non lo dette a vedere in alcun modo. Prese un'ampolla e la dispose sul bordo della vasca; quindi, sempre non offrendo altro che le spalle, sfilò la lunga gonna che si ammucchiava alle sue caviglie come una grossa tenda abbattuta. Un solo fruscio. Scavalcò il bordo e s'immerse rovesciando il capo all'indietro e trattenendo il respiro, guardando il soffitto ed i suoi affreschi da sotto il velo dell'acqua. Emerse, soffiò e si rimandò all'indietro i capelli bagnati. Rimasero mansueti e grevi d'acqua, appiccicati ai lati del capo: «Intendete continuare a ciarlare?» Chiese al cainita. «..C'è spazio per tutti e due!»
Solo in quell’istante notò ciò che lo distrasse completamente dai quesiti posti finora alla donna. Indicando la sua schiena nuda, la voce dell’uomo si fece grave: «Cos'è quel.. Quel tatuaggio?» Ciò che aveva visto, se non si conoscesse il carattere del Gran Demone, sembrava averlo avvicinato molto al sentimento sincero e sano chiamato Timore.
Durlindana si tirò indietro. La schiena contro il bordo. Se Arloc fosse voluto entrare, avrebbe dovuto farlo davanti a lei: «Voi parlate troppo.» Sussurrò, giocherellando con l'acqua che s'allontanò dalle sue mani in cerchi concentrici.
Sottratto dai suoi occhi quel disegno, scomparve anche la reazione che aveva provocato in lui. Il Gran Demone incedette lento verso la vasca. Giunto a pochi passi si spogliò della cotta di maglia, rivelando la nera seta che copriva il suo petto, delineando i muscoli da guerriero tutt'altro che gradevoli alla vista di coloro che allenavano il corpo in calme palestre, e scoprendone le innumerevoli cicatrici. Quindi, sì svestito, scavalcò il bordo della metallica vasca ed entrandovi, sollevando la ceramica si bagnò i lunghi capelli e quindi i vestiti. Tirando all'indietro i capelli s’avvicinò alla donna. Allungando la mano giunse al suo orecchio sinistro. Le scostò i capelli e lentamente portò la bocca al lobo sussurrandole: «Vi piacerebbe, nevvero Durlindana?» Così come s'era presentato si congedò. Scavalcando nuovamente il bordo raccolse la cotta ponendosela sulle spalle. Giunto alla porta la raccolse e salutò la donna: «Arrivederci, Durlindana.» Alzò la porta ponendosi dietro quest'ultima, che ormai traballante cingeva l’ingresso del bagno dell’Ordalia. S’allontanò giungendo all'uscio della dimora. Un pensiero infestava ora la sua mente, pulsante come del veleno appena entrato in circolo: “Quel tatuaggio…” Estratta la spada, s'espose alla lunare luce, pronto ad affrontare la foresta.
Durlindana restò a guardarlo mentre s'allontanava senza proferire parola; quindi s'immerse ancora per rimandare i capelli nuovamente all'indietro. Prese un’ampolla, inalò l'effluvio esotico e remoto dell'olio profumato. Mandorla, cumino e pepe. La pelle delle sue braccia s'incendiò di mille gocce incandescenti della luce delle candele, mano a mano che cosparse l'olio in lenti movimenti circolari. Si rilassò e si lasciò scivolare in avanti finché la nuca non si trovò a contatto col bordo freddo. Guardò il soffitto per un po’. Osservava il denso fumo della cera e dell'incenso raccogliersi nel buio tra le travi. Chiuse gli occhi cullata dal lieve sciabordio dell'acqua…
Inspirò un sospiro regolare, lento e profondo. Il polpastrello del pollice contro quelli delle altre dita, con mille piccole screpolature, le suggerì che era tempo d'uscire. S'avvolse nelle spugne di Emma e raccolse le sue cose. Indugiò un po’ di fronte all'ultima candela. Strinse gli occhi; guardò ma non mise a fuoco. Quindi soffiò. Scattò all'indietro con un gridolino quando, nel tentativo d'aprire la porta poc'anzi divelta da Arloc, questa le ricadde pesantemente incontro in un boato ed una nuvola di polvere. Si girò a guardare il disastro: la porta rotta, goccioloni di cera sul pavimento, qualche pozza intorno alla vasca ed orme bagnate dappertutto. Si rivestì in tutta fretta e scappò.
«Estranea in casa mia...» Pensò ad alta voce la mezza’. Sentì dei rumori da una parte imprecisata del piano, colpi e legni di pesanti porte che sbattevano a terra ma nessun fragore che non avesse già udito in passato e in circostanze sempre differenti. Né le importava granché se gli inquilini le avessero distrutto la casa, finché poteva permettersi di pagare le riparazioni, o di far perdere qualche pomeriggio al maggiordomo e allo stalliere per aggiustare i cardini delle porte…
Lei, di porte, ne aveva già rotte fin troppe nella sua vita, quasi pretendendo sempre un passaggio per sfuggire dalle situazioni in cui finiva per ritrovarsi coinvolta…
Se il vociare e i sussurri segreti rubati ai muri di quella villa avessero continuato a distogliere la sua mente da quei fastidiosi ricordi, remoti e recenti, potevano durare anche per sempre.
Mentre seduta in ginocchio, nella sala d’allenamento, attendeva il risveglio della drow, riammirava le sue spade appena lucidate: Caos e Morte risplendevano e fremevano per essere maneggiate dalla sua padrona per accontentare il volere di Ramius.


~ Polareia ~

Neve. Nient’altro che neve. Bucefalo l’aveva lasciata a metà strada, scalciando e strepitando aveva avvertito la donna che se questa volta avesse voluto raggiunger la città dei ghiacci sarebbe dovuta arrivarci a piedi. Al primo tronco d’albero disponibile s’appoggiò affannata, osservando le distese bianche e la desolazione delle terre nordiche. Le case dei montagnoli erano ammucchiate l’una sull’altra, ma lei non cercava un’abitazione qualsiasi…
Ad un tratto lo schiamazzo di quattro bambini la riportò in sé. Le tagliarono la strada, ma senza reagire continuò nel suo incedere. Stava arrivando nei pressi del centro residenziale quando una schiera di deformi e sinistre sculture modellate nella neve ne rapì completamente l’attenzione. Una in particolare era così espressiva che non poté fare a meno di avvicinarcisi, e come ipnotizzata rimase a contemplarla. *plop*. Non si voltò neanche, smosse i capelli per far cadere la neve fresca. *plop* *plop*. Curvò a malapena la schiena, controllando il suo mantello. Si diede due pacche sul sedere per pulirsi e tornò con lo sguardo sulla statua. *plop*. La quarta palla di neve era stata davvero pesante. No, nessun dolore fisico, ma la sopportazione era scesa a livello limite. Raccolse il fiato nei polmoni e chinandosi, lentamente, iniziò a raccogliere un gran quantitativo di neve, formando una massa che dovette raccoglier con due mani per sollevarla. Li sentiva sghignazzare dalle sue spalle, quindi calcolò velocemente la provenienza della risata fanciullesca più vicina e lanciò la palla con tutta la forza che aveva ma, invece di colpire un ragazzino, la neve andò contro l'armatura di un uomo dal sangue planear: «..Nether?» Sussurrò la ragazza, sbigottita.
L’uomo, impattando col proiettile gigante, si ritrovò a barcollare leggermente. Incappucciato, indossava un'armatura nera con le rifiniture argentate, e dietro di lui si scorgeva un'altra figura.
«Maestro...» S’affrettò ad aggiungere la cacciatrice, inginocchiandosi di fronte l'uomo.
Sayrus, in disparte, osservò la scena coi ragazzini, divertito, non appena però la donna s'imbatté contro una sconosciuta figura, lo sguardo si fece torvo e tetro.
«Alzati, sai che non ti devi inginocchiare, tantomeno davanti a me, ti pare?» Esordì il conte ed aggiunse guardando poco oltre: «Sayrus... che piacere vedervi.»
L’umano osservò amareggiato quella pietosa scena, e non appena il paladino si rivolse a lui replicò con tono gelido: «Non posso dire altrettanto,» concludendo con una punta di cinismo «..Nether».
«Non preoccupatevi avvocato», Aggiunse il planear «la mia non è né più né meno che una forma di cortesia.»
Akhayla fissò la mezzo-demone con gli occhi grigi carichi di ira, la mano sempre ferma sull'elsa della spada: «Salve Emma...» La voce era sorda, e aspra.
La mezza’ alzò un sopracciglio. Con stupore scrutò la donna che accompagnava il suo mentore e sorridendo, tranquilla replicò: «Salve a voi, milady..»
Lo sguardo del figlio di Moravia volse infine verso la nuova arrivata, la squadrò dall'alto verso il basso, come a volerne capire l'identità, ma senza riuscirvi: «Voi invece chi sareste, donna?»
La donna spostò lo sguardo su Sayrus solo quel tanto che bastò per dire la propria risposta: non perdette mai d'occhio la mezzo-demone. «I nomi han poca importanza... Ma se ci tenete... Sono Akhayla, di Romar.»
L’uomo a cavallo sorrise alle parole del paladino: «Cortesia? Qui a Polareia? Al mio cospetto, poi?» Tornò nuovamente a ridere «Spero vi rendiate conto sia fuori luogo…» e ripeté il nome della donna fra le sue labbra «Akhayla… Mai sentito. Nuova di queste parti?» Domandò, spronando lo stallone ad avvicinarsi lentamente ai tre.
«Almeno su una cosa direi che siamo d'accordo!» Rispose Nether. Disse poi voltandosi verso Emma: «Ne è passato di tempo, ma ti trovo bene...»
La mezzo-demone chinò il capo, carezzando il muso di Damphir: «Non posso dir la stessa cosa di voi.. Maestro. Sembrate più fiacco.. e più vecchio..»
«Appunto che non son cambiato...!» Rise benevolo il paladino.
Akhayla sfoderò un sorriso, ma senza calore: «Diciamo che passo abbastanza inosservata ovunque vada...»
“Acidina la ragazza...” Pensò l’avvocato, per poi replicare in altro tono: «Credetemi, è un vantaggio..» Damphir nitrì e scalciò sulle zampe posteriori non appena l'ordaica prese a carezzarlo «Ferma Emma, non ama le cure degli estranei.» Affermò tranquillizzando la bestia.
«Un po' come me..» Emma ritrasse la mano, sorridendo mesta «È un vero peccato che non siate in piena forma, allora.. Almeno adesso che avremmo potuto fronteggiarci ad armi pari.» Riprese rivolta a Nether.
«Su questo, messer Sayrus, non posso che darvi ragione. E soprattutto, meglio la solitudine che falsi alleati...» E Akhayla fissò nuovamente la mezza’, con la mano bloccata sulla spada.
«Noto un leggero astio..» Asserì l’uomo accennando un sorriso, facendo caso alla mano della donna poggiata sull'elsa ogni qual volta incrociava lo sguardo di Emma «..Giusto, Nether?» Domandò carezzando la nera lama, per poi ritrarla, discendendo dalla sella e indicando a Damphir la via delle stalle.
Nether sorrise: «Te l'ho sempre detto Emma, non siamo mai stati ad armi pari... Era solo questione di tempo ed esperienza, non ho la presunzione di credermi invincibile.» Spostò leggermente la posizione del piede sinistro, sulla neve: «Calma Sayrus, non sono venuto per dare il via ad un bagno di sangue.»
L’avvocato s’avvicinò malevolo al conte «Infatti..» Asserendo con sarcasmo «Non credo abbiate sangue a sufficienza per ricoprir la neve di Polareia…» Gli diede due pacche sulla spalla destra, e s'accostò all'ordaica: «Perché dovreste sfidare il qui presente “Claw”, Emma?»
Il più anziano si girò verso l'altro, continuando a sorridere. Il volto rimase imperturbabile: «Nemmeno voi Sayrus, quindi finitela... Se volete uccidermi ci saranno altri momenti.»
Emma avrebbe voluto non rispondergli, ma negli ultimi tempi aveva già trasgredito abbastanza la sua rigida morale, e non poteva continuare per sempre a tenerlo all’oscuro, con i suoi silenzi: «Asdrubale, messo di Ramius…» Cominciò «Mi ha detto che dovrò sacrificare la persona che mi è più cara al mondo per scoprire fino in fondo la verità sul mio sposo...» Riservò al maestro un’ occhiata carica d’emozioni «..E sono decisa ad arrivare fino in fondo.» Mormorò infine, movendo le pupille in direzione di Akhayla, mentre il suo sguardo diventava freddo come il clima della città.
Di risposta, il Claw si voltò dietro di sé, distrattamente, per poi tornare con lo sguardo verso i tre astanti: «Ah sarei io? E da quando, di grazia?»
Sayrus sorrise alle parole di Nether, senza replicare, per poi rivolgersi ad Emma: «Beh, se dite che è lui.. Che aspettate?»
L’odio cresceva nell’animo della guerriera dai capelli vermigli: “Ci devi solo provare, mezzo-demone...” pensò, con un'espressione truce sul volto.
«Lo so...» Rispose il paladino con lo sguardo triste «Non me la sento di giudicarti per questo, visto che anche io avrei probabilmente agito come te, al posto tuo...»
Sayrus si fece più vicino all’umana: «Cosa vi prende, legionaria? State tutta in disparte, in silenzio poi...» La beffeggiò di proposito, notando lo sguardo iracondo della guerriera. Akhayla udì le parole dell’uomo e il suo tono volutamente provocatorio. Si girò lentamente verso di lui. Lo fissò e basta, cercando di capire chi fosse in realtà...
«Deve essere l'ultimo..» Spiegò al suo avvocato, prima di riprendere il discorso rivolta a Nether: «So per certa che non avreste agito come me.. Voi siete uguale a Honoo.. e a tutti i Claw. Non vi affidate all'unica speranza che avete, perché per quanto disperata, preferite ricorrere a vie più semplici.. O lasciar perder del tutto.»
Il conte si avvicinò pericolosamente alla cacciatrice, fino a trovarsi a pochi centimetri da lei: «Se fossi un Claw, ti darei la caccia. Se fossi un Claw, starei uccidendo gli ordaici nelle loro case, non sarei qui a parlare con te, ad offrirti il mio sangue per cercare la persona che ami.. Ti pare?» Disse con la voce ridotta ad un sibilo «Io servo gli ideali che l'artiglio rappresenta, non il clan o Honoo... Ogni clan non è né più né meno che una personificazione fisica di un idea, di un credo così come tu segui quello delle orde... Morirei per te, per difenderti o per aiutarti, e lo sai meglio di me! ..Sei solo stata così arrogante, da pensare di conoscermi...» Alla mossa di Nether, Sayrus estrasse veloce la spada e la lanciò facendola appuntare fra i due. Ghignò spalancando le palpebre: «A debita distanza... Claw...» Tornò poi a fissar la legionaria, roteando gli occhi ogni tanto ma mantenendo le nere iridi fisse sulle sue, come divertito dalla sua presenza.
Non passò un secondo, l’umana sfoderò la sua lama e con un gesto fulmineo la frappose anch'ella tra i due: toccando quella dell'altro provocò un leggero tintinnio. «Lo stesso per voi, messere. Rinfoderate la spada..!»
L’ex barbaro osservò ancor più curioso la donna: «...Parlate con *me*, Akhayla?» Chiese con voce agghiacciante.
«Basta tirarci contro le spade! Potremmo farci male sul serio!» Sbraitò la cacciatrice ad un certo punto. Scosse il capo, sorpassando la spada di Akhayla. Poggiò una mano sul petto del planear, fino a raggiungere l'artiglio, simbolo dei Claw: «Se vi conoscessi a fondo non avrei dubbi, messere.. Ma avete di nuovo questo simbolo, con voi, e non mi avete detto il motivo di questo gesto.. Del perché siete di nuovo fedele a Honoo... Se avevate degli ideali potevate conservarli pur non avendo questo oggetto indosso, “vi pare”? Al che penso proprio che preferiate la giustizia a me..» Si allontanò, evitando di inciampare tra le spade.
«E tu allora! Perché sei nelle Orde?!» Sbraitò iracondo «Hai visto un pezzo di latta e sei scappata tornando solo per tentar di uccidere Akhayla! Come diavolo pensi che avrei potuto fare a spiegarti!?»
La donna rinfoderò la spada continuando a tenere d'occhio Sayrus, pur senza perdere di vista la mezzo-demone che si allontanava.
Il figlio di Moravia osservò di sbieco il fare dei due, e udì con molta attenzione i lemmi di Emma: a tempo debito alcune cose andavano chiarite.
La cacciatrice mestamente accennò un sorriso, guardando i fiocchi di neve cadere sulla sua mano per poi sciogliersi in un istante: «Non pensate che, forse, sarebbe stato meglio avvertirmi "prima" delle vostre decisioni? Non è una novità che servo Ramius.. *tutti* serviamo Ramius, ogni qualvolta uccidiamo un avversario. E vi ho avvertito in tempo della mia scelta… O forse lo avete scordato? ..Ma vi prego, basta trovare scuse. Se aveste voluto avvertirmi sarebbe bastata una lettera, sarei anche potuta non tornare quella sera… E scoprir da me la verità. Ma non lo avete fatto, e non ci sono motivi per parlare ancora di questa storia…» Chiuse la mano stringendola a mo’ di pugno e sciogliendo gli ultimi fiocchi di neve si allontanò verso i centri abitativi.
«L'ho deciso in poco tempo e quando sono tornato a casa non c'eri! Ho aspettato che tu rientrassi, ma quando sei arrivata hai tratto le tue conclusioni e sei fuggita...»
S’interruppe nell’incedere per aggiungere, senza voltarsi: «Ho accettato la missiva di Arloc dopo tre giorni che avevo parlato con voi.. *tre giorni*.. E voi non avete saputo resister più di dieci ore…»
«Esatto! Hai deciso, mi hai aspettato, me ne hai parlato, e io ho acconsentito senza problemi... Io ho deciso, ho aspettato.. e tu sei fuggita!»
«Non prendetemi in giro, Nether!» Sbottò, voltandosi di colpo «Sono stanca di farmi prendere in giro dalla vostra specie...» Ogni parola sussurrata era carica di antichi rancori e di sentimenti contrastanti.
«Anche io, Emma...» Ringhiò, senza più degnarla di uno sguardo.
Sayrus si trovò davanti al planear, restando immobile a pochi passi da lui. Lo fissò intensamente negli occhi, e con un gesto fulmineo ritrasse la spada provocando un rumore sinistro che avrebbe fatto ghiacciare il sangue a chiunque. Poi gli sorrise: «Vogliate scusarmi..» Si avvicinò alla legionaria, con cui fino a prima non aveva scambiato più di due parole, e le consigliò puntandole la lama alla gola, sfiorandole il collo: «Attenta donna, continuando così non durerete a lungo in queste lande..» Accennò un inchino, e s'allontanò verso la sua dimora.
Akhayla non fece una piega sotto la minaccia della spada del barbaro, e con uno sguardo più gelido della neve su cui posava i piedi lo osservò allontanarsi, dopodiché si voltò verso la mezzo-demone in procinto di allontanarsi e sibilò sottovoce: «Alla prossima... *milady*» E stringendosi nel mantello si avviò sulla strada per Romar.

La cacciatrice irruppe in casa dell’avvocato sbattendo la porta d’ingresso ed andando veloce verso il salone della scorsa volta, senza badare alle statue che, per un istante, le avrebbe preferite vive per poter scaricare la sua rabbia su di loro. Sedette sbuffando sul divano, portando la destra sulle tempie, e mentre socchiuse gli occhi rimase ferma a fissare il pavimento, cominciando a ripensare agli ultimi accadimenti. Sayrus entrò in casa. Emma era stata lì, e forse c'era ancora… Il suo profumo era ovunque. Per l’ex barbaro era facile percepire la presenza di qualcuno, abituato com'era alla vita solitaria: «Emma!» La chiamò.
«Sayrus, sono qui..!» Rispose dal salone, per non mettere in pensiero l'uomo.
Giunto nei pressi della voce notò la donna seduta sul divano. Avvicinandosi, le posò una mano sulla spalla, scuotendola un po’, e domandando: «..Come state quest'oggi?»
Emma stava per dire qualcosa che l’umano non avrebbe gradito. Al che, rimase con la bocca semiaperta a fissarlo, cercando di trovar le parole giuste. Quando ci riuscì mormorò: «Ci son stati giorni migliori..» E ripoggiando la testa sul pugno chiuso della man destra riprese a guardare sonnambula un punto imprecisato della stanza.
«Ne sono convinto...» Le sorrise, replicando con voce calma e soave. Girò attorno alla poltrona, andandosi a sedere di fianco alla donna: «Ad esempio, io oggi ho incontrato un grosso Troll che mi ha fatto la pelle, capirete quindi, che questa non è una giornata delle migliori per me…» Ed attese cercando il suo sguardo. «A voi invece che è successo?»
«Il mio maestro non vuole capire che non c'è speranza che ritorni del tutto umana... Non lo riesce ad accettare!» Sbuffò «Continua a mettermi in guardia su un ordine che verrà a cercarmi per uccidermi, come se fossi un demone qualunque come gli altri…! Ed io non so che strada scegliere. Vengo considerata un demone dagli umani, e i demoni mi disprezzano perché il mio corpo è quello di una donna umana... Come se non bastasse, dovrò disonorare due volte il mio maestro, e per il Codice delle Ombre questo atto prevede il suicidio…»
«Beh, giornata di certo peggiore della mia..» Ironizzò «Se volete, posso pensarci io a Nether…» Propose, mentre la sua mano andò a sfiorarle il viso per confortarla: «Non è che forse state dando troppo peso a questo codice? Non ho mai visto una donna seguire una dottrina così ferrea.»
«Il Codice delle Ombre è esemplare, nasce innato in coloro che vengono generati dalle ombre, non viene impartito… Sono le regole che permettono di guadagnarci un posto nell'eden quando l'anima abbandona il corpo. Se non seguiamo le leggi, le nostre anime vengono divorate dalla luce del sole. Ed il contrario accade per i Seguaci della Luce… Le “regole”, hanno un fondo comune. Ma il Codice della Luce ha dei criteri così rigidi che basta poco a tramutare i loro seguaci in Ombra e le loro anime vengono assimilate dalla trama dell’Occhio del Buio… Per questo posso ritenermi soddisfatta, in fondo poteva andarmi peggio! Peggio come..» Si trattenne, non volendo rivelargli il segreto della legionaria; non era una preoccupazione dell’umano, ma solo della mezza’: «Come agli altri… Questa è la nostra religione. E forse è l'unica cosa in cui credo veramente...»
«Uhm..» Sospirò «La mia anima non andrà di certo nell'eden.. E sinceramente, non ci tengo a mandarcela.» Sorrise mesto, e nel contempo cinse la donna per la vita, restando a contemplare i fiocchi di neve che cadevano dal cielo: «Io adoro Polareia… Rispecchia il mio animo: libero, freddo e soprattutto... autonomo... Forse avete ragione, ma per me la religione rimane l'oppio dei popoli. Non è altro che uno strumento di controllo e potere, null'altro.»
Lei sorrise mentre con l'indice della destra andò a carezzare le labbra dell'uomo: «Allora dovreste esser geloso del mio codice, è l'unica cosa che ha pieno controllo su di me.. E a proposito, dove si trova questo simpatico troll? Mi farebbe comodo ogni volta che tento di uccidervi.»
«Geloso di un codice? Non fa per me... In quanto al troll, credo che stia bene dov'è ed è meglio che voi non lo sappiate!» Rise, soffiando sul tenero viso della donna.
«Potrei sempre farvelo trovare nella stanza da letto all'Ordalia, al mio posto...» Gli sussurrò all’orecchio, minacciandolo per gioco. «E poi, secondo il codice io non dovrei esser qua, tra le vostre braccia.. Ma rispettare il mio futuro sposo, eppure… C'è una piccola cosa che dovete sapere sul mio conto, avvocato Sayrus. Io.. Ho sangue di demone non per nascita, ma perché ho corrotto il mio spirito fino a farmi maledire dal mio dio, l’Occhio del Buio, che mi nega tuttora l’accesso al suo mondo dal quale provengo... Perciò, in realtà, ormai non dovrei neanche più seguire il codice, ora che sono stata maledetta dal mio stesso dio! Ma la speranza che mi perdoni ce l'ho sempre… Per cui, ditemi, secondo voi dovrei lasciare che la mia anima si corrompa del tutto o preservare quel po' di umanità che mi rimane? Nether combatte per questo.. E voi?» Emma guardò intensamente gli occhi neri dell'uomo, quasi cercando se stessa in essi.
Restituendole il profondo sguardo le disse: «Io non combatto per nulla.. Io vivo, in base a ciò che mi sento di fare, che può essere differente a seconda dei giorni… Perciò, a mio avviso, e questo non ve lo dico per tornaconto personale, dovreste lasciarvi andare… A ciò che volete realmente. Quindi, la domanda sorge spontanea. Cosa volete, Emma? Preservare la vostra anima e la fedeltà al vostro futuro marito, o godere dei piaceri della carne?» Domandò, mentre s'alzava per avvicinarsi alla finestra. Prese un calice, riempiendolo con del buon vino, e ne sorseggiò avidamente il contenuto per poi offrirlo all'ordaica, tendendo il braccio come ad invitarla ad alzarsi.
Le parole di Sayrus l’avevano completamente lasciata esterrefatta: «..Piaceri della carne?! E chi ha parlato di piaceri della carne?!» Esclamò incredula, poggiando il gomito della mancina alla spalliera del divano e scuotendo il capo: «No, no, non mi alzo se prima non rispondete alla mia domanda!» Ribatté con aria di sfida.
L’umano sogghignò: «Beh, non intendevate questo con “lasciare che la mia anima si corrompa del tutto”?» Indugiò «Va beh, in ogni caso era quello il senso…!» E si lasciò sfuggire una risata maliziosa, per poi tender nuovamente il calice.
«Oh, davvero?» Emma annuì con la testa, guardandolo con aria falsamente compiaciuta: «Va bene, allora. Se è questo che pensavate di ottenere..» Emma fece per alzarsi «Non ho più motivo di restare.»
«Pensavo di ottenere?!» Sayrus rise divertito «Veramente stavo cercando di dare un senso alle vostre frasi, ma, se come dite, ho errato, chiedo venia, e vi prego di illuminarmi!»
In piedi, la giovane ragazza aggiustò le pieghe della gonna e con aria di sufficienza rispose, ormai indispettita: «..Ha alcuna importanza adesso?» Senza degnarlo di uno sguardo fece un cenno di saluto con la mano e s’avviò a passo volutamente lento verso l'uscita. Una parte di lei, desiderava fortemente che l’uomo la inseguisse, bloccandola per un braccio, ma sapeva anche che l’umano era troppo orgoglioso per fermarla…
Di fatti, Sayrus restò fermo sul davanzale della finestra, con i piedi incrociati, la sinistra nella tasca e la destra che reggeva il calice, il capo chino su di esso ed un’aria alquanto divertita: «La stessa..» Replicò con noncuranza «..Ed è un saluto, questo?» Chiese poi con innocenza, guardandola andar via.
Emma non volle o non le fu possibile ascoltarlo. Ormai era all'ingresso e s’avvertì nel salone solo il *clang* del pesante portone in ferro che si richiudeva. Il sole era alto nel cielo, e si schermò il viso guardando l’orizzonte completamente bianco.
Per tutto il tempo, l’umano restò fermo ad osservarla mentre s’allontanava. Sorrise. Così corse alla porta, l’aprì di scatto, la salutò «A presto Emma!» e la richiuse davanti ai suoi occhi, mentre il rumore delle mandate riempiva il silenzio lasciato nella stanza. “Voglio vedere come rientra” Pensò, mentre appose un fermo alla porta.
Lei si voltò, iniziando a ridere. Una risata che si estese in tutto il viale ghiacciato mentre sentiva i marchingegni in ferro muoversi per sbarrarle l'ingresso. “Come se avesse alcuna importanza, ormai..” Ripeté a se stessa, senza smettere di sorridere. “Non penserà davvero che userò dei troll per sfondargli il cancello?!” Tornando seria trattenne a lungo il fiato nei polmoni, per poi rigettare l’aria dalla bocca come se stesse togliendo un peso immane dal corpo. Rimase a fissare la neve a lungo, giocherellando con la chiave di Cassandra.
«Addio Sayrus..» Sussurrò infine, gettandola nella fontana ghiacciata. Malinconica si avviò verso le foreste, creando un piccolo tunnel nella neve alta.
L’ex barbaro gironzolava per casa con il calice di vino nella destra: “È così... Vuota...” Sbuffò, per poi andare a sprofondare nella poltrona attendendo che il sonno l'assalisse…


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EPISODIO V

~ Happy Hours ~

Nihal, spaparanzata su un sofà il cui tessuto rosso fuoco spiccava in tutta la sala dell’Ordalia, sbadigliò vistosamente, stiracchiandosi. Emma Norton si fece viva dopo qualche giorno passato tra i ghiacci di Polareia e i fuochi infernali del Regno di Ramius. Carica di forti emozioni che la spingevano a voler scaricare tutta la sua aggressività, entrò in casa senza far rumore e scomparve dietro la porta della sala d'allenamento. La drow schiuse un occhietto in direzione della padrona di casa, che come una saetta era scomparsa nella palestra. Sogghignando, si alzò per seguirla. La mezzo-demone si svestì, rimanendo con indosso una tuta aderente e cortache le permetteva di muoversi con facilità. Abbandonando su una panca la sua armatura e Morte, la sua spada, al centro del dojo cominciò la sua meditazione quotidiana. Socchiuse gli occhi e si concentrò, cercando di trasformare la sua rabbia in forza e l'istinto per divenire un tutt’uno con il corpo. La Sinuosa appoggiò una mano sulla pesante porta in legno, sporgendo la testa nell'enorme salone attrezzato sulle pareti di armi d'ogni genere: «Mia Signora!» la chiamò. Sobbalzò e si morse un labbro, nel vedere la guerriera concentrarsi, ma non poté resistere. Si avvicinò lenta, saltellando quasi con fare canzonatorio, si chinò in avanti sussurrandole: «…Oh, quante cerimonie per un po’ di sangue! Suvvia, alzatevi e battetevi con me!»
Emma rimase immobile. Sapeva che la preda si sarebbe avvicinata lentamente verso il cacciatore: era solo questione di tempo.
Druss entrò in casa dopo alcuni giorni di assenza… Frenetica l'ultima volta che aveva lasciato l'Ordalia. Si guardò in giro in attesa che William si presentasse a prender il suo manto. All'arrivo del maggiordomo sospirò alquanto spazientito: «Era ora! Non avvisate la signora che sono in casa…» Lasciò il mantello nelle mani del domestico e dopo uno sguardo fugace alla stanza degli allenamenti, si mosse silenzioso e furtivo sulle scale che conducevano alla sua camera, dietro alla quale scomparve.
Nihal socchiuse gli occhi e si pose esattamente di fronte alla donna incrociando le gambe. Viso contro viso, ma Emma aveva gli occhi chiusi. Unì le labbra come a volerle dischiudere su quelle della guerriera, quindi le distese in un bel ghigno ferino. Estrasse l'arma e la usò per fare perno e rialzarsi. Sapeva che il rumore provocato dalla lama uscita dal fodero avrebbe attirato l'attenzione di Emma, ma era il suo intento farsi notare. Puntò dunque l'arma verso di lei: «Vi do quattro secondi per alzarvi. Dopodiché tenterò di trafiggervi la carotide con la mia spada» Disse calma.
Se la mezzo-demone si fosse tradita ridendo, avrebbe mandato a vuoto gli insegnamenti di una vita. Peggio, Haiji il suo precettore delle ombre, si sarebbe rivoltato nella tomba. Così rimane in silenzio e cominciò a contare a mente: “Tre…”
L’elfa oscura sibilò facendo schioccare la lingua. Sventolava l'arma per aria, impaziente ed eccitata «Due secondi, Madama Norton» Passò un altro istante e scosse il capo, ringhiando sordida con la gola «Uno…»
“Uno…” Ripeté la cacciatrice all’unisono. Aprì gli occhi e poggiò la destra sul pavimento di legno, facendo avanzare la gamba sinistra verso quella di Nihal, per farle perdere l'equilibrio. Quando la drow era a terra poggiò la destra sul suo petto e guardandola compiaciuta le sussurrò: «Salve milady, da quanto tempo…»
Presa alla sprovvista, Nihal fece appena in tempo a riappoggiare l'altro piede per terra, facendo qualche movimento di assestamento per non cedere, ma purtroppo la caduta fu inevitabile e si ritrovò con lo stivale di Emma sotto il collo: «Toh, salve!»
Emma sedette comodamente sul ventre della donna, incrociando le braccia e studiando la spada dell'avversaria: «Oh, che ferro vecchio!»
Nihal iniziò a strepitare: «Vogliate farmi la cortesia di alzarvi? Pesate un quintale!»
Lady Norton rise di gusto: «Peccato, stavo così comoda.. Mi stupisce il fatto che una drow possa essere.. Così… Morbida.» Si spostò di lato, rimanendo in guardia pronta a ricevere una reazione improvvisa, mentre l'elfa nera si rialzava.
La Sinuosa si riassettò il corpetto, un po’ stropicciato ai bordi, e rigirò l'elsa della spada nelle mani, facendola ruotare su sé stessa: «A voi il primo colpo, Madame. Non sia mai detto che Nihal la Sfregiata è una drow sleale!» Mentì, sogghignando con le sopracciglia corrugate e unite tra loro a formare un'espressione malvagia. Si mise in posizione di difesa, e sollevando la mano sinistra invitava la donna a battersi.
Emma mostrò i palmi vuoti: «Aspettate che prenda qualcosa per difendermi, allora…» Dietro di lei una rastrelliera conteneva svariati tipi di armi, dalle più semplici alle più esotiche. Decise che una spada lunga non troppo affilata andava benissimo per l'allenamento e slacciate le cinghie che la tenevano salda al muro fece roteare l'arma nella mano, cercando di abituarsi al nuovo peso, leggerissimo in confronto alla sua Morte. Poggiò il pomolo sulla mancina, e la destra strinse l'elsa. Leggermente curvata in avanti a passi cadenzati si avvicinò a Nihal, decisamente rilassata rispetto alla mezza', che anche durante un semplice duello pareva non perdere la sua rigidità nell'espressione del viso e nei movimenti, mentre lenta, avanzava… tesi i muscoli. Alla distanza di un metro saltò in avanti e schermando metà busto con la sinistra caricò la spada pronta a colpire. La drow sfoderò un bel sorriso di gioia, parando il contraccolpo piuttosto forte, la cui pressione la prese alla sprovvista: «Perché avete preso questo ninnolo? Combattete con la vostra arma e sarete tutt'una con essa! ..Morte vi sta chiamando!» Sussurrò, affondando in avanti col corpo e con l'arma. La cacciatrice, non ancora a terra, deviò la spada rivale e sferrò un calcio nella parte del corpo non protetta di Nihal, tornando accovacciata sul legno del pavimento: «Morte è pericolosa, Milady… Non è più una semplice spada…» Si rialzò velocemente, prima che restar di spalle all'avversaria potesse esserle fatale.
La Sinuosa si piegò lievemente nel punto in cui la donna la colpì: «Ouf… E chi ha detto che gli allenamenti non lo sono?» Ribatté sprezzante, riprendendosi in fretta e caricando una nuova serie di assalti veloci, non troppo pesanti, stando bene attenta ai tiri mancini di Emma. L’amica sembrò trovarsi alla sprovvista quando la bella elfa oscura cominciò la sua sequenza che, sapeva per certa, era una delle sue mosse migliori. Affondi rapidi e ben mirati, pochi li avrebbero schivati, il fatto che difettassero di potenza era solo un vantaggio in certi casi, perché ne guadagnavano in velocità. Leggere perle di sudore cominciarono a scendere sulla fronte della semi umana mentre cercava di tener il conto dei colpi e di respingerli come meglio poteva, cercando di trovare il ritmo della danza di morte di Nihal.
«Mia signora, siete come sempre affascinante, anche in duello…» Esclamò la drow, e fulminea scattò in avanti con la lama. Emma alzò la propria parando il colpo e le due si incrociarono stridendo, levando per aria qualche scintilla ululante. Il respiro della donna si fece affannato, ora che lo scontro si stava scaldando, e fissando negli occhi la donna dai lineamenti umani mormorò: «…Se capita occasione, non frenatevi dall'uccidermi. Ci penserà France a ripulire il tutto» Rise, contraendo i muscoli degli avambracci per sostenere la forza contrapposta dell'arma di Emma, che spinse per non cedere.
«Se l’avessi voluto…» Frusciò penetrando nella mente dell’avversaria come un pensiero rubato al demonio «Avrei usato Morte per rubarvi l'anima… Ma il vostro spirito è così lucente che avrebbe sciolto gli altri spiriti che dimorano nell'elsa…» Ritrasse la spada tornando nella posizione iniziale, contraccambiando lo sguardo intenso: «Non sono favorevole agli sprechi…» Mormorò, passando la lingua sulle labbra rosa pesca, gustando le gocce saline che rigavano il suo viso.
La scura sogghignò, facendo un piccolo balzo all'indietro e allontanandosi di un metro dall'avversaria «Onorata…» Fece un profondo inchino, mostrandosi totalmente invulnerabile, e aspettò.
Per un attimo Emma parve impietrita, e solo le iridi vermiglie che si muovevano da destra a sinistra ingannavano sul fatto che stava solo riflettendo su come agire. Presa una decisione, fece leva sulle gambe e lanciò la spada per aria che cominciò a vorticare su se stessa creando un moto ellittico. Prima che raggiungesse l'altra parte della gittata, la ragazza scattò in avanti correndo verso la drow e abbastanza vicina penetrò la sua guardia con un pugno in pieno viso ed una ginocchiata, per poi recuperare la spada e parare l'attacco repentino dell’elfa nera che strozzò un gemito in gola in seguito all'attacco dell’avversaria, pur tuttavia aspettandoselo… Se non così potente. Sforzandosi di non perdere l'equilibrio e cadere per terra, l’arma le sfuggì di mano. Emma era pronta a deriderla, lo sapeva… Ma approfittò di quel secondo in cui la donna prendeva fiato, non aspettandosi la caduta, per rotolare su un fianco, a pochi centimetri dalle ginocchia di lei, e veloce con un colpo della gamba le abbarbicò i piedi, costringendola a perdere l'equilibrio e cadere. Recuperando velocemente la spada la impugnò, e accovacciata aspettò la prossima mossa della sfidante, mordendosi un labbro e respirando quasi a fatica. Tossì un paio di volte a causa delle maledette fitte al petto di cui, era certa, erano in pochi a saperlo. Rendendosi conto di essere troppo vulnerabile a un improvviso attacco della cacciatrice, pronta a vendicarsi, Nihal indietreggiò col fiato mozzo, certa che lei non si sarebbe fermata di fronte a qualche sputo di sangue. Ma Emma arricciò il naso: aveva sentito troppe volte quell'odore ferroso per non accorgersene. Non capiva come avesse fatto la Sinuosa a perdere del sangue, ma poco le importava. Non era sua intenzione ferire gli avversari quando si trattava di una sfida amichevole. Si rialzò, s'accorse che, mentre cadeva, poggiando le mani per terra per non sbatter la faccia, aveva lasciato la presa sulla spada che era slittata oltre il dojo. Sorrise, mentre si voltava e stringendo i pugni le si avvicinava rapidamente come per approfittare della sua debolezza… Sembrava che volesse colpirla alla bocca dello stomaco ma prima di incassare il colpo aprì dolcemente la mano e la issò caricandola sulle spalle, mentre l’altra si dimenava furibonda e lasciava cadere la sua arma: «Per oggi basta così, andiamo a fare un bagnetto mia cara… Puzziamo come due capre della prateria del gran mercato di Athkatla.» La sobbalzò un pochetto per bilanciare meglio il suo peso sulla spalla destra e si incamminò verso le scale. Nihal sorrise, mordendosi il labbro inferiore. Sapeva che prima o poi Emma avrebbe fatto domande inopportune su quel sangue, ma si arrese senza dir nulla.
Druss uscì dalla camera e discese dal primo piano, pronto ad uscire.
Sayrus, con passo lento, s'addentrò sull'acciottolato che portava fino all'Ordalia. Restò fermo sulla porta, indugiando qualche secondo, per poi decidersi ad aprirla, ed incrociò il ladro gentiluomo: «Druss! Che ci fate dietro la porta come un maggiordomo? ..William è sparito forse?» Sorrise.
Il ladro s’avvide dell’uomo appena arrivato e dei rumori dietro di sé: le due donne uscivano dalla sala degli allenamenti e decise quindi di voltarsi un attimo a guardarle. Tornò di nuovo verso Sayrus: «In verità stavo uscendo… Ma quelle due pulzelle mi hanno incuriosito.» Disse indicando le due giovani.
Lady Norton saliva le scale, sentì qualcuno chiacchierare alla porta, ma le venne difficile voltarsi per capire chi fosse, così domandò a Nihal, che aveva la testa tra le mani con i gomiti poggiati sulla sua schiena: «Milady, chi c'è alla porta?»
«Sembrano essere un bastardo e un infame…» Sogghignò la drow.
«Allora, tanto vale proseguire per le scale…» Inspirò la cacciatrice e riprese la salita.
L’uomo osservò Druss, poi le donne dietro di lui, e s'avvide che Emma e Nihal stavano salendo di sopra. Tornò a mirar lo sguardo del ladro e sorrise.
L’altro restituì il sorriso complice all’avvocato e portandosi di lato gli indicò le scale con un gesto della mancina: «Dopo di voi…»
«E come darvi torto?» Borbottò. Fece cenno a Druss di farlo passare ed una volta entrato richiuse la porta dietro di sé. Una volta dentro, gli fece segno di avvicinarsi al suo orecchio e bisbigliò piano: «Fate ben attenzione alle mie parole…»
Emma, arrivata al corridoio, si fermò di nuovo per domandare: «Ehm.. La vostra camera? A destra o a sinistra? E quale delle cinque di fila?»
«Ecco. La seconda sulla sinistra…» Indicò la drow col dito.
«Tsk… Allora siete tra Stormbringer e Durlindana…» Osservò la padrona di casa. Avanzò verso la porta mentre l’altra stava attenta a schivare i vasi e le credenze alla spalle della mezza’.
Sayrus, nel frattempo, continuò a spiegare il tutto a voce molto bassa, ed infine chiese: «Siamo d'accordo?» Druss rise e accennò di “si” con la testa aspettando che l’altro lo precedesse.
Con la mano libera, lady Norton aprì la porta posando Nihal a terra. Sull’uscio, ricordandosi dei due uomini in giro per la casa, richiuse a chiave. Andò verso il balcone, sciogliendo il nodo che legava le tende per far entrare la luce nella stanza che di colpo diventò soffusa.
L’ex barbaro s'avvicinò alla porta d’ingresso e la richiuse a chiave con tre movimenti flemmatici e scanditi l'uno dall'altro. “E una è fatta..” Pensò, controllando poi che le finestre del piano fossero ben chiuse e dopo aver fatto cenno al ladro di seguirlo, prese a salire le scale. Druss ghignò malevolo dopo aver aiutato il suo complice a serrare le finestre; lo seguì sulle scale che portavano al piano superiore, accarezzando l'elsa della sua spada corta.
Emma si chinò su un armadietto attaccato al guardaroba dove c'era una serie di boccette che contenevano medicinali d’ogni tipo. Ne estrasse una il cui liquido era trasparente e picchiettò il vetro che lo conteneva per poi romperne il fragile tappo e versare il miscuglio in un bicchiere.
La Sfregiata si appoggiò sul bordo della vasca, svestendosi del corpetto zuppo di sangue: «Che roba è?» Con un cenno, indicò la boccettina.
«Bevete.. è contro le emorragie..» Sussurrava alla drow senza farle domande su cosa le avesse provocato quei disturbi.
Nihal afferrò la stoffa di lino e si fasciò il petto per non restare troppo scoperta. Scosse il capo: «No Emma, non serve. Davvero.» Si liberò degli stivali gettandoli dietro il paravento, si sgranchì il collo e proseguì: «…Non vi sono pozioni e magie da ciarlatani per liberarmi da… Da… Oh, insomma. Non berrò nulla!» Tagliò corto.
S'interruppe sentendo un fruscio lieve fuori dalla porta. Si girò in direzione d'essa ma nulla sembrava muoversi. Tuttavia non pareva troppo rilassata, e non smise di stare in guardia.
«Come volete. Serve solo a non farvi morire dissanguata, coagula il sangue. Nulla di magico…» Poggiò il bicchiere sul comodino vicino al letto, la mezzo-demone, cominciando a spogliarsi e creando una montagnola di panni da lavare che avrebbe provveduto a portare nei sotterranei dopo il bagno.
L’altra rimase sul bordo della vasca, descrivendo a piedi nudi arabeschi sul pavimento gelido.
Sayrus, già al secondo piano, entrava nella sua stanza e cominciava a cercar qualcosa alla rinfusa, scaraventando panni e oggetti qua e la per la stanza, fino a quando, finalmente, si ritrovò tra le mani l'oggetto a cui tanto ambiva: «Perfetto!» sibilò fra i denti, mentre veloce discese le scale per andar alla ricerca di William. Lo trovò indaffarato nelle faccende di casa e dopo essersi a lui affiancato domandò con aria innocente, giocherellando con il pugnale in bella mostra: «Hey Willy, mi servirebbe un piccolo favore… Andresti di sopra a chiamare Emma?» Il maggiordomo sembrò restio ad accordare la richiesta appena fattagli, ma dopo aver visto ancora una volta la lama del pugnale tra le mani dell’uomo, che cinicamente mimò uno sgozzamento, si convinse e salì di sopra.
Lady Norton si avvicinò a Nihal, chinandosi sul bordo della vasca; per gioco le schizzò abbondanti getti d'acqua con la mano, mentre distese un sorriso sul suo volto da ragazzina vivace.
Il compare di Sayrus si mosse lesto e silenzioso dentro la camera accanto a quella delle donne, quindi da buon ladro rimase dietro la porta aspettando il complice che risaliva con la sorpresa. Quando vide arrivare i due, fece segno a William, ormai in ostaggio, di avvicinarsi alla porta, mentre estraeva silenziosamente la sua lama in modo che nulla si sentisse.
L’elfa oscura tossì un paio di volte: «Dov'è quella boccetta, avete detto?» Domandò digrignando i denti, innervosita; si riparò dagli schizzi d'acqua, sorridendo un po’: «Si, un attimo. Ho capito, volete fare il bagno con me» Rise «…Ma la boccetta?»
«Sul quel piano..» Emma indicò il tavolino col cassetto poco distante ed immerse i piedi nell'acqua tiepida.
Il maggiordomo sembrò indugiare proprio quando gli sarebbe bastato bussare e annunciarsi: fissò alternativamente prima Sayrus e poi Druss, incerto sul da farsi: «Forza!» Intimò il primo, un fil di voce impercettibile ma sì chiaro al poveruomo che si fece coraggio e bussò.
«Hum…» La cacciatrice sentì il doppio colpo al legno e con tono tranquillo domandò dall’interno della stanza: «…Chi è?»
L’altra donna fece per prendere la boccetta, alzandosi, ma s’interruppe sentendo bussare. Si avvicinò alla porta, a piedi nudi, e attese una risposta.
Druss fece segno con la testa a William di parlare e spalancando gli occhi gli fece capire di non fare stupidaggini: «Altrimenti…!» Sibilò, roteando il polso che brandiva l’arma.
Il domestico sembrò non voler spiccicare parola o averla persa del tutto. Allora, alquanto spazientito, il barbaro portò il suo pugnale alla gola di William, intimandogli di parlare con la voce più naturale possibile: «Mia signora, ho una missiva per voi, non è firmata, ma mi hanno detto che è di vitale importanza e che dovevo recapitarvela subito…» Deglutì, una volta convintosi a parlare sotto minaccia. Attese, sperando che le donne aprissero.
La più vicina appoggiò la mano sulla maniglia della porta, l'altra sul dorso in legno: “Hmm..” Si girò verso Emma come attendendo un cenno. La cacciatrice alzò un sopracciglio per poi aggrottare la fronte e cercare di immaginare chi potesse averle recapitato una lettera urgente. Rimase perplessa ma fidandosi del maggiordomo che conosceva da molti anni, si alzò per bisbigliare a Nihal qualcosa, che annuì e fece per aprire la porta.
Non appena i due dimoranti sentirono che la maniglia stava per abbassarsi, si scostarono dietro la parete, lasciando solo il maggiordomo davanti l’uscio, e pronti a mettere un piede fra la porta e gli infissi in qualsiasi momento.
Emma sorrise mentre si precipitava sulla cassapanca, andando in cerca di qualcosa: “Ma dove l'ho messo… Ah, eccolo” Estrasse un lungo tubo di gomma che andava a collegare alla bocca della fontana che sgorgava l'acqua nella vasca, tappando con la mano l'altro capo in suo possesso; aspettò che si creasse una pressione all’interno della cavità. Rimase di lato al muro della porta, spettando che il maggiordomo entrasse per schizzargli l'acqua: «Cielo, se non mi divertivo così da quando ero una bambina…! Lasciate che entri e lo riempiremo d'acqua dalla testa ai piedi!» Bisbigliò all’altra, trattenendo una risata.
La drow bloccò con entrambe le mani e un piede la porta. Non appena scorse il maggiordomo ringhiò: «Beh, la lettera?» Poi si girò osservando Emma ad occhi sgranati: con la bocca fece come per sussurrare “Che diavolo fate?”, quindi ritornò a posare lo sguardo sul maggiordomo, che sembrava strano.
Sayrus mise immediatamente il piede fra la porta e il muro, e spingendo con veemenza su di essa sbraitò «Eccola la lettera!»
«Dannaz…!» Nihal perse l'equilibrio e cadde all'indietro, scivolando pesantemente sul pavimento prima di rendersi conto di cosa stesse accadendo. Emma, inizialmente stupita di trovarsi di fronte l’uomo inatteso, non perse tempo e con un ghigno severo liberò il forte getto d'acqua verso l'umano appena entrato: «Ops.. la lettera si è bagnata..» lo schernì.
Sayrus lanciò velocemente un'occhiata alla stanza, prima di ritrovarsi di fronte alla ragazza nella vasca con un tubo in mano e un'idea sicuramente poco rassicurante in testa.
L’elfa nera, gattonando veloce sul pavimento, un po’ scivoloso per l'acqua che vi gocciolava sopra, si spostò dall'altro lato della stanza per evitare possibili guai. Afferrò il primo panno che vide e lo lanciò ai piedi di Emma: «Copritevi, cretina!» Le sussurrò a denti stretti.
Sayrus si ritrovò bagnato dalla testa ai piedi, mentre lanciò un'occhiataccia di disapprovazione verso Druss, rimasto tranquillamente dietro la porta. Poi restò a fissar le donne: «Che spettacolo interessante…» Replicò divertito. Non curandosi della seminudità di Nihal si avvicinò all’altra, completamente svestita, senza distoglierle lo sguardo dagli occhi «Ha ragione la Drow… Copritevi. E poi verrete con me…» Non continuò la frase, lasciando intender cosa volesse dire, e senza mai calar lo sguardo sul suo corpo privo di vesti.
Lady Norton abbrancò il telo, coprendosi alla meno peggio, mentre sgranava gli occhi verso Nihal che non era certo in condizioni migliori delle sue. Non avrebbe voluto lasciarla sola, sapendo Druss nei paraggi, ma il ladro era sparito nel corridoio, correndo dietro William che aveva approfittato dell'attimo di distrazione per fuggire a gambe levate. Così cercò infine con gli occhi la drow, per raccomandarle: «Chiudetevi bene, non vorrei che qualcuno entrasse di nascosto nella vostra stanza... E non dimenticatevi di bere la medicina.» Guardò Sayrus e gli fece cenno di seguirla, allontanandosi dalla camera. Girato il corridoio, aspettò che anche l’uomo fosse entrato con lei nella stanza: «…Cosa volete?» Chiese con aria altezzosa e leggermente seccata, richiudendo a chiave.
«Voi…» Asserì l’uomo.
“Me la sono cercata…” Pensò sbuffando, se pur rise della risposta, forse fin troppo ovvia. Scomparve dietro le ante aperte dell'armadio in cerca di una vestaglia con cui coprirsi: «Non vi appartengo e lo sapete bene…» Mormorò, sdraiandosi sul letto.
Lui restò fermo sull'uscio, senza avvicinarsi, o fare alcun altro movimento: «Lo so bene… Ma vorrei che lo foste.»
«Come mai siete qui? ..Dico, vi siete preso la briga di far un viaggio così lungo da Polareia solo per una.. *donna*…» Volendo alludere all’ultima conversazione poco piacevole.
«Si…» Affermò con tono della voce smorzato. Mise una mano in tasca, le si avvicinò, si chinò verso di lei per sfiorarle le labbra, ma si limitò a baciarle la gote. Lasciò una chiave di rame sul comodino e s'allontanò senza tanti convenevoli: «Sapete dove trovarmi se mai vorrete…»
La mezzo-demone fremette leggermente al bacio di Sayrus. Un peccato più grande aver resistito al desiderio si sfiorare le sue labbra quando poteva, o forse sarebbe stato più peccaminoso abbandonarsi a quella tentazione che sapeva, ormai, di non poter a lungo rifiutare? Ma scuotendo il capo e carica d’orgoglio non badò alla chiave, affondando parte del viso sul cuscino: «Certo, certo. Se mai vorrò… Richiudete la porta quando ve ne andate.» Borbottò e si rannicchiò nel letto e fece per prender sonno.
«Si… Se mai vorrete.» Sussurrò mesto l’avvocato, prima di chiudere la porta dietro di sé e sparire.
La cacciatrice aprì lentamente gli occhi. Era già buio e il sole sembrava tramontato da un pezzo. Velocemente si lavò e andò in cerca di qualcosa da mettere nell'armadio. Bibi non aveva finito di rammendare la sua armatura, e la mezza’ si vide costretta per l'ennesima volta ad indossare abiti civili. Trovò per caso la mantella bianca, in pelle di daino, e nonostante il clima fosse più mite decise di indossarla ugualmente. Per qualche attimo rimuginò interdetta al luccichio della chiave in rame, la chiave di Cassandra… Per poi prenderla ed infilarla nella tasca del soprabito. Infilò veloce un paio di stivali pesanti e richiudendo la porta scese veloce le scale ed uscì di casa. Arrivata vicino al cancello deviò per la stalla, salutò Vansen e salì su Bucefalo; partì spedita imboccando la via delle foreste: era tempo di caccia all’uomo…


~ La Vendetta di Sayrus ~

Dopo tempo immemore, Sayrus rientrò nella sua dimora. I giorni trascorsi a Moravia, ospite del ghoul, gli avevano schiarito le idee e con esse se n’erano andati tutti i dubbi che l'attanagliavano... Era tornato il vampiro di sempre.
Sopraggiunse lentamente nell'androne principale. Restò a riammirar gli arazzi e i quadri che adornavano l'ampia sala, squadrando quei volti dipinti uno ad uno, mentre un velo di malinconia e tristezza si appianò sui suoi occhi: «Servi di Zaon... Spero che almeno voi ve la stiate passando meglio, lassù...» Sorrise mesto «O laggiù...». Con passo frenetico si fiondò verso il piano inferiore, deciso a rievocar parte di quei gloriosi tempi. Danag era come al solito fermo sull'entrata della stanza, freddo e duro come solo un gargoyle poteva essere. Lo toccò sulla spalla destra, come per smuoverlo, inutilmente, ed allora esordì: «Forza Danag, sono Io... Fammi entrare..» A quelle parole le palpebre si schiusero lentamente e le nere iridi che celavano s’iniettarono nel folle sguardo di Sayrus, che, compiaciuto, attese che il suo ultimo compagno si destasse completamente. Contemporaneamente, un lieve rintocco si propagò nella stanza superiore, sicuramente sintomo di qualcuno al di fuori di Cassandra: «E ora chi è?» Si chiese, mentre lesto si riavviò per le scale che portavano all'androne.
Lady Emma Norton, come di parola per quanto ante detto in prigione al suo avvocato, procedette verso il portone di Cassandra soffermandosi come sempre a contemplare la statua della donna. Bussò delicatamente, aspettando risposta.
Dopo sei minuti Sayrus si ritrovò innanzi alla porta, aprendola: «Chi..» E la domanda parve morirgli in gola, alla vista di Emma.
Lei alzò un sopracciglio: «Non fate quella faccia sorpresa, mio signore. Vi avevo già avvertito della mia visita.» Sbottò da sotto il cappello che ampio le copriva il viso. Il codino ch’era riuscita a farsi con quel po' di capelli rimasti lunghi, dopo un taglio netto durante uno scontro, era del tutto simile a quello di un giovane ragazzo, dandole l'aria d’esser più un garzoncello che una dama. Non aveva armi con sé, e più che vestiti signorili indosso aveva pantaloni stretti e stivali pesanti, una lunga giacca di montone e, sotto, un corpetto in cuoio fornito di vari lacci sopra ad una leggera camicia di seta. Sfilò i pesanti guanti dalle mani e li porse al cainita insieme al suo cappello e alla giacca, come se fosse stato un facchino. Entrò in casa sfregandosi le mani, scrutando le statue che come al solito parvero rivolgerle uno sguardo inquisitore. Voltandosi poi verso il vampiro e sorridendo aggiunse: «..O ve ne eravate dimenticato?»
Il figlio di Moravia restò di sasso davanti la porta con guanti, cappello e giacca in mano. Torse il busto verso la donna e replicò «No, affatto, ma non credevo arrivaste a quest'ora..» Richiuse con il tacco la porta, s’avvicinò ad una poltrona e apri le braccia, lasciando cadere gli indumenti su di esso disordinatamente: “Non sono un maggiordomo, io...” Borbottò tra sé. Improvvisamente un'espressione di puro terrore si stagliò sul suo volto: «Dannazione!» Imprecò sottovoce. Volse verso la ragazza, ordinandole «Non muovetevi da qui, per nessun motivo!» e con furia si lanciò per la scalinata che portava ai piani inferiori.
La cacciatrice aggrottò la fronte per un attimo. Quasi sorpresa lei stessa, si voltò in cerca di un orologio: conoscendosi, non aveva orari…
«Perché? Che ore sono?» Ritornò all’ingresso ed aprì la porta. S’avvide del buio pesto e delle tre lune che stavano lentamente calando. Annuendo leggermente aggiunse: «Ah… È notte fonda. Va beh, pazienza..» E fece spallucce, richiudendola «Siete un vampiro, no? Mica dormite di notte.. Ehm... Sayrus?!». L'uomo era sparito. Storse la bocca in una smorfia e si diresse verso il salone. Pugni poggiati sui fianchi, fece schioccare la lingua sui denti cercando un qualcosa da fare per ingannare il tempo aspettando che tornasse il proprietario di casa. Subito la sua attenzione cadde su una credenza dov’erano conservate diverse bevande alcoliche. S'accostò alla vetrinetta, che però era chiusa, e girando sul tavolo di fianco alzò un posacenere e per pura fortuna trovò la chiave; aperta la piccola teca agitò le dita della destra cercando una bibita che potesse fare al caso suo. Ne stappò qualcuna, annusandole a caso, ed infine trovò una piccola boccetta rossa; ad una prima occhiata pensò subito che si trattasse di sangue... La strana fragranza speziata la convinse e decise di dedicarsi a quella. La stappò e la bevve tutta d'un sorso, senza chiedersi perché la bottiglia fosse così piccola e solo dopo averla svuotata ne comprese il motivo. La testa cominciò a girarle vorticosa e la boccetta le sfuggì di mano, frantumandosi a terra. Indietreggiò cercando di trovar un appiglio, prima che cadesse all'indietro.
Sayrus risalì le scale affannato, dopo la frenetica corsa. Scorse Emma intenta a cercar qualcosa. Il fiatone gli impedì di parlare scioltamente ed abbozzò un: «Cercate*hanf*… Qual*hanf*… Cosa?»
La mezzo-demone si appoggiò al bracciolo di una poltrona, con ambo le mani, e con un occhio chiuso e l'altro semiaperto si rivolse al cainita: «Sa.. Y.. Rus?» E cominciò a singhiozzare.
Alla vista di quella ridicola scena scoppiò in una fragorosa risata. Scorse la bottiglietta frantumata a terra ed apprese che la ragazza aveva ingurgitato un potente assenzio aromatizzato: «Voi.. Siete... Pazza!» Affermò singhiozzando non riuscendo a trattener le risa: «Forza, venite qua…» Si avvicinò alla ragazza e se la coricò in grembo, salendo le scale che portavano alle camere. Giunto innanzi alla sua porta, la aprì con un debole calcio e la distese sul letto: «Non alzatevi, per l'amore di Dio»
«..Quale dio?» Mugugnò l’altra «..Il mio o il vostro?»
«Mah, uno vale l'altro..» Sospirò «Allora, come mai avete bevuto quella roba? ..Per affogare i problemi nell'alcool?»
«Eh no! Non è la stessa cosa! Non rimango sdraiata per il vostro dio!» Ribatté Emma e fece per alzarsi, ma la mano di Sayrus rimase ferma sulla sua spalla, minacciandola con gli occhi, e sbuffando si ridistese sul letto incrociando le braccia e guadando al soffitto: «No.. Cercavo qualcosa da bere per farmi compagnia, dato che mi avevate lasciato sola. Che credete, che sia una pazza ubriacona?!» Fece una risatina «E poi..» Portò l'indice alla bocca sussurrando come se potesse sentirla qualcun altro oltre all’uomo «Shhhhh! Per Honoo non si affogano i problemi nell'alcool, perché rimangono a galla! Son troppo leggeri e non riescono ad affondare!» E rise come una bambina.
Sayrus portò una mano sul viso e scosse il capo un paio di volte: «Povero me...» S’alzò, andandosi ad affacciare alla finestra. Poco dopo richiuse le ante tornando vicino la donna: «Honoo... Già, ha ragione lui.» Prese a disarmarsi liberandosi della pesante armatura «E poi, cercare compagnia nell'alcool… Beh, è deprimente.» Sorrise e lanciò l'armatura sul letto, facendolo oscillare per qualche istante: «Come va?»
Osservando con la coda dell’occhio l’affare che le rimbalzò accanto, per istinto s’irrigidì, issandosi di scatto con le braccia e poggiandosi alla spalliera del letto. Rannicchiò a sé le gambe e rispose: «Non bene, non bene.. Ma non vomiterò sul vostro letto, se è questa la vostra preoccupazione.» Abortì un singhiozzo che poco mancò dall’affogarla: «E poi cosa c'è di male nell'avere per amica una buona bottiglia di alcool..» Ondeggiò la testa, sfiorando con le dita la sua immagine deformata dal riflesso sull’armatura «Ti tiene allegra, dove altri falliscono… No, mio signore. Non è affatto deprimente.»
«Se lo dite voi.. Sfortunatamente non sono mai riuscito a rallegrarmi con dell'alcool, ma si vede che con voi funziona benissimo...» Abbozzò un sorriso «Volete dell'acqua per caso?» Ironizzò.
«No!» Disse secca, «..E Perché, esiste qualcosa a questo mondo che vi rende realmente felice? A me non risulta. Siete difficile da accontentare, proprio come una donna.»
«Purtroppo è vero...» Il sorriso del vampiro s’appassì di colpo «Non vi è più nulla che mi rende felice. Non più ormai. Solo una cosa mi rallegra, talvolta… La sofferenza altrui…»
“Ecco, ora attacca con la storia del vampiro triste e solo…” Pensò Emma. Roteando gli occhi al cielo iniziò a prendersi gioco di lui: «Certo, certo.. Però non dite che non vi ho fatto ridere di sotto!» Si atteggiò facendogli una smorfia e la linguaccia.
«Come negarlo..» S'avvicinò alla ragazza, sfiorandole il collo con una mano. Il tocco gelido sembrò paralizzarla… Una sensazione agghiacciante.
“Che intenzioni avrà adesso…” Smise subito di far la sciocca, intuendo che qualcosa non andava. Puntò l'indice tremante della mancina contro il vampiro, socchiudendo gli occhi: «Co.. Conosco quello sguardo... Cosa avete intenzione di fare, succhiasangue dalla pelle di morto?» L’alcool ancora in circolo le annebbiava i sensi, ma non era per quello che improvvisamente i suoi occhi si riempirono di timore: per la prima volta nella sua vita si rese conto di aver abbassato la guardia. Si era fidata di qualcuno pensando di essere al sicuro, ed in realtà stava diventando una preda...
«..Che sguardo?» Replicò con aria infantile. Fece scivolare la mano sulla sua pelle, e lei alzò il capo, d’istinto, mostrando la gola scoperta. Le annusò il collo dal delicato profumo, mentre lei lo guardava piena di incertezze.
Con la sinistra, Sayrus scostò il colletto della camicia di seta andando a scoprire l'ambita vena in cui scorreva il sangue della donna… I segni che mostravano i loro recenti incontri erano ancora evidenti. Alla vista d'essi, gli occhi del vampiro mutarono repentinamente e lasciò affiorare i canini come guidato da un istinto animale, famelico... Sgranò le palpebre per poi socchiuderle, non appena i canini affondarono nelle tenere carni della mortale. Cinse le braccia attorno al corpo della cacciatrice, stringendola forte a sé in un passionale abbraccio. Il sangue sgorgò copioso, mentre il figlio di Moravia si nutriva placando la frenesia che recondita s’accresceva in lui.
Emma premette sul petto del vampiro, ma più cercava di liberarsi da lui, più la stringeva: «..Perché?» Gli domandò in un sussurro «Perché… Sayrus..» Le lacrime le rigarono il viso, fino a mischiarsi col sangue. «Perché mi volete dar la morte quando io.. Vi ho ridato.. La vita…» La morsa del vampiro vinse, e non riuscì più a parlare né a respingerlo. Inesorabili trascorsero i secondi, mentre l'energia e la vita parevano abbandonare il corpo della ragazza. Non una goccia di più del necessario, non fino a negarle l'esistenza... Quando l’abbraccio fu compiuto, s’allontanò da lei, e la lucidità dell’uomo sopraffatta dall’istinto famelico fece sì che il suo sguardo torvo e malvagio s'impiantasse sul volto e sul corpo insanguinato di Emma: «La... Vita...» Ripeté accecato dalla vista del sangue «Voi… Mi avete ridato... Solo... Nuova… Ed inutile...» Raccolse il fiato nei polmoni in un sospiro afflitto, prima di enunciare con voce quasi demoniaca la parola «Sofferenza». La guardò per un istante: «Ciò da cui io scappavo da tempo... Voi... Siete piombata nella mia vita per darmene ancora, ed ora la mia… Non-vita… reclama Giustizia...La Giustizia di Moravia… La mia Giustizia». Il sangue scivolò sulle violacee e fredde labbra del vampiro. La frenesia e la fame erano state placate ed ora la sua parte umana l'accusava di una nuova vittima… Forse l'unica a cui tenesse davvero. Spinto da un inesorabile rimorso, s'allontanò dalla stanza, lasciando la ragazza sul letto in un bagno di sangue. La strada per Moravia era lunga e la notte era piena d'insidie…
«Maestro...» Mormorò la cacciatrice, singhiozzando sul letto. Sayrus non l'aveva uccisa, ma ora sentiva il flusso vitale scorrere in lei e spegnersi lentamente… Non avrebbe ceduto al richiamo di Daikon, lo doveva fare per se stessa e per la persona che amava…
Solo Nether conosceva il segreto per tornare umani, una volta presi dal morso di un vampiro. Doveva raggiungerlo, ad ogni costo… Cadde dal letto, trascinandosi fino alle scale ove poggiata alla ringhiera le discese piano, e a tentoni cercò appoggi fino ad arrivare alla porta d'ingresso: «Bucefalo!» Gridò ed il suo cavallo comparve dalla nebbia annusando il sangue sui suoi vestiti. La ragazza non ce la fece a caricarsi sulla sua schiena, così fu il cavallo costretto ad abbassarsi e a permetterle di salire. «Nether..» Frusciò «Da Nether, veloce come il vento..»


~ Ritorno dalle Carceri ~

La drow, di spalle alla porta della propria camera, rovistò nella cassapanca accanto al letto, muovendosi un po’ impacciata. La porta era semiaperta. Ripose il mantello da viaggio chinandosi su di essa, quindi la richiuse con una piccola chiave che aveva estratto dalla tasca destra poco prima. In preda ad una forte fitta di dolore alla schiena e al fianco, imprecando contro Vordus, diede un calcio alla cassapanca e si accasciò sul letto, respirando affannosamente.
Sayrus, di passaggio nel corridoio, sentì un tonfo provenire da una camera più in la: si avvicinò silente e furtivo, pensando ad un assalitore. Estrasse svelto la spada e s'affacciò alla porta per vedere chi c’era all'interno della camera. Dalla sua posizione scorse solamente un paio di gambe, indi, una persona distesa sul letto e credendo fosse in fin di vita, entrò rapidamente fiondandosi sul letto, per poi accorgersi di aver preso un abbaglio: «Nihal…» Sospirò, rinfoderando la lama «Tutto bene?» Chiese facendo caso al respiro.
L’elfa nera si voltò di scatto, udendo una voce familiare: «Non propriamente..»
«Lo vedo…» Il vampiro deglutì «..Che avete?» Domandando serio.
Nihal alzò la mano come a schermarsi: «Niente di.. *coff* ..grave» Con voce strozzata fece cenno di chiudere la porta.
«Si certo..» L’uomo s'accostò per chiudere tornando poi vicino alla donna. Si sedette per terra, di fronte a lei, e chiese nuovamente: «..Allora? Che avete?»
L’altra fece una smorfia come a voler sminuire il tutto, quindi si accigliò domandando: «Perché mai ve ne preoccupate? Fino a pochi giorni fa volevate trucidarmi insieme ad Antares!»
Al ché l’uomo s’avvicinò ancor di più per sussurrarle all'orecchio «Voglio farlo ancora…» Tornando poi a debita distanza: «Ma nulla toglie che voglia sapere che male avete.»
La Sinuosa parve sorridere, ma ritenendo che non fosse opportuno il momento né la persona adatta divagò: «Una ferita al cuore. Un male non curabile, a quanto pare..» Sollevò il viso, mostrando il collo «Perché non approfittarne ora, per versare il mio sangue? Non vi temo… Anzi, vi attendo.»
Il cainita si scostò «Ferita al cuore eh? Bah… Fate come volete» e rise «A me le prede piace cacciarle, non trovarle mezze morte su un piatto d'argento» Parve riflettere, osservando il giaciglio «Beh, in questo caso su un letto…» Il tono di voce mutò radicalmente non appena s'alzò sussurrandole con voce grave: «Ma non preoccupatevi, Nihal… Non tarderò.»
Non poté fare a meno di sorridere, la Sfregiata, nel percepire la bramosia dell’uomo:
«Mio signore, non cambierebbe nulla. E ormai son mesi che attendo la vostra lama… Ma a quanto pare amate parlare senza agire. Oppure tardate troppo nelle vostre azioni, chissà… Ma prego, accomodatevi!» Indicò il letto con una mano «Tieniti stretto i tuoi amici, ma ancor di più i tuoi nemici...»
«Vi ho solo donato qualche giorno di vita in più, non credevo aveste sì tanta voglia di morire, per mia mano poi…» Ghignò sommesso avvicinandosi alla finestra; aspirò una profonda boccata d'aria per poi terminare in un'espressione contrariata: «Questa città non fa più per me, né questa casa a quanto pare. C'è troppa… Vita…»
«Oh, no, Sayrus» Nihal scosse il capo «La desolazione oramai permea ogni casa e spirito. Ma se la amate così tanto, potete ritirarvi attorno ai cimiteri di Moravia. Lì troverete di sicuro quanta più morte che in qualunque altra città.»
L’uomo accennò di ‘si’ con un lento movimento del capo: «Infatti è quello che farò. Stasera deciderò se tornare a Polareia o andare a Moravia, in fondo, sono entrambe desolate… A modo loro.» Andò a sedersi ai piedi del letto ove era coricata la drow, ed osservò con fare curioso la camera: «Carina questa stanza..»
L’elfa nera alzò le spalle: «Dite? Ho fatto di meglio. In casa di Druss le pareti sono tappezzate di chiazze di sangue. E da Kern avevo una decina di teste a decorare le librerie.» Pronunciò quei nomi senza soffermarsi sulle emozioni che le suscitavano, appoggiandosi allo schienale del giaciglio. Imprecò sobbalzando come se avesse toccato ferro rovente: “Maledette ferite… Arioch alleviami e rendi ancor più piacevole questo dolore…” Mormorò tra sé, con una smorfia.
Sayrus sorrise «Beh, credo che questo sia sicuramente meglio…» Si soffermò poi a pensare all'ultimo nome da poco rievocato: «Kern..» lo nominò «È un po’ che non lo vedo… Mi ha anche donato le chiavi di casa sua qualche tempo fa, ma non vi sono ancora mai passato.» Sorrise estraendo il mazzo di chiavi, ove era attaccata anche quella di Ade, dimora della drow, e fissando Nihal ipotizzò: «Va a finire che erano le vostre…» Lasciando la mano a mezz'aria e mostrando il ferro in questione.
Socchiuse gli occhi, la donna, osservando il mazzo di chiavi tintinnare nelle pallide mani dell’uomo. Distolse lo sguardo, oltre il suo viso, oltre la finestra: «Chissà. Può darsi…» Replicò freddamente.
«Si, infatti..» Si limitò ad aggiunger l’altro, infilando nuovamente in tasca il mazzo. Seguì per un istante lo sguardo della donna, oltre la finestra, per poi domandar senza distoglier gli occhi dal fatidico punto: «…Cosa guardate?» Il tono sembrò esasperatamente divertito, come se si stesse prendendo gioco della drow, come se in realtà, il suo unico scopo fosse quello di ucciderla… o forse no. Forse, si stava domandando veramente cosa guardava Nihal, forse lo intuì anche lei, forse, i pensieri che gli offuscavano la mente lo stavano facendo diventare pazzo: la certezza sembrava esser morta da tempo.
Nihal spostò lo sguardo negli occhi di Sayrus, perdendosi un attimo in quegli abissi di nera e scarlatta follia: «Niente. Non guardavo niente… E voi, cosa vi aspettavate che rispondessi?»
L’uomo spalancò le palpebre, contraccambiando lo sguardo della drow; i suoi occhi celavano una misteriosa follia e rispose con tono esaltato: «Niente, assolutamente niente!»
E l’inferma sorrise, guardando il soffitto immacolato: «Chissà. Magari ho sempre sbagliato sul vostro conto, Sayrus.»
«O forse avete sempre avuto ragione e state sbagliando ora…» Replicò, portando anch'egli lo sguardo sul soffitto.
La drow si lasciò sfuggire una risata sì debole, che però riempì la stanza. Stendendosi sul letto e portando gli avambracci dietro la nuca, incrociò le gambe e ribatté: «Credo che non avremmo mai una risposta. Se non vi dispiace, sarei molto stanca, ma se volete venire a farmi visita stanotte per tener fede alle vostre parole, fate pure, non chiuderò a chiave.» Sogghignò, chiudendo gli occhi.
Il figlio di Moravia si alzò e fece per togliere il disturbo: «No… Non stanotte» Sorrise «Non qui… Buon riposo Nihal.» Sussurrò prima di chiudere la porta.
Emma spalancò l’ingresso. Mentre ansimava per la corsa fatta, ringraziò la buona sorte che l’aveva assistita durante il processo. Si inginocchiò esultando, stendendo le mani al soffitto e sorridendo mostrò i canini della sua semi natura demoniaca e ciarlò a gran voce: «Elohim! Mio dio, grazie a te sono di nuovo a casa!»
Mentre scendeva le scale, Sayrus si imbatté nella sua assistita al processo e vedendola in ginocchio, con le mani protese verso l’alto domandò divertito: «Così contenta di vedermi, Emma?»
Per un attimo, la ragazza si rattristò del fatto che il suo maestro non avrebbe mai approvato la sua scarcerazione, non dopo tutti i crimini che aveva commesso… ed imbronciata si rialzò lentamente avviandosi alle scale. Guardò il vampiro, ma era troppo felice perché riuscisse a contraccambiare il suo sarcasmo, e poi doveva ringraziarlo per averla scagionata difendendola all’udienza: «Ringraziavo il mio dio che mi detesta forse più di voi…»
«Forse…» Mormorò l’uomo, allontanandosi dalla dimora.
«Ma… Se sono qui è anche merito vostro, “Avvocato” Sayrus… Se vorrete una ricompensa adeguata venitemi a trovare più spesso in camera!» Borbogliò a voce bassissima, sperando che non l'ascoltasse. Sghignazzò e salì le scale raggiungendo la sua stanza, dove l'unica cosa che voleva vedere era il suo grande e morbido letto. Nella sua camera trovò la scatola bianca che aveva pregato Bibi di ritirare dalla sartoria. In essa v’era il vestito bianco dai merletti rosa che appese ad un manichino al centro della stanza. Non aveva velo il suo abito, né maniche. Era semplice e leggero, lo stesso che aveva indossato moltissimi anni addietro… Far disegnare un modello simile a Deimos non era stato semplice. Sulla scrivania v'era un mazzo di girasoli, grandi e rigogliosi, mai visti di così belli in una stagione fredda. Si spogliò velocemente, indossando una tuta aderente e fasciando le mani con bende nere. Vestì ogni parte del suo corpo lasciando scoperti solo gli occhi. Prese con sé Morte e Caos e scese rapida le scale dirigendosi in piazza, a Romar…


~ L’ Ultimo Sangue ~

Nelle strade deserte della città umana Emma attendeva l'ultimo sangue che doveva versare per raggiungere il suo scopo. Voleva arrivare fino in fondo, stavolta. Erano passati tre lunghi anni da quando aveva per la prima volta ucciso in nome di Ramius: il più dei ricordi era stato rimosso dagli ultimi accadimenti, che avevano completamente affollato i suoi pensieri a tal punto da farle dimenticare i suoi anni più spensierati, vissuti tra le mura della torre del Middenheim…
Nether non tardò ad arrivare. S’avvicinò alla lady con passo strascicato e con indosso delle vesti in pelle ed un mantello rosso scuro: «Speravo non sarebbe stato necessario, ma i miei sforzi sono stati vani...»
La mezzo-demone, nera come la notte, si confondeva perfettamente tra le ombre. Solo gli occhi cremisi tradivano la sua presenza: «Cosa non sarebbe stato necessario?» Gli si volse interrogativa.
«Temo che lo scopriremo troppo presto... Ma lasciamo perdere, sei qui per uccidermi o sbaglio?» Chiese il planear con un sorriso vago sul volto.
«Sono qui per volere di Ramius, e chiedo la tua vita per arrivare alla fine di questa storia…» Sentenziò come una condanna.
Il conte la guardò negli occhi per un istante: «Concesso.» Sussurrò, sfoderando una spada corta. Digrignò i denti. I polmoni gli facevano un male del diavolo e ad ogni respiro il resto del corpo sembrava peggiorare… Non era in condizioni tali per poter combattere: «Non che abbia molta importanza in effetti... Siamo morti comunque, ma almeno lo siamo per nostra scelta.»
La cacciatrice d’anime socchiuse gli occhi. Da dietro la sua schiena la lama azzurra di Morte prese a dar quel chiarore che le tre lune non potevano infondere alle strade per via delle nuvole che oscuravano il cielo: «Perdonatemi maestro.. Ma non sono più la ragazza che avete conosciuto…» L'ultima lacrima del briciolo di umanità che le restava scese velocemente rigandole il viso, prima di librarsi in aria come il volo di un angelo oscuro ed attaccare il paladino.
Con un gesto rapido, il planear rinfoderò la spada. Quando la lady lo trafisse, sfruttò l'ultimo barlume di vita rimasta per bloccarle il braccio con le mani. Aveva le gambe che gli tremavano per il trauma della ferita, ma non staccò gli occhi da lei. Sorrise nuovamente. «Io non ci credo...» Riuscì a dire con la voce strozzata. Rise, anche se risultò una risata gorgogliante per via del sangue che aveva in bocca: «Mi conosci.. Sono cocciuto...» Ringhiò, prima di lasciare la presa accasciandosi a terra. Emma indietreggiò con la lama, che assorbì il sangue dell'uomo come avida della sua anima e fremette tra le sue mani incoraggiando la padrona a brandirne lo spirito… Ma questa volta l'anima doveva restare nel corpo. Caricò il corpo di Nether sul dorso di Bucefalo e partì verso Sehomar…


~ Il Rituale per Ramius ~

Raccolse l’uomo come una grossa reliquia e poggiandolo sull’antico altare dedicato al dio dei morti, dove in tempi remoti era solito offrire alla divinità sacrifici umani, accese i fuochi per celebrare il rito per Ramius.
Impassibile alla vista del corpo defunto del maestro, da lei assassinato, lo svestì della parte superiore dell’armatura per mostrare le ferite mortali inflitte. Raccolse le mani in preghiera, iniziando ad invocare il messaggero di Ramius.
«Or dunque son quivi per offrire l’ultimo sangue, dell’uomo a cui più d’ogni altro ero fedele. Dio delle terre infernali, sciolgo quest’uomo dal patto che lo lega a te… Con la sua morte ho compiuto il tradimento che mi hai chiesto, con il suo spirito che porto in offerta ti chiedo di risparmiare la sua anima, che non raggiunga quelle delle altre vittime oramai a te congiunte per mia mano, e che possa rinascere nuovamente in umane sembianze senza esser toccato dalla tua implacabile ira e sete di spiriti da tribolare…»
Aspettò a lungo che il dio le parlasse, ma non avvenne. Rimase in ginocchio pregando fino a quando le tre lune non raggiunsero le montagne dimora del dragone verde. Fu allora che abbandonò l’altare, quando i fuochi s’erano spenti e le speranze di esser ricevuta vennero meno. Abbandonò Sehomar e richiamando il suo cavallo tornò a casa, piena di vergogna e odio.


~ Il Messaggero dell’ Oltretomba ~

HaLi, in piedi davanti all'ingresso della villa, controllò che il nome sulla targa corrispondesse a quello segnato sul pacchetto che teneva in mano: «Ci siamo, è qui» Sorrise. Aprì il pacchetto, lasciando scivolare sul palmo la chiave contenuta in esso. Poi lo accartocciò, controllò che non la vedesse nessuno e lo gettò a terra prima di passare i cancelli. Camminò tenendo il cavallo per le briglie, era notte ma scorse un bel giardino a destra e a sinistra delle siepi che costeggiavano il viale d'ingresso, ed in fondo la maestosa dimora.
Lady Norton era rincasata già da parecchie ore. Aveva appena acceso il fuoco nel camino del salone e si apprestava a servirsi una brodaglia altamente alcolica che mandò giù in un sorso. Prese posto su una poltrona davanti al focolare, stavolta bevendo direttamente dalla bottiglia, intenzionata a svuotarla prima che il sole fosse arrivato alto nel cielo.
HaLì passò davanti a quella che si rivelò essere la stalla, lasciando il frosone alle cure dello stalliere. Percorse il viale, fino ad arrivare alla porta d'ingresso. Essendo la prima volta che si presentava alla villa, decise comunque di bussare, per educazione.
Emma diede un'occhiata all'orologio. Era notte inoltrata e i domestici dormivano sicuramente, per cui altro non le restò che alzarsi ed andare ad aprir alla porta. Trovandosi di fronte una mezz’elfa fu inizialmente confusa, ma da una più attenta osservazione dei lineamenti del viso riconobbe HaLì, se pur in diverse sembianze: «…Hali? Oh cielo, quasi non vi riconoscevo! Certo che ne sono passati di anni… Troppi direi.» Aggiunse cupa «Ma avanti entrate, vi offro qualcosa..»
L’ospite si aspettava di essere accolta da un domestico, rimase quindi sorpresa nel veder comparire sulla soglia proprio la padrona di casa. Sorpresa e compiaciuta. Le sorrise accennando un inchino: «Miss Norton, è sempre un piacere» La seguì, varcando la soglia del salone d'ingresso. «Grazie, accetto volentieri… Accidenti che lusso!»
La cacciatrice accennò un sorriso «Non è nulla di particolare, ho visto case più sfarzose, ma quando l'ho arredata volevo che l'Ordalia rappresentasse la grandezza del mio clan, le Orde di Ramius, maestosa fuori e… Ricca dentro!»
Aprì entrambe le porte del salone, una grande stanza rettangolare che si affacciava sui giardini. La vetrina della credenza era ancora aperta, conservò la bottiglia che stava bevendo e prese un vino delicato da offrire alla dama. Porse il bicchiere di cristallo alla mezz’elfa e raggiunse la porta d’ingresso rammentando di averla lasciata aperta, abituata ai domestici soliti a richiuderla al posto suo.
Asdrubale, il Maledetto, entrò per la prima volta nella dimora di Lady Norton e osservandola minuziosamente la trovò di suo gusto. Varcò la soglia, la porta era rimasta aperta, ed incedette per la villa. Dal salone sentì arrivare la mezza’ che stava attendendo ed inchinandosi la salutò con tale frase: «Emma Norton, l'ora è giunta. Mi manda Ramius onnipotente a portarvi ciò che agognate da tempo… Siete pronta a riceverlo?»
Impressionata dalla presenza del messo all’Ordalia, ma sapendo bene il motivo della visita, rispose decisa: «Servo di Ramius, vi ho atteso fino al sorgere dell'alba a Sehomar, ma vedo che vi siete preso il disturbo di raggiungermi in casa…»
«Così era richiesto dalle circostanze… Se mi seguirete a Sehomar, vi ricongiungerò con il vostro sposo. Egli si troverà lì fra poco.»
I palpiti del cuore di Emma cominciarono a diventare irregolari. Fissò per un istante gli occhi neri del messaggero non-morto e non riuscendo a trattenere le sue emozioni gli domandò: «Ve ne prego, se almeno lo conosco, ditemi chi è!»
«Lo conoscete, ma saprete tutto a tempo debito» S’inchinò gentilmente, prima di uscire dall’abitazione e sparir tra le ombre, lasciando Emma ai suoi pensieri. La ragazza curvò il capo, cercando di imprigionare nella mente il ricordo delle parole del messo divino.
La mezz’elfa era rimasta all’entrata del salone udendo il dialogo tra i due ma non intervenendo se non per rivolgersi alla cacciatrice, alla fine, domandandole: «Ci sono problemi, Emma?»
«Nessun problema, ma forse la fine di tutte le mie sofferenze… Perdonatemi milady Halì, se per maleducazione non rimango con voi, ma ho urgenza di arrivare fino in fondo a questa storia… Prometto che, dopo che vi avrò presentato il mio sposo, trascorreremo intere notti a parlare dei bei tempi andati…»
Non spiegò nient’altro, lasciando sola la donna e salì di corsa le scale, richiudendosi nella stanza. Mise da parte la sua tunica da assassina, ancora intrisa del sangue dell’ultima anima, tra le cinquecento raccolte in questi ultimi anni, la fondamentale. Levò gli abiti, indossò il vestito appeso al manichino, un semplice abito ricamato sprovvisto di velo e strascico, prese il mazzo di Girasoli, mirandone la dolcezza rammentando la tradizione di famiglia di lanciare i girasoli in aria dopo le nozze… Lo stesso mazzo che molti anni prima le cadde di mano durante l’assassinio di Shade.
Riscese al piano inferiore dritta verso l'ingresso, correndo per i giardini e poi verso le stalle dove Bucefalo brucava dell'erba: «Non c’è tempo per la colazione, vecchio mio. Ti prego, accompagnami aldilà dell’alleanza, oltre la catena montuosa di Romar, là attende il mio promesso sposo… E dopo avrai tutto il tempo che vorrai per mangiare» Salì sulla sua groppa, tenendosi stretta alla lunga criniera scura «A Sehomar… Adesso!»


~ Lo Sposalizio ~

Asdrubale camminò lentamente fino a raggiungere il centro della piazza di Semohar, ove la fontana continuava a generare le torbide acque dei morti. Posò sul bordo della fontana un sottile velo nero su cui poggiò una coppa dello stesso colore. La giornata era scura, le nuvole coprivano i flebili raggi di sole che cercavano di penetrare tra le mura antiche della città dei dannati. A poche ore di distanza Emma era di nuovo a Sehomar, in attesa di ricongiungersi al suo amato. Scese dal dorso di Bucefalo, che innervosito per il viaggio fuori programma si allontanò poco dopo imboccando le foreste.
«Sai farti attendere Emma, come tutte le donne. E vedo che non hai dimenticato..»
Emma corse verso il messaggero, tenendo con una mano il mazzo di girasoli e nell'altra un lembo della veste per non inciampare in essa. Quando la mezzo-demone arrivò alle spalle dell'uomo incrociò le braccia guardando a destra e poi a sinistra: «Messo, non ingannarmi. Non c'è nessuno in questa piazza oltre noi due!»
Asdrubale tese la mano attendendo quella della ragazza: «È passato molto tempo, ma finalmente siamo di nuovo insieme, mia amata... Ingannarti? No, non posso ingannarti. Il patto che hai con il mio signore, Ramius, vincola anche me.»
La ragazza allentò la presa sul mazzo di fiori, che caddero a terra con un soffice tonfo. Era scioccata e non sapeva cosa che dire. Aveva le labbra sospese come per dir qualcosa ma non emisero alcun suono.
«Questo è il corpo in cui la mia anima si è reincarnata, un po’ diverso dal precedente, ma spero ti piaccia ugualmente… Vogliamo riprendere da dove avevamo interrotto tempo fa?»
Emma avvicinò la mano a quella del non-morto, ancora tesa a mezz'aria: «Se siete voi il mio signore, perché non mi avete mai parlato quando eravate a capo delle Orde?»
Asdrubale poggiò delicatamente un dito sotto il mento di Emma, chiudendole la bocca rimasta leggermente aperta. La mano destra di lui strinse la sinistra di lei: «Perché questi non erano i patti! Dovevi conoscere la verità solo dopo aver immolato cinquecento anime… Non una di meno. Questa, la prova a cui Ramius onnipotente ti ha sottoposta, e l’hai superata.»
«..Ed è forse più potente della forza che mi ha legata al tuo amore dopo tutto questo tempo? Io non credo…» Emma cinse la mancina del non-morto attorno alla sua vita, poggiando la sua mano al braccio possente del vampiro, avvicinandosi quel po' che bastava per vederlo meglio in volto, ed innamorarsi ancora del suo sguardo.
«Ancora un piccolo passo e saremo legati per sempre, Emma. Prendi la coppa e fammi bere da essa le acque sacre di questa fontana. Io farò lo stesso con te…»
Come un incantesimo, all'improvviso ai suoi occhi spiccò una bella coppa nera poggiata sul bordo della fontana. Quasi temendo che scomparisse, si allontanò di poco da Asdrubale e si specchiò ancora nelle acque torbide: come la volta precedente, le mostrarono il suo lato demoniaco. Si toccò per istinto il capo, dove aveva veduto le possenti corna, e non notando nulla di strano cominciò a credere che fosse stata solo un’illusione ottica.
«Bevi dalle acque dei dannati, Emma, esse riuniranno ciò che la morte ha diviso, sotto l'onnipresente sguardo di Ramius…»
Le mani della ragazza tremavano dall’emozione mentre reggeva il calice: «La Morte è mia Matrigna.. Ma come posso fidarmi di una Signora che ti ha portato via da me… Come possono queste acque garantire la nostra eterna unione se basterebbe solo il nostro amore?»
«Prendilo come un segno di rispetto per Madonna Morte. Ci ha diviso, è vero, ma ora ci ha permesso di ritrovarci. Questo è solo un rito, Emma.» La tranquillizzò, bevendo a sua volta dalle mani della mezzo-demone.
Emma agitò il calice nella mano come se stesse per bere del vino.
«..Un rito eh? E sia..» Sorrise «Per noi.. Per *te*, amore mio, farei qualsiasi cosa...»
Emma bevve dal calice fino a svuotarlo.
Asdrubale sorrise compiaciuto mentre Emma buttava giù l’intero contenuto: man mano che il liquido scorreva nella sua gola, sulle sue spalle compariva un complesso tatuaggio violaceo.
«Ramius onnipotente, in questa notte di tenebra, in cui Vordus svetta nera nel cielo, io prendo questa donna come mia. Che questa unione compiuta nel tuo nome ti sia gradita. Per la tua maggior gloria…» Prese il calice dalle mani della ragazza e lo depose sulla fonte oscura. La cinse verso di sé, donandole un bacio sulle labbra: «Ora che tutto è stato compiuto, mia cara, torniamo a casa nostra. Abbiamo molto tempo da recuperare…»
«Si si, certo..» Annuì. Avvertì qualcosa dentro di sé. Ebbe un giracapo momentaneo, ma non lo diede a vedere: «Ramius hai fatto il tuo dovere, bravo..» Sorrise ad Asdrubale. Il vampiro l’aiutò a salire sul suo destriero ed insieme tornarono a Romar.


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Emma Norton
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EPISODIO VI

~ Una Scelta Difficile ~

Emma si confondeva tra la neve e solo le orme degli stivali permettevano di individuare la sua posizione. Alzò il cappuccio della mantella bianca, cercando di riscaldare le mani con il fiato portandole davanti alla bocca e sfregandole energicamente. Si strofinò anche le gambe, incolpando sé stessa per aver scelto un vestito così corto per una terra così gelida. Si ricordò della breve sosta ad Athkatla e del caldo afoso della città…
Guardò le inferriate di Cassandra come se, di colpo, si fosse trovata davanti ai cancelli infernali. Avrebbe potuto aprir la porta con la chiave, ma lasciò la mano sospesa tra la tasca e la maniglia, per poi alzarla e chiudendola in un pugno bussare con efficacia: “Vediamo. Se non c'è, era destino, e me ne torno a Sehomar. Se c'è… Beh… Oh, fa’ che non ci sia! Fa’ che non ci sia! ..Non Credo di esser pronta a niente…” Si lasciò trasportare dai pensieri molleggiandosi sugli stivali e tamburellando le dita sulla porta, mordendosi il labbro inferiore, nervosa, e contando i minuti di tempo che potevano occorrere per arrivare dal salone verso l'ingresso, per non attender più del dovuto, per non farsi tormentare dai rimorsi nel caso in cui il vampiro ci fosse stato. “Hum.. Non ci sarà. È il tramonto, rincasa più tardi di solito…” Stava per andarsene quando fece per voltarsi ed i colori del crepuscolo l'incantarono restando con la bocca semiaperta per lo stupore a mirare quel magico spettacolo della natura.
Sayrus incedette flemmatico verso il portone. Il suo giaciglio la notte precedente era stato violato, ed il suo unico pensiero, adesso, era quello di vendicarsi a modo suo… All'aprir la porta scorse, di spalle, una figura più che nota. Sorrise mesto, salutandola: «Che sia crepuscolo... Sempre..»
«E che le Ombre ci guidino… Sempre..» Si girò, già sapendo che non sarebbe stata più la stessa persona che conosceva, quella che avrebbe trovato di fronte.
«Le ombre... Si...» Ripeté il vampiro «Ebbene, Emma.. Mi uccidete nel sonno e poi venite a bussare alla mia porta?» Domandò ironico.
«Se dovessi mentire a voi e a me stessa, direi che dovevo rifarmi per queste cicatrici…» Mostrò dapprima i morsi sul collo, poi il segno che, vistoso, comparve a poco a poco, scoprendolo, sopra al suo seno, in parte celato dal mantello bianco.
«...E se non doveste mentire?» Incalzò lui.
«Ma, non è così.. La verità è che dovevo scoprire cosa si provava ad uccidervi. Ed è la stessa sensazione che provo ogni volta che muoio anch’io…» Congiunse le mani in grembo, chinando la testa. Non riusciva a reggere il suo sguardo: «Se potessi arrivare al punto da imprigionare i miei pensieri in un recesso della mente, sicura che non risalirebbero ad infastidire le mie notti insonne, potrei anche continuare a vivere senza chiedermi il perché torno ogni volta a bussare alla vostra porta.. Come se, mendicante di qualcosa ch’io stessa son restia a domandarvi apertamente, per mezzo della mia bocca, ladra d'amore e fautrice d'inganni, mi propongo a voi a mani vuote di ragioni, chiedendovi di colmarle con le vostre...»
«Mi avete avuto umano a lungo, avete avuto questa possibilità, ma l'avete sprecata.. Anzi, avete voluto rinunciarvi con le vostre azioni insensate.. Or dunque, cosa volete da me?»
Sapeva bene, Emma, che le lacrime di un demone non erano affatto luminose come quelle di un angelo, ma non per questo meno cariche di dolore... «Cerco risposte..» E tornò a fissarlo carica d’emozioni «Perché continuo a venir da voi nonostante finalmente ho quello che desideravo da tempo immemore? Se il mio domani è roseo, perché non smetto di bussare alla vostra porta sperando di incontrarvi?»
Tetra divenne la voce del vampiro. Duro il suo volto, segnato da molte vicissitudini. Imperscrutabile il suo sguardo, mentre proferiva con parole aspre: «Norton.. Avete fatto delle scelte ed ora ve ne state pentendo… Ma gli altri non sono giocattoli nelle vostre mani. Ora, visto che sembrate non esserne in grado, vi obbligo io di fronte ad una scelta.» Si parò di fronte la porta, di rimpetto alla ragazza: «O varcate questa soglia, dimenticandovi di cosa accadrà domani… Oppure,» Ed il tono si fece solenne «Oppure..» Ripeté serio «Andrete incontro a ciò che il vostro dio vi ha preservato, dimenticandomi.» Fece due passi indietro, ritrovandosi nell'androne della sua dimora, attendendo una risposta veritiera ed irreversibile.
Si morse le labbra provocandosi dolore. Per un attimo, mostrò i suoi canini da mezza’, decisamente meno vistosi rispetto a quelli del vampiro, e sentì il sangue ribollirle nelle vene come se volesse attaccarlo, ma sommessa continuò a ringhiare perché sentiva che stavolta non avrebbe avuto la meglio. Cominciò a ricordare cosa significasse esser demone… Dover sottostare a quel brivido lungo la schiena che ti piegava al volere di chi non potevi sconfiggere, conscio della superiorità dell'avversario. Niente più avventatezza e spavalderia umana… Ma le restava ancora la dialettica.
Il cainita ghignò di piacere nel veder l'espressione timorosa della ragazza. Poi ipotizzò «Se volete davvero attaccarmi, vi aspetto nei campi.. Che ne dite?»
«..Com'è che lo chiamate, voi uomini? ..Piacere della carne? Che cosa disgustosa..»
«..Cosa?» Lo fece ridere per un istante, ma tornò subito al dunque: «Non tergiversate Norton... Entrate... O no?» Poi tese una mano come a fermarla in anticipo «Rammentate che, entrambe le scelte, avranno conseguenze diverse... Molto diverse...»
«Tsk.. E io dovrei fidarmi di un cadavere che parla?» Poi la giovane s’avvicinò sul ciglio della porta, chiedendo in un sussurro pieno di desiderio: «...Solo se avrò modo di reincontrare l'umano che ha stregato i miei sensi...»
«Io sono un vampiro... Appartengo a Moravia... Io sono un figlio di Moravia...»
«E per Moravia fareste qualsiasi cosa?» Azzardò, pur conoscendo già la risposta.
«..Si» Affermò lui, annuendo.
La cacciatrice serrò le labbra, guardando le tre lune sorgere lentamente a dar luce alla notte che incombeva. Aveva lo sguardo di un mercante che valutava il suo affare e soppesava le merci tra le mani prevedendone i possibili guadagni senza tralasciare alcun dettaglio: «Ebbene figlio di Moravia, ho fatto la mia scelta.» Lo informò.
«Ne son contento...» Disse Sayrus, sorridendole di rimando. Fece per uscire dalla dimora, chiudendo la porta dietro di sé. «Avete le chiavi, mi renderò conto della vostra scelta a suo tempo… Ora, vogliate scusarmi, ma Moravia m'attende.»
«La Morte, mia matrigna, ti saluta e mi prega di dirti che neanche i figli di Cain sfuggono al dolce suono del suo violino.. Per il momento addio, Sayrus.» Rimarcò il suo nome con freddezza, voltandosi verso i cancelli.
L’avvocato l’accompagnò fino al suo cavallo ed al momento dell’ultimo saluto, come da rituale, le carezzò i capelli, scostandoli, avvicinandosi al suo viso. Annusò sua la pelle profumata, poggiando i canini sul collo e mordendo nel punto già leso in passato. Con un filo di voce le sussurrò all’orecchio «Addio Emma.. Se è questo che volete..» La guardò un’altra volta prima di richiamare la sua bestia e salendo in sella a Damphir s’avvio verso Moravia.
«Addio cane...» Sibilò Emma, cercando di graffiarsi il collo come per togliere il veleno di una vipera. Montò sul dorso di Bucefalo andando in direzione opposta, alla volta di Sehomar… A casa di Asdrubale.


~ La Fondazione del Clan ~

Sette giorni più tardi, Druss si presentò alla villa. Attraversò lesto i giardini e dopo aver lasciato il cavallo nelle stalle, entrò nell'abitazione, in cerca della proprietaria. Vedendo che non era ancora rientrata, s’accomodò ordinando al maggiordomo William che accorse, sempre con timore alla vista del ladro, un bicchier di vino rosso. Arloc era nel salone, intento a guardare da una finestra. Quando avvertì arrivare qualcuno si nascose dietro i lunghi tendaggi di seta rossa, osservando i volti e rimanendo in ascolto. Lady Norton entrò spazientita, tossendo. Sperava di trovare un rimedio da Cedrick per la sua malattia improvvisa, ma in realtà aveva avuto una giornataccia con un oste burlone di nome Giab. Raccolse un paio di lettere a lei indirizzate e si diresse nel salone. S'avvide dell’umano, lo salutò e prese posto sulla poltrona di fronte.
Druss la seguì con lo sguardo fino a quando non sedette dinanzi a lui, posò il bicchiere di vino sul tavolinetto in mezzo e ciarlò: «Bene, Milady.. Ora che siamo soli, posso esporvi il mio progetto. Come sapete, ultimamente, sto compiendo azioni per così dire… Poco “legali”»
«..Allora vogliamo continuare da dove avevamo interrotto?» Domandò la ragazza, guardandosi intorno. Alzandosi dal seggio andò a chiuder tutte le porte del salone. Gli fece cenno di continuare: «Meglio isolar la stanza, dunque…» Spiegò, tornando a sedere.
«So che voi in passato avete trafficato in schiavi, quindi sono sicuro che siate in grado di portare avanti un’attività per così dire… “Redditizia”.» Ed un ghigno affiorò sul suo volto.
La cacciatrice annuì, soppesando le parole del ladro gentiluomo nella mente e restituendo il suo sguardo da mercante che valutava l'affare: «Potrei, certo.. E, di grazia, di cosa ci dovremmo occupare in questo progetto? Non ci sono schiave qui, né interessanti bottini da sgraffignare…»
L’uomo allargò le braccia: «Ci sono intere città che non aspettano altro che una gilda di ladri prenda il potere di tutte le attività che non sono producibili alla luce del sole… Parlo di furti, mercanteggiare in qualsiasi cosa possa portare un reddito, *ricchezza*…» Disse, enfatizzando molto l'ultima parola.
«Ricchezza..» Ripeté la ragazza «..Ci sto, mio signore, ma non per denaro. Voglio solo riportare in vita ciò che era l'antico ordine dei Cacciatori d'Ombra, la mia gilda, e per farlo avrò bisogno del vostro aiuto.»
Druss, compiaciuto, s’alzò lentamente facendo leva con le mani sulle ginocchia: «E sia, Emma. Da oggi tra di noi verrà stipulato un patto, e questo patto ci porterà ad essere i veri padroni delle città dell'alleanza!» Sorrise sornione, tendendo la mano aperta verso la donna di fronte ad esso.
La mezzo-demone si alzò a sua volta, allungando la destra e sorridendo strizzò l'occhio. Un secondo prima di stringergli la mano indicò la mancina dell’uomo: «E niente scherzi! Nessun “dita incrociate” con l'altra mano, eh? …Ahahahaha»
L’uomo accompagnò la sua risata mostrando il palmo aperto. Con quella tesa andò a stringere quella della donna: «Bene.. A giorni creeremo la gilda. E, dato che avete intenzione di rifondare una corporazione che voi già conoscete, lascio a voi l'onore di fondarla e dare un nome al nostro futuro...»
«E a voi lascio il comando delle truppe. Non si è mai vista una donna che comanda, no?» Sorrise beffarda.
«Credetemi…» Ribadì continuando a ridere «Ne ho conosciute di donne in gamba, e voi siete all'altezza di poter sostenere tal incombenza» Lasciò la mano di Emma e sorridendo ancor di più esclamò: «Ma qui ci vuole un brindisi!»
«Ma certo, subito..» Si bloccò un attimo, incerta se chiamare William o servirsi da sola. Optò per la seconda: il maggiordomo era abbastanza provato dai suoi ospiti, e avrebbe fatto troppe domande sul perché del brindisi. Incedette verso la vetrinetta con gli alcolici e prese una tra le sue bottiglie preferite, con le bolle che salivano gorgoglianti verso il tappo. La stappò ed in due lunghi bicchieri ne versò il contenuto abbondantemente schiumoso. La donna prese i due bicchieri una volta ricolmi e ne porse uno al suo nuovo socio: «Ecco a voi, Druss..» Tintinnò il suo bicchiere a quello dell'uomo, cominciando a sorseggiare.
Arloc sorrise malevolo. Aveva osservato l'intera scena, da dietro le tende, e udito tutto. Il Senatore uscì allo scoperto, rivelando agli astanti la sua persona: «Druss… Pensavate di organizzare qualcosa di illegale e non avvisarmi?! Probabilmente l'Alleanza non permetterà la nascita di ciò che pianificate. A meno che non abbiate qualcuno all'interno di essa…» Si guardò in giro come in cerca di qualcuno che sapeva di non poter trovare, poi la mancina sfiorò l'elsa della spada riposta e giunse di fronte ai due, non prima di aver innalzato l'indice sul petto, indicandosi. Allungò la mano come a pretendere un bicchiere, attendendo le risposte di coloro che gli stavano innanzi.
«Non è niente che da "illegale", per come dite voi, non possa diventar legale per le leggi dell'alleanza. Le conosciamo *tutti* benissimo le leggi, Gran Demone…» Rispose Emma, porgendo un bicchiere anche al nuovo arrivato. Non era per niente sorpresa di sapere l’ordaico nascosto ad origliare: non era una minaccia di pari proporzioni, d’altronde, rispetto ai Claw. «..Per quel che riguarda il progetto, Druss, lascio il comando a voi e a Sayrus... Al momento ho affari urgenti che mi premono e penso che sarò piuttosto assente in questo periodo.» Sospirò teatralmente «È dura la vita di una donna appena sposata…» e come se niente fosse aggiunse «Adesso, vogliate scusarmi, ma penso che andrò a riposare… Ho avuto una giornataccia.» S'inchinò «Arloc..», Salutò l'altro con una fraterna stretta di mano, «Druss… Arrivederci, signori miei.» E s’avviò a passo lento verso le scale. Stava per svoltare a destra per entrare nella sua stanza, quando si scontrò con Sayrus, bloccandosi sull’ultimo gradino: «Ah.. Siete voi…» Arrossì visibilmente e senza guardarlo oltre fissò la porta della sua camera, aggiungendo: «Di sotto c’è Druss che ha un po’ di problemi a tener testa ad Arloc… Potete occuparvene finché…» Indugiò dal dire il reale motivo del suo malore improvviso «Finché non scendo? dovrei sbrigarmela a breve… Posso chiedervi questo favore?»
«Certo, ci penso io…» L’avvocato non aggiunse altro, e si diresse nel salone.
Arloc afferrò il bicchiere e sorrise compiaciuto nel vedere che colei che fu sua Ministra e che conobbe il potere di Ramius aveva compreso i suoi intenti: «Druss, allora, ditemi.. Avrei scommesso c’entrasse anche Sayrus!»
Lo scaltro ladro ridacchiò: «Arloc, veramente credete di potermi manipolare così?» Scosse il capo, finì di sorseggiare quindi posò il bicchiere guardando l’ordaico: «Vedete, “Senatore”.. Come voi conoscete i nostri piani, io conosco i vostri... Siete veramente sicuro di voler intralciare i nostri affari? Comunque…» Replicò soddisfatto, appoggiandosi allo schienale del divano, ove prima era seduto: «Ne discuterò con Sayrus e vedremo il da farsi.»
Il senatore prese a sedersi nel lato opposto al ladro: «Intralciare!» Rise «Io voglio solo aiutarvi, naturalmente in cambio di far parte del "progetto"…»
Il figlio di Moravia, dopo aver incontrato Emma al di fuori della stanza, entrò nel salone spalancando le ante con entrambe le braccia e ricercò lo sguardo di Druss, infine quello del vampiro, ed incalzò: «Arloc.. Veniste a Polareia a chiedermi di non intralciarvi, ed or vi vedo ivi a chieder una fetta della torta!» Ghignò petulante «Avete forse deciso di farmi perdere la pazienza, una volta per tutte?» Si diresse alla poltrona dov’era seduto il Senatore, appoggiando entrambe le mani sui braccioli e inarcando la schiena fino a far trovare il suo viso a poche spanne da quello del senatore: «Non tirate troppo la corda… Potrebbe spezzarsi, Arloc»
Il non-morto sorrise malevolo: «Forse non avete capito. Io non voglio intralciarvi, ciò che vi chiesi a Polareia implicava anche questo. Non voglio la fetta di nulla, voglio solo seguire questo progetto, non voglio togliere a voi né vantaggi, né materiale. Solo incrementare il mio potere… A vostro favore dopotutto!» Rise accomodandosi meglio sul seggio di velluto rosso: «Inoltre.. Sapete che non temo la morte.. Come penso non la temiate nemmeno voi. Questo è un vantaggio, verso comuni nemici…»
L’umano incrociò lo sguardo d’intesa con Sayrus, poi passò ad esaminare Arloc e con tutta la calma del mondo favellò sedendosi a sua volta: «E diteci… In che modo potreste esserci utile? Prima di vagliare la vostra proposta, vorremmo poter almeno sapere i vantaggi che questa comporta.»
«Fate male a non temerla, fino a quando ci sarò io in circolazione.. Siate cauto Arloc, siate cauto…» L’avvocato si allontanò dal mobile andando ad appoggiarsi allo schienale ove era sito Druss: «In ogni caso, cosa volete, e soprattutto… Spiegatemi che centra Moravia.» Tuonò.
«Moravia c’entra eccome! L'Alleanza s'è accorta di come i suoi figli attaccano i territori capitolini, infrangendo ogni legge. Non che le Orde non lo facciano.. Ma è diverso. Moravia è una città. Può essere attaccata e privata della sua sacralità per disperdere i figli. E tutti noi conosciamo le odiate guardie..»
«Le *Orde*? Le Orde siete voi e quel cane di Zodd! In pratica, nulla..» Affermò l’ex barbaro «Comunque, Moravia non sarà toccata, o dei Senatori non ne rimarrà traccia…»
«Sbagliate, anche se la maggior parte delle Orde non appartiene, di fatto, al clan.. Ma non di questo dobbiamo parlare… Che dei Senatori non rimarrà traccia è un'affermazione ridicola, ma prendiamola per buona... Sopra il senato c'è il Consiglio dell'Alleanza..» Sorrise «Si dicono “intoccabili”… Se verranno mosse le guardie, non ci sarà Senato, non ci sarà esercito di non morti.. di Orde.. di *Korpi* che tenga. E noi non vogliamo che ciò accada, vero?»
Il cainita, spazientito dal fare del senatore, annuì incrociando le braccia: «E sia Arloc, parlate dunque. Cosa volete?» Anche Druss s’arrese all’insistenza dell’uomo e anch’egli annuendo fece cenno ad Arloc di proferire, in modo da ascoltare le idee del senatore.
Milady Emma, di sopra nella sua camera, lesse ancora una volta la penultima lettera ricevuta per stampare bene a mente le parole impresse sul foglio di carta. Sbatté violentemente il pugno sulla scrivania, mordendosi il labbro inferiore ed imprecando qualcosa. Continuò a guardarsi allo specchio. Sulla schiena era ben visibile una macchia sulla pelle, una macchia nera che sembrava rappresentare qualcosa di orrendo, un simbolo del male… Ed anche la causa della sua improvvisa malattia. Il guaritore che aveva contattato l’aveva informata di una cura che poteva alleviare il suo dolore, ma non le dava speranza di sopravvivere: non poteva combattere quel maleficio con delle erbe medicinali. Per un attimo, rimase a fissare la piazza di Romar dai vetri del balcone…
Infine cominciò a srotolare il fazzoletto che avvolgeva una sostanza pastosa, biancastra. La divise con un coltello e ne gettò un po' in un bicchiere mezzo pieno d’acqua. Agitò il miscuglio, forò con la punta del pugnale un'altra boccetta, sempre arrivata col pacco; cominciò a contar le gocce che versava. Mescolò, ripose i farmaci, agitò ancora il bicchiere nella mano fino a berne in un sorso il contenuto dal sapore agro. Si asciugò con l’avambraccio. Posò il bicchiere sul comodino e chinandosi sulla vasca sciacquò il viso ancora scosso per la notizia e respirando lentamente sentì che la medicina cominciava a far effetto. Si rialzò di colpo. Non si fidava a lasciare soli i due uomini contro Arloc, e richiudendo la stanza ridiscese le scale verso il salone, per ascoltare ciò che il Gran Demone aveva da dire.
Arloc sorrise compiaciuto: «Voglio far parte di ogni vostro "movimento". O meglio, voglio esserne messo al corrente, per decidere se partecipare o meno… Non m'interessa la parte militare.. Solo quella degli affari. Naturalmente, vi offro qualcosa in cambio, oltre la mia protezione a livello dell'Alleanza... Posso offrirvi il mio aiuto in ogni missione, sia chiaro, che non voglio nessun potere decisionale.»
«Continuo a ripetervi, Arloc,» Disse la cacciatrice rientrando nel salone «Che non sarà nulla che andrà contro le leggi dell'alleanza…» Raggiunse Druss e Sayrus, strizzando l’occhio e volgendosi ancora al senatore: «Non abbiamo bisogno della protezione di nessuno, e mi pare che ho già troppe volte provveduto a difender le Orde dalla milizia cittadina e dai Claw, solo con le mie parole… Non siamo dilettanti, pensate al senato, piuttosto, i miei informatori mi dicono che i problemi non vi mancano, là dentro…» L’espressione di colpo seria sul viso dell’ex capoclan le fece capire di aver preso un tasto dolente ed avvicinandosi al suo avvocato gli sussurrò un «Grazie..».
«Mi dovete un altro favore..» Le rispose a bassa voce e senza proferir altro verbo continuò ad ascoltare interessato la risposta di Arloc mentre s’allontanava dalla stanza.
«Se non saranno contro le leggi dell'Alleanza, non potete stabilirlo voi, purtroppo. Piuttosto, chiaritemi di cosa vi occuperete, se non vi dispiace… Perché da quanto ho udito dalle vostre precedenti discussioni, v'occuperete di furti e assassini.» Un ghigno antipatico colorò il viso del Sacerdote di Ramius, scrutando intensamente gli occhi della ragazza della quale spesso aveva fatto saggiare l'abilità oratoria ad altri, ma mai vi s'era confrontato.
Sayrus l’osservò truce per un attimo: «E giustamente voi delle Orde potreste aiutarci! Certo, come no…» Terminò con tono ironico, mentre s'avviava ridente nelle camere al piano di sopra.
«Non ho menzionato le Orde.. E noi del Senato possiamo distruggere Moravia..» Ripeté provocatorio «Ma non sono qui per minacciare. Qui parlo per me stesso.» E aspettò che Emma si decidesse a rispondergli.
«Non badate a Sayrus..» Sussurrò la mezza’ in modo che l’avvocato non la sentisse «Sappiamo entrambi com’è diventato.. “ironico”.. di questi tempi.» Poi sorrise, annuendo rivolta ad Arloc: «Parlerei più di incarichi su commissione, Senatore… Non è forse Durnik a fornire una serie di taglie su soggetti chi più chi meno graditi alla giustizia? ..V'era una gilda segreta, che operava in egual maniera decenni fa... Non mi pare che il loro operato fosse mai stato contestato dall'alleanza. E vedrete, offriremo un tal divertimento al popolo che verremo stimati da tutti.»
«Questi soggetti non risiedono in dimore, o se vi risiedono.. In quel caso Durnik fa solo da tramite. E comunque, Durnik non si occupa di furti. Le Orde stesse per un breve periodo si occuparono di uccisioni su commissione… Si trattava della seconda rifondazione dell'Orda… In ogni caso è proprio per questi motivi che vi chiedo di far parte del progetto.»
«Per i furti, non mi pare che abbiamo espresso cosa ruberemo. E soprattutto *dove*… Potremmo sempre decidere di colpire fuori dall'alleanza, che ne dite a Sehomar? ..Il tempio oscuro sembrerebbe ricco di tesori.. E non c'è legge che ci vieta di fare il nostro lavoro, laggiù…» Sorrise cercando Druss con lo sguardo.
«Lì v'è qualcosa di più della legge..» Sibilò il vampiro «Il punto è che vorrei stilare una sorta di Alleanza, madama Emma.»
«..So bene cosa vi è a Sehomar, Messer Arloc, e vi assicuro che non è nulla che non possa controllare io stessa. Potremmo anche decidere di stabilire la nostra sede in quei luoghi… E state attento, la vostra debolezza per Ramius potrebbe farvi perdere il senno uno di questi giorni...» Mostrò il suo sorriso da volpe, di chi conosceva grandi segreti e si divertiva a tener sulle spine l'interlocutore: «Per l'alleanza si vedrà, ma non vi assicuro nulla. Abbiamo molti progetti, e dobbiamo farci una reputazione, che non compreremo con l'aiuto dei senatori. Siamo gente del volgo, umile e onesta. Giocheremo a carte scoperte di giorno… E di notte avremo tutta un'altra vita che dovrà restare al di fuori dagli sguardi curiosi di chi origlia e si dedica allo spionaggio da pivello.. Ma adesso basta discuterne. Questi discorsi mi hanno stancata… Buona giornata Arloc, avremo modo di incontrarci ancora. Dentro e fuori l'Ordalia...» Si congedò dal Gran Demone, sicura di aver vinto il dibattito e garantito il silenzio dell’ordaico, e ritornò in stanza a dormire.
Druss, rimasto sulla poltrona ad ascoltare, si rialzò allargando le braccia e facendo spallucce sorrise beffardo: «Avete avuto la vostra risposta…» Ghignò «Chiara e coincisa, non c'è che dire…» Compiacendosi di aver appena saggiato le grandi doti della donna con la quale avrebbe fondato il clan delle Ombre, sicuro che la gilda tanto agognata fin da bambino sarebbe stato un successo e non avrebbe fallito, con o senza aiuto di politici. Salutò con il capo Arloc e seguì la donna al pian di sopra, richiudendosi nella camera accanto.


~ La Lettera ~

Tornando in camera, quella sera, la cacciatrice sentì nuovamente bruciare il focolaio che la stava lentamente consumando: Ramius l’aveva forse ingannata? Oppure era un’ulteriore prova del dio degli Inferi? Asdrubale… il suo amato Shade… Non erano la stessa persona e qualcosa, in cuor suo, sentiva che doveva ancora accadere. Chiuse le palpebre. Avrebbe voluto prendere un altro po’ di quella brodaglia sul tavolo, ma era meglio conservarla per i giorni seguenti. Ad un tratto scorse alla luce della candela una missiva ancora sigillata. La aprì con uno stiletto, srotolandola alla tenue illuminazione per leggerla:

Emma,
probabilmente sono l'ultima persona da cui ti aspetti una missiva.
Tuttavia ti chiedo di non ignorare questa lettera.
Ho bisogno assolutamente di incontrarti. Non temere, non riguarda
un duello. Purtroppo il fatto che le terre di Athkatla siano colme di
insidie non mi consente di presentarmi disarmata, ma hai la mia
parola d'onore che non intendo alzare le mie spade su di te...
Sempre se tu non mi costringerai a farlo.
Come hai notato dal nostro ultimo faccia a faccia a Polareia,
non è una novità che non nutra grande rispetto per te, date le
circostanze del nostro primo incontro. Ciò nondimeno in questo
momento questioni più importanti mi spingono a seppellire questo
astio nei tuoi confronti, e ad incontrarti per chiederti qualcosa che
non posso vergare qui in questa lettera.

Non ti sto parlando da avversaria di spada, ma da semplice persona...
Attendo la tua missiva di risposta, qualunque essa sia... anche se
spero in un assenso: ciò di cui devo parlarti è molto importante.

Se accetti, ci incontreremo a Middenheim, alla prossima alba. E' l'unico
luogo sicuro su cui posso contare per proteggere le nostre parole da
orecchie indiscrete.
Un'ultima cosa: nessuno deve sapere di questo nostro incontro.
Tantomeno Nether. Riguardo a lui, lo tratterrò ad Aurora di Fiamma e
farò in modo che ci resti almeno il tempo necessario per poter parlare
indisturbate.
Brucia questa lettera non appena finirai di leggerla. Io farò altrettanto
con la tua risposta.
Mi appello al tuo onore di guerriera per mantenere il segreto.

E' importante.

Con onore,
Akhayla


Passò la lingua tra le labbra carnose, pensando. Non sarebbe potuta intervenire se la donna si fosse intromessa. Non questa volta. Finché Asdrubale l’avesse stretta al suo volere, non avrebbe potuto far nulla. Si chiese per un attimo se le parole sarebbero bastate a convincerla, ma ne dubitava. Un tentativo lo avrebbe fatto, certo, ma doveva trovare un piano alternativo, e alla svelta.
Il respiro tornò a mancarle. Percorse nella mente alcune immagini di volti e oggetti legati alla sua vicenda, collegò alcune visioni, scelse attentamente le persone a cui si sarebbe rivolta e calcolò i tempi propizi per evitare repentini cambi di idee che avrebbero potuto compromettere la soluzione che in quel momento le sembrò l’unica. Doveva avere fiducia nelle sua capacità di prevedere le mosse di chi conosceva bene...
Qualcosa di morbido le sfiorò le gambe. Carezzò sovrappensiero il felino dal nero manto, si distese sul letto accanto a lui e sopraffatta dalla stanchezza, chiudendo gli occhi, si addormentò subito. L’indomani avrebbe contattato la legionaria. Era preoccupata. Di fatto, era stata la mezzo-demone ad avvicinarla al suo mondo e non poteva farle pagare le conseguenze dei suoi errori...

Asdrubale il Maledetto raggiunse la piazza lungo la via principale. Sedette sul bordo del pozzo ed incrociò le braccia sul petto: le attese non lo avevano mai disturbato. Akhayla arrivò al galoppo presso la piazza. Amroth sbruffò quando la legionaria tirò con forza le briglie. Si guardò intorno. Non aveva mai visto Asdrubale in volto, e lo cercò tra i presenti della piazza. Poi notò un individuo ed una consapevolezza la irrigidì di colpo. Gli sguardi dei due si incrociarono, ed Akhayla seppe. Scese da cavallo e si avvicinò al pozzo: «Salve, Asdrubale» Mormorò lapidaria.
«Akhayla di Romar, presumo. Salve a voi. A cosa devo questa smania di incontrarmi?»
L’umana sorrise in maniera sagace, ma lo sguardo era gelido: «Di solito preferisco incontrare di persona chi ho intenzione di sfidare in duello...»
«E quindi vorreste sfidare il Messaggero di Ramius in terra. È forse la sete di gloria ad avervi spinto su questa pericolosa strada? O la semplice ignoranza su chi sono e cosa sono in grado di fare?»
Lei assottigliò gli occhi grigio ferro, ma il sorriso di sfida non abbandonò le sue labbra: «Né gloria, né ignoranza. Sono cose che non conosco, né anelo.. E le mie ragioni sono molto più valide di queste.»
«E sarebbero? Non sia mai che mandi un'anima dal mio Signore, Ramius onnipotente, senza dedicargliela nel modo più opportuno.»
Lo sguardo della legionaria si fece più ferreo: «Le ragioni, ora, non sono importanti. E per me lo è ancor meno il “vostro” Ramius. Per quanto riguarda la mia anima, temo che il vostro signore dovrà aspettare ancora… Non sia mai che gliela conceda così facilmente..»
«Nulla è più importante delle ragioni che ci muovono. La stessa azione compiuta per fini diversi ha un diverso peso agli occhi degli dèi. Soprattutto, agli occhi di Ramius. E soprattutto, siete *voi* a volere qualcosa da me, non il contrario… Quindi assecondatemi.» Osservò interessato la reazione della ragazza, non senza farsi sfuggire una smorfia di divertimento.
«Non tengo conto del giudizio degli dei. Non me ne è mai importato. Io servo solo i miei ideali, i miei pensieri... E combatto per ciò che ritengo giusto. Per difendere ciò a cui tengo... Ed è così anche stavolta.»
«Curioso... Siete la seconda persona che mi dice questa sciocca frase in pochi giorni. Lo conoscete, forse. Paladino, stupido, innamorato di mia moglie… Mi pare si chiami Nether.»
Pur accorgendosi della provocazione di Asdrubale, non la accolse, limitandosi a far riaffiorare il sorriso sarcastico che aveva sulle labbra fino a poco tempo prima: «Strano. Siete la prima persona che me lo descrive così. Ed è la prima frase stupida che io abbia sentito in questi ultimi giorni.»
«Un peccato che la vostra limitata esperienza, oltre che la vostra mancanza di fede nella Morte e nel suo Sovrano, limitino così tanto la vostra visuale. Ma stiamo divagando… Voi volete battervi con me. Io voglio sapere perché. E non mi batterò senza saperlo».
All’improvviso, un gemito mortale sospese la monotonia della piazza. Dai quartieri residenziali una figura discese lugubre e visibilmente macchiata di rosso. Sayrus costeggiò i muri, trascinando il cadavere di Arloc… Scomparve tra le ombre poco dopo lasciando dietro di sé una scia di sangue.
Passò un attimo di silenzio. La voce della legionaria risuonò nello slargo, nuovamente deserto: «La ragione, senza volerlo, l'avete appena nominata.»
«Quale piacevole coincidenza... Così volete battervi con me a causa di Nether! Per proteggerlo, immagino. Volete immolarvi per difenderlo. Perché.. Amicizia? Forse, se foste un uomo.. Lealtà? Un sentimento forte, ma che non porta con sé vergogna.. Devozione? No.. Siete troppo orgogliosa e spavalda. Perché ve lo ha chiesto lui? Non lo farebbe mai, secondo me… E tolte tutte le ipotesi impossibili, quella restante, per quanto sciocca e miope, è la verità. Lo fate per amor suo, vero?» Senza attendere risposta s’alzò avvicinandosi ad Akhayla, portando i due visi a pochi centimetri l'uno dall'altro: «E ditemi.. Vi ama anche lui?»
L’umana sogghignò quasi con disprezzo: «Quale curiosità... È incredibile, un messo di Ramius che pretende di sapere qualcosa sull'amore: potrei quasi crederci!» e il suo sguardo si tramutò in puro ghiaccio: «Vi basti sapere questo, Asdrubale: qualunque nemico di Nether è anche nemico mio.. Spero vi sia chiaro!»
«Quindi i suoi amici sono amici vostri. E i nemici dei suoi nemici cosa sono per voi?»
«Qualcosa che non reputo alleati, se è questo che vi chiedete. L'alleanza richiede fiducia, ma credo che sia inutile parlarvene… Vero?»
«Bene, bene.. Avete ragione, ci stiamo perdendo in chiacchiere inutili. Volevo una ragione e l'ho avuta. Volevo informazioni e le ho avute. Ora ripetetemi: cosa volete voi?»
Non aspettava altro che quella richiesta. Avvicinò ancora il volto: «Un duello. Voi ed io. E nessun altro, a parte le nostre spade. E soprattutto, all'insaputa di chiunque.»
«Lo avrete. Solo un dettaglio: dove devo riportare le vostre spoglie dopo che vi avrò ucciso?»
La donna fremette per un fugace istante. L'avvertimento di Emma tornava a galla, ma mantenne lo sguardo fisso sull'uomo, uno sguardo che avrebbe potuto gelare il fuoco: «Preoccupatevi delle *vostre* spoglie, Asdrubale... Akhayla di Romar non vi teme. E vi affronterà. Lascio a voi l'onore di scegliere il luogo, ed il momento.»
«Ed io sono tanto magnanimo da non volervi togliere il minimo vantaggio. Scegliete voi ora e luogo, anche qui e ora, se vi va bene...»
«E se non vi dispiace, assisterò anche io a questo duello.. Mi interessa molto sapere l'*esito* dello scontro.» La cacciatrice si avvicinò ai due, scrutando i loro volti. Pareva esser arrivata appena in tempo. “Non ancora” si disse, “Non qui…”.
«Emma cara, stai bene? Abbiamo sempre un discorso in sospeso, ti va di affrontarlo fra qualche minuto?» Le domandò Asdrubale.
«Certo, con molto piacere...» Sorrise come una volpe, e sedette accanto a lui sul bordo del pozzo.
Non rispose subito la legionaria. Fosse stato per lei, avrebbe iniziato anche in quel momento. Ma si ricordava dell'armatura. Chinò lentamente il capo guardando il pozzo, poi fissò nuovamente gli occhi neri del messo: «Domani alle prime luci.»
«Ci sarò. Vogliamo andare, Emma?»
«Ed io vi seguirò.. Certo, andiamo pure, caro.» La mezzo-demone rivolse il suo sguardo cinico ma preoccupato verso la donna, cercando di farle intendere che stava sbagliando ad intromettersi, e che stava percorrendo una strada senza uscita… Poi seguì lo sposo, diretta verso le stalle. Asdrubale si allontanò dalla piazza, imboccando la via per Sehomar.
La legionaria osservò la coppia dileguarsi. Amroth la affiancava, e col muso le diede uno spintone, come se la incitasse a muoversi anche lei. Akhayla lo accarezzò distrattamente, senza togliere lo sguardo da Asdrubale. "Ci siamo" pensò, coi pugni serrati, dopodiché saltò in groppa al suo stallone e lo spronò al galoppo, guidandolo sulla via per Athkatla.
La cacciatrice si voltò a vedere la guerriera ripartire, restando a metà via: “Se morirai ti avrò sulla coscienza, sciocca umana..” Una lieve fitta al cuore le fece mancare il respiro. Ansimò, affaticata, ma senza darlo a vedere tossì e riprese il passo verso Sehomar.


~ Il Sacrificio ~

Un destriero nero arrivò alle prime luci dell'alba in prossimità del pozzo. Akhayla smontò da cavallo. L'armatura in scaglie di drago sfavillava come fuoco alla luce del sole nascente. La legionaria si guardò intorno: era arrivata per prima. Amroth sbruffò, e lei con una pacca lo fece allontanare di un poco. La piazza era sgombra... Si avvicinò al pozzo, e dandogli le spalle attese che giungesse il suo avversario.
Asdrubale fece la sua comparsa alle porte della città. Indosso aveva una spessa corazza lavorata dalle ossa dei draghi neri degli inferi. Sfoderò la spada e puntò prima Akhayla e poi la foresta. Dopo aver aspettato che la sua avversaria capisse e iniziasse a muoversi verso di lui, si voltò e raggiunse una piccola radura fuori dalla città, al limitare della foresta. La legionaria camminò lentamente fino a fronteggiare il suo contendente. Si studiarono per un momento e poi, senza dir nemmeno una parola, la guerriera sfoderò le possenti Nemesis da dietro la schiena, tenendole all'indietro in posizione di riposo. Le lame rosse sembravano cristalli di sangue: «Vogliamo cominciare?».
Asdrubale il Maledetto alzò lentamente la mano destra, raggiungendo la celata dell'elmo e calandola sopra il viso: «A te la prima mossa, sciocca bambina...» Portò la mano destra all'elsa della sua spada, L’infernale, ma senza sfoderarla, mentre la sinistra la fece saltare di pochi centimetri fuori dal fodero.
Trascorsero secondi lenti, silenziosi, in cui tutto rimase immobile, anche il paesaggio attorno a loro. Poi le spade con un gesto fulmineo passarono rapidamente nella posizione di attacco, quasi invisibile allo sguardo, e lei si fece avanti con uno scatto altrettanto rapido sferrando un fendente con una delle Nemesis. Il vampiro evitò il fendente muovendosi verso la legionaria, entrando nella sua guardia. Allo stesso tempo liberò per metà l’arma dal fodero, mirando a colpire con il pomo l'addome della ragazza, non protetto dall'armatura.
Lei s’avvide appena in tempo della mossa e inarcò il corpo all'indietro. Il pomo la sfiorò. Con una torsione del corpo si riportò in una posizione ottimale e allo stesso tempo sferrò un colpo con l'altra Nemesis, mirando all'elmo e usando lo stesso impeto della torsione per dare forza al colpo. L’avversario portò la lama da orizzontale a verticale, intercettando la mossa di Akhayla. Subito dopo terminò di sfoderare la spada sferrando un fendente alla spalla destra della donna, che alzò a sua volta la lama rossa per parare il colpo, ma ci riuscì solo a metà: fortunatamente la restante forza del danno venne attutita dall'armatura. Menò un fendente atto più ad allontanare Asdrubale da lei e riguadagnare distanza.
Si studiarono. La guerriera roteò le spade nelle mani per sciogliere i polsi “È forte...” pensò febbrilmente “Ma d'altronde non mi ero aspettata di meno...”
Lo sposo di Emma strinse ancora il fodero d'osso nella sinistra, mentre L’infernale brillò tetra nella luce del mattino. Balzò in avanti colpendo con tutta la sua forza verso le due spade incrociate, cercando di infrangere la sua guardia e poterla colpire. Akhayla digrignò i denti: le sue spade tremavano per lo sforzo. Asdrubale spingeva, e lei sapeva che non poteva reggere a lungo quella posizione. Poi d'improvviso scartò di lato col corpo accompagnando la spinta della spada del vampiro verso destra, e mulinando su se stessa sferrò un tremendo fendente, come un colpo di falce, tagliando orizzontalmente l'aria e mirando al busto dell'uomo, che restò sorpreso della prontezza della giovane... Ma non dalla sua mossa. Spostò il braccio sinistro ponendo il fodero sulla traiettoria delle spade e poi, spostando il piede destro, raggiunse la posizione ideale per darle una fortissima spallata. La sbilanciò. Cadde a terra, ma nella caduta stessa trovò lo slancio per fare una capriola di lato e si rimise subito in piedi. Tornarono a fissarsi.
“Così non va” Pensò la donna “Devo cercare di sorprenderlo...” Fece un passo, un altro, poi prese a correre verso di lui con le spade sguainate. Asdrubale camminò lentamente verso di lei, puntandola con la spada: «Già stanca? È un peccato, mi sto divertendo molto a giocare con te...».
Akhayla lo ignorò. Era concentrata al massimo. A pochi metri di distanza si diede uno slancio compiendo una piroetta a mezz'aria con le spade sguainate.
“Ingenua... E lenta...” il cainita s’abbassò di colpo, lasciando cadere il fodero e afferrando con la mano libera la caviglia della sfidante. Mentre si spostava fuori dalla traiettoria delle lame, la trascinò con sé, facendola cadere in malo modo sulla schiena e calando L’infernale sul suo corpo. La legionaria la vide arrivare e rotolò di fianco appena in tempo per evitarla. Si rialzò l’istante successivo per vedere la spada giungere verso di lei e con un colpo della propria ne deviò la traiettoria, compiendo qualche passo indietro per poi lanciarsi come un fulmine verso Asdrubale. Non sferrò il colpo fino all'ultimo secondo e il vampiro mollò un fendente per bloccarla: era l’opportunità che attendeva. Con una delle Nemesis intercettò la spada del vampiro, facendola slittare e deviandone la direzione; vorticando su se stessa nella parte opposta sferrò un colpo violentissimo, con tutta la forza che aveva. Il Maledetto ringhiò di dolore, quando la lama della donna lo raggiunse alla gamba sinistra. L'armatura le impedì di tagliarla via di netto, ma Asdrubale aveva subito un duro attacco e questo lo aveva fatto infuriare: «Ci siamo divertiti, ma adesso basta. Ho dei progetti che riguardano te e il tuo amico Nether… E non ho tempo da perdere..»
Akhayla alzò una delle spade, puntandola verso Asdrubale: la lama rossastra sembrò divampare come un fuoco alla luce del sole. Il pensiero di Nether e quanto Asdrubale aveva appena detto le rese roca la voce, quasi un ringhio: «Non te lo permetterò, Asdrubale... Ora fatti sotto!»
Egli scattò in avanti, molto più veloce di prima e assestò un poderoso fendente a due mani sull’umana che alzò le spade e le frappose a croce parando il colpo. La potenza era notevole, e smorzò il contraccolpo con un salto all'indietro. Riprese lei più tardi, sferrando un doppio fendente e caricando le braccia con tutto il vigore che le era rimasto in corpo.
Asdrubale lasciò cadere la spada e con rapidità disumana le afferrò i polsi, bloccandola: «È stato un grosso errore non indossare un elmo, quest'oggi.» Portò indietro la testa e la abbatté sulla fronte della donna, lasciandola totalmente stordita. Per un attimo la vista le si offuscò, e d'istinto chiuse gli occhi. Del sangue le colò sul volto e barcollando all'indietro, frastornata, per quel breve istante non riuscì a capire nulla. Non si rese nemmeno conto della spada che venne sollevata da terra...
Bufecalo corse come il vento fra gli alberi della radura, mentre la ragazza sussurrava «Più veloce! Più veloce!» ed il cavallo nitrì aumentando la corsa. Salì verso la collina e scalpitando nervoso si alzò sulle zampe posteriori, rampante: «Fermo Asdrubale!» Gridò la cacciatrice.
L’uomo sollevò Akhayla per il collo con la mancina, mentre la destra stringeva L’infernale. Stava per vibrare il colpo fatale, ma si fermò alla vista della sua sposa: «Emma, venuta a vedere la mia vittoria?» Sorrise sadico.
La mezzo-demone scese da cavallo e raggiunse il cainita di corsa, avvicinando le mani all'elsa della sua spada: «Riponi la tua arma, caro, non ci sarà bisogno di versare questo sangue!» Lo pregò.
«Invece sì. È necessario. Inoltre è stata lei a sfidarmi.. E per il suo errore pagherà il prezzo più alto.»
«*non* questa volta..» Sibilò a denti stretti «Te ne prego, fammi dono della sua vita e permettimi di decidere della sua sorte. Te lo chiedo come regalo.. E promessa d'amore eterno.»
«Il suo destino è già stato deciso Emma. E nulla può cambiarlo. Ora stai indietro e non muoverti!» E l’allontanò con una gomitata.
Le Nemesis della legionaria giacevano a terra. Akhayla strinse il polso di Asdrubale cercando di liberarsi, e i suoi occhi si assottigliarono lanciando al vampiro uno sguardo colmo d'odio. Voleva reagire ma non poteva, eppure non si arrendeva, anche se quella morsa le stava quasi togliendo il respiro: «Vai... All'.. Inferno…» Ringhiò.
«Io ci andrò sicuramente. Ma tu... Tu hai un'altra destinazione, peggiore per certi versi.»
Emma dovette indietreggiare, stanca si accasciò a terra, cominciando a respirare a fatica. Non sapeva fino a quando il suo corpo avrebbe retto al sigillo di Ramius, e ogni volta il dolore era lancinante e la indeboliva profondamente. “Ashley! ..Hai scelto la morte, non badando ai miei avvertimenti, che gravi su di te la sorte della tua gente!” Pensò, mordendosi il labbro per resistere alla forza vitale che Asdrubale le stava sottraendo.
L’umana venne sollevata maggiormente. Tentò ancora di liberarsi, lottò ancora. Poi vide la lama muoversi e per un attimo la consapevolezza le attanagliò l'animo… Per un istante solo un pensiero parve fermare il tempo, rendendo quasi silenziosa la realtà: “Nether...”
Il prescelto di Ramius portò la lama a contatto con il giustacuore di Akhayla, poi cominciò a spingere lentamente. Il metallo dell'armatura sembrò quasi ritrarsi al contatto con la spada e quest'ultima raggiunse rapidamente la pelle, recidendola e penetrando nelle sue carni, puntando verso il cuore.
«Mio signore, Ramius Onnipotente! Ti chiedo umilmente il possesso di quest'anima, che la forza vitale di questa donna raggiunga il tuo dominio dentro la mia spada!» Vide il sangue colare lungo la lama e venire assorbito dal simbolo sull'elsa. La legionaria si fece sempre più pallida. Strabuzzò gli occhi e poi li chiuse, stringendo i denti. Non gridò, anche perché qualcosa sembrava succhiarle via le forze... La lama dentro di lei bruciava, proprio come Morte aveva fatto tempo addietro, eppure stavolta sembrava risucchiarla verso di sé, come se bevendo il suo sangue le togliesse pian piano la vita… Lo sguardo della legionaria comincia a perdersi. “Nether” fu il suo ultimo pensiero. Il sole dell'alba la colpì in quel momento, ma i raggi si oscurarono diventando neri. Tutto si tramutò in oscurità... Ed infine il buio.
La testa della legionaria ciondolò all'indietro, e il corpo si abbandonò lentamente alla presa di Asdrubale: «Bene.. Ora manca solo un ultimo dettaglio. Emma, porta il corpo di questa donna a Romar e lascialo sulla soglia della dimora di Nether.. Sono certo che apprezzerà.» Concluse il non-morto.
La cacciatrice ansimò, cercando di ribellarsi alla chiamata, ma le gambe, tremanti, si rialzarono e prendendo per le briglie il suo cavallo si avvicinò al corpo senza vita di Akhayla, caricandolo sul suo stallone. Salì a cavallo, e partì al galoppo senza voltarsi.


~ L’ Ultima Richiesta ~

Mancava una sola persona all’appello. Emma sapeva per certo che il conte non avrebbe tardato a presentarsi al cospetto del prescelto di Ramius, pronto a batterlo pur di salvare la vita della legionaria; ma sapeva anche che da solo non avrebbe potuto sconfiggerlo: il vecchio tomo della biblioteca di Moravia parlava chiaro. La luce e le tenebre dovevano collaborare per la riuscita del rituale, altrimenti il messo avrebbe distrutto ogni città vagando in eterno in cerca di coloro in grado di liberare la sua essenza semidivina e renderlo del tutto immortale…
Carezzando il manto nero di Bucefalo scese dolcemente dalla sua schiena e lo lasciò a scavare nella neve in cerca di qualche germoglio fresco. Con passo deciso varcò quella che, fino a qualche giorno prima, sembrava esser la decisione più difficile della sua vita e che ora, senza indugi, apriva la porta di Cassandra ed annunciava il suo arrivo al padrone della dimora: «Sono qui, mio signore, ancora demone e ancora umana, viva, e attendo la vostra punizione qualunque essa sia per essermi fatta attendere così a lungo… So che siete in casa, so che Moravia non poteva consolare a lungo il vostro tormento. Ed eccomi, infine, cercavate me, che vi ho dato la vita solo per beffarmi dei vostri sentimenti, come dite, eccomi allora, cominciate da me questo massacro…» Si inginocchiò, attendendo di veder il vampiro. Non si sarebbe difesa stavolta, voleva scoprire fino a che punto poteva spingersi la sua crudeltà.
I secondi passarono e non arrivò: «E va bene!» Esordì «Verrò io stessa a cercarti, carcassa ammuffita di un vampiro!» Scese le scale. Per non sentirla, doveva per forza esser di sotto. Arrivò di nuovo davanti alla statua vista la prima volta che aveva curiosato in casa, ma le dava di spalle.
«Che scherzo è mai questo?!» Si chiese, cominciando a girare intorno alla statua. Sobbalzò quando la creatura di pietra agitò le ali per posare i suoi acuti occhi neri sulla giovane donna.
La mezza’ stava per indietreggiare quando la voce del gargoyle proruppe nell'angusto corridoio: «E tu chi sei?» Le chiese, mezzo divertito per la visita non attesa e mezzo allarmato per la presenza di un estraneo. Annusò la donna soffiandole sui capelli corti che si scompigliarono: «Puzzi di demone..» Mormorò incerto.
«Io sono un demone! …Quasi...» Precisò subito «E mi par di capire che tu sei una specie di guardiano…»
«..E difatti devo ucciderti, piccolo abominio» Sogghignando, l'essere di pietra scese dal suo piedistallo avvicinandosi a grandi passi verso la ragazzina.
«Calmati! Calmati! Sto solo cercando Sayrus! …Il vampiro deve… Ehm… Deve uccidermi, sì!» Disse annuendo. Sperò di esser stata convincente, ed intanto guadagnò il primo gradino della scalinata, facendo qualche passo indietro per precauzione.
Il gargoyle tacque, riflettendo sulle parole di Emma. Lei s’accorse della sua decisione di risparmiarla quando un sorriso malvagio e beffardo s’allargò sulla sua bocca marmorea e rizzando la schiena appesantita dalle ali le indicò col palmo aperto la camera a lui opposta, che lentamente s’aprì.
Lei rimase interdetta. Sbirciò dall’esterno alla luce delle scale, ma la stanza era completamente al buio. Fece un passetto in avanti, incuriosita, e la creatura la spinse dentro sbarrandole l’uscita.
Lei si rialzò a fatica, e rimasta seduta sulle ginocchia osservò la stanza priva di luci, rabbrividendo: “Forse non è stata una buona idea venir qua dentro…”. Gattonando, si scontrò contro qualcosa di appuntito. Camminò ancora ed un’altra macchina le si parò davanti. Tastando gli spuntoni in ferro, che dovevano esser rossi per il sangue rappreso più che per la ruggine, si ferì lievemente e succhiandosi il dito continuò a muoversi a mani e piedi esaminando al tocco i vari marchingegni.
Con incommensurabile foga Sayrus entrò in dimora, furente per ciò che la sorte gli stava preservando in quei giorni, mesto per la sofferenza ed il dolore tornati a galla… Annusò l'aria. Più volte. Un odore strano e familiare permeava la sua casa. Un odore di vivo, di umano... L'espressione s'indurì, i pugni si serrarono in quella che sarebbe stata una morsa fatale per l’intruso. Scandagliò le stanze della dimora una per una, non trovando tracce, fino a quando venne colto da un dubbio: «Danag...» Mormorò a bassa voce. Si fiondò per le scale che portavano alla sala custodita dal vecchio compagno, ove egli era di guardia: «Sveglio, Danag! ..Che diavolo sta succedendo?»
Il gargoyle rise, indicando con la destra l'interno della stanza: «Entrate pure, mio signore... Vi è una piacevole sorpresa che v’attende...» Il ghigno folle stampato su quel volto di pietra fece presagire al vampiro ciò che s’aspettava di trovare: «Bene...» Mugugnò entrando.
Emma tossì ancora. La temperatura era piuttosto bassa rispetto a quella dei piani alti e non era un bene per le sue condizioni fisiche… Non con la stretta del maleficio di Ramius che s’avvinghiava alla sua schiena. Trascorse un bel pezzo fino a quando Vordus, levandosi al cielo, trovò il suo posto in una cavità del soffitto, creata apposta per permettere al viso della luna di illuminare la stanza. Schermò gli occhi, osservandola. La porta s’aprì alle sue spalle e lentamente, alzandosi, riconobbe Sayrus. Sorrise, sicura di sé. Non aveva nulla da temere ormai e sapeva per cosa era venuta, sapeva cosa le aspettava e cosa voleva: «Bentrovato, figlio di Moravia.»
Immobile, il cainita restò sulla soglia osservando quella scarna figura: «Emma...» Sibilò a denti serrati «Che... Che diavolo ci fate qui?» Domandò mentre un ghigno arcano si distese sul suo volto, muovendo qualche passo in avanti ed incrociando le possenti braccia sul petto, ritrovandosi a poche spanne dalla ragazza e squadrandola dall'alto verso il basso.
Un altro colpo di tosse: sembrava mancarle l’aria ma non lo diede a vedere. Abbassò lo sguardo su una macchina e rispose cupa «Vi cercavo per pagare le mie colpe… Cosa vi è accaduto? Sembrate agitato..» Era il tono della voce di Sayrus a farglielo capire. Doveva essergli accaduto qualcosa, e non sapeva nemmeno perché glielo domandasse.
Lui sorrise irrequieto, rispondendo «Pagare le vostre colpe? Tsk… Sparite da qui, allora. In questa stanza io mi diverto, non è un luogo di espiazione di peccati altrui!» Ed aggiunse «Nervoso? No, affatto...» Cercando di nascondere l’evidenza.
«Divertirvi? ..Vi sottoponete voi stesso a queste torture o è la sala preferita ove passar la notte con una donna? Certo, è piuttosto… Romantica… No?»
«No!» Replicò gelido, con tono fermo «È la stanza dove torturo i miei nemici. Per passare la notte con una donna ho la stanza di sopra.» Ed indicò i piani superiori.
«Tsk… Per me si è rivelata molto più sicura questa stanza di quanto non lo sia stata la vostra camera da letto.» Volse lo sguardo verso l'uomo. Era ancora teso, ed ancora più determinata ed incurante delle conseguenze gli s’avvicinò carezzandogli il viso fino a fermarsi sulle labbra violacee: «Eppure mi pare di vedervi piuttosto stanco… E provato. Una brutta giornataccia, già.. Vi si legge in volto. Forse, con un po' di riposo, le giuste cure.. Vi riprendereste più velocemente.» Un sorriso si spanse sulle labbra carnose e rosa pesca, quasi volesse giocare con il suo carnefice.
Con uno scatto portò la sua destra sul polso della mezza’ e fece per abbassarglielo bruscamente. «Infatti, brutta giornata... Ma non è ancora conclusa. Mi aspetta una tal legionaria in quel della capitale… Spero per cui che vogliate scusarmi...» Commentò ironico e ghignando malevolo.
«Son venuta fin qui apposta per esser la prima, e mi screditate per una legionaria qualunque!? Quasi mi offendo, sapete?»
«Ahahah... Voi sarete l'ultima...» affermò glaciale dirigendosi verso l’uscita.
«Eh no! Non è così che si fa!» Camminò verso il vampiro facendogli un giro intorno per bloccarlo a qualche passo dalla porta, puntandogli il dito contro: «Prima vi faccio soffrire e voi mi lasciate per ultima?» Spalancò gli occhi, teatralmente meravigliata «Che razza di uomo crudele siete!?» Mentre parlava, avvicinandosi passetto dopo passetto, non poteva di certo nascondere di star tramando qualcosa: lo si leggeva nel suo sguardo da volpe. Lo fermò tenendolo per le mani, ondeggiò la testa, quasi divertita: «Vi lascerò andare, certo, ma prima vorrei farvi un dono… Per farmi perdonare. E non siate così stolto da non accettare il dono di una creatura infernale, anche se solo per metà… Non è nulla che possa ferirvi nell'orgoglio, stavolta, né farvi alcun male... Lo giuro sul mio onore di demone.» “Già.. non ho proprio nulla da perdere ormai..” Pensò fra sé, aggiungendo: «La legionaria che cercate è già stata uccisa, sembra che qualcuno v’abbia preceduto… Lasciate che vi dia il mio dono, e dopo sarete libero di toglier la vita anche alla creatura più pura a questo mondo, non sarò di certo io a fermarvi… Ci vorrà un attimo solo.» Lo pregò mentendo, continuando a sorridere.
Seguì la donna con lo sguardo: «..Ovvero?»
Con la man dritta percorse l'addome del vampiro, fino a salire al suo collo. Cercò di trovar tracce di morsi, e domandò: «Potrei sapere, prima, come avete fatto a diventar vampiro?»
«..No.» Disse seccato.
«Per risponder così sembra quasi che non sia stato qualcuno della casata degli Scuri di Moravia... Meglio così, da una parte. Quindi, non vi dispiacerà se stavolta sarò io a mordervi…» Il pollice della destra andò a premere la pietra azzurra dell'anello accanto alla fede, ed alla leggera pressione comparvero tre aghi che punsero il collo dell'uomo, proprio alla vena del sangue. Una sostanza scivolò lentamente mischiandosi al fluido vermiglio e quando il vampiro tentò di toglier la mano della donna ella lo sbloccò sussurrandogli «Oh, no, no, no, non temete.. Vi avevo detto che non vi avrebbe fatto alcun male…»
«Cosa diavol...!» Le parole gli morirono in bocca, la forza cominciò a mancargli e non riuscì a terminare la frase. Sayrus cominciò a sentirsi stanco e prima che potesse cadere la donna lo afferrò, aiutandolo a coricarsi a terra.
«È una droga leggerissima, non è nulla di speciale stavolta.. Serve solo a.. Ad annebbiare i sensi... Non sentirete alcun dolore…» Continuò a tranquillizzarlo «Solo… Un immenso piacere…». L'effetto fu quasi immediato, considerando la piccolissima dose. Ritirò l'anello, cominciando ad alleggerire l'uomo dell'armatura. Sayrus tentò ancora di parlare, ma era stordito, quindi farfugliò qualcosa mentre chiuse gli occhi ricordando solo il sorriso sulle labbra di Emma...
«Continuo a dire che i piani superiori non avrebbero reso giustizia a questo momento…» Borbottò Emma, allentandosi il corpetto di cuoio. Abbandonò per terra i pesanti stivali, assieme ai pantaloni, lasciandosi indosso solo la camicia di seta, la stessa della volta in camera da letto... Non le occorse molto per slacciare gli abiti dell'uomo, mentre continuò a ridere pensando “Chi l'avrebbe mai detto... Un vampiro!”. Lo guardò in viso. Aveva gli occhi ancora chiusi. Si avvicinò alle sue labbra fredde. Baciandolo.
Il torpore a cui fu sottoposto venne man a mano alleviato dal calore di morbide labbra che sfiorarono le sue. Sgranò di poco le palpebre, avvedendosi di Emma su di lui: «Emma...» Sussurrò con difficoltà. Lentamente sollevò le braccia, cingendo la ragazza alla vita e appoggiando la sua gelida mano sul suo caldo corpo, sotto la camicia.
«Sayrus..» Frusciò lei, avvicinando anche l'altra mano del vampiro sulla sua schiena: «..Qualcosa che non va?» Domandò ironica.
«Nie.. Niente... Affatto..» Mormorò cadenzando le parole. Distese i palmi delle mani cominciando a sfiorare lentamente la pelle vellutata della ragazza.
«Sembrate quasi un ragazzino quando avete gli occhi chiusi. Quell'espressione così innocente sul viso...» Emma si distese lungo il corpo del cainita, continuando a sfiorargli i lineamenti del volto, carezzando il suo collo con le morbide labbra.
«Uhm...» Sospirò «Perché mi dicono tutte la stessa cosa? ..Maledetta faccia innocente..» Pensò ad alta voce, divertito. Sentì la flebile pressione della ragazza distesa sul suo corpo ed il calore emanato da esso… Tempi immemori, dall'ultima volta che provò quella sensazione.
«Già.. Quella faccia maledetta. Avrei dovuto sfigurarvi in viso...» Disse in ultimo, prima di dedicarsi ad un unico e lento bacio, lo stesso che la sua natura di demone avrebbe preteso di donargli ogni volta che i loro sguardi s’incrociavano.
«Già...» Asserì, prima di ricambiare il passionale ed intenso bacio della ragazza. Con entrambe le mani le accarezzò il corpo fino a farle ritrovare all'altezza del suo petto. Poi allungò le mani verso il basso, all’altezza del primo bottone, e cominciò ad aprirli, lentamente, uno alla volta, dal basso verso l'alto. Quando ebbe finito lei s’alzò di poco, il tempo di sfilare anche la camicia e di aggiungerla ai suoi vestiti e tornò a farsi stringere da Sayrus, come se desiderasse il suo abbraccio da tempo. Il vampiro sorrise, cingendo forte la donna, e fece per voltarsi facendo ritrovare Emma sotto di lui. L'annebbiamento provocato dalla droga sembrò scemare a poco a poco, riacquistando vigore. Si distese sulle braccia, rimanendo col ventre unito al suo, col viso a poche spanne di distanza: «Emma, Emma cara...» Sussurrò divertito, prima di donarle un altro, caloroso, bacio. Con la sinistra ancora tesa a sorreggersi, spostò la destra sulla sua guancia, carezzandola dolcemente. La cacciatrice teneva il viso di lui tra le mani calde: «Voi parlate decisamente troppo…» Sorrise, prima di tenerlo occupato con un bacio per non dargli il tempo di replicare. All'improvviso lo respinse di lato lasciandolo sorpreso e con le braccia ancora aperte ed incredulo la guardò.
Con sguardo austero lo spinse sul pavimento gelato e salì sul suo ventre spoglia di ogni abito: «Se non vi dispiace, starò io qua sopra.»
Lui la guardò perplesso: «Ah beh... Dipende da cosa avete intenzione di fare..» La sua voce era soave, ed al contempo malevola; «Vediamo...» Aggiunse sottovoce, continuando a carezzarla in viso.
«Non mi provocate! La tentazione di uccidervi è uguale a quella di passar la notte con voi… Se non più forte.» Era quasi vinta dalla tentazione di stringere le sue mani attorno al collo del vampiro, per soffocarlo, lo stesso istinto demoniaco sempre a metà tra il toglier la vita ed il viver passioni sfrenate… E stavolta il secondo cedette. Ancora una volta le sue iridi tornarono cremisi e la sua rabbia si plasmò in amore, vincendo quel veleno d’odio che scorreva nel suo sangue corrotto. Si curvò. Unì il suo corpo a quello del vampiro cominciando una lenta serie di flessioni e gesti che potessero recar piacere ai due amanti. In silenzio, l’uomo accompagnò i lenti e piacevoli movimenti della ragazza. Lo sguardo era fisso nei suoi occhi, colmi di piacere. La osservò, nelle sue splendide fattezze, cadenzando quel ritmo lussurioso che incalzò col trascorrere del tempo. La notte era lunga, e l'alba lontana…

Emma aprì lentamente gli occhi. Doveva esser mattina, ma nel buio della sala non distingueva altro se non il calmo respiro di Sayrus che dormiva di fianco a lei. Doveva averla coperta, nel sonno, per trovarsi avvolta nella sua camicia.
La serenità di quel momento la fece sorridere. Poggiò la testa sul suo petto e sospirando, per una volta dopo tanti anni, si sentì di nuovo libera da ogni vincolo.
Sayrus si destò, ancora assonnato. S’avvide della testa della fanciulla delicatamente posata sul suo petto; portò la man dritta su di una delle sue gote, accarezzandola dolcemente: «Buongiorno Emma..» Bisbigliò con voce spezzata a causa del primo risveglio «Dormito bene nella sala delle torture?» Domandò ironicamente, già di prima mattina.
Lei sbadigliò, voltandosi per dar di spalle: «Non mi pare di aver dormito.. Al contrario vostro.»
Il cainita sorrise: «Vuol dire che non avevo un buon motivo per rimanere sveglio...» Si portò di lato per girarla verso di lui e rise divertito, guardandola e prendendola in giro.
«Siete sempre così antipatico di mattina?» Chiese imbronciata, prima di baciarlo. «E poi mi avete tenuta sveglia fino all'alba..» Sussurrò sfiorandogli le labbra «E sono ancora tanto stanca..» Continuando a donargli dolci effusioni d'amore.
«Noo..» Sorrise «Dipende dal piede con cui scendo dal letto…» Fece per pensare aggrottando la fronte «..Però stamattina non sono ancora sceso…» Affermò deciso, senza smettere di ridere.
«Che vi prende? Siete così.. Spiritoso.. Tutto questo buon umore a cosa è dovuto?»
L'osservò sarcastico e perplesso «...Spiritoso? Sono solo.. Realista.» Rise sotto i baffi e le fece una carezza.
«Realista? ..Sembrate quasi *umano*!» Emma si scostò, sedendosi sulle ginocchia per infilar la camicia che cominciò a riabbottonare.
Sayrus si voltò verso il soffitto, guardando il vuoto, ed incrociò le braccia dietro il capo socchiudendo gli occhi: «...Tsk...umano...» Sibilò a denti stretti «..Io sono un Vampiro…»
«Non ho mai visto un vampiro essere *tanto umano* come lo eravate ieri notte..»
Lo provocò, andando alla cieca con le mani in cerca dei suoi abiti.
«Sayrus..» Disse seria d’improvviso, continuando a vestirsi «Non penso che vi importi molto di me. So bene che nel vostro cuore c’è posto solo per.. Per i ricordi e per Moravia… Ma volevo farvi sapere che sto partendo per terre lontane e se.. Se vi interessa sapere il motivo… Ormai è evidente che Asdrubale sta consumando le mie forze, giorno dopo giorno. Ho trovato un modo per fermarlo, ma mi serve il vostro aiuto… Quando il sole sarà alto nel cielo egli giungerà a Glorfindal, cercando il Cavaliere delle Ombre per sfidarlo in duello usando le mie spade, esse saranno il mezzo per oltrepassare il regno dei mortali… Uccidetelo per me, Sayrus…» Si fermò un attimo, meditando. «In fin dei conti, vampiro o no, non siete affatto spietato a crudele e penso che ieri notte ne ho avuto la conferma. Temo.. Temo di aver sbagliato tutta la mia vita, Sayrus.. E non potendo rimediare posso solo andarmene…» Un grugnito soffocato nel sonno l’avvisò che l’uomo non aveva ascoltato una sola parola di quello che aveva appena detto. Sorrise, prendendo qualcosa dalla sua borsa. La pose accanto a lui, dandogli un ultimo bacio sulle labbra attenta a non svegliarlo: «Addio, Sayrus..».
Non una parola riguardo a ciò che provava per lui. Lei stessa aveva difficoltà a capire cosa provasse, in fondo, perché ogni volta che tentava le tornava a mente il suo sguardo, i suoi occhi… E tutto ciò che aveva un senso pareva perderlo. Egli era il suo avvocato. Il suo barbaro. Il suo vampiro…
Le luci dell’alba sotto la fessura della porta le indicarono la via dell’uscita verso le scale. La richiuse, risalendo lentamente senza far rumore sotto gli occhi sbigottiti del gargoyle.
…Abbandonò per sempre Cassandra, senza farvi più ritorno…


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MessaggioInviato: Mer Ott 07, 2009 3:25 am Rispondi citandoTorna in cima

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EPISODIO VII *SPECIAL*
C’è una versione gemella nelle Cronache dell’Aurora… Vi consiglio di leggerle entrambe.

~ La Resa dei Conti ~

Asdrubale aspettò in mezzo alla piazza di Athkatla l'arrivo di qualcuno che doveva sfidarlo. Aveva aspettato troppo questo giorno, per attendere pazientemente. Tamburellava con le dita sul gambale dell'armatura carezzando delicatamente la sua spada.
Nether arrivò a cavallo in città. Si era ripreso, almeno in parte. Si chiese cosa lo spingesse a combattere contro una delle più grandi minacce sulla faccia della terra. Sorrise quando, ipotizzando almeno una decina di risposte, si rese conto che ormai non aveva molta importanza... Scrutò la zona circostante finché non lo vide. Indirizzò il cavallo verso il vampiro che lo aveva scorto a sua volta. Arrivato a non più di dieci metri, scese dal destriero dandogli una pacca per farlo allontanare.
«Bene arrivato Nether. Non ho avuto alcuna notizia da voi dopo che vi ho lasciato quel piccolo presente... Lo avete apprezzato?»
Il paladino non rispose. Dietro l'elmo decorato il volto era invisibile, il vampiro faticava a vederne gli occhi attraverso la fessura.
«Una grave scortesia la vostra, non trovate? Pazienza.. Passiamo alle cose serie. Userete queste nel nostro duello.» Lanciò all’umano un grosso fagotto.
Il conte corrugò la fronte, afferrando il sacco al volo. Sentì un clangore. Aprì il sacco con una certa curiosità e sgranò gli occhi quando ne vide il contenuto. Le alzò entrambe, osservandole. Una non la riconobbe subito, ma l'altra era Morte, la spada che lui stesso aveva forgiato per Emma molto tempo prima. La osservò con attenzione. Era la spada che aveva forgiato, vero, ma allo stesso tempo era cambiata.. Forse a causa dello scopo per cui era stata usata.
Alzò lo sguardo verso il vampiro senza dire una parola, fissandolo per qualche attimo. Rimise le lame nel sacco e le lasciò a terra.
«Attento, Nether. Io ho qualcosa che tu vuoi. E anche tu hai qualcosa che io voglio. Userete le spade di Emma, nel nostro duello. Altrimenti potrei non dirvi come rimettere una certa anima al suo posto…»
L’umano continuò ad ignorarlo. Sfoderò una spada a doppia lama che brillò alla luce del sole. Appena visibili, in filigrana, v’erano le parole "Caliban" e "Sangue".
Reggeva nell'altra mano uno scudo dalla forma esagonale, il cui disegno era diviso a metà da una linea diagonale: da una parte v’era rappresentato un libro aperto e al centro una spada, mentre nell'altra, un angelo rivestito da una cappa che ne oscurava il volto e copriva il corpo, teneva una lama rivolta verso il basso.
«Lo so cosa stai pensando... Basta che spezzi la spada per liberarla. Ecco perché vuoi usare un'arma come quella. Ma non basta spezzare L’infernale, anzi.. La mia spada è solo un tramite, un passaggio. Infrangila e non tornerà più. Duella con le spade di Emma e sarà libera di ritornare in vita.»
Nether fece roteare la lama sciogliendo il polso. Cercò di ricordare da quanto tempo non la usava e gli venne istintivo sorridere. Emma aveva fatto un ottimo lavoro, ma Morte era ancora un’arma giovane... Ebbe un attimo di disorientamento. Forse non si era ripreso del tutto. Alzò lo scudo in posizione di guardia, aspettando.
«Un vero peccato che non ti interessi salvarla. Se non userai quelle spade farò in modo di disperdere per sempre la sua anima e non potrà mai più reincarnarsi.. A te la scelta.»
Rivolse un breve sguardo alle lame nel sacco. Forse aveva un piano. Forse. L'unico problema era che, da un punto di vista esterno poteva essere suicida. Tornò a concentrare l'attenzione sul suo obiettivo. Anche con le lame di Emma le possibilità erano invariate, se ne rendeva conto. D'altronde, le alternative erano poche. Teneva la lama dietro lo scudo pronto a farla saettare al momento opportuno.
«Sto aspettando la vostra risposta, Nether. Accettate le mie condizioni?»
Un “No” secco risuonò nella capitale stranamente deserta, facendo assottigliare gli occhi di Asdrubale che si fecero furenti: «Un vero peccato. La tua amica soffrirà in eterno per la tua testardaggine... Ora fatti avanti!»
Sfoderò L’infernale e attese l'attacco del conte, che osservò la lama del vampiro valutando quanto poteva resistere lo scudo: “Tre colpi diretti, cinque volendo essere ottimisti...”. Caricò rapidamente a testa bassa, colpendo con lo scudo la spada del vampiro che di tutta risposta cercò di tagliarlo in due con un colpo. Si udì un *crack* sinistro, mentre lui affondava la lama verso l'armatura... Trovò un'apertura, ma le ossa di drago si rivelarono più ostiche del previsto e riuscì appena a provocare una crepa. Il non-morto afferrò lo scudo di Nether con la mano sinistra, mentre bloccò la spada doppia con L’infernale. Spingendo con tutta la sua forza, il vampiro aprì la guardia del paladino piantandogli un calcio potentissimo sullo sterno.
L’uomo dovette dare fondo a buona parte del suo autocontrollo per non emettere un suono. Con un gesto rapido delle dita slacciò lo scudo, ormai inservibile, allontanandosi dal cainita.
«Hai abbandonato lo scudo. Sei sempre così veloce ad abbandonare chi ti aiuta? Come lo scudo hai abbandonato Akhayla… Chi sarà il prossimo?» Asdrubale impugnò la spada a due mani, pronto a colpire. Scivolò in avanti, vibrando un colpo diretto alla spalla di Nether.

Le battute finali del rituale di Asdrubale si stavano compiendo. Emma doveva affrettarsi se voleva fare in modo che il suo piano funzionasse…
Se solo avesse tardato di un secondo, sia il suo maestro che Sayrus si sarebbero sacrificati invano, e nessuno sarebbe più stato in grado di liberare l’anima di Akhayla e l’incarnazione di Ramius dalle sue spoglie mortali. Sapere che il dio degli inferi la stava ancora usando per raggiungere i suoi scopi la disgustava, ma la scelta più giusta era quella che spettava a lei… A lei solamente.

Nether si scostò di lato menando un fendente e scattando in avanti, tanto per evitare un contrattacco quanto per menare un colpo al volto di Asdrubale, che però riuscì a scostarsi a sua volta. La lama del paladino sfregò contro l'armatura del cainita, producendo uno stridio del tutto simile ad un grido agghiacciante. Borbottò qualcosa a bassa voce, che il non-morto riuscì a sentire a fatica: «Devian, Michelle, Nemes, Zorins, Klain, Grombold, Iriel, Azban, Felian...» Recitava nomi. E la lista sembrava ben lungi dal terminare. Mise la lama davanti a sé, impugnandola con la mano libera come se fosse un piccolo bastone.
«Nomini tutti i tuoi compagni abbandonati per sopravvivere? O quelli caduti per la tua incompetenza?» Asdrubale colpì volontariamente verso la spada dell’avversario. Una, due, tre volte. L'arma dell’umano non avrebbe retto a lungo ad un simile ritmo…

Quando Emma raggiunse il luogo, scese da Bucefalo, iniziando a slegargli la sella e togliendogli le briglie. Gli carezzò il muso. Ricambiandosi lo sguardo, intesero che era giunto il momento dell’addio: «Vai!» Gli urlò contro la ragazza, lasciando che lo stallone fuggisse nella foresta. Raccolse fiato nei polmoni ed iniziò a preparare il rituale...

Il Claw avvertiva la tensione nei muscoli delle braccia ed il dolore provato ad ogni colpo era, in qualche modo, piacevole… Vide arrivare un altro fendente. Parò solo un istante con la spada ma invece di bloccare il colpo, lo fece slittare lungo la lama. Il pomolo andò ad impattare contro il naso del vampiro producendo un suono di ossa spezzate. Roteò, abbassandosi, per passare dietro il vampiro. Aveva pochi secondi. Sfilò un pugnale che teneva legato dietro la schiena e, mentre faceva leva su una gamba per scattare in piedi, lo piantò in una giuntura dell'armatura. Il colpo era andato a segno. Sfortunatamente, anche il manrovescio che gli arrivò in risposta non fu da meno. Volò per un paio di metri, finendo a terra. La vista era offuscata da lampi, ma aveva ancora una concezione parziale della situazione.
Il messo del dio Ramius estrasse il pugnale dalla gamba: il sangue smise quasi subito di scorrere e la ferita si richiuse. Impugnò la spada solo con la sinistra, mentre la destra si agitava davanti al volto del vampiro. In un attimo, di lui non restò nulla, mentre una fitta nebbia calò sulla città: «Questo duello non mi diverte, paladino. Sento che qualcun altro è qui vicino, qualcuno che vuole affrontarmi seriamente. Andrò da lui, lo ucciderò e poi distruggerò l'anima della tua amichetta… Muwahahahah…» Scomparve. Non appena si diradò la nebbia, Nether notò che anche il fagotto con Caos e Morte era sparito.
L’ammasso d’ombre che costituiva Asdrubale sembrò volare verso la città elfica, lasciando una scia di zolfo mentre s’allontanava sospinto dal vento.
L’umano ringhiò di rabbia fischiando per richiamare il cavallo che accorse subito. Salì velocemente in sella, dirigendosi verso Glorfindal.

La cacciatrice pose le candele così come aveva veduto sui manoscritti della biblioteca di Moravia, iniziando a tracciare il cerchio...

Asdrubale il Maledetto apparve al centro della piazza di Glorfindal. La nebbia che lo componeva, lentamente acquistò consistenza fino a rigenerare il non-morto: «Avanti, piccolo vampiro. Esci allo scoperto, sento la tua presenza... Non volevi sfidarmi?» Posò al suolo Caos e Morte, lasciandole in bella vista.
Sayrus incedette lento dalla via dei campi. Testa china sul selciato, pugni serrati. Il richiamo di Asdrubale era chiaro... Volse il capo verso il Messo: «Asdrubale...» Tuonò sinistro. Avanzò calmo, col passo fermo, e lo sguardo gelido impiantato negl'occhi del Servo.
Il Claw arrivò dietro il vampiro bloccando il cavallo in corsa che s’impennò emettendo un nitrito. Scese con un movimento fluido: «In genere i duelli non si interrompono...»
«Quello non era un duello divertente, Nether. Qui abbiamo qualcuno di più interessante con cui confrontarsi... Nevvero Sayrus? Non volevate uccidermi usando le armi della cacciatrice? Ebbene, sono lì, a vostra disposizione.»
«Esatto...» Grugnì con voce vomitata. Avanzò ancora, fiero e determinato, portandosi a pochi metri da Asdrubale ed immobile restò a fissarlo. Con flemmatici movimenti, l’ex barbaro si spogliò dell'armatura, abbandonando al suolo il copripetto insieme al resto delle protezioni e si calò sul volto una maschera... La maschera di un Lupo Nero.
Il paladino corrugò la fronte. Era già la seconda volta che proponeva a qualcuno di usare le armi della Cacciatrice "Che diavolo ha in mente...?" si chiese, tenendo la spada davanti a sé.
Il cainita, col busto spoglio, s'avvicinò alle spade tenendo sempre lo sguardo fisso su Asdrubale. Una rapida occhiata alle due lame, e le afferrò. Le sollevò a mezz'aria, studiandone il peso rigirandole col polso, e attese. Il sacerdote di Ramius decise di attaccare per primo. L’Infernale scivolò fuori dal fodero per pochi centimetri, colpendo Sayrus [Lupo Nero] al petto con il suo pomo. Il fodero poi venne lanciato verso il volto di Nether: «Che la festa cominci!»
L'inaspettata mossa del non-morto costrinse il Lupo Nero ad arretrare a causa dell'impatto. Tre passi, e tornò ad assumere una posizione guardinga. Sorrise: «Come Volete... Servo..» Rapido scattò in avanti. Caos era nella sinistra, con la lama verso l'avversario, mentre Morte era ghermita con la man dritta, con la punta rivolta all'indietro. Fece per fendere con Caos. Non appena la lama nera fu a poche spanne dalla spalla dell'immortale, la ritrasse, e con un movimento rotatorio delle braccia si diede lo slancio per attaccare il lato opposto con Morte. L’umano schivò agilmente quell'arma improvvisata, lanciandosi verso il Messo. Detestava ammetterlo, ma Sayrus [Lupo Nero] poteva rendersi utile, almeno per una volta...
Intravide appena in tempo la sua mossa e, abbassandosi il più possibile, lanciò un affondo diretto alla schiena di Asdrubale.

La mezza’ accese ogni candela, iniziando a recitare con fervore il rituale della trasmigrazione di energie: se aveva intuito il piano di Ramius, uccidere Asdrubale non sarebbe bastato… Bisognava eliminare anche ciò che lo legava al mondo mortale. Il sigillo del dio sul suo era quel legame, ed andava spezzato con la morte… di entrambi.

Il nemico comprese subito la finta del figlio di Moravia ed intercettò Morte con la sua spada. La mancina passò dall'elsa al polso di Sayrus [Lupo Nero], mettendolo sulla strada dell’altro. Il colpo venne respinto con un ampio margine, ma non appena il Lupo Nero s'accorse che l'intenzione del Messo era quella di far deviare l'arma verso Nether, lasciò la presa sull'elsa. Fece cadere la spada a terra. Puntò il ginocchio destro in avanti per arrestare la corsa e lesto riafferrò la lama, ghignando divertito: «E bravo Asdrubale!»
Il Claw spostò velocemente la posizione della spada per evitare di infilzare il vampiro alleato, per poi rotolare per terra evitando a sua volta un fendente ben poco amichevole. Ringhiò di rabbia mentre si rimetteva velocemente in piedi. Balzò afferrando entrambe le mani del Maledetto: «Cattiva idea non avere un elmo, oggi!» Digrignò i denti sferrandogli una serie di testate in pieno volto.
«Bravo io, o scarsi voi due?» In una risata Asdrubale scomparve in un ammasso di nebbia, per poi riformarsi alcuni metri più in la, con aria divertita: «..Dicevamo?»
Approfittando del momento di distrazione del non-morto, impegnato con Nether, Sayrus [Lupo Nero] saldò Caos a terra, estraendo Boroga da dietro la schiena e la lanciò in direzione del Messo. Tornò subito a ghermire l'elsa di Caos, e si fiondò su Asdrubale con entrambe le spade a mezz'aria tentando dapprima un affondo frontale, poi due fendenti contemporanei.
Egli afferrò al volo Boroga e dopo aver ringraziato il cainita la usò per bloccare il suo successivo attacco. Boroga contro Caos e L’infernale contro Morte. La posizione del vampiro era perfetta perché Asdrubale potesse calciarlo in faccia.
Il conte era a pochi metri dall'immortale. Si piegò tentando nuovamente un fendente alla giuntura delle gambe, anche se temeva di non avere molto successo.
Il compagno si maledì per la stupida mossa. Scansò Morte verso destra, andando a parare il calcio con il gomito. Immediatamente tentò di falciare la gamba con un diagonale e insieme roteò il gomito sinistro verso la bocca dello stomaco di Asdrubale, che ritrasse la gamba per evitare il fendente di Caos. La gomitata del Lupo Nero cozzò violentemente contro la sua armatura, mentre le sue spade rotearono orizzontalmente mirando l'una al collo del vampiro e l'altra al braccio sinistro dell’umano. Alla vista della lama, il primo si abbassò al suolo con un agile balzo e si allontanò dal Servo per guadagnare metri e fiato. Doveva pensare in fretta...
L’altro imprecò, vedendo arrivare la spada. Il fendente andò a segno facendo sgorgare del sangue dalla ferita e lo stesso si poté dire per quello di Asdrubale, che provocò una crepa appena visibile nella protezione per il braccio. Nether rotolò con agilità sorprendente rimettendosi in piedi, alzando istintivamente la spada per bloccare un possibile colpo.
Asdrubale, incuriosito, iniziò ad osservare la sua spada. L’Infernale cominciava a vibrare ad intervalli quasi regolari: «La senti Nether questa vibrazione? È la tua amica che cerca di liberarsi da sola. Peccato che questo la ucciderà entro pochi minuti... Cosa vuoi fare in proposito?»
L’umano scattò verso l'immortale impugnando la spada con entrambe le mani e menando un fendente dall'alto in basso. Non puntava al vampiro però, bensì alla sua lama.
Sayrus [Lupo Nero] non intese il senso delle frasi del Messo: non tutto gli era chiaro in quella faccenda. La parte del collo non coperta dalla maschera cominciò ad imperlarsi sudore e gli occhi divenuti vermigli fecero apparire il suo volto come quello di un reale lupo famelico. Mosse piccoli passi in avanti, costanti e cadenzati, studiando per qualche istante l'armatura dell'avversario. Rimuginò l'attacco di Nether al braccio, scuotendo la testa: “Quel maledetto Paladino mi sta solo intralciando..” Con un gesto di stizza si rivolse al Maledetto, chiamandolo con tono rude: «..Asdrubale! Meno parlare... Più combattere!» Sorrise, e si fiondò nuovamente sul non-morto. Attaccò con un potente fendente dall'alto verso il basso con Morte, mentre Caos fendette da destra verso sinistra. Infine scalciò, tentando di gettare polvere agl'occhi del Servo. L'attacco combinato con il conte forse poteva avere un buon esito.. O forse no.

A metà dal rituale, Emma iniziò a sentire il suo corpo in sintonia con quello di Asdrubale. Pareva esser in vantaggio e questo lo faceva gioire. Non poteva far niente per facilitare i suoi amici nella lotta, solo aspettare… Continuò a sussurrare l’antico incantesimo fino all’ultima sillaba.

Nether l’aveva sentita. Ne era certo. Aveva ancora la sua voce che gli risuonava nella testa mentre menava il fendente con tutte le forze che aveva in corpo. Asdrubale in un primo momento portò L’infernale sulla traiettoria dell'arma del paladino. All'ultimo scambiò la lama con Boroga e parò il colpo con quest'ultima. L’infernale saettò invece a bloccare Caos, mentre Morte venne schivata per un soffio. Asdrubale sembrava iniziare a stancarsi ed il braccio che reggeva la sua arma era il più stanco.
«Fermo!» Sbraitò Sayrus [Lupo Nero] non appena s'accorse dello scambio di spade. Fece per menare un calcio verso le braccia di Nether, “Io lo sapevo che era un intralcio!” e s'accorse immediatamente che Asdrubale cominciò ad affaticarsi: forse la sua arma richiedeva un sacrificio, un costo... Decise di insistere su quel braccio, e con un doppio attacco mirò sulla lama, cercando di portarla verso il basso e fargli scoprire la guardia o più semplicemente, finire di affaticarlo.
Il paladino roteò girando attorno al cainita per cercare di trovarsi di nuovo davanti alla lama del Maledetto. Forse aveva una possibilità.
Asdrubale sorrise vedendo i due affannarsi così tanto: roteò la man destra, che reggeva L’infernale, in modo che potesse passare fra le due spade del Lupo Nero. Allo stesso tempo Boroga saettò verso i polsi di Nether, cercando un punto debole nell'armatura. Le armi di Sayrus [Lupo Nero] colpirono il terreno, ma egli sorrise. Lasciò che le spade si appuntassero al terreno, si fletté sulle lame stesse scagliando da una posizione verticale un calcio potente sul viso del Messo e si ritrasse il secondo successivo. Asdrubale si abbassò schivando il calcio e colpì il piatto delle spade che facevano da appoggio al figlio di Moravia. Privo di un sostegno solido, il vampiro cadde malamente addosso a Nether, che ringhiò mollando la presa sulla spada con una mano per evitare di rimetterci le dita finché non si vide l’alleato finirgli addosso.
Aveva poche opzioni. Sayrus lo avrebbe odiato, ma d'altro canto... Rotolò nuovamente in avanti togliendosi rapidamente dalla traiettoria del corpo cadente. Mentre stava ancora inginocchiato tentò un altro fendente verso la lama del Maledetto. Il vampiro mascherato impose le braccia al suolo, evitando una rovinosa caduta. Per fortuna, Nether si era scostato agilmente, evitando l'impatto. Digrignò i denti, squadrando Asdrubale: «Sono stanco di voi!» Sbraitò iracondo il Lupo Nero. Appuntò le spade al suolo, vicino al paladino, affinché potesse afferrarle celermente. Cominciò una potente corsa verso il Messo che gli dava di spalle, avvinghiandolo per il busto ed andando a chiudere i pugni dietro la sua schiena in una morsa poderosa: «Adesso Nether, Adesso!» Urlò verso di lui. L’umano ringhiò. Lanciandosi alla carica afferrò Morte con la mano libera e tentò un affondo al petto di Asdrubale, riuscendo ad infilzarlo con le due spade…

Le iridi rosse della mezza’ brillarono alla nascente luce di Vordus. Rivoli di sangue eruppero dalle sue labbra ridenti mentre posò la destra sul petto, trafitto brutalmente dalle spade. Guardò la luna di color cremisi inondarla di luce prima di finire distesa sul manto erboso. Un istante dopo s’accorse di Shadow. La fissava, bagnandole il viso con le sue lacrime: «Sai.. Quello che devi fare…» Sussurrò, prima di perdere la cognizione della realtà. Per un istante solo, le parve di veder il suo amato Shade stringerle la mano insanguinata e restarle accanto…

Asdrubale il Maledetto sgranò gli occhi, quando le due spade gli perforarono il torace: il sangue iniziò a sgorgare copioso dalla sua bocca. Il vampiro crollò a terra, sforzandosi di parlare: «La volete sapere una cosa? ... ... ... Avete fatto tutto per niente ... ... ... Emma è appena morta. La troverete a qualche giorno di marcia a sud della foresta…» Si lasciò definitivamente andare, ridendo, dopo aver detto queste parole.
«Ben... Fatto... Nether...» Mormorò il Lupo Nero, mentre sangue rappreso e coagulato colò dal suo petto «Ben...Fat...» Ed anch’egli cadde a terra, esanime.
Il paladino meditò sulle parole del Messo per qualche attimo… In fondo, lo sapeva. Osservò Sayrus riverso al suolo: definirlo un macellaio maniaco, era un dolce eufemismo. Lo fissò per qualche attimo. Lo avrebbe portato dal guaritore il prima possibile, ma aveva una faccenda ben più importante da risolvere.
Il corpo del servo di Ramius sussultò. Eppure, doveva esser morto. Cominciò a tremare vistosamente e a sollevarsi da terra e le due spade nel suo petto cominciarono a risplendere. Morte emise una luce viola e malsana mentre dalla spada di Nether si liberò una flebile luce bianca, ed entrambe le luci vennero lentamente assorbite dalle membra di Asdrubale. Alla luce di Morte comparvero i volti di tutti gli uomini e le donne uccisi da Emma Norton: volti trasfigurati dal terrore vennero assorbiti in un vortice… Il corpo di Asdrubale cominciò a mutare, diventando un ammasso informe e nero, il suo volto venne coperto da una vitrea maschera bianca, priva di lineamenti.
L’umano indietreggiò. Sorpreso, più che spaventato. Trascinò il corpo del barbaro cainita dietro ad alcune casse mettendolo al sicuro, prima di avvicinarsi con una certa cautela a quello che era stato Asdrubale. Solo ora si rese conto di cosa avesse in mente e la cosa che lo faceva infuriare: lo aveva aiutato a raggiungere il suo scopo.
«Noi siamo il Messo Infernale, mortale, ci hai fornito l'aiuto che necessitavamo. Ora le forze cosmiche sono nuovamente equilibrate. I Cieli e gli Inferi possiedono entrambi un messaggero, pronto a guidare e consigliare i mortali. Voi sarete l'ago della bilancia. Come premio ti concediamo una domanda, mortale. Cosa vuoi sapere?»
Nether rimase perplesso. In qualsiasi altro momento avrebbe cercato di uccidere una creatura del genere... Peraltro, senza successo. Lanciò uno sguardo alla spada di Asdrubale: «Come posso far tornare l'anima di Akhayla nel suo corpo?»
«Attendi…» Gli rispose, prima di scomparire nel nulla.
Per quanto cercasse freneticamente, L’infernale era scomparsa. Aprì e chiuse la bocca come un pesce: “Attendi!? Ma è un messo infernale o uno scribacchino del senato!?” Pensò furente il conte. Fece un fischio, ma il cavallo non arrivò subito. Probabilmente si era spaventato, e con buona ragione. Lo vide spuntare da dietro un angolo e fece per montarvi sopra. «Eppure mi sto scordando qualcosa...» Pensò, osservando il paesaggio attorno. Vide il corpo di Sayrus e imprecò. Se n'era dimenticato. Lo caricò sul cavallo senza troppa gentilezza prima di salire a sua volta, spronando il destriero verso il capanno del guaritore...


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Emma Norton
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> > > LE CRONACHE DELL’O R D A L I A < < <


EPISODIO VIII (I Parte)
Ho tergiversato per non so quante giornate pur di non dedicarmi a questo pezzo. Beh, prima o poi toccherà a tutti di bere dal calice…

Vecchie Conoscenze:
-> Durlindana
-> Druss
-> Sayrus
-> Nether
-> Akhayla

Nuovi Personaggi:

-> Ombranera Cacciagrossa Nuova figura misteriosa
-> Foglia d’Acero Arcidruido della foresta del Circolo di Melandru
-> Giab Oste della taverna di Cedric, ad Athkatla
-> Senatore Punitore Nano, amico ed ammiratore di Emma
-> Kern Bardo vampiro, amico fraterno di Emma
-> Rossamela (Redapple) Sposa di Kern
-> Abitanti di Romar Passanti non coinvolti direttamente nella trama.

~ Il ritrovamento di Emma ~
Una volta completata la sua missione, Emma tornò a Sehomar da Ramius, che come promesso rivelò le nuove sembianze del suo amato, reincarnatosi, secondo il dio degli inganni, in Asdrubale.
Asdrubale si rivelò feroce e spietato e deciso a divenire immortale; il suo potere accrebbe con la cerimonia delle nozze tenutesi a Sehomar.
Akhayla sacrificò la sua vita nel tentativo di uccidere Asdrubale e salvare la vita di Nether. Emma, ormai succube del servitore di Ramius, sembrò trovare un modo per spezzare il legame che teneva il messo sulla terra. Fuggì nella foresta e nessuno la vide più tornare...
Quando ormai niente sembrava contrastare l’avanzata di Asdrubale, grazie all’intervento congiunto della luce e delle tenebre, Nether e Sayrus combatterono insieme per sconfiggere la creatura infernale, usando il potere delle lame di Emma consacrate alla guerra, Morte e Caos, e riportarono la pace nelle lande del drago verde. La morte di Asdrubale comportò anche la morte della mezza’, di cui nessuno ebbe più notizia. Ma un giorno….


La giornata non prometteva nulla di buono. Nuvole cariche di pioggia coprirono interamente la capitale e in lontananza fecero eco i rombi dei tuoni. L'umidità s'avvertiva fin dentro i calzari e presto le donne s'affrettarono a rientrare in casa col carico di panni poco prima messi ad asciugare e richiamando a gran voce i figli di tornare a casa, prima che l’acquazzone cominciasse.
Ombranera, seccato dal temporale che lo aveva accompagnato per tutto il tragitto, con gli abiti inzuppati raggiunse a gran fretta la stalla, ove lasciò il suo cavallo e si ritirò in un angolo ad osservare Athkatla.
«C'è qualche passante che potrebbe fornirmi indicazioni?» Domandò guardandosi attorno. Ricordò di aver ancora il cappuccio del mantello a coprirgli il viso e lesto lo passò all'indietro per farsi riconoscere in volto. “Oh beh, certo che son davvero ospitali in questa città... Argh, ma chi me l'ha fatta fare! Tornando indietro l'avrei uccisa io stesso!” Scalciò un ciottolo, annoiato, prima di scorgere l'insegna di un'osteria e riflettere sul da farsi.
Durlindana teneva le mani intrecciate sul grembo. Camminava a passi misurati ed invisibili; la lunga gonna, bordata di broccati cangianti, sfiorava il terreno lastricato. Canticchiò un motivetto armonioso e sommesso. Un reticolo di quarzi brillava di mille sfaccettature, intessuto nel suo corpetto di velluto nero.
Inclinò il capo e socchiuse gli occhi. Quando si rialzò, una cascata di riccioli ampi e biondi tornò a celarle le spalle nude: «Fortuna e prosperità» Salutò Ombranera. Restò a guardare la figura sconosciuta con un sorrisetto sornione; un sorrisetto sospeso tra la furbizia fanciullesca ed allusiva maturità. S'avvicinò ancora all'osteria.
Il ragazzo aveva sentito quel suono. Non c’erano dubbi: erano i passi felpati di una donna, abbastanza ricca anche, per sfoggiare abiti simili. Ricambiò il sorriso, inchinandosi profondamente ed allungando la destra aspettò che la donna le offrisse la mano, per baciarla: «Un fiore così bello in una giornata così cupa. Se non fossi portatore di cattive novelle, direi che mi avete donato un altro anno di vita, con la vostra beltà.»
Durlindana aggrottò un poco la fronte nel guardare il giovane bagnato di pioggia. Distese sul palmo offerto un piccolo fazzoletto di seta, finemente ricamato e solo allora coprì la mano dell'uomo con la propria: «Non ve ne abbiate a male,» Spiegò, «Sono parecchio freddolosa..» Al che sentenzia «Foriero di cattive notizie? Che notizie potete portare che siano peggiori di questi nembi gravidi di pioggia? Io odio il maltempo.. Ma ditemi, mio Sire, con chi potrò vantarmi d'aver parlato?»
«Freddolosa.. Per il piacere dell'uomo che può perdere le sue giornate a riscaldarvi..» Si chinò ancora a baciar la mano, inspirando per coglier il profumo della viandante: «Ebbene si, milady, quella che porto con me è una storia triste come il tempo che mi ha accolto in questa città, di cui ignoro ancora il nome... Ma, se rivelandomi il mio, potrò gioire del vostro, da ripassare sulle mie labbra ogni qualvolta rammenterò il vostro profumo... Mi chiamano Ombranera,» S'inchinò nuovamente «Ombranera Cacciagrossa.. E sono un umile cacciatore al vostro servizio.»
La giovane donna parlò senza la minima esitazione: «Durlindaxia,» Disse spudorata, «Questo è il nome della città.. E Durlindana è il mio nome». Sorrise, ritirando la mano «..La Reggente..»; afferrò i lati della lunga gonna e li sollevò mentre, con gesti misurati, incrociò le gambe mai svelate in un inchino. «Ombranera..» Si rigirò la parola tra le labbra; sollevò la man dritta esortando il giovane ad offrirle il braccio: «Venite, mio indomito cacciatore, camminiamo un po’. Raccontatemi perché un giovane zuppo di pioggia dovrebbe essere di cattivo auspicio per la città le cui mura furono edificate dai miei padri quale omaggio alla bellezza delle mie madri.»
Gli occhi color del ghiaccio del cacciatore per un attimo si perdettero nella scollatura vertiginosa della donna, lasciandogli la bocca sospesa tra la parola e lo stupore; ma non era lì per distrarsi, se pur voleva concedersi una passeggiata con Durlindana. Sorrise di rimando e passò una mano sui capelli bagnati tirandoseli indietro. Prese la dama sottobraccio e novellò: «Sapete, spero proprio che quel tizio laggiù non sia vostro parente,» Indicando la statua di Gotrantus col pollice «Perché non ha proprio nulla del vostro fascino!»
Lei seguì lo sguardo del cacciatore e sollevò le spalle, sbrigativa: «No. Era lo stalliere del mio trisavolo. Un giorno riuscì a curare il suo palafreno con un portentoso purgante e l'antenato, generoso, volle tributargli quel monumento di dubbio gusto.»
«Oh.. Generosi i vostri parenti.. E ditemi, anche voi siete altrettanto generosa con chi è gentile con voi?» Domandò sornione.
Durlindana mosse i passi verso il centro. Socchiuse gli occhi al gorgoglio regolare della fontana dalla quale un piccolo bimbo alato zampillava i suoi bisogni nel bacino sottostante. Ignorò del tutto la domanda sulla gentilezza indicando col braccio libero il palazzo del senato: «Purtroppo, prode Ombranera, siete giunto proprio durante il giorno delle pulizie generali. Sapete, ogni mese smontiamo tutto e puliamo a fondo. Se così non fosse vi accoglierei nei miei appartamenti per i ricevimenti..» Millantò andando oltre, «E dunque, datemi queste cattive notizie. È compito d'una reggente farsene carico..». Spronò un allibito Merick battendo le mani ripetutamente: «Forza con quei ferri!»
Il cacciatore, quasi con un gesto involontario, si guardò gli abiti zuppi, serrando le labbra e vergognandosi di presentarsi in tal condizioni ad una donna tanto raffinata: «Ma certo, milady Durlindana. Che stupido che sono.. Voi conoscerete certamente la dimora che sto cercando! ..Giorni fa ero a caccia per i boschi quando mi imbattei in una donna, ormai allo stremo delle forze, pronta a lasciarsi prendere dal freddo abbraccio della morte. Non potevo far molto per salvarla, per cui, confesso, ero del tutto intenzionato a girar coi tacchi e cambiar strada.. Detesto la morte, posso sopportare di vedere dei cadaveri, ma non gente che muore.. Ma nonostante ciò, la donna mi chiamò e, spinto dalla pietà, mi voltai ancora e le andai incontro. Invero, sapeva anche lei di morire, e mi pregò, naturalmente dietro compenso, di tornare nella sua città ad avvertire i conoscenti ove trovare il suo corpo per esser cremato. Ed eccomi, ora, a domandarvi della casa della lady per informare i suoi ospiti sul suo tristo destino e condurli al luogo ove giace il suo aggraziato corpo, se pur adesso privo di vita…»
Druss, dopo un breve incontro con Sayrus nelle stanze del clan delle ombre, uscì dallo stesso in direzione delle stalle. Nel suo incedere scorse una figura familiare… S’avvide di Durlindana ed avvicinandosi alla lady le domandò: «Siete voi la meretrice più famosa di queste terre, vero?» Sapendo già la risposta. Notò la donna in compagnia di un'altra figura, a lui sconosciuta, della quale scorse ora i lineamenti e gli stessi studiò attentamente.
La bella dama continuò la lenta camminata osservando furtivamente la propria immagine riflessa nel vetro della finestra della merceria di Deimos; approvò mentalmente. Aveva annuito ad intervalli regolari durante tutto il racconto, ed ora fulminò il ladro gentiluomo con lo sguardo e gli rivolse impercettibili segni di diniego: «Ehm, capisco… Oh, Druss..!» Era allarmata «E ditemi,» ad Ombranera si rivolse, «Posso vedere con cosa vi ha ricompensato la povera sventurata? Se fossero monete, potrei risalire alla casata..»
Il ragazzo lasciò il braccio di Durlindana per afferrare il colletto della maglia di Druss e scuoterlo violentemente: «Ma come osate dare della meretrice a questa donna?! Voi..» Sibilò «Che neanche conoscete il vostro vero padre se non per sentito dire nella bettola ove lavora quella baldracca di vostra madre…»
Druss, forse capendo la situazione, rimase impassibile davanti al comportamento del giovane: «Vi do pochi secondi per togliermi le mani di dosso…» Rispose a denti stretti in tono agghiacciante. Se fosse stato qualcun altro, si sarebbe presto trovato trafisso; difatti, la punta della lama di Druss, estratta e puntata al giovane, andava ora a pungolare il suo stomaco: «Se non foste conoscente di Durlindana, ora sareste già un buon pasto per i porci nelle stalle di Merick..» Lo avvisò.
Durlindana spostò tra Druss ed Ombranera e viceversa uno sguardo apprensivo: «Non c'è bisogno, non c'è bisogno!» S'affrettò a dire «Druss è il comandante delle guardie della città di *Durlindaxia*» Calcò la parola sperando che Druss intendesse, «..E non fa che il suo lavoro. Meretrice, ehm, è una specie di gioco che facciamo tra noialtri. Lui mi chiama meretrice, ed io stercorario pederasta..» Iniziò a sudare: «Ma è un codice per dire che, lungo le mura, la situazione è tranquilla!»
«Ne ho visti di più puliti... E sopratutto educati.» Rispose il cacciatore. S'avvicinò all'orecchio della donna: «È un altro disperato che hanno salvato i vostri parenti da una vita di strada?» Le sussurrò.
La giovane annuì rapida: «Si, si. Proprio così. Una storia molto triste..» Rispose al cacciatore «Un dramma umano!»
«Ah.. comprendo...» Fece “sì” col capo un paio di volte facendosi meraviglia ogni secondo di più della grande bontà d'animo della famiglia di Durlindana.
Druss spinse la spada più forte per farlo allontanare. Mancava poco perché bucasse la pelle ed entrasse nelle carni. Uno sguardo sconsolato nei confronti di Durlindana, come per farle capire che ne aveva combinata un'altra delle sue... Poi tornò sul giovane: «Tenete alla vostra vita? Forse no... Se non avete ancora tolto le vostre luride mani di dosso al.. al.. Al Comandante delle Guardie della città di Durlindaxia!»
«E voi smettetela di punzecchiarmi con quella ferraglia che chiamate spada, comincio ad irritarmi!» Il cacciatore digrignò i denti, osservandolo gelido. In altri momenti non avrebbe reagito a quel modo, ma doveva difendere l’onore della dama che lo accompagnava.
Durlindana tirò fuori nuovamente il fazzolettino di seta ricamato ma, stavolta, prese a tamponarsi la fronte: «Bene, dicevamo, se potessi vedere quelle monete, dal fregio sul conio io potrei senz'altro risalire al vessillo familiare e, quindi, alla casa della dama cui avete prestato l'estremo conforto…» Osservò Druss con aria grata: «Io e lo ster... Comandante delle guardie vi aiuteremo. Sì.» Concluse un po’ affannata.
Il ragazzo ripeté il gesto di saluto cortese verso il militare, affrettandosi ad aggiungere: «Sono un umile cacciatore, mi chiamano Ombranera e son qui per portare un messaggio di lutto alla famiglia e ai conoscenti della donna che mi ha commissionato il viaggio, pagandolo anticipatamente, prima che morisse..»
Druss ripose la spada, non del tutto felice del ruolo che ricopriva e un po’ spazientito dal giovane, ma si mantenne calmo: «E ditemi il nome, non lo conoscete di cotale donzella che purtroppo ora giace tra le braccia di Ramius?»
«Non ho monete con me, mi spiace Reggente Durlindana, ma la donna non aveva denari, solo questo cappello ed un ciondolo d'argento» Ombranera mostrò il cappello, che aveva cercato di preservare dalla pioggia riponendolo nella sua sacca da viaggio. Era di ottima fattura, e portava varie annotazioni sull'etichetta tra cui spiccava la firma della merceria di Deimos, una "H" ed un grifone stilizzato. Era di una misura troppo grande perché potesse esser indossato da una fanciulla e pure il modello era prettamente maschile.
Durlindana sollevò le braccia come per interporsi tra Ombranera e Druss: «Druss, Druss, mio buon comandante, il qui presente cacciatore non è a parte del nome della donzella, ma vediamo la spilla d'argento piuttosto; un cappello sapete, di per sé non dice molto..» Affermò picchiettandosi l'indice contro il labbro inferiore con aria pensosa.
«Mi domandate del pendente, ebbene, stavo giusto facendo una breve sosta quando si è improvvisamente spezzato in due parti uguali.. Ma eccole, ve le mostro.» Estrasse dal taschino della giacca una lunga corda di cuoio alla cui estremità era legato la metà di un cuore, mentre l'altra parte giaceva nella mancina. Era stato un taglio netto, e sembrava inutile alcun tentativo di saldare i pezzi tra di loro. Durlindana tese la mano, palmo all'insù, affinché Ombranera le desse il monile: «Capisco.. Posso vedere?»
Il cacciatore le sorrise mellifluo «Tenete milady.. Darei nelle vostre mani il mio cuore, se potessi…»
«Io devo andare, Milady...» Druss diede un’occhiata veloce alla roba appena mostratagli: l’amuleto gli diede l’impressione di qualcosa di familiare, ma in quel momento non ricordò affatto dove l’avesse già visto.
La fanciulla si rigirò un po’ i frammenti d'argento nel palmo, quindi sgranò gli occhi e serrò le dita intorno al pendente con un espressione di tetro orrore sul volto: «Oh no. No, no, no, no, non lei!» Si portò il monile al petto e ruotò su se stessa rovesciando la testa all'indietro «Dei! Perché avete voluto falciare proprio la sua vita?» Si coprì il volto con la mano libera e corse verso il ladro che stava andando via, «Druss, mio comandante, aspettate un istante solamente!» Raggiungendolo lo abbracciò da dietro. Gli fece scivolare il monile spezzato nel colletto del giustacuore, quindi crollò in ginocchio, singhiozzando: «Oh, che infamia. Che destino crudele! *Snifffff*».
Druss si ritrovò avvinghiato a qualcosa di freddo e si sentì scender lungo il petto; si voltò e vide Durlindana in terra: «Milady, cosa vi accade?»
La donna si limitò a versare goccioloni di lacrime e, fugacemente, fece un occhietto al falso capitano, prima di girarsi di nuovo verso Ombranera e portarsi una mano alla fronte: «Oh miei dei, miei dei!» Disse con aria svenevole al giovane cacciatore, «Voi siete davvero foriero di cattive notizie!» E fece segno a Druss di andarsene, da dietro la schiena. Gli gettò quindi un'occhiata acida, sperando che almeno lui facesse in tempo a prenderla nel caso avesse dovuto inscenare uno svenimento.
Il cacciatore rimase impietrito alla scena. Avrebbe voluto avvicinarsi alla dama, per stringerla a sé e consolarla, ma non voleva aver problemi con le guardie di quel luogo.
Il complice di Durlindana rialzò di peso la donna ai suoi piedi: «Su milady,» La abbracciò per consolarla, «Non piangete…» Ed infine la lasciò «Ora devo andare... Ma vi lascio in buone mani. Giovane... Non fatemi pentire di averla lasciata nelle vostre mani!» Lo guardò serio, poi si voltò e fece per avviarsi verso la caserma, cambiando direzione all’ultimo momento, verso i cancelli della città.
Durlindana con aria svenevole raggiunse il ragazzp: «Mio sire, la dolce Mellasparta Cuspitroppa è, o meglio, era la proprietaria di quel pendente.. Era mia cugina.»
«So che il vostro dolore è grande, Milady, e me ne dispiaccio.. Ma, spero nel profondo del mio cuore, che non si tratti di una vostra consanguinea, il dolore per me sarebbe immenso...» Ma alle parole della lady sgranò gli occhi e, con la coda dell'occhio, osservando Druss allontanarsi, si avvicinò a Durlindana per abbracciarla se pur con gli abiti bagnati.
«Non eravamo consanguinee, ma abbiamo avuto la stessa balia, siamo cresciute insieme. Lei era la figlia dello stagnaro, Hastolo, e penso che suo sia il cappello.» Si ricompose «Grazie», Disse al cacciatore «Grazie mio lord d'aver riportato a casa quelle che custodiremo come reliquie. Andate ora, lasciatemi al mio dolore…» S'accasciò.
«È triste..» Annuì mesto «Ma ora, vi prego, ridatemi quel ciondolo.. E ditemi dove posso trovar la casa della donna, devo avvisare i suoi famil..» Non fece in tempo a finir la frase che rapido afferrò la donna prima che potesse cadere a terra: «No! Angelo, vi prego, non svenite..! Siete la mia unica guida per portare a termine questo incarico, aiutatemi e non lasciate che da solo affronti i visi cupi dei Cuspitroppa...!»
Con occhi velati e voce tremante, iniziò una nenia. «Mellasparta, Mellasparta, mia dolce amica, perché il fato è stato così crudele? Avete ragione... Vi condurrò dalla famiglia. È giusto che il povero padre possa avere indietro almeno le spoglie mortali della sventurata figliola così da poter almeno imbastire una degna pira funebre.» Così dicendo, si sollevò ben ritta, si ravviò i boccoli di radica e miele e s'avviò con aria mesta, ma ferma, verso l'osteria.
Ombranera la guardò con le mani ancora sospese a mezz’aria, nel caso avesse dovuto nuovamente accasciarsi. Ciarlò: «Allora, milady, ditemi dove trovare la villa rossa dalle cupole nere, che ha per nome Ordalia, e a chi rivolgermi per domandar del padre della padrona di casa.»
La donna, ormai sulla porta, si girò a guardare il cacciatore da sopra una spalla: «Qui mio lord,» Lo chiamò con aria solenne, «È questa la locanda Ordalia di Durlindaxia.. Venite!» Entrò da Cedrick e lasciò aperto l'uscio affinché la raggiungesse.
“Ricorderò il nome e, appena passerà il temporale, mi recherò in quella casa per informare dello spiacevole accaduto i Cuspitroppa...” Pensò il ragazzo. Appena si voltò alle parole della Reggente, rimase stupito di trovarsi proprio di fronte la casa della sfortunata ragazza e non essersene accorto prima. Fece spallucce e la seguì. Prima di accedere alla locanda, ripensò al fatto che stava cercando una villa rossa e la taverna aveva pareti bianche… Ma poco gli importava, poteva anche darsi che l'avessero riverniciata da poco!
Durlindana arrivò sghignazzando e accaddero due cose in un secondo: primo, il puzzo di Giab le spense il riso in gola, secondo, udì Ombranera seguirla e prontamente assunse un’aria mesta. S'avvicinò al banco e fissò Giab. Arricciò il naso imponendo alle sue viscere di stare calme. Quindi attese l'arrivo del cacciatore.
Ombranera mosse gli occhi freddi da una parte all'altra della locanda per individuare la Reggente. Quando la intravide al bancone, le andò incontro e, prendendo posto accanto a lei le domandò: «Posso offrirvi qualcosa per rimediare alle mie parole prive di felicità?»
«Ehm, no, non è il caso… Costui,» Indicò Giab, l’oste, «È Bonocolo Cuspitroppa, padre della dama che avete trovato.. Ora devo andare. Mi ritiro nel mio dolore…»
Il locandiere guardò l’umana perplesso: «Donna, ma che diavolo state dicendo?»
Ombranera ruotò il capo di tre quarti andando ad incrociare il suo sguardo con quello dell’oste: «Il signor Cuspitroppa?»
Senza farsene accorgere, Durlindana arretrò fino all’ingresso: «Giab, questo damerino ha appena detto che sei un informe agglomerato di putredine!» Strillò e corse via.
Giab rivolse un ringhio all'ignoto giovane. Un filo di bava si srotolò da un angolo della bocca, quando parlò: «Che hai detto, ammasso d'ogni malattia venerea?»
Ombranera cadde dallo sgabello agli strilli acuti della donna, tappandosi le orecchie anziché pensare a proteggere la sua capoccia vuota da zuccone che sbatté a terra rovinosamente. Si rialzò quasi subito, cercando di farsi perdonare con lo sguardo: «Mio signore, c'è stato di sicuro un malinteso.. Signor.. Cuspitroppa?»
La donna, ormai sulla porta, schioccò un bacio al giovin cacciatore: «Incantata d'aver fatto la vostra conoscenza, mio Lord! E grazie del monile! Lo fonderò per farne un anello..!» Sorrise ancora e si chiuse la porta alle spalle, correndo via sull'acciottolato impregnato dell'umidità della sera.
L’oste aggirò il banco con la lentezza di un rettile antichissimo e con la medesima, solida, ostilità aggiunse: «Cuspitroppa, Cusmirippa, Cirfolocchia, ma che blaterate? Damerino dei miei stivali, ritirate immediatamente quanto avete insinuato!» Nella destra impugnava un machete così arrugginito che la sola vista faceva ammalare di tetano gli occhi.
Ombranera guardò preoccupato la donna: «Durlindana dove andate!? Quel monile è molto più che un semplice gingillo d'argento!» Avrebbe voluto avvertirla che ogni tentativo di fondere il gioiello sarebbe stato vano, così come aveva provato lui stesso dopo due ore averlo ricevuto, ma lei era ormai sparita e aveva portato con sé un indizio importante per ricercare la famiglia della ragazza. Subito dopo stampò una faccia schifata alla vista dell'arma brandita da Giab e con un gesto di stizza affermò risoluto: «Abbassate quel coso, oste.. Così come voi anche io sono stato ingannato da quella donna. Non vi conosco, né so in che città mi trovo, e vengo in pace e sottolineo, "pace", per portare la notizia di lutto ad una nobile casata di queste terre... Ora, se cortesemente vorrete informarmi sulla località esatta in cui mi trovo, provvederò da solo a cercar un riparo per la notte e continuare le mie ricerche domani mattina.»
L’uomo emise un rutto vibrante: «Rutto? Rutto avete detto? Ebbene, nessuno può battermi in questo. E nessuno inganna Giab; quindi la donna pazza ha giocato solo voi..» Grugnì grattandosi dietro l'orecchio con la punta del machete «Siete ad Athkatla e, per soggiornare, non c'è posto migliore di questo.» E si infilò in bocca quanto raschiato via dall'orecchio. «Per voi, damerino, fanno 200 monete... Un prezzo di favore…» Restò in attesa assestandosi vistosamente il cavallo dei calzoni.
Il cacciatore si fissò i calzari riflettendo sul da farsi: «200 monete, dite? Andrà più che bene..» Slacciò un sacchetto alla cintola, che gettò sul tavolo.
Giab frugò nel sacchetto, maledicendo sé stesso per non aver chiesto di più, vista la prontezza con la quale il damerino aveva pagato: «Tenete» Grugnì, gettandogli una chiave.
«Perdete pure la vostra serata a contarle, son esattamente 200 monete...» E a voce più bassa, aggiunse seccato «I miei ultimi risparmi.. Tsk..» Afferrò la chiave al volo, facendola rigirare nelle dita, e salì lentamente fino alla sua stanza.
Il padron della locanda discese le scale della cantina, facendole scricchiolare: «Vedete di non combinare guai qui dentro!» Lo ammonì, prima di chiudersi la porta alle spalle.
Durlindana fuggì via dall'osteria sollevandosi le sottane affinché non le fossero d'intralcio: «Druss, dove sei?» Domandò guardandosi a destra e a sinistra «..Quel pendente è mio!» Sibilò, sparendo tra i vicoli…

Ombranera sedeva crucciato ai bordi del pozzo, tenendo la mancina serrata a pugno sotto il mento e poggiando il gomito sulla destra. Fissò gli astanti con fare sospettoso: «Acc.. Dove diavolo sarò finito adesso.. Ma perché non mettono dei cartelli in questo posto...!» Pensò ad alta voce.
Homura, un abitante che passava per caso da quelle parti, sentendo il cacciator lamentarsi rispose: «È un moondo*hic* dif*hic*ficilee!»
La ventata di grog nauseante che si sprigionò quando aprì la bocca per parlare disgustò il povero ragazzo, che s'avvide del mendicante, guardandolo di sottecchi: «Ubriaco di buon mattino, eh? ..Certo che ne girano di tipi singolari in questo posto.»
«Acciydenti che maaalll di te*hic*sssta…»
Il ragazzo scosse il capo, spazientito, decidendo di domandar informazioni al prossimo passante.
«Eehhhi ti ssser*hic*rvve qoooalche informmazione?» Domandò infine il beone, rivolgendosi ad Ombranera: «Annnchhhee ssse soono ubrriaco sono in grado di dar*hic*e informmazzioni!»
«Oh cielo mi ha sentito... Ehm.. Saaalve mio signore! ..Staaavo giuusto cercando qualcuuno che poteesse dirmi che cittaaà è queesta!» Scandì ogni parola nella speranza d’esser meglio compreso.
«*hic*Sssssssiy trovva nnellllla città deg*hic*li oommani! Romar! Caratteristic*hic*a princi*hic* pale è la palestra!»
«Palestra dite? ..Mi spiace di non trovarmi qui per un viaggio di piacere, se no ci avrei fatto volentieri un salto!» “Eh, si.. Se rincontro energumeni come l'ultimo, ne avrò proprio bisogno!” Pensò tristemente; strinse i pugni e fece una smorfia al ricordo di Druss e di come si fosse lasciato ingannare da quella donna.
L'uomo ubriaco si allontanò a passo lento e l'esploratore, rimasto nuovamente solo, tirò fuori dalla giacca un collare, esaminando le borchie su di esso che si riflettevano nei suoi occhi grigi. Sembrò incupirsi all'improvviso, assorto nei suoi ricordi, forse poco felici…
Il senatore nano, noto come Punitore, passeggiava con fare autoritario per la città controllando che tutti svolgessero il proprio lavoro. Ombranera lo vide, e sperando che non fosse brillo come il precedente sventolò la mano, chiamandolo a gran voce: «Signore, vi prego! Una domanda!»
Il nano notò la nuova figura per le strade di Romar, ed avvicinandosi con passo sicuro chiese guardando Ombranera: «Salve, siete nuovo del posto?»
Il cacciatore, soddisfatto di aver forse incontrato chi avrebbe potuto finalmente aiutarlo, conservò il collare in una tasca interna della giacca di pelle e, inchinandosi, riprese a dire: «Si, messere, sono un forestiero che sfortunatamente sta cercando un'autorità che possa aiutarlo nel suo tristo compito.. Ma senza successo, finora. Per di più dovrei denunciare un furto subito, e avrei urgenza di parlare col “vero” comandante delle guardie...»
Punitore ascoltò in silenzio, poi con un sorriso disse: «Certo, potete chiedere a me. Io sono Punitore, senatore di questa città.» E s’avvolse nel mantello: nonostante la primavera fosse alle porte il freddo si faceva ancora sentire.
Il ragazzo assottigliò gli occhi di ghiaccio fino a ridurli a due fessure e puntando un dito inquisitore verso l'uomo asserì: «Stavolta non mi farò imbrogliare... Avete un documento che dimostri che effettivamente siete il senatore di questa città che, mi han detto, corrisponde al nome di Romar?»
«In effetti non ho nessun documento che lo dimostri, ma se avete dubbi sulle parole che vi ho detto potete andare ad Athkatla, la capitale, e chiedere conferma alla guardia cittadina, al palazzo ministeriale ed al palazzo del senato, oppure chiedete alle guardie di codesta città.»
Allora il giovane scosse il capo, visibilmente irritato: «Oh, nossignore, non ci torno in quel postaccio! Gente di indubbia immoralità mi ha fregato, asserendo di esser una la “Reggente della città” e l'altro il “Comandante delle Guardie!” ..E mi hanno derubato di un gioiello, che è forse la cosa più importante per portare a termine il mio difficil compito, che mi son trovato a svolgere per pura bontà del mio cuore!» “Chi me l'ha fatta fare...” Pensò tra sé e sé.
«Mi spiace molto, ma non avete altra scelta o credete alle mie parole o chiedete alla caserma di questa città... Perdonatemi la domanda, ma di che compito parlate?»
«..E poi, un nano senatore di una città di.. Umani?! E chi avete messo a comando della città degli elfi, un troll di montagna?!» Continuò a parlare dubitando del senatore, osservandolo dall'alto in basso.
«Siete libero di crederci o no, se volete informazioni ditemi pure, altrimenti ho ben altro da fare...» Ed il nano fece per andarsene.
Il giovane parve rifletterci. In fondo, non aveva più nulla di valore da perdere: «Mi chiamo Ombranera, mastro nano, e sono un cacciatore che vive nella foresta e non è avvezzo a muoversi in città affollate, ragion per cui perdonate i miei modi poco cortesi..» Si scusò, chinando leggermente il capo.
Shok arrivò in città notando punitore dialogare con qualcuno: «Salve senatore, come state?» Lo salutò, avvicinandosi.
Sentendosi chiamare, Punitore si girò verso Shok: «Bene grazie... E voi?» Domandò guardando di tanto in tanto il giovanotto.
«..Ma la causa che mi ha spinto a raggiunger il centro abitato è molto importante per me. Almeno per la persona che me l'ha affidata e ha avuto modo di ricompensarmi in anticipo..»
«Bene, bene.. Avete bisogno di aiuto?» Chiese il compagno di clan al senatore, continuando a restargli vicino.
«No, grazie Shok...» Punitore lo tranquillizzò con un gesto della mancina, senza smettere di ascoltare. Infine si rivolse al giovane: «Non preoccupatevi, siete molto più educato di altre persone che conosco… Piuttosto, ditemi la causa per cui vi siete spinto fino a qui.» E si strofinò le mani, per via del freddo.
Lui annuì mesto: «Son qui per avvertire una famiglia della scomparsa di una donna che è venuta mancare tre giorni fa, e morente mi ha pregato di riferire dove poter trovare il suo corpo per darle degna sepoltura.. Anche se a pensarci bene ha espressamente chiesto di esser cremata...» Sorrise, per un attimo; «Ed eccomi qui in cerca di quella sventurata famiglia! Avevo con me un ciondolo da mostrare, per identificarla ma.. Ahimè, una donna piuttosto avvenente di nome Durlindana mi ha ingannato e rubato l'unico mezzo che avevo per rintracciare qualche parente... Ma per fortuna la donna, prima di cadere esanime, mi ha detto di cercare una villa in particolare, molto sfarzosa e di color cremisi.»
Il sovrintendente Shok osservò attentamente i due uomini discutere ed intuendo che non c'era di che preoccuparsi si diresse verso la propria dimora, dopo essersi congedato dal senatore con un saluto militare. Punitore rispose al saluto, tornando a concentrarsi su Ombranera.
«..Conoscete per caso l'Ordalia?» Chiese infine il cacciatore.
Una stretta al cuore fece mancare il fiato al nano: «Certo che la conosco...»
«E sareste così gentile da indicarmi la via per raggiungerla? E di chi domandare per informare del disgraziato evento?»
«La casa è qui a Romar, mentre il proprietario è una donna, di nome Emma..»
«Emma..» Ripeté il giovane, senza trattenere un pensiero infelice ben visibile in volto: «Invero, è proprio la proprietaria della dimora a non esser più tra noi..» Mormorò tristemente.
«Ma cosa state dicendo... A me non risulta che sia morta... Ma... Chi vi ha riferito la notizia?!»
Ombranera sembrò pregare il senatore con lo sguardo di non rammentare la vicenda, ma se davvero avesse conosciuto la donna magari avrebbe avuto intenzione di partir con lui ed altre persone care alla ragazza per recuperare le sue spoglie: «Giorni fa ero a caccia per la foresta quando ho incrociato la mia via con quella della ragazza in questione.. Non le restava molto da vivere, ha avuto solo le forze per darmi le poche informazioni che porto, neanche il tempo per rivelarmi il suo nome… Del quale solo ora per vostra bocca ne vengo a conoscenza. Ha pagato il mio viaggio regalandomi il suo cappello e il ciondolo rubatomi da una… “meretrice”.»
«Ho capito, per qualsiasi cosa sono a vostra disposizione, Emma la conoscevo, quindi non esitate a chiedermi qualunque cosa, sono disposto a far di tutto per lei...»
Il giovane sospirò profondamente, appoggiandosi al bordo del pozzo e incrociando le braccia. Era decisamente stanco di raccontar sempre la stessa storia: fosse almeno allegra, dopotutto. «La ragazza mi ha solo pregato di informare il suo clan dove trovarla per disperdere le sue ceneri nel fiume Airoka, di cui ignoro totalmente l'esistenza... Per cui il mio compito, adesso, è trovare chi è interessato a partir con me per raggiungere il luogo della sua morte e conservate le sue ceneri posso dir di aver concluso.»
«Certo... Potete andare al palazzo dei clan, lì troverete anche i Cacciatori d’Ombra.» Indicò la sede, e aggiunse: «Io sono disposto a partire con voi...»
«Cacciatori d’Ombra? ..Me ne ricorderò... E, che voi sappiate, c'è qualcun altro che conosceva la donna e vorrebbe essere avvertito del viaggio? Non mi avete ancora detto il nome della sua casata, tra l'altro.»
«Perdonatemi.. Si chiamava Emma Norton.»
«Norton.. Conoscete altri Norton che abitano da queste parti? Aveva fratelli o sorelle? ..Padre o madre?..Zii alla lontana?» Poi si bloccò di colpo, sorridendo: «Oh, perdonatemi.. Forse vi sto annoiando con le mie domande ma mi preme lasciare la città il più presto possibile, non amo stare a lungo lontano dalla foresta.»
«Certo, scusatemi voi.. Comunque non mi risulta di parenti vari.»
«Ha qualche amico o amica di cui devo domandare..? ..Marito forse, o fidanzato.. Mi sembrava piuttosto giovane perché potesse esser sposata...» “Ed altrettanto strano che si trovasse a viaggiar da sola...” Borbottò fra sé.
«O si, aveva un marito... Ma non si vede spesso in giro... Mentre potete avvisare Nether, mi pare si conoscessero.» Un dubbio sorse in Punitore: con Asdrubale ultimamente non andavano bene le cose. Strinse i pugni, pensando al volto del messo infernale.
«Nether!» Esclamò il giovane umano ridendo «Avevo un cane che si chiamava così!» Ma tossì per soffocare la battuta fuori luogo: «..Sapete il nome del marito? E grazie per le risposte pronte.. Senza di voi avrei girato ancora a lungo in cerca di indizi...»
«Non preoccupatevi... Il nome del marito è Asdrubale, Asdrubale il Maledetto, Messaggero in terra di Ramius, dio della morte…» Prese fiato «Voglio venire con voi, e cercare Asdrubale!» Lo informò.
Ombranera alzò le spalle: «Ora che mi avete fornito tutti i dati che mi occorrevano, dovrò cominciare il mio giro. Non so dove trovare il marito, ma prima di informare la persona che, per l'appunto, dovrebbe più di tutte dispiacersi della sua morte, preferisco incontrarmi con le persone meno legate da vincoli… Nether avete detto? Proviamo a bussare alla sua dimora, magari otterremo risposta e potremo aggiungere un altro volontario per il viaggio.»
«Giusto. Nether abita in una torre nei dintorni di Romar.»
«Indicatemi la via buon nano, vediamo che ha da dir quest'uomo sul conto della ragazza…» Si avvicinò a Punitore, lasciandosi guidare fino alla dimora di Nether.
Il nano si incamminò verso il quartiere residenziale per poi fermarsi a pochi passi dalla dimora del paladino: «Ecco è questa.»
Il ragazzo deglutì. Sapeva di dover mandar giù un altro duro colpo e non sapeva fino a quando poteva continuare ad occuparsi di questo incarico senza cominciar anche lui a versare qualche lacrima. Ma si fece coraggio e bussò al portone di Middenheim, e attese risposta: la presenza del nano gli dava sicurezza.
I battenti di Middenheim si aprirono lentamente. Akhayla fece capolino dalla penombra dell'interno, e scrutò con aria interrogativa il ragazzo che aveva di fronte, aspettando che fosse lui a parlare.
Ombranera non fu sorpreso di trovar una donna ad accoglierlo: «Buongiorno milady..» Si inchinò «Siete la moglie del padrone di casa?»
Akhayla ricambiò l'inchino e poi scosse la testa: «No, messere. Sono solo ospite. Posso domandarvi chi siete, in modo da informarlo della vostra presenza?»
«Mi chiamo Ombranera mia dama, ma non ho mai avuto modo di incontrare il vostro signore, per cui prima che possa congedarmi senza aver ascoltato ciò che ho da dirgli, vi prego, informatelo che mi manda una lady di nome Emma Norton, e sono notizie alquanto urgenti… E spiacevoli.»
A sentire il nome di Emma, lei trasalì violentemente e quel gesto fece sì che il torace le dolesse ancor di più. Uscì di un passo e fronteggiò il ragazzo: «Emma Norton?»
Il cacciatore si sentì demoralizzato. Forse anche l'ospite del conte Nether conosceva la ragazza: «Si, milady.. Emma Norton.. Mora, bassina, occhi neri.. Giovane e.. Lontana da noi.» Qualcosa doveva averlo trattenuto dal dirle fino in fondo la verità. Gli premeva parlare con il diretto interessato, non con altre persone.
«Dov'è?» Chiese la ragazza, con foga «Dove si trova?»
«Fuori città, questo è sicuro! ..Ma ora, mi scuso per l'insistenza.. Avrei bisogno di parlare con Nether. È in casa?»
La legionaria aveva come un brutto presentimento. La sete di sapere era troppo insistente. Notizie urgenti… E spiacevoli. Allora una risposta le venne di getto alle labbra: «Potete riferire a me, messer Ombranera. Il vostro messaggio sarà comunicato a Nether non appena avrò occasione di parlarci.»
Il ragazzo sospirò. La sfortuna lo stava perseguitando da troppo tempo a questa parte: «Non temete, milady, datemi solo un orario quando ripassare.. Devo sbrigare altre commissioni prima che cali la notte, e verrebbe troppo lungo spiegarvi senza dover poi riferir ancora, di persona, al proprietario di casa…»
La pazienza di Akhayla cominciò a tracimare. Non sapeva nemmeno perché si comportasse così e perché non esaudiva il desiderio del messaggero. Ma la preoccupazione e il timore per le sorti di Emma, insieme ai postumi di un combattimento e di tutto quello che aveva passato, la facevano agire d'istinto: «Avete detto che era qualcosa di urgente.» Il tono di voce si era fatto involontariamente più sordo e duro, e serrò i pugni: «E, in quanto tale, avete l'obbligo di adempirlo al più presto.» Fece una pausa «Adempite al vostro compito, messaggero. Ve ne prego. E vi assicuro sul mio onore che ogni parola che direte sarà riferita a sir Nether, non una di meno...»
Alla fine si arrese: «Pensandoci bene, se potete evitarmi di vedere un altro volto triste a causa delle mie parole.. Ve ne sarò infinitamente grato.» E si affrettò ad aggiungere prendendo un bel fiato: «..Milady Emma è venuta a mancare giorni fa, l'ho trovata in fin di vita e ho raccolto le sue ultime volontà. Mi ha pregato di tornare nella sua città e scortare un gruppo di conoscenti che vogliano renderle omaggio ed esprimere il suo ultimo desiderio, di disperder le sue ceneri nel fiume Airoka...»
Trascorse un attimo di silenzio, in cui Akhayla praticamente smise di respirare. Lo sguardo era fisso sul messaggero, ma non lo vedeva realmente. Le ultime parole di Asdrubale si facevano strada nella sua mente, avvelenandole l'anima. Scosse la testa, lentamente, come a voler negare quelle parole: «Emma... Morta...» Ogni sua speranza, ogni speranza di Nether era destinata a morire come un fiore sotto la neve dell'inverno. «No...» Ancora un passo in avanti. «No! Come...» Un altro passo. «Non è possibile! Non può essere!»
Il cacciatore la precedette e s'avvicinò alla donna guardandola seriamente; per un attimo, i suoi occhi di ghiaccio s’intenerirono: «Non piangete anche voi, ve ne supplico!» ma ad Akhayla in quel momento le lacrime non osarono nemmeno fare capolino. Avanzò spedita verso il messaggero, ignorando il dolore al petto, e con un gesto fulmineo agguantò il ragazzo per il bavero con entrambe le mani. Il furore era palpabile tanto nel suo sguardo quanto nella sua voce:
«Non è possibile! Emma non può... Come fai ad essere sicuro?! Come faccio a crederti? ..Parla!»
Gli occhi del cacciatore usciron quasi fuori dalle orbite mentre cercava di dire a voce roca «Ah... Lahiatemi.. hoffocoh...!»
Passò qualche secondo prima che Akhayla si rendesse conto di quanto stesse facendo. Mollò la presa di colpo, lasciando che i piedi del giovane riguadagnassero terra. Si portò una mano al petto, ansimando… Quella sfuriata le aveva acuito il male residuo del colpo di spada di Asdrubale. Tuttavia la sua voce, seppur in qualche modo contenuta, era ancora carica di rabbia: «Messaggero, dovete provare ciò che dite! Una notizia del genere non può essere accolta senza averne le prove!»
Ombranera stese le braccia che poggiò sulle ginocchia e cercando di riprender fiato le rispose: «Milady, non son mica io ad averla uccisa! ..Ma giuro che lo avrei fatto io se avessi saputo che mi sarebbe toccato subire tante ripercussioni per aver solo mantenuto la mia parola di cacciatore... Non ho prove "tangibili" al momento, a parte il suo cappello» Tirò fuori il cappello lavorato da Deimos con l'H e lo stemma dei Grifoni, lo porse alla donna e continuò: «Avevo con me un monile.. Un cuore d'argento.. Spezzatosi per la precisione. Ma una donna di nome Durlindana mi ha ingannato, e derubato di tal prova.»
“Il cuore di Emma...” Sebbene non l'avesse di fronte agli occhi, tutto ciò che il giovane le aveva appena detto le confermava la tremenda verità di cui era ambasciatore. Indietreggiò di qualche passo, sempre con la mano al petto. Lo sguardo era puntato altrove, non riusciva più a fissare il messaggero negli occhi. Come se guardare ciò che aveva intorno riusciva ad aiutarla ad accettare quanto aveva appena udito.
Emma era morta... E tutto ciò che lei e Nether avevano fatto, la lotta disperata per salvarla dalle grinfie di Ramius... Tutto vano. Solo dopo qualche istante si rese conto delle ultime parole: «Avete.. Perduto.. Il cuore di Emma...?!» E l'espressione sul volto della legionaria si fece terribile, come quella di un guerriero pronto a scattare all'attacco.
Ombranera annuì e indietreggiò sperando di sfuggire all'ira della donna: «Sì.. Mi avevano ingannato lei ed un tale che si spacciava per il comandante delle guardie... Parevano conoscessero la ragazza.. Per cui mi son fidato... E temo di aver fatto male.. Ma non pensavo che potesse esistere gente così insensibile alla morte.. Per me che la temo, dopotutto..» E così dicendo sfilò il cappello dalle mani di Akhayla, prima di perdere anche l'ultima testimonianza.
Il volto della legionaria rimase in ombra. Il silenzio calò tra i due, finché la legionaria non proferì di nuovo, con voce roca: «Avete perduto qualcosa di sacro. Sappiatelo, e ragionate sul vostro errore.» Solo al pensiero la legionaria avrebbe messo mano alle spade, se solo le avesse avute con sé. Dopo qualche secondo riprese a parlare: «Il vostro messaggio sarà riferito fedelmente, messere. Se non avete altro da dire, potete prendere congedo.»
«Non ho altro da aggiungere a parte il fatto che son desolato di quanto accaduto, per la perdita di un gioiello così prezioso, specie perché era mio.. Perché non avendo soldi con sé ha potuto pagar la mia commissione solo con tal pendente, neanche di immenso valore, e questo cappello lussuoso…» Mise il cappello in testa e con un cenno del capo salutò la legionaria «Informate messer Nether al più presto e fatemi sapere se è interessato al viaggio..» Si voltò verso il senatore, sicuro di trovarselo alle spalle: «Ma.. Avete visto un nano anche voi? Era con me qualche minuto fa!» Si stupì ma fece spallucce, scuotendo il capo «Va beh.. Non importa.. Mi arrangerò. Potete indicarmi la direzione per l'Ordalia?»
La guerriera impiegò qualche secondo a replicare, sebbene sapesse benissimo dove si trovava la dimora di Emma. Dopo quanto era accaduto tra loro due alle porte di Middenheim, lei aveva cercato di rintracciare la mezzo-demone, e l'aveva trovata, ma oltre ciò non aveva compiuto null'altro per desiderio di rivalsa. Da un lato avrebbe voluto vendicarsi, dall'altro non poteva: «È la seconda casa appena superato il vicolo del quartier residenziale. Si affaccia sulla piazza. Non potete non individuarla.»
«Grazie..» Guardò verso il basso in cerca della casa e individuate le cupole nere fece cenno col capo di aver intuito e se ne andò.
Akhayla rimase immobile per qualche secondo, poi indietreggiò fino ad appoggiarsi al portone. Un attimo dopo entrò in dimora e con uno schianto lo richiuse alle proprie spalle.
Il cacciatore ridiscese la piccola collina dove sovrastava la torre del Middenheim e, tornato a valle, percorse la piazza individuando il cancello d'ingresso della villa rossa. Ombranera osservò la villa dalle grate di ferro nero: era davvero enorme e lussuosa come gliel'avevano descritta. Ai cancelli trovò un custode e domandò per parlare con qualcuno in casa.
Sayrus, chiamato dal custode, s'apprestò a guadagnar il viottolo che portava fino ai cancelli. Scorse una strana figura, mai vista, e domandò con tono seccato: «Che volete?»
Ombranera aveva la mancina poggiata alle grate, mentre la destra teneva stretto il cappello che aveva sfilato dal capo in segno di saluto e rispetto per l'uomo: «Cercavo qualcuno che conoscesse lady Norton, mio signore. Mi manda proprio la donna, in verità.. E son spiacevoli notizie quelle che porto...»
Sayrus chinò il capo verso la mancina, guardandolo di sbieco: «Ovvero?» Domandò con interesse.
Il sesto senso di Ombranera lo avvertì che il vampiro non avrebbe preso tanto bene le sue parole e ringraziò che ci fossero spesse barre a proteggerlo, stavolta: «Milady Emma è… "morta". Tre giorni fa. Ho avuto modo di parlarle prima che morisse, e mi ha detto di portar questo messaggio alla sua villa, per prendere le sue ultime volontà.» Poi cominciò ad indietreggiare. “Non si sa mai…” Pensò tra sé e sé.
Sayrus spalancò spropositatamente le palpebre, restando a fissare il messaggero. Mosse con cautela tre passi verso il cancello e, con mano ferma, tese il braccio oltre le sbarre come per afferrarlo ma il ragazzo arretrò. Così, ormai in uno stato altamente confusionale, fece cenno al custode di aprire le sbarre e senza proferir verbo uscì dai cancelli della dimora, col capo ancora riverso sulla mancina; scrutò il ragazzo, dall'alto verso il basso, e con voce sommessa quanto nervosa affermò, continuando ad avanzare su di lui: «Voi.. Avete incontrato quella ragazza ancora viva, e la vostra unica preoccupazione è stata quella di adempiere alle sue volontà?» Sorrise nervosamente.
Ombranera stavolta sudò freddo. Non sarebbe stata una giovane ragazza ferita a malmenarlo ma un cainita ben piazzato. E sapeva che il suo giovane corpo non avrebbe potuto reggere più di due colpi senza cadere a terra stravolto. Poi lo sguardo di Sayrus si fece duro, sgranò le ossa del collo, ed assunse una posizione seria e minacciosa, cominciando a sventolare le mani, e sbraitando: «Non potevate soccorrerla piuttosto?!»
Ombranera rimpianse la sua foresta e le creature pericolose che la abitano: «Io le son andato incontro, messere, ma non era ferita lievemente... Stava morendo per colpa di un male che non avrebbe previsto cure immediate, pareva stesse sanguinando da ore... È come se si fosse spenta a poco a poco, fra le mie mani, ha avuto le forze solo per… Aspettate un momento!» Si interruppe, fissandolo con gli occhi sgranati e puntandogli l'indice della destra contro: «Voi dovete esser Asdrubale! Suo marito!» “Sarà lui, per aver avuto una reazione simile...” Pensò.
Sayrus, non appena l'incauto avventore pronunciò quel nome, si stagliò sul suo volto un’espressione spaventosa. Inspirò profondamente dilatando le narici, sbuffò, mostrando gl'affilati canini, e con un rapido gesto della sinistra andò ad afferrare il braccio del ragazzo tirandolo a sé e facendolo rimbalzare contro il gonfio petto.
«No!» Asserì con tono rauco e malevolo «Sayrus... è il mio nome» Tuonò «E voi siete un uomo morto se non mi dite dove si trova entro due secondi!»
Il giovane sembrava abituarsi a questo tipo di accoglienza. Sorrise mesto e preoccupato rispondendo «Milady Emma mi ha incaricato di far da guida a coloro interessati a recuperar le sue spoglie e cremandola di disperder le ceneri nel fiume Airoka… Presumo che verrete con me... Sayrus»
Il vampiro lo guardò con occhi severi e si limitò ad ordinare «Ditemi dove si trova! Ora!»
«Nella foresta, vi basta come risposta?!» Gli urlò contro il cacciatore, rivolgendogli il suo cinico sguardo di ghiaccio: «Sarò io la vostra guida, o se preferite cercatela da solo!» Non gli piaceva assumere quel tono, specie con chi era fuori di sé per la perdita di una persona cara e quindi reagiva in modo incontrollabile. Ma il vampiro stava esagerando.
Sayrus mostrò uno sguardo ancor più gelido e disperato del suo interlocutore. Dagl'occhi traspariva follia pura... Lo afferrò per il collo, e lo sollevò fino a portarlo alla sua altezza: «Vi consiglio di non farmi arrabbiare ulteriormente… Ripeto, dove si trova?» Scandendo meglio le parole e stringendo forte, lasciandogli solo quel filo di voce e fiato necessari.
Ombranera ci rifletté un attimo. Aveva affrontato pericoli maggiori dopotutto, e non aveva più voglia di farsi vincere dalla compassione per la rabbia che provavano coloro a cui doveva far responso della morte di Emma e voleva arrivare fino in fondo a questa storia, che stava cadendo nell’assurdo: «Non è un luogo raggiungibile seguendo una semplice via, né tantomeno se ve lo indicassi su una mappa. Sono un cacciatore, la foresta intera è la mia dimora. O vi lascerete guidare, o uccidetemi. Non avrà alcun senso la mia morte, né era questa la volontà di milady Emma. Lasciatemi ora e ditemi se siete interessato a partire con me.. O andatevene!» Per un istante, gli occhi del ragazzo parvero quelli di una pantera e le sue parole dal tono calmo e freddo avrebbero potuto lasciar spiazzato chiunque si fosse trovato di fronte. Era il ricordo di qualcosa o qualcuno che il cainita stesso faticò a riconoscere, in quell’attimo... Se non dal suo odore, di muschio e rugiada, di Emma, di fiera selvaggia e predatrice…
Il vampiro, con un rapido movimento, fece ritrovare il ragazzo da sollevato da terra, qual era, a sdraiato sul duro selciato dopo una poderosa botta sulla schiena: «State abusando della mia pazienza ragazzo. E sfortunatamente per voi, non ne ho molta..» Abbandonò infine la presa; rialzandosi aggiunse «Vado a prendere delle cose... Torno subito.» E rientrò nella dimora.
Il giovane sbuffò, restando per un attimo sdraiato a terra pensoso. Si rannicchiò, aspettando il ritorno del vampiro. Si promise di domandar ancora di Asdrubale e se non lo avesse trovato di partir il prima possibile evitando altri spiacevoli incontri.
Il conte Nether si avvicinò al ragazzo. Indossava una cappa nera che ne copriva interamente il corpo, anche se, dal rumore che produceva ad ogni passo, si poteva dedurre che stesse indossando un'armatura: «Chiedo scusa,» Esordì avvicinandosi al ragazzo «..Siete voi Ombranera?»
Il cacciatore ruotò il capo all'indietro, restando seduto a terra, ed alzò un sopracciglio incuriosito: «Si, messere, così mi chiamano.. Ombranera Cacciagrossa.. Posso esservi utile?»
Allungò il braccio da sotto il mantello con la mano aperta. Come volevasi dimostrare, era interamente rivestito da un'armatura nera: «Nether. Perdonate se non faccio i salti di gioia nel fare la vostra conoscenza, ma spero possiate capirmi...» Disse sorridendo cordialmente.
Lui sorrise, stringendo la mano guantata dell'uomo, contento di aver conosciuto qualcuno che non l'aggredisse dopo aver detto il suo nome: «Avrei gradito conoscervi in altro modo e per altri motivi, messer Nether... Siete intenzionato al viaggio, dunque?»
«Mi hanno detto di quello che state facendo. Se posso, vorrei venire con voi. E per quel che riguarda Asdrubale, meglio se lasciate perdere. Non è molto.. Reperibile.»
«E come mai? Una fanciulla così bella ed un marito così assente?» Troppo tardi per ritirar la sua osservazione. Pregò di non rimanere vittima della sua lingua lunga.
Nether sospirò: «Immagino siate nuovo, quindi, sorvolo su questa osservazione. Diciamo che il marito non era dei migliori in circolazione... È una storia lunga, vi basti sapere che non lo troverete, a meno che non sia lui a voler essere trovato e, per quel che gliene importava di sua moglie, non credo sia sua intenzione farlo.»
«Meglio così!» Asserì con noncuranza «Una persona in meno da avvisare... Allora, temo che partirò fra poco, con voi, il vampiro ed il nano che son spariti... Il viaggio va pagato, fanno mille monete a testa.» Aggiunse poi, più tranquillo.
Il conte inarcò un sopracciglio. Non riusciva a capire se provare o meno simpatia per quel ragazzo «Esoso per un cacciatore che esaudisce le ultime volontà di una donna...» Fece per allontanarsi quando si voltò: «Prendo le monete in banca, aspettate qui..» Disse avviandosi verso l'edificio. Tornò poco dopo con un sacchetto tintinnante in mano che lanciò al ragazzo «Se non ti fidi puoi contarle..»
«Mi fido, mi fido.. Non che mi importi molto dei soldi di per sé, ma devo pur vivere in qualche modo!» Sghignazzò come un bambino.
Un vampiro giunto a cavallo nei pressi di Romar si avvicinò ai cancelli della cittadina, trovando l’ingresso sbarrato dalla vigilanza.
«Kern di Moravia, il bardo!» Ringhiò alle guardie, che ancor gli sbarravano l’accesso. Seccato, smontò di sella, slacciò la cinta della spada e la consegnò ai miliziani. Sul limitar della città varcò il grande arco di pietra senza fretta alcuna, avvolto nel suo nero mantello. Conosceva bene la città, sebbene il tempo la cambiasse rodendone l'antica storia. Dalla piazza si diramavano diverse vie, ed una di queste conduceva verso la dimora Ordalia. Si soffermò sull'ingresso. Non era semplice recar l'ultimo saluto ad una vecchia amica, ed oramai, seppur il cuore dei vampiri era forgiato nel ghiaccio della morte, restò immobile davanti all'ingresso dell’Ordalia, triste, attendendo ancora prima di muover il passo nella dimora: «Fiamme ai morti...» Mormorò «Ed a color che non son più risorti...» E su queste parole spinse l'uscio della dimora, preparandosi ad attendere la cremazione di Emma.
Ombranera fissò il vampiro, sbalordito, e cominciò a credere che l'Ordalia fosse il ritrovo per una setta di folli cainiti, altro che la villa di una lady di nobile casata!
Fece attenzione alle parole del pallido uomo e rialzandosi di scatto lo richiamò: «Messere! Fermatevi! ..Il corpo di lady Norton non è qui! Stiamo organizzando una spedizione per recuperarlo dal luogo in cui si trova!» Poi tese la mano, mostrandogli il palmo della destra vuoto: «Se volete unirvi al viaggio,» Aggiunse «Fanno mille monete!» Ed attese sorridendo.
Punitore giunse in piazza. Scorse subito Ombranera e lo salutò sventolando la mano camminando verso di lui: «Salve.. Tutto pronto per il viaggio? Ah sì, ho saputo che bisogna versare mille monete.. Ecco il sacco, dunque.» Lanciò il denaro al cacciatore «Ci sono tutte, state tranquillo!»
Il giovane sorrise da ebete alla vista del secondo sacco, che svuotò nel primo più grande e conservando tutto nella sua borsa da viaggio bofonchiò «Bene, bene! Aspetto i soldi del vampiro, se vorrà unirsi, partiremo fra poc.. Ehm..» Si ricordò di Sayrus che ancor doveva tornare, ma decise che era meglio non portar con sé una persona così scontrosa: «Ah beh, un vampiro vale l'altro!» Rise guardando Kern, anche se gli altri non erano a conoscenza del precedente colloquio con l’inquilino dell'Ordalia. Il nano incrociando le braccia sedette sul bordo del pozzo accanto al cacciatore, in attesa.
Una donna giunse nella città degli uomini. Incomoda delle sue elfiche sembianze si coprì il viso, camminando lentamente a testa china. Kern raggiunse rapido la sua sposa: «Per di qua!» La guidò sicuro attraverso le strade di quella che un dì fu la sua città natale. L’elfa lo seguì quieta, tenendolo per mano.
«Dove eravate? Son dovuto uscire per venirvi a cercare e queste guardie son sempre meno amichevoli!» Pronunciò piano, avvicinandosi al gruppo di persone. Notò tra di esse il nano con le sembianze di Punitore, amico di vecchia data nonostante le vicissitudini li abbiano per lungo tempo divisi: «Cara, lascia che ti presenti un amico.»
Ombranera ruotò il capo dal cainita all’elfa, per poi scuoterlo violentemente : «No, no, no, stiamo scherzando, vero?! Non vorrete mica portare questa fanciulla con noi?!» Guardò sdegnato il bardo.
Punitore voltandosi riconobbe Kern; il vampiro, indicando il nano, lo presentò alla consorte: «Punitore della Corte.» E così dicendo gli porse la mano, «Lieto di incontrarvi nuovamente, anche se in sì tristi circostanze..»
La donna, guardandosi intorno, comprese che di un momento malinconico e triste si trattava. Il senatore tese la mano verso l'amico e sorrise all’elfa accennandole un saluto col capo.
Il bardo squadrò Ombranera con occhi di fiamme: «Questa.. Fanciulla.. Come voi la chiamate, verrà con noi!» Concluse perentorio.
L’elfa s’inchinò dunque verso il senatore ed Ombranera: «Piacere mio di incontrarvi, messeri.»
«Il piacere è mio!» Disse il nano, scrutando di sottecchi Kern e il cacciatore.
La sposa gettò un’occhiata verso il compagno: «No Kern, se la mia presenza non è gradita non verrò di certo!» Volgendo poi lo sguardo fiero verso il giovane.
Il vampiro rivolto alla consorte replicò fermo: «Vi son molte presenze che non son gradite, ma ce le portiamo comunque appresso. Senza con ciò voler fare allusione alcuna.»
Ombranera intuì che le sue parole erano state fraintese. Prontamente si inchinò all'elfa, regalandole un sorriso ed osservandola con i suoi occhi di ghiaccio replicò al vampiro: «Non era per escluderla.. E perdonate i miei modi bruschi da uomo della foresta, ma il compito che ci aspetta è ingrato, recuperar un cadavere di diversi giorni... Non sarà piacevole alla vista. Intendevo solo avvisare che una creatura così aggraziata come la vostra signora non dovrebbe mai trovarsi in una situazione simile. E se vorrà render omaggio a milady Emma, potrà farlo al nostro ritorno, ma se voi dite che ella è forte e non subirà un trauma alla vista del cadavere putrefatto e dilaniato dalle belve verrà con noi.»
La moglie sorrise ambiguamente alle parole dell'amato, sferrando sguardi di compiacimento: «Non ne dubitavo, mio signore... Vi seguirò. Fate pure strada..» Si inchinò nuovamente, con in volto lo stesso ambiguo sorriso «Non crucciatevi del mio grazioso aspetto, se signore mi consentite di chiamarvi. Dite cosa c'è da fare e lo farò.» Disse senza nessun timore di recuperare il cadavere di qualcuno caro al suo Kern.
Il bardo, non senza orgoglio, annuì con il capo, posando una mano sulla schiena della sposa: «Ella è figlia di Moravia, Rossamela il suo nome, e come tale non teme nulla, neanche la Morte in persona.» Compiaciuto in larga misura dello spirito della Rossamela, attese che il cacciatore mostrasse loro la strada, come convenuto.
La guida arrossì: «Oh.. Chiamarmi signore è troppo..» Ammise, «Son un semplice cacciatore, milady, chiamatemi Ombranera... Lieto di servirvi.» E fece per baciarle la mano.
L’elfa porse la destra che lasciò sfiorar lievemente dal giovane a lei di fronte: «E sia, Ombranera.»
«Fanno mille monete, messer “Kern”... Solo mille, la vostra dama non pagherà il viaggio.» Concluse il cacciatore tornando a mostrare il palmo vuoto della mancina verso il cainita e senza distoglier lo sguardo dalla dama attese.
Punitore continuò ad osservare la scena in attesa di partire. Sorrise per qualche secondo, ma il suo sguardo tornò subito serio al pensiero di Emma.
Il bardo acconsentì, facendo tintinnar il sacchetto delle monete: «I mille son qui, ma le avrete solo quando avrò recuperato Emma... Consideratela una precauzione per noi tre!» Concluse con un sorrisetto, includendo nel conto anche Punitore e la sua sposa.
Ombranera socchiuse gli occhi, gettando un'occhiata torva a Kern: «Non vi fidate di un cacciatore che ha rischiato la vita per portare questa notizia!? Derubato da una donna di nome Dulrindana dell'unico bene prezioso che aveva con sé? Malmenato da questo e quell'altro parente della vittima?!»
«Durlindana Caldabbraccio...» Sussurrò sottovoce l'elfa, sorridendo all'udir di quel nome.
«Non ho detto che non ve li darò, ho detto che ve li darò dopo! Del resto, non ne avrete bisogno durante il viaggio...» Concluse Kern senza troppi giri di parole, sorpreso tuttavia nell'udir di Durlindana il nome: “Chissà cosa combinò questa volta quel diavolo di donna!” Si chiese, riprendendo il discorso: «Voi fate ciò che vi è stato chiesto, e non è detto che non possa darvi qualche moneta in più. Ma ora muoviamoci! Vorrei recuperare perlomeno le ossa!»
«E va bene!» Sbottò «Ho già subito troppe perdite in questi giorni... Spero solo che non mi abbandoniate nella notte, perché non potrò seguirvi. Andiamo adesso, comincia il viaggio!» Il ragazzo guardò per l'ultima volta, preoccupato, l'Ordalia, per poi fischiare come uno dei miglior pastori dell'alta montagna e richiamare il suo stallone grigio.
«Non vi abbandonerò per il momento,» Aggiunse Rossamela «Io seguo il bardo. E se dovesse lui abbandonarvi, beh.. Seguirò sempre il bardo. Andiamo dunque.»
Kern si scambiò una vaga occhiata con Punitore: «Amico mio, voi sapete cosa le è successo di preciso, per caso?» Riferendosi ad Emma.
«Non proprio, ma ho una vaga idea di quello che può essere accaduto…» Gli rispose. Corse poi verso il bestiario recuperando il suo nero destriero e si avvicinò al giovane: «Bene, se siamo tutti pronti... Partiamo!» Lo esortò.
Il cacciatore montò con un salto atletico sul suo cavallo e annunciò alla comitiva: «Abbiamo tre ore di tempo prima che cali il sole.. Farò in modo che il viaggio duri solo due giorni e mezzo. Cercherò dei luoghi tranquilli dove farvi riposare lontani dalle creature della foresta, ma per la notte dovremo lasciarci.. Ho necessità di star da solo.»
Con un cenno della mano Punitore indicò ad Ombranera di far strada. Annuendo, Kern li precedette alle porte della città dove aveva dovuto lasciar il suo destriero e nel tragitto ripensò alle parole di Punitore. Attese che passassero per porsi accanto al destriero della Rossamela e seguir il cacciatore.
Il ragazzo si guardò intorno: “Eppure mi sto dimenticando di qualcuno…” Pensò, ma senza dilungarsi in altre inutili attese, scorgendo la via delle foreste oltre i cancelli di Romar mosse i tacchi per far partire il suo corsiero. Poco dopo il nano lo imitò e ponendosi con la cavalcatura affianco al bardo e alla sposa partirono insieme.
Il vampiro, al seguito degli altri, si addentrò tra le fronde facendo ben attenzione a non urtar i rami più bassi con la testa. Rossamela, al suo fianco, guardò il cacciatore in testa alla fila con fare sospettoso: «Scusatemi Ombranera, permettetemi di chiedervi quale sia il motivo legato alla vostra notturna solitudine... Se permettete ch'io chieda!»
«Brutti ricordi, milady! Un passato triste e voglia di solitudine!» Urlò dietro le spalle, per risposta, imboccando un’altra direzione.
La donna si fece largo tagliando le frasche con un pugnale mentre con gli occhi seguiva il tracciato che le bestie lasciavano durante il cammino. Urlò di rimando al cacciatore: «Capisco, capisco! Non vi disturberò con i miei commenti notturni, dunque!» Lo rassicurò, rivelando d’esser una gran parlatrice notturna...


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EPISODIO VIII (II Parte)

~ La Prima Notte ~

Galoppò il destriero grigio, creandosi un varco tra la vegetazione fitta. Il padrone prese una strada mai percorsa da chi non aveva serie intenzioni di voler finire in pasto a belve feroci o chissà quale diabolica creatura. Il giovane cacciatore percorse rapido la foresta in cerca della valle che sapeva di esser protetta dai pericoli, per potersi allontanare dal gruppo prima che calasse il sole: «Fermiamoci qua!» Li avvertì, aspettando che giungessero.
Kern seguiva Ombranera, accelerando di poco il passo per portarsi accanto a Punitore: «Perdonatemi, amico mio, poiché a Romar è da tempo che non pongo piede...» Bisbigliò «Ma dicevate.. Come morì?» E non osò pronunciarne il nome, per reverenziale rispetto dei morti.
«Non lo so di preciso, ma penso che Asdrubale c’entri qualcosa...» Il nano alzò le spalle e pensoso aggrottò al fronte. Poi alzò il capo e vide lo stallone del ragazzo; tirando le briglie per rallentare la corsa gli si portò di fianco, fermandosi a sua volta. Il giovane si voltò verso il bardo, sorridendo mesto: «Risponderò alle vostre domande, ma domani, con più calma. Ora vi devo lasciare..» Indicò un piccolo spiazzo erboso «Accampatevi laggiù. All'alba verrò a riprendervi…» E senza lasciar il tempo di replicare deviò il passo del corsiero, allontanandosi a gran velocità.
Il cainita annuì alle parole di entrambi, smontando di cavallo e legandone le briglie ad un ramo. S'avvicinò a Rossamela offrendole le braccia per aiutarla a scender dalla sella: «Strano individuo..» Commentò, rassicurato dalla presenza dell'amico e dell'elfa sua sposa «Orsù, non ci resta che aspettare!»
Il senatore legò lo stallone accanto a quello del vampiro: «Io credo che siate entrambi d'accordo nel fare i turni per stanotte... Anzi, lady Rossamela non dovrebbe farli affatto!»
Kern accennò ad un “sì” con la testa: «Il sangue dei vampiri mi permette di vegliar più a lungo di voi, di notte: farò compagnia ad entrambi, se non vi dispiace.»
«Come volete...» Punitore tirò fuori dalla sacca della sella un guanciale di feltro, poi aggiustandoselo dietro la testa si sdraiò ai piedi dell'albero più vicino: «Svegliatemi voi… Ho il sonno pesante!» E ridacchiò, per poi sbadigliare… S'addormentò di colpo un istante dopo, chiudendo gli occhi.
L’elfa si avvicinò al nano puntandogli contro un pugnale: «Cosa non dovrei fare, messere?! Non temete per me, se vi verrà fame vi procurerò anche del cibo... O avete dei dubbi, forse?!» Ma Punitore non l’ascoltò, stava già ronfando profondamente.
Il bardo abbozzò un sorriso divertito: «Buffi i nani... Amor mio, avete freddo?» Domandò «Star qui con voi mi ricorda delle notti insieme fuor di Moravia…»
La donna restò desta a sorvegliare il bosco usando il potere che i suoi antenati le donarono: la capacità di ascoltar le piante, avendo lei elfiche sembianze. «Non ho freddo» Gli rispose sorridendo «Mi scaldate il cuor e questo mi basta per affrontar la notte… Dormite pure, voi… Vi sveglierò, se dovessi avvertire un pericolo. Devo rimaner sveglia, se ascoltar gli alberi voglio…» Lo rassicurò tendendo l'orecchio, socchiudendo gli occhi mentre lo sguardo proteggeva chi dal sonno era avvolto.
Nulla temendo, il vampiro attese solo che il tempo scorresse. Intorno a loro la foresta pulsava di vita, ma Kern era immobile. Difficile dire se sveglio o addormentato, in quello strano letargo che avvolgeva i cainiti durante il loro riposo.
La notte calò in fretta, sembrò quasi che le lune facessero capolino nel cielo nello stesso istante in cui il cacciatore si allontanò dal gruppo. Ma anche di notte la foresta parlava... Le fronde degli alberi frusciarono sussurrando racconti che solo gli elfi potevano udire. Il vento si fece più forte ed una betulla cominciò a comunicare col frassino di fianco. La dama osservò la betulla e il frassino che, sospinti dal vento, insolitamente si agitavano più di quanto potesse smuoverli. Un mormorio echeggiò nel fitto bosco e udendo una strana conversazione si accorse che di voce vegetale si trattava... Si avvicinò a Punitore, avendo intuito il disagio della betulla e, scostandolo con un calcio, ne liberò le radici. Il nano, avendo il sonno pesante, neanche s’accorse del calcio e scostandosi dall'albero continuò a dormire sul manto erboso.
Kern voltò di scatto la testa, sorpreso ed al tempo stesso incuriosito: «Per qual ragione mai, Rossamela prende a calci il senatore dell'Alleanza? Red… Cosa state facendo?» Le domandò con una nota di rimprovero.
Fingendo di dormire, l’elfa si rivolse dolcemente al bardo: «Nulla amor mio... Nulla... Sapete ch'io di notte scalcio e parlo da sola... Dormite...»
L’uomo spalancò gli occhi, sorpreso. Tuttavia aveva ragione: di notte scalciava come un mulo e parlava più d'un pazzo bardo: «Forse è il caso di svegliar punitore se già vi addormentate...»
L’amata s’avvolse nel suo abbraccio, stringendolo a sé: «Non svegliatelo, sarà stanco per il viaggio... Chiudete gli occhi e perdonate se vi ho destato dal sonno.»
Lui la carezzò dolcemente sulla testa, replicando «Non stavo dormendo. Io. E credo che sia il caso che qualcuno resti sveglio a vigilar per ogni evenienza.»
«Resterò sveglia io, mio adorato. Voi dovete recuperare energia e forza per il viaggio… Io non posso contar sulla mia, di forza, in quanto non ne posseggo...» Attese che il bardo si riaddormentasse, carezzandogli le spalle dolcemente.
Meravigliato dalla reazione di Rossamela, Kern tornò nel suo strano letargo, vigile seppur immobile, come solo i vampiri sapevano essere.
Con attenzione, l’elfa ascoltò la conversazione degli alberi, tanto da far sembrare la foresta una locanda. Si chiese cosa ci fosse nella gora, se quel che aveva udito era vero o una burla di alberi dispettosi verso gli incauti uomini. Accertatasi del sonno del bardo, si levò dal di lui fianco dirigendosi verso il fosso, dando una sbirciata dalla distanza adeguata per non finirci dentro. Gettò un'occhiata alla betulla e al frassino ed aggrottando un sopraciglio cauta si avvicinò al bordo: «Psssss... Psssss… C'è nessuno?» Sussurrò sottovoce. Intimorita e non ricevendo nessuna risposta si ritirò dal bordo, controllando intanto che Punitore e il vampiro non si fossero accorti delle sue bizzarre azioni.
Un bambino, dell'età di 8 anni, giocava con la moccola che pendeva dal suo nasino a patata mentre con l'altra mano guardava un piccolo coltello donatogli dal padre boscaiolo. Erano passate alcune ore da quando il bambino era caduto in quel fosso per inseguir una lepre e sentendo una voce femminile ma non avendo più lacrime da versare chiamò «Mamma?» e attese risposta.
“Uhmm.. Mi prenderanno per pazza e mi rinchiuderanno nelle carceri del manicomio del villaggio a fianco” Disse tra sé e sé, allarmata: “Maledetta la mia curiosità... Ecco... Lo sapevo! C'è un bambino li, e qui è più buio della peste!” Borbottò poi alle sue spalle, rivolgendosi alla betulla e al frassino «Speravo vi foste altamente errati, prendendovi gioco di me! ..Come lo aiuto?» E rifletté per un attimo, «Sia mai... O regina della foresta, tu betulla... E re delle lande, frassino... Mi prestereste un ramo per aiutar codesto fanciullo?» Azzardò impaurita “O potrei svegliar il bardo... Uhmm...”
«Mammaaaaa!» Strillò il bambino, cercando di aggrapparsi alle radici di un albero che l'elfa sentì lamentarsi per gli strattoni subiti ed imprecare madre natura: «Stai tranquillo, piccolo!» Cercò di calmarlo, «Non giocherai più contro gli alberi della foresta, vero?» Gli ripeté, mentre lui non la smetteva di dimenarsi. Rossamela si distese sul bordo allungando una mano, mentre con l'altra si teneva ben salda alla radice: «Non strillare che dormono, discolo! O ti ributto nel fosso!» Gli sussurrò adirata.
Il fanciullo sembrò non capire. Se l'avesse avuta di fronte avrebbe sicuramente detto che la donna era pazza, ma stava di fatto che aveva paura e gridò ancora più forte «Mammaaaaaa!»
Punitore sentì nel sonno delle strane voci. Un bambino che strillava “mamma” e una donna che parlava da sola. Ma abituato ai continui rumori ed allo schiamazzo sempiterno del castello della Corte continuò a dormire, finché nella sua testa le grida si fecero sempre più insistenti a tal punto da svegliarlo. Il vampiro, invece, si sarebbe destato nell'udir il sibilar di lame, o il respiro trattenuto di chi nascondeva la propria presenza. Ma il baccano così naturale dei due pareva non turbarne il letargo.
La dama carezzò le radici del frassino, intimorita dal fatto di infastidirlo con il suo peso: «Vi prego... Aiutatemi a tirarlo fuori e vedrete che non vi farà più del male…» Sussurrò all’albero «Allungatemi uno dei vostri rami più bassi ch'io possa tirar fuori il ragazzino!»
Alzandosi di scatto, Punitore si guardò intorno e fessurizzando gli occhi notò la donna elfica aggrappata ad un ramo: «Milady... Cosa diavolo fate?!» Le chiese sottovoce, avvicinandosi di corsa. Fece attenzione a non cader di sotto poggiandosi al frassino, una volta giunto ai bordi del piccolo fossato.
«Umphf!» Sbuffò, mollando le radici e nascondendo le mani dietro la schiena mentre si levava: «Nulla, nulla... Piuttosto, avete una fune per caso?» Gli si rivolse con cipiglio scontroso, seccata dal dover sembrare ai suoi occhi una folle che si dimenava durante la notte.
Punitore corrugò la fronte e non convinto dalle parole della donna guardò oltre il fosso, scorgendo un bambino sporco di fango e mugolante; un istante dopo si diresse al suo cavallo addormentato, ne slegò le briglie, e tornando indietro le tese verso il fanciullo. Mentre compiva l'azione il suo cuore malvagio iniziò ad intenerirsi: quel bambino gli ricordava il suo passato da umano…
Kern, infine, svegliatosi dal suo profondo letargo cercò di raccapezzarsi circa il trambusto che aveva violato la quiete notturna della foresta: «Per Arioch in persona, che state facendo?!» Chiese rivolto ai due.
Il braccino del bimbo afferrò le briglie e attese di esser issato dal nano.
Rossamela sorrise a Punitore e al Bardo, cercando di giustificarsi nel migliore dei modi circa le sue avventure sui rami dell'albero: «Kern...» Lo chiamò «Ho bisogno del vostro braccio! Presto e non fate domande!»
Punitore s’assicurò che il bambino si fosse aggrappato e iniziò a tirare indietro con tutta la forza possibile: «Piuttosto, aiutatemi a tirare su!» Disse mentre il fiato gli si strozzava in gola a causa dello sforzo.
Chiamato per nome da colei che qualunque cosa a lui chiedere poteva, il bardo giunse ove richiesto, prestando forza ed intelligenza, ciascuna nella misura ch’egli era in grado di offrire.
Arrivato ai bordi del fosso, il ragazzino si aggrappò all'ultima radice, causando la frustrazione del frassino, e risalendo da solo gettò il coltello del padre guardando felice il nano. Per un secondo, Punitore gli restituì il sorriso... L’attimo seguente tornando serio voltò i tacchi per legar il cavallo.
Il vampiro sollevò un sopracciglio trovandosi un marmocchio tra i piedi: «E tu chi saresti?» Ed in qualche maniera sospettò che la sua dama fosse la causa di tutta questa confusione. Il bambino si inchinò un paio di volte come un burattino meccanico mormorando un «Grazie signori!» e si dileguò nelle vie ancora buie della foresta, mentre dalle fronde dei rami faceva ingresso il primo raggio di luce dell’aurora.
Tornato verso Rossamela, Punitore le chiese: «Perdonatemi, ma da dove è sbucato il marmocchio?»
Kern attese la risposta del ragazzino, ma a quanto pareva era già troppo tardi. Era tempo, invece, di osservare la Rossamela scender da certi rami: «No... Non ditemelo... Or mi direte che non c'entrate nulla... E che nel sonno v'arrampicate sugli alberi per diletto!» La schernì amorevolmente.
La figlia di Moravia ingoiò a vuoto, raccogliendo della saliva ancor rimasta nella ormai secca bocca, e guardando il nano dall' alto favellò: «Come ciò sia accaduto rimarrà forse un mistero... Sta di fatto che un nuovo giorno sta nascendo e il cacciatore si affretterà a raggiungere il nostro gruppetto a breve. Non so dirvi dove e come ci sia finito lì sotto… Mi chiedo dove... E come...» Sorrise muovendo a tratti la bocca dal serio, al ridicolo, al balbettare: «Non è come credete, mio adorato...»
Il nano trovò il coltellino per terra, così decise di prenderlo per sé in ricordo del bimbo. Rialzandosi, un fascio di luce lo investì guardando nel riflesso della piccola lama e sorridendo all’elfa esclamò «Son d’accordo con voi, milady. Un nuovo giorno sta per arrivare ed è tempo di ripartire!» Riprese le sue cose mettendole nel sacco che portava sempre in spalla, per poi guardarsi attorno in attesa di Ombranera.
«Un nuovo giorno in compagnia!» Aggiunse lei, sudando freddo e ringraziando gli dèi per non aver subìto un interrogatorio più accurato. Infine al frassino si rivolse; guardandolo e avvicinandosi ad esso posò lentamente le sue braccia intorno all'imponente tronco stringendolo a sé: «Grazie...» Sussurrò con un fil di voce sperando di non esser udita e con le labbra gli sfiorò la bruna corteccia.
«L'importante è che non vi sia successo nulla...» Concluse Kern voltandosi per un'ultima volta verso gli alberi dietro di loro: «Grazie...» proferì serio, più per scherno che realmente convinto di ciò.
«Un nuovo giorno è sorto, e difatti eccomi a voi!» Annunciò a gran voce il suo arrivo, il giovin cacciatore, nel suo lento incedere a dorso del cavallo. Sembrava non fosse cambiato nulla da quando se n'era andato: «Dormito bene?» Domandò sorridendo all'elfa e al suo compagno notturno.
Il conte Nether fece fermare il cavallo: era sicuro che fossero lì attorno. Avvertì alcune voci e spronò il cavallo bardato di nero in segno di lutto fino a trovare quel gruppo variegato. Fece un cenno di saluto con la mano quando lo videro: «Scusate il ritardo.»
Il vampiro annuì con la testa a mo’ di saluto, gettando un'occhiata quadrata verso un certo figuro che senza timor alcuno salutandoli si unì a loro: «Voi chi sareste, di grazia?» Sorpreso del fatto che costui li avesse raggiunti sì agevolmente lungo l'intricato percorso seguito il giorno prima da Ombranera.
Punitore dapprima sorrise al ragazzo, poi riconoscendo il paladino ricambiò il gesto cortese salutandolo con la mano.
«Benissimo!» Disse l’elfa ad occhi sgranati mentre guardò velocemente gli altri: «Benvenuto» Pronunciò poi, rivolgendosi al nuovo arrivato «Rossamela è il mio nome, onorata messere…» Allungò la mano verso il nobiluomo a cavallo.
Il conte inarcò la schiena in un lieve inchino: «Nether, lieto di fare la vostra conoscenza...» Disse senza rivolgersi a qualcuno in particolare e sorrise notando un gesto di gentilezza da parte di qualcuno “Ormai non ci sono abituato...” Pensò mentre, con un lieve sorriso, ricambiò la stretta di mano.
A quel gesto, la dama ritrasse velocemente la destra avvicinandosi al suo cavallo e salendoci sopra strinse immediatamente le briglie. Infastidita per non aver ricevuto la degna attenzione che una donzella meritava, volse il capo altrove portandosi con l’animale al fianco del vampiro: «Anzi... Sono milady Rossamela.» Aggiunse sarcastica, rivolgendosi all’umano.
«Sua Eccellentissima Effervescente Signoria Milady Rossamela, ad esser precisi...» Aggiunse il bardo, memore di certe amenità familiari. Kern si voltò poi di scatto provando un dolor pungente in certe parti che nominar non era fine. Ma nulla si mosse, a parte un certo sorriso sornione sulle labbra dell’elfa.
Ombranera, sospirando rassegnato, roteò gli occhi al cielo al gesto di Nether: “E meno male che son cresciuto io nella foresta!” Pensò tra sé e sé.
«Allora, continuiamo questo viaggio?» Li incitò Punitore strofinandosi le mani. Corse verso il suo stallone, montandogli in sella.
Il vampiro imitò il nano, lasciando che il dolor passasse in fretta: «Il conte Nether dei Claw...» Lo salutò senza particolar emozione «Or ricordo di voi... Ed Emma.» E nulla aggiunse.

~ Ronin Dorsoispido ~

Il cacciatore guardò all'orizzonte annusando l'aria come per trovar la via: «Siamo pronti?» Chiese, imboccando lentamente una strada. Aspettò che il gruppetto avesse sgomberato il campo e presa una certa distanza dalla radura si girò indietro osservando il cainita: «Mi chiedevate di milady Emma, se non ricordo male..» Parlò, affiancandosi al cavallo di Kern.
Il vampiro, volgendo la propria attenzione al giovane, confermò annuendo con la testa: «Si, ieri vi domandavo di lei…» All’udir di Emma, Punitore non tardò ad avvicinarsi ai due e lo stesso fece l’elfa.
«È venuta a mancare tre giorni fa... Tra le mie braccia.» Proferì con voce chiara in modo da continuar a parlare anche durante la corsa dei cavalli «L'ho trovata morente nel luogo ove ora vi sto portando, non aveva nulla con sé a parte il gioiello che mi han sottratto... E il suo cappello.»
Nether fece accostare il suo destriero a quello della guida: «Se ho ben capito,» Disse con volto cordiale, anche se la voce rimaneva ferma «Il gioiello vi è stato rubato.»
«..E di cosa è morta per esser precisi?» Rincarò Kern domandando a bruciapelo, chino sul cavallo per non oppor eccessiva resistenza all'aria.
«Oh si..» Ombranera annuì crucciato al paladino «Una donna.. Durlindana... E un tizio che si era spacciato per il comandante delle guardie... Ora che ci penso, l'oste, quello grasso… Giab, mi pare.. ha detto che il ladro si chiamasse Druss.. E son spariti col gioiello.»
Rossamela ascoltò attentamente: un brivido la pervase risalendo la schiena, ricordando il volto sublime di Emma. Meravigliata dal racconto del ragazzo strinse le briglie con forza, annuendo all'udir dei nomi, tutti a lei noti e non lodevoli di tale azione.
Il conte corrugò la fronte. Non sarebbe stata una faccenda semplice da risolvere: «Poco male... Quel gioiello *deve* essere recuperato!»
«Ma Druss era presente?» Domandò Punitore.
Ombranera fece poi per risponder al vampiro: «Invero non so dirvi cosa le sia accaduto. Si è spenta come una candela la cui fiamma non si sa chi l'abbia soffiata...»
Kern s’accigliò «Voi state dicendo...» esternò raccogliendo la propria calma e razionalità «...Che avete trovato Emma morente... Di morte ignota, e anziché issarla sulle vostre spalle, le avete sottratto gioielli e ogni altro suo avere, lasciandone il corpo a marcire nella foresta?» Pronunciò le ultime parole con un ringhio, rauca accusa verso un uomo che d'onor aveva peccato verso una donna morente.
Nether si voltò verso il cainita: «Adesso finitela Kern! Non è né il momento né il luogo per le accuse... Se vorrete farle, le farete dopo il funerale.»
«Ma son rimasto per ore a sentir che il cuor battesse e per me che temo la morte non è stato affatto piacevole!» Cercò di scusarsi ma non voleva più ricordare quel triste momento e si limitò a girar la testa annuendo al nano: «Si.. Druss c'era.. lui ha sottratto il gioiello.. Lo conoscete per caso?»
«Si, certo che lo conosco...» Bofonchiò Punitore per risposta, tornando a chiudersi nei suoi pensieri.
“Druss, Durlindana, Giab...” Ripeté tra sé e sé la donna cercando lo sguardo dell'amato “Quale disgrazia udir mi tocca...”
«Ebbene,» Si preparò a dire l’elfa «Conosco tutti gli artefici del fattaccio, Ombranera, se vi interessa saperlo. Mi chiedo se è stato per il gioiello.. O per Emma... Quale disonorevole azione per Druss che, giurando su mari e monti, ha sempre favellato di giustizie!» Concluse, ancor meravigliata.
Il cacciatore tornò a favellare col bardo e la sua amata: «La donna, Emma, ha parlato prima di morire ma solo per dirmi cosa dovevo fare dopo la sua morte.. Non cosa potessi fare per aiutarla in quel momento... Anche perché lei stessa mi ha sol detto che non sapeva che avrebbe incontrato qualcuno nel suo viaggio... Ma solo dopo aver raggiunto la sua patria, dove era diretta. Mi disse ancor con un fil di voce che, se stava morendo, era per via d’un maleficio.. E quando disse di avvertire la presenza d’un angelo della morte, e all'udir ciò mi spaventai, mi diede le sue ultime volontà...» Raccontò tutto d’un fiato, nascondendo i suoi reali sentimenti e la rabbia che baluginava nei suoi occhi per non esser stato in grado di far nulla durante tutto il tempo, di aver potuto solamente ascoltar la sua voce anziché soccorrerla.
In un sibilo, gelido, il bardo s'indirizzò a Nether: «Fosse stata un'accusa, delle teste starebbero rotolando già sotto gli zoccoli del mio cavallo…»
«Parlate di accuse, messer Nether?» la donna si rivolse al conte, dando man forte allo sposo «Qui si tratta d’ingiustizie verso una donna, una leader che ha subito un atroce atto d’infamità!»
«Or dunque, proseguite. Ancor non mi è chiaro se Emma vi disse di cercar Durlindana, o se voi siate andato da lei, per altri motivi…» Insistette inclinando la bocca in un sorrisetto.
«Come sempre, la vostra diplomazia non va oltre la punta della vostra spada...» Sentenziò il paladino, per poi rivolgersi alla dama: «Non sto proteggendo quest'uomo, milady... Per ora, semplicemente, gli concedo il privilegio del dubbio, almeno finché non saremo giunti a destinazione.»
«Sarà come dite voi, Claw, ma almen io non ho fretta di seppellir amici senza prima tentar di richiamarli dalla terra delle Ombre, specie in un mondo dove nessuno muore davvero!» Disse Kern, «È certo or che le parole di Ombranera comincian ad avere senso. Più senso dei silenzi del giorno precedente. Eppur ancor non avete detto donde e perché incontraste Durlindana…»
Impassibile, Nether replicò: «Le sarei grato di se mi deste del “tu”, Kern... Non sono persona che bada alle formalità.»
«Mostratevi degno della mia fiducia, e vi donerò anche i più reconditi recessi della mia anima. Per ora, accontentavi di scambiar delle parole… “formali”.» Replicò laconico il cainita.
«Ma Durlindana...! Le strapperei di dosso monili, pizzi e merletti! E Druss...» Mormorò adirata Rossamela «In questo momento io...!» S’interruppe cercando di calmare l'ira.
Punitore silenzioso ascoltò la guida e gli altri, mentre mille pensieri e ricordi continuavano ad invadergli la testa… Strinse più forte le briglie e continuò la marcia sempre con orecchie tese verso gli astanti.
«Ah!» Ringhiò il cacciatore «Me, sprovveduto uomo, aver ceduto alla tentazione di una veduta così fine! ..Si può esser più sciocchi di un giovin cacciatore, che dite milady?» Si rivolse ridente all'elfa, continuando: «Sono giunto nei pressi di Athkatla, non c’ero mai stato prima d’ora... Ho chiesto in giro indicazioni ma solo madama Durlindana si è avvicinata. Si è finta reggente della capitale, che ha proclamato come Durlindaxia, e convinto me, pover’Ombranera, non avvezzo alla crudeltà della mia razza, che milady Emma fosse sua cugina Mellasparta Cuspitroppa e Giab, l'oste, suo padre.. Mi ha cacciato nei guai e poi è scomparsa col gioiello...»
Nether rimase in silenzio. Inspirò profondamente un paio di volte per celare la rabbia che, per un attimo, gli era montata in corpo, senza motivo apparente.
«Se le cose sono andate così, la pagheranno tutti e tre!» Il tono rabbioso del senatore nano non lasciava dubbi sul fatto che avrebbero ricevuto una punizione esemplare.
«Più che dare dello sciocco a voi, Ombranera, mi chiedo come mai i volti sono impassibili a tali vostre parole...» Disse guardandosi intorno «Vi chiedo dunque, se della mia parola vi fidate... Quanto vi sta a cuore Emma? E mi aspetto una risposta sincera…» Attese ansiosa, sorridendo con rabbia al racconto del cacciatore avendo udito qualche squarcio della faccenda riguardo al fatto della reggente della capitale.
«A... A me?!» Domandò il ragazzo, del tutto sorpreso. Per un tratto galoppò senza proferir parola, rosso in viso, se pur gli occhi di ghiaccio rimasero fissi sulla strada. Che cosa avrebbe dovuto risponder, sinceramente, neanche lui lo sapeva. Avrebbe piuttosto pagato le mille monete che gli dovevano pur di non rispondere, ma qualcosa si sarebbe inventato e così accadde: «Parola di cacciatore!» Bofonchiò come un cinghiale, «La donna affermò d’esser una cacciatrice quando mi presentai a lei... E da cacciatore a cacciatore, le dovevo questo favore... Ed eccomi qua.»
Kern attese silente la risposta del ragazzo e girando la testa, di tanto in tanto, osservò l'espressione sul suo volto: “Che Rossamela avesse intuito ciò che ad altri era sfuggito?”
«Chiedo a voi Ombranera, si!» La dama accompagnò la parola ad un gesto col capo «Voglio sapere se vi siete poi schierato dalla parte di Druss e compagnia bella per spartir i fruttuosi guadagni del gioiello, tirando a noi un tranello... O se vi stiamo seguendo per una giusta causa.»
«La vostra domanda ha come oggetto solo il nostro cacciatore o tutti i presenti, milady?» Chiese poi Nether senza osservarla, con lo sguardo triste rivolto al suolo.
«Credo tutti i presenti... E certi assenti.» Anticipò il bardo.
«Mi sarei rivolta anche alla vostra signoria, non credete? O dubitate ancora che mi manchi la favella per farlo?» La dama era nervosa.
Con una smorfia di disappunto il bardo realizzò che la domanda, in effetti, era solo per il cacciatore: “Tanto meglio...” Pensò tra sé.
«Certo che non mi son limitato solo alla capitale, lady Rossamela! Sono giunto a Romar e là ho incontrato il buon Punitore, che devo dir è saggio, generoso e ospitale e non merita di rappresentare una città d'uomini se per primi son stati così carogne nei miei riguardi e in quelli di una loro concittadina!» Esclamò il giovane.
«Io rappresento gli uomini perché un tempo lo ero… O meglio, ero uno di loro...» Mormorò il nano, ricordandosi di quando conobbe Emma per la prima volta, in sembianze ancora umane…
«E non vi sto ingannando, perché ho rischiato la vita per avvisar della sua morte, prima contro una donna dai capelli rossi e dopo contro un.. Ehm...» Ombranera si ricordò di aver evitato di scortare anche Sayrus per non finire ucciso durante il viaggio, per cui riprese prontamente: «..Un maggiordomo iracondo per avvisar i parenti all'Ordalia!»
«Carogne...» Ripeté la figlia di Moravia guardando uno ad uno negli occhi cercando lo sguardo rassicurante del suo amato: «È vero... Quante carogne ci sono in giro a questo mondo!» Concluse amara.
Punitore rimase confuso alle parole della donna, poiché non seguiva il suo discorso ed era concentrato su Ombranera, ma non osò obiettare. Nether invece sospirò: «Perdonate la rudezza milady, ma non è faccenda di cui io amo discorrere con persone che conosco da poco.» Disse, anche se sembrava più malinconico che irato.
L’elfa tacque acconsentendo al paladino più per rispetto nei confronti di Emma: «Proseguiamo dunque il nostro cammino... Dove siamo giunti, Ombranera?»
Il cacciatore sembrò sorridere con gli occhi alla vista di un bivio. Portò a sé le briglie carezzando il crine del corsiero grigio fino a fermarlo: «Or bene, decidete adesso... Se andremo a sinistra, il viaggio sarà concluso entro breve, ma dovrete far attenzione stanotte, perché entreremo nel territorio di caccia degli orsi... O a destra, la zona è più tranquilla ma tarderemo di due giornate... A voi la scelta.»
«Orsi...» Ghignò Rossamela senza farsi udire, attendendo la risposta dei coraggiosi accompagnatori.
Nether inspirò l'aria fresca del bosco osservando le due vie: «Per conto mio, preferirei rischiare di incontrare qualche orso... Ma mi rimetto al voto della maggioranza.»
«Noi nani siamo anche famosi per l'uccisione dei giganti... Credete ch’io abbia paura degli orsi!?» Squadrò gl'altri due uomini attendendo una risposta.
«A sinistra per me. Troveremo Emma al più presto, orsi o non orsi!» Rispose deciso il cainita, avviando piano il suo cavallo nella direzione scelta senza attendere gli altri. «E se un orso sarà così stolto... Ci sarà una calda pelliccia per Emma!» E rise, rise sarcastico come se l'avessero trovata e tratta viva in salvo.
Punitore guidò la sua bestia dietro le orme del vampiro addentrandosi per la via sinistra. L’elfa estrasse dalla saccoccia il robusto ramo d’albero che il frassino le aveva donato la notte precedente, stringendolo in mano come portafortuna. Chiudendo ben stretto sul davanti il mantello in pelle spronò il suo cavallo a partire.
«E sia...» Ombranera non aggiunse altro seguendo il gruppetto: non era da lui parlare di preoccupazione per orsi avendo avuto trisavolo, bisnonno, nonno e padre cacciatore.
Nether fece spallucce chiudendo la fila: “E speriamo ci siano solo orsi” Pensò cupo. La spada che aveva con sé era ottima, ma l'armatura che indossava, nascosta dalla cappa, era fatta più per le cerimonie che per il combattimento diretto. Non che contro un orso si aspettasse di avere problemi, ma non si poteva mai dire...
La guida, imboccata la via sinistra, incoraggiò il cavallo a dare il meglio di sé in una corsa che durò fino a poco prima del calar del sole, quando ancora una volta da lor si congedò promettendo di tornare il mattino successivo.
«Ancora questa storia...!» Commentò il bardo smontando da cavallo mentre il cacciatore tosto si dileguava: «Mi chiedo se abbia paura che gli tagliam la gola…»
Il veterano del Claw scese da cavallo rivolgendo un'occhiata al vampiro: «Perché, avrebbe forse torto?» Un vago sorriso affiorò sulle sue labbra.
«Suvvia mio caro, è un cacciatore Ombranera, che col buio non riusciremmo a vedere pur se fosse a danzar dinanzi a noi!» Commentò l’elfa.
Il senatore liberò il cavallo lasciandolo pascolare. Tirò fuori dalla sacca una grossa fetta di carne essiccata e lardo affumicato infilati tra due fette di pane raffermo, che iniziò a masticare con gusto appoggiandosi con la schiena all’unico albero ancora intatto. Quando ebbe terminato, richiamò l’animale e lo legò al tronco. Un'altra volta le tre lune avvisarono della scomparsa di Cacciagrossa e il nuovo scenario non era più in mezzo ad alberi tranquilli, ma sradicati dagli orsi e tra le ossa, le feci ed i resti dei loro abbondanti pasti a base di incauti viaggiatori, selvaggina e bacche selvatiche. Il vampiro storse la bocca costatando che il posto assomigliava più al regno di Ramius che ad una piacevole radura nella foresta. Redini alla mano, s'avvicinò alla consorte: «Voi avete dormito poco o nulla l'altra notte. Lasciate che vegliamo noi…» E s'offrì di prender le briglie del suo cavallo per legarlo.
Anche Rossamela notò che, in effetti, non esisteva vegetazione degna di qualche chiacchiera questa volta, e stringendo a sé il muscoloso braccio del bardo si scaldò le fredde mani. Il vampiro, allentando la presa della donna, percorse a grandi passi il perimetro di quel che pareva la mensa degli orsi. Fuor di essa, vide alberi, vita pulsante… Ed il vampiro sentì la sete chiamarlo.
Nether lasciò il cavallo libero sapendo che non sarebbe andato più in là di una trentina di metri. Aveva visto posti simili. Gli ricordava molto un campo di battaglia che aveva raggiunto dopo uno scontro con un piccolo esercito di Shriven… Quando iniziarono quasi ad abituarsi al luogo poco accogliente ruggiti sordi e crudeli si fecero eco fino a raggiunger le loro orecchie.
«Conte,» Lo richiamò la donna alla sua attenzione «Fossi in voi avvicinerei il vostro cavallo…» Gli disse, figurandolo in mente già come un mucchio d’ossa con la coda.
Sentendo l'eco, Punitore non poté fare a meno di tirar fuori la spada in fretta e poi, con un piccolo salto, si spostò dal tronco volgendo gli occhi ad ogni antro della foresta, guardingo e pronto all’azione.
«Bel posto, davvero…» Si incoraggiò la dama scacciando via ruggiti e versi animaleschi dalla mente «Molto romantico...» Sedette quindi sotto la pancia del suo cavallo, nascondendosi dal buio e dalla spada che Punitore agitava ampiamente per aria. Nether portò la mano alla spada emettendo un fischio basso, richiamando il cavallo che gli si avvicinò in fretta: «Non è dalle ossa che ci dobbiamo guardare, temo...»
Kern si ricongiunse agli altri nel centro della radura: «Forse un fuoco non guasterebbe questa notte!» Propose accatastando qualche ramo senza particolar convinzione.
«Rami avete detto?» Rossamela osservò il suo «Piuttosto rimango al buio ma il mio non ve lo do'!» Ribatté mettendo il ramo di frassino al sicuro, sotto il mantello.
«Già...» E proferì sarcastico per romper la tensione «...O il panino del senatore era assai pesante da digerirsi, oppure gli orsi sono a digiuno da un po'»
«D’altronde non siamo venuti per fare una luna di miele, anche perché, se avessimo avuto del miele, a quest’ora saremmo stati già belli che fregati!» Ribatté Punitore, cercando di mettere allegria in quel viaggio triste, anche se di certo lieto non era il loro scopo... La scomparsa di Emma lo aveva ferito nel profondo.
Il paladino prese a rovistare dentro una sacca che teneva legata alla sella estraendo un acciarino: «Comincio a pensare,» Disse raccogliendo un po’ di legna e foglie «Che il nostro amico cacciatore voglia metterci alla prova... O ammazzarci tutti, dipende se siete ottimisti o meno.» E sorrise.
«Shhhhhh state zitti!» La dama invitò gli altri a far silenzio per un istante «..Non sentite nulla?»
«A parte il vostro vociare, il vento ed i ruggiti degli orsi, non sento altro.» Scherzò l’amato raccogliendo qualche tronco più sostanzioso da aggiungere alla pira.
«Davvero non udite nulla?» Insistette lei.
Il vampiro per accontentarla tese l'orecchio di colpo: «Silenzio!» Scattò, «Silenzio!»
Un orso, nonostante la sua goffa figura, cercò di far il men rumore possibile ed avvicinarsi a Kern.
«Non sento nulla! Le vostre orecchie da elfo dovrebbero sentir meglio, giusto? Quindi lady, cosa sentite che noi non avvertiamo?» Poi il senatore notò avanzare una figura alle spalle del bardo, così preso dalla foga si gettò contro l'orso a spada sguainata.
«Ehm, perdonate le mie lunghe orecchie che mamma e papà elfo mi han donato... Credo che un essere poco più grande di un orso si stia avvicinando a noi» Precisò Rossamela ghignando, facendo ridere di gusto il suo sposo: «Ahaha... M'era parso di udir un... *Orso*!» E con un balzo arretrò dinnanzi alla gigantesca figura che avanzava alle sue spalle. Ebbe giusto il tempo di far due passi, evitando il contatto non desiderato con la belva. Raggiunto Kern, Punitore si mise davanti a lui cercando di proteggerlo, con la spada sguainata in direzione della bestia.
La dama saltò in groppa al fidato stallone, in punta di piedi, mentre dall' altro guardava il nano dimenarsi nella radura: «Uhmm bell'orsacchiotto.. Suvvia non siamo commestibili...» L'orso sogghignò alla vista del nano e solo l'elfa sembrò accorgersi che l'orso era solo divertito del tappo che aveva di fronte. Il senatore non attese di ricevere un colpo e subito, pronto all’attacco, inflisse lui per primo un fendente che colpì in pieno l'animale feroce. Nether con un gesto rapido della mano sfoderò la sua spada. Una semplice lama temprata d’acciaio, affilata e pericolosa, seppur priva di decori.
Il cainita trovò l’opportunità per impugnar la propria arma. Avrebbe anche assalito l’orso se la pazza moglie sua non fosse apparsa capace di parlargli: «Bel colpo, Punitore! Adesso aggiustategli anche l'altra ciocca!» Alluse alle dimensioni dell'animale rispetto al colpo infertogli dal nano.
«Non toccatelo, per tutte le bacche polari! ..Ma cosa fate?!» Sbraitò Rossamela dall'alto del suo cavallo «State fermi piuttosto, non vi farà nulla!» Aggiunse tremante alla vista del grande animale.
Il vampiro non si mosse, tenendo la punta dell'arma in direzione dell'animale, ancora convinto d'aver udito la Rossamela dir qualcosa all'orso.
Punitore indietreggiò di qualche passo spalancando gli occhi, allusivo, verso i due uomini: «Una mano non mi dispiacerebbe!»
Kern, indeciso se fidarsi della moglie, dei due cavalieri o della propria follia, tentò infin la terza strada. Rinfoderò la spada e chinandosi prese un osso tra i tanti offrendolo al famelico orso: «Orsacchiottone bello... Tieni... Qui, qui... Avvicinati» Pronunciò nella maniera più pacifica ed innocua immaginabile per un vampiro.
«Indietro!» Urlò Nether all'indirizzo di Punitore, arretrando fino ad afferrare le redini del suo cavallo scalpitante.
L'animale mastodontico si limitò dapprima ad annusare la spada affondata in una parte imprecisata della pelliccia. Sollevò poi di peso il nano, annusando il sangue sulla sua lama, e quando s’accorse dell’odor ferroso arricciò il naso ringhiando nervoso e con una zampata disarmò il senatore a mezz’aria. Punitore sbiancò in viso. Sgranando gli occhi li volse dapprima verso il bardo e successivamente sulla bestia: atterrito si specchiò nelle palle oculari della belva che parevano chieder vendetta.
Rossamela pregò per la perdita di Punitore: “Un valoroso guerriero...” Ironica si soffermò per qualche secondo col capo chino: «Mio adorato, raggiungetemi quassù, saremo al sicuro!» “..Bel resoconto faremo domani ad Ombranera…” Borbottò tra sé, delusa della compagnia di uccisori di draghi, crollare dinnanzi ad un docile orso: «Uff... Uff... Andato anche il nano...»
Kern il bardo restò immobile, con l'osso in mano, pronto a saltar via in un balzo al primo accenno di inusitato pericolo: “Oh Arioch... Non ti ho nominato invano troppo spesso, vero?”
Punitore estrasse da una tasca il pugnale perso dal bambino provando a conficcarlo in un occhio dell’orso.
«Punitore!» Disperata per il gesto del senatore, con le mani tra i capelli, Rossamela cercò di riprenderlo evitando che accadesse il peggio.
Il cainita lasciando l’osso balzò infine per afferrar Punitore da una gamba e trascinarlo verso i cavalli: «Volete suicidarvi qui, stanotte?!» Appena l’orso lasciò la presa, distaccandosi dal nano per badare alla nuova ferita, strinse forte il polso del nano e sollevandolo da terra saltò tra le ossa mettendosi al riparo, più per mantener la pacifica convivenza con l'animale che per sfuggire dallo scontro. L'orso ringhiò furioso, per poi liberare un ruggito così forte da far tremare la terra e gettar con i timpani sanguinanti tutto il gruppo. L'elfa cadde perché, spauriti, tutti i cavalli scapparono lasciando i loro padroni ad affrontar la belva furiosa. Quando il nano cadde dalle zampe dell'orso, nella caduta riuscì ad intravedere la sua spada, e prima che il vampiro potesse acchiapparlo per trascinarlo con sé fece un ultimo balzo gettandosi su di essa, afferrandola con la mancina.
«Red!» La chiamò Kern nel vederla perder l'equilibrio, ma egli stesso faticò ad udir la propria voce, frastornato dalla belva. Nether si rimise velocemente in piedi. Era crollato tentando di fermare il cavallo: “Se non l'ammazza l'orso giuro che lo ammazzo io!”.
Per metà cieco, l’orso si vide una figura sfocata ai suoi piedi e decise che quello sarebbe diventato il suo primo pasto. Rossamela guardò la belva dal basso, coperta in parte dalla sua grassa pancia pelosa, mentre i ruggiti le spostarono i capelli: «E va bene, mangiami!» Disse facendogli l'occhiolino «Ma un nano è meglio di un'elfa!» Aggiunse speranzosa mentre i denti appuntiti tremavano rimbombando nel palato.
Spazientito, il vampiro sfoderò la spada per la seconda volta «Detesto gli animali: con le persone almeno si può tentar di dialogare!» Arrestandosi poi atterrito. La visione dell'elfa sotto l'ammasso di peli non era certo delle più piacevoli: «Non rimarrò vedovo stanotte!» Ed infine si decise a muoversi verso l'animale. Cercò la schiena dell'orso per saltargli sopra, stringerlo con le braccia e piantargli i canini nel collo.
«Aiutatemi... Tiratemi fuori da quiiii… *Sput*Sput*…» La sposa chiese aiuto sputacchiando i peli dell'orso che ricoprivano quasi tutto il suo viso mentre le bave le bagnavano i ramati capelli. Destatosi dall’urlo atroce, il nano scrollò la testa e subito si guardò attorno notando l'animale sull'elfa; alzandosi di scatto si diresse vicino a Kern, pronto ad attaccar di nuovo.
Una freccia, forse comparsa dal nulla, percorse precisa i tronchi cavi creandosi un varco fino a raggiunger la giugulare scoperta dell'orso. Quasi attentò alla vita del vampiro, intento a mordere la belva, ma la mano che la scoccò aveva ben calibrato il colpo. Il fiato si strozzò e l'orso dimenandosi camminò ondeggiando pericolosamente in avanti e indietro con chi c’era sul suo dorso. Nether corrugò la fronte e voltandosi cercò di scorgere chi avesse scoccato la freccia, pur credendo di saperlo. In preda alla frenesia vampirica, il bardo percepì dapprima un vago soffio e poi uno zampillo vicino al viso ed il sangue che sgorgò fuor da dove morsero i suoi denti ed altrove. L’orso provò a liberarsi dalla stretta del vampiro, ma ora non era lui ad impedirlo. Non sapeva come sfilarsi la freccia. Cadde a terra...
Il corsiero grigio avanzò accompagnato dal sorger del nuovo sole. Il cacciatore fissò cinico la sua nuova preda, quasi chiedendogli perdono. Smontò da cavallo, gettando l'arco a terra ed accasciandosi sull'orso, guardandolo come se avesse appena perduto un caro amico. Poi fissò l'elfa, ancora spaventata, quasi a domandarle dell'accaduto e rimproverandola con lo sguardo.
Il senatore vide giungere Ombranera, ringraziandolo con gli occhi. Avvicinandosi poi al cadavere dell’orso, Punitore estrasse il pugnale dall'occhio della belva. Lo pulì con un lembo della manica e, come se non fosse successo niente, ripose le armi. Il vampiro si levò dal dorso dell'animale, ancora irritato per la piega presa dagli eventi. Si avvicinò alla Rossamela porgendole un braccio per rialzarsi e lei, strisciando supina, si allontanò di qualche metro col volto visibilmente sconvolto. Cercò lo sguardo degli altri e, toccandosi lungo il corpo per controllar che tutto fosse al proprio posto, si rialzò sospirando reggendosi al braccio dell'amato: «Vi ringrazio... Ombranera siete qui…»
Kern si voltò tosto per assestare una sana pedata all'animale: «E la prossima volta impara a presentarti in una lingua comprensibile!» Per ribadire il concetto gliene diede una seconda.
Il ragazzo sospirò, rialzandosi. Chinò la testa recitando una nenia funebre che solo l'elfa poteva comprendere: un canto per richiamare lo Spirito dell'Orso e facilitargli il passaggio nell'aldilà. Rossamela cantò di cuore la sinfonia, accompagnando il cacciatore nel coro luttuoso.
Nether rinfoderò la spada. Una parte di lui avrebbe visto particolarmente bene il nano con quella freccia in gola... Se c'era una cosa che detestava, erano gli impulsivi come il senatore.
«Animalia! Festeggeremo la pellicceria di questo passo!» E prima di unirsi alla nenia funebre il bardo donò una terza pedata all'orso, asciugandosi il volto con un candido fazzoletto.
«Se imparaste il linguaggio della natura da vostra moglie, evitereste di uccider innocenti...» La voce del cacciatore era cupa: un sibilo a denti stretti rivolto al vampiro mentre di sottecchi guardò il corpo dilaniato dell’orso. Kern s'arrestò di colpo, come se qualcuno avesse toccato il giusto tasto. Chinò il capo, riflettendo sulle parole del cacciatore e, voltandosi verso l’albero dove aveva legato il cavallo s'accorse solo allora che tutti i destrieri erano spariti. Normalmente si sarebbe adirato con l'orso per questo, ma le parole di Ombrenera gli risuonavano nelle orecchie... S'avvicinò all’animale deceduto, si chinò accarezzandolo, come a chiedergli scusa di qualcosa.
Il giovane diede una pacca al suo corsiero lasciandolo partire in solitaria: «Per fortuna vostra, i cavalli mi hanno raggiunto stanotte ed ora, al mio richiamo, verranno a prenderci, ma..» Indicò la strada per abbandonare il territorio degli orsi: «Ci manca davvero poco e proseguiremo a piedi.» Nether s’accostò al cacciatore poggiandogli una mano sulla spalla: «Mettiamoci in marcia allora...» Sussurrò «E mi dispiace... Davvero...»
Il ragazzo guardò per un istante l’uomo: gli occhi freddi del giovane si incrociarono con quelli nocciola del paladino, e senza chiedersi se potesse capire gli sussurrò: «Ronin Dorsoispido… Aveva avuto da poco una cucciolata...»
Punitore raccolse le sue cose sparpagliate a terra dal suo stallone in corsa; ascoltò le parole del cacciatore per tutto il tempo, guardando l'orso con aria triste: per la prima volta sentì nel suo cuore che attaccare ed uccidere, anche se sotto minaccia di pericolo, non era la scelta più giusta da fare. Continuò a fissare l'animale per qualche secondo, poi iniziò a camminare verso l'uscita indicatagli.
Il cainita si levò in piedi dopo aver raccolto la sua spada da terra e con un gesto del capo annuì pronto a seguire il cacciatore: «Rossa, come state? Ho perso la testa nel vedervi lì sotto…»
La donna diede una lieve gomitata all'amato per poi ricordargli le lunghe passeggiate tra i boschi: «Andiamo adesso, ci aspetta un lungo tratto a piedi... Sto bene Kern, sto bene…» Aggiunse dopo, volgendo lo sguardo nella direzione opposta dell'orso…


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EPISODIO VIII (III Parte)

~ Il vecchio druido pazzo ~

Ombranera non aggiunse più nulla fino a quando non raggiunsero la valle in cui il gruppo sperava di trovare il corpo di Emma. Il paladino camminava al fianco del cacciatore: «Pensi di potertene occupare da solo o ti serve una mano?» Chiese a bassa voce «Quantomeno, vorrei rimediare all'errore dei miei compagni.»
La guida, senza guardarlo, si limitò ad indicare il cielo con l’indice della destra: uno stormo di avvoltoi girava in cerchio pronto ad atterrare sulla carcassa «Non ce ne sarà bisogno, Nether. La natura farà il suo corso…»
Punitore li seguiva in silenzio, come se quel silenzio avesse potuto far tornare in vita l'orso: avrebbe preferito dimenticarsi dell’accaduto, ma l’espressione glaciale sul viso del cacciatore era ormai indelebile nella sua mente.
Il vampiro, volendo dimenticare l’orso per concentrarsi sul loro obiettivo, scrutò la vallata dinanzi a sé: «E dunque? Dove siamo?» Accanto a lui, col capo chino, la stanchezza padroneggiava il corpo di Rossamela dopo aver passato due notti desta, tra voci e ruggiti, freddo e venti violenti. La valle era li, finalmente, di fronte a loro.
«Ci siamo Kern, ci siamo...» E di fronte al luogo il giovane ripeté a se stesso, deglutendo: “Ci siamo..”
A quelle parole un nuovo pensiero attanagliò la mente del nano: erano prossimi al cadavere di Emma.
Cauto, il cacciatore s’avvicinò al letto di foglie e fiori ormai secchi con cui aveva coperto il corpo della ragazza e sussurrò al bardo: «Allontanate la vostra lady, non vorrei ch.. Ehm..» Rigirò la coperta, tergiversando: «Si.. Sarà qua..» Cominciò a sudare «Da qualche parte..»
Il Claw chiuse gli occhi, sospirando, mentre strinse con forza l'elsa della spada. Il vampiro lasciò Rossamela decidere da sé, e man sull’elsa si chinò per osservare il corpo dell’amica: le tracce del tempo, e quelle della morte. Lo stesso fece il senatore, attendendo con le dita sulla lama per donare un ultimo, rispettoso, saluto alla defunta amica.
«Non vi avvicinate!» Gridò a Punitore e gli altri, cercando di allontanare con le braccia il vampiro: «Può.. Può esser spaventoso.. Sì..»
«Dunque, mostratecela!» Pronunciò imperativo il bardo, con voce che non lasciava spazio ad obiezioni. Il nano osservò Kern, poi indietreggiò di un paio di passi, ma continuando ad osservare lo strato di foglie e fiori. Rossamela si avvicinò lentamente, decisa in tutto a seguir i quattro compagni fino alla fine. Al fianco del bardo restò in piedi, con le mani giunte sul davanti ed una morsa alla gola.
«Non.. Non vi preoccupate.. Sarà qui.. Ve.. Velo giuro... Era qui, vi dico..» Balbettò il cacciatore sapendo che presto avrebbero celebrato il suo di funerale.
Al blaterare del cacciatore, con evidente forza Kern s’impose: «Non ho fatto due giorni a cavallo per attendere oltre! Muovetevi! Mostrateci Emma!»
La sposa, con fare più amorevole guardò verso il ragazzo, evidentemente preoccupato per la reazione dei presenti alla vista del corpo senza vita di Emma. Con coraggio, a lui si rivolse: «Andiamo, Mostrateci ciò che le carogne fecero alla nostra compagna...»
Ombranera si voltò verso di lei: «Io.. Io non so come dirvelo.. C'era... L'ho.. l'ho lasciata qui!» Rigirò ancora con lo stivale l’angolo ora scoperto dalle foglie secche e completamente vuoto.
«State cercando di dirci che non c'è più?» Sibilò il vampiro, stringendo forte l'elsa della spada: “Che non fosse davvero morta?” Si chiese. Tutti lo fissarono.
«I morti non scappano da soli...» Constatò Punitore.
«A men che morti non siano...» Aggiunse il bardo pensieroso.
«Ombranera!» Urlò la dama contro il cacciatore: «Non ditemi che non lo sapevate! Ed or parlate.. Perché ci avete condotto sin qui!?»
Foglia D’Acero, il druido, voleva provare a salvare il salvabile del povero giovane cacciatore, ma la vecchiaia è una carogna e lento era il suo incedere per raggiungere gli schiamazzi di fronte casa sua…
L’esploratore non seppe che fare: si voltò un solo istante per guardare le foglie dietro di lui e chiedersi se sarebbero state un comodo letto di morte.
«Ombranera, raccontateci nuovamente com’è morta Emma...» Chiese infine il bardo, sospirando, in un momento di calma ritrovata. Il conte si spostò lentamente e senza dare nell’occhio vicino al cacciatore: lui sarebbe stato anche disposto a credere alle parole del giovane, ma dubitava che gli altri avrebbero fatto lo stesso.
«Ombranera...» Kern lo chiamò di nuovo «Calmo... Non vogliamo farvi del male, vogliamo solo capire... E vi conviene aiutarci a capire... Chiaro?» Rossamela, accanto al vampiro, cercò di convincere se stessa che in fondo non mentiva, non avrebbe potuto farlo dopo aver rischiato (di giorno) un viaggio cosi lungo, sino a qui. Anche Punitore rimuginava sugli ultimi giorni e sull’operato di Cacciagrossa e se c’era stato qualche motivo particolare per spingerli così lontani dai centri abitativi… Dietro di sé s’accorse del rumore inconfondibile del calpestio dell’erba, e pensando che si trattasse di una nuova minaccia, non senza motivo dati gli ultimi avvenimenti, girandosi notò arrivare la stramba figura del vecchio druido. Diede due colpetti al braccio di Kern, per farlo voltare, ed indicando la collinetta alle loro spalle disse: «Ragazzi, guardate laggiù!»
«Fermiiiiii! Lasciaaateee staaareee queel poverooo ragaaaazzooo! Seguiite meeee, piuttostooo!» Foglia D’Acero agitò il bastone e le mani per aria, scandendo ogni parola in una strana maniera senza apparente motivo, giacché la lunga veste bianca, così come la barba e i capelli lisci, non gli dava certo la possibilità di passare inosservato.
Cercando, in un voltar di testa senza posa, di non perder di vista né l'uno né l'altro, il bardo chiese a gran voce: «Diteci voi chi siete, piuttosto!»
Ombranera credé che il vecchio fosse un ottimo diversivo per darsi alla fuga, ma subito il vampiro gli puntò gli occhi contro e capì che un confronto, pur avendo gambe veloci, non avrebbe potuto avere esito positivo. Anche Nether si voltò, osservando il vecchio avvicinarsi. Approfittò dell'attimo di distrazione dei compagni per bisbigliare al cacciatore: «Se si mette male... Corri.»
“Troppe figure nuove e stravaganti... La morte di Emma inizia a destarmi profondi sospetti.” Pensò Rossamela «Diteci dov'è il corpo se non volete ritrovarvi un esercito contro!» Azzardò poi, incerta sul da farsi «E voi vecchio... Cosa sapete dunque?» Favellò mentre con rabbia volse lo sguardo ad Ombranera, sempre più evasivo e sospettoso. Il cacciatore si limitò a fissare il druido, nella speranza che fosse davvero così pazzo da trovar una scusa credibile per aiutarlo ad uscire da quella scomoda situazione.
«Corpoooo?!» Sentenziò il vecchio druido con voce gracchiata «Quale corpo?!»
«Il corpo che era qua!» Disse Punitore avvicinandosi al ragazzo per poi afferrargli un braccio in modo che non potesse scappare.
Tenendo ancor la spada nel fodero, il bardo aveva tuttavia l'impressione che qualcosa non quadrasse: «Ombranera, siate ragionevole, venite su e seguiteci con il vecchio…» Pregò il giovane.
Lady Rossamela guardò Kern, poi il paladino, uno ad uno infine ritornò su Kern sfoderando il pugnale: «Mio adorato... Pensate anche voi ciò che penso io?» Bisbigliò sottovoce.
«Ormai è chiaro che qui non v'è nessun corpo..» Rispose il cainita a Punitore, restando sul vago «...E se è la vita che vi preme, vi do la mia parola che essa vi rimarrà.» Promise poi al ragazzo «...In quanto ai soldi: niente corpo, niente denaro.»
Foglia D’Acero parve comprendere di cosa si stesse parlando: «Oh.. "queel" corpo! ..Ma definir "corpo" una ragazza così piena di vita è alquanto strano..» Corrugò la fronte rugosa, infilando un’unghia tra i capelli e grattandosi con forza.
Il conte accennò un sorriso all’udir le parole del vecchio, ed il nano mollò di colpo il braccio del cacciatore: «Prego...?! Dove sarebbe ora la ragazza?»
L’elfa sgranò gli occhi portandosi vicina al vecchio fino a respirare ad un passo da lui. Lo afferrò per il petto incitandolo a ripetere cosa avesse appena detto: «E voi, Ombranera…» Continuò rivolta al giovane, stretta la presa sul druido «Non lo sapevate, vero?! Alludo alle monete... Punitore! Nether!» Li chiamò «..Quanto gli avete dato?!»
La guida si rese conto che adesso, oltre a lui, anche l'anziano era in pericolo di vita: «Vecchio! Ma cosa state dicendo?!» Sorrise febbrilmente muovendo gli occhi dal nano al vampiro, sperando che Foglia D’Acero avesse intuito che non era momento di scherzare.
«Giù le mani, elfa!» Gracchiò il vecchio allontanandola col bastone «..Se avessi avuto 30 anni di meno ti avrei già trasformata in una civetta!»
«Non preoccupatevi per i soldi lady... Quelli non mancano, ma piuttosto... Dov’è Emma?» Chiese Punitore a Foglia D’Acero, invitando con lo sguardo la dama ad allontanarsi dal druido.
Di risposta, la donna schiamazzò: »Non avete ancora inteso in cosa ci siamo imbattuti?!» Si rivolse a Punitore scuotendo ancora il vecchio per la barba «Non c'è nessun corpo qui, ed Emma non è morta!»
Alquanto confuso, il bardo scosse la testa: «Ve lo chiederò una volta sola, poiché di gioielli e soldi non m’importa, ma il ritrovar un'amica, viva o morta, quello sì… L’avete vista? Era qui il suo corpo? Era morta? E, soprattutto, dove è adesso?»
«Tzé.. La giovine è qua.. Dimora presso casa mia... E posso assicurarvi che la morte l'ha solo vista e l'ha lasciata andare!» Foglia D’Acero sfilò la barba dalle mani dell’elfa e guardandola di sbieco accarezzò il pizzetto lungo fino alle ginocchia, lisciandolo con la mancina: «Oh, non era di certo in ottime condizioni..» Aggiunse, guardando torvo Ombranera «E nulla poteva fare il cacciatore per salvarla.. Quindi non dategli colpe per non averle prestato soccorso.»
Nether sgranò gli occhi voltandosi verso il vecchio: «Qui?!»
A tali parole un sorriso si dipinse sul volto del senatore e Kern balzò sul vecchio, concludendo meccanicamente la sua frase. Lo scosse come e più di Rossamela: «Mostratecela!»
»Appunto mostratecela... Portateci da lei! Non teneteci sulle spine! …Dov’è Emma?!» Lo esortò il senatore.
«Fortunatamente il vecchio è troppo.. “Vecchio” per ricordar certe promesse di danaro che un dì Ombranera gli fece, promettendogli in cambio del silenzio... Nevvero?» Urlò la figlia di Moravia contro il cacciatore «E son certa del fatto che Emma stessa non sapeva di esser morta!» Continuò sarcastica «Polli! Una massa di polli siamo... Non altro!»
Nether si fece avanti ignorando gli altri, esibendosi in un lieve inchino: «Perdonate il trambusto... Ma, se non sono indiscreto, possiamo vederla?»
«Ma.. Vecchio! Il cuore aveva smesso di battere!» Gridò il cacciatore senza badare ai vaneggiamenti di Rossamela.
«Il cuore aveva smesso di battere? Dateci un valido motivo per fidarci ancora di voi, Ombranera!» Rimbeccò la donna.
«È viva e sta bene, e adesso lasciatemi!» Strillò Foglia D’Acero come una primadonna, emanando scintille colorate dal bastone.
Così il cainita lasciò andare il vecchio luminescente continuando ad insistere: «Son venuto a prendere Emma Norton. Solo questo. Solo e soltanto questo.» Si voltò con uno sguardo folle verso il cacciatore: «Anche il mio cuor non batte... Son forse morto?»
«Vero ragazzo.. Il vampiro ha ragione.» Commentò il druido cominciando la sua lenta, lentissima camminata verso casa: «Per tre giorni il suo cuore ha smesso di battere, ed è entrata in funzionamento una valvola tipica della razza demoniaca, che ha pompato il sangue al suo posto mentre il corpo si rigenerava… Ma ora che le ferite si sono rimarginate è tornato tutto alla normalità..!»
Il nano smise di parlare prestando attenzione al vecchio e con un gesto della mano invitò i suoi compagni a stare zitti, dopodiché s'incamminò al suo fianco per meglio ascoltarlo. Ombranera superò di gran passo gli altri per affiancarsi all’altro lato di Foglia D’Acero e sussurrargli: «Mi salvate la vita, vecchio, ma in questo modo morirete anche voi se state delirando…»
A quel punto, Nether fece spallucce, avviandosi dietro al cacciatore e al nano. Disposto a sentir la storia che Foglia D’Acero aveva da raccontare, Kern s'avviò al loro seguito: “Succeda quel che succeda... Dunque Emma non è morta. Ella stessa diede i suoi gioielli per esser riconosciuta, ma il vecchio la trovò... Può avere senso” Mormorò tra sé e sé. Risvegliandosi dai suoi pensieri seguì le indicazioni del druido con una scrollata di spalle. Rossamela si grattò il capo, confusa. Ma aveva promesso di seguire il bardo in ogni sua decisione, quindi anch'ella s’avviò senza perderlo di vista.
Senza badare agli altri che chiedevano della cacciatrice, nonostante la vecchiaia e la lunga veste lo facessero sembrare apparentemente immobile, il druido si stava dirigendo verso casa. Quindi, lento come e più d’una lumaca, strizzò l'occhio al ragazzo e sorrise come un nonno affettuoso canticchiando sommessamente. Infine giunse di fronte casa ma bloccò di colpo il drappello con un gesto del bastone e chiese a tutti di avvicinarsi a lui, a cerchio, per bisbigliar qualcosa: «Dovete sapere che la ragazza ha subito uno shock.. Non ricorda nulla, né chi voi siate se siete suoi parenti, né chi l’ha ridotta così..»
Il paladino annuì appena, sospirando: “Forse è meglio così...” Pensò tra sé e sé.
Il bardo mosse il capo mostrando d'aver compreso ciò che il vecchio intendeva dire con quelle parole.
«È forse uno stato momentaneo, ma dice solo di esser giunta con la sua pantera in queste lande dopo esser stata bandita dal suo regno per cospirazione alla corona di un Re di nome Titus, e di cercare un luogo ove trovar pace e viver serena nel ricordo dei suoi amici ormai morti… Un passato singolare, non trovate anche voi?!» Il druido sogghignò, osservandoli impietrito per un attimo.
«Più di quanto credete...» Sussurrò appena il conte.
Anche il cacciatore era chino insieme a loro. Solo che al nominar la pantera s’irrigidì serrando le labbra, pensoso. Si distaccò per un attimo dal gruppetto, guardando oltre le spalle dell’anziano la piccola dimora in legno. L’elfa cercò subito con lo sguardo Ombranera, che pareva essersi allontanato.
«Conosciam la sua storia...» Replicò Kern, oramai desideroso di rivedere l'amica sana e viva e null'altro: «Molti hanno un passato singolare... Ciò che conta è avere un presente, vecchio.» Pronunciò citando alcune leggende di Moravia.
Sospettosa Rossamela osò chiedere «E se lei non ricorda chi son parenti ed amici, come avete fatto voi a trovarci... Essendo suoi amici? ..E dov'è Emma?» Ripeté.
«Pensate sia nelle condizioni di riceverci?» Chiese con un fil di voce il paladino rivolto al druido.
Foglia D'Acero ad un certo punto urlò «Avete capitoooooo?» E quando gli astanti si tapparono le orecchie lui ghignò facendo segno col dito di tacere: «Shhhhhhhhhhh!»
Kern, fosse stato umano, prono a tensione ed affini, probabilmente si sarebbe messo a divorar le unghie nell'ansia. Ma era un vampiro e sapeva attendere con pazienza.
«Entriamo in casa adesso…» Mormorò il vecchio. Alzò la veste camminando quatto come se dovesse star attento a non svegliar un neonato.
Punitore lo guardò male aggrottando la fronte: “È pazzo!” Pensò. Poi lo seguì in punta dei piedi. Kern lo imitò. Rossamela anche. E lo stesso fecero gli altri due.
Emma Norton guardava dalla finestra dall'altro lato della casa, come se stesse aspettando il ritorno di qualcuno. Sospirò ancora, mirando il paesaggio fiorito e l'orto del druido.
Foglia D'Acero spinse la porta mormorando: «Bambina.. Abbiamo visite per te!» E si mise di lato per far entrare tutti i presenti.
Punitore fu il primo ad incrociare Emma, e la fissò incredulo. Entrò dentro la casa senza mai distoglierle lo sguardo di dosso. Rossamela si affacciò dietro le spalle di Kern, sollevandosi in punta di piedi, e Nether rimase defilato dietro una dispensa: “Buffo...” Pensò “Ora che ce l'ho davanti ho paura di vederla...”
La cacciatrice si voltò alla voce del vecchio, sembrò sorridere ma subito l’espressione si tramutò in confusione alla vista di tante persone sconosciute.
Il bardo quasi stentò a crederci, nel veder Emma lì davanti a loro, in quei semplici abiti che il druido doveva averle donato. La salutò, inchinandosi: «Milady...», mentre la sua sposa rimase in disparte osservando Emma nei movimenti, insicura se creare maggior confusione irrompendo nella stanza oppure lasciarla con calma pensare.
Ombranera si fece largo tra i presenti e con inaspettata azione strillò: «Emma! Finalmente ti ho trovato!» E le andò incontro, abbracciandola. Foglia D'Acero sembrò fulminarlo con gli occhi, ma ormai era troppo tardi per fermarlo. L’elfa era sempre più confusa…
Punitore osservò la giovane ragazza che tempo aveva profondamente amato e... Era ancora viva. Un sorriso si dipinse sul suo volto segnato dal tempo, mentre una lacrima di commozione né bagnò il viso.
Emma dapprima si lasciò abbracciare, se pur intimorita, e continuò a fissare l'uomo che l'aveva chiamata milady. Guardò Ombranera, sospettosa: «Chi sei? ..Chi siete?» Domandò agli altri. Il tono della voce era pacifico e dolce, completamente diverso dal solito.
«Milady...» Riprese con la voce cristallina dei vampiri «Io son Kern, e ho viaggiato sin qui per riportarvi da Shadow, che chiede di voi.»
Ombranera tornò a mirarla e sorrise: «Sono tuo fratello!» mentì spudorato.
Quando i suoi occhi incontrarono quelli di Emma, Punitore sentì il cuore riempirsi di quel sentimento che tempo addietro lo invadeva ogni volta che incrociava il suo sguardo, ma non osò parlare. Lo stesso fece Nether, mettendosi in disparte, quasi nascondendosi da lei: le avrebbe parlato da solo, in un altro momento, forse...
Rossamela osservò ascoltando in silenzio, cercando di comprendere il motivo per il quale il giovane avesse mentito. Contenta, comunque, di vedere Emma in quella stanza viva e vegeta, non osò intervenire.
La mezza’ fece per replicare al ragazzo ma alla parola menzionata si voltò ancora verso Kern: «Shadow! Dov'è Shadow?»
Colto dall’emozione, il senatore uscì dalla dimora, lasciando gli astanti a parlar con la ritrovata Emma.
Il vampiro si portò vicino al cacciatore ponendo una mano sulla sua spalla e stringendo con notevole forza: «Menti e celebreremo un funerale...» L'avvertì bisbigliando piano al suo orecchio. Cambiando espressione in un largo sorriso riprese verso Emma: «A Romar, tre giorni di viaggio da qui... Sta bene, non temete, ma le mancate…»
«Mai stato più serio..» Replicò sottovoce senza badare troppo al bardo, avendo solo occhi e attenzioni per la sorella.
La ragazza annuì: «..Mio fratello?!» Riprese verso Ombranera. Lo guardò per un istante solo, accigliata. Ma avrebbe avuto modo di parlare in seguito con lui, quindi accettò per buona la versione poco convincente del cacciatore.
«Certo! Sono vostro fratello.» Affermò sfrontato «E son quivi per farvi ritornare la memoria!»
Rossamela continuò ad osservare il cacciatore che, agitato ed in preda ad un misterioso eccitamento, fissava Emma con occhi più amorosi di un fratello...
La cacciatrice passò lo sguardo da Ombranera a Kern e Rossamela al druido.. ed infine su Nether.
«Shadow... Non prendetevi gioco di me...» Lo intimò nuovamente il bardo in un bisbiglio, senza mollar la presa.
«Voi, messere...» Disse sperando che si voltasse per guardarla «Ditemi una cosa..»
Il conte si girò appena, incrociando gli occhi della lady ma senza dire una parola.
«Shadow...? Shadow è a tre giorni di cammino.. Lo avete detto voi..» Sussurrò a denti stretti facendo inteder che si trovavano nella stessa situazione in quanto a menzogne.
«Ditemi, messere... Se voi avete avuto modo di conoscermi... Son felici i ricordi che ho perduto?» Chiese Emma.
«Tre giorni... Non contando le notti...» Gli ricordò l’elfa.
«E se non lo sapete voi...» Aggiunse Kern, tirandolo piano via da Emma: «Non credevate forse di ingannare l'olfatto di un vampiro?»
«Io non ne so proprio niente!» Affermò il giovane, spalancando gli occhi e guardandolo con la stessa espressione ch’ebbe alla scoperta della scomparsa del cadavere.
«O devo forse dirvi..» Continuò il cainita, sussurrando mentre arretrava tirandolo con sé in disparte «...Che il ciondolo era l'unica cosa che potevate portar via nelle fauci? ..Non potevate certo trascinarla fino a Romar con i denti... Ma lo sapete voi, o dobbiam attendere la notte?»
Il conte chinò il capo: «Alcuni...» Ammise, avvertendo un forte dolore al petto «Ma, almeno per ora... Credo sia meglio non ricordare...» Poi rovistò all'interno di un sacchetto, estraendo una chiave che donò alla lady: «Avete la mia casa, la mia protezione e i miei insegnamenti al vostro servizio quando vorrete..»
Ombranera gli rise in faccia per un istante, ignorando completamente il colloquio tra la presunta sorella ed il paladino: «Ditemi, cos'è Shadow? ..Un cane? Un orso magari?!»
«Nether, credo sia meglio per tutti noi, invece, ricordare... Almeno per ora, almeno “in parte”… O siam giunti fin qui per nulla.» S’intromise Rossamela, avvicinandosi e sedendo accanto alla cacciatrice: «Emma, ditemi.. Come vi sentite?» Le si rivolse facendo per allungar una mano e carezzarle i capelli, ma esitando la ritrasse.
«Già.. Un povero animale domestico.. O forse no.. Un predatore che avete attaccato in foresta, prima che giungessi per salvarvi?» Ombranera scosse il capo «Chissà, magari c'era questo “Shadow” prima che arrivassi e lo avete fatto fuggire…»
Il conte sorrise: “E dire che è cominciato tutto così...” Fece un lieve inchino «Sarò lieto di ospitarvi quando vorrete...» Concluse, allontanandosi velocemente prima che qualcuno notasse gli occhi lucidi. Uscì fuori di casa, fece un saluto sbrigativo a Punitore e trovando il suo cavallo ad attenderlo poco distante montò in sella dileguandosi nella foresta. Emma prese la chiave dell'uomo. Si chiese il perché di quella reazione… Ma aveva altri problemi di cui occuparsi e voltandosi verso la sposa di Kern la rassicurò sorridendo: «Sto bene.. Ehm.. Fratello?!» Lo chiamò.
Impassibile alla reazione del cacciatore, essendo Shadow, forse, l'unico animale per il quale il bardo avesse mai nutrito profondo rispetto fino a quel giorno, lasciando andar la presa tornò a mirar Emma.
«Pensate che vostro fratello voleva...» Rossamela stava per rivelare del funerale, ma per evitare ulteriori colpi di scena tacque concludendo con un colpo di tosse: «Ehm si... Vi voleva molto bene... *coff*coff*» Guardò il cacciatore con la coda dell'occhio, attendendo impaziente che calasse il buio.
«Dimmi sorella! ..Il tuo "Ombra" è qui... Come ti piace chiamarmi, Ombra.. Solo Ombra per te... Non "Ombranera"...»
Il tono affabile del ragazzo diventava ogni secondo più sospetto, ma la mezzo-demone avrebbe avuto modo di parlargli in privato, più in avanti: «Ombra.. Già..» Ripeté ridendo e stando al gioco. L’abbracciò, sospirando sognante, e portando le labbra al suo orecchio sibilò seria a denti stretti affondando le unghie sul suo braccio: «Portami a casa, allora.. Penso che gli altri conosceranno la via del ritorno...»
Kern, intuendo qualcosa per quei sensi speciali che avevano i vampiri nel percepir le emozioni umane, infine sorrise. Si levò il nero mantello, quello dei Cacciatori d’Ombra, la sua gilda, e lo pose sulle spalle della capoclan: «Bentornata tra noi, Emma.» E con un inchino la lasciò passare avanti.
Foglia D'Acero, che finora era rimasto in silenzio, improvvisamente riempì i polmoni d’aria ed urlò in maniera disumana, creando una piccola tromba d’aria: «Fuori di qui, adessooooooooo!” Scaraventò tutti fuori dalla porta, che lenta si richiuse.
Emma si tirò in piedi. Ombranera l'aveva protetta durante la caduta mentre il druido a cui doveva la vita li aveva cacciati di casa di tutta fretta: «Tutto a posto?» Le chiese il fratello, mentre si rialzava pulendosi le mani.
Punitore stava fuori, mentre mille pensieri affollavano la sua testa; con gli occhi fissi all'orizzonte attendeva impaziente il viaggio di ritorno: aver rivisto Emma, ancora una volta, aveva scatenato in lui una reazione inaspettata. Ed anche Nether, che l’aveva salutato frettolosamente ripartendo da solo, non era di certo in condizioni diverse dalla sua... All’improvviso si scansò verso la finestra osservando i suoi compagni di viaggio volare nella vallata circostante e finire rovinosamente sull’erba.
«Oh Kern.. Se avessi la coda come voi dite a quest'ora scodinzolerei..!» Ironizzò il cacciatore ancheggiando, per poi aggiunger seriamente: «Allora, ce la fate per il ritorno o debbo farvi di nuovo da guida?» Chiese rivolto a tutti.
Rossamela ingoiò rumorosamente, rialzandosi: «Si... Si... Conosciam la strada...» Disse mentre ritornavano alla mente i momenti bizzarri trascorsi in viaggio «E conosciam anche gli orsi.» Aggiunse.
«Con l'odor che avete lasciato ovunque, credo che sarà impossibile sbagliar strada.» Ironizzò a sua volta il bardo: «...Ma la prossima volta dormite con gli orsi, piuttosto che con i felini... ‘Si sa mai che potrei confondermi di nuovo!» E rise divertito.
«Dormo con chi mi pare!» Affermò spavaldo «E se possibile.. Con una bella donna...» Aggiunse il giovane allungando la mano verso Emma per aiutarla ad alzarsi.
L’elfa raggiunse Punitore ch’era parso ai suoi occhi meno felice di come era partito, e li attendeva fuori da solo: «Nano...» Lo chiamò, ironizzando per metterlo di buon umore «Siete pronto per ripartire verso casa?». Gettò un'ultima occhiata alla buffa figura che li aveva accompagnati per il viaggio, ora accanto alla non morta Emma, e con una pacca sulle spalle incoraggiò il buon senatore.
«Ammaccato nel cuore.. Ma sì, elfa!» Sorridendole, Punitore andò verso il suo stallone e mentre, per la prima volta, sentì di provar simpatia per un elfo, montò sul suo cavallo.
«Vi lascio a voi...» Kern salutò il cacciatore e la sorella, aggiungendo «Anche se un dì, mi dovrete spiegar questa faccenda di Durlindana e Druss… Entrambi mi son noti, e se riparar posso qualche torto ch'essi vi fecero, vedrò di far ciò ch'è in mio potere.» S'inchinò nuovamente per portarsi al seguito della moglie.
«Si certo, è or di partire...» E guardando il fratello ritrovato, Emma esordì in un «E voi non vi azzardate a dormir con una meretrice!» Gli bussò con le nocche della destra in fronte, riprendendolo amorevolmente.
«Non sia mai..» Borbottò il giovane, ringhiando al pensiero di Durlindana.
Felice di riveder il proprio destriero fuor della dimora del vecchio pazzo, il vampiro l'afferrò per le briglie chiedendo ai presenti: «Dove siete diretti voi? Io son di strada per Moravia.»
«Amor mio... Se non vi dispiace, anche questa notte vorrei dormir tra le vostre braccia.» Gli si rivolse Rossamela, mentre con il musetto gli accennò un bacio.
»Dispiacermi?» Scherzò il bardo, ricambiando il bacio: «Vedremo... Vedremo...» Annuì con un sorrisetto che molto lasciava intendere.
«Vi ringrazio tutti, chiunque voi siate.. Mi farò dir da mio fratello chi siete e perché vi siete premurati di venirmi a cercare… E se, come spero, il vostro è stato un puro atto di bontà e non perché vi devo dei soldi o quant'altro..» Rise, Emma, «Sarò più che lieta di condivider con voi una cena per stare insieme e godere della vostra compagnia...»
«Cena, eh?» Il fratello borbottò qualcosa sul fatto del buio ma Emma non sembrò farci caso. Rossamela sorrise, mentre montava in cima al suo stallone e ridendo di gusto lo spronò verso il bardo. Kern slacciò la spada di riserva dalla sella, e la offrì alla cacciatrice: «Son sicuro che non ne avrete bisogno, ma non si può mai sapere…»
La mezzo-demone afferrò la daga, su di giri in volto per la contentezza: adorava le armi e non vedeva l'ora di usarla contro qualcuno.
«Io sono diretto a Romar... Chi viene da quelle parti?» Chiese il nano.
«Perdonatemi, Punitore, ma seguo mio marito sino a Moravia. Vi auguro un tranquillo ritorno, gli elfi veglieranno lungo il vostro cammino…» Gli si rivolse la dama, mentre Kern riprese parlando con Ombranera: «Avrete i vostri soldi, messere, ed anche più di quello che avete chiesto. Grazie di cuore…» S'inchinò, montando in sella. Stringendo le redini nella sinistra, levò alta la destra chiudendola a pugno sul petto: «A presto, amici miei!» Ciò detto spronò fiero il cavallo verso Moravia, l'oscura città dei vampiri. La sua sposa, chinandosi col capo e con gli occhi chiusi, accennò un sorriso che, infine, rivolta al cacciatore, tentò delle scuse per aver dubitato della sua buona fede. Un ultimo saluto alla ragazza prima di raggiunger l’amato oltre la vallata.
«Grazie a tutti di questa bellissima avventura, spero di vedervi presto nei territori dell'alleanza!» Punitore salutò tutti un’ultima volta, per poi soffermare lo sguardo su Emma: «Ancora a presto... Milady» Spronò il cavallo che iniziò a galoppare verso Romar.
«Ben detto! Soldi! ..Emma cara.. Sono *loro* a dovermi dei soldi!» Affermò spazientito il cacciatore. Ormai rimasti soli, davanti alla casa del druido, Ombranera fischiò ed il corsiero grigio uscì dal buio della foresta: «È uno dei figli di Kokoa...» Mormorò rivolto ad Emma.
«Era la tua cavalla, un tempo, morta di vecchiaia... E per la foresta ho avuto modo di incontrar questo magnifico cavallo che.. Beh.. In poche parole ora è tuo...» Disse sbrigativo, salendo prima lui e poi aiutando la ragazza.
«Oh... Grazie... “Fratello”...» Si lasciò aiutare, ed una volta al suo fianco mormorò «Mi devi un sacco di spiegazioni, Ombra...»
Il cacciatore si limitò ad inspirare e guardando la via con i sui occhi di ghiaccio cercò di restar serio dicendole «Ogni cosa a suo tempo, donna... Ogni cosa a suo tempo!» E frustando la lingua tra i denti invitò il bigio a partire al galoppo.

~ Il ritorno a casa ~

«Asdrubale...? E chi è Asdrubale?» Sorrise al cainita, senza sapere a chi si riferisse e con chi stava per scambiar parola.
Arloc, dall'ombra, parlò per primo: «Colui che ora si fa chiamare Messo.»
«Messo, voi dite?» domandò Emma aggrottando la fronte «Ed era mio parente per caso?»
Nihal scosse il capo, di passaggio per il salone.
«Oh, salve drow!» La mezza’ s’avvide dell’elfa scura al pian di sotto, meravigliandosi di avere tante persone che giravano per casa... E di non conoscerne neanche una.
Il senatore Arloc notò che, guardandolo, Emma non lo osservava con gli occhi di un tempo, seppur consapevole dell'identità del Gran Demone. Gli venne da pensare che l'ombra non le avesse permesso di riconoscerlo. Il vampiro incalzò uscendo dalla penombra: «Allora, Emma?» Il suo corpo venne gradualmente a contatto con la luce e l'espressione del viso s’irrigidì nell'abituarsi alla nuova condizione.
«Messere...» Si inchinò in segno di rispetto «È da molto che siete qui?»
Arloc sorrise maligno: «Direi da quando è stata costruita questa casa.. All'incirca..»
«Quindi dovrei conoscervi.. Bene.. Potrei sapere chi siete? ..Sapete, purtroppo a causa di uno sfortunato incidente ho un'amnesia totale.. Ma mi han rassicurata che prima o poi passerà.»
Tali parole giunsero alle orecchie del Gran Demone come una spiacevole conferma. Si schiarì la voce per sentenziare «Innanzi a voi si presenta Arloc, Gran Demone delle Orde di Ramius, re di Sehomar e Senatore dell'Alleanza, le cui leggi lui stesso infrange.» Dopo due colpi di tosse artificiali, si mise a sistemar meglio il soprabito: «Quindi non vi ricordate nulla, nemmeno dell'Orda?»
«No, Gran Demone, nulla di nulla.. E mi parlavate del messo infernale, mi sapete dire chi è e se ha un nesso con me? Non è la prima volta che lo sento nominar in mia presenza, ma nessuno vuole accennarmi di lui.»
Il senatore sorrise: «Diciamo.. Che era vostro marito.. Ma non chiedetemi di questa faccenda.. Non l'ho seguita.» Quindi incalzò: «Ma quindi non vi ricordate nulla della vostra militanza nelle Orde di Ramius? Nulla della missione a cui dovevate ed avete ottemperato?»
«Mio marito? Così ero sposata!» Era troppo curiosa ma sapeva anche di non poter chieder molto a qualcuno che non conosceva a fondo la sua storia: «..Ma voi conoscevate il mio sposo?»
«Sì. Lo sconfissi tempo addietro per dimostrare a Ramius la mia totale fedeltà ed abnegazione. Egli era un servo di Ramius in terra.»
«Purtroppo, vi ripeto, non ricordo nulla dai dieci anni a questa parte.. Brutta storia.. Ma mi sto rifacendo presto.»
«Voi avete consegnato cinquecento anime a Ramius per ritrovare il vostro perduto marito ed egli, a quanto detto da lui stesso, s'era reincarnato in Asdrubale… Ciò che è successo dopo non mi è noto. Ma sapete che voi avete militato per gli ultimi anni nel mio clan, nel clan di Ramius onnipotente?! Nelle Orde di Ramius?! Questa stessa dimora..» Indicando prima il soffitto e poi pareti «Porta il nome del clan in cui militavate!»
Emma parve rifletterci sopra, e poi si ricordò: «Ah si.. Ordalia.. È vero... Cinquecento anime? Tantine in effetti.. Ma al momento son sprovvista d’armi adeguate per dedicarmi a diventare un'assassina provetta.. Ho perso la mia spada, Caos, nessuno sa dirmi dove posso trovarla... Così mi occupo della mia gilda di Cacciatori.»
«Sappiate solo.. Che le Orde non dimenticano.. Le porte per Ramius sono sempre aperte per voi.. Norton.» E sibilò tra i denti l’ultima parola.
«Allora siamo pari! Anche la mia casa è sempre aperta per voi.. Arloc...» Sorrise sorniona.
Fissandola negli occhi, il vampiro cercò di trovare l'irrequietezza di un passato mancante che avrebbe dovuto invader la donna.. Ma nulla di tutto ciò era visibile: le sensazioni erano ben nascoste.
«..Ci mancherebbe..» Dopo aver salutato la donna si congedò con un «Che Ramius vi ridoni il vostro passato...»
«Ah beh, che il vostro dio se lo tenga pure il mio passato! Dicono che sia stato terribilmente sventurato e mi ha causato non pochi dolori.. Vedrò di rifarmi della vostra conoscenza e se in tutto questo tempo c'è stato un profondo rispetto ad unirci, non mancherà di restaurarsi.» Inchinandosi ancora salutò il senatore e salì le scale in cerca della sua stanza.
Quando arrivò al secondo piano, si voltò a destra e a sinistra: sapendo che le due camere che aveva di fronte non erano le sue, decise di cominciare il giro dalla sua destra e bussò alla prima porta. Sembrava vuota, al ché la aprì notando subito la pantera sdraiata pigramente sul letto: «Shadow!» Accorse verso il felino, abbracciandolo. La pantera mugugnò di disappunto, ma si lasciò coccolare. Emma si chiese da dove fosse sbucato l'animale e stava per domandarglielo se pur non le avrebbe risposto.
Nihal rigirò la chiave nella toppa. Due colpi di polso e la serratura scattò. Si diresse nel salone principale, camminando flemmatica. Gettò la spada sulla panca. Sembrava stanca. Ringhiò tra i denti, accomodandosi sul sofà scarlatto, sollevando i piedi e appoggiandoli poco elegantemente sul tavolino lì innanzi.
Shadow tese le orecchie: aveva sentito qualcuno entrare in casa e rapido scese le scale al piano di sotto. Emma lo rincorse nel salone principale: «Lady Drow? Tutto a posto?» fece cenno alla pantera di allontanarsi e sedette su una poltrona di fronte al divano.
Lei girò lentamente la testa: «Oh, salve Emma. Si, tutto bene. Solo un po’ di stanchezza... Difficoltà a sopportare le persone che mi circondano. Nervosismo.» Spiegò.
«Spero che non vi dispiacerà se rimango qui, allora.. Magari vi va di raccontarmi un po' di voi..»
Accennò un sorriso, la Sinuosa, mentre indice e pollice accarezzavano il labbro inferiore distrattamente: «Volentieri... Cosa vi incuriosisce, di me?»
«Magari potreste cominciare col dirmi come ci siam conosciute, se con la spada o scambiando due parole per strada.. E magari da qui dirmi di voi, cosa vi piace fare e per cosa vivete, se avete un motivo in particolare per farlo, e per cosa combattete.»
«Mi pare che abbiamo avuto il piacere di incrociare le lame, mia cara. E devo dire che anche allora come oggi eravate molto, molto forte.» Ammise l’altra, sorridendo.
«Quindi dovrei considerarvi una rivale o una preziosa amica?» Alzò di poco il mento, assottigliando gli occhi e cercando di cogliere la verità nello sguardo della drow.
«Non saprei..» Fece spallucce «Forse entrambe.» Ammiccò beffardamente.
«Allora siete molto più preziosa di un'amica.. Se è un rapporto di amore e odio.» Sorrise, soddisfatta della risposta. Aggiunse poco dopo: «Or parlatemi della vostra vita, madama. Per esser sempre così crucciata non dev’esser di certo ‘sì piena di spensieratezza.»
Nihal deglutì un momento, prima di replicare: «Ultimamente le cose sembrano assumere una piega migliore. Diciamo che è soprattutto colpa mia. Se manca felicità nella mia vita, intendo… Credo dipenda da questo brutto caratteraccio. Ma vedete, nonostante si dica in giro che io sia un essere senza cuore, sono molto sensibile. E siccome ho già avuto abbastanza dolore nella mia vita, cerco solo di tenerlo alla larga.» Si interruppe, e si corresse «..Anzi, non è corretto. Purtroppo mi trovo in una sorta di “serpente che si mangia la coda”. Ho sempre ricevuto dolore nella mia vita, e così ora mi son vista costretta ad amarlo in ogni sua forma, per poter stare bene. E.. Non tutti riescono a comprendermi appieno.»
Emma fece una smorfia, che sembrava vagamente un sorriso mesto ma compiaciuto: «Non ditemi che anche voi, quando il cuore è in delirio per la sofferenza, c'è una piccola parte di voi, sadica e spietata, che gioisce e si eccita e non fa che divorarvi l'anima, ma ad ogni morso vi sentite più forte e determinata.. Se pur, invero, vi logora e vi uccide a poco a poco...?!»
«No. Quello lo chiamo “piacere”, Milady.» Sfoderò un sorriso che aveva un che di terrificante.
«Piacere.. "malato".. è ciò che intendevo.. E non fa affatto bene, ve lo posso assicurare. Ma si può farne a meno?» Ammiccò «Credo proprio di no.»
Nihal si lasciò scappare un risolino di stupore: «Emma, Emma... Mi deludete!» Accavallò le gambe, con leggerezza: «Chi può definire "malato" qualcosa, e chi non può? Ciascuno dà una definizione soggettiva. Ciò che per me può essere fonte di piacere, bellezza, gioia, può non esserlo per un altro. Ma non per questo ci si può arrecare il diritto di proferire il proprio verbo come legge.» Fece una piccola pausa, guardandola negli occhi profondi: «..Vi pare?»
«Anche vero.. Ma ci son dei criteri per i quali si possono valutare i piaceri.. Questo non esclude che ciò che può piacere a voi non piaccia a nessun altro.. Magari avete anche trovato una persona che apprezza il vostro modo di essere.. Oh, si, ve lo leggo negli occhietti da vipera...»
La Sinuosa sogghignò: «Non del tutto corretto. A volte ho l'impressione di spaventarla coi miei istinti e con la mia natura. Ma chissà, forse il gioco vale la candela.. E voi, ditemi. Il Messo è alla vostra altezza? Asdrubale, mi pare lo chiamassero tempo fa.»
«Anche voi sapete di mio marito? Dicono che non sia più in questo mondo.. Ah, non di certo morto... È diventato un immortale, che serve il dio degli inferi.. Che brutta faccenda. Son rimasta sola e adesso l'unico uomo che mi sopporta è mio fratello Ombranera!» Rise.
«Uhm... E vi piace, la libertà?»
«Bella domanda.. Si, e no. Il fatto è che la mia religione mi impone di legarmi ad un’unica persona che, nel caso in cui muoia, posso solo attendere di rincontrare in un’altra vita, oppure la sua reincarnazione… Ma a quanto pare il mio sposo è divenuto un immortale e, se quanto mi ha rivelato Ombranera è vero, non era lui il mio vero sposo, ma son stata ingannata da Ramius. E cosa ancor più triste, la persona che avrei dovuto amare è morta.. Nell'istante in cui perdevo la memoria...», Estrasse il ciondolo spezzato dalla tasca, fissandolo pensosa: «Per cui, adesso, dovrò attendere chissà quanti altri anni prima di rincontrarlo... E nel frattempo si, resterò "libera"… Se pur a malincuore. Finché avrò forti emozioni che non mi faranno penare la lunga attesa... Non mi lamenterò. E voi? Amate la libertà o impegnare il vostro cuore?»
Ascoltò attentamente Emma, attendendo che finisse il suo discorso. Quindi rispose: «Io sono uno spirito libero, ma non per mia volontà. Sapete, tempo addietro.. Hudibrass Arethin, vi ricordate di lui, vero? ...Dunque, come dicevo.. Lui mi disse ciò che io già sapevo, ma che allora mi fu incredibilmente d'odio sentirmelo dire… Ovvero che la mia natura mi impossibilita a tenere alcun tipo di legame. Quindi, con tutto l'amore, o chissà altro.. Ogni cosa bella pare sia destinata a finire presto, per me.»
«E voi ci credete? Non è mai detto.. Io credo che c'è sempre una persona con la quale dobbiamo dividere la nostra esistenza.. Il problema è cercarla.. E non arrendersi mai.»
L’attenzione di Arloc, origliante, all’udir quel nome fu richiamata. Dal pian di sopra, nella sua camera che sovrastava il salone, sorrise beffardo, pensando a che fine fosse andato incontro Arethin lo stolto...
«Bah, Emma. Così diventate melensa!» Sghignazzando scrollò il capo.
La cacciatrice ondeggiò la testa, pensosa: «Sarò anche melensa come dite ma una piccola parte di voi mi da ragione..» Borbottò, affondando la testa tra le braccia conserte sul bracciolo della poltrona.
Nihal parve lasciar cadere il discorso, indi si voltò verso la domestica: «Uhm.. Che ne dite di un bel bicchiere di assenzio e ginepro?» Domandò ad Emma, mentre Bibi si appropinquava per servire le due dame.
«Vi farei compagnia con un bicchier d'assenzio se non fosse per l'orario.. E le vecchie abitudini non si cambiano mai.. Una tazza di latte fumante, per me!»
«Anzi...» Guardò improvvisamente l'ora sul grande orologio a pendolo: «Credo che andrò a caccia. Col vostro permesso, Nihal...» La salutò sbrigativa, allontanandosi dalla stanza; recuperò la daga di Kern e l’armatura dei Cacciatori d’Ombra nella sua camera, e di corsa s’avviò fuori, verso le stalle.


Ultima modifica di Emma Norton il Lun Ott 26, 2009 12:49 am, modificato 2 volte in totale
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MessaggioInviato: Mer Ott 07, 2009 9:17 pm Rispondi citandoTorna in cima

Scusa se mi permetto di sporcare il topic con questo messaggio ...

Ma rileggere di certe cose, specie sottoforma di racconto, mi fa sempre venire un pò di tristezza. In senso buono!
Madonna quanti ricordi °_° C'eri ancora tu a giocare Emma, ti rendi conto? xD
E io ero una drow malata XD ( non che ora nihal sia meno malata.. ma vabè xD )
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MessaggioInviato: Dom Ott 11, 2009 3:01 am Rispondi citandoTorna in cima

> > > LE CRONACHE DELL’O R D A L I A < < <


EPISODIO IX

~ La Festa degli Animalia ~
Qui di seguito viene riportata solo una piccolissima parte del giorno finale della celebrazione tenutasi ad Athkatla... E per chi dubitasse ancora, l’idea del bradipo stercorario è stata mia!

Spingendo piano la porta dell’ingresso e varcando la soglia della stanza si poteva ammirare il santuario dei Cacciatori d’Ombra. Si rimaneva perplessi alla vista dei fuochi neri che ardevano sulle torce per illuminare la sala ed in particolare un enorme tavolo rotondo. Un’intera parete era occupata da una lavagna colma di schemi militari e note sulle missioni in corso, mentre tra un quadro e l’altro compariva lo stemma del clan, la luna nera sulla croce midnar simbolo dei seguaci delle ombre. In fondo c’era un arazzo, raffigurante un albero argentato e, ad ogni ramo, corrispondeva un nome dei membri della setta. Sulla destra alcuni sacerdoti sussurravano davanti all’altare delle offerte alle divinità, mentre innervositi guardavano di sbieco dei Ladri Ombra pavoneggiarsi sull’ultima impresa ben riuscita invitando chiassosamente due Generali ad unirsi a loro sulla spiegazione degli eventi. Il silenzio sembrò invadere l’intero edificio quando dall’oscurità comparve la Sacerdotessa delle Ombre...
Lentamente volse la cappa del mantello scuro all’indietro, mostrando il giovane volto ai presenti. Il rumore dei tacchi risuonò nell’androne come la lancetta di un orologio che contava gli ultimi istanti di vita. Si fermò al centro. Con reverenziale gesto s’inchinò ai sacerdoti, pregandoli di continuare con le loro nenie al dio delle ombre. Chiuse poi il pugno sul petto, salutando i suoi confratelli militari. Costeggiò le pareti passando una mano sulle mura nere e raggiunse la lavagna. Prese un gessetto, spezzandolo, ed iniziò a scrivere qualcosa su di essa. Le parole scivolarono sulla tavola senza esitazione, e quando ebbe finito sorrise soddisfatta. Si coprì nuovamente il capo, per schermarsi alla luce esterna, e tornò fuori sui suoi passi. Lasciò così un messaggio per i nuovi miliziani, che recitava:

Prima di tutto benvenuti nel clan, neo Cacciatori delle Ombre. State per iniziare una serie di percorsi formativi che vi porteranno a diventare futuri guardiani in modo che un giorno possiate addestrare nuove reclute. Non baderò a monotoni discorsi introduttivi, le regole del clan sono affisse e le punizioni saranno immediate se esse verranno trasgredite.
La vostra prima missione, come potete leggere sulla lavagna, comporta il recupero di armi e armature da un noto trafficante del sud di questa regione. Il suo nome in codice è Esiel, e attenderà nel giorno e l’ora stabiliti a Moravia, per la sua ricompensa.
Ora, penserete che Mighty faccia bene il suo lavoro, e che non scambiereste la vostra paletta da giardiniere o spadone dell’Araldo per nessun’altra arma al mondo. Ebbene, le lame del buio e le armature in dremora che Esiel, da molti anni ormai, fornisce su richiesta, sono pregiate, rare e sorprendentemente leggere, per consentire movimenti repentini ed agilità al possessore di una dremora, ed attacchi furtivi e letali con le lame del buio. Ho già ordinato cinquanta armature, spade, pugnali ed archi in questi materiali, ma il problema sta nel.. “non dare nell’occhio”. Le guardie potrebbero creare non pochi problemi allo scambio con Esiel, per cui bisognerà organizzare un gruppo che sorveglierà le guardie della capitale ed un altro che provvederà al trasporto sicuro delle merci fino a Romar. In quanto a me, contatterò lo stesso Esiel per il pagamento.
Per quel che riguarda una buona copertura, io e gli altri guardiani stiamo organizzando una antica celebrazione del nostro culto, la Festa degli Animalia. Per maggiori dettagli al riguardo, vi consiglio di rivolgervi al circolo dei nostri druidi.
Manderò oggi stesso un messaggio al banditore per rendere partecipe dell’evento l’intero reame. Stanotte dovrebbero arrivare i pacchi richiesti con il materiale necessario, quindi altro non vi resta che scegliere una maschera e presentarvi ad Athkatla alla celebrazione che si terrà a giorni. Non vi preoccupate, non dovrete sborsare alcun soldo. Tutte le monete raccolte in questi anni mi permetteranno di pagare senza problemi…

Che le ombre guidino sempre i nostri passi verso la gloria e l’immortalità.

E. N.






Akhayla [Fenice] arrivò in sella ad Amroth fino alla piazza. Si voltò indietro: il suo destriero era stato più veloce di quello di Nether. Osservò il movimento ed il turbinio di maschere di coloro che erano già presenti e stavano danzando. La musica nella piazza guidava ogni loro passo e, a giudicare dalle persone, la festa non doveva essere iniziata da molto...
Lorevicius [Cane] fece i suoi complimenti al Camaleonte per lo spettacolino e il giullare DoppiaJ [Camaleonte] agitò le dita sulle ciotole, scoperchiandole in cerca della pallina rossa. Trovatala la mostrò al Cane, recitando la filastrocca: «Tre coppe, e trovar dovrete la pallina! Lesti e furbi, seguite la mia man ed attenti alla gallina! ..Una gemma, in compenso avrete. Ma 20 monete d'oro, un’offertina, per tentar mi darete...» E attese impaziente di ricever i coni nel palmo vuoto.
«Ma sì, tentiamo la fortuna! ..Eccovi le mie 20 monete d'oro!» Disse il Cane.
Il giocoliere arraffò le monete come un oste avido e scontroso e agitando le mani sulle tre tazze cominciò il suo giro cercando di ipnotizzare i suoi clienti con le rapide mosse ed infine posò la mano sulla terza tazza a destra, attendendo una decisione.
Eidolon [Falco] giunse alla festa dopo un lungo viaggio, seppur in ritardo. Cercò con lo sguardo i suoi confratelli, organizzatori dell'evento, ma non scorse nessuno nei suoi pressi.
«Uhm... La tazza centrale!» Azzardò Lorevicius [Cane].
DoppiaJ [Camaleonte] annuì spostando la mano sulla centrale e alzandola mostrò un pulcino che cinguettando starnazzò le aluccie, cadendo tra gli strascichi della tovaglia che gli attutirono la discesa a terra e, pigolando, si allontanò: «Mi spiace, niente pallina rossa.. Qualcun altro?» E passando la lingua tra i denti d’oro adocchiò a destra e a sinistra gli spettatori.
«Io!» Si avvicinò Eidolon [Falco].
«Va beh, Sarà per un'altra volta...» Sconsolato, l’ordaico Lorevicius [Cane] si unì alla folla festante al centro della piazza.
Darkvhox [Cracken] arrivò appena in tempo per non perdersi l'Animalia. Il Falco si distrasse un attimo per passare un foglietto al nuovo arrivato e subito dopo tornò a concentrarsi sulle tre coppe. Il Cracken s’avvide del Falco, lesse il messaggio e si scusò per le domande inutili, augurandogli buona fortuna per il gioco.
«Bene Bene, Falco! Non perdete tempo! Avvicinatevi, osservate, decidete!» Lo esortò il giullare.
Il giovane membro dei Cacciatori d’Ombra esaminò attentamente il banco: “Se è andata male una volta, andrà bene la seconda...” Pensò.
Stavolta i movimenti del Camaleonte erano più fluidi e, finito di mescolar, posò la mano al centro, guardando Eidolon [Falco] in attesa di risposta.
«Quella al centro!» Esclamò il Falco.
DoppiaJ [Camaleonte] sogghignò scoperchiando la ciotola e donando la pallina rossa al vincitore: «Bravo, ma il gioco si paga! 20 monete e vi darò la gemma!»
Un altro ordaico, Sennar, giunse in piazza in sella a Shun. Vedendo poca gente si rallegrò di non essere arrivato in ritardo. Indi s’avviò verso le stalle per far riposare il suo cavallo ed una volta fuori dalle scuderie tirò all’indietro il cappuccio indossando la sua maschera [Drago] e s’avvicinò alla piazza; se pur tenendosi in disparte dalla folla che si ammassava nel centro, assistette ai festeggiamenti.
Akhayla [Fenice] socchiuse gli occhi nel venticello della sera che penetrava attraverso le fenditure della maschera. Si tenne al margine della piazza, in attesa, tuttavia era attratta dalla musica che infondeva una pacifica atmosfera.
Anche il senatore Honoo [Grifone] raggiunse la piazza, osservando con serenità la capitale gremita di persone festanti. L'ultima volta che tante persone si erano riunite in quel luogo era stato durante la rivolta civile…
Darkvhox [Cracken] cercò Lorevicius [Cane] perché non s'incontravano da molto tempo; riuscì ad intravederlo tra un mucchio di persone che parlavano del più e del meno in sua compagnia. Tentò di raggiungerlo, ma s’accorse che era sparito di nuovo. Un po’ stanco, usò una panca di pietra per sedersi.
«Forza gente! Fatevi sotto! ..Il gioco è semplice, basta aver occhio.. Occhio di Falco per l'esattezza!» Schiamazzò DoppiaJ [Camaleonte] che teneva il banco.
Ian s’addentrò nelle strade piene di gente cercando un venditore di maschere. Trovatolo, le esaminò attentamente scegliendone una che riproduceva il viso di un’aquila: «Beh.. Vediamo di divertirci!» Aggiunse infine.
«Che cosa sta succedendo in questa città?! Sono stato via solo per poco tempo, ma vedo molti.. moltissimi cambiamenti!» Trasecolò il nobiluomo Cavel Terzo.
Antares [Bradipo Stercorario] giunse ad Athkatla rotolando una grande palla di colore scuro. La sfera marrone avanzava per i vicoli, a volte deviando dalla direzione originaria. Le lunghe braccia, però, controllavano le fughe dell'enorme globo e, muovendo a fatica nelle pieghe del costume, avanzò oltre la porta: «Mai una carrozza quando serve!» Ansimò oltrepassando il grande arco nelle mura.
Ian [Aquila] s’avvide dell'enorme palla che si muoveva nella sua direzione: «Wow... Esiste anche questa maschera?»
Il drow, comparendo da dietro la sfera dopo averla appoggiata ad una parete, rispose «Eh, si..» Osservando l'interlocutore «..Messer Piccione?» Chiese dubbioso.
«Sarebbe un'aquila.. Ma non importa. Dove volete portare quella... Palla, se non sono indiscreto?» Chiese il Rapace.
Anche il senatore Stormbringer [Gatto] giunse ad Athkatla per unirsi agli altri animali festanti.
DoppiaJ [Camaleonte], individuando con la coda dell'occhio il Bradipo, gli indicò un angoletto lontano dal pubblico dove depositare il suo fardello.
Antares [Bradipo Stercorario] esclamò convinto: «Come ogni buon bradipo stercorario io non lascio mai la mia palla!» Fece un segno di negazione con la mano ma la troppa foga fece tremare pericolosamente la sfera, incline ad abbandonare quello stato di quiete. Con un gesto veloce la bloccò, minacciandola: «Ferma tu!»
«Oh beh... Attento a non stancarvi però!» Rimbeccò l’Aquila, accostandosi al giullare che stava intrattenendo un gruppetto di gente.
«Signoriii!» Schiamazzò il Camaleonte «Quell'animale vincerà il primo premio!» Puntando il Bradipo Stercorario ed ammiccando alla passerella.
L’Aquila s’avvicinò ad un enorme botte dove un omone mascherato da Maiale serviva dell'ottima birra e ne ordinò un boccale.
Osservando la scena, il Bradipo Stercorario cercava un animale in particolare: “Eppure doveva esserci...” Mormorò fra sé e sé.
Lord Sphinterius [Proteo Rosa] non riusciva a vedere nulla, non essendo la sua maschera dotata di occhi. Avanzò a tentoni in mezzo alla piazza e si avviò verso le case dove, al suo balcone, era stata appesa con amorevole cura da madama Norton una gigantesca Varamandra verde di cartapesta… Il povero Proteo Rosa mosse solo pochi passi, però, prima di precipitare in un pozzo. Ritrovatosi nell'umida alcova sussurrò a se stesso “Oh beh, quantomeno è il mio habitat naturale...” E s’addormentò beato.
La Fenice osservava la gente che pian piano giungeva numerosa in piazza e sospirando contemplò il proprio abbigliamento. Corazza e spade sulla schiena. Avrebbe voluto indossare qualcosa di più sobrio, ma chissà perché non se la sentiva di girare disarmata. E poi il tragitto era stato lungo, e non poteva sapere se privo di pericoli.
Ian [Aquila] si dedicò al suo boccale passeggiando fra la gente quando un dispettoso gnomo gli sfilò il porta monete dalla cinghia: «Ehi! Piccolo sorcio torna qui!» Si lanciò all'inseguimento dello gnomo in mezzo alla folla «Non vi bastava rompere le scatole con i panettoni, eh? Ora che ti prendo ti sistemo per le feste!» Fece un balzo atletico afferrando lo gnomo al volo e lo appese ad un albero riprendendosi i soldi. Poi andò dal Camaleonte.
Il Grifone s’affiancò al giocoliere che stava tenendo il banco con la variante locale del gioco delle tre carte. Disse «Buonasera Lady Camaleonte, posso giocare anche io?»
A sua volta, l’Aquila prese venti monete dal sacchettino appena recuperato e le mise nel cesto. “Forza giullare. Vediamo se mi riesce di trovare la pallina..” Pensò tra sé: «Allora, lady Camaleonte... Io ho puntato. Ora tocca a voi!»
DoppiaJ [Camaleonte] rifletté pensoso su come replicare. Adocchiò il Grifone, che capendo il suo errore si allontanò di corsa, poi l’Aquila, ed infine, mostrando uno sguardo dolce e sensuale da fanciulla s’alzò in piedi, lasciando il bancone per un attimo, e con voce mielata allungò la sua pelosa mano per solleticare l'orecchio del secondo: «Ciao bel maschione...»
Ian [Aquila] parve non capire, forse confuso dagli abiti sgargianti e pomposi del giullare: «Milady, grazie per l'appellativo.. Ma posso puntare ora?» Chiese sbrigativo ed imbarazzato.
A quel punto DoppiaJ [Camaleonte] afferrò l’ottusa Aquila per l'orecchio prima che potesse scappare e tirandoglielo gli sibilò a denti stretti: «..E prima che possiate darmi ancora della *lady* vi consiglio di pensarci due volte, pennuto bicolore!» Lo spaurì con la sua voce da scaricatore di porto «E adesso chiedetemi scusa, ammasso di penne e becco giallo!»
L’Aquila tolse la mano del Camaleonte dall'orecchio, massaggiandoselo energicamente: «Ehi..! Chiedo scusa per l'errore, messere... *Ouch*, accidenti! ..Beh forza, giochiamo e facciamola finita!»
Il giullare non rispose. Nascose le venti monete in tasca e nel frattempo mosse la mancina più rapido di come avrebbe potuto far con la destra, mescolando le ciotole con una mano sola.
Il Cracken, molto stanco e un po' annoiato, andò via dalla festa lasciando la capitale… Quella notte gli attendeva un lungo viaggio da fare. Il Cane tornò invece in piazza per ballare dopo essersi rifocillato da Saucy, perdendosi per la terza volta l’incontro con Darkvhox [Cracken] che lo aveva cercato per tutto il tempo.
Il Bradipo salutava con la mano tutti i conoscenti mentre con l'altra teneva d’occhio la palla e di tanto in tanto la ammoniva silenziosamente con la coda dell'occhio.
Namoh [Unicorno] sentì un gran chiacchierare al varcar delle porte e curioso si diresse lesto verso il centro cittadino per partecipare ai festeggiamenti.
Poco dopo giunse il conte Nether [Lupo Bianco] ch’entrò nella piazza affollata. Non gli era mai piaciuta la ressa, ma ammise che era una festa sicuramente ben riuscita.
Lorevicius [Cane] s’avvicinò ad Antares [Bradipo Stercorario] per sussurrargli in un orecchio, strizzando l’occhio canino: «Bella maschera!» Poi si buttò a capofitto nelle danze.
«Anche la vostra!» Sorrise di risposta il Bradipo, esclamando sicuro: «..Messer Cane!» “Stavolta ho indovinato” Pensò.
L’unicorno osservò il popolo partecipare ai festeggiamenti. Difficile individuare qualche volto noto, più facile forse fare nuove conoscenze. Quindi s’infiltrò tra la gente a lui più vicina: «Bella festa, signor Stercorario. Non c'è che dire.. Ben organizzata, davvero... Voi che ne pensate?»
Antares [Bradipo Stercorario] rivolgendosi al nuovo interlocutore fece un cenno di assenso: «Avete ragione, non avevo mai visto la città così..»
«Già. Nemmeno io. Nonostante non sia da molto che vivo in queste lande... E ho la sensazione che le sorprese non siano ancora finite!»
«Già, chissà che maschere ci saranno…» Poi portandosi dietro la grande palla cominciò a spingerla: «Avviciniamoci alla piazza, si vedrà meglio da lì!»
L’Unicorno lo accompagnò. “Che fantasia...” Pensò tra sé e sé. «D'accordo.. Ma come vi è venuto in mente di indossare questa maschera?!» Chiese al Bradipo che ormai era già immerso nella folla e non poté sentirlo.
La palla ricominciò il lento intercedere: «Scusate!» Superò un gruppo di persone, «Permesso!» Evitò una guardia, sempre spingendo quasi alla cieca. Namoh [Unicorno] continuò a seguirlo, ridendo sempre più sguaiatamente man mano che lo Stercorario si faceva largo con la palla. La musica iniziò a mischiarsi ai mormorii e alle risate.
Nether [Lupo Bianco] prese a girovagare cercando volti noti e, possibilmente, amici. Indossava una camicia bianca con pantaloni neri ed un cappotto privo di maniche, nero anch'esso. La Fenice, dopo una scrollata di spalle, cominciò ad addentrarsi in mezzo alla folla sempre più fitta, mentre il Lupo Bianco cercò di farsi strada schivando gente e oggetti sparsi un po’ dovunque: “Da qui alla danza il passo è breve...” Pensò, evitando l'Aquila con un mezzo giro.
Akhayla [Fenice] cercò di avanzare, urtando involontariamente alcune persone, tra cui il Grifone: «Chiedo scusa..» Mormorò prima di allontanarsi.
«Nessun problema, Fenice.» Rispose Honoo [Grifone] il senatore. «C'è una certa folla ed è facile urtare qualcuno involontariamente..» Poi s’accorse che la Fenice era distratta e s’offrì cordialmente: «Milady Fenice, se non sono indiscreto date l'impressione di cercare qualcuno, forse vi posso aiutare...»
Il Lupo Bianco intravide il Grifone di spalle, accennandogli un saluto. “Chi sarà? Mistero, eh...” Pensò ghignando mentre evitava un... Bradipo?! “Ecco, questo non so proprio chi sia!”. Guardandosi ancora intorno agitò le mani per aria chiedendosi ad alta voce: «Una maschera conosco! Ma è mai possibile che non la trovi!?»
La Fenice stava per replicare ma sentì una voce a lei nota e scrutando tutt'attorno, nel mare di maschere, alzandosi in punta di piedi quanto poteva, riuscì a vedere la fiera che stava cercando.
«..Direi di no. Lo avete trovato.» Osservò il Grifone, andando incontro a Nether [Lupo Bianco] insieme alla Fenice.
La legionaria schivò agilmente un paio di persone per poi portarsi alle spalle del Lupo Bianco: «..Cercate qualcuno?» Gli bisbigliò ridendo.
Il Bradipo Stercorario osservando i costumi dei presenti si sentì come in un mondo parallelo, opposto a quello in penombra vissuto finora. Ogni tanto un “Ooh” gli usciva dalla bocca a rimirar il costume di qualcuno. Naturalmente, ogni distrazione sembrava fornire un pretesto a quella grossa palla di legno e tela per provare a fuggire, ma prontamente veniva ripresa e redarguita mentalmente dopo opportuni ed immaginati improperi nei suoi confronti.
L’Unicorno perse di vista Antares [Bradipo Stercorario], bloccandosi stupefatto dinnanzi ad un giullare. Mai ne aveva visto uno, sopratutto vestito da camaleonte. Ne rimase estasiato e così decise di fermarsi ad osservare il suo spettacolo…
«Si, una pazza che lascia i vecchi lupi a mangiare la polvere mentre lei va a divertirsi!» Disse ridente il Lupo Bianco mentre si voltava.
«Una pazza? Me la potete descrivere, cosicché possa aiutarvi a trovarla?» La voce era falsamente seria, ma dietro la maschera di fenice la guerriera stava ridendo.
«Se non erro,» Esordì il Grifone «Solo una persona, oltre me, può essere così poco originale nella scelta della maschera!»
Il Lupo Bianco gli fece l’occhiolino: «Chi? Io forse?» Domandò ad Honoo [Grifone], sorridendo.
«Proprio tu, Nether. Pensi di poter presentare questa tua avvenente amica al tuo capoclan?» Chiese al conte.
“L’Aquila sembra nervosa” Pensò l’Unicorno. “Che cosa sta ingegnando il Camaleonte per farlo innervosire in tal modo?”
Rossamela [Coccinella] si fece spazio, tra i villeggianti, con movimenti ondeggianti. Salutò con un inchino, esibendo il mascherino. All’Unicorno s’avvicinò e con le unghie lo uncinò: «Sento parlar di monete o vado errando?» Mormorò curiosa «Chi vince e chi perde?» Aggiunse, osservando il banco dei giuochi.
Distratto dal giullare, Namoh [Unicorno] non s’accorse di ciò che succedeva alle sue spalle fino a che non sentì un dolore lancinante all'altezza dei reni: *Oouuch!* Si voltò innervosito e dinnanzi osservò la coccinella. “Non può essere codesta maschera a pizzicarmi” credé.
Lesta, la Coccinella nascose l'uncino e si allontanò dall’Unicorno.
«Stavamo tranquillamente recandoci alla festa quando è partita come un fulmine, lasciandomi con una faccia da pesce lesso. Tra l'altro mentre la seguivo con gli occhi, codesta creatura, ho tirato una testata ad un ramo basso. Un male che non raccomando...» Risponde il Lupo Bianco voltandosi poi verso il Grifone.
«Aspetto la vostra scelta.» Disse il Camaleonte rivolto all’Aquila «Ultimo giro della serata, dopo cominceremo con la corsa coi sacchi!» Avvertì tutti i presenti.
«Quella!» Indicò Ian [Aquila] puntando la ciotola sinistra.
DoppiaJ [Camaleonte] bruscamente urtò la ciotola, scoperchiandola: «Mi spiace.. Toppato..» Mostrandola vuota ed indicando quella centrale con la pallina.
«Adesso alza le altre due..» Lo intimò l’Aquila, portando la mano all'elsa.
«Oh, siete davvero cieco allora!» Esclamò esasperato il giullare, scoperchiando ancora la centrale con la pallina rossa e quella a destra dove sbucò un altro pulcino starnazzante.
«No.. È la birra forse... Ah! Spennate qualcun altro!» Sbottò Ian [Aquila], andandosene altrove amareggiato.
La Coccinella sollevò le braccia per salutare i festeggianti, sapendo che la maschera le copriva le linguacce che invece esibiva divertita.
L’Unicorno scorse nuovamente lady Rossamela [Coccinella] e la richiamò a gran voce per sovrastare i chiacchiericci: «Coccinella dove andate?! Questa festa è meravigliosa, vi piace?»
«Meravigliosa dite?» L’elfa, sposa di Kern la Volpe, si rivolse a Namoh [Unicorno]: «Dove son le danze?» Chiese «E ancor nessun mi ha salutata!» Concluse imbronciata.
«Forse non avete visto bene, Coccinella. Laggiù ci son creature che danzano, se volete.» Le indicò con un dito un angolo della piazza, mentre pensava: “Eppure io devo conoscere costei…” Poi s’accarezzò i reni, risvegliatosi il dolore.
Antares continuava nella sua camminata, a volte incespicando nelle cuciture all'altezza delle finte ginocchia e portava avanti la palla... “La palla?!” Pensò. Gli occhi si sgranarono mentre si rese conto che quella maledetta aveva guadagnato forse il palmo necessario alla sua libertà, aiutata dalla pendenza del viale dell'Osteria. Tirando su i grandi calzoni che formavano le gambe, lasciando scoperti gli stivali, come se avesse una grande gonna, cominciò a correre per il viale: «La pallaaaaaaaaa!» Gridò mentre la grande sfera corse rimbalzando fra la gente e dirigendosi minacciosamente verso la fontana al centro del piazzale. La testa della maschera scese nella corsa, rivelando le fattezze del drow.
A quel punto Rossamela [Coccinella] trascinò con sé l’Unicorno: «Allora offritemi da bere ed invitatemi a danzare.. O siete anche voi perso dietro a quella palla?» Chiese in attesa, indicando la sfera rotolante.
Namoh [Unicorno] sentì urlare in lontananza la parola “Palla” e poi seguì la mano della dama che gliela indicava. Subito intuì. Lo Stercorario aveva perso il controllo del suo maggior diletto… Imbarazzato e sorpreso del comportamento poco consueto della creatura femminile non ancora riconosciuta si lasciò trascinare: «Certo.. Certo, milady..» Guadagnando insieme la via per il banco degli alcolici.
«Se il mio capoclan me lo chiede così gentilmente...» Ghignò Nether [Lupo Bianco] indicando la Fenice: «Akhayla, ti presento il senatore Honoo. Honoo, Akhayla... Credo ci si possa presentar sicuramente meglio di quello che posso far io.»
Il Grifone vide la palla giungere verso di loro ed acquistare sempre più velocità: «Nether, Fenice, fate spostare le persone, io provo a fermarla!» Ordinò loro il capo dei Claw.
«È un onore conoscerla, messere..» Esordì la Fenice con un inchino, ma un attimo dopo udì l'avvertimento di Honoo [Grifone] e si voltò, constatando quanto stesse accadendo.
Subito dopo il Lupo Bianco aprì le braccia cercando di far allontanare la gente: «Via! Allontanatevi! Sfera gigante in arrivo!»
Anche l’Aquila s’avvide dell'enorme sfera che rotolava inesorabile verso il centro. Imprecazioni incomprensibili uscirono dalla bocca del drow mentre osservava le guardie della porta scansarsi e lasciar passare, quasi spaventate dalla massa marrone: “Se riuscirò a fermarla giuro che diventerò un semplice bradipooooooooo!” Urlò mentalmente mentre la bocca biascicava dei «Largoooo!» o «Via di quiiiiii!»
Il Grifone si fiondò sulla palla, afferrandola e cercando di rallentarne la corsa.
«Attenti!» Gridò la Fenice, sospingendo alcune persone, nonostante le loro proteste, per deviarle dalla possibile rotta del globo.
Ian [Aquila] vide Honoo [Grifone] intento a fermare l’oggetto e volò ad aiutarlo mettendosi davanti ad esso e facendo leva a terra con i piedi: «E fermati, dannazione!» Imprecò contro la sfera. Dopo alcuni secondi riuscirono a fermare la palla di sterco del Bradipo. Fortunatamente, era finta come il costume del drow.
Antares [Bradipo Stercoraio] venne superato dal pollo e da un’altra maschera, una gallina forse, che afferrarono la sua preziosa palla. Le corte gambe del costume erano un intralcio e lì dentro sembrava essere un inferno. Una volta che l'oggetto fu fermato riuscì infine a raggiungerli. Poggiando le mani sulle ginocchia e piegandosi leggermente in avanti osservò il selciato ansimante: «*Hanf*.. Graz...*hanf*..ie…*hanf*er..*hanf**hanf*..la palla..» E s’asciugò la fronte portando una mano dentro la finta bocca.
«Oh... Meno male!» Esclamò Ian [Aquila] accortosi di aver arrestato il moto della gigante marrone: «Dovreste stare più attento, Bradipo. Se continuate così questa diventerà la strage degli Animalia più che una festa!»
«Grazie dell'aiuto, messer Aquila. Dubito ce l'avrei fatta da solo!» Lo ringraziò Honoo [Grifone].
«Oh, di nulla messer Grifone. È stato un piacere!» Gli rispose cordialmente.
«Grazie messeri,» Antares [Bradipo Stercorario] li osservò entrambi con gli occhi colmi di riconoscenza «Questa maledetta ha la tendenza a scappare!» Rise, e dopo essersi aggiustato la maschera per respirar meglio li salutò, afferrando la sua preziosa reliquia tenendola saldamente per una cucitura.
«Beh, munitevi di qualche cuneo o di qualsiasi cosa che possa tenerla ferma! Ora penso che andrò a svuotarmi un altro paio di pinte… E per questo credo che i miei riflessi potrebbero far cilecca la prossima volta, perciò state attento con quel.. “coso”!» Lo salutò l’Aquila a sua volta, dirigendosi verso l’oste travestito da Maiale.
«..Avete perso una palla, signore?» Rimasto isolato, alle spalle del Grifone si presentò una donna. Indossava un abito di seta nero, lungo e lungi dal mostrare le gambe dalla pelle mulatta e vellutata. Le spalle erano scoperte, la bocca ridente ed il corpetto, adornato a neri pizzi, celati da un ventaglio. La Pantera s’inchinò a Honoo [Grifone], regalandogli il suo sguardo seducente da dietro la maschera.
«Salve lady Pantera. No, non ho perso nulla... Piuttosto, ho trovato una palla, anche se ne avrei fatto volentieri a meno...» Le Rispose il Claw, restituendole il cortese saluto.
Dietro la felina nera, dal portone del palazzo dei clan, uscì un uomo mascherato da Giaguaro e si diresse in piazza unendosi ai presenti nella festa organizzata dalla sua gilda.
DoppiaJ [Camaleonte] guardò meglio sotto il banco per la terza volta. Non trovava la pallina rossa, così si rialzò dalla cassa e scrutò per terra nella speranza di trovarla. A testa in giù, guardando oltre le sue scheletriche gambe, intravide un volto familiare e dimenticandosi ciò che stava cercando andò incontro all’animale che più di tutti attendeva ansiosamente.
Ian [Aquila] si recò al bancone della birra ordinando «Una pinta... Anzi, due!» E si diede una sistemata. S’avvide così della presenza di Rossamela [Coccinella]: «Salve Milady! Vi state divertendo?» E da gentilghoul qual’era le prese il braccio, mirandola: «Ah beh.. Credo che siate l'unica a divertirvi, eheheh… Vi posso offrir qualcosa da bere?»
La Coccinella s’inchinò verso l’Aquila, porgendogli il braccetto: «Si,» Rispose, «Mi stavo divertendo a guardar la palla... E volentieri!» Restando felice del fatto di essersi guadagnata due boccali in un colpo. Poi ridacchiando aggiunse volta verso l’Unicorno «Milady Rossamela.. Red per gli amici.»
Namoh [Unicorno] rimase basito. Si spiegò il dolore ai reni. Si spiegò il comportamento strano. Si spiegarono molte cose… «Con quale oggetto di tortura mi avete graffiato, Red?»
«Chi... Io?» Chiese innocentemente nascondendo le mani «Vi pare che con la stima che nutro per voi… Vi colpisca alle spalle?» Mormorò la Coccinella mentendo spudorata.
«Farò finta di non aver sentito niente. Riprenderemo questo discorso un’altra volta…» Le porse il boccale di birra, sorridendole, ma il suo tono rimase fermo.
Al che l’Aquila, voltandosi, vide Rossamela [Coccinella] alle prese con una delle due pinte: «Complimenti Milady! Ci sapete fare con l'alcol!»
«Grazie! Come voi del resto..» Replicò la dama riavvicinandosi a Namoh [Unicorno], facendo comparire l'uncino in direzione del fondoschiena.
Il Cane osservò i musicisti che s’allontanavano per far una pausa, quindi uscì dalle danze per ordinare un drink e riposarsi un po’ le gambe.
La Fenice tirò un sospiro di sollievo constatando il cessato pericolo. Si fece largo per avvicinarsi al senatore Claw, ma lo raggiunse prima il Lupo Bianco: «Beh, mi pare sia andata bene.» Disse sbuffando. Notò la pantera e fece un lieve inchino, sorridendo: «In quanto ad originalità, sembra che non siamo gli unici ad essere prevedibili»
«Che vorreste insinuare vecchio lupo di montagna? Non son certo come voi che ve ne state tutto solo nella vostra torre... Non proprio solo, ora che ci penso..» Aggiunse Emma [Pantera] vedendo arrivar la legionaria.
Akhayla [Fenice] si riunì al gruppetto: Beh, gli imprevisti movimentano la serata... Tutto bene messere?» Domandò a Honoo [Grifone]. Seppur soffocata dalla barriera della maschera, udì una voce familiare e si voltò alla sua sinistra, scorgendo la Pantera.
«Si, tutto bene Fenice, un imprevisto innocuo, per fortuna. Almeno non ci si annoia...» Rispose il Grifone.
Il giullare afferrò la Pantera per un braccio, trascinandola con sé verso il palco.
Emma [Pantera] accennò un saluto chinando il capo verso la Fenice. Stava per aggiunger qualcosa quando il Camaleonte la rapì e poté solo agitare la mano guardando il Lupo Bianco, allontanandosi in fretta.
Nether [Lupo Bianco] restituì il saluto alla mezza’, guardando poi i due rimasti: «Beh, comunque... Presentatevi pure...» Disse con un lieve sorriso.
Alzando la maschera, il senatore prese delicatamente la mano destra di Akhayla e la baciò: «Sono Honoo, capoclan dell'Artiglio del Grifone. Lieto di conoscervi, madamigella.»
Akhayla guardò la pantera allontanarsi, poi si rivolse al Claw: «Già. Comunque sia...» Accennò un saluto col capo, «Io sono Akhayla di Romar. Lieta di conoscervi...» Ed alzò la maschera a sua volta affinché il Grifone potesse guardarla in viso. Ridacchiò tra sé: in effetti, non era abituata ad un saluto con tanto di baciamano.
Il Bradipo Stercorario appoggiò nuovamente la palla al muro, sotto lo sguardo contrariato delle guardie. Con un sorriso beffardo le salutò e quindi sedette affianco alla sfera. Le luci ed i suoni della festa arrivano fin lì, e guardò ammirato i colori che si susseguivano sulla cima del viale.
Una volta salito sul palco il Camaleonte richiamò l'attenzione della folla: «Signori animali! Gente da tutte le foreste e luoghi della terra! Siam oggi qui riuniti per rendere omaggio agli Animalia e non ce ne andremo prima di aver ruggito, miagolato, nitrito, gracchiato tutta la notte!» Ed alzò le mani per incitare l’ovazione degli spettatori.
Il Giaguaro non avendo ancora partecipato ai giochi, né iniziato conversazione con alcuno, rimase a girare fra la folla festante, soddisfatto del lavoro svolto. Poi si accostò sotto il palco, restando a sentire il proclama del giullare.
«..Ma ci son dei mammiferi da ringraziare per averci dato la possibilità di divertirci, perciò chiedo di unir le zampe per un applauso in onor di madama Pantera e messer Giaguaro, che invito a salir sul palco insieme a noi!» E fece cenno ai due animali di avvicinarsi.
Il Lupo Bianco si voltò verso il giullare, applaudendo, imitato da altre persone della piazza. Anche la Rossamela [Coccinella] batté le mani al discorso del Camaleonte e provò a far versi da coccinella.
Ian [Aquila] s’alzò dallo sgabello per sgranchirsi le gambe: «Oh, ehm, Milady... Vado a fare quattro passi. Spero di ritrovarvi...» Stava per baciare la mano dell’elfa quando la donna lo bloccò: «Vi farò compagnia milord..» Gli disse, salutando l’Unicorno mentre lo seguiva e non prima di aver applaudito al Giaguaro e alla Pantera or saliti sul palco. L’Aquila le offrì il braccio, ed insieme si allontanarono.
Namoh [Unicorno] la salutò con un leggero cenno del capo: “Non proprio una maschera che le si addice” Pensò.
DoppiaJ [Camaleonte] spinse in avanti la giovane Pantera e il Giaguaro, beccandosi i loro sguardi omicidi, e andò a sedersi accanto agli altri musicisti aspettando il discorso dei felini.
Druss [Giaguaro] sorrise, inchinandosi alla folla che l’ascoltava: «Buonasera, signore e signori di tutto il reame! Grazie per la vostra calorosa e partecipe presenza, v’invito a passare una notte all’insegna dell’allegria e della spensieratezza!»
Beyond [Leone] si tenne in disparte nell'angolo della strada a darsi un ultimo ritocco alla maschera.
Un imp si presentò balbettando (o forse si lamentava, il Bradipo non capiva mai bene il loro modo di parlare) qualcosa su difficoltà di recapito e insulse maschere. Quindi in modo poco cortese consegnò allo Stercorario una lettera e se n’andò dopo aver preteso una mancia: «Maledetto topo volante!» Mugugnò verso il demonietto. Con difficoltà, a causa delle enormi mani di tessuto, aprì il sigillo e ne lesse il contenuto. Dalla piazza i rumori della festa, per quanto possibile, sembrarono aumentare. L'attenzione di Antares [Bradipo Stercorario], però, era rivolta a quelle parole incise su pergamena. Rialzatosi, osservò per un attimo la palla, poi si girò verso le guardie: «Me la custodireste per un attimo? ..Sapete, devo andare a trovare lo gnomo e non saprei dove metterla…» Sorrise placidamente. I miliziani, seppur scettici, sembrarono accettare. Col costume ancora indosso il drow varcò la porta, diretto verso le strade che portavano a Glorfindal: “Fine dei giochi…” Osservò triste.
La Pantera non sembrò far caso a tutte quelle maschere puntate su di lei e, schiarendosi la voce, cominciò il suo discorso: «Popolo delle Lande del Drago Verde, oggi ricorre questa grande cerimonia in onore degli Spiriti della Foresta! I druidi del Circolo di Melandru nella mia patria festeggiano ogni anno questo evento, e anche se per voi è una ricorrenza pagana nonostante trae origine dal culto di Kishk, vi debbo ringraziare per avermi dato la possibilità di realizzarla! Ora che il clan delle Ombre e noi Midnariti siamo di nuovo tra di voi, non c'era festa migliore per cominciare una grande avventura quale la Festa degli Animalia! Diamo inizio alle danze allora, e ai giochi che abbiam preparato per richiamare il favore degli Spiriti Animali, nella speranza che anche quest’anno ci portino tanta letizia, pace e prosperità!» Con la coda dell'occhio guardò il Giaguaro: «..Volete aggiungere qualcosa?» Gli sussurrò.
Druss [Giaguaro] ascoltò l’intervento della Pantera alternando cenni di assenso con la testa ad applausi durante le brevi pause. Al richiamo della lady alzò le spalle, fece un passetto in avanti e finì il discorso: «Come già detto, grazie per la vostra presenza in questa specialissima occasione! E adesso... Divertitevi e bevete quanto volete! È tutto pagato e offerto dai Cacciatori d’Ombra!» Mentre stava per terminare si bloccò «Ah... Dimenticavo.. Un ringraziamento particolare va alla qui presente Pantera! Senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile!» Alzò al cielo un calice di vino, urlando prima di tracannarlo tutto: «Buon divertimento!»
Il Cane applaudì vigorosamente alle parole della Pantera e del Giaguaro, poi imitò Druss [Giaguaro] e prese un enorme boccale di birra bevendola in un sorso. Rumoreggiando come e più d’un ubriaco in osteria, Namoh [Unicorno] batté le mani ai due felini. Anche la Fenice si girò in direzione del palco e si unì agli applausi della folla.
«Ben detto Giaguaro!» DoppiaJ [Camaleonte] si scolò un bicchier di vino e riprese: «Allor... Chi vuol partecipare alla corsa coi sacchi?!»
«Io! Io!» Guaì il Cane, seguito dall’Unicorno che s’avvicinò al menestrello: «Eccomi, giullare.. Permettete?»
«Già due volontari? ..Bene! Ne manca un terzo. Chi viene? Non siate timidi, animali!»
Lorevicius [Cane] cominciò a prepararsi alla gara. Strinse la mano all'Unicorno e gli augurò buona fortuna.
«Ma signor Cane, non credo partiremo se non si presenterà un terzo giocatore!» Disse Namoh [Unicorno].
«Beh, speriamo che arrivi presto allora!» Rispose l’ordaico, continuando a ingurgitare birra.
«Nel frattempo mi dedicherò alla danze.. Col vostro permesso…» S’inchinò al Cane.
«E a questo punto non mi resta che seguirvi e andrò anche io a ballare..» Aggiunse l’altro.
Nether [Lupo Bianco] sorrise sotto la maschera applaudendo finché non ricominciò la musica. Poi prese per mano la Fenice: «..Mi concedete un ballo? Sempre che mi riteniate degno...»
«Degno? Direi di si... Anzi, coraggioso, per danzare con una dama che si porta sempre appresso le proprie spade...»
Il conte avvicinò il suo volto a quello della legionaria sussurrandole qualcosa senza che altri potessero sentirlo. Almeno non chiaramente.
Lei rise e replicò: «Forse avrai più da temere il mio modo di ballare, considerando che non ho mai danzato fino ad ora… Almeno, per quanto ricordi...»
Il conte allungò il braccio, prendendo anche l'altra mano di Akhayla [Fenice]: «Vorrà dire che dovrò cercare di ricordare quello che mi insegnava il maestro di corte...» Disse sorridendo, per poi cominciare a condurre la danza in mezzo alla piazza.
Emma [Pantera] approfittò della nuova confusione suscitata dal giullare per prender sottobraccio Druss [Giaguaro] e tirarselo in disparte. Si nascosero dietro le decorazioni del palco: «La Volpe tarda, messere.. E il carro sarà qui a momenti. Toccherà a noi due far tutto, ve la sentite?» Cercò di tener bassa la voce, nonostante il baccano la coprisse perfettamente. Il Giaguaro seguì la Pantera dietro al palco, controllando che nessuno attorno li ascoltasse: «Non possiamo far altrimenti Pantera... Il carro non può essere lasciato incustodito..» Discussero un'altra manciata di minuti ed infine il ladro fece un cenno di assenso con la testa. Si staccò furtivo dalla giovane e s’avviò al centro della piazza ove la festa continuava indisturbata. Emma [Pantera] chiamò DoppiaJ [Camaleonte] bisbigliandogli qualcosa. Sperando che il Camaleonte comprendesse le sue preoccupazioni si dileguò per le strade raggiungendo le stalle.
«Signor Grifone! ..Vuole unirsi alla corsa dei sacchi?!» Lo invitò il Giullare, ma Honoo [Grifone] scosse la testa: «Spiacente Camaleonte, ma non è un gioco che fa per me...»
Poco lontano, tenendo sempre sott'occhio i Claw e le guardie, Druss [Giaguaro] s’intratteneva a parlare con delle persone. Vide arrivare il carro ai cancelli e mandò il segnale alla ragazza, facendole cenno che la situazione era tranquilla. Emma abbandonò la maschera e, avvicinandosi in groppa a Valen, ricordò al Giaguaro: «Lode ai felini meritevoli di gloria… Nella città morta qualcuno attende..» E raggiunse l’entrata nord della capitale. Il cocchiere scese da cavallo andando incontro alle guardie che gli bloccavano il passaggio con le lance incrociate. S’affrettò a trovar una scusa, ma indugiava sperando che arrivasse qualcuno come da concordato.
Mentre il Lupo Bianco e la Fenice continuavano a ballare, il paladino avvicinò la bocca all’orecchio della donna, bisbigliandole poche parole… Gli occhi grigi di lei si spalancarono per la più completa sorpresa. S’interruppe per un istante, fissando intensamente l’uomo in volto. Poi, dopo qualche secondo di completa immobilità, gli si fece più vicina sussurrandogli: «Sei pazzo...?!»
L’ordaica Eilan [Scoiattolo] incedette con passo felpato per la stradina acciottolata che da casa sua conduceva alla piazza. Mostrò il sorriso increspato mentre lunghe vibrisse partivano dagli angoli della bocca e camminava avvolta dal morbido velluto color crema dalle striature più scure sul dorso; gli occhi erano truccati di nero, mentre il naso di un tenue rosa pallido.
Con l’aiuto delle Ombre e delle sue ben sviluppate abilità furtive, il Giaguaro si defilò dalla folla, dirigendosi verso le stalle. Preso il cavallo, alzò il cappuccio sul capo, rendendosi pressoché irriconoscibile e, piano, senza destare sospetti, s’avviò verso l’uscita meridionale della città.
Ballando sbadatamente, l’Unicorno urtò la Fenice scusandosi per il suo goffo danzare. Poi, stanco, si fermò un attimo ed alzando la testa notò strani movimenti tra gli organizzatori. Stava seguendo Druss [Giaguaro] con gli occhi, ma improvvisamente lo perse di vista: “Forse essere organizzatore è più oneroso di quanto penso” e si disinteressò avvicinandosi al bancone dell’oste Maiale per bere dell'idromele. Il Camaleonte, imbronciato per il rifiuto del Grifone, decise di scatenarsi con la cetra e accompagnò ritmicamente il gruppetto di suonatori.
«Fermatevi, guardie!» Ordinò madama Norton «Il carro appartiene al mio clan, son scorte di vino e liquori che avanzano dalla festa.. Qualche ordinazione di troppo…» Il cocchiere parve intuire e s’affrettò a mostrare il telo che copriva il suo carico col simbolo dell'Occhio del Buio.
Il senatore Honoo [Grifone] aveva intravisto arrivare un carro e fermarsi al cancello. Decise di avvicinarsi e capirci qualcosa di più: «Ci sono problemi con questo carico, messeri?»
Beyond [Leone] uscì dalla stretta stradina separata dalla festa, dandosi un ultimo ritocco alla maschera. Si guardò attorno prima di avventurarsi al centro della piazza.
La Scoiattola alzò un sopracciglio quando lo sguardo si posò sul simbolo del carro. Gli occhi lo scrutarono attentamente indugiando sulle linee di contorno dell'Occhio del Buio: “E che sarebbe!?” Si chiese, avvicinandosi per curiosare.
«Oh oh oh! C'è un animale che vuol fuggire dalla festa! Acciuffiamolo!» DoppiaJ [Camaleonte] senza smetter di strimpellare prese sottobraccio il Grifone «Ed è arrivato lo scoiattolo! Tiriamogli la coda!» Trascinò con sé anche la scoiattola e li spinse nella mischia di ballerini.
Il Lupo Bianco parlava a bassa voce tenendo tra le sue mani quelle della Fenice. Difficilmente qualcuno lo avrebbe sentito, ma perché rischiare?
Lei trasalì, e i suoi occhi grigi si socchiusero, lucidi: «Allora siamo due pazzi…» Se non fosse stato per la maschera, si sarebbe potuto notare il suo dolce sorriso. Allungò una mano sollevando la maschera di Nether per poi fare lo stesso con la propria... Ripresero a danzare, lentamente, senza smettere di fissarsi in volto.
«Vi sarei grato se mi lasciaste andare, Camaleonte.. Sto parlando con gli armigeri e gradirei udire la risposta alla mia domanda.» Il Grifone si divincolò dalla presa del giullare e tornò a passo deciso verso il carro.
«Avanti ragazzo, porgimi lo stendardo. Vi farò da scorta fino a casa mia. Per fortuna che ho una bella cantina grande, dovrò far più feste per consumare tutti questi alcolici!» Il garzone annuì affrettandosi a sollevare una specie di bandiera con lo stesso Occhio del Buio che porse alla dama a cavallo: «Quando volete partiamo..» Le disse e tornò sul carro afferrando le redini dei due ronzini.
«Scusatemi Emma, per quale motivo portate via questo carro di vivande mentre la festa è ancora in corso?» S’intromise il senatore.
Lei sorrise di rimando, indicandogli il tavolo già stracolmo di fiaschi e bottiglie: «Colpa mia, messer Grifone, non solo ho tardato l'arrivo dei menestrelli di un giorno e ho dovuto provveder da sola a montare gli addobbi, ma ho anche aggiunto uno zero di troppo ed eccomi arrivare mille ghirbe che penso di conservare nella mia bella cantina.. Non si sa mai, son una grande bevitrice.»
«Capisco... Ma perché portarle via adesso? Tanto vale aspettare la fine della festa. Non si sa mai che servano altre bottiglie, oltre a quelle sul tavolo… Potrebbe arrivare Desiderio, dopotutto...»
Origliando la conversazione, Beyond [Leone] s’avvicinò al Grifone per informarlo: «Senatore Honoo, Desiderio ha già svuotato l’intera cantina del clan, ed è intento a smaltire l’ultima sbornia… Non credo che verrà!» E rise sotto i baffi finti della maschera. Vide i volti inquisitori della lady, del senatore, del cocchiere e delle guardie puntati su di lui: «Humm.. Scusate l'intromissione. Tolgo subito il disturbo, non vorrei esser d'impiccio…» E si dileguò altrove. Namoh [Unicorno] ricevette una missiva urgente e s’avviò rapido verso i cancelli per tornare alla sua città. All’ingresso c’era un certo trambusto. Notando la freddezza con cui il Leone era stato cacciato non indagò oltre e passò avanti.
«Chi è Desiderio?» Domandò la mezza’ interessata, ma sentì sbuffare il vetturino quindi aggiunse: «Purtroppo temo che non paghino gli straordinari a questo giovane... Né ho voglia di far arrabbiare il suo padrone, lo conosco fin troppo bene... Anzi.. Se non vi chiedo troppo, messere, mi accompagnereste?» E si fece in avanti per far posto sul suo stallone.
Honoo [Grifone] riuscì a nascondere la sua perplessità grazie alla maschera: «Se ci tenete... Ma non sobbarcherò il vostro cavallo con il mio non indifferente peso.. Farò invece compagnia al vostro amico sul carro.» E fece come detto. Il cocchiere deglutì osservando di sottecchi il senatore al suo fianco ma non era affar suo chi fosse, e, pur volendo, non sapeva nulla sul suo carico per cui sperò che in cambio alla fine della corsa gli venissero regalate almeno tre bottiglie del buon vino, e fece partire i suoi cavalli verso Romar.
«Bene.. Andiamo...» Emma incitò il corsiero Valen al galoppo, brandendo il suo stendardo di clan e cercando di non tradirsi mantenendo uno sguardo calmo e rilassato. Sperò che il Lupo Nero e la Volpe si facessero vivi nei pressi della sua dimora per aiutarla a sbarazzarsi del Grifone...
Eilan [Scoiattolo] indugiò lo sguardo sui presenti alla festa, cercando tra i loro volti Beyond [Leone], il quale, per riconoscere qualcuno a lui familiare, lanciava occhiate intense scrutando ogni singola maschera. Alla fine si soffermò su una figura femminile che gli parve di riconoscere, e giunto alle sue spalle le disse: «Ma guarda guarda che bello scoiattolino!»
L’elfa si voltò riconoscendo la sua voce: «Beyond… Quanto tempo amore mio..»
L’uomo alzò la maschera, sia per vederla meglio, sia per darle conferma. Silenziosamente si avvicinò al suo volto e il respiro ne carezzò la pelle.
DoppiaJ [Camaleonte] s’avvicinò alla coppia di ballerini e, sorprendendoli, si presentò chiedendo: «Piccioncini, vi va di fare un gioco? ..E dico anche a voi due, Leone e Scoiattolina! Venite! È un gioco per le coppie!» Aggiunse volandosi.
Eilan sorrise osservando il marito: «Quanto tempo è passato amore mio... Potrete mai perdonarmi?» Non diede retta al giullare. Troppo poco era il tempo che le restava prima che calasse il sole: «Portatemi via, Beyond. Portatemi a casa…»
«E di cosa?» Il Leone si voltò verso il Camaleonte «Grazie, ma fra poco andremo via..» Gli sorrise gentilmente, pregandolo con lo sguardo di lasciarli da soli. Si volse poi alla moglie: «Andiamo amor mio, e non dovete farvi perdonare niente…» La cinse a sé accompagnandola verso il suo destriero. La scoiattola osservò a lungo il giullare e prima di allontanarsi gli rivolse un lieve cenno del capo, accompagnando il saluto al suo dolce sorriso.
«Or ben…!» Si voltò e anche l'altra coppia sembrò sparita, per cui schioccò le dita e fece suonar una dolce nenia romantica per le coppie rimaste.
Il Lupo Bianco aveva notato lo sguardo di Akhayla [Fenice] quando il giullare si era intromesso. E *lei* era armata: «Mi dispiace, ma ce ne stavamo per andare. Abbiamo alcune faccende da sistemare…» “Non hai idea da quale furia della natura ti ho salvato!” Pensò il conte mentre si allontanava insieme alla Fenice verso il quartiere residenziale, ringraziando di aver indossato la maschera che aveva nascosto il suo volto teso mentre cercava di non ridere…

Riassuntino (completo) della trama: Emma aveva ritrovato la memoria ed era tornata a capo della Gilda delle Ombre; insieme agli altri membri aveva organizzato una celebrazione pagana come copertura per portare a termine lo scambio di merci illegali nelle lande del drago verde. Honoo, il capo dei Claw, sembrò aver intuito il piano dei Cacciatori d’Ombra e s’intromise per fermare la ragazza e i suoi complici. Grazie all’aiuto e alla collaborazione di tutti i membri dei Dark, lo scambio andò a buon fine, ma non mancarono i colpi di scena...


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MessaggioInviato: Gio Ott 15, 2009 12:37 pm Rispondi citandoTorna in cima

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EPISODIO FINALE
Per mia grande tristezza, siamo giunti alla conclusione dei racconti…

~ Per l’ultima volta insieme… ~

Il cavallo avanzava lento nella valle, priva di vegetazione e fauna. Anche i cercacarogne evitavano quel luogo, ben attenti a non sorvolarne i cieli privi di luce e le strade offuscate dalla nebbia degli acquitrini, dove giacevano infiniti corpi di avventurieri ormai abbracciati l’uno all’altro nella melma e rigonfi di vermi e putredine.
«Né Ramius, né Daikon hanno avuto pietà per queste persone… Quale destino atroce ha atteso le loro anime tormentate?» Chiese la cacciatrice al ragazzo che l’accompagnava, portando le mani alla bocca e allo stomaco. Il giovane tenne le redini con la mancina, facendo scivolare la destra sul polso di lei e premette una vena per aiutarla a sopportare i conati di vomito: «Non c’è pace per chi vuole sapere più di quello che gli dèi vorrebbero far credere ai mortali… Ed è la stessa ragione che ci spinge ad avventurarci quaggiù.» Le fece notare.
Emma annuì, poggiando il capo sulla spalla di Ombranera, «..Non manca molto al tramonto» Gli ricordò.
«Lo so.. Hai forse paura?» Le chiese, accennando un vago sorriso.
«Ho sempre paura. Paura di restar da sola…» Rattristandosi, il giovane la strinse a sé per un attimo. Le diede un bacio sulla guancia e procedette oltre. Giunsero davanti al luogo che cercavano. L’aiutò a scendere da cavallo, alleggerendo il corsiero delle briglie e della sella. Con una pacca sulla pancia lo lasciò partire, iniziando a guardarsi intorno.
«Non conosco razza a questo mondo che abbia potuto ingegnare una costruzione simile. Certamente non è umana, né elfica o nanica.» Constatò la mezza’.
«Non è nemmeno opera degli dèi. Altrimenti avrebbe delle guardie o dei sacerdoti a sorvegliarla..» Mormorò l'altro.
«Sehomar è vicina… E le possibilità si riducono..» Emma slacciò la custodia di Morte, estraendola. Porse Caos al ragazzo e, dopo aver acceso due torce, entrarono nella piramide.
Ogni angolo era privo di forme di vita, e di morte. Nemmeno scheletri, né resti di animali o insetti annidati nei fori. Perlustrarono l’intero piano fino a trovarsi di fronte a delle scale in discesa. Le percorsero, iniziando a gettar con le narici volute d’aria condensata, faticando a tener le fiamme accese. Quando sembrarono arrivare alla fine, s’accorsero che c’era solo una gigantesca muraglia ad attenderli. Un mostruoso affresco sul soffitto ed un cerchio annerito al centro. Lei stava per avvicinarsi, quando Ombranera la fermò per il braccio, colto da uno strano malore: «Sta calando il sole..» Le disse affannato.
Lei lo strinse forte, come faceva ad ogni crepuscolo, e sorridendo prese Caos dalla sua mano, spegnendo una torcia. Il giovane sembrò riprendersi e, accennando un sorriso, la seguì verso le incisioni. Fecero luce col fuoco e sgranarono gli occhi, osservando la diabolica immagine. Istintivamente la mezzo-demone protrasse una mano al soffitto, volendo toccare il volto della creatura scolpita, ma improvvisamente un leggero tremolio del pavimento la distrasse. I sussulti aumentarono fino a quando non dovettero accovacciarsi a terra per non perdere del tutto l’equilibrio. Fu allora che enormi crepe divisero il terreno e i soffi d’aria che ne scaturirono spensero l’ultima torcia. Così, rimasti al buio, comparvero delle scure nebbie che li avvolsero, separandoli. I due tentarono di tenersi, chiamandosi a vicenda, stringendosi le mani l’una all’altro finché una strana forma colse entrambi, sottraendoli alla presa, iniziando a trasformarli. Si videro negli occhi per un’ultima volta, un istante prima che il destino li allontanasse ancora, ed insieme precipitarono nel baratro…
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Finlay
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MessaggioInviato: Mar Ott 24, 2017 11:21 am Rispondi citandoTorna in cima

Complimenti, racconto davvero avvincente, spero di poter leggerne di nuovi.

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