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Akhayla
Guardiano
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MessaggioInviato: Lun Lug 09, 2012 5:48 pm Rispondi citandoTorna in cima

Aygarth volle urlare, ma non ci riuscì. Il moto oscillatorio gli schiacciava l'aria nel petto. Si sentì strappare all'indietro, nella tremenda parodia del più grande pendolo del mondo. Il ruggito del Mietitore riempì quei tre secondi in cui sfrecciò nell'aria; rinsaldò la presa sul fascio vegetale e prima ancora che potesse prepararsi all'impatto, questo avvenne. Colpì di fianco la parete rocciosa e quasi all'istante ebbe la sensazione di essere piombato su un porcospino; ebbe un attimo di lucidità per capire che le spine roventi che avvertiva nei polmoni fossero le sue stesse costole, prima che il contraccolpo minasse di strapparlo alla presa. Il Mietitore gli rovinò addosso schiacciandolo contro la parete e portando già alla disperazione le precarie condizioni in cui versava; digrignò i denti, soffocando nell'icore del corpo mutilato della bestia.
Dèi!
Sbatterono insieme ancora un paio di volte sulla parete. Qualche arbusto si sfilacciò frustando l'aria con un sibilo. Il Mietitore scalciò più volte glissando la roccia con gli artigli e lo mancò solo per un soffio. Aygarth gemette, e il gemito si trasformò in un ringhio quando il dolore al torace divenne insopportabile. Allo stesso tempo, inorridì nell'udire lo schiocco delle ossa che si ricomponevano; un suono orribile, che riusciva anche a sovrastare l'assordante rombo del fiume.
Rigenerazione da vampiro.
Io non sono un...
Un altro fascio si ruppe. Il Mietitore sdrucciolò perdendo l'appiglio e una zampa per poco non colse Aygarth in volto. Ebbe tuttavia la prontezza di riflessi per arpionarsi alla parete qualche metro più in basso, lasciando che la pianta precitasse nel vuoto, descrivendo una lenta spirale.
Aygarth si fece forza e spinse. Il braccio ferito, ormai guarito nel giro di una manciata di secondi, gli rispose con un ultimo strascico di indolenzimento prima che la forza vi tornasse ad albergare. Scalciando quanto possibile, guadagnò mezzo metro sull'arbusto penzolante, abbastanza perché potesse cominciare ad aggrapparsi anche con le gambe. Non guardò in basso, neanche quando sentì qualcosa sfiorargli lo stivale, e cominciò a salire. Ogni suo movimento provocava un cigolio dei fasci nodosi, che lo facevano trasalire ogniqualvolta risuonavano troppo pronunciati, e l’oscillare dell’enorme pertica vegetale, in balia del vento della gola, gli rendeva difficoltosa la risalita.
Movimento. In basso. Qualcosa che strisciava...
Vincendo la vertigine, il giovane fabbro guardò di sotto. Prima ancora di inquadrare il precipizio, mise a fuoco la mole del Mietitore che divorava la distanza che lo separava da lui. Inquadrò in un lampo la zampa che si staccava dalla roccia e descriveva un arco nell'aria, dritto al suo corpo. Con un riflesso quasi impossibile da imputarsi, spinse contro la parete facendo sì che il ponte mutilato funzionasse come una gigantesca liana. Si sospinse verso l'interno del precipizio, mentre la zampata che avrebbe dovuto aprirgli la schiena s'infranse contro i rampicanti, sfilacciandone un terzo. Un sonoro scricchiolio accompagnò l'oscillazione di Aygarth, proprio mentre era nel punto più lontano, e per un attimo credette che ben presto avrebbe ceduto definitivamente, lasciandolo precipitare. Poi sfrecciò all'indietro ed ebbe la prontezza di girarsi, raccogliendo le gambe per poi distenderle nel momento esatto in cui impattava di nuovo sulla parete, a fianco del Mietitore. Il colpo che riuscì ad assestare sul corpo della creatura, che muggì di rabbia, lo ripagò della scarica di dolore che gli invase la spalla quando sbatté contro la roccia.
Artigli.
No.
Fallo!
Il Mietitore saltò dalla pietra all'enorme intreccio di rampicanti. Fu solo per un caso fortuito che Aygarth riuscì a frapporlo tra lui e la creatura. Il balzo fece ondeggiare pericolosamente il già precario appiglio che avevano. Il giovane imprecò ferocemente, cercando di risalire per portarsi a distanza, ma il Mietitore, avvantaggiato dalla propria conformazione bestiale, non gli lasciò neanche il tempo di farlo. Quando lo vide aggirare il fusto e piombargli addosso come un ragno, l'unica mossa che gli venne in mente, come poco prima, fu di abbandonare l'appiglio con la mancina e compiere un mezzo giro fino a riaggrapparsi, dando la schiena alla pianta. Ondeggiò sul vuoto, in un cigolio di cordame verde, ma non ebbe il tempo di rinsaldare la presa: di nuovo l'agguato del Mietitore, stavolta dalla parte opposta, e di nuovo una difesa dettata più dal riflesso che dalla vera tattica. Al terzo attacco puntò i piedi e provò a spingersi verso l'alto; guadagnò soltanto mezzo metro e di nuovo dovette scartare per evitare una zampata che gli avrebbe tolto metà faccia se fosse andata a segno.
Dannazione...
Fallo!
NO!
Quel veloce scambio di battute con il suo io interiore per poco non gli fece perdere la concentrazione. Attese, facendo guizzare la testa da una parte all'altra per capire da che parte sarebbe venuto l'attacco successivo. Il ponte crollato ondeggiò ritmicamente, ma nulla comparve nella visuale. Aygarth sbatté le palpebre, senza capire, prima di intuire che stesse guardando troppo in basso: scorse appena in tempo la sagoma del Mietitore inerpicarsi sempre più sopra il ponte, con una velocità incredibile, finché non si piantò a metà altezza e cominciò a tirare artigliate sui rampicanti. Uno si sfilacciò, lo sfiorò, cadde nel vuoto. Aygarth capì all'istante.
Oh, porca...
Cominciò a salire. Percorse un paio di metri, finché un pesante scrollone non lo fece sdrucciolare per qualche spanna. Un altro dei fusti nodosi cedette, rotto dalle artigliate del mostro, e gli frustò una spalla prima di precipitare dietro di lui.
Fammi uscire!
Con un gemito in gola dovuto allo sforzo, il giovane cercò di accelerare la scalata. Appostato come un gigantesco ragno, il Mietitore gli indirizzò un ringhio, prima di sfilacciare un altra manciata di fasci verdi sotto di lui, che cominciarono a scricchiolare.
Ormai preso dal panico, Aygarth allungò la mano verso la roccia. Non riuscì a conservare la presa: troppo liscia. Quasi a imitarlo, il Mietitore si piantò sulla parete di pietra e da lì continuò imperterrito a sferrare colpi alla gigantesca liana. Stavolta, quando si sfilacciò, il fascio mutilato lo travolse come una gigantesca frusta. Aygarth perse la presa quel tanto che bastò per cacciare un urlo terrorizzato e si riaggrappò, schiacciandosi quanto possibile al precario appiglio che, un secondo dopo l'altro, si disfaceva sempre più.
Fallo!
La testa gli ronzava. Pulsava. Eppure non era il sangue. Non erano le vene.. e il cuore..
Fammi uscire!
Il cuore rallentò.
Aygarth sgranò gli occhi. Li sbatté più volte.
La testa gli ronzava. Pulsava. Eppure non era il sangue. Non erano le vene.. e il cuore..
Un altra liana recisa. Sentì l'appiglio cedere.
FAMMI USCIRE!
Osservò la roccia, come istupidito. Le mani... gli prudevano. Anzi. Dolevano.
FAMMI USCIRE!
Ubbidì, e si ritrovò nel vuoto.



Rosso.
Il mondo non ha altro colore.
Sopra di lui. In alto. Il respiro. La sagoma rannicchiata. Le dita conficcate nella pietra.
No, non dita. Artigli.
Flette le gambe, si prepara, cosciente della propria forza, calcolandone la misura adeguata per spiccare il salto.
Lo fa.
Si proietta, è un lampo. Mani in avanti...
Artigli.
L'icore è caldo, quando conficca, e gli lava la faccia.
Sente di cadere, scalcia, trova un appiglio. No, è il mostro che s'aggrappa.
Cadono.
Di nuovo una presa sull'arbusto. La bestia gli frana addosso.
Ancora il vuoto. Ancora una presa. Stavolta è roccia. Si appigliano entrambi. Corpi che si scrollano a vicenda, come una furia.
Non cede, né concede tregua.
Sente il corpo dell'avversario, sotto di lui. Sente i suoi muscoli che si flettono e ogni loro movimento gli consente di anticipare l'azione dell'altro. Il tempo fluisce a rallentatore, mentre combatte. Nulla è frenetico, solo calcolato.
Artigli.
Alza una mano e la conficca, stavolta non nella pietra, ma nel corpo. Scava, beandosi dell'ululato della bestia. Ne riceve uno anche lui sulla gamba - che importa, che importa? - ma intanto continua a mutilare. Uno strappo del braccio e porta via con sé anche pezzi di budella.
Il Mietitore ulula, poi quell'ululato si trasforma in ruggito.
Anche lui lo fa, e spalanca la bocca.
La carne è soffice quando vi affonda i canini. Si avvinghia alla bestia come una zecca, arrampicandosi quasi sulla sua schiena. E' tuttavia pronto quando il Mietitore lascia la presa, afferrandosi al rampicante. La creatura cade per mezzo metro, s'appiglia, risale quasi di corsa, e lui è lì ad attenderla.
Si lascia cadere. La travolge.
Cadono. Quattro metri alla fine. Due.
Allunga il braccio e il fusto vegetale è dove l'aveva previsto.
Il Mietitore cerca di afferrarlo. Lui gli agguanta la zampa e arresta la sua caduta solo il tempo necessario per spezzargli il polso con un solo, preciso scatto del braccio. Poi lo lascia andare.
Lo guarda precipitare, e sorride.
Ride.
Sta ancora ridendo mentre risale i fasci vegetali, con movimenti fluidi e sicuri.
Ora è lui.
Ora è lui il ragno...


Aygarth boccheggiò. Il frastuono del fiume era lontano. Il cigolio del ponte semicrollato, in balia del vento, anche.
Era disteso sulla schiena, a braccia aperte. Era riuscito a risalire, anche se non si ricordava come. Ansimò e uno spasmo nel petto lo fece sobbalzare.
Il cuore.
Portò una mano sul torace. Lo sentì battere. Attese, come se si aspettasse che potesse fermarsi di nuovo. Si sentiva strano, svuotato. E quell'arsura...
La bocca.
Si leccò le labbra e subito si piegò su un fianco, travolto da un conato. Sputò pezzi di carne marcia e un icore verdastro, puzzolente. Lo osservò con occhi sgranati per un bel pezzo, prima di rotolare via, orripilato, per finire rannicchiato in posizione fetale a pochi passi di distanza. Per parecchi secondi rimase immobile, finché non si coprì la testa con le braccia, quasi volesse nasconderla dal mondo.
E pianse.

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Io sono una creatura del Caos. Ma dal Caos nasce la saggezza, e dalla saggezza il potere.

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Lorenzo Ferretti
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MessaggioInviato: Mer Ott 10, 2012 11:29 am Rispondi citandoTorna in cima

Molte ore dopo


La donna era ferma, in attesa che il suo compagno si sbloccasse. Aveva percepito anche lei la presenza dell'altro gruppo di amici. Bisognava però fare una scelta - il piano originario, o riunirsi agli altri?
"Ulkos, svegliati" il guerriero batté le palpebre, quasi svegliandosi dalla trance."Dobbiamo riprendere Aygarth, anche se gli altri sono vicini!”
Ulkos si voltò pensieroso verso Magistra.
"Sinceramente non saprei" disse."Lo possiamo raggiungere, se cominciamo a correre fin da subito, il problema è che quando lo avremo raggiunto non possiamo sapere in che stato sarà"
Avrebbe potuto diventare pericoloso, se era un vampiro. Dovevano sperare che fosse ancora in sè...almeno in parte. C'era anche da considerare che dalla sua aveva il potere di incenerire le cose come gli pareva, nemmeno fosse stato un maledetto piromane.
"Sarà come sarà. Non possiamo lasciarlo libero. Noi abbiamo più speranze di fermarlo che non un contadino o qualcuno che pensi di fare l'impavido. Preferirei che non ci dividessimo, ma se vuoi raggiungere gli altri due, beh, io seguirò il ragazzo"
Non c'era che dire, la donna non si sarebbe fatta problemi. Non poteva certo tirarsi indietro a questo punto.
"Credo che tu abbia ragione" disse infine il licantropo."Meglio non separarsi. E poi non accetterei di tirarmi indietro là dove una donna si è fatta senza dubbio avanti!" esclamò piccato.
E con un ringhio si lanciò in avanti nel folto, continuando a seguire la traccia del giovane fabbro.
"Spero tu abbia il tempo di capire, cane, che non stai parlando semplicemente con una donna" lo apostrofò Magistra abbassando la voce."Usa il tuo naso adesso, e seguiamo il ragazzo"
"Posso almeno considerarti un essere femminile?" chiese sarcasticamente Ulkos, fermandosi di scatto. L'aveva sentita ovviamente."Considerati fortunata se ti reputo una donna, dato che non avrei nessun obbligo di fartene la cortesia visto che mi vedi solo come un cane" detto questo continuò la sua corsa nel bosco, senza voltarsi. Non ne aveva bisogno per sapere che Magistra lo seguiva. Dopo alcune falcate la donna lo raggiunse. Lo guardò con la coda dell'occhio, e il licantropo non poté fare a meno di voltarsi leggermente verso di lei. Un sogghigno beffardo era comparso sullo strano volto della donna.
"Chiamami come vuoi. Considerami come vuoi. Il tuo senso dell'umorismo non è dei migliori, ma forse nemmeno il mio. E' la mancanza di Honoo, forse. Lui mi rende più quieta"
Ulkos si fermò, facendo fermare anche Magistra. Stette lì pensoso per un secondo o due.
"Non intendevo offenderti prima" esordì."Sentirsi dire dietro cane da tutti non è divertente, e ogni tanto mi lascio trasportare un po' dalla rabbia. Cerchiamo di non far degenerare la cosa magari"
Magistra non rispose, limitandosi a voltare la testa e riprendere la corsa, senza dire nulla. Il bosco si faceva più fitto man mano che avanzavano, quindi anche più buio. Strani rumori provenivano da punti imprecisati, odori di terriccio e foglie morte nel sottobosco invadevano i dintorni. Ma non c’era nulla da temere ancora, i due non umani lo sapevano bene: era la normale anima della foresta quella che li circondava.
Avanzarono di corsa per un altro paio d’ore, svicolando tra gli alberi, Ulkos in testa che seguiva la traccia del fabbro-vampiro e Magistra subito dietro, pronta già per un’eventuale scontro. All’improvviso, il licantropo imprecò, frenando di colpo.
“Che diavolo succede?” sibilò Magistra irritata: per poco non gli era corsa addosso. E meno male, perché di fronte a loro si apriva un vasto baratro. Sul fondo, si intuiva lo scrosciare potente di un fiume. Entrambi si guardarono intorno un attimo. La traccia sembrava essersi fatta più flebile stranamente...doveva essere colpa del vapore acqueo presente nell’aria in quel punto.
Annusando attentamente l’area circostante però, Ulkos trovò di nuovo la pista: si dirigeva verso nord, lungo il crepaccio.
Stavolta proseguirono con più cautela. Avevano la sensazione che da lì in poi avrebbero potuto incontrare molti più problemi di quanti immaginassero. Sulla loro destra ora si apriva la lunga e ampia spaccatura rocciosa, mentre sulla loro sinistra la muraglia verde della foresta sembrava inaccessibile. Cercavano di stare il più lontano possibile dal bordo, che era cosparso di erba scivolosa e zolle di terriccio insicuro: precipitare sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Riuscirono comunque a proseguire senza troppi intoppi, finché non lo videro: il rimasuglio di una sorta di rampicante di dimensioni gigantesche.
“Strano, per essere una liana...” commentò Ulkos osservando un pezzo di quello strano vegetale. Era di colore bianco, e il moncone che si protendeva per qualche metro verso il vuoto della voragine sembrava essere stato il risultato dell’intreccio di molte di quei rampicanti.“Sento odore di Mietitore...” disse poi Ulkos, vagamente allarmato.“No, tranquilla, non c’è nulla qui...ma ci è passato...” proseguì poi rivolto a Magistra che immediatamente si era voltata per accertarsi che nessuno li stesse per sorprendere alle spalle. Ulkos continuò la sua ispezione annusando il terreno stavolta.“E ci è passato anche il ragazzo...la sua traccia qui è chiara, e si dirige su questi...rampicanti bianchi...” concluse il licantropo, risollevandosi. Poi il suo occhio fu catturato dalla forma particolarmente bizzarra di una delle liane. Vi si avvicinò, toccandola lievemente con la mano, quasi la stesse accarezzando.“Aspetta un attimo...non è un rampicante qualsiasi!”
Magistra lo guardò senza capire.
Ulkos osservò altre due di quelle radici pallide, poi cercò di scrutare al di là del canyon.
“È Il ponte! Siamo arrivati al ponte di Thanassis!” esclamò il guerriero.“Aygarth l’aveva visto nella sua mente, tu non c’eri...non mi ricordavo che fosse crollato però!”
“Oppure è stato fatto crollare di recente” commentò Magistra, riflettendo.
“Giusto...” rispose Ulkos.“Dobbiamo aspettare gli altri, temo. Da soli non riusciremo a passare il crepaccio. Sempre che il ragazzo sia andato di là, cosa della quale sono abbastanza sicuro però”
Con un sospiro, si accamparono. Preparare un fuoco era fuori discussione, ma a nessuno dei due questa mancanza sarebbe dispiaciuta troppo. Entrambi avevano una parte animale che pochi problemi si faceva a dormire all'addiaccio senza calore. Inoltre, a quella distanza, sarebbero stati certamente individuati da chiunque si trovasse al di là del burrone...e nessuno garantiva loro che non ci fosse un altro modo per oltrepassarlo.

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Due cose sono infinite: l'Universo e la stupidità umana. Sulla prima ho ancora dei dubbi.

A. Einstein

Ultima modifica di Lorenzo Ferretti il Ven Dic 21, 2012 9:33 pm, modificato 5 volte in totale
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Akhayla
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MessaggioInviato: Mer Ott 24, 2012 11:02 am Rispondi citandoTorna in cima

[qualche ora prima dell’arrivo di Ulkos]

Finché...
Represse l'ultimo singhiozzo contro il petto. Aveva la gola secca, incrostata. Un sapore orrido in bocca, un tremore alle mani che non riusciva a placare. Col naso otturato dal pianto e in quello stato pietoso, si sentiva soffocare.
Finché...
L'ombra di un pensiero gli attraversò la mente. Una voce. Non era sua. Di nessuna sua natura.
Finché questa non sarà rossa...
Cronista!
Aygarth alzò il viso. Si asciugò il volto e si contemplò la mano lurida, attraversata dai solchi puliti laddove si era mondato le lacrime.
Finché questa non sarà rossa come il sangue, tu sarai ancora umano.
Quella frase zittì il mondo. Aygarth rimase inebetito, a guardarsi la mano. Respirava appena, come se temesse di disturbare quella contemplazione con il minimo suono. Era un ricordo, non era una voce vera, e lo sapeva, anche se si sarebbe privato di un braccio pur di riavere il fratello acquisito al proprio fianco. Era stata una frase mormorata in un anfratto oscuro, in un momento di sconforto e privo di qualsiasi speranza, a poche ore dalla sua vera, orribile morte.
Umano. Umano. Umano.
Continua a ripetertelo...
ZITTO!
Per la prima volta, il Vampiro dentro di lui obbedì. Aygarth strinse la mano a pugno, cercando di dominarsi. Sentiva ancora le punture dei denti sulle labbra e regolò il respiro finché la sensazione non diminuì. Solo allora si sollevò carponi, e poi in piedi.
Alleanza.
La Forgia s’affacciò alla sua coscienza.
Alleanza.
Alleanza.
Zadris.
Con una mano sfiorò le spade che portava alla schiena. Pensò a quello che aveva detto ad Astrea. A Lao. Alla promessa che aveva fatto a loro e a se stesso se il Vampirismo avesse preso il sopravvento. E alla proposta di Honoo per salvargli la vita.
Non posso morire ora. Ho ancora un compito da fare. Ho ancora una vita da salvare. Una responsabilità. Avanti, Aygarth di Athkatla, smetti di frignare e compi il tuo dovere!
Lanciò uno sguardo allo strapiombo che aveva appena superato per poi fissare l’orizzonte frastagliato dalle alte frasche della macchia boscosa. La ziggurat era lì, era lì. Non aveva bisogno della Forgia per capire che là dentro avrebbe trovato ciò che cercava.
E’ una trappola.
Aygarth sogghignò. Certo che lo è.
Cosa ci trovi da ridere?
Il giovane scostò dal volto un ciuffo ribelle e non rispose. Piantò lo sguardo nell’oscurità della notte, avanzando fino a raggiungere l’estremità della foresta. La vegetazione, in quel punto, erano meno intricata, ma era la prima volta che vedeva alberi così alti in vita sua, così alti da nascondere alla vista un’imponente ziggurat come quella. Avanzò, a passi lesti ma silenziosi, aspettandosi un attacco da un momento all’altro, ma non trovò sentinella alcuna; così proseguì fino a portarsi al limitare della costruzione.
Lì ebbe per un attimo un moto di sconforto e stupore insieme.
Dalle sue falde, l’edificio era ancora più immenso di quanto avesse immaginato. Contò una trentina di gradoni, ognuno di essi alto almeno due metri. La sommità presentava una sorta di cuspide, che brillava sotto la luce lunare come se fosse composta di cristallo. A un primo esame, sembrava una solida costruzione di tufo e argilla, che piantava le radici nelle profondità della terra. Tuttavia, era liscia. Non un’apertura, non una finestra, né una via d’accesso. Nulla.
Aygarth si morse il labbro, cercando di riflettere. Non che si fosse aspettato qualcosa di semplice, tuttavia neanche così complesso. In quel momento, avrebbe dato il braccio destro per avere anche solo per una volta la capacità di teletrasporto di Honoo. Aggirò la costruzione un paio di volte, cercando un punto debole, un’imperfezione nel tufo che rivelasse un ingresso, ma nulla. L’edificio era liscio.
Nessuna entrata visibile. Non per me, almeno. E non credo che attendere i Mietitori per vedere dove accedono sia un’idea, perché mi fiuterebbero... sempre se non siano già dentro ad aspettarmi. Però questi Inquisitori non possono vivere in maniera tanto diversa dalla nostra... Persino la Rocca di Damarios aveva un suo sistema di drenaggio rifiuti. Deve avere un pozzo nero, o un sistema di approvvigionamento costante d’acqua!
Parli come Honoo...
Vorrei essere come lui in questo momento...
Inumano? Lo sei già.
Aygarth digrignò i denti. Piantala.
Contento tu... La voce del Vampiro tacque. Aygarth aggirò la macchia, cercando un indizio che potesse rivelare la presenza di un sistema di scarico o di reindirizzamento acque. Pensò al colore del fiume: grigio, come se fosse malsano. Forse lo scarico era un po’ più a monte.
Costeggiò lo strapiombo per almeno mezzo chilometro, finché non trovò qualcosa di anomalo. In un interstizio tra le rocce, gli sembrò di vedere un ampio rigagnolo che giungeva fino al fiume, intorbidendogli le acque. Da quella distanza, sembrò addirittura fosforescente alla luce della luna.
Sarà quello...?
C’è solo un modo per scoprirlo.
Non taci mai, eh?
E tu non ti dai mai una mossa. Scendi.
Aygarth tornò sui suoi passi, fino al ponte rampicante spezzato in due. Cercando di domare le vertigini, vi si inerpicò e scese fin dove giungeva il moncone. Si ritrovò a spenzolare a metà distanza dal greto della riva e da lì passò alla roccia, saggiando ogni appiglio prima di affidarci il peso. L’ultima dozzina di metri la fece saltando, un gesto quasi di riflesso; neanche se ne rese conto che era già in volo, e la cosa lo atterrì a morte, ma atterrò perfettamente in due tempi senza farsi nulla.
Avere le stesse abilità di Cronista è comodo, vero?
Taci.
Una risata echeggiò nella sua testa prima di spegnersi. Aygarth la ignorò e si incamminò sull’argine naturale pieno di massi, nelle orecchie soltanto il rombo sordo del fiume, finché non giunse il punto esatto del rigagnolo. La prima cosa che lo aggredì fu il lezzo che emanava; per poco non venne colto da conati di vomito. Si tenne una mano sulla bocca e si avvicinò, per quanto la cosa lo ripugnasse, fino all’erta dello strapiombo.
In effetti qualcosa c’era. Era ampio almeno due braccia e alto altrettanto. Un tubo oscuro, stillante un liquido torbido, che Aygarth non si sognò nemmeno di identificare. Il flusso era abbastanza costante e la pressione sufficiente a creare una piccola cascata dal punto di caduta, che macchiava le pietre circostanti come se fosse pece per torce. Aygarth si chinò e osservò l’interno. Non vide nulla. Sbatté le palpebre e, di colpo, l’oscurità non ebbe più segreti per lui. Vide che il tubo continuava in orizzontale per un po’, per poi iniziare una pendenza che, a conti fatti, l’avrebbe portato fino alla ziggurat. Dove finiva, poteva soltanto immaginarlo.
Si ritrasse, cercando di non far caso all’odore schifoso. Il condotto è troppo pieno, ha corrente! Non ce la potrei mai fare...
Non se respiri, questo è certo.
Aygarth trasalì. L’idea lo punzecchiò e lo fece inorridire.
Vuoi dire...
Non fare il finto tonto. Lo sai. Solo che ti fa schifo. Perché vuoi limitarti, razza di stupido? Ti ricordi quando sei quasi annegato nella Rocca? Vuoi davvero ripetere l’esperienza?
Il giovane fabbro non rispose, troppo impegnato a scacciare il ricordo.
Solo gli Dei sanno cos’è questa schifezza...!
Tutte scuse! Hai la capacità di guarire da ferite mortali! Hai forse paura di un veleno o di una malattia? Credi davvero ti possano toccare? Forse sei l’unico a poter usare questo passaggio. Sfruttalo. Hai forse dimenticato perché sei qui, o devo rammentartelo io?
Aygarth ruggì’, ma solo dentro di sé. Il ruggito della Forgia, latente ma sempre a far sentire la sua morsa. Certo che lo so! Non ho bisogno che...
E allora fermalo. Fammi uscire.
Fermare...
Lo sai! Fermalo! Fammi uscire!
No! Non...
FERMALO E FAMMI USCIRE! e quasi di riflesso, come un singhiozzo improvviso, Aygarth lo fece. Sentì proprio di cedere, di lasciare spazio a qualcos’altro che prese il sopravvento. Il corpo venne pervaso da un formicolio e il battito si dimezzò per poi scemare sempre più. I polmoni si bloccarono, senza più l’impellente bisogno di aria.
Il ragazzo guardò il condotto, con occhi rossi. E vi si infilò, come un tarlo che trovava la sua strada nella polpa succosa di una mela.

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MessaggioInviato: Dom Dic 02, 2012 11:17 pm Rispondi citandoTorna in cima

La ragazza sussultò. "Cha cosa ci fa... lui qui?" Si guardò da una parte all'altra come se dovesse spuntare Damarios in persona davanti a loro. Fu come essere catapultata all'improvviso ad un anno e più indietro: Astrea si rivide prigioniera nella rocca, salvata da Aygarth e Lucas; poi l'incontro con Carnival e infine tutti gli scontri e i tormenti che pensava ormai fossero ben lungi da lei se li vide tornare davanti a lei in un batter d'occhio. "Lui ha ingannato ed usato Carnival e poi l'ha imprigionata."
Il guerriero sostenne Astrea che mostrò un attimo di cedimento. Lui aveva visto Damarios solamente nello scontro finale e non sapeva poi molto di lui, ma per la ragazza era tutto molto diverso. "Che ci fa lo stregone qui?" Galdor si voltò verso Balthazar parlando con tono carico di pregiudizio.
"Non ci sarebbe riuscita in un milione di anni da sola" ribatté il mago "e comunque si è ben guardata dal farvelo sapere a quanto vedo...mi chiedo che penserebbe il mio vecchio maestro se sapesse che qualcosa di me sopravvive ancora, qui dentro"
Astrea si scambiò uno sguardo con il guerriero. "Non credo che tu sia un gran minaccia qui dentro, sei solo uno dei suoi tanti trofei." Rispose.
Il guerriero rise alle parole dello stregone. "Abbiamo sbattuto nella polvere il tuo deretano mummificato già una volta... non abbiamo paura di te, men che meno qui... sei solo meno dell'ombra di quello che eri allora" rispose con fare da sbruffone.
"Oh non è di me che dovete aver paura.....forse" disse il mago "ma vi sbagliate a credere che io sia soltanto un trofeo...sono molto di più. Sono un ricordo" Damarios sorrise "non comprendete, vero? Ma già come potreste. Un ottuso guerriero e una ragazzina"
La ragazza era inquieta e lanciò un'occhiata a Balthazar. "Andiamo via da qui, ho un brutto presentimento."
"Se vuoi davvero aiutare la tua amica, non puoi andartene" le ricordò gentilmente l'uomo.
"Cosa temi ragazzina?" disse lo stregone con scherno "Sono solo un'ombra, un fantasma, l'hai detto tu stessa, quindi di che hai paura?" il sorriso dello stregone si allargò "Ah, capisco. Forse ti stai rendendo conto di essere solo Sangue ed un’Anima...entrambi pronti ad essere divorati."
Galdor prese Astrea per il braccio e fece un passo avanti. "Da quale pulpito..." disse in direzione di Damarios. "Parla se è con te che dobbiamo parlare o lasciaci il passo e ritirati. Noi non ti temiamo, non sei nella posizione, non ne hai il potere. Il tuo tempo è passato, noi abbiamo messo fine alla tua esistenza, sei solo un ricordo, un incubo che scomparirà quando verrà giorno." il guerriero terminò la frase che la sua voce era un grido carico di rabbia.
Damarios scosse la testa con aria divertita "Conoscete così poco la vostra amica? Oh no mio povero piccolo guerriero, Carnival ricorda. Tutte le sue vittime, tutti gli uomini e le bestie che ha ucciso...ricorda tutti loro. Quando ha scoperto come fare, ha assorbito le loro anime, non per il potere che acquisisce in questo modo, ma perché fossero parte di lei. Tutti noi esisteremo finché esisterà lei e condivideremo il suo destino, per tutta l'eternità. Tanto è l'odio che Carnival prova per tutti noi."
"Odio, o rimorso? Forse non lo sa nemmeno lei." mormorò Balthazar.
"Galdor, non mente." Intervenne Astrea. "Tutti loro conservano i propri ricordi, le loro conoscenze, come Balthazar per esempio. è come se continuassero a vivere qui, dentro Carnival. Finché esisterà lei, loro continueranno ed esserci, assorbiti e perduti qui dentro certo, ma non sono morti, la loro anima è ancora qui bloccata. è una triste fine, ancora peggio della non-morte."
"Non bloccati" intervenne Balthazar "Noi siamo parte di lei ora, anche se manteniamo la nostra individualità" scosse la testa "E' difficile da comprendere, lo so. Ma lei sa tutto quello che noi sapevamo, ricorda tutto ciò che ricordavamo e persino in questo istante , perfino ora, sente tutto ciò che diciamo.
"E non scordarti di dire che diventa più forte ad ogni anima che assorbe" aggiunse Damarios "un giorno, nessuno sarà tanto forte da distruggerla" sogghignò "Siete ancora in tempo, però.”
Il guerriero li ascoltò tutti parlare ma non riusciva a pensare a nulla di buono. Scosse la testa. “Anche tu credevi di essere invincibile, stregone, eppure eccoti qua, e poi perché dovremmo crederti? Hai sempre goduto della disperazione delle persone e metterci contro di lei non sarebbe una cosa troppo distante dal tuo stile… Speri di prendere il controllo?” Si guardò intorno. Galdor cercò di ostentare fiducia e sicurezza, più per Astrea che per se.
"Perché dovremmo distruggerla? Carnival è mia amica, tu l'hai usata e quando ormai avevi raggiunto il tuo scopo l'hai imprigionata, l'hai messa da parte come si fa con un oggetto vecchio e ormai inutile. Io e gli altri le abbiamo dato la nostra amicizia, fiducia e soprattutto uno scopo. Ha combattuto con noi e mi ha salvato la vita più volte. Condivide e combatte la nostra causa, cosa ne sai tu di lei? Nulla." Si infervorì Astrea
"Amicizia che non le ha impedito di morderti" ritorse lo stregone "quanto allo scopo, ne ha trovato uno da sola. Chiedile di parlarti della sua Dea uno di questi giorni ragazzina: ne sarai piacevolmente sorpresa"
Damarios si volse poi verso Galdor "Non mi aspetto che voi mi crediate. In effetti, prevedo l'esatto contrario. Saresti stupito di quanto sono modeste le mie aspettative... sarebbe sufficiente per me vedervi tutti diventare ospiti fissi di questo luogo, come me".
“Sono spiacente di deluderti, ma non siamo venuti fin qui per fare compagnia ad uno come te…” il guerriero si volse verso Astrea.
“Mostraci quello che devi, Balthazar… e andiamo via di qui.” Concluse la ragazza rivolta verso lo spettro del vecchio.
Balthazar indicò una porta in fondo alla grande sala
"Laggiù, oltre quella porta. Io però, non posso seguirvi."
"Perchè?" chiese Astrea, in tono sorpreso, ma fu Damarios a rispondere "Ma perchè lei non vuole, ragazzina. E' ovvio, no?"
Lo stregone rivolse ai due un inchino beffardo e si spostò di lato.
Galdor guardò prima il vecchio, quindi Damarios, carico di sospetto. Portò la mano alla spalla e sfoderò quello che doveva essere Elrohir.
“Stammi dietro…” disse alla ragazza, mentre imbracciava lo spadone e si dirigeva verso la porta.
Da dove si trovavano sembrava una normalissima porta, quasi povera in confronto al grottesco sfarzo decaduto che caratterizzava il castello, ma, mano a mano che si facevano più vicini, agli occhi dei due ospiti dell’anima di Carnival iniziarono a distinguersi terribili particolari.
La porta non era di legno, quelle che da lontano sembravano assi sconnesse erano striature giganti e necrotiche di muscoli ormai rigidi, mentre il pomello somigliava tanto alla testa di un femore. Il guerriero temette che si trattasse proprio di quello. La cornice, infine, mostrava finemente incisi volti deformati e urlanti, così perfettamente eseguiti da sembrare indistinti dalla distanza.
Galdor si guardò la mano e poi la allungò verso il pomello. Girò. Spinse.
Oltre la soglia sembravano stendersi tenebre impenetrabili. Galdor ed Astrea guardarono a lungo quell'oscurità ma non furono in grado di distinguere alcunché. Un senso di freddo proveniva dalla porta aperta, freddo ed odore di cose antiche e morte.
Il guerriero tese la mano appena dietro di se. Astrea la prese con entrambe le sue, era stanca, da un lato voleva interrompere quel viaggio onirico, dall’altro la possibilità di aiutare Carnival la faceva andare avanti, ma quello… Le fredde tenebre, antiche e impenetrabili, erano qualcosa che andava al di là di ogni coraggio, di ogni spirito di sacrificio.
Nessuno dei due le avrebbe affrontate, non da soli, ma, forse per non mostrarsi spaventati l’un l’altro o forse per alti motivi più intimi e inconsci, tenendosi per mano, fecero qualche passo avanti e varcarono la soglia.
Silenziosamente la porta si richiuse dietro di loro, lasciandoli completamente immersi nel buio, in un silenzio innaturale: solamente il fievole rumore dei loro passi era udibile, ma il buio rendeva impossibile comprendere dove si trovassero o in che direzione si stessero muovendo.
Dopo un'eternità, o forse solo qualche istante, l'eco di altri passi si aggiunse a quelli di Astrea e Galdor. Il guerriero si immobilizzò all'istante preparandosi ad affrontare qualunque cosa si annidasse in quell'oscurità.
Improvvisamente tre fioche luci apparverouna di fronte e due ai lati della coppia, ogni luce a illuminare un volto fin troppo familiare: ognuno dei tre volti era infatti quello di Carnival, anhe se a un secondo esame erano evidenti sottili differenze fra i tre.
quella direttamente di fronte a loro era quello della vampira, esattamente come lo ricordavano laddove la figura alla loro destra aveva un pallore mortale e i segni del morso di un vampiro spiccavano lividi sul suo collo.
La figura sulla sinistra era quasi irriconoscibile: fu con un piccolo shock che Astrea comprese che quel volto sereno dai i capelli pettinati con cura e raccolti in una coda e quello sguardo gentile e malinconico erano probabilmente quelli che la vampira avrebbe avuto, se fosse stata viva.
"Io sono colei che è stata e che non sarà mai più" disse la figura pallida e smunta alla loro sinistra
"Io sono colei che avrebbe potuto essere e che non è stata" disse quella di destra
"Io sono colei che è stata, che è e che sarà" disse la figura al centro
"Io sono Carnival" dissero in coro.

Galdor guardò le tre figure senza muovere nessun muscolo. Le studiò attentamente, in silenzio, solo dopo un po’ decise ad abbassare l’arma pur mantenendo salda la presa sull’impugnatura.
Astrea si portò le mani al volto e rimase senza parole, tanto era lo stupore. Finalmente ci era riuscita, aveva la possibilità di incontrare colei che era stata in vita, tutto quel viaggio lo aveva intrapreso per questo, solo per lei. Colei che era rimasta a lungo sepolta e dimenticata dentro Carnival e lei avrebbe avuto la possibilità di parlare con lei.
Mosse un passo verso le tre figure e il guerriero le afferrò un braccio cercando di trattenerla. La ragazza lo guardò, fece un gesto, forse l’ombra di un sorriso, e Galdor fu sicuro che tutto andava bene, la lasciò libera di avvicinarsi e rimase in rispettoso silenzio qualche passo dietro di lei, pronto ad ogni evenienza.
Astrea si avvicinò a Colei-che-avrebbe-potuto-essere con timidezza, quel suo sguardo malinconico le strinse il cuore e al solo pensiero che quella ragazza potrebbe aver avuto la sua età quando fu uccisa le fece quasi venire le lacrime agli occhi, ma le ricacciò indietro. Non era questo il momento per mostrarsi così vulnerabile.
“Come ti chiami?” Chiese con gentilezza

Colei-che-avrebbe-potuto-essere gettò un rapido sguardo alle altre due versioni di sè stessa prima di rispondere poi si volse verso Astrea
"Non posso risponderti. Lei non lo sa" disse accennando a Colei che è "e lei non vuole ricordare" indicando Colei-che-è-stata.
"Ricordare fa male" aggiunse Colei-che-è.
Colei-che-è-stata si limitò a rivolgere uno sguardo triste ad Astrea.
La ragazza si morse un labbro e si avvicinò alla sua Carnival. “Non fa male ricordare, ti sbagli. Esistono solo ricordi piacevoli e altri sgraditi, fanno tutti parte di te, sei quello che sei ora grazie al contributo di ciascuno di esso. Sei sicura che eliminare ogni tua memoria del passato sia una scelta giusta? Come fai a sapere realmente chi sei se non sai chi che eri?”
Astrea rivolse lo sguardo a Colei-che-è-stata-e-che-non-sarà-più. “Tu sai cosa e successo e chi è stato.” Affermò e ritornò a parlare a Colei-che-è. “Non hai accettato la tua morte, non hai accetto di aver perso la vita che avevi e di averla scambiata con la non-vita. Se tu avessi potuto scegliere sono sicura che avresti preferito morire, sbaglio Carnival?”
"No!" esclamò con rabbia Colei-che-è "No, ti sbagli. E' vero, non sarò mai come loro, non sarò mai come te, mia dolce sorella, mia amica" ("le parole mia dolce sorella, mia amica" vennero ripetute in coro dai tre aspetti di Carnival) "ma anche così, anche se tanto mi è stato strappato, io voglio esistere! Non mi lascerò togliere quello che mi è rimasto, anche se non basta, non può bastare. Io ucciderò chiunque cercherà di togliermelo, io li farò piangere, io li farò soffrire."
"Io non volevo che accadesse tutto questo" mormorò Colei-che-è-stata "io non volevo morire.. non volevo uccidere, non volevo essere...un vampiro. Soffrivo." la donna tremò, scossa da brividi "Soffrivo" ripeté.
"Lei è debole. Io l'ho salvata dalla sofferenza, io l'ho chiusa dentro di me" disse Colei-che-è
La ragazza scosse la testa. “Non è debole, è umana ed è morta per sempre.” Puntò i suoi occhi dritti in quelli freddi e grigi della vampira. “Tu sei stata debole, tu sei stata umana, tu sarai morta per sempre.” Ripeté. “Tu hai sofferto, tu avevi paura, tu eri sola e sei stata uccisa. Nascondere loro due non cambia quello che è stato, non ti rende più forte. Dimenticarti di loro ti rende più debole.”
"Se è questo che credi, domanda a lei" Colei-che-è annuì guardando la versione sofferente ed emaciata di sè stessa "Chiedile se vuole ricordare."
"A che servirebbe?" gemette Colei-che-è-stata "Altra sofferenza, altro dolore...ma è tardi, troppo tardi."
"Troppo tardi" disse Colei-che-è in tono piatto "Troppo tardi" disse Colei-che-avrebbe-potuto-essere in tono pieno di malinconia.
Astrea si avvicinò lentamente a Colei-che-è-stata. “Perché è troppo tardi? Sono io che ti chiedo di ricordare, sono venuta fin qui solo per te. Sono qui per poter conoscere la verità e per aiutarti. Ti sto chiedendo aiuto, o tutti i miei sforzi saranno vani.” Aggiunse con un tono affranto. Era ormai quasi al limite delle forze, non avrebbe retto ancora per molto, ma era determinata a non arrendersi, non adesso. “Aiutami, ti prego.”
Colei-che-è-stata allungò una mano a sfiorare il volto di Astrea "Ero come te, tanto tempo fa. Volevo solo vedere altri luoghi, conoscere altre persone....guardami ora, guarda come sono diventata....Non sono io, non più. E' lei quella che può sopravvivere ora, non io. Vorrei aiutarti, lo vorrei tanto. Ma cosa posso fare?"
“Siete la stessa persona voi tre, colei che è ha bisogno anche di voi due, senza è incompleta, è un corpo vuoto. Voi due siete ciò che resta della sua anima, ciò che resta della sua vita. Non lasciatevi rinchiudere nella parte più recondita del suo animo solo perché vi considera debole. Colei che è stata, colei che avrebbe potuto essere e colei che è insieme. Carnival non può prescindere da nessuna di voi.”
Colei-che-è-stata chinò la testa "Mi fai vergognare, Astrea-che-ha-promesso. Io...tenterò. Tenterò davvero." si voltò verso Colei-che-è "Lasciami ricordare. Lasciaci ricordare" la implorò.
I tre aspetti di Carnival si voltarono all'unisono veso Astrea
"Io ti ammiro, dolce sorella. Sei forte, sotto quel tuo aspetto fragile. Sei così bella. Avrei voluto essere come te. Avrei potuto esserlo. Se solo le cose fossero diverse...ma le cose non sono diverse..." dissero in coro i tre aspetti di Carnival.
La ragazza non osò cedere, mancava così poco, c’era così vicina. “Lasciale libere, lasciale ricordare, sorella.” Disse risolta a Colei-che-è con tono rigido e risoluto come mai aveva le parlato fino ad’ora. “Abbiamo fatto una promessa, abbiamo giurato di prenderci cura l’una dell’altra. Tu hai mantenuto la parola, tu vegli su di me, ti prendi cura di me, sei per me una sorella, sei un’amica. Ora devi permettermi che anche io mantenga la promessa fatta, lascia che io ti aiuti. Devi permettere loro di ricordare, devi lasciarle libere.”
Colei-che-avrebbe-potuto-essere si avvicinò e sorrise ad Astrea. Le sfiorò la spalla e quel tocco sembrò dissipare la stanchezza dalle membra della ladra
"Tutto questo è durato anche troppo, lo hai visto tu stessa. Lasciaci ricordare"
Colei-che-è si portò le mani alle tempie come se la testa le dolesse "Fa male...il ricordo fa male...."
"Non puoi proteggermi in eterno" disse Colei-che-è-stata "Il tempo è venuto...dobbiamo essere di nuovo una, come eravamo un tempo. Non lasciare che tutto quel che ha fatto Astrea-che-ha-promesso sia stato vano. Lasciaci ricordare! Lasciaci andare...."
"Lasciaci morire" disse Colei-che-avrebbe-potuto-essere.
Colei-che-è si rannicchiò per terra con un gemito "Fa male....fa male. Il buio, il freddo...mi faceva così male, il collo, mi faceva tanto male il collo...Io non voglio ricordare, non voglio" gemette col tono di una bambina impaurita.

All'improvviso Astrea comprese...le tenebre, il freddo, il buio, l'odore di cose morte, la sensazione opprimente che regnava in quel luogo che era il centro dell'anima di Carnival...la vampira stava rivivendo la propria morte, quello era il ricordo che bloccava come un perno i suoi ricordi più antichi.
Senza esitare si mosse verso la ragazzina impaurita che stava morendo lentamente al freddo e al buio, da sola e la abbracciò per darle tutto il conforto che poteva
"Non sei sola, ci sono io con te." mormorò" Non aver paura."
Colei-che-è tremò violentemente in quell'abbraccio, squassata dai singhiozzi. Piangeva.
Dopo alcuni lunghi istanti alzò la testa e guardò la ladra con occhi rigati di lacrime.
"Il mio nome.." disse con voce appena udibile "Il mio nome...io mi chiamavo..."
deglutì con uno sforzo visibile
"Valeria".

Una luce accecante sembrò erompere da ogni direzione, Galdor, che era rimasto ad assistere silenzioso, affiancò Astrea stringendola, poi tutto divenne bianco.

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Ponimi dunque tra i poeti Lirici: col capo in cielo toccherò le stelle.
(Orazio, Odi - Liber I - 1. A Mecenate)


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MessaggioInviato: Lun Dic 03, 2012 10:19 am Rispondi citandoTorna in cima

Brucia.
Non è acqua, non osa immaginare cosa sia.
Ma brucia.
Avanza. Sente la pendenza, comincia a percorrerla. Scivola, si àncora. Gli artigli fanno presa.
Artigli.
Si dà una spinta e s’allunga più di quanto abbia previsto.
Gli piace. Si sente sicuro, anche lì sotto.
Quello l’aveva previsto, però.
Continua a salire, sale, sale, sale. In alcuni punti il canale è semiostruito e si fa strada.
Artigli.
Viene investito da una nuova ondata. Lo sommerge.
La bocca, chiudere la bocca!
Lo fa, ha questa prontezza.
Nessun umano potrebbe resistere, senza morire.
Lo sa e se ne compiace.
Continua, avanza, quasi nuota in quella melma. Deve chiudere gli occhi ma non perde il senso dell’orientamento.
Acqua.
Come viscere, sulla faccia.
Acqua.
Il condotto s’allarga. Lo sente al tatto. Lo accoglie: caldo, viscoso, come un ventre materno.
Verso l’alto, verso l’alto.
Acqua.
Aria.
Afferra un bordo, vi si ancora.
Artigli.
Aria, vento, e un rumore sordo.


Aygarth aprì gli occhi. Si guardò le mani: la sensazione di avere rostri al posto delle dita era ancora vivida nella sua mente. Non appena si accorse di quanta melma avesse addosso - sempre se di melma si poteva parlare - chinò il capo da parte e vomitò. Non ebbe neanche il coraggio di asciugarsi la bocca.
Hai bevuto di peggio, te ne sei scordato? Il sangue del Fuso credi fosse molto diverso?
BASTA!
Provò a spazzolarsi le vesti, per quanto poté. Avrebbe dato un polmone per avere un solo secchio d’acqua pulita.
Guarda il lato positivo, Aygarth. Con tutta questa schifezza addosso, forse potresti passare davanti a un branco di Mietitori e quelli non se ne accorgerebbero nemmeno.
Magra consolazione, ne convenne.
Solo allora si guardò intorno. Era buio, là sotto. Un’oscurità quasi completa.
Sbatté le palpebre, gli occhi grigi si scolorirono, diventando rossi. I contorni presero vita, delineando un’ampia grotta a volta, disseminata di stalattiti. Al centro della volta, un enorme condotto rovesciava a ciclo continuo un liquido denso e scuro, quasi violaceo, sul pavimento a conca dell’antro, che tramite un ulteriore tubo - lo stesso che aveva attraversato in senso contrario - lo convogliava all’esterno. E non era il solo; altri condotti si affacciavano sulla conca, come spine di un cactus, e tutti, chi più chi meno, stillavano quel liquame puzzolente. Non osò neanche immaginare di cosa fosse composto quel liquido.
Io sento odor di sangue. Peccato non sia commestibile...
Non taci mai?!
La voce del Vampiro si dissolse nella sua testa. Aygarth si concentrò e provò ad espandere la Forgia. In un lampo, il mondo divenne grigio, strappandogli un’esclamazione stupefatta. Funzionava! Non era inibito là sotto! Provò a concentrarsi, a capire l’esatta ubicazione di Zadris. La chiamò con la mente, senza successo.
E’ ancora viva, è ancora viva, pensò, rincuorandosi. Non saresti in piedi, se così non fosse. Devi solo trovarla! Avanti!
Concentrò ogni energia nella propria mente, finendo anche in ginocchio pur di convogliare ogni briciolo di forza nella Forgia. La convogliò verso l’alto, sondando il terreno oltre il soffitto roccioso. Incontrò freddo per molto tempo, nient’altro che oggetti inerti. Toccò qualcosa che però gli sfuggì subito, come avrebbe fatto un’anguilla tra le mani, ma il senso di bruciore che gli diede ai sensi fu sufficiente per convincerlo a non ritentare. Salì, salì; fece un piano, un altro, finché un calore familiare non gli invase il cuore.
ZADRIS!
Stavolta ne udì la risposta e subito una rabbia rovente gli fece bruciare il sangue. Era un contatto debole, come se invece se poche decine di metri di distanza fosse lontana miglia e miglia. Un tocco flebile, eppur speranzoso, che rinfrancò entrambi. Aygarth la carezzò con la propria voce mentale, sentendo in risposta il rinvigorimento dell’anima dell’arma.
Sono qui! Alleanza!
Assieme al contatto giunse qualcosa. Non riuscì a interpretarlo, ma era come se Zadris tentasse di comunicargli un avvertimento. Tuttavia, prima che potesse comprenderlo, il contatto si interruppe, come se avessero spezzato il filo conduttore che legava l’arma ai sensi della Forgia. Aygarth lanciò un’imprecazione e si rialzò in piedi, scrollando la testa. Il contraccolpo era stato forte, ma non stordente.
Credi la lascino in una semplice armeria? L’avranno blindata. E’ già un miracolo che sia viva.
Perché mi sembri dispiaciuto della cosa?
Preferivi morire con la spina dorsale spezzata in due solo perché gli hanno frantumato l’asta? Sarebbe stato uno spettacolo, devo ammetterlo.
Aygarth non rispose e guardò la galleria. Doveva salire. Guadagnare un piano dietro l’altro, giungere a destinazione. Osservò i condotti, escludendo per ora quello centrale. Non voleva ritrovarsi in uno spazio aperto e, a giudicare dalle dimensioni, dove sbucava lo era di sicuro. Esaminò invece i tubi, individuando quelli con meno corrente e della dimensione sufficiente per permettergli il passaggio. Quello sulla parete destra gli sembrò l’ideale.
Tocca a te.
Questo si chiama sfruttamento.
Sei tu il parassita, qui dentro!
Il Vampiro ruggì, Aygarth trattenne il respiro, poi il mondo divenne rosso. Quando gli artigli fecero la loro comparsa, gli bastò un salto per piantarsi sulla parete e arrampicarsi come un ragno. In poco tempo raggiunse il condotto e fiutò.
Già. C’era davvero un’ombra di sangue, dietro a tutta quella schifezza.
Vi si infilò, rapido come un predatore, nelle narici quel retrogusto sublime a guidarlo.

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MessaggioInviato: Lun Dic 03, 2012 11:36 pm Rispondi citandoTorna in cima

Lao distolse lo sguardo dal Mietitore. E' già terribile dover affrontare queste creature, ma se sono corrotte dal vampirismo...se anche solo uno dei punti di forza o peggio ancora la loro Sete gli viene impiantata... pensò inorridito riprendendo il cammino. La traccia di Aygarth era fredda ormai ma, per quanto il vecchio poteva vedere, quella del Mietitore proveniva dalla stessa direzione ed era netta e fresca.
Forse era la foga della caccia? La mia traccia troppo forte? O stava fuggendo?
Affrettò il passo finendo in una grande macchia di abeti. La creatura sembrava aver fatto di tutto per muoversi in maniera scomposta e rumorosa fra le fronde spezzando rami bassi e cespugli. Si bloccò, togliendo una manciata di terra da una delle orme. C'è più di una serie di impronte qui.
Scattò in avanti, sforzando l'andatura a rischio di perdere la traccia. Il fabbro era al centro dei suoi pensieri. La sua condizione più di tutto. La separazione da Zadris sembrava averlo scombussolato più del dovuto. Quando lo trovo giuro che lo prendo a ceffoni. Mi ha fatto lasciare Carnival e Astrea da sole.
Quel pensiero gli fece rimordere la coscienza. Le sue due allieve erano più che capaci di cavarsela da sole eppure non riusciva a non provare apprensione. Di più, paura.
Frenò la sua corsa, espandendo la mente. La foresta era immerso in un silenzio innaturale, tanto pesante da metterlo a disagio. Nè versi di bestie o uccelli nè un alito di vento sembrava smuovere le fronde.
Non è normale. Posso capire qualche miglio attorno allo scontro...ma tutta la foresta? si chiese riprendendo a correre. Un odore di marcio e di sangue gli aggredì le narici dopo quasi un miglio. Si discostò dalle tracce e salì sul primo albero, riprendendo a seguire la pista dalla distanza. Dopo neanche un minuto trovò l'origine dell'olezzo: cadaveri di Mietitore. Qualcuno ne aveva fatto un vero scempio. Dette loro solo un occhiata sommaria prima di proseguire. Quanto bastava per capire che anche loro erano stati toccati dal vampirismo. Le creature provenivano da direzioni differenti, le loro orme erano evidenti sull'erba. PEr quanto riguarda quelle di Aygarth invece...
"Come fa un fabbro ad avere un passo così leggero?" borbottò tra sè osservando i dintorni."Non esiste che lo perda. Neanche morto." si voltò verso uno dei cadaveri di Mietitore e si avvicinò sedendosi davanti a lui a gambe incrociate.
"Non so quanto tu possa essere definito una creatura vivente...proviamoci comunque." Allungò la sinistra e la posò sul volto senza occhi della creatura, espandendo la sua mente. I suoi poteri telepatici penetrarono come un punteruolo nel cervello ormai morto del Mietitore tentando di riattivare un pur labile collegamento, di estrarre anche solo un ricordo remoto. Stava quasi per rinunciare quando qualcosa sullo sfondo apparve: una nebbia cangiante di immagini che andavano a ritroso.
Odio questa parte... fu il suo ultimo pensiero prima di penetrare nella nebbia con il pensiero.

Dolore! Lotta. Dolore. Schiva! Dolore. Schiva! Fugge! Azzanna. Mutila. Uccidi. Carica! Nasconditi. Agguato. Disporsi. Lancia il richiamo. Annusa. Corri. Cerca. Corri. Partire. Ordini. Raggrupparsi. Corridoio. Sbarre e Buio. Fame. Sbarre e Buio.

La mano si staccò dal Mietitore come spinta da volontà propria. Lao rimase qualche secondo impietrito, un rivolo di sangue che colava dal suo naso.
Figli di p.uttana... rimbombò nella sua mente. Aveva visto. Dove i Mietitori erano partiti. Chi avevano incontrato. COSA li aveva uccisi. Seppur in maniera nebulosa e frammentaria aveva visto.
Scattò in piedi. Una scossa di adrenalina a fargli tremare le membra.
"Figlio di p.uttana!" esclamò all'indirizzo di Aygarth."Non poteva aspettarmi lui, noooooo, doveva correre. E ora l'ho perso." sbraitò scrutando la pista. "Quell'imbecille non lo sa da dove sono partite queste cose. Questa foresta è un enorme tagliola..." Trovò quello che cercava, orme di piedi umani che rapidamente sparivano nel folto."...e noi siamo appena diventati selvaggina." riprese la sua corsa, saltando dopo un centinaio di metri su dei rami bassi. Detestava confessarlo a se stesso, ma l'ultima cosa che voleva in quel momento era correre a livello del terreno. Allo stesso livello dei Mietitori.

[continua...]

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MessaggioInviato: Gio Dic 13, 2012 10:47 am Rispondi citandoTorna in cima

Lì dentro ogni suono produrrebbe un’eco. Lui no.
Lui scivola.
Come un ragno, come un ragno.
Le tenebre sono accoglienti, senza segreti. Ci si immerge.
Il condotto è asciutto, corroso, arrugginito. In disuso? Forse.
Non ci pensa ora, continua a percorrerlo.
Il dislivello aumenta. E’ quasi verticale. Si arrampica, fa presa.
Artigli.
Si solleva a forza di braccia, ma non prova stanchezza. Solo euforia.
L’odore del sangue stimola la caccia. Vorrebbe andarci...
NO!
Pazienta.
Verrà il momento, verrà. Prima o poi.
Per ora deve solo salire. Issarsi. Un metro dopo l’altro.
Finalmente il dislivello cambia, può poggiare i piedi. Va più veloce.
Il condotto si stringe, s’allarga. Si stringe di nuovo. Contorce il corpo pur di passare. Ce la fa.
Procede con una frenesia appagante.
Nel tubo tutto risuona. Sente dei passi. Sente vibrazioni. Interpreta tutto ciò che percepisce con una chiarezza talmente cristallina da sembrare falsa.
Artigli.
Accelera. Vuole emergere.
Artigli.
I suoni si fanno più forti. L’aria stessa cambia. Più pulita.
Lui va avanti.
La fine. La fine del tunnel. La fine...

...era a un palmo.
Aygarth guadagnò il bordo metallico e subito dovette trattenere un urlo. Era tagliente. Lasciò che la ferita guarisse e cercò un punto meno affilato per issarsi oltre. Gli ci volle una sola occhiata per capire di essere sgusciato dalla pancia di un enorme contenitore in rame, la cui parete era sfondata come se qualcosa fosse esploso dall’interno. Tutt’attorno era oscurità, a parte un lieve bagliore proveniente dallo spacco della porta chiusa.
Sono dentro...
Capirai che impresa!
Finiscila!

Si rialzò dalla posizione carponi e si scrollò di dosso gli ultimi nauseanti rimasugli della poltiglia raccolta nel condotto. Tese le orecchie, ma non captò nulla. Forse era un’area disabitata della ziggurat. Tuttavia non si illuse. Raramente aveva così tanta fortuna.
Si riscosse e focalizzò l’obiettivo. Dapprima con poca sicurezza, si convinse a rilasciare i sensi della Forgia. All’inizio provò uno scossone, come se le pareti avessero reagito al suo tocco onirico, ma ben presto riuscì ad espanderla quel tanto che bastò per capire dove si trovasse e quanto fosse lontano da Zadris. Era un piano più in alto. C’era solo da trovare le scale. Senza farsi vedere, era ovvio.
Perché non sento nessuno?
Era un particolare che non riusciva a spiegarsi. Dubitava che quell’immensa costruzione fosse stata lasciata incustodita, eppure durante la sua ispezione mentale non aveva captato nemico di sorta. Tutto era un grigio uniforme, intervallato da qualcosa che non era riuscito a decifrare. Qualcosa di vivente, però. Su questo ne aveva la certezza. Qualcosa che aveva un’anima.
Si guardò intorno. A prima vista sembrava un deposito: era circondato da barili di uno strano metallo brunito, dai coperchi saldati. Liquami? Rifiuti? Non lo sapeva. Nè desiderava scoprirlo. La rassomiglianza con uno dei laboratori di Damarios gli instillò un brivido di ribrezzo. Eppure sembrava diverso. Tutto era ordinato con meticolosità; alcuni barili erano etichettati, anche se il linguaggio usato non era intelligibile, e disposti in file ordinate, uno sopra l’altro. Aygarth aggrottò la fronte. Da quando gli scarti venivano etichettati?
Honoo andrebbe pazzo per studiare questi affari, pensò.
Muoviti, se no qua finiscono per studiare noi.
Aygarth mise a tacere la voce del Vampiro con un gesto stizzito nell’aria, sebbene sapesse che non sarebbe servito a niente. Si avvicinò alla porta e proprio in quel momento udì un rumore sospetto. Passi.
Si appiattì dietro il battente e rimase col fiato sospeso, in attesa. Si aspettò di vedere l’uscio spalancarsi da un momento all’altro, ma il suono andò oltre e, a giudicare dall’eco, si perse in un corridoio piuttosto lungo. Ebbe la tentazione di sfogare la Forgia per capire chi avesse di fronte, ma si impose di non scoprirsi. Il piano era entrare, recuperare Zadris e fuggire, tanto per iniziare. La prima parte, quella più facile, gli era riuscita. Non voleva mandare a monte tutto per un’imprudenza.
Con cautela, socchiuse la porta. Aveva visto giusto: si affacciò su un lungo corridoio in pietra, illuminato da strane lanterne che emanavano una luce densa, quasi dolorosa per gli occhi. Senza accorgersene, Aygarth soffermò lo sguardo su uno di quei lumi: erano diversi da quelli che aveva visto nella sua vita. Non avevano fiamma al loro interno, eppure brillavano più luminosi di quanto avrebbe potuto fare un falò da campo. Troppo strano e, come sapeva, quando qualcosa era strano era anche pericoloso.
Senti chi parla...
Mugugnando una risposta colorita fra sé e sé, Aygarth si decise a sgusciare all’esterno. Nel corridoio v’erano parecchie porte e cercò di trovare il modo di riconoscere quella che portava all’uscita. Alla fine desistette e con una delle spade segnò il legno accanto al pomello, una traccia obliqua visibile solo a un’occhio attento. In effetti non era sicuro che avrebbe usato la stessa via d’accesso anche al ritorno.
Datti una mossa!
Invece di criticare, potresti dare una mano!
Ma se finora ho fatto tutto io!
Aygarth ringhiò, solo dentro di sé, e tentò la sorte verso sinistra. Aveva soltanto la posizione sommaria di Zadris, non conosceva il tragitto per arrivarci. Il fatto stesso di non aver neanche percepito la presenza della persona che aveva appena attraversato il corridoio lo inquietò.
Immunità alla magia? Anche loro?
Di che ti stupisci? Probabile. Daresti un dono simile soltanto ai tuoi mastini?
Il giovane fabbro proseguì rasentando il muro, coi passi ben calibrati. Provò l’impulso di sguainare le spade, essere pronto allo scontro nel caso si fosse reso necessario, ma dentro di sé una strana calma gli impose di non allarmarsi, anche se non sapeva da dove giungesse. Passò davanti alle altre porte, tutte chiuse. Da una di esse trapelava una strana luce azzurrognola, che palpitava come un respiro, ma dominò ogni curiosità e si costrinse ad avanzare. Dritto alla meta.
Fu quando arrivò all’angolo che si arrestò. Aveva sentito un rumore molto strano provenire dal piano superiore. Strano perché innaturale: era come aver udito un insieme di cigolii, come se una ruota dentata fosse appena passata su una lastra di metallo, producendo uno stridio acuto. Udì un sibilo, e poi un tonfo, infine una cacofonia metallica dal ritmo cadenzante. Per un attimo non riuscì a muoversi, cercando di ragionare sulla fonte del suono, poi tutto si spense. Tese le orecchie per un bel pezzo e non si fidò di proseguire finché non ci fu silenzio perfetto, e quando lo fece si preoccupò di produrre il minor rumore possibile. Dopo una manciata di secondi, la cacofonia si ripeté, stavolta con maggiore veemenza, e Aygarth si bloccò per l’ennesima volta, stavolta spinto anche da una scossa che sembrò trasmettersi dalle pareti dritta alla sua pelle. Fu preda di una sgradevolissima sensazione: quella di essere non semplicemente osservato, ma esaminato un brano di carne alla volta. Cercò di vincere quell’impressione e si costrinse ad avanzare finché non giunse alla tromba delle scale, schiacciandosi contro il muro per nascondersi. Guardò oltre: nessuno. Alle spalle, lo stesso.
Troppo facile...
Stavolta il Vampiro non commentò la cosa. Aygarth prese un profondo sospiro e, spade pronte all’uso, iniziò a salire, un gradino per volta.

“Lo vedo.”
“Anche io.”
“Quanto ci metterà?”
“Poco.”
“Tutto pronto?”
“Tutto regge, per ora. Ma alcuni reagenti ambientali sono già fuori scala.”
“Abbiamo fatto un’errata valutazione, fin dall’inizio.”
“Forse. In ogni caso, perché sia recuperabile, il contenitore non deve per forza sopravvivere.”
“Di questo sei certo?”
“Aspettiamo.”
Attesero, occultati da ogni sguardo.

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MessaggioInviato: Ven Dic 21, 2012 4:32 pm Rispondi citandoTorna in cima

Galdor aprì gli occhi. Dapprima la stanza apparve bianca come era stato il mondo al termine del viaggio onirico nell’anima di Carnival, poi, pian piano, iniziarono a tornare i colori e le forme. La testa gli martellava, quasi avesse due incudini al posto delle tempie. Si portò una mano al volto per stropicciarsi gli occhi. Si sentiva peggio dell’ultima volta che si era sbronzato e si era risvegliato sul vicolo sul retro della locanda.
Ricordava di essersi messo a sedere, ma ora era disteso per terra, strisciò per riacquisire la posizione seduta, ma si mosse con cautela perché la testa gli girò non appena cercò di muoversi.
“… Maledizione” si lamentò con voce strascicata.
Carnival era al centro della stanza, più o meno nella stessa posizione in cui Galdor ricordava che fosse, ma la vampira non diede segno di essersi accorta del fatto che il guerriero fosse uscito dalla trance.
Carnival sedeva immota, le spalle curve e le mani abbandonate in grembo. I suoi occhi erano opachi, come se il suo sguardo vedesse cose lontanissime dalla squallida taverna dove i tre avevano iniziato il loro viaggio nell'universo interiore della negromante.
La stanza, a parte i lamenti del guerriero, risultava quindi silenziosa, immobile, cosa che non passò inosservata a Galdor, nonostante non fosse troppo lucido. Quando si fu seduto si guardò intorno.
Si accorse dello stato della vampira quindi si accertò della condizione della ragazza.
Astrea giaceva ancora riversa sul pavimento, il guerriero si avvicinò lentamente. La voltò supina e si accorse che il naso aveva sanguinato. Allarmato le tastò il polso e avvicinò il volto a quello di lei per controllare se respirasse ancora.
“Carnival” disse mentre teneva la ladra tra le braccia “ti senti bene?”
Li per li Carnival non diede segno di aver udito, e Galdor dovette ripetere la domanda prima che finalmente ella volgesse lo sguardo nella sua direzione. Gli occhi grigi della vampira sostarono un attimo sul guerriero, come per metterlo a fuoco.
"No. Si! Io ricordo il nome, il suo nome" esitò "Il mio nome."
Solo in quell'istante Carnival sembrò realizzare che Astrea era ancora svenuta. Subito la vampira si accostò a Galdor ma con movimenti stranamente incerti, come se si stesse muovendo su un pavimento fatto di uova.
Carnival allungò una mano a tastare la gola di Astrea "Il cuore batte" disse in tono sollevato, poi si accigliò "Così strano. Non ho bisogno di sentirle la gola, no, io sento la sua vita, si io la sento proprio ora, adesso." la vampira ritirò la mano e la guardò come se appartenesse a qualcun altro.
Il guerriero osservò la vampira nelle sue movenze, il suo modo di fare e il suo sguardo, per controllare se qualcosa in lei fosse effettivamente cambiato dopo l’esperienza da cui erano reduci.
Carnival aveva detto che lo stesso Lao aveva problemi a percorrere la sua mente confusa, ma Astrea c’era riuscita, nonostante fosse giovane e inesperta, l’affetto di Carnival per lei le aveva permesso di entrare in contatto con lei nel profondo, dove, da tanto tempo, non c’era altro che tenebre e oscurità.
“Speriamo che si riprenda presto…” affermò il guerriero carezzando il volto della ladra e ripulendolo dal sangue che le imbrattava la bocca.
“il tuo nome _ continuò rivolto a Carnival _ ce l’hai fatto sudare lì dentro…”
Carnival non rispose subito, ma allungò la destra a carezzare i capelli di Astrea. Nel ritirare la mano, le asciugò con un dito il sangue che colava dal naso della ladra e se lo portò alla bocca, irrigidendosi per un attimo.
"Io...vedo. Non è stato facile, no, non per lei, non per me." sollevò lo sguardo sul guerriero "le sei stato accanto, si. Per questo, io ti ringrazio."
“No, non è stato facile…” disse Galdor guardando Carnival negli occhi. “… e ci sono un po’ di cose che dovrai spiegarmi: persone, eventi… dei…”
La voce non lasciava trasparire palese sospetto, tuttavia le risposte di Carnival sarebbero state importanti, almeno per lui.
"Non si tratta solo di un semplice nome, si, c'è di più, molto di più" la vampira scosse la testa come se volesse schiarirsi le idee "Io mi sento diversa, si, io mi sento strana, così strana. Io mi sento...."
la vampira ricambiò lo sguardo del guerriero con aria vagamente perplessa, come se stesse cercando le parole "...intera? E' questo essere intera? Io non so. Io sono Carnival! Ma...." la vampira abbassò la testa e parve di nuovo confusa "ma sono anche lei. Sono Valeria. Io sono una, io sono...intera. Si. Intera. Una. Cosa vuoi domandarmi?"
Il guerriero sorrise leggermente alle parole di Carnival. “No, non ora… per ora goditi la tua… interezza, Valeria… Carnival… avremo modo di parlare. Vorrò delle risposte da te, ma per averle è bene che prima tu capisca a pieno chi sei, ora che hai fatto pace con il tuo passato…”
La vampira chinò il capo e quando rispose lo fece in tono sommesso, quasi un mormorio "Tu credi? Io non sono sicura, no. Se io ero un'altra persona, una persona completamente diversa, questo significava che lei era morta, perduta, si, ma anche salva. Intatta. Pura.
Se io sono Una, se io sono quello che lei è diventata...." la vampira alzò nuovamente lo sguardo su Galdor e i suoi occhi erano colmi di lacrime scarlatte, una delle quali colò sul suo volto pallido come da una ferita "Capisci? Riesci a comprendere? Questo è il dono che mi ha fatto Astrea-che-ha-promesso, ed è allo stesso tempo dolce ed amaro."
Galdor fu spiazzato dalla reazione di Carnival. “Ricordare può fare male, Carnival…” le disse con voce calma “… Affrontare il proprio passato fa più male, ma non c’è salvezza nell’oblio… La purezza del tuo cuore, di quando non eri ancora stata trasformata, non aveva alcun valore se sepolto e dimenticato dentro di te…”
Si sporse verso di lei e con l’estremità della manica della propria maglia asciugò le lacrime di sangue di Carnival.
“Non piangere e sii forte… solo così quello che sei e quello che sei stata avranno valore per ciò che sarai…”
Il guerriero stirò le labbra in una smorfia che voleva essere un sorriso.
“Forte per chi non c’è più, ma soprattutto per chi c’è ancora…” Concluse abbassando gli occhi sulla ladra che giaceva ancora priva di sensi.
Per un attimo Carnival parve accennare a ritrarsi ma poi lasciò che il guerriero le ripulisse il volto, continuando a fissarlo con inquietante intensità
"Dovrei lasciarla andare" borbottò, parlando ovviamente di Astrea "Come può avere una vita, si una vita normale, una vita qualunque con me accanto? Ma non posso, non voglio. Io non ti capisco, Galdor-uomo-stanco. Qualche volta sei stato gentile con me, si, qualche volta no. Cosa pensi veramente, cosa sono io?"
Il guerriero la guardò negli occhi per qualche istante. “Credo che tu sia molto confusa… ero gentile quando era possibile parlarti, non lo ero quando lasciavi che altro prendesse il sopravvento… Io non lo so chi sei, o che cosa sei, non ho tutte le risposte… ne ambisco ad averle, ma se vuoi posso aiutarti a capirlo.”
"IO so chi sono, ma tu forse, non lo sai" ribatté la vampira "Hai detto: quando 'altro' prendeva il sopravvento? Cosa intendi con 'altro'?"
“Quando lasciavi che fosse il sangue a pensare e parlare per te…” rispose il guerriero sinceramente.
Il volto di Carnival si contrasse nella sua abituale parodia di sorriso "Come il vecchio Lao. Così divertente. Anche tu credi che io non pensi quando faccio cose che a te non piacciono? Anche tu pensi che potrei essere curata?"
Il guerriero si strinse tra le spalle. “Curata… Non ne ho la più pallida idea, ma hai conosciuto Cronista… lui vive una vita normale ora, per quanto ne so vive con Kyla da qualche parte entro i confini del regno.” Le rispose schietto.
Carnival si incupì "Ho visto i suoi ricordi. Lui è stato morso da una Nata, poi è stato aiutato a combattere la sete. Lui non ha dovuto vagare come Zannelunghe Occhirossi, lui non è stato reso schiavo da un negromante, lui quasi non ha mai cacciato, né è stato mai cacciato, si.
Io ho lottato contro le Cose Viventi, si, ho lottato per continuare a esistere. Tutto quello che ho fatto, si, io lo accetto, accetto ogni cosa. Le cose terribili che ho fatto, sono stata io a farle, non ero posseduta, ero io. Io."
Il guerriero scosse la testa leggermente. “Non è nella vergogna il germe del cambiamento…” le disse e per un istante un velo calò di fronte ai suoi occhi. “Bisogna saper accettare quello che siamo stati, solo così troveremo la forza per andare avanti…” concluse, più a se stesso che alla vampira.
"Cambiare, per che cosa? Se io posso accettare ciò che sono, perché voi non potete?" la vampira socchiuse gli occhi "quando siete entrati in me" si batté una mano sul petto "Ho visto alcune immagini, ricordi. Tuoi ricordi. Una ragazza, sofferenza, dolore. Ma non ti accettava forse, lei, per quello che eri?"
Quando Carnival accennò ai suoi ricordi, Galdor rimase a fissarla per qualche istante, lei quindi aveva visto, chi sa se anche Astrea aveva visto.
“Quella è un’altra storia di cui solo Astrea sa qualcosa…” disse con voce più dura. “Anche io ho ucciso, sono stato preda e poi cacciatore per sopravvivere… Quando sei con le spalle contro il muro puoi fuggire o combattere, in ogni caso la terra sarà innaffiata con il sangue, Carnival.”
Il guerriero fece una breve pausa. “Mi chiedi perché cambiare? Per avere la speranza di poter tornare ad essere felici…”
"Così, anche tu hai combattuto e ucciso e fatto cose che non vuoi ricordare. E ancora, combatteresti e uccideresti e faresti ancora quelle cose, se fosse necessario, tu lo hai detto, tu. Se questo è vero, qual è la differenza fra noi? Se mi ferisci, proverò dolore. Se sei gentile con me, io sarò contenta. Se mi accetti per quello che sono, io accetterò te."
“Io non lo so più qual è la differenza tra me e te“ rispose il guerriero. “Ma piuttosto che accettarti ti faccio una proposta, Valeria… Possiamo essere migliori, entrambi… “
La vampira rimase a lungo in silenzio, riflettendo sulle parole del guerriero. Sembrava incerta, confusa e guardava Galdor come se lo vedesse ora, per la prima volta.
"Mi piacerebbe se continuassi a chiamarmi Carnival" disse infine a voce bassa "E' un nome che ho portato quasi quanto quello che mi fu dato alla nascita, ed è giusto, appropriato. Mio. Cosa sono io? Non sono normale nemmeno come vampiro, no. Sono un esperimento, un fenomeno, si. Qualcosa che non dovrebbe esistere. Ho ucciso e ucciso e ucciso. Tu hai visto le anime, le anime che ho divorato. Ho riposto la mia fede nella Dea della Morte. Credi ancora che potrei essere migliore? E come?"
“La Morte ci accompagna qualunque sia la strada che imbocchiamo, con o senza la nostra fede, Carnival.” Iniziò Galdor.
“E le nostre mani sono sporche di sangue, ma c’è sempre una speranza… Vuoi sapere come essere migliore? Non lo so, ma credo che ambire ad esserlo sia un buon primo passo… a cui dovranno seguirne altri che scopriremo col tempo.”
"Vuoi ancora lottare" constatò la vampira "ma nell'accettazione si può trovare la pace. Siamo quello che siamo. Perché tormentarsi, soffrire? Ho visto, fatto, troppe cose. Non posso tornare indietro, non posso essere come lei, non più" mentre parlava Carnival accarezzò piano il capo di Astrea.
Galdor abbassò lo sguardo su Astrea prima di parlare “Credo che il punto non sia tornare indietro, quanto andare avanti.” Sospirò “Io un giorno morirò, presto o tardi, vecchio o ammazzato, ma voglio sperare di avere ancora modo di combinare qualcosa di buono nella mia vita, ma il tuo tempo non finirà fino a quando tu non deciderai che sarà ora, nulla può impedirti di andare avanti…”
"Io voglio esistere" disse semplicemente la vampira tenendo lo sguardo su Astrea "E non voglio più restare sola" aggiunse dopo qualche istante "Io avevo dimenticato, si dimenticato, parlare la sera accanto al fuoco, ridere, non essere soli. Dimenticato." la donna alzò nuovamente gli occhi su Galdor "Sarai gentile con Carnival?
Il guerriero rispose con un cenno del capo guardando Carnival negli occhi. “Lo sarò”
Carnival protese la destra verso Galdor ma si bloccò a metà del gesto per un momento, incerta, poi con un sorriso sorprendentemente timido accarezzò il capo del guerriero in una di quelle moine che solitamente la negromante riservava ad Astrea .
"Lei ha fiducia in te, e io penso che tu sia un uomo buono, Galdor-che-ha-speranza " mormorò "forse ci saranno sempre differenze fra noi, si, ma possiamo essere amici."

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MessaggioInviato: Sab Gen 05, 2013 12:56 pm Rispondi citandoTorna in cima

Lao rallentò il ritmo della corsa, alzando lo sguardo dalla traccia del fabbro. Qualcosa, il suo istinto forse, lo spronarono a stare in guardia. La foresta, fino a quel momento muta testimone della sua cerca, si era d’un tratto trasformata ai suoi occhi in una silenziosa minaccia, qualcosa che attendeva solo il momento buono per ghermirlo. Cercò di accellerare di nuovo ma le gambe non gli obbedirono.
Che diamine... una semplice foresta mi mette addosso tanta soggezione? scosse la testa con un moto di rabbia e riprese a guardare le tracce di Aygarth. Ecco, bravo. Pensa solo a lui. E a quante gliene darai quando lo trovi. Espanse la mente, alla ricerca della causa del suo turbamento. Miglia di vegetazione si affacciarono alle sue percezioni, quiete e in attesa. Eppure in mezzo a tanta apparente pace qualcosa non quadrava. Bestie, uccelli persino gli insetti. Tutto era silenzioso, troppo, e in attesa. In attesa? No. Sono nascosti. Sono impauriti.
Questa volta il vecchio fermò la sua corsa. Ricordava quella sensazione. L’aveva già sentita. Non solo, l’aveva VISTA. Era in sottofondo ad una delle sue visioni con Aygarth. Si dette una manata alla fronte per la sua dimenticanza. Mentre era nella mente del giovane aveva visto una foresta, QUELLA foresta, e tra le fronde...
“No. Mi sto sbagliando. Mi DEVO sbagliare. Non può essere così ebbro di pazzia da andare...” la frase gli si troncò in gola. Dette un fugace sguardo alla pista controllandone la direzione prima di discostarsi verso sinistra. Subito trovò quello che cercava: un abete che svettava su tutti gli altri. Rapido afferrò uno dei rami più bassi e cominciò la scalata.
Lao se una volta in vita tua devi sbagliarti fa che sia questa. FA che sia questa.
Gli ci vollero pochi minuti per arrivare in cima. Da lì il suo sguardo abbracciava l’orizzonte per almeno due chilometri. Scrutò in tutte le direzioni, alla ricerca di qualsiasi segnale anomalo.
Sbagliati, sbagliati, sbagliati, sbagliati... Ah mé£$@!
Schermò gli occhi con la mano. A circa un chilometro e mezzo, forse due, si innalzava una costruzione: una possente piramide a gradoni, forse vestigia di un qualche passato dimenticato. Lao riusciva a vederne solo la parte terminale oltre le cime degli alberi ma tanto bastò alla sua memoria. Era identica alla visione.
“Ecco dove mi portano le tracce...” borbottò tra sé quasi sconsolato. “Io porterò anche sfortuna ma tu Aygarth sei un imbecille se sei andato lì.” Rapido come una scimmia scese dall’abete e tornò sulla pista, riprendendo a seguire le tracce del fabbro. Mentre correva la sua mente lavorava in maniera furiosa. Frugò nella memoria ogni granello di conoscenza sugli Inquisitori. Come agivano quando stabilivano una base, come la difendevano e con quanti uomini. La bocca gli si distorse in un ghigno. Quelle informazioni erano tutte giuste, la sua memoria mai lo aveva tradito, ma erano anche vecchie di decenni. E c’erano i Mietitori con cui trattare.
Sto per dare assalto ad una fortezza, senza la giusta preparazione. si rimproverò divorando la distanza che lo separava dall’obbiettivo. Quando ebbe più che dimezzato la distanza si bloccò, osservando i dintorni. Rifletti. Inutile passare dalla stessa strada di Aygarth, devo trovare la mia entrata e poi raggiungerlo quando sarò dentro. Se anche riesco ad assaltare l’interno prima di lui attirerò comunque l’attenzione. E gli faciliterò il compito. deviò verso destra, avvicinandosi con un lungo giro allo ziggurat. Procedeva furtivo la sua marcia ebbe breve durata. La linea della vegetazione si interrompeva bruscamente e ben presto gli fu chiaro anche il perché: uno strapiombo si aprì davanti a sé, dividendo la foresta dalla costruzione. Lao scrutò oltre: il muro era liscio, nessuna traccia di entrate o simili.
E quindi niente sentinelle. Spero. volse la sua attenzione al baratro: impossibile saltarlo, né scendere per poi arrampicarsi dall’altra parete. Girò le spalle e concentrò il suo potere. La vegetazione parve tremare sotto la spinta della sua telecinesi. Uno degli alberi più grandi, una specie di sequoia, prese ad oscillare come danzasse e in breve le radici si sollevarono dal terreno. Lao usò il minimo indispensabile di potere per muoverlo e metterlo in orizzontale a formare un ponte sul baratro, attento a non fare eccessivo rumore. Gettato il passaggio di fortuna lo attraversò d’un lampo, fermando la sua corsa solo quando fu a ridosso del muro.

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MessaggioInviato: Lun Gen 07, 2013 5:13 pm Rispondi citandoTorna in cima

Pessima idea…
Lao avanzò lungo la piramide a gradoni, una mano sulla pietra come a cercare una guida.
La peggiore della mia lunga e felice vita...
La sua mente riusciva ad espandersi a fatica da quando aveva varcato il burrone, appannando le sue percezioni. Si aspettava di trovare delle difese, ma non così forti. E la sua mente non trovava nessuna traccia di Aygarth. Arrivato all’angolo si arrestò addossando le spalle alla parete. Tese l’orecchio finchè non gli parve di sentire qualcosa, un mormorio di voci umane. Con cautela infinita si sporse oltre l’angolo e lanciò un occhiata oltre. Ebbe appena il tempo di notare delle figure a qualche decina di metri da lui prima di ritrarsi fuori vista.
Va bene… Cominciamo a ballare.


Quel silenzio non gli piaceva. Aygarth sbirciò oltre la curva a gomito delle scale e spiò oltre, in direzione del pianerottolo. Una grossa porta di legno gli sbarrava la visuale e, oltre di essa, non trapelava suono alcuno. Per un attimo fu tentato di espandere la Forgia per assicurarsi il via libera, eppure dentro di sé ebbe la sensazione che non sarebbe servito a niente.
Avanzò, le spade in pugno, fino all'uscio. Armeggiò con il pomolo e notò che non era serrato. Sospinse il battente con cautela e si ritrovò in un corridoio disseminato di porte. La vaga rassomiglianza con un formicaio non lo confortò.
E' impossibile che sia tutto deserto!
Piantala con le ovvietà e datti una mossa, idiota!
CHIUDI IL BECCO!
Con la rabbia in corpo, Aygarth azzardò qualche passo all'interno, ma subito si bloccò quando percepì l'improvviso suono, come di macchinari che sferragliavano, provenire da oltre una delle porte nell'area centrale del corridoio, che dopo una ventina di metri compiva l'ennesima curva a gomito. Stringendo l'impugnatura delle spade gemelle, il giovane fabbro si portò radente al muro, giungendo all'uscio nel momento esatto in cui il baccano cessò. La curiosità lo faceva ardere.
Non perdere tempo!
Per la prima volta, Aygarth ignorò completamente la voce del Vampiro. Girò il pomello e sbirciò.


Lao osservò per un attimo la parete della piramide a gradoni. Era liscia, ma scalabile se si sfruttavano le intersezioni tra blocco e blocco. Facendo il minimo rumore possibile cominciò la salita, fermandosi al quinto gradone, dieci metri più sopra. Strisciando su di esso svoltò l’angolo e si avvicinò a dove aveva scorte le figure.
Sono cinque. Non li posso eliminare in silenzio tutti di un colpo.
Man mano che si avvicinava riuscì a scorgere nuovi dettagli. La tenuta era quella degli Inquisitori combattenti, ma questi portavano una corazza sopra le tuniche ed erano armati sia di balestre che di spade. A rischio di farsi scoprire Lao sporse la testa quando ormai distava meno di cinque metri da loro.
Sì! Sorvegliano un portone.
Silenzioso come un gatto riuscì ad arrivare proprio sopra l’arcata. Ascoltò per quasi un minuto le chiacchiere delle guardie senza però riuscire a raccogliere una sola informazione utile. Lo sguardo si spostò verso la boscaglia, distante qualche decina di metri. Lo spazio tra la piramide e la foresta era stato ripulito accuratamente, e niente vi cresceva.
Toc! Toc!
Si concentrò su una macchia di cespugli e liberò una stilla di telecinesi. Le fronde cominciarono a muoversi come se qualcuno vi si nascondesse dietro in maniera maldestra. Gli Inquisitori si zittirono immediatamente e alzarono le armi, osservando guardinghi la foresta.
“Chi va là!” il grido del più anziano dei cinque ricevette come unica risposta una nuova emanazione della mente di Lao, che smosse la boscaglia a zig zag.


Per la prima volta in vita sua, Aygarth maledì se stesso e la sua curiosità.
La stanza era un enorme macchinario, un insieme di tubi, di valvole e di rubinetti a ruota che stipavano la stanza senza lasciare neanche un centimetro libero per potervi entrare. Un enorme intestino di ferro, che tremava e rombava. Pennacchi di vapore fuoriuscivano da alcuni sfiatatoi posti sulla sommità e l'odore che permeava la stanza gli ricordò la Fornace nella rocca di Damarios. I suoi occhi si posarono su una grossa vasca ricolma di un liquido porporino, che di tanto in tanto veniva rivelato in un alambicco più piccolo a intervalli regolari, dal quale poi veniva convogliato in altri recipienti semitrasparenti in cui, a giudicare dalla reazione scatenata, dovevano servire come combustibile per qualcosa. Di tanto in tanto, una ruota dentata - ecco da dove veniva il rumore! pensò - compiva un giro completo liberando sul pavimento un liquido denso che spariva in una grata posta al centro della stanza.
La sorpresa iniziale di Aygarth si tramutò in orrore quando vide galleggiare nella vasca semitrasparente quello che sembrava un cuore umano.
Con la gola serrata in un conato, chiuse la porta e corse nel corridoio.


Tre inquisitori si mossero nella direzione del rumore. Lao li lasciò allontanare una decina di metri prima di scendere alle spalle dei due rimasti. Si mise in piedi sopra l’arcata e trattenendo il respiro pur di non far rumore si gettò oltre. Appena i suoi piedi toccarono terra calò entrambe le mani a tagli sulle nuche degli Inquisitori, che si accasciarono senza un grido né un gemito. Prima ancora che toccassero terra Lao afferrò le loro tuniche e ne accompagnò la caduta. Un rapido sguardo ai tre nemici rimanenti gli diede una scarica di adrenalina: non si erano accorti di lui. Concentrò la sua mente fino a trovare nella boscaglia qualcosa di adatto a ciò che aveva in mente e la sollevò con la massica cautela. I tre Inquisitori sentirono appena uno scricchiolio tra le fronde, troppo poco per metterli in guardia dal tronco che dopo un attimo uscì dal folto colpendoli contemporaneamente al volto con la potenza di un maglio. Stramazzarono a terra con la testa spaccata.
Ora viene il brutto... con queste parole che rimbombavano nella testa Lao afferrò una chiave dalla cintola di uno dei suoi nemici e si avvicinò alla porta.

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Lorenzo Ferretti
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MessaggioInviato: Mar Gen 08, 2013 9:52 pm Rispondi citandoTorna in cima

Alcune ore dopo gli avvenimenti che vedono coinvolto Lao all'ingresso della piramide

Doveva essere all'incirca mezzogiorno, il sole era quasi allo zenit. Magistra e Ulkos avevano passato buona parte del loro tempo a capire dove poter passare il burrone ed erano andati ben oltre il punto in cui il vecchio ponte era crollato. Le loro ricerche non avevano dato un buon esito, il burrone continuava a rimanere invariato per miglia e miglia, apparentemente.
Quando tornarono al loro accampamento improvvisato, entrambi si bloccarono, fissando un punto che si trovava ad alcune centinaia di metri da loro, nella direzione opposta alla quale avevano cercato per tutta la mattinata.
"Ma che..." cominciò a dire Ulkos.
Un enorme albero er stato abbattuto e congiungeva ora entrambe i lati del burrone. Una sequoia impressionante, strano che non avessero sentito nulla.
Magistra, dal canto suo, sorrise in modo enigmatico.
"Quello, Ulkos, è il chiaro passaggio di un amico"
Il licantropo si voltò a guardare la sua compagna di ricerca, ed improvvisamente capì chi potesse essere stato a fare una cosa del genere. Solo un uomo, di sua conoscenza, aveva un potere tale da poter sradicare un albero nel massimo silenzio e deporlo sopra ad un burrone: Lao.
Con un sorriso, si avviarono immediatamente verso il ponte naturale, scrutando ogni tanto dall'altra parte del precipizio. Non pareva esserci nessuno per il momento.
Quando arrivarono a destinazione, notarono come l'albero abbattuto in realtà fosse molto più grande di quello che era loro sembrato qualche centinaio di metri più in là.
Ulkos fischiò. "Però, complimentucci, Lao..."
Con un balzo saltò sulla prima radice, issandosi poi sul tronco con un agile balzo. Digrignò leggermente i denti, quando la ferita al fianco si fece sentire di nuovo.
"Pensi di farcela?" gli chiese sarcastica Magistra, che era salita subito dopo di lui.
"Se ce la faccio? Diamine, se non ce la facessi ora sarei costretto a ritirarmi!" rispose lui, iniziando ad attraversare di corsa il baratro. Arrivati dall'altra parte, i due si fermarono: cominciava la parte difficile...

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MessaggioInviato: Mer Gen 30, 2013 12:59 am Rispondi citandoTorna in cima

Tutt'attorno a sè non c'era che nebbia, nebbia e vaghe figure i cui contorni riusciva solo vagamente a intuire in quel mare latteo nel quale le pareva quasi di affogare.
Avanzava con cautela, un pugnale stretto in ciascuna mano, ma nonostante i suoi sforzi non sembrava fare molti progressi e quel che è peggio, aveva la sensazione di essere seguita, che qualcuno o qualcosa in quella nebbia la stesse osservando, ma non riusciva a
distinguere nulla...solo qualche vago accenno, che poteva o non poteva essere un movimento, talmente indefinito da non essere nemmeno certa di averlo veramente veduto.

Infine si fermò, stanca di quell'inutile vagare "Se almeno capissi come accidenti sono finita quaggiù!" sbottò ad alta voce, desiderando forse inconsciamente di poter udire un qualche rumore in quel silenzio umidiccio. Poco prima era nel profondo dell'anima di Carnival insieme a Galdor, poi all'improvviso c'era stata una gran luce bianca e ora...ora
si trovava perduta in un mare di nebbia "Se questo è un altro viaggio interiore o qualcosa del genere, beh, io sono stufa" alzò la voce pestando un piede per terra "Mi sentite? SONO STUFA!"

"Noi ti vediamo."

La ladra sobbalzò e quasi lasciò cadere i pugnali...una risposta alle sue lamentele era l'ultima cosa che si aspettava.

"Chi...chi siete?" disse dopo un attimo stringendo più forte le armi che teneva in pugno, come se il semplice contatto le desse forza.

"Nessuno. Ombre. Fantasmi."

"Cosa volete da me?"

"Cosa vuoi TU, da noi?
Noi ti vediamo, Astrea dai molti nomi
Astrea la ladra
Astrea la ragazzina
Astrea dagli occhi verdi
Astrea-che-ha-promesso
Astrea che ha cambiato il futuro"


La ladra si accigliò "Quale futuro?"

Il nostro futuro.
Là, nella Rocca, noi speravamo di essere finalmente liberi, liberi da lui
Dovevate solo ucciderlo, e nient'altro
Ma tu, tu ti sei intromessa
Hai salvato un'anima, hai dannato tutti noi
Servi, servi per sempre
E ora, grazie alle tue azioni, un Senzamorte cammina sulla terra, ancora una volta"


"Senzamorte?" ripetè la ladra in tono interrogativo per quanto avesse un'idea precisa di chi fosse la persona a cui si riferivano quelle Ombre voleva che continuassero a parlare in modo da vederci più chiaro.

"Tre sono le stirpi dei bevitori di sangue;
Nati, i riluttanti, coloro che si nascondono
Creati, gli assassini notturni, resi folli della Sete
Senzamorte, i trasformati, consacrati alla trista Dea

Come te anch'ella possiede molti nomi
Senzamorte
Divoratrice di Vita
Ladra d'Anime
Valeria
Carnival


"Voi non sapete nulla di lei" ribattè la ladra seccamente. Cominciava ad essere stanca di discorsi sulla natura e l'inevitabilità delle cose.

"Sappiamo quello che abbiamo visto.
Quelli che ha ucciso e divorato e assorbito e reso suoi.
Ora sono parte del suo sangue, parte della sua anima.


Mille voci parvero riprendere le ultime parole dell'ombra e ripeterle in maniera ossessiva all'orecchio della giovane ladra.

Parte del Sangue, Parte dell'Anima
Parte del Sangue, Parte dell'Anima
Parte del Sangue, Parte dell'Anima


"Se quello che dite è vero, perchè parlarmi soltanto ora? E' passato un anno da quando abbiamo ucciso Damarios e Carnival non è più la stessa persona che ho incontrato in una cella nel profondo della Rocca."

Noi ti vediamo.
Anche tu non sei più la stessa.
I tuoi occhi penetrano il buio.
La tua mente percepisce i suoi pensieri.
Il tuo sangue è infetto, il suo veleno è passato in te.
Aggiungerai un nuovo nome a quelli che già possiedi?


"Non desidero divenire un vampiro!" ribattè Astrea con veemenza.

Quello che desideri potrebbe non avere l'importanza che credi
Tu confidi nelle sue promesse,
ma è facile parlare quando non si è messi alla prova.
Cosa accadrà quando giungerà il tuo momento
e lei dovrà scegliere fra guardarti morire e renderti come lei?
Forse sceglierà di assorbire la tua anima in modo
da renderti Una con lei, per sempre


Astrea rimase per un attimo interdetta, perchè quel modo di ragionare pareva adattarsi al modo di pensare distorto tipico di Carnival ma presto rigettò quel dubbio. Astrea non si faceva illusioni sulla vampira, ma nonostante ciò era giunta ad aver fiducia in lei, come se davvero fossero sorelle.

"Smettetela di assillarmi e ditemi una buona volta cosa volete da me. Sono stanca di questi giochetti!" sbottò, voltandosi per andarsene. Non che pensasse di poter andare lontano in quella nebbia, era soprattutto un gesto di esasperazione.
Prevedibilmente, le ombre la seguirono, rimanendo sempre appena al di là della sua percezione, figure e movimenti indistinti in mezzo ad un mare di nebbia.

Noi ti vediamo.
Ma non possiamo fare altro.
Siamo Ombre, Fantasmi.
Per sempre legati alla sua volontà.
In nome dell'antico Patto, in nome del Libro.
Privi di sostanza a meno che ella non ci evochi.
Una strada è stata tracciata per noi come per lei.
Lunga e sanguinosa è la storia dei Senzamorte
E di coloro che adorano la cupa Dea.

Noi ti vediamo.
Le tue azioni hanno salvato la sua esistenza
Le tue azioni l'hanno resa più forte
Tu sei responsabile per lei
per ciò che farà della possibilità che tu le hai donato.


"Io non posso decidere per Carnival nè essere responsabile per le sue azioni. Ciò che Lao ha cercato di fare, ciò che io ho cercato di fare, è stato aiutarla ritrovare sè stessa, ma sarà lei a decidere cosa fare della sua esistenza."

Un lungo silenzio seguì quelle parole.

Noi ti vediamo.
Tu hai fiducia in lei


"Si" rispose Astrea in tono fermo.

Eppure è una Senzamorte, un Vampiro
Condannata a bere il sangue dei viventi per sostentare la sua esistenza
E a divorare anime per riempire il Vuoto che è dentro di lei


"Cronista è un Vampiro, ma ha trovato un modo per trascorrere la sua esistenza in mezzo ai vivi, senza bisogno di fare del male a nessuno, senza bisogno di uccidere. Anche Carnival troverà la sua via."

Cammini su un sentiero pericoloso giovane Astrea,
un sentiero che corre sull'orlo del precipizio.
Sii cauta ed ascolta il nostro ammonimento
se non vuoi diventare una pallida Ombra, come noi


Le ultime parole dell'Ombra parvero arrivare da una lunga distanza mentre la nebbia attorno alla ragazza parve farsi più fitta e più buia

Ti stai allontanando e presto non potremo più raggiungerti
Ricorda:
Questo non era un sogno
Noi ti vediamo.

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MessaggioInviato: Sab Mar 02, 2013 12:00 pm Rispondi citandoTorna in cima

Il cuore gli batteva forte. Era orripilato. Ne aveva visti di scempi, nella vita, ma vedere dei corpi umani fare da ingrediente per chissà quale composto superava anche le più folli visioni di Damarios.
Aygarth si fermò solo all’imboccatura della curva a gomito, respirando affannosamente per riprendere il controllo. Doveva dominarsi, si rimproverò, non era più un ragazzino. Eppure quella vista lo aveva scosso nel profondo. Per un attimo si chiese se sarebbe stata quella la sua fine, se quella notte ad Athkatla non avesse avuto il meglio sui Mietitori. Poi scacciò il pensiero.
Concentrati!
Lo fece. Provò a tendere la Forgia e trovò l’eco di una risposta. Zadris. Non era lontana. Il fatto, però, di non sentire nessun altro non gli piaceva per niente. Lo faceva sentire indifeso, a schiena scoperta. Stavolta ignorò ogni rumore proveniente dalle porte limitrofe, alcuni simili alla camera degli alambicchi, altri invece di ignota natura di cui non si prese la briga di controllare. Se davvero stava succedendo qualcosa, là dentro, se ne sarebbe occupato solo una volta recuperata l’alabarda. Dopo, avrebbe potuto dar sfogo a ogni cosa.
Sbirciò oltre l’angolo e notò che il corridoio proseguiva ancora per poi svoltare a gomito qualche decina di metri più avanti. Sale a spirale, pensò, prima di proseguire. Non capiva, tuttavia, perché il segnale di Zadris si limitasse a un semplice rintocco nella sua testa, anziché la voce vera e propria. Era il luogo a schermarla? Era qualche altra prigione? Non lo sapeva e decise di preoccuparsene a tempo debito. Ora c’era la Forgia da rispettare, a cui obbedire. E lui non aveva intenzione di tirarsi indietro.
Il prurito nella sua mente si fece più vivido. Si soffermò dietro una porta. Era combattuto tra prudenza e irruenza. Zadris era dietro quell’uscio, in quella stanza. Espanse ancora le percezioni, e sentì solo lei; il resto era grigio. Eppure non gli piacque.
Sospinse il battente e sbirciò, le lame pronte.
Lui però non fu pronto a quello.
“Zadris...”


Buio. Un oscurità nera come la pece accolse Lao. Richiuse la porta alle sue spalle con cautela ma persino quel rumore così fievole rimbombò come un tuono nell’oscurità.
Decisamente quello che so ormai è datato. pensò tra sé il vecchio muovendo qualche passo in avanti. Si sentiva immerso nell’inchiostro, gli occhi erano completamente ciechi. Espanse le sue sensazioni tentando di trovare qualche punto di riferimento. Nulla, qualcosa gli impediva di sentire più in là di tre metri. D’improvviso sentì un brivido gelido corrergli lungo la schiena. Paura forse? Scacciò quella sensazione e cominciò ad avanzare nel buio.
Camminò guardingo, le braccia alzate di fronte a sé a protezione del corpo. Il brivido si stava man mano trasformando in qualcosa di ben più pesante ed intrusivo. Una sensazione di allarme che rimbalzava nella sua testa ma che sentiva non appartenergli. Rapido alzò delle barriere mentali ma la sensazione non sparì, anzi se possibile si fece ancora più pressante ed intrusiva. Affrettò il passo, calcolando mentalmente la distanza che percorreva. Dopo una quindicina di passi qualcosa di duro andò a toccare le sue mani, una superficie liscia e verticale. Quasi esplose in un grido per la sorpresa. Sembrava legno al tocco eppure le dita gli trasmettevano una sensazione di ribrezzo. Quando cercò di staccarsi scoprì con orrore che le sue mani erano adese alla porta.


L’interno era spoglio e oscuro. L’unica cosa che Aygarth scorse, al centro di quell’ampio androne, fu una teca di vetro. Dentro di essa, galleggiando nel mezzo anche se era impossibile da immaginarsi data la sua natura, c’era l’alabarda.
Aygarth dovette dominare l’impulso naturale di precipitarsi da lei. Calcò un passo dietro l’altro in quell’oscurità tutt’altro che amichevole. Le spade a scudo, i sensi all’erta, gli occhi che saettavano da una parte all’altra cercando di carpire qualche altro dettaglio sfruttando nient’altro che il bagliore iridescente della teca. Sembrava un sarcofago per una reliquia, eppure la sola vista gli diede i brividi.
Zadris!
Un lieve ribollire nel liquido della bolla sembrò salutare il suo richiamo. Aygarth avanzò con la chiara sensazione di essere spiato, una sensazione che non riusciva a scrollarsi di dosso, e a ragione. La penombra era profonda, ma non osò usare i sensi del Vampiro. Non voleva farlo emergere ora, come se quel momento di ritrovo fosse di un’intimità tale da non condividere con nessuno.
Zadris...
Perché ancora non sentiva la sua voce, benché ne avvertisse il tocco? La Forgia sottolineò quella considerazione con un bruciore acuto che gli pizzicò le tempie. Cercando di non badare al fastidio, Aygarth percorse i pochi metri che lo dividevano dalla teca. La cosa che più lo sorprese era che dentro quella stanza non v’era una sola parvenza di suono; anche il fruscio dei suoi passi sembrava inghiottito dalle pareti, e in egual modo i rumori esterni non riuscivano a oltrepassarle.
Non gli piaceva.
Zadris!
Si chinò su quella sottospecie di sarcofago trasparente. Chiamò ancora, con la mente, e ricevette in risposta solo una sorta di eco. Ne tastò la superficie, aspettandosi una reazione ostile, ma toccò solo il liscio del vetro e nient’altro. Eppure non capiva. Non aveva senso.
Non gingillarti in mille supposizioni e sbrigati! Non siamo certo ospiti!
Maledicendo per l’ennesima volta l’intruso nella sua testa, Aygarth saggiò la teca con la lama della spada. Sembrava spessa, a giudicare dal suono che il metallo fece sul vetro. Che razza di lega era? Non se ne curò e dopo aver preso la giusta misura provò a menare un fendente con tutta la forza che aveva nel braccio.
Niente.
La lama rimbalzò come se anziché vetro avesse cozzato contro del metallo. Aygarth rimase a guardare istupidito la spada, come fosse un pezzo di bambù, prima di tornare a osservare la teca. Dopo due secondi, menò un altro fendente. E un altro. E un altro. Non una sola scalfittura, non una sola scheggia venne sollevata da quei colpi.
Zadris!
Come in risposta al suo rabbioso richiamo, il liquido nella teca ribollì di nuovo.


“Dici che ci proverà?”
“Ne sono sicuro.”
“Potrebbe dare risultati imprevisti.”
“I risultati previsti non porterebbero alle scoperte, e questo lo sai. Dobbiamo capire.”
“Confesso che non avevo mai visto una simile reazione.”
“Credo non sia magia, quella che abbiamo di fronte. Non del tutto. Ha una fonte antica. Troppo antica.”
“Pensi sia...?”
“Non azzardo nulla. Ma dobbiamo considerare l’ipotesi. Per questo dobbiamo esaminarla.”
“Avrai un sospetto, almeno...”
“Ne ho tanti. Ma è inutile parlarne. Procediamo per gradi. Senza interferire.”



Dannazione! Con uno strattone Lao tentò a più riprese di staccare le mani dalla porta, ma invano. Ad ogni suo sforzo la sensazione di gelo lungo la schiena si faceva più forte, più intensa e più intrusiva. No, non era una sua percezione, adesso ne era sicuro. era qualcosa nella stanza, un presenza o peggio, che scavava dentro di lui come un tarlo.
Definizione?
Quelle parole scoppiarono nella sua mente con la stessa forza di una valanga. Era una voce androgina, ferma e dura come acciaio. Gli dava i brividi.
Definizione?! tuonò una seconda volta, lasciandolo inebetito a guardare il buio davanti a sè. La porta, la stanza. E’ come se avessero una coscienza riuscì ad articolare il pensiero prima che dalle sue dita incollate al legno una scarica di dolore gli pervadesse il corpo costringendolo in ginocchio.
ERRATO. DEFINIZIONE! Come a confermare quella richiesta il legno tremò e altro dolore scosse le membra di Lao, togliendogli il fiato. Con uno sforzo incredibile riuscì a creare una barriera psichica attorno alla sua mente e la sensazione di gelo alla schiena si attenuò fino a divenire qualcosa di remoto. Sentiva però che quella difesa era sotto attacco continuo e che non sarebbe durata a lungo. Si rimise in piedi e concentrò all’interno dello scudo mentale tutta l’energia che potè. Appena prima che questo cedesse il colpo psichico partì con un ruggito e si infranse contro la porta. Il legno gemette come una persona viva, piegandosi in maniera innaturale pirma di spaccarsi in tanti pezzi e liberare le mani del vecchio. Con passo incerto Lao si avviò nel passaggio appena aperto e quasi si stupì quando i suoi occhi tornarono a funzionare. Davanti a lui si apriva un corridoio che andava a perdersi nell’oscurità, male illumunato da lampade ad olio. Appoggiò una spalla alla parete e si guardò le mani. I polpastrelli avevano la carne sul vivo, la pelle dura e callosa come pietra pomice era stata strappata via.
Troppo Datato. pensò tra sè riprendendo fiato.

Ancora. E ancora. E ancora.
Non voleva cedere. Non voleva rassegnarsi, benché avesse sotto gli occhi l’invulnerabilità di quel cristallo che si beffava persino delle resistenti lame delle spade. Aygarth colpì finché ebbe forza nelle braccia, infine fu costretto a fermarsi perché il formicolio e il senso di bruciore ai muscoli stava diventando insopportabile. Ansimò cercando di riprendere le forze, senza distogliere lo sguardo dalla teca nel quale il liquido, di tanto in tanto, sembrava produrre delle bollicine qua e là. Ai suoi occhi, sembrò che gli ridesse in faccia.
“Zadris!”
Menò un ultimo colpo prima di abbandonare le spade, sfinito. Dentro di sé la Forgia scalpitava come un cavallo imbizzarrito, togliendogli brandelli di lucidità. Lui soffocò nel petto un ruggito di collera e si avventò sulla teca, nell’insano tentativo di divellerla con la sola forza fisica. Come sospettava, il vetro non si mosse di un millimetro, né era plausibile che quell’affare avesse un coperchio.
“Zadris...”
Gli giunse appena il lamento dell’alabarda, prima di spegnersi.
Aygarth la fissò mentre galleggiava nel liquido. Continuò a fissarla.
La vide come una lancia di luce, in un mondo grigio.
La vide come un sole rosso in un mare di sangue.
Sangue.
Il respiro si eclissò, il cuore diede ancora un battito e poi cessò.
Stavolta lo percepì, il cambiamento. Stavolta lo chiamò a sé. Non ci furono voci tentatrici, non ci furono coscienze aliene a spronarlo. Lo invitò a prendersi possesso del suo corpo.
Artigli.
Forgia.
Calore.
Eruppe insieme, tutto se stesso, in un solo battito di ciglia.
Come un’animale su una carcassa, Aygarth si avventò sulla teca, balzandovi sopra e stringendola in una morsa micidiale prima di premere le dita sulla parte superiore. Bruciò, e bruciò ancora, nello stridio degli artigli sul vetro. Poi li puntò, mettendo in quel tocco tutta l’energia che aveva.
Premette.
Ancora.
Ancora.
La Forgia emise un urlo che non trovò mai la via della gola. Urlò in lui fino a fargli obliare ogni pensiero.
Alleanza!
Lui obbedì, un gesto naturale, come il respiro di cui non sentiva la mancanza. Continuò a premere, con le mani ardenti come lava. Premette, con tutta la forza che aveva in corpo.
E un artiglio perforò il vetro.


Con uno sforzo Lao si staccò dalla parete, indugiando prima di percorrere il corridoio con passi incerti. Ora che la stanza d'ingresso non bloccava più le sue percezioni sentiva la piramide attorno a lui come un formicaio in frenetica attività. Zone di luce con decine di auree diverse, e zone d'ombra che all'apparenza erano vuote e impenetrabili. C'era gente dentro la piramide, molta gente. Alcuni di loro si avvicinavano.Cercando di non pensare ai palmi delle mani feriti prese a percorrere il corridoio con maggiore velocità. Gli occhi cercavano un luogo atto a nascondersi, la sua mente invece scandagliava furiosa alla ricerca di Aygarth.


Prima una crepa, poi una seconda. Infine una fitta ragnatela. Gli artigli scavarono sempre più, animati dalla sua rabbia. La sua pelle incontrò finalmente il liquido e non badò nemmeno alla scudisciata di dolore derivante da quel contatto. Aygarth premette finché ritenne di avere abbastanza appiglio, poi, con un solo movimento delle braccia, tirò a sé.
La parte superiore della teca andò in frantumi come se fosse esplosa dall’interno. Non appena esposto all’aria, il liquido evaporò in una nube accecante, ma i suoi polmoni, non animati dal respiro, non risentirono di alcun effetto tossico. Con altri due pugni, fracassò il vetro a sufficienza perché potesse finalmente divellere Zadris dalla sua prigionia. L’afferrò, e finalmente ne sentì la voce.
Detentore!
Sono qui!
Detentore, sono dappertutto! DAPPERTUTTO! FUGGI! Gli Uomini-Spettro ti osservano! Gli Uomini-Spettro sanno e vogliono ancora sapere! FUGGI!


Il formicaio si è appena trasformato in un vespaio. E a me tocca usare solo i piedi maledizione. pensò Lao tra sè aumentando l'andatura fino a trasformarla in una veloce corsa. Incrociò le braccia accellerando quando finalmente vide cinque sagome indistinte farsi strada nel corridoio.
Cinque? Perchè cin... mé£$@!
Davanti alla pattuglia di Inquisitori si ergeva un Mietitore, tenuto al guinzaglio come un cane da caccia. Come tutti i suoi simili non aveva orbite oculari, eppure si accorse di Lao immediatamente. Con un ruggito che fece risuonare come una campana il corridoio si slanciò alla carica contro il vecchio, trascinando nella sua foga l'Inquisitore che lo teneva alla catena e che riuscì solo dopo due metri a staccarsi.

Qualcosa in Lao urlava di fermarsi e voltare le spalle ma non vi badò, anzi aumentò ancora la sua corsa. Dare la schiena a quella creatura in uno spazio così ristretto equivaleva a suicidio. Attese fino a diminuire la distanza a meno di tre metri e spiccò un salto in avanti, benedicendo mentalmente l'architetto che aveva creato soffitti abbastanza alti e pregando che il Mietitore saltasse più in basso. La bestia protese le braccia in avanti e saltò a sua volta, quasi all'unisono con lui. Ma in linea retta, non verso l'alto. Quando Lao vide la schiena grigia e scarna della bestia passargli sotto scalciò con tutte le sue forze. Le vertebre lombari schioccarono come rami secchi a quel duro contatto e il Mietitore crollo a terra a peso morto. Incapace, anche se per poco, di utilizzare le gambe.

”L’ha fatto.”
“Già. I parametri registrati sono oltre il previsto.”
“Dobbiamo...”
“Non ora. Voglio vedere fin dove si spinge.”
Entrambi si fermano. Guardano un punto indistinto nell’aria.
“Anche il secondo è in movimento.”
“Oppone resistenza. I sensori ambientali stanno registrando picchi elevati.”
“Il diversivo reggerà per poco.”
“Di chi parli?”
“Non ha importanza. Stanno convogliando entrambi. Assicuriamoci che lo facciano dove vogliamo.”


[continua...]

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Io sono una creatura del Caos. Ma dal Caos nasce la saggezza, e dalla saggezza il potere.

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MessaggioInviato: Gio Mar 07, 2013 1:46 am Rispondi citandoTorna in cima

Dopo aver recuperato le due spade, Aygarth si voltò verso la porta. Era ancora lì, un’ombra indistinta nell’uniforme percezione rossastra. Quasi se ne stupì. Con Zadris stretta in pugno, corse verso l’uscita.
Un ronzio.
Un peso improvviso lo trascinò al suolo, strappandogli un’imprecazione. L’aria attorno a sé vibrò come se si trovasse sott’acqua e qualcuno la stesse increspando. Riuscì a sollevarsi bocconi; aveva la sensazione che qualcuno gli avesse legato degli enormi pesi di piombo a ogni centimetro della sua pelle. Il suo peso raddoppiò, triplicò, lo trascinò ancora a terra, facendogli mordere le labbra nell’impatto. Strinse i denti, facendo stridere i canini da Vampiro.
Zadris era accanto a lui, schiacciata al suolo al suo pari. Nella caduta gli era sfuggita di mano. L’allungò, la riafferrò, la tenne stretta. Provò a risollevarsi.
Il ronzio aumentò d’intensit e, con esso, anche la gravità. Aygarth ebbe l’impressione che i suoi organi interni facessero a gara a infilarsi negli interstizi fra le costole. Con un ruggito soffocato, tentò nuovamente di rimettersi carponi e ci riuscì con una fatica immane. Guardò la porta, così lontana. Non ci sarebbe mai arrivato, neanche gattoni. Era come se le gambe fossero fuse con il pavimento.
Aygarth guardò in basso.
Il pavimento...
Afferrò Zadris con entrambe le mani e la puntellò al suolo, guadagnando un appoggio per rimettersi su un ginocchio. Lanciò un pensiero all’alabarda, che reagì con un’onda di calore che esprimeva soltanto una cosa: consenso.
Aiutami, Zadris!
Con quell’urlo ancora nella mente, sollevò le braccia quanto poté. L’alabarda si mosse con lui, una breve spinta disperata che però gli consentì di stenderle al massimo. Poi strinse i denti e urlò, rabbioso, quando peso, gravità e forza muscolare la fecero calare sulle pietre con una forza inaudita.


Il fendente di spada arrivò con tale velocità che Lao riuscì a schivarlo solo all'ultimo momento. Inarcò la schiena ed evitò la lama. Conservando l'equilibrio scalciò con la sinistra e colpì l'Inquisitore sotto il mento, sentendo la mascella spaccarsi sotto il suo piede. Il suo avversario emise un gemito soffocato, lasciò cadere la spada e indietreggiò con le mani premute sul volto. Lao ebbe appena il tempo di mettersi eretto che un secondo Inquisitore si fece sotto, armato di una corta scimitarra. Il suo affondo fu così ben eseguito che Lao si trovò costretto a bloccare la lama con i palmi delle mani quando era ormai a pochi centimetri dalla sua gola. Il contatto dell'acciaio con la carne viva lo fece ringhiare di dolore. Senza mollare l'arma dette un forte strattone, attirando l'Inquisitore e accogliendolo con una testata che lo tramortì. Stava per scagliarsi contro i due nemici superstiti quando un ruggito alle sue spalle lo fece trasalire. Si abbassò girandosi mosso solo da puro istinto mentre il suo campo visivo veniva invaso da una macchia grigia armata di zanne e artigli. Proprio uno di questi gli squarciò il deltoide, aprendogli la carne.


TUMP.
La pietra vibrò.
TUMP.
Di nuovo. E di nuovo.
TUMP! TUMP! TUMP!
CRAC!
La lama, che mai aveva avuto eguali in passato, penetrò per tutta la lunghezza nel pavimento. Aygarth risollevò le braccia, menò un pugno sulla ragnatela di crepe e continuò finché ebbe la sensazione che la gravità gli stesse strappando la testa dal collo. Con un ultimo sforzo disperato, penetrò la pietra a suon di cazzotti e scavò finché non si aprì un varco su cui menò, con la forza della rabbia animale, l’ultimo colpo con Zadris.
Cadde, e il ritorno al peso normale lo illuse di stare volando. Per un attimo.
Impattò di schiena in una pioggia di calcinacci. Tossì, e il respiro, così come il cuore, riprese posto con prepotenza nelle normali funzioni del suo corpo. Il passaggio dallo stato vampiresco a quello umano fu così repentino che ebbe un capogiro e dovette scrollare la testa più volte per convincersi di dove fosse.
Vattene da lì!
Il ronzio, però, non era cessato. Veniva anche dalle pareti. Dappertutto.
Vibrava tutto.
Aygarth spalancò gli occhi e risaltò in piedi. Dopo un secondo, stava già correndo.


Lao si concesse appena un secondo di abbandono al dolore prima di volgere lo sguardo ai suoi avversari. La ferita, dolorosa ma non profonda, gettava molto sangue lordandogli il braccio sinistro. Gli Inquisitori si scambiarono una rapida occhiata prima di indietreggiare di qualche passo, mettendosi al riparo del Mietitore. La creatura annusò l’aria e lanciò un rauco ruggito, forse conscia dell’aroma del sangue dell’aria. Si raccolse sulle zampe e si slanciò in avanti come un fiera: le fauci aperte e gli artigli tesi in avanti, pronti a ghermire il vecchio. Lao non attese l’urto anzi si gettò in avanti, anticipando l’attacco. Afferrò il mietitore per i polsi e ne bloccò i movimenti. La creatura sembrava forte come un toro e protendeva la testa in avanti, le mascelle che scattavano come tagliole.


”Guarda.”
“Cosa?”
“Il picco. In questo momento.”
“Forse dovremmo evitare che vada fuori controllo.”
“Non credo lo faccia. Guarda. Segue il respiro.”
“Cosa sta facendo?”
“Non lo so. I sensori servono a quello. Attiva il tracciante, ma tienilo a basso regime. Non deve accorgersi di niente.”



Aygarth sussultò. Captò qualcosa e la sensazione gli arrestò i passi. Un bruciore fortissimo, oramai familiare, lo sconquassò d’improvviso, da capo a piedi.
Alleanza! urlò la Forgia e, al contempo, sembrò afferrare ogni suo senso e proiettarlo all’altra ala della ziggurat. Il giovane fabbro sbatté le palpebre, confuso, poi capì.
Qui? Che ci fanno qui?!
Semplice, non si sono fidati! E adesso è un bel casino!!

Ad Aygarth sfuggì un ringhio tra i denti serrati. Gli occhi divennero a specchio.
Oh no, non dirmi che vuoi farlo davvero!
Il ragazzo non lo udì. Tornò sui suoi passi cercando disperatamente il passaggio in quel dedalo di porte e svolte. Era talmente concentrato nella corsa che non si accorse del liquido che scorreva nelle scanalature del soffitto, seguendo ogni suo movimento.


Mi fate perdere tempo! rombò Lao nella mente degli Inquisitori con tale forza da farli vacillare. I piedi presero a scivolargli sul pavimento sotto la potente spinta del Mietitore e il braccio ferito cominciava a tremare, scandendo i pochi secondi di resistenza che gli restavano prima di cedere. Prese una rapida decisione e si gettò all’indietro, assecondando la spinta. All’impatto della schiena sul pavimento quasi gli mancò del tutto il fiato, insinuò un ginocchio sotto il Mietitore e lo sbalzò all’indietro. Scarico un onda di potere contro gli Inquisitori gettandoli a gambe all’aria qualche metro più in là e si gettò sul Mietitore, afferrandogli la testa con entrambe le mani. Torse con uno scatto il collo della bestia facendogli schioccare le vertebre cervicali. La creatura lo afferrò per le braccia affondandogli gli artigli nelle carni. Facendo appello a tutte le sue forze continuò nella torsione finché il volto del Mietitore non fece tre quarti di giro e la pelle del collo cominciò a lacerarsi. Con un ultimo strattone staccò la testa della bestia, accompagnando quella vittoria con un autentico ruggito. Si alzò barcollando, tentando di ridare un ritmo regolare al suo respiro, e lanciò un occhiata al corridoio. Gli inquisitori erano ancora a terra, e Lao pregò che ci rimanessero a lungo. Riprese a percorrere l’angusto passaggio a passi sempre più decisi e veloci. Aygarth fatti trovare, ti prego. Così posso renderti conto di tutti i guai che sto passando, sciocco ragazzo.

Sciocco vecchio! Non adesso! Non proprio adesso!
Ormai Aygarth proseguiva quasi alla cieca. Quello strano ambiente gli impediva di inquadrare con precisione le figure nemiche e alleate specie attraverso le pareti, ma la sensazione era troppo vivida per non essere riconosciuta e identificata.
Non perdere tempo! Vattene!
ZITTO!

Non poteva farci niente. La Forgia lo spronava senza neanche dargli la possibilità di elaborare una qualsivoglia strategia. Avanzò senza curarsi di chi poteva incontrare, tenendo pronta l’alabarda in caso di necessità. Nelle sue mani, il metallo era rovente e l’arma stessa, nella sua testa, lo incitava ad avanzare, come preda del suo stesso delirio.
Alleanza!


Le ferite e la perdita di sangue presto imposero il loro tributo. Lao si era allontanato di qualche decina di metri dagli Inquisitori, barcollando tra corridoi grandi e piccoli e svoltando a caso, la mente tesa a individuare le auree dei molti occupanti della piramide e ad evitare di incrociarli. Doveva riprendere fiato, recuperare le forze e rimanere vivo abbastanza a lungo da trovare Aygarth e convincerlo ad uscire da quella trappola mortale, Zadris o non Zadris. I suoi pensieri erano così tesi verso l’alabarda e il giovane fabbro che quando gli parve di riconoscere la loro aura in quel marasma quasi ne sentì il calore. L’alabarda era un vivo lampo di rosso nella sua mente ma Aygarth sembrava sfocato, come se lo osservasse attraverso una cortina d’acqua. Con un groppo alla gola svoltò a destra, tentando di accorciare le distanze. Attorno a lui sentiva voci che si rincorrevano e un rumore di passi quasi continuo. Rimanere nell’ombra diventava sempre di più una dura lotta.

Aygarth stava soffocando a furia di correre. E soprattutto si stava perdendo. Prima il corridoio era semplice, lineare, ma ora che ne aveva abbandonato il filone principale aveva l’impressione che la struttura interna stesse mutando come uno di quei rompicapi di cui amava vederne la risoluzione nelle abili mani dei giocolieri. Più volte percepì movimento attorno a lui, come un improvviso vento ad accarezzargli la pelle accaldata dalla corsa, ma ogni volta che si girava verso le pareti o alle spalle non scorgeva nulla. Neanche Zadris lo metteva in allarme, ma il fatto che vibrasse nei suoi palmi lo spronava a non fermarsi.
Gli Uomini-Spettro. Così li aveva chiamati l’alabarda. Non si voleva interrogare sul significato. Si sentiva il loro sguardo addosso, anche se non sapeva definire come diavolo facessero.
Inquisitori, non c’era da dire altro. Non per questo era più tranquillo.
E quel silenzio, quell’assenza di anima viva... Dov’erano?
La Forgia ruggì, facendolo concentrare soltanto sul suo obiettivo, che lo chiamava più feroce che mai. Tuttavia, quando svoltò oltre un angolo, quasi andò a sbattere contro qualcosa. Indietreggiò, esaminandola. Una porta di ferro, con complicati ingranaggi a vista a determinarne la serratura. Vi si buttò contro un paio di volte: chiusa. Allora alzò l’alabarda e, manovrandola nell’appena sufficiente spazio a disposizione, la calò con forza inaudita sull’uscio.
Lao. Lao. Lao.
Era oltre. Lo sentiva. Non era lontano.
Alleanza.
La Forgia divenne un rogo nella sua testa. Aygarth ringhiò.


Lao non riusciva a capire se quella assurda piramide fosse stata costruita da una congrega di folli o semplicemente le mura reagissero ai suoi movimenti, sbarrandogli la strada con un vicolo cieco dopo l'altro. Ogni volta che la sua mente riusciva a percepire la Forgia e Aygarth la direzione da prendere non era mai facile e lineare, ma anzi doveva ricorrere a larghi giri o tornare sui suoi passi per guadagnare appena qualche metro. Era così concentrato nella sua ricerca che quasi non si accorse che, oltre alla pattuglia subito dopo la porta d'ingresso e le guardie fuori, non aveva incontrato nessun altro nemico. Li percepiva ma non ne incrociava nemmeno uno. Si bloccò ad un bivio, incerto sulla via da prendere: tre stretti corridoi si dipartivano verso est, verso Aygarth. Ma quale quello giusto? Con un imprecazione sulle labbra prese una rapida decisione e imboccò quello centrale.


Bastò un colpo per aver ragione su quel metallo, ma Aygarth ne percepì il contraccolpo come se gli avessero tirato un incudine sul muso. Scrollò la testa e contemplò l’ingranaggio squarciato, valutando di assestare un secondo colpo, quando d’improvviso un saliscendi ancora intatto scattò sotto i suoi occhi, come niente fosse. Aygarth balzò indietro, alabarda in resta. La porta tuttavia si limitò ad aprirsi senza produrre un solo suono.
Quasi un invito.
Se non fosse stato per la Forgia, Aygarth avrebbe cercato un’altra strada. Tuttavia, sia lui che Zadris avevano un solo pensiero in mente e si inoltrarono all’interno senza porsi ulteriori domande.

Il corridoio prese a zigzagare, inclinandosi leggermente. Con quelle continue svolte sembrava un percorso infinito e sempre uguale. Lao si stupì della mancanza di porte ai lati, alle pareti sembrava ci fossero meno lanterne, appese a intervalli irregolari. Un eccezione all'ordine che aveva visto in precedenza. Aygarth e Zadris, quest'ultima in particolare, brillavano sempre più vive nella sua mente, indicandogli che era vicino. Aumentò il ritmo delle falcate quando finalmente il corridoio riprese un percorso lineare ma si bloccò quasi subito, voltandosi a guardare la strada già percorsa. I suoi sensi allenati avevano registrato qualcosa e lo avevano messo in allarme, un rumore di metallo che gratta sulla roccia, molto in lontananza. Rimase per pochi secondi in attesa ma nessun altro rumore provenne dal corridoio. Forse mi sbaglio... pensò tra sè riprendendo la sua marcia, la mente protesa verso il giovane fabbro.
Aygarth! Avanti esci fuori, Aygarth!
Davanti a lui il corridoio parve perdersi nel buio più nero. Espanse la mente, tentando di cogliere qualche pericolo in quell'oscurità ma non trovò nulla. Rallentò appena l'andatura e passò oltre. Le pareti sparirono e la temperatura calò così bruscamente da togliergli il fiato. Bloccò la sua corsa, osservando i dintorni. Era in una stanza male illuminata e enorme. E fredda, per tutti gli dei si sentiva gelare lì dentro.

Il buio lo accolse. Aygarth avanzò in quella che gli pareva una glassa oscura, che la vista da Vampiro faticava a perforare. Aveva la vaga percezione dell’immensità del luogo: una sorta di piramide “interna”, simile alla stanza della teca, che però a differenza della precedente non schermava il suono dei suoi passi. Entrando in quel luogo, d’improvviso la Forgia s’appannò, quasi assopendosi, e la cosa non gli piacque. Zadris gli lanciò un avvertimento mentale, che lui ascoltò a denti stretti.
Smorza. Rende pesanti. Soffoca...
Era vero. Gli sembrava di avere i polmoni colmi di piombo. Tuttavia continuò ad avanzare, lentamente e con circospezione, finché non gli parve di udire qualcosa dall’altro altro lato della stanza. Sbatté le palpebre più volte e i sensi da Vampiro gli fecero percepire per la prima volta un battito cardiaco, lento e misurato. Gli bastò far affacciare appena la bestia in lui perché le tenebre fossero meno fosche e, solo quando lo riconobbe, non seppe dirsi sollevato o meno. “Lao!” chiamò. “Lao!”
La voce del fabbro colse Lao alla sprovvista. "Qui!" rispose scrutando l'oscurità. Un ombra si muoveva al limite del suo campo visivo. "Aygarth..." affrettò il passo verso di lui, le mani protese in avanti. Quando finalmente riuscì a definire i contorni del ragazzo si protese e lo afferrò per le spalle. "...sei un imbecille!" sbottò scuotendolo appena. "Ti volevi suicidare?"
“Invece tu sei qui in vacanza, vero?” lo redarguì il fabbro, scrollandosi la sua presa di dosso. “Che diavolo ci fai qui?” Abbassò la voce, ma tanto era sicuro che potessero udirlo ugualmente. “Sei solo? Gli altri?”
"Ti salvo il deretano così tu salvi Zadris." si portò una mano alla spalla ferita ed emise un grugnito a metà tra dolore ed esasperazione."Sono solo. Buttarsi in due in questa follia era già troppo. Da che parte sei entrato? Credo che la mia via di accesso sia sorvegliata ormai."
“Salvare il deretano? E chi lo salverà a te?” sbottò Aygarth, guardandosi intorno benché non scorgesse dettaglio alcuno. “E’ tutto sorvegliato. Zadris parla di uomini-spettro. Hai idea di che significa?”
"No. Ma gli Inquisitori hanno fatto passi avanti da..." lanciò uno sguardo di riprovazione al giovane."...da quando cercavano di creare soldati migliori come me. Passi da gigante..." gli occhi di Lao tentarono di esplorare la stanza, di vincere l'opprimente oscurità."...sopratutto per quanto riguarda la sicurezza."
Aygarth lanciò un’occhiata alle sue spalle e notò solo allora un particolare agghiacciante. La porta era scomparsa, fagocitata dalle tenebre. Un battito di ciglia, occhi nuovamente rossi, e la scorse, più lontana di quanto ricordasse. E chiusa.
E quel ronzio...
“Lao, lo senti anche tu?”
"Sento freddo. Un freddo innaturale che mi penetra le ossa." rispose il vecchio. La sua alta figura sembrava una statua scolpita contro l'oscurità."E sento qualcos'altro. Anzi..." Lao spostò il viso in direzione del fabbro e questi si accorse solo in quel momento che il vecchio aveva gli occhi chiusi."...non sento l'ambiente circostante. La mia mente è come ingabbiata, solo a fatica riesco ad espanderla."
“Anche la Forgia è appannata. Qualcosa non...” Il ronzio si fece più forte, troppo insistente. Non sapeva se fossero i suoi sensi da Vampiro a farglielo percepire così in chiaro, ma non gli piacque comunque. Poi, una sensazione sconosciuta, un senso di umido sulla pelle, come uno sprazzo di leggera pioggia estiva... Gelida.
“Lao, usciamo! Usciamo!”
Lao tentò di muovere le gambe ma le scoprì pesanti come macigni. "Un ottima idea." rispose con un certo affanno nella voce. Dopo appena dieci passi si accorse che era stanco, stanco come se avesse corso per chilometri. Tentò di espandere la sua mente ma fu uno sforzo inutile. La sua telecinesi, la sua percezione, tutti i suoi poteri mentali sembravano spariti."Il corridoio, quello da cui sono arrivato io. Raggiungiamolo. Adesso!"
Aygarth non rispose, ma crollò su un ginocchio. Nelle sue mani, Zadris era diventata pesante come un macigno e, cosa ancora peggiore, la sua voce s’era ridotto a un soffio di vento. Lui stesso stava male: era come se gli avessero strappato via gli organi lasciandolo vuoto, un effimero involucro. Ora capiva cos’era quella sorta di sudario gassoso: era un inibitore. Proprio come accadeva a contatto coi Mietitori. Stava perdendo i poteri della Forgia.
“Non riesco a...”
Non riuscì a finire la frase. Il ronzio si fece assordante, quasi un dolore per i timpani. Al ronzio seguì un sibilo acuto e Aygarth percepì qualcosa penetrargli nelle narici. Fu come respirare olio per tempra e iniziò a tossire. Qualunque cosa fosse, sembrava aderirgli alla gola, minacciando di soffocarlo.
Difenditi! Cosa aspetti?
L’ostile voce del Vampiro, per la prima volta, ebbe il sopravvento su di lui. Aygarth obbedì quasi di riflesso e, in un lampo, cuore e polmoni smisero di compiere il loro dovere. Ciò non gli tolse comunque l’orrido sapore che aveva ancora in bocca. Né gli impedì di cacciare un’esclamazione di sgomento quando vide Lao a terra.
Teneva le mani a schermargli la faccia ed era in preda ad una tosse convulsa, tanto forte da farlo piegare su un fianco. Quando si girò verso di lui il vecchio sembrò combattere contro il gas e lanciò uno sguardo ad Aygarth."Vattene...idiota...VA...TTENE!"
“DANNAZIONE!” Stavolta la voce di Aygarth trasudò il timbro della bestia. Avvalendosi della forza da Vampiro, si appoggiò all’alabarda e con il braccio libero lo abbrancò per un’ascella, sollevandolo per metà. “Salvare il deretano a me, vero? A ME?! DANNATA E INUTILE CARIATIDE CHE NON SEI ALTRO!”
In realtà si sentiva molto meno sicuro di quanto si mostrasse. In un attimo, con freddezza, aveva valutato la situazione. Lao stava soffocando e, a una prima analisi, non riusciva a captare nessuna via d’uscita, forse neanche a farsi strada a colpi d’alabarda. Perlomeno, non l’avrebbe mai trovata in tempo.
Trasmutazione.
La voce, metallica e polifonica, rimbombò per l’ampia stanza. Aygarth tese le orecchie.
Trasmutazione. Protocollo A-41661 attivato. Rilevamento metabolismo: effettuato. Innalzamento picchi: nei parametri. Pronti all’analisi. Protocollo A-41661 in corso. In attesa.
"Mollami...imbecille..." la mano di Lao si aggrappò alla sua tunica e lo strattonò con forza tale da sbilanciarlo."Non ci puoi...portare...tutti e due..."
Aygarth non sembrò neanche badare alle sue parole. La sua attenzione era tutta per quella voce aliena, anonima, fredda come il gas che ormai stava riempiendo la stanza, prodotto dalle pareti. Ora che il Vampiro aveva maggiore controllo in lui, poteva scorgere le singole volute di liquido vaporizzato sprigionarsi dagli interstizi dei mattoni, come se fosse la calce stessa a emanarlo.
“Chi sei?” urlò. “Mostrati!”
Per tutta risposta, la stanza gracchiò di nuovo: Trasmutazione singola: in analisi. Cuore: assente. Respirazione: assente. Temperatura corporea: in calo. Segni visibili: cambio cromatico iridico a livello cellulare. Dentatura sviluppata sull’arcata superiore. Una pausa, in cui Aygarth capì: stava descrivendo la sua mutazione vampiresca. Poi continuò, ma stavolta la voce risultò diversa. Più umana, ma egualmente fredda. E distante, come se venisse addirittura da un altro mondo.
Trasmutazione necessaria, Soggetto 16. L’altro ospite morirà in circa due minuti e dodici secondi per soffocamento. A te la scelta.
Quella frase lo spiazzò. Sia per l’affermazione in sé, che pareva concretizzarsi sempre più vedendo Lao contorcersi e soffocare nella sua presa, sia per la richiesta intrinseca che recava con sé. Trasmutazione necessaria. E poi...
“Che scelta?” gridò nel vuoto. “Spiegati!”
La voce non tardò a manifestarsi.
La tua condizione è facilmente replicabile, Soggetto 16. Non è diversa dall’idrofobia. Basta il sangue o l’infezione tramite morso, e viene replicata ogni mutazione metabolica. Scegli.
Ad Aygarth ci volle un attimo per capire cosa stesse dicendo. Guardò il vecchio.
Dei e Demoni! Mi sta consigliando di morderlo... Come Cronista fece con me per guarirmi. Vuole che lo trasformi... Sgranò gli occhi nel comprendere l’orrenda verità, una verità a cui non era preparato. Sacri numi, il mio morso contagia!
La presa di Lao sulla sua casacca si allentò, come il ritmo del suo respiro e della sua tosse convulsa."Non..." la voce del vecchio sembravano sassi che grattavano contro un vetro."Non...credere...a niente...che ti dice...niente...niente...vai via.."
Aygarth fissò Lao, con i secondi che si susseguivano nella sua mente. I sensi da Vampiro registrarono, con la stessa freddezza di qualunque cosa li stesse esaminando in quella stanza, il rallentamento del battito cardiaco, i polmoni che rischiavano quasi la corrosione a furia di respirare quella schifezza. Non sapeva cosa fare. Scegliere tra morte o dare una seconda possibilità, e in che condizioni? Come poteva parlare di salvare una vita, se con un morso gliel’avrebbe tolta?
Zadris...
Ma l’alabarda era muta, nella sua mano, inibita dal potere del gas. Mai come in quel momento sentì la mancanza della sua voce, o di quella della Forgia. Forse, ammise dentro di sé, perché era più facile lasciare che gli altri decidessero al suo posto... Quando si accorse di quel pensiero, sorto con tale naturalezza da lasciarlo sbalordito, gli parve che una lama gli attraversasse il petto.
Scegli.
Nessuna emozione in quella voce. Aygarth serrò la presa sulla tunica di Lao.
Scegli.
Morte o non morte?
Scegli!
“Io non...” La sua voce tornò normale e quasi crollò in ginocchio trascinando seco Lao. “No! Non voglio! Non voglio renderlo come me!” gridò, tutto d’un fiato. Non si riusciva a capire se stesse cercando di convincere la voce esterna o se stesso. “Non voglio renderlo un MOSTRO!”
L’attesa a quella sua sfuriata gli sembrò lunga secoli. Poi, tornò la voce meccanica.
Scansione termica e ottica: eseguita. Archiviazione: eseguita. Ripristino configurazione iniziale. Avvio procedura di bonifica organica e ambientale tra venti secondi. Avvio del reticolo inibitore fra cinque... quattro... tre... due... uno...
Aygarth non udì scandire lo “zero”. Il pavimento sembrò tramutarsi in un fuoco carico di mille spilli. Inarcò la schiena, urlò e fu come sprofondare in un pozzo senza suoni.

[continua...]

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MessaggioInviato: Gio Mar 07, 2013 7:52 pm Rispondi citandoTorna in cima

Il buio e l'odore di umidità erano talmente palpabili da essere opprimenti. Le due figure, appese ad un metro da terra con delle catene strette ai polsi, ondeggiavano con la testa china. I bracieri spenti che ancora fumavano attorno a loro testimoniavano che il luogo era stato lasciato volutamente al buio. Il prigioniero di destra si scosse, rabbrividendo per il freddo. La lunga treccia che raccoglieva i suoi capelli era parzialmente sciolta e i polsi erano pieni di lividi per l'attrito con le catene. Gemette di dolore mentre emergeva lentamente dall'incoscienza, con il corpo che si contraeva per il dolore."Dove..." borbottò osservando la stanza e l'altro prigioniero nell'oscurità.
L'altro prigioniero si destò se non dopo qualche minuto. Alzò appena la testa e un lieve bagliore rosso scintillò appena prima di venire fagocitato dal buio. Ansimò come se si fosse ricordato in quel momento di respirare, e trovò la voce solo dopo molti tentativi. "Lao..."
Il vecchio sentì un ondata di calore invadergli il petto."Aygarth. Tutto bene? Pensavo ti avessero accoppato." disse con vivo sollievo.
"Pensavo la stessa cosa di te..." sbuffò il ragazzo. Cercò di muoversi ma le catene glielo impedivano. "Dove siamo? Ricordo poco e niente delle ultime ore..."
"Dove di preciso non lo so. Ho un gran brutto presentimento però." il ragazzo vide gli occhi di Lao brillare al buio per un attimo."Se dici che è per colpa mia scendo da queste catene e ti spacco la testa."
"E' colpa tua" mormorò il giovane con un sorriso storto. "Adesso fai quello che hai promesso, e se hai tempo, tira giù anche me... mi fanno male le braccia..."
Il vecchio borbottò qualcosa di incomprensibile prima di piegare le braccia con un grugnito e portare il volto al livello delle manette."Ahia." disse tra sè dopo una decina di secondi di esame."Siamo nei guai, c'è il loro simbolo sulle manette, e non sembrano fatte di comune acciaio." disse riluttante.
Prima che il fabbro potesse replicare, un lieve movimento li distrasse. Un cigolio e un fruscio, che indicava movimento, Aygarth lanciò uno sguardo significativo al vecchio. Figure rosse, gli comunicò.
Lao annuì, con sguardo cupo. Scrutò le tenebre attentamente finchè non gli parve di cogliere un movimento vicino ad uno dei bracieri. Io so come lavorano. Non immischiarti se vogliono interrogarci. Niente eroismo, rimbombò nella testa del giovane. I pensieri di Lao erano densi di preoccupazione."Fate luce. Non mi piace giocare a mosca cieca." sbottò infine all'oscurità. Le sue parole furono accolte da una salva di risate e commenti poco amichevoli. Uno dei bracieri si accese, rivelando una piccola folla in tuniche scure bordate di blu."Si sta male al buio vero?"
"Non molto, se si evita di vedere le vostre facce" sibilò il ragazzo. Nonostante la parziale oscurità, lui poteva vederli chiaramente, grazie ai sensi della Forgia. Erano quattro, sagome rosso fuoco nella sua visuale. Due si misero al cospetto di Lao, gli altri due gli si accostarono. "A cosa dobbiamo l'ospitalità?"
"Le domande non vi sono permesse." Una voce echeggiò nella stanza e una quinta figura sbucò alle spalle del ragazzo, frapponendosi tra lui e Lao. La sua tunica era simile alle altre, ma era bordata d'oro anziché di blu. "Tenetene conto, se non volete che le catene che vi serrano le braccia vi finiscano tra i denti come un morso di cavallo."
Lao reagì rabbiosamente al sentire quella voce. "Qaìn!" ruggì. Davanti ai suoi occhi non vedeva un uomo il cui volto era seminascosto da un cappuccio. Vedeva il suo compagno d'armi, il suo amico. L'uomo che più di tutti lo aveva tradito. "Perchè non mi fai scendere da qui, così un morso da cavallo lo uso per strapparti i polmoni." sbottò dimenandosi nel tentativo di liberarsi dalle catene.
Qaìn si limitò a scuotere la testa. "Pensare che una volta dicevano che eravamo come fratelli. Guardati ora, mezzo secolo a scappare e non hai risolto niente. Non era più semplice e sbrigativo accettare la tua condanna a morte?" chiese con voce annoiata. Quel tono sembrò risvegliare ricordi dolorosi nel vecchio, che si bloccò con lo sguardo che dardeggiava sull'Aureo. Quando li hai torturati, quando mi hai torturato avevi la stessa espressione, la stessa voce annoiata! "Non perdi il vizio di affiancarti a dei deboli però." concluse Qain lanciando un occhiata penetrante ad Aygarth.
"Così debole che mi tieni in catene" lo provocò il ragazzo, con voce cupa. "Toglimele, se pensi che sia talmente inutile da non saperti fare a pezzi."
"Oh, non vedo perché dovrei farlo" rispose Qain. "Mi fraintendi e ciò mi provoca dispiacere. Perché non sei affatto inutile. Sei interessante, altroché. Ma non è di te che voglio parlare, questa notte." Il suo sguardo tornò su Lao. "Mi interessa fare due chiacchiere riguardo a coloro con cui vi accompagnavate. Ultimamente ho avuto parecchi... rallentamenti sul normale operato dell'Ordine e qualcosa mi dà da pensare che voi ne siate in parte causa. Ma voi due siete solo l'estremità di una miccia ben più lunga." Una pausa enfatica. "Che ne dici, Lao? Una chiacchierata come ai vecchi tempi?"
"Puoi ficcartela dove sai la chiacchierata, Qaìn." rispose Lao a denti stretti. "L'ultima volta che hai pronunciato questa frase hai ammazzato tutti i miei amici!" sbottò con furia selvaggia.
Qaìn sogghigno a quelle parole."Bene. Fai molto bene a rivangare il passato." disse avvicinandosi al braciere e immergendovi la mano dentro. Quandò la ritirò teneva stretto nel pugno un tizzone ardente, ma con stupore di Aygarth l'uomo non sembrava curarsene. Qaìn procedette ad accendere tutti i bracieri e la stanza illuminata rivelò il suo utilizzo ai prigionieri. Una sala di tortura. "Parlerò con te e il ragazzo come nel nostro ultimo incontro."
Lao lanciò uno sguardo ad Aygarth prima di rivolgersi nuovamente a Qaìn. "Lascia stare il fabbro, non sa niente, ed è troppo giovane e stupido per intuire qualcosa. Parliamo io e te." disse tutto d'un fiato. Il bluff era persino puerile ma doveva tentare.
"Ma io voglio parlare con te" ribatté Qain. "Non sto quasi nella pelle. Cominciamo da qualche particolare. Dove sono i tuoi compagni?"
"I miei compagni?" ripetè meccanicamente Lao."li avete torturati e bruciati tutti e sparso le ceneri non ti ricordi?" disse sarcastico senza perdere un briciolo della rabbia e del furore che lo attanagliava."Aaaaaah, ma tu intendi i miei compagni attuali? Uno di loro è prigioniero di un porco con me, gli altri conoscendoli saranno a diecimila miglia di distanza, al sicuro."
"Forse. Sembri quasi sincero. Ma ti dirò... la parola 'sicuro' è molto relativa." Nessuno degli insulti di Lao sembrò intaccare la serafica tranquillità di Qain. S'avvicinò a un tavolo colmo di attrezzi e prelevò uno sperone dalla punta contorta, una sorta un uncino dall'estremità quasi rasente al colpo principale. Dava l'idea che, una volta impiantato nelle carni, ne avrebbe strappato un buon lembo se estratto con violenza. "Ecco un amico che ama molto chiacchierare."
Il vecchio lanciò uno sguardo penetrante a Qain."Pensavo che dopo tutti questi anni fossi almeno diventato più intelligente e saggio. Hai tutta la tua forza e pensi di potermi spaventare con un uncino?" scosse la testa sdegnoso."Mi hai già torturato una volta, non attacca una seconda. Fuori dai piedi."
"Ah, mi deludi di nuovo" sentenziò Qain. "Ho detto che con te voglio parlare. Con te."
Lo sperone scattò fulmineo, ma nella direzione contraria a quanto aspettato da Lao. Con un tonfo secco, Qain piantò lo sperone nel ventre di Aygarth. Il ragazzo rinculò con un urlo soffocato, piegandosi su se stesso, senza potersi difendere.
"NOOOO!" Lao cominciò ad ondeggiare come un pesce all'amo compiendo tentativi rabbiosi ma inutili di liberarsi."Maledetto bastardo. Porco infame. Lurido schifoso, lascialo perdere. E' me che vuoi."
Qaìn volse lo sguardo contro di lui, ritirando l'arpione con mosse lente."Le stesse parole di tanti anni fa. Hai buona memoria." Guardò il corpo del ragazzo laddove il colpo gli aveva squarciato la carne: sotto gli occhi di tutti, la ferita si risanò a velocità incredibile e bastò una manciata di secondi perché la pelle tornasse perfettamente liscia. "Ma allora non avevo la stessa fortuna. Un potere rigenerativo senza eguali, pari quasi a quello dei miei Mietitori." S'avvicinò al ragazzo, fronteggiandolo. Il volto di Aygarth era madido di sudore, e non appena gli fu a poca distanza, gli sputò sulla tunica. Qain non se ne curò e osservò attentamente gli occhi e la dentatura del giovane, mentre digrignava i denti in un ringhio di minaccia. "Non sei un uomo. E non sei neanche un vampiro. Sei uno studio interessante, Soggetto 16. Sei quello che noi chiamiamo Ibrido." Voltò lo sguardo verso Lao. "Non è meraviglioso, amico mio? Un giocattolo che si ricostituisce non appena si rompe. Si potrebbe andare avanti all'infinito..."
Un altro scatto, un altro tonfo, un altro urlo. Sangue colò sulle mattonelle di pietra, colmandone gli interstizi. Aygarth sputò un grumo di sangue, la testa ciondolante. Qain ritrasse di nuovo lo sperone e lasciò che il potere del ragazzo lo rigenerasse. "All'infinito..."
Lao si contorceva come se fosse lui il torturato e non il giovane fabbro. Qaìn continuava a colpire, con lo sguardo fisso sul vecchio."Basta! Fermati, sadico maledetto finirai per ucciderlo, Qaìn! Fermati!" urlava come un pazzo, con la sua catena che oscillava paurosamente.
Aygarth penzolava dalle catene, ogni respiro era un gemito. Ogni volta la sua carne si risanava, ma ciò non lo esentava dal dolore. "Sbagli... in partenza... lurido figlio di meretrice..." gracchiò. "Non parlerà. Puoi uccidermi subito... perché non ti dirà niente. E nemmeno io." Alzò lo sguardo e con orrore Lao vide che uno dei suoi occhi era diventato rosso. Solo uno. "Sei soltanto una flaccida parvenza di uomo. Vali meno del mio sputo e meriti di diventare cenere, come la mia fucina." Gli scappò una risata isterica, folle.
Qaìn si bloccò, incuriosito da quel cambiamento. Fissava gli occhi di Aygarth meditabondo."Dimmi ragazzo. Vuoi diventare ciò che tenti di trattenere o vuoi evitarlo?" chiese mellifluo, lanciando un occhiata a Lao."Tu sai che la nostra conoscenza è grande. Hai visto i Mietitori e hai visto lui. Possiamo addivenire ad un accordo." l'uncino si abbassò lentamente."Tu parli e io lascio te e Lao liberi di andare via."
A quella proposta Lao sembrò venire colpito da un fulmine. Si inarcò tentando di menare un calcio all'Aureo, inutilmente."Come può solo esistere un essere così intriso di malizia e doppiezza!"
Aygarth alzò lo sguardo e fissò l'Aureo. Gli sorrise mettendo in mostra i canini semisviluppati. Poi, scandendo con cura le parole: "Fot.titi, stron.zo."
"Quanto siamo nobili. Bene." Qain si voltò verso gli inquisitori presenti nella sala, che osservavano la scena con interesse professionale."Scoprite la fonte del suo potere ed estirpatela. Dopodichè torturatelo finchè Lao non parla."
Il vecchio si sentì rabbrividire a quelle parole, ma riuscì a non far trasparire sul volto il suo turbamento. Si voltò verso Aygarth con un sorriso sardonico."Vuol dire che vogliono torturarci a morte ma che se ne lavano le mani, così se moriamo non è colpa loro." appoggiò il mento al petto, ridendo sommessamente."Quante cose hai imparato da me, Qaìn."
"Tu invece ne hai imparate poche." Qain lasciò andare l'attrezzo e ne prelevò un altro dal tavolo, a spirale, come un cavatappi. Lo passò davanti al volto di Lao, la punta acuminata che faceva spola da un occhio all'altro. "La tortura è un'arte. E come tale va condotta. Noi siamo virtuosi, in questo campo, e tu dovresti ricordarlo. Non riesci?" Qain sorrise e si portò alle spalle di Aygarth. "Vedrò di ricordartelo, mio caro amico."
Il suo braccio scattò di nuovo e il giovane fabbro inarcò la schiena con uno spasmo e un urlo serrato tra le mascelle. Ben presto, un rivolo di sangue picchiettò le mattonelle ai suoi piedi. Qain manovrò lo strumento, facendolo girare su se stesso e al contempo variandone la direzione di penetrazione di tanto in tanto.
Per quanto avesse cercato di resistere, il dolore tracimò in Aygarth. Arrivando a stringere i denti fino a farsi sanguinare le gengive, alla fine fu costretto a liberarlo. Gridò fino a strozzarsi, un unico urlo prolungato, intervallato da gemiti rochi ogniqualvolta lo strumento si muoveva dentro di lui.
Lao non sopportò oltre. Si issò sulle braccia e dette un forte strattone. Poi un secondo ed un terzo. Al quarto, l'anello che sosteneva la catena al soffito si staccò e l'uomo atterrò con un ringhio ferale."Qaìn!" urlò minacciosamente compiendo un calcio a girare. L'Aureo non si scompose minimamente. Con un movimento fulmineo afferrò la caviglia del vecchio con la sinistra e la torse, mandandolo al tappeto."Patetico." commentò scagliando Lao contro un tavolo quattro metri piu' in la."Dovresti saperlo. Siamo uguali sotto certi aspetti, ma tra me e te c'è una differenza abissale sotto molti altri."
Lao si alzò solo per essere agguantato dai due Inquisitori che aveva accanto fino a quel momento. Si sentì avvinto in una morsa gelida. Hanno ricevuto il mio stesso addestramento, rifletté quando riconobbe in quella sua immobilità forzata l'onda del potere psichico. Tentò di ribellarsi, ma contrastare due avversari era troppo anche per la sua mente. Davanti a lui, Qain rimase imperturbabile, lo strumento da tortura ancora dentro il corpo di Aygarth.
"Hai dimenticato gli insegnamenti di base, Lao?" sbottò, fintamente stupito. "Ogni azione ha una conseguenza. Su di sé o sugli altri. E nel tuo caso..."
Aygarth strabuzzò gli occhi e cacciò un urlo di bestia quando quella sorta di cavatappi gli trapassò il torace in un istante, forandogli il polmone. Il grido divenne un gorgoglio, quando la gola gli si riempì di sangue; tossì chinando il capo, gemendo, i rantoli soffocati della sua sofferenza che faticavano a trovare la via delle labbra. Penzolò dalle catene come un morto e Lao credette che lo fosse davvero, se non fosse altro per i pugni che s'aprivano e chiudevano, quasi a sfogare le fitte lancinanti che provava. Il suo respiro era divenuto un rantolo affaticato, sempre più flebile.
"Parla, Lao. Sentiamo."
Lao digrignò i denti come una fiera. Era conscio di non avere possibilità con le mani incatenate e questo lo faceva bollire di rabbia."Che vuoi sapere Qaìn? Vuoi sapere com'è avere la coscienza sporca? Ma tu non hai neanche una coscienza." Con uno scrollone si liberò dei due Inquisitori e puntò due occhi di brace sul suo nemico."Dei due hai sempre avuto il pallino della politica no? Ti propongo uno scambio equo, e vantaggioso."
Lao, no...
"Io resto, e il ragazzo se ne va." Lao strinse i pugni tentando di dominarsi."E mi accollo anche le sue accuse. Mi cerchi da decenni, ora hai la tua occasione di tenermi in pugno." abbassò lo sguardo sentendo di stare per esplodere."Io giuro solennemente di non tentare la fuga. Se Aygarth e gli altri verranno lasciati in pace."
"Ah, Lao, Lao..." Qain scosse la testa. "Perché dovrei barattare un intero plotone di prede per te, specie quando ti ho già in pugno?" Un sorriso corse da un lato all'altro del volto. "Hai imparato molte cose, è vero. Compreso far sì che una tattica risulti una mossa vantaggiosa per il nemico. Abbindolare con la mente e con le parole è sempre stato il tuo forte, il tuo punto di forza." Con uno strappo, l'Aureo estrasse dal corpo di Aygarth lo strumento di tortura. Ci volle mezzo minuto perché le carni si risanassero completamente, ma il giovane sembrava sfinito dal dolore e Lao non era sicuro che avrebbe potuto sopportare un altro colpo senza restarci secco dal male. "Ma questa è cosa risaputa. Vediamo invece di sperimentare i tuoi punti deboli." Si rivolse a un altro Inquisitore: "Il Dente di Vipera."
Lao sembrava sul punto di saltare addosso a Qaìn."Stai sprecando un'occasione. Mi chiedo come mai sei venuto da solo." disse con voce sibilante."Il resto degli Aurei sa che io sono qui? Non dovreste ragionare come un'unica persona?" gli occhi del vecchio saettarono agli Inquisitori nella stanza."Io non ho molte possibilità di fermarti. Ma tocca ancora quel ragazzo, e giuro che ci provo."
Qain lo ignorò completamente. L'altro Inquisitore gli passò una sorta di uncino rigonfio e verdognolo, grande come il suo pugno. Aygarth lo seguì con lo sguardo, sfinito, tuttavia la sua espressione rasentava quasi la sfida. "Tu guarisci come un Vampiro" sentenziò l'Aureo. "Ma provi ancora dolore come un umano. Hai i denti del Vampiro, ma il tuo morso tramuta solo in parte" ammise infine, facendo passare un'ombra d'inquietudine sul volto del ragazzo. "Hai ancora le pulsioni umane, ma desideri il sangue nel profondo. Dimmi, preferisci essere umano o Vampiro?" Si avvicinò al suo orecchio. "Posso curarti. Basta che mi dici dove sono i tuoi amici."
Aygarth serrò le zanne e le fece stridere. Un senso di frustrazione lo pervase, e insieme, anche la rabbia. "Farmi curare da te? Preferisco essere aperto in due dai Mietitori che ricevere il tuo aiuto..." Il dolore gli aveva reso roca la voce. "Vai... al... diavolo!"
Non aveva ancora finito di parlare che Qain gli aveva conficcato il Dente tra le costole. L'uomo schiacciò la cuspide tra le mani e nello stesso istante Lao urlò a pieni polmoni. Sapeva cosa c'era dentro quel Dente.
Acido.
Aygarth cacciò un ruggito che non era umano. Si dibatté e per un attimo le catene sembrarono cedere. Il suo corpo venne percorso da spasmi, mentre l'acido gli corrodeva carne e sangue dall'interno.
Al grido di Aygarth seguì quello di Lao. Scagliò un colpo telecinetico contro Qaìn prima di slanciarsi egli stesso all'attacco. L'aureo si bloccò scosso da un lieve brivido, ma non sembrò avere altri danni dal potere telecinetico di Lao. Quando il vecchio lo colpì rimase immobile come una statua. "Fallo ancora." fu il suo invito.
Lao continuò a colpirlo, ma sembrava di dare calci ad un muro."Non ci arriverai mai." commentò Qaìn parando uno dei calci che Lao aveva indirizzato al suo volto e colpendolo con un pugno all'addome. Lao si trovò in ginocchio con il fiato mozzo."Lascia...andare...Aygarth." riuscì a biascicare tra i colpi di tosse.
"Certo che lo lascerò. Se tu parlerai." Allungò una mano e l'altro Inquisitore gli pose nel palmo un altro Dente. "Lo guardiamo bruciare dall'interno? I danni da bruciatura sono i più difficili da restaurare." Si voltò verso il ragazzo, che tossiva, una bava sanguigna che colava dal lato della bocca. "Tu cosa vuoi fare? Vuoi che parli? Diglielo. Diglielo che fa male. Oh, ma dovrebbe saperlo: ho usato la stessa tortura per i suoi uomini. E lui li ha lasciati morire, sai? Vuoi fare questa fine? Vuoi magari parlarmi tu?"
Incredibilmente, Aygarth sfoderò un sorriso sornione. "Da me... non avrai... niente..." mormorò. "Ficcatelo... in quella testaaaaAAAAAAAARGH!..."
Ancora una volta il Dente, ancora una volta acido, ancora una volta dolore. Stavolta non ebbe forze nemmeno per ribellarsi. La cuspide gli aveva forato lo stomaco e, nonostante la guarigione, il sangue che tracimò nel suo corpo gli fece vomitare un getto vermiglio.
"Non osare." ruggì Lao scattando in piedi, con la mano d'acciaio di Qaìn che immediatamente gli agguantò il collo."Non...osare...nominare i miei uomini. Li hai ammazzati...li hai uccisi...tutti tu."gli occhi di Lao sembravano voler schizzare dalle orbite.
Qain lo gettò all'indietro, ai piedi degli Inquisitori che subito lo bloccarono con il loro potere. "Avresti potuto salvarli, ma non l'hai fatto. Tu e il tuo stupido senso dell'onore..." Il suo sguardo saettò al ragazzo, che ciondolava dalle catene. "Un altro Dente. Nell'occhio, stavolta."
"NO!" urlò Lao. "NO!" Cercò di alzarsi, ma la morsa fu più opprimente della precedente. Con orrore, vide l'inserviente porgere un altro Dente di Vipera a Qain, che si piazzò davanti ad Aygarth. "Su il capo, ragazzino, dovresti essere fiero di subire una tortura per causa sua."
Il volto di Aygarth era in ombra, ma non le sue zanne. Erano serrate e i canini sembravano essersi allungati di mezzo centimetro. "Meglio morire...per lui... che vivere... per tua concessione..."
"Fermo!" la voce di Lao aveva un intonazione sorda, come se le parole facessero fatica ad uscire."Lascialo andare e parlerò. Smetti di torturarlo."
Qain si voltò, la sorpresa contenuta dipinta sul volto. Lo sguardo che Aygarth gli lanciò fu ben diverso. Era disperazione. No, mormorò nella mente del vecchio. No. No. No.
"Vuoi parlare?" Il Dente di Vipera venne deposto sul tavolino. Qain s'appropriò di un lungo sperone, simile a una misericordia, ma dalla lama finemente seghettata. Un attrezzo che procurava un dolore atroce, se impiantato nelle carni. "Sentiamo, cosa vuoi dirmi?"
"Mi credi ancora giovane e stupido?" sbottò Lao."Liberalo, fallo scendere e poi comincio a parlare. Tu sai che ho una sola parola."
"Ma lui ha una sola vita." Qain s'avvicinò di nuovo ad Aygarth. "Vogliamo vedere se è abbastanza Vampiro da risultare immortale?" Senza preavviso, conficcò quell'attrezzo prima sul fianco destro e poi in quello sinistro di Aygarth, con movimenti rapidi e secchi, prima di piantarglielo nella schiena, al centro, e lasciandolo là. Il ragazzo strabuzzò gli occhi, con un gemito, poi si afflosciò. Dei suoi occhi ora si vedeva solo il bianco e un tremito gli scuoteva il corpo. "Ogni tuo tentativo di dettare legge è una sua tortura. Ogni tua esitazione è un colpo che si conquista. A te la scelta."
Lao...
La voce roca di Aygarth fece breccia nella mente del vecchio.
Lao... ascoltami...
Lao si bloccò di botto. Sperando che Qaìn non si fosse accorto della sua reazione ai pensieri di Aygarth si concentrò sul ragazzo. Devo farti scappare ragazzo. Siamo in una situazione che non mi piace.
Una via... c'è... ma devi faAAAAAAAAAAAARGH! Il pensiero di Aygarth s'interruppe quando Qain gli strappò l'attrezzo dalla schiena. Per un attimo Lao sentì la presenza del ragazzo vacillare e si maledì. Andando avanti così, lo avrebbe ucciso di dolore.
"Avanti, Lao. Sto aspettando."
Il vecchio digrignò i denti. Spostò lo sguardo in alternanza da Qain al giovane, tentennando.
Aygarth.
Devi...fare quello... che ti dico... Il fabbro sembrava allo stremo. Ce la fai... a correre?
"Lao!"
Lao si accorse di aver esitato troppo. Lo sperone ondeggiò davanti ad Aygarth e Qain lo fissava. "Allora?"
Il vecchio ansimò, cercando di capire cosa poteva dire. "A nord. Sono andati a nord" mormorò, pregando che credesse alla sua affermazione.
"Menti" sibilò Qain e mantenne la sua promessa. Lo sperone finì nella coscia di Aygarth, il cui grido di dolore finì tra le zanne serrate. Il suo pensiero fu fin troppo rabbioso.
Ce la fai o no?!
Ce la faccio. Ma non me ne vado senza di te.
Lao distolse lo sguardo da Aygarth e Qaìn, orripilato."Ho detto la verità! Eravamo d'accordo di dirigersi a nord, se ci fossimo separati avremmo seminato gli Inquisitori e ci saremmo rivisti in seguito."
Qain si voltò verso uno degli Inquisitori che lo teneva immobilizzato. Quegli sembrò ascoltare, e scosse la testa. Lao capì che il battito del cuore lo aveva tradito quando Qain piantò lo sperone nell'altra gamba. Aygarth cacciò solo un gemito, ciondolando dalle catene.
Io no. Lao, io no. Non ce... non ce la faccio più.
Cercherò di guadagnare tempo. Resisti Aygarth, ti prego.
Lao si torse le mani bloccate dalle catene."Qaìn. Ascolta. Lascialo stare per due minuti. Se lo ammazzi, lui non parla e neanche io. Ti ho detto che parlo e ti sto dicendo la verità, per gli Dei!"
Stammi a sentire...
"Non ti stanchi mai di dire bugie?"
...Lao, per favore, LAO! AAARGH!
Lo sperone raggiunse Aygarth al polmone destro, rompendo una costola. Il ragazzo inarcò il corpo, urlando per poi cominciare a tossire. Qain torse lo sperone, grattando finanche l'osso. I respiri di Aygarth divennero pesanti per il sangue.
...ascolta...
"Parla, Lao. Sentiamo che hai da dire. La verità."
..queste catene...non sono inibitrici. Loro... sanno della Forgia... e non mi toccano la pelle... ma...
Aygarth chinò il capo. Per un attimo Lao credette che avesse perso i sensi, ma il sussulto che percorse le braccia gli fece capire che stava cercando di restare cosciente.
...non sanno che... che si... propaga... e se... se la scatenassi... tu....
Non me ne vado senza di te. Non lascio più nessuno nelle sue mani. Lao tentò di liberarsi della stretta degli inquisitori ma questi non si fecero sorprendere.
Se mi... vuoi... salvare... vattene...La voce di Aygarth era roca pure nel pensiero. Tossì sputando sangue e il suo respiro divenne un rantolo. Quando Qain gli strappò lo sperone dal corpo, non reagì nemmeno. Questo è... un loro covo... conduci gli altri qui... e distruggeteli...
Lao sentiva le lacrime agli occhi. Con un ruggito animalesco scagliò un colpo telecinetico contro i due che lo bloccavano, mandandoli gambe all'aria.
Non crepare. Non ti perdonerò mai se succede.
Gli altri due inquisitori presero subito il posto dei loro compagni. Lao tornò nella morsa telecinetica e si dibatté ringhiando come una fiera.
Appena sfogo... corri. Hai capito? Vai... dagli altri. Vai da... da Astrea. Ah... Aygarth ciondolò come un peso morto e le catene tintinnarono. Il fattore rigenerante era sempre all'opera, ma era come se agisse in maniera molto più lenta. Come se non avesse risorse d'energia per attuarsi. Fa male, dannazione. Fa... un male f.ottuto...
"Lao!"
Il vecchio ignorò Qaìn, continuando a dibattersi per liberarsi.
Fallo, Aygarth. Tornerò e ti salverò, lo giuro.
Qaìn gli si portò davanti osservandolo attentamente."Ti conviene parlare amico mio, al ragazzo non rimane molto da vivere."
Lao gli lanciò uno sguardo di brace."Ti strapperò il cuore Qaìn, è una promessa che ti ho fatto anni fa e te la rinnovo. Ti ammazzerò con le mie mani." Con la coda dell'occhio, spiò Aygarth; sotto i capelli sporchi di sangue del ragazzo, credette di scorgere l'ombra di un sorriso, che avrebbe dovuto essere rassicurante, ma appariva tremendo con le zanne da mezzo-vampiro.
Aygarth si lasciò ciondolare, raccogliendo ogni singola briciola d'energia che aveva in corpo. Cercò di non pensare al dolore, anche se era impossibile. Si concentrò solo su se stesso. Sul potere che aveva nel sangue. Sul suo patto.
Alleanza.
Se lo ripetè nella mente mentre chiamava a sé ogni minima stilla della Forgia. Prese un respiro, un altro, più profondo, poi drizzò il capo nello stesso momento in cui Qain si voltò dalla sua parte.
E sfogò.
Lao poté avvertire con chiarezza il calore che s'irradiò nella stanza. Grazie al contatto che aveva instaurato con la mente del ragazzo, poté vedere gli strali d'energia dipartirsi dalle catene e dal pavimento ove poggiava i piedi e raggiungere l'Aureo e i quattro Inquisitori come fosse un'onda d'alta marea. Non appena lo fece, Qain piombò a terra, lasciando cadere lo sperone, e gli altri fecero lo stesso. Si dibattevano come se fossero stati immersi nelle fiamme. Allo stesso tempo, la morsa che teneva serrata Lao si dissolse.
Vai...!
Lao si alzò come un fulmine. Si fermò per un attimo accanto ad Aygarth e gli afferrò la testa con le mani."Non morire, ci siamo capiti? Non devi morire. Io torno presto, lo prometto." sussurrò con un senso di disperazione nella voce. Attirati dal frastuono si sentivano provenire da oltre la porta dei rumori: altri Inquisitori. Con una spallata Lao abbattè la porta e si trovò di fronte un anonimo corridoio. Mentre lo percorreva di corsa il suo pensiero era ancora connesso ad Aygarth. Non provare a morire. Non provare a morire.
Tu pensa... a correre...
Sentiva lo sforzo del ragazzo nella propria testa, la sua mente era un nucleo incandescente. Per un attimo il contatto fu tale che nella coscienza di Lao si affiancò la vista del giovane. Vide Qain a terra che cercava di rialzarsi, mentre il potere della Forgia si riversava nella stanza. Lo vide afferrare lo sperone, tenendolo come un pugnale. Il lampo della comprensione attraversò le due menti unite e Lao avvertì nella propria una sorta di risata. E qualcos'altro, che quando intuì, lo fece raggelare. La menzogna.
Scusami, Lao... ho dovuto farlo...
Qain alzò la mano.
...altrimenti... non...
Lo sperone calò.
..non te ne saresti più andato.
L'ultima frase la disse in un soffio prima che lo sperone gli aprisse il torace, dritto nel cuore. Lo trapassò. Lao poté sentire il suono delle ossa che si spezzavano, carne e tessuti che si laceravano, il battito che si troncava. Non ci fu nessun urlo, nessuna vampa di dolore. Aygarth se ne andò dalla sua mente, silenzioso come una falena che si confondeva nella notte.

[continua...?]

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Piccolo angelo bellerrimo crudele sanguinario...

Io sono una creatura del Caos. Ma dal Caos nasce la saggezza, e dalla saggezza il potere.

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